lunedì 31 maggio 2010

Ciao Bobby-gol


La Juventus e Roberto Bettega comunicano l’avvenuta cessazione della loro collaborazione.
La Juventus ringrazia Roberto Bettega per aver dato la propria collaborazione in un momento particolarmente complesso.
Roberto Bettega saluta con commozione la maglia bianconera e i tifosi cui ha dedicato una parte lunga ed indimenticabile della propria vita con passione e grande amore sia nei momenti esaltanti, sia in quelli più difficili.
(Fonte:
sito Juventus )

Quando scrissi un articolo su di lui, una quindicina di giorni fa (Adieu, Blanc. Bettega però rimanga…), sapevo che lo avrebbero mandato via.
Mi sembrava, però, il minimo da fare per una persona come lui.
Un abbraccio, Bobby-gol. Sempre nel mio cuore.

domenica 30 maggio 2010

La nuova Juventus in un paese "vecchio"


"Il nostro stadio futuro sarà per le famiglie e avrà uno spazio ove ricordare il dramma dell’Heysel".
Al termine del ricordo di Andrea Agnelli di quello che è stato il "suo" 29 maggio 1985, nel contesto della cerimonia commemorativa del venticinquesimo anniversario della tragica serata di Bruxelles, finalmente arriva la notizia che il popolo bianconero attendeva da tempo: la promessa di uno spazio per celebrare i 39 angeli bianconeri "sempre". E non solo i fine maggio di ogni anno.
Un discorso da Presidente vero. Un ricordo da "vero" juventino.

D. "Cosa pensi dei tuoi aggressori?"
R. "Niente, che devo pensare?"
D. "Potevano ucciderti?"
R. "Allora? Dovrei dire che sono infami, pezzi di ….? No, allo stadio le coltellate si prendono e si portano a casa?"

Chi risponde a queste domande è Maximiliano Ioele, il ragazzo di 22 anni (romano e romanista) accoltellato nel corso dell’ultimo derby capitolino (18 aprile). L’intervista (qui l’estrapolazione di una sua piccolissima parte) è stata rilasciata ai taccuini dell’inviato della "Gazzetta dello Sport" Alessandro Catapano qualche giorno dopo. Il contenuto, si commenta da solo.

L’Italia ha appena perso l’occasione di organizzare gli Europei di calcio del 2016: per carità, niente di strano. Se ne occuperà la Francia: a noi il compito di vincerlo sul campo. In pochi ci credevano, a differenza di quanto accadde il 18 aprile del 2007, quando Polonia e Ucraina ci soffiarono i prossimi del 2012. Nonostante le incrollabili certezze dell’allora presidente della Lega Calcio Antonio Matarrese, che non vedeva alcun pericolo provenire dalla candidatura delle due nazioni risultate poi vincitrici. Lo stesso che otto mesi dopo, nel gennaio del 2008, vedeva nella debolezza delle loro strutture (e nella mancanza di fondi) la possibilità di inserire qualche stadio italiano in un contesto di accordi con altri paesi europei, che avrebbe permesso di spalmare partite (e soldi) in più località. Giusto per coprire, con un fazzoletto, un buco troppo grande. Chiamato sconfitta.

Il calcio italiano negli ultimi anni ha perso credibilità, soldi, non è in grado di creare luoghi confortevoli per seguire questo sport perché si perde dietro le promesse, rimane invischiato nelle carte della burocrazia e nel dover mettere "tutti d’accordo". O, più semplicemente, nel dover "accontentare" tutti. La violenza regna sovrana: fuori e dentro le strutture che dovrebbero ospitare semplici partite di calcio. E, che finiscono, in alcuni casi, col generare atti di teppismo difficilmente controllabili. Un paese "vecchio", con il soliti difetti. Che poi sono quelli della nazione nel suo insieme generale.

L’unica società che ha fatto qualcosa di diverso, di innovativo, negli ultimi tempi, è stata proprio la Juventus. Nel 2011 sarà pronto il nuovo stadio, quello a cui faceva riferimento il neoPresidente Andrea Agnelli. Nonostante le foto comparse in diversi periodi con indosso l’elmetto da capo cantiere, il merito non andrà certo attribuito a Jean Claude Blanc (o alla - ormai - precedente gestione della Vecchia Signora.) Era stata la Triade, nel lontano 2002, a presentare quei progetti. Così come ammesso anche da Pier Francesco Caliari (ex direttore comunicazione della Juventus dal 2002 al 2003) ai microfoni di "Tuttojuve.com" qualche giorno fa. Fu Antonio Giraudo, nello specifico. Maggiori entrate, uno spazio più accogliente e sicuro per chi vorrà seguire - a Torino - la propria squadra del cuore, così come ora vede fare solo ai tifosi delle squadre straniere nei loro paesi. Questo dovrebbe portare, ovviamente, ad un confronto con chi - quando non riesce attraverso il dialogo a fare sentire la propria voce - fa uso di bombe carta. Perché Roma, ovviamente, non è l’unica città dove si verificano fatti incresciosi.

Si vinceva, all’epoca, in casa bianconera. Ma non si smetteva di programmare. Si beveva dal calice della vittoria, ma già si pensava ad inseguire futuri successi. Quando si vendeva un pezzo pregiato, l’idea era quello di sostituirlo con (almeno) uno di pari valore. Mattoncino dopo mattoncino, venne fuori la Juventus del 2006. Quella della finale mondiale Francia-Italia, per intenderci. Poche parole, misurate, e molti fatti. Concreti.

Si riparte, ora, dopo un buco di quattro anni. Nel quale la squadra è stata depotenziata, e va ricostruita: alla fine del calciomercato estivo si tireranno le somme dei giocatori in "entrata" e in "uscita", giusto per capire "cosa" si è riusciti a fare in un contesto dove, per ripresentare una squadra competitiva, c’è "tanto" da ricostruire. Se poi lo diverrà veramente, spetterà al campo dirlo.
Vittorie e programmazione. Oggi, facendo di necessità virtù, "programmazione per vincere". Il più alla svelta possibile.
Dalle ricerca dei giocatori di fascia a quel regista che da anni viene invocato da più parti; dal centrale difensivo da affiancare a Chiellini all’attacco da reinventare. Molte voci, per fortuna non alimentate - come è accaduto spesso nel recente passato - da chi poi dovrà sedersi al tavolo delle trattative.
Silenzio. E lavoro. Solo così si costruiscono i fatti. Non le promesse.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Video arrivato da un amico (che ringrazio)

video

Questo è "duro da digerire". Vi ho avvisato...

Per finire, il Presidente Andrea Agnelli

mercoledì 26 maggio 2010

L'addio di Mourihno e il calcio italiano dopo il 2006...



Ha un fascino particolare, Mourinho. Per un motivo o per l’altro, attira a sé tutti: amici e nemici, ammiratori e critici, i giocatori alle proprie dipendenze e quelli avversari. E vince. Tanto. Ha capito quando era il momento di venire all’Inter; viceversa, potrebbe aver individuato l’attimo giusto per un addio anticipato.
Andrà al Real Madrid: questa volta non è una bufala. Bisogna solo attendere che Moratti trovi un accordo con il "vero" Florentino Pérez (lasciando perdere i suoi imitatori). Poi, sarà Spagna.
Se ne va da un campionato che non ama: è abituato a imporre la sua cultura calcistica, fatta di provocazioni, dubbi, sospetti, scosse nervose e tensioni. Il problema è che l’Italia, in questo, è maestra: mentre in Inghilterra e in Portogallo sono aspetti poco curati, da noi rappresentano il "cibo quotidiano". Troppo simili, gli italiani e lui, perché si potesse sentire a proprio agio. I successi, in questo senso, non hanno aiutato. Anzi: gli hanno dato la possibilità di andarsene via prima rispetto a quanto concordato. Da vincente.

"Tripletta", in un’annata iniziata male: la Juventus, in campionato, con quelle quattro vittorie iniziali sembrava un avversario veramente temibile; i nerazzurri - in quel di Pechino - avevano lasciato alla Lazio il primo trofeo stagionale (la Supercoppa Italiana). Nulla di particolare, per carità. Briciole, rispetto a quanto raccolto da quel momento in poi. Due soli punti di distacco dai bianconeri nelle prime quattro giornate della serie A, allorquando la squadra di Ciro Ferrara sembrava fosse, pur con limiti di gioco abbastanza evidenti, figlia legittima di un calciomercato estivo ricco di stelle e stelline, con il contorno di giocatori - tra i quali Cannavaro e Grosso - che avrebbero dovuto considerare il campionato come l’ideale trampolino di lancio verso il loro ultimo Mondiale. Alla quinta tappa, proprio quando i bianconeri a Marassi, contro il Genoa, avevano fatto (intra)vedere segni di un bel gioco che non si è (quasi) mai più rivisto, ecco l’aggancio. Per il sorpasso, bastava attendere pochi giorni.
Il resto, è storia attuale. Adesso, a onor del vero, superata.

La Juventus di Blanc e John Elkann conclude il suo ciclo di quattro anni, mostrando un’immagine perfetta per l’idea all’origine del suo concepimento: una squadra perdente con il sorriso sulle labbra. Spopolano, in questi giorni in internet, le foto dei giocatori bianconeri sorridenti nella tournée americana post-campionato: la Statua della Libertà e le cascate del Niagara come sfondo di un gruppo di ragazzi ritratti mentre si trovano in vacanza. Dopo aver perso, tanto per cambiare, le uniche due partite disputate: quelle contro i Red Bulls di New York e la Fiorentina.

Mentre Andrea Agnelli cercherà di ricostruire la Vecchia Signora (quasi) da zero, l’Inter affronterà la nuova stagione senza la sua "guida" in panchina. Quell’allenatore che è riuscito, piaccia o non piaccia, a cambiare la mentalità di una società dal DNA debole: dietro alle sconfitte e agli acquisti inutili degli anni precedenti il 2006, non c’entrano le persone sotto processo a Napoli; viceversa, le attuali vittorie sono figlie di quella farsa. Conquistare scudetti in Italia - da quel momento in poi - è stato (relativamente) facile, per lui quanto per il suo predecessore; in Europa lo scoglio da superare era rappresentato da quegli ottavi di finale diventati, ormai, un appuntamento fisso per gli sfottò dei tifosi avversari. E’ lì che l’allenatore portoghese "ci ha messo del suo". Oltrepassati quelli, sono giunti sino in fondo. Dove non arrivavano i meriti di Mourinho, Milito, Eto’o, Sneijder e della difesa nerazzurra "all’italiana", ci hanno pensato gli arbitri. "Furti" (anche) all’estero, quando capitava alla Juventus. "Errori umani", nel contesto di imprese già diventate epiche, ora che accadono all’Inter.

E’ un Roberto Mancini "diverso", rispetto al 2006, quello che si è presentato all’udienza della giornata di ieri del processo penale di Napoli. Non solo nel taglio di capelli. Altro che "sistema": tutte le accuse da lui lanciate nel passato, si è "scoperto" ora che sono state il frutto di una banale "foga agonistica". Che, unita al sentimento popolare, hanno distrutto la Juventus. Quindici minuti: tanto è durata la sua deposizione. Il tempo dell’intervallo di una normale partita di calcio. Era l’ultimo teste dell’accusa: anche questo è stato favorevole alla difesa.
Proprio Mancini era stato il primo a fruire (anche con effetto retroattivo) delle disgrazie capitate ai bianconeri: il pm Capuano gli ha chiesto, semplicemente, di spiegare cosa ci fosse dietro a quei violenti attacchi verbali di quattro anni fa, e a quelle insinuazioni che sembravano corroborate da chissà quali prove. La mancanza di un controesame delle difese è stato l’evidente segno della totale mancanza di "consistenza" della sua deposizione.

Più si va avanti con questo processo, maggiore è la rabbia dei tifosi juventini per quello che è accaduto nel maggio del 2006. Se nel passato fossero state immediatamente a disposizione quelle intercettazioni che - con cadenza quasi quotidiana - vengono ora estratte dal cilindro (o dai cd) di quelle all’epoca considerate "irrilevanti", sarebbe stato oggettivamente più difficile distruggere la Juventus.

Con i "se" ed i "ma", però, si costruisce la storia dei perdenti. Inutile girarci intorno.
In effetti, la storia dell’Inter "vincente" ha inizio proprio nel 2006.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 25 maggio 2010

Mourinho aveva ragione: non era lui il pirla...

MADRID, 25 maggio - "Scherzi a parte" in salsa spagnola per Massimo Moratti, caduto nella 'trappola' di "Cadena Ser" che lo ha fatto parlare al telefono per diversi minuti di Josè Mourinho, con un 'finto' Florentino Perez.

LO SCHERZO - Nello scherzo telefonico il falso presidente del Real Madrid discute con il presidente dell'Inter dell'incontro nel quale devono essere discussi i dettagli del passaggio del tecnico portoghese dai nerazzurri alle "merengues". I due prendono accordi per l'ipotesi di una videoconferenza per trattare il futuro di Mourinho. «Ho parlato con Mourinho ieri sera e mi ha detto che dobbiamo parlare noi», dice Moratti, mentre il 'clone' di Perez cerca di proporre già via telefono le basi della trattativa, ipotizzando anche un possibile scambio di giocatori. Il presidente dell'Inter non sembra accorgersi che quello all'altro capo del telefono non è il vero numero uno del Real Madrid, e chiude la conversazione accordandosi per il prossimo incontro. Scherzo ben riuscito, e "primo punto" per gli spagnoli.
(Fonte: Tuttosport )

lunedì 24 maggio 2010

John, ne valeva la pena?


Mentre girovagavo su internet, mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo, scritto da Del Re (qui il link sul sito di GIU'leMANIdallaJUVE).
Il minimo che potessi fare, era riportarlo nel mio blog. Complimenti vivissimi all'autore.


Un Agnelli torna alla Presidenza della Juventus. Così come il padre Umberto, anche Andrea ha nel destino il dovere di rilanciare le sorti del gioiello di famiglia; egli, il padre, ci riuscì per ben due volte, in due ere calcistiche ben distinte.

Ad Andrea va un caloroso “in bocca al lupo”, viste le premesse elkaniane di quello che fino a due giorni fa era il “projettò” e che alla resa dei conti si è rivelato il più grande imbarazzo della storia juventina ultracentenaria.

Ma il presente articolo non è dedicato all’erede Agnelli che la tifoseria bianconera ha sempre sostenuto e fortemente voluto; no, il presente articolo è indirizzato a mò di lettera aperta all’altro erede Agnelli, quello “per caso”, il diafano John Jacob Philip Elkann, il cosiddetto nipote dell’Avvocato.

Già, colui che in soli quattro anni è riuscito a disintegrare la storia del club come e meglio avrebbe potuto fare il più feroce degli antijuventini, che so: uno Zeman o un Moratti qualsiasi.

Qui ed ora è perfettamente inutile stare a ricordare la storia di tale scempio: ad esempio quando e perché il padre di Leone e Oceano decise di cooptare Jean Claude Blanc nel CDA Juve, novello cavallo di troia per il ribaltone farsopolista, oppure come si fosse rifiutato di difendere i suoi straordinari dirigenti, che, nuove inter-cettazioni alla mano, risultavano nuotare più o meno con stile insieme a tutti gli altri pesci dello stagno pallonaro italiota, santi subitanei compresi; inutile anche soffermarsi sulla sua totale inettitudine che portò alla scelta di un gruppo dirigente non adeguato per qualità imprenditoriali, sportive, di comunicazione e di rispetto verso coloro che sostengono il “core business” bianconero: i suoi tifosi.

Qui ed ora voglio solo chiedere al protetto del quadrumvirato Montezemolo – Grande Stevens –Sant’Albano – Gabetti se, a distanza di quattro schifosissimi anni, visto quanto ha prodotto, e non solo a Torino, ma in proporzione direttamente inversa anche a Milano, sponda nerazzurra, ne valesse davvero la pena.

Ingegnere, valeva la pena sacrificare quel piccolo fastidioso asset della Exor per riequilibrare a Suo favore i delicati rapporti di forza all’interno della famiglia? Soprattutto visto che a quattro anni di distanza la Juve torna in mano al suo “legittimo reggente”, al quale era stata così volgarmente strappata.

Ingegnere, valeva la pena tentare questo “putsch” in salsa ferrarista, visto l’esito catastrofico dello stesso? Mi spiego meglio: il suo capo tutor, Montezemolo, Le avrà spiegato che la ribalta mediatica sportiva è un mezzo di propaganda straordinario; ma Le avrà spiegato anche che lo è solo ed esclusivamente se si ottengono risultati. Le ha spiegato, e lui dopo Italia ’90 e l’anno successivo alla Juve dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro, che le sconfitte comportano mediaticamente l’effetto contrario? Soprattutto se tali sconfitte sono condite da tutti i record negativi pensabili ed immaginabili, siano essi sportivi che di bilancio?

Ingegnere, valeva la pena lasciare che dall'interno della società venissero dichiarate tante falsità sull’operato manageriale della Triade, al solo fine di dimostrare la bontà delle scelte da Lei intraprese in quel Maggio 2006? Mi rispiego meglio: valeva la pena raccontare la fandonia dell’insostenibilità dei bilanci dell’ex (purtroppo!) AD Giraudo rispetto a quelli simpatici del nuovo (purtroppo!) AD Blanc? Oppure avallare la denuncia contro gli ignoti Moggi, Giraudo e Bettega alla Procura di Torino per false comunicazioni sociali? Le ricordo che il giudice ha assolto con formula piena i suddetti.

Ingegnere, valeva la pena dichiarare che la Juventus sarebbe stata una società nuova, trasparente, onesta e simpatica, sostenibile sul piano sportivo e soprattutto finanziario? Mi ri-rispiego: per essere onesti e simpatici, nonché trasparenti Lei aveva promesso che mai e poi mai tre uomini soli avrebbero avuto tutto il potere nelle loro mani; ma allora mi spieghi perché Blanc ha ricoperto per tre anni sia il ruolo di AD che di DG e da quest’anno persino quello di Presidente. Ma soprattutto mi spieghi perché ad oggi la Juve onesta e simpatica, non quella vera e vincente pre 2006, ma la Sua, quella ridanciana e perdente, abbia l’ex (per fortuna!) Presidente, l’AD ed il DG tutti indagati per reati finanziari; senza contare che anche uno dei Suoi tutor è sotto processo per la questioncina “Equity Swap”.

In fine, e concludo, Ingegnere, valeva la pena farsi odiare in maniera così viscerale da un quinto del popolo italiano? Crede davvero che l’aver ricondotto questo ignobile surrogato della nostra Juventus nelle legittime mani di Suo cugino Andrea attenuerà quel senso di giusto disprezzo che ogni juventino vero proverà sempre nei suoi confronti?

John, ne valeva la pena?


Ps: così... solo per scrivere altre due righe in croce...
Riporto giusto il contenuto di questa intercettazione fresca fresca...
Roma, 24 mag (Il Velino) - La sera del 12 maggio 2005, al termine della partita Cagliari-Inter (1-1), l’arbitro Paolo Bertini chiama il designatore Paolo Bergamo per lamentarsi delle pressioni di Giacinto Facchetti prima dell’inizio dell’incontro. “Sa, questa è la tredicesima partita, eh? - dice l’ex calciatore all’arbitro negli spogliatoi -. Per ora siamo in perfetta parità: quattro perse, quattro vinte e quattro pareggiate. Eh, sa, per l’Inter non è che sia un grande score…”. “Non è stato piacevole - commenta Bertini con Bergamo -. A volte è imbarazzante una premessa del genere…”

BERGAMO - Pronto?
BERTINI - Sei a letto, Paolo eh?
BERGAMO - No, se… Allora?
BERTINI - Com’è andata, che mi dici?
BERGAMO - Mah, ho visto l’ultima mezz’ora perché m’avevano avvertito di questo fallo di mano che… no, non è mica espulsione comunque…
BERTINI - Quella non è espulsione!?
BERGAMO - No… non è mica… una chiara occasione da rete…
BERTINI - Ma poi si può fare una disposizione di carattere tecnico su tutto ma non c’ha… forse la mancata percezione di dove fosse come posizione ma non può essere ritenuta una occasione di…
BERGAMO - No, assolutamente.
BERTINI - È stato quello che… l’unica cosa…
BERGAMO - Protestavano un po’ quelli dell’Inter, so’ un po’ insofferenti, quando…
BERTINI - Eh, me ne so’ accorto. È stata una remata dal primo minuto, poi, eh? Non capisco, non capisco perché. Tra l’altro c’è stato Facchetti a inizio partita, è venuto dentro lo spogliatoio a salutare con quel fare sempre… “Ah, sa questa è la tredicesima partita, eh? Per ora siamo in perfetta parità: quattro perse, quattro vinte e quattro pareggiate. Eh, sa, per l’Inter non è che sia un grande score”, ha detto. Quindi l’abbiamo preparata in questo modo la partita.
BERGAMO - Mh, mh…
BERTINI - Eh, non è stato piacevole, non è stato piacevole…
BERGAMO - E bisogna che ci parli, sì. …(incomprensibile) …più tranquillo in campo… C’avevo già parlato, gliel’avevo già detto, ma questo non capisce un ca**o…
BERTINI - No, ma ho l’impressione… non so nemmeno l’interlocuzione più giusta quale possa essere perché questa veramente…. A volte è imbarazzante. Una premessa del genere… ci siamo guardati tutti, ci siamo guardati tutti prima della partita…
BERGAMO - Ascoltami, quando avrai buttato giù con me, dopo chiama Gigi (probabilmente Pairetto, ndr) che si è accorto che m’hai chiamato…
BERTINI - Dici? Sì, sì certo.
BERGAMO - Capiscimi…
BERTINI - E quindi, niente, insomma, questa situazione te l’ho detta appunto.
BERGAMO - Grazie, comunque la partita, a parte il clima…
BERTINI - Al di là di questo, insomma la partita è poi andata bene.
BERGAMO - Per quella parte lì che ti diceva ti ci penso io, dai...
BERTINI - Sì, perché tra l’altro non ha neanche senso. Non mi sembra di avere fatto… Anzi, anzi… Vabbuò.
BERGAMO - Buonanotte, ci sentiamo.
BERTINI - Ci sentiamo domani, va…
BERGAMO - Vabbè grazie, ciao.
BERTINI – Ciao.

CIAO A TUTTI.....

domenica 23 maggio 2010

Ci vediamo a Napoli...

A Madrid due cose diverse: il campo, e quello che c'è fuori.
Nella prima ha vinto l'Inter di Milito e Mourinho. Punto. Complimenti. Lascio (volutamente) perdere errori arbitrali, magliette idiote e via dicendo. Se la Juventus di John Elkann e Blanc si è "interizzata" in questi anni, non per questo lo devo fare pure io andando ad attaccarmi a tutto pur di non riconoscere quello che il campo ha deciso.
Nella seconda, la storia - per qualcuno - è stata scritta. Forse, andrà riscritta...

venerdì 21 maggio 2010

Benvenuti alla Juventus



Finito il campionato, è iniziato il "valzer delle panchine". Mourinho è a Madrid per giocarsi la finale di Champions League contro il Bayern Monaco, e lì dovrebbe rimanere anche dopo la partita; Prandelli aspetta la fine della spedizione sudafricana per prendere (con ogni probabilità) il posto dell’attuale C.T. della nazionale azzurra Marcello Lippi; mentre a Firenze si sta già cercando un suo sostituto, nella Milano rossonera si "balla" tra Allegri e Filippo Galli; a Roma, salvo colpi di testa estivi, verrà (naturalmente) riconfermato Ranieri.
La Juventus? "Piaccia" o "non piaccia", Delneri è il suo nuovo allenatore.

"Delneri" o "Del Neri"? Sulla carta d’identità il cognome è scritto tutto attaccato; lui, però, preferisce tenere "Del" separato da "Neri". A molti sostenitori bianconeri, invece, il fatto che la scelta del nuovo mister sia ricaduta sui suoi baffi, proprio non è piaciuta. Poi… Poi anche "i contrari", pur continuando a domandarsi "il perché", hanno iniziato a farsene una ragione. Le strade, essenzialmente, finiscono col diventare due: non mi piace, ma ormai c’è e ce lo dobbiamo tenere; aspettiamo di vederlo all’opera, e poi giudichiamo. Né Benitez né - tantomeno - Capello: se l’individuazione del tecnico doveva dare una misura delle ambizioni immediate della società, ovvio che si sia rimasti delusi dal palmarès (più che dal nome) del tecnico friulano.
Ridimensionamento? No: programmazione. C’è da rifondare, altro che "ricompattare" (Marotta dixit. Frasi - giustamente - di circostanza). Con tanti saluti al "traghettatore" Zaccheroni, ora arriva il 4-4-2: addio al rombo e/o al trapezio di centrocampo, alla difesa a tre, ai dubbi su quale fosse lo schema migliore applicabile partita per partita. Un’identità precisa alla squadra, per una società deve ritrovare la "propria identità".

Andrea Agnelli è entrato nella casa juventina come un nuovo inquilino che deve fare piazza pulita di quello che c’era in precedenza: via tutto, un’imbiancata sui muri per dare una bella rinfrescata all’ambiente, per poi inserire un nuovo "arredamento". Tabula rasa doveva essere, e così sta accadendo. C’è ancora "un francese" di troppo (Jean Claude Blanc): questione di tempo, poi dovrebbe arrivare anche il suo turno.
Agli occhi di chi ama i colori bianconeri la sua presenza "stona": da tre cariche (le più importanti) a mandarlo via ce ne passa. Bisogna avere pazienza: quella che lui chiese ai tifosi per riavere una Juventus vincente; quella di cui ora i sostenitori si devono armare per aspettare che Marotta e il suo staff ricostruiscano, pezzo per pezzo, la società. Colpita (ma non affondata) da Farsopoli, e successivamente distrutta da una gestione che definire imbarazzante è dire poco.
Una delle peggiori annate della storia della Juventus ha finito per coincidere con quella che potrebbe consacrarsi come una stagione memorabile per l’Inter: vicini alla "tripletta" (Bayern Monaco permettendo) proprio quando i bianconeri sono costretti a ripartire da zero. O quasi. Brucia, terribilmente: perché tutto è nato dal 2006 e perché i mezzi - economici e tecnici - per non ritrovarsi quattro anni dopo in questa situazione c’erano.

Piangere sul latte versato non serve a nulla. Quello che c’era da rompere, è stato distrutto. Ora si riparte, come è già capitato in passato nella storia ultracentenaria della Vecchia Signora. Con il quarto Agnelli alla Presidenza (Andrea dopo Edoardo, Giovanni e il padre Umberto): non è un sinonimo di vittoria, ma di speranza. Si possono anche non conquistare trofei nell’immediato, ma si devono assemblare - anno dopo anno - giocatori e idee nel segno della continuità. Non è possibile dover sempre cambiare tutto ogni volta (a partire dall’allenatore) e pensare/sperare che prima o poi arrivi la stagione giusta. Lo faceva l’Inter, quando esistevano il Milan e la Juventus. Ora il calcio italiano è debole, livellato verso il basso: la finale di Madrid dei nerazzurri è l’eccezione che conferma la regola. Tolti loro, in Italia rimangono i rossoneri orfani degli investimenti di Berlusconi, la Roma dei debiti, la Fiorentina dei giovani, la Sampdoria dei "senza Marotta", il Napoli di De Laurentiis e il Palermo di Zamparini (due garanzie)… Costruendo una squadra con un po’ di logica (e tanta tecnica), ipotizzare i bianconeri almeno terzi al termine del prossimo campionato non significa fare un azzardo (a livello assoluto). Poi, naturalmente, il calciomercato estivo sposterà l’ago della bilancia verso l’una o l’altra squadra. E il campo, come al solito, mostrerà quali erano - realmente - i valori assoluti.

Cambiato il vertice (ed altri nuovi arrivi dovrebbero comunque materializzarsi nei prossimi tempi), ora si potrà iniziare a mettere mano alla squadra. Con il marchio del "made in Italy" già pronto, e con l’obiettivo di tornare alle posizioni che competono ad una società che dovrà dare dimostrazione di potersi chiamare "Juventus" sia dentro che fuori dal campo.
Il lavoro è iniziato, il dado è stato tratto. Andrea Agnelli ha deciso di metterci la faccia, oltre il cuore. A Marotta, ora, spetta un compito veramente arduo.
In bocca al lupo. A tutti.

Del Neri? Stia tranquillo. I tifosi hanno capito che la prossima sarà la stagione della semina. Per poi raccogliere: il "quando", è ancora tutto da vedere. Nessuno pretenderà subito lo scudetto.
Verrà chiesto, semplicemente, di arrivare primi. Davanti a tutti.
"Vincere non è importante, ma l'unica cosa che conta...". Lo disse Giampiero Boniperti. Una vita in bianconero.
Benvenuti alla Juventus.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 16 maggio 2010

Adieu, Blanc. Bettega però rimanga...


"Sei tifoso della Juventus? Facile: Lei vince sempre". Ebbene sì: fino al 2006 questo ritornello ha accompagnato le giornate del sostenitore bianconero standard, dalle semplici chiacchierate tra amici alle discussioni più accese. Dove non arrivavano i meriti della Vecchia Signora c’erano loro, gli arbitri, a dare una mano. Teneri e affettuosi, anche prima della comparsa delle intercettazioni sulle telefonate di Luciano Moggi (solo le sue, naturalmente), prima dello scudetto di cartone consegnato all’Inter dallo "smemorato" Guido Rossi e delle campagne denigratorie verso Madama dei media.

Quel "Lei" era la Juventus: o la si amava, o la si odiava. E’ sempre stato così (e sempre sarà), per i più forti. E il bello era proprio questo: la soddisfazione per una vittoria si univa alla consapevolezza della rabbia "degli altri", del mondo intero avverso a quei colori. Una sconfitta veniva considerata come un’onta da cancellare al più presto. E’ la Juventus, perbacco. O almeno, lo era.

Via (o costretti ad andarsene) Deschamps, Ranieri, Ferrara, Cobolli Gigli, Alessio Secco, Castagnini, chi più ne ha più ne metta: tutti responsabili di errori (grandi o piccoli che siano) che hanno contribuito alla fine di un progetto che di concreto, in realtà, non aveva nulla. Legato al nome di una persona, Jean Claude Blanc, che doveva essere la prima a farsi da parte, e che ora, grazie al suo addio (vicino o lontano) darà la possibilità alla nuova dirigenza di iniziare una (vera) rinascita della società bianconera.

Per mesi, se non per anni, alla ricerca di persone in grado di porre un limite all’irrefrenabile caduta verso il basso della Juventus, i tifosi hanno richiesto a gran voce l’ingresso (anzi, il ritorno) in società di Roberto Bettega (sia con cori di incitamento allo stadio che in internet, con petizioni su diversi forum). In questo momento, nella fase di rifondazione, sembra diventi difficile trovargli una (giusta) collocazione, causa una (ipotizzata) problematica "convivenza operativa" con Giuseppe Marotta, il probabilissimo nuovo Direttore Generale.
A Bettega era stato chiesto di "salvare il salvabile": se nella pratica non è riuscito a risollevare le sorti di questa stagione disgraziata, non è corretto attribuirgli più colpe del dovuto. Il suo raggio d’azione si è rivelato molto limitato, con cotanta invadenza (e competenza…) intorno a sé. Prova ne sia che Andrea Agnelli, adesso che ancora non si è ufficialmente insediato come Presidente, ha già fatto un’opera di pulizia "quasi" totale in seno alla dirigenza, come base per un futuro migliore (e per poter lavorare seriamente…). Senza soldi (e in mancanza di un’adeguata struttura alle spalle) l’ex Bobby-gol è riuscito - se non altro - a portare a Torino Antonio Candreva (in prestito con diritto di riscatto della metà del cartellino). Paolucci? Avrebbe preferito Lanzafame. Ma in quei momenti anche il Parma e il Siena (era stato richiesto pure Ekdal) riuscivano a fare la voce grossa contro i bianconeri. Ferrara poteva essere cacciato prima? Certo. Ma Zaccheroni ha fatto meglio di lui?
Il "traghettatore" sarebbe potuto arrivare a dicembre, per avere la possibilità di sfruttare al meglio la sosta natalizia? E chi lo diceva a monsieur Blanc che la prima mossa da fare sarebbe stata quella di bruciare la sua ennesima scommessa persa in onore al "guardiolismo all’italiana"? Era la società a dover essere cambiata, da cima a fondo. Proprio quello che sta iniziando a fare il nuovo Presidente: è da lì che nascono le grandi squadre. Come in tutte le aziende che funzionano a dovere, un dirigente che accumula risultati disastrosi per anni deve essere accompagnato alla porta e salutato. Bettega, in tutta sincerità, non sembra rispondere a questi criteri; Blanc, invece, sì. Ovviamente…

Ironia della sorte (se non fosse che non c’è nulla da ridere), nella stagione dei record negativi ben otto giocatori bianconeri sono presenti nella (prima) lista dei trenta convocati per la spedizione sudafricana. Oltre a loro si sarebbero potuti aggiungere Legrottaglie, che non ha confermato quanto di buono ha fatto vedere nelle scorse stagioni, Amauri, che si è perso nei meandri della burocrazia per ottenere il passaporto italiano (senza adeguati rifornimenti in campo, poi), e Del Piero, che avrebbe avuto necessità di giocare una stagione intera per (almeno) provare a convincere Lippi a chiamarlo. Il numero degli azzurri tinti di bianconero potrebbe rimanere inalterato - in ogni caso - anche a fine mondiale. Anche aumentare: a patto che qualcuno arrivi (o torni) a Torino (Criscito, Palombo, Cassani, Marchetti, Maggio, Pazzini tra i più indiziati), che qualcun altro non se ne vada (Buffon in primis) e considerando pure chi andrà via (Cannavaro, Grosso e Camoranesi). Le nazionali vincenti, storicamente, hanno sempre avuto uno zoccolo duro di giocatori della vecchia Signora. In questa occasione può essere un handicap, se rapportato a cosa è capitato nel campionato appena concluso. A Lippi il compito di rigenerarli; ai tifosi juventini quello di non rodersi il fegato quando li vedranno correre come non hanno fatto, salvo rare eccezioni, da qualche mese a questa parte.

"Sei tifoso della Juventus? Facile: Lei vince sempre". No, non è facile. Perché Farsopoli, con tutte le sue conseguenze, è stato un peso enorme da digerire. E perché ora sembra non essere più in grado di farlo. Ad oggi - di Juventus - sono rimasti soltanto il nome e i colori della maglia. Con la sconfitta di ieri sera nell’ultima giornata di campionato, "l’era Blanc" è davvero finita. Adesso basta piangersi addosso. Ovviamente ci vorrà del tempo, dato che si ripartirà - inevitabilmente - da zero. Fare meglio di questa stagione è sin troppo facile.
Ma l’imperativo è, e rimarrà sempre, quello di tornare a vincere.
Nell’immediato: di riprendere, al più presto, ad essere "la" Juventus.
Sembra poco, ma non lo è per niente.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Per stemperare la tensione che - inevitabilmente - un lettore accumula nel sentire Liguori nel video precedente (...), ne inserisco un altro, trovato in rete. Un gentile omaggio, da parte mia, al tenente colonnello Attilio Auricchio, titolare dell'indagine (per conto dei pm di Napoli Narducci e Beatrice) che ha portato al processo su Farsopoli

venerdì 14 maggio 2010

Un "Black Russian", please...

Nella giornata di domani, in compagnia dell’amico Giovanni, sarò a Torino, al Salone Internazionale del Libro.
Massimiliano Ferraro, in arte (o in internet, fate voi) Massim., ha debuttato ufficialmente come scrittore, proprio in questi giorni, nell’importante manifestazione del capoluogo piemontese.
Il suo libro, “Black Russian” (nella foto in esposizione al Salone), lo potete trovare (anche) qui
Un’occasione per rivedere una persona importante per me, il primo che – quando iniziai a muovermi nel web – mi aiutò non poco a districarmi nelle difficoltà tipiche di ogni “novità”.
Di seguito il suo “book trailer”

Massimiliano, bianconero purosangue, è stato il fondatore di Juventus Blogger's Corner, uno dei primi siti sulla Juventus presenti in rete.
Dalle pagine di questo blog, il sottoscritto, Giovanni, Roberta & Danny67 gli mandano un grandissimo “in bocca al lupo” per il futuro di questa opera. E non solo…

Ps: la foto che segue è stata scattata con il mio cellulare in occasione dell’ultima visita a Torino. "Quei due" siamo noi…

Mister(o)


E’ solo una sensazione. E’ un deja-vu.
E’ come se il tempo non fosse andato avanti.
Come se tutti questi lunghi mesi trascorsi a guardare sconfitte, ingoiare bocconi amari nella speranza che tutto finisse presto, non fossero mai passati.
Come se quel nome tanto evocato “Andrea Agnelli”, foriero di speranze, di sogni, di nuove grandi vittorie, fosse stato solo una abbaglio.
Lo so che dovrei lasciarli lavorare in pace, lo prometto, lo farò.
Anche perché, parliamoci chiaro, lo so che non posso aspettarmi miracoli. Lo so che probabilmente ci vorranno alcuni anni prima di riavere una squadra di alto livello. Ma sono tifosa, e non riesco a fare a meno di guardare i titoli dei giornali per tentare di immaginare la Juve che verrà. E prima di tutto, in una squadra, specie se è totalmente da ricostruire, bisogna scegliere chi dovrà guidarla sul campo.
Ed eccolo quel senso di già visto, di già tristemente vissuto.
Tra l’altro in questi giorni il tempo è grigio, non sembra neanche maggio, sembra di nuovo dicembre. Il dicembre appena passato. Il dicembre in cui, collezionando sconfitte, si pensò al cambio di allenatore.
Ma quelli buoni - come Delio Rossi, Mazzarri o Conte - nonostante avessero passato tutta l’estate in vacanza, avevano già trovato posto su una panchina, e allora si fece un nome veramente ma veramente grande: Hiddink.
Addirittura c’era già chi l’aveva visto a cena in una trattoria di Torino. Mentre lui, invece, era a rilassarsi in un hammam di Istanbul!
E si virò in basso, sempre più in basso, molto più in basso, e arrivò Zaccheroni!
Ma dopo questa disastrosa stagione si chiude la porta in faccia al projectò e si cambia regime.
Totalmente.
Da oggi, solo grandi nomi.
Lippi? No, lui no, e poi ci ha consigliato Grosso e Cannavaro, il suo tempo qui è ormai finito.
Capello? No, lui no, è troppo preso con la nazionale inglese, abbiamo bisogno di qualcuno che inizi a lavorare per noi immediatamente.
Sacchi? Seee, a quello gli piglia un coccolone solo all’idea di sedersi su una panchina.
Wenger? Sarebbe perfetto! Vincente e capace di costruire le squadre con i giovani e farle maturare. Ma lui sta bene dove sta e non ci pensa proprio a muoversi.
Benitez? E’ lui! Uno che ha alle spalle campionati e champions vinti, carismatico, grande conoscitore di calcio e parla benissimo italiano. Certo un po’ dispendioso, ma chi meglio di lui? E allora i giornali che giurano “è fatta!”, le liste della spesa già pronte, gli incontri tra gli avvocati, i soldi già accantonati in banca. E poi i “non so”, “forse rimango qui”, “aspettiamo ancora un pò”, “ma se c’è Marotta, che vengo a fare?”.
Bye bye señor Benitez.
E - come a dicembre - ci si abbassa di quota, si scende al livello inferiore.
Spalletti? Ma non è quello che è arrivato fino a Manchester per prenderne 7? Si ma è quello che diverse volte ha fatto 3 gol all’inter (che importa se ne prendeva 4!). Ormai sta in Russia, è difficile, vedremo.
Prandelli? Si, dai è Juventino. Della Valle non lo lascia. Certo che però non ha mai vinto niente. Tanto va in nazionale. E’ difficile, vedremo.
Allegri? Allenatore pluripremiato. Gioca con il trequartista. Ha fatto già esperienza in serie A. Potrebbe essere il nuovo Lippi? Il nuovo Trap? No no, il giovane l’abbiamo già provato l’anno scorso! Difficile, quasi impossibile.
E il mistero del mister si infittisce.
Ma ecco spuntare un nome che metterebbe tutti d’accordo: Luigi Del Neri!
L’uomo che, alla soglia dei 60 anni, ha alle spalle la bellezza di una promozione in serie A con il Chievo, una tranquilla salvezza con l’Atalanta e la (possibile) conquista di un preliminare di CL. L’uomo che quando ha trovato uno spogliatoio difficile ha avuto tante difficoltà, come a Roma o come al Porto dove è stato mandato via prima ancora di iniziare il campionato.
Ci manca solo che arrivando a Torino dica “Ora inizio a fare l’allenatore” e siamo a posto!
Sempre che lo capiate, perché io non ci riesco mai.
Ok, l’ho promesso, li lascio lavorare in pace.
Hai visto mai che riescano a stupirci senza usare gli effetti speciali!


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

giovedì 13 maggio 2010

Quando il calcio diventa poesia: "Il pallone racconta"


Arrivo a casa di corsa. "Ce la faccio, ce la faccio!!!"
No, non ce la faccio… Tredici minuti prima il corriere era passato per consegnarmi il libro di Stefano Bedeschi, "Il pallone racconta". Era stato lo stesso autore a regalarmene una copia, facendola pervenire direttamente a casa mia. E invece… La fortuna è cieca; la sfiga, dolce compagna di alcuni dei momenti topici della mia vita, tenera e dolce non mi abbandona mai: lei ci vede benissimo.
Tredici minuti, e poi la ricerca del deposito più vicino dove andare a ritirarlo il giorno successivo: a sfidare la sorte, ormai, non ci provo neanche più.
Deposito che - ovviamente - si trova dall’altro capo della città...

Tredici minuti, come quelli intercorsi tra l’inizio di uno Juventus-Milan giocato a Torino, nel campionato 1949-50, e la marcatura di John Hansen, contro i rossoneri del famoso trio "Gre-No-Li" (Gren, Nordahl, Liedholm). Quella fu la partita che terminò con una delle sconfitte più eclatanti della storia dei bianconeri: 1-7!
Come avrebbe detto Oronzo Canà (il personaggio interpretato al cinema da Lino Banfi): "Tutta colpa di quel goal a freddo…".
Sì, ma il primo goal lo segnammo noi…

Una bellissima introduzione della dolce penna di Massimo Zampini accompagna per mano il lettore nel viaggio dentro il libro. Ogni capitolo è un pezzo di storia del calcio raccontata attraverso il "dietro le quinte", quello che - al pari delle notizie di calciomercato - appassiona maggiormente i tifosi. Emozioni, successi, tragedie umane e calcistiche che si incrociano tra di loro, le une attaccate alle altre, a formare il DNA di questo meraviglioso sport.
Perché dietro ad un calciatore c’è un uomo, con le sue forze e le sue debolezze. A monte di una squadra vincente, in molte occasioni, c’è un’alchimia tra molteplici fattori difficile da spiegare. Vicende che uno sportivo già conosce (anche se alcune, al sottoscritto, sono risultate "nuove") ma che vengono raccontate da un’angolatura "diversa" rispetto a quella a cui siamo stati abituati.
Spesso si dice che il calcio ha perso la poesia che è intrinseca a questo sport. In parte è vero, ma ha ragione da vendere chi sostiene che ha perso anche molti "poeti" in grado di raccontarlo nella giusta maniera.

Juventus, tanta. Ma non solo. Da Riva a Rivera, dalla Lazio campione d’Italia del 1974 alla "fatal Verona", dalla clamorosa sconfitta della nazionale italiana contro la Corea del Nord del 1966 (con il goal segnato da Pak Doo Ik) al mondiale vinto in Spagna nel 1982.
L’inizio? Le origini, per poi passare attraverso il "metodo" e il "sistema" sino ad arrivare alle evoluzioni tecnico/tattiche che ne hanno accompagnato la storia sino ai giorni nostri.
Il tutto raccontato (anche) attraverso l’utilizzo delle testimonianze dirette dei protagonisti e di quei giornalisti che - con le loro macchine da scrivere - hanno scolpito nella memoria dei tifosi le imprese di più epoche. Un libro che incuriosisce prima, per appassionare in un secondo momento. Racconti e immagini in bianco e nero, come i colori dell’amata Vecchia Signora.

Dalle pagine (internet) del suo blog Stefano Bedeschi racconta, quotidianamente, all’ora del cappuccino, la vita di un calciatore bianconero: sono pochi i giocatori che non ha "esaminato", studiato e mostrato ai visitatori.
Sono molte le partite per le quali ha trovato "un passato importante" da tirare fuori dal cilindro dei ricordi.
Storia, ma anche attualità. Schede di natura tecnica, ma anche di psicologia umana: "a carte scoperte", ecco quello che in molti avrebbero piacere di conoscere. E di leggere.
Un libro che da tempo avrei voluto avere tra le mani, e che - con un pizzico di invidia - mi sarebbe piaciuto scrivere, se solo ne avessi avuto le capacità.

Noi tutti siamo pazzi per il calcio: anche chi fa fatica ad ammetterlo. A volte, stufi di sentirne parlare sempre in toni polemici, viene da domandarsi "il perché" di tutto questo amore.
Perché col calcio ci siamo cresciuti: dagli zainetti buttati a terra al termine della scuola e usati come porte per partite improvvisate dalla voglia di tirare quattro calci ad un pallone (con le solite discussioni su "un palo" o una "traversa" colpiti o meno, chissà come facevamo a distinguerli senza riferimenti…), alle scarpe nuove sporcate di terra il giorno immediatamente successivo al loro acquisto (come fare a nasconderle alla mamma?); dalla voglia di imitare le gesta dei campioni reali alla speranza, mista a fantasia, di entrare in uno stadio, un giorno, e sentire il proprio nome scandito a voce alta da migliaia di sostenitori.
Dalla scelta di una squadra del cuore da amare dipende "il futuro" di molti tifosi.
Modificando una delle battute più famose di Gianni Agnelli, proprio nei giorni nei quali a uno "di loro" (o "di noi", Andrea) è stata affidata la gestione della Vecchia Signora, il tifoso bianconero può concepire con la fantasia una sua risposta in merito ad una domanda immaginaria sul "perché" di tanto amore: "Avvocato, ama più la Juventus o il calcio?", "Sono fortunato, spesso le due cose coincidono".

Quasi alla fine, in zona Cesarini, un sorriso nel mio volto accompagna la lettura delle ultime pagine del libro.
E chissenefrega di quei tredici minuti…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Ecco come è stata ridotta la Juventus...


Nell'attesa di tornare a scrivere qualcosa di mio, posto volentieri un bellissimo articolo di Salvatore Cozzolino (Ricostruire sulle macerie), a cui vanno i miei più sinceri complimenti.

In questi giorni è interessante notare come i giornali si affannino a pubblicare articoli e notizie con presunti scoop sulla Juventus attuale e futura. Inutile dire che molte delle cose che si leggono sono autentiche bufale, partorite soprattutto in funzione del fatto che i giornali cartacei vanno pur venduti e quindi riempiti con qualcosa che possa ingolosire il tifoso e saziare la naturale tendenza di quest’ultimo a sognare.
Questo tourbillon di voci e titoloni ha l’effetto di sottoesporre anche le notizie vere, dando un quadro d’insieme poco attendibile. Proverò a mettere qualche punto fermo, per capire come possa evolvere la situazione di breve e medio periodo.
Andrea Agnelli ha cominciato in questi giorni ad analizzare da vicino la situazione della Juventus, traendo le prime drammatiche conclusioni, e cioè che il quadro complessivo è molto più grave di quello che appare all'esterno.
Dal punto di vista sportivo, vige l’anarchia più completa. Giocatori che si allenano poco e male, spogliatoio spaccato in vari clan, autoreferenzialità assoluta dei nazionali, che da tempo hanno cominciato a pensare solo ai Mondiali. In questo quadro Zaccheroni e il suo staff navigano a vista, cercando di arrivare in maniera indolore al 30 giugno.
Dal punto di vista societario cominciano a vedersi i primi effetti di lungo periodo della cura Blanc: depauperamento del marchio, mancanza di collaborazione tra i vari comparti della società, dirigenti alle prese con la stesura dei curriculum vitae, prezzo del titolo in Borsa che aggiorna nuovi minimi, riduzione prospettica dei ricavi complessivi attesi, grave ritardo nella programmazione tecnica della prossima stagione, sponsor che giocano al ribasso.
Su questo ultimo punto abbiamo scoperto un ulteriore inquietante particolare spulciando la trimestrale pubblicata subito dopo il Consiglio di Amministrazione del 10 maggio, a cui Andrea Agnelli non ha partecipato, pur essendo Presidente “in pectore”.
Ebbene si è appreso che il contratto di sponsorizzazione con BetClic per le prossime due stagioni (7,5 la prima e 8,5 la seconda) contiene una piccola postilla che riduce a 6,5 milioni l’ammontare del corrispettivo per la prima stagione in caso di mancata qualificazione alla Champions League.
Ecco, dunque, la cura Blanc. La Juventus nel 2006 era la prima società al mondo per sponsor di maglia, 24 mln annui. Nel 2007 dopo Calciopoli la Tamoil aveva ancora dato fiducia per un anno, a circa 13 milioni annui. Successivamente non riesce a trovare lo sponsor e la FIAT risolve il problema tramite New Holland che eroga circa 11 milioni annui. Infine, dopo 4 anni, e dopo aver bruciato un aumento di capitale, l’unica soluzione è BetClic a 7,5 milioni con l'asterisco che li riduce a 6,5. Ecco cosa intendevo per depauperamento del marchio quando, nel corso delle Assemblee degli ultimi quattro anni, avevo messo in guardia gli azionisti, piccoli e grandi, circa il pericoloso andazzo della gestione Blanc.
Andrea Agnelli di questi numeri avrebbe già preso atto e avrebbe deciso di “segare” il tennista francese fin dal prossimo giugno, anche perché, se dovesse arrivare Marotta, il profilo professionale di quest’ultimo è più da Amministratore Delegato che da Direttore Sportivo.
Per quanto riguarda Marotta la trattativa è stata avviata e condotta dalla vecchia gestione e sembrerebbe che il neo-Presidente non sia pienamente convinto della scelta. Probabilmente alla fine si farà lo stesso, e sono convinto che la professionalità di Marotta non sia in discussione. E’ da capire però quale possa essere il suo impatto su una realtà complessa come quella della Juventus, dove pressioni ed aspettative sono infinitamente più alte che a Genova.
Anche per quanto riguarda Benitez ricorderete che, primo fra tutti, Ju29ro.com aveva preannunciato che la pista si stava raffreddando. Non ci eravamo sbagliati. Il primo a nutrire perplessità in merito è stato Bettega, che di sicuro non avrà mancato di esprimere le sue riserve al nuovo Presidente. Andrea Agnelli ha evidentemente ereditato il pragmatismo del papà Umberto e ha capito che alla Juventus attuale non serve un tecnico straniero, alla prima esperienza in Italia, e soprattutto con pretese economiche irreali. L'idea invece è di scegliere un sergente di ferro italiano di gran carisma, che sappia coniugare il lavoro sul campo con le esigenze della società. E i primi nomi sul taccuino sono quelli di Capello e in subordine di Spalletti. Se non si dovesse riuscire a raggiungere uno di questi due la scelta avverrà tra Del Neri, Prandelli o Allegri, in ogni caso tecnici a mio avviso di seconda fascia.
Qualcuno obietta che Capello non accetterebbe mai di allenare una squadra da rifondare. Questo è vero, ma è altrettanto reale il rapporto di stima con il nuovo Presidente, il che potrebbe fargli accettare una sfida nuova, titanica certo, ma sicuramente non priva di stimoli per uno come Don Fabio, che nella sua carriera ha già fatto il pieno sia in termini economici che sportivi.
D’altronde il nuovo tecnico dovrà accettare un programma di medio periodo, ed eventualmente mettere in preventivo una stagione di transizione, proprio perché la programmazione del mercato e della rifondazione è in grave ritardo. Andrea Agnelli si è reso conto che l’unica strada maestra per riportare la Juventus sui binari della sua storia è inculcare nuovamente nei gangli della società quella cultura del lavoro e del sacrificio tipica del DNA bianconero e polverizzata sull’altare dello “smile”.
Personalmente credo quindi che la priorità verra data alla ristrutturazione della società e alla pianificazione strategica del lavoro, senza le quali è assolutamente improbabile che si riesca ad allestire una squadra competitiva. D’altronde una delle cose più stucchevoli che i giornali amano fare è parlare di “tesoretti” di svariati milioni da utilizzare per il mercato. Chi gestisce una squadra di calcio sa bene che questi sono discorsi per i tifosi, mentre le vere risorse sono funzione del cashflow presente e futuro. E allora la “cura” Blanc ci imporrà per il prossimo anno una riduzione dei ricavi di quasi 50 milioni di euro (diritti TV e gare Champions League -25 mln, sponsor maglia -6 mln, diritti collettivi TV -7,5 mln, ricavi straordinari non ricorrenti iscritti nel 2009-2010 -10mln) e quindi, a meno di deliberare un nuovo aumento di capitale, difficilmente si potranno portare a Torino i nomi che la stampa generosamente ipotizza.
La ricostruzione della Juventus quindi dovrà avvenire per forza attraverso la politica dei piccoli passi, dello sfruttamento rigoroso delle risorse, della scelta degli uomini prima che dei tesserati. Crediamo che Andrea Agnelli, pur desideroso di regalare qualche soddisfazione ai tifosi e agli azionisti, non si farà condizionare dall’ansia di voler fare tutto e subito, correndo il grave rischio di bruciare tempo e risorse.
La sua impronta è però ben chiara sul fronte giudiziario. Anche in questo caso avevo ipotizzato, in tempi non sospetti, che l’atteggiamento della Juventus, nei confronti di Calciopoli e di tutto quello che è accaduto dal 2006 in poi, sarebbe radicalmente cambiato. Ed infatti la notizia della presentazione del ricorso verso l’assegnazione dello scudetto “di cartone”, con annessa richiesta di deferimento dell'Inter, è a mio avviso solo il primo passo in tal senso. Ritengo che la prossima mossa possa essere la sostituzione dei legali impegnati nel processo di Napoli, dove la Juventus, non dimentichiamolo, è responsabile civile e quindi potenzialmente esposta a risarcimenti milionari in caso di condanna degli imputati.
Un altro passaggio cruciale che dovrebbe concretizzarsi a breve è l’abbandono della politica strategica che aveva avviato Blanc nel 2006, e cioè quella di concentrare tutte le attività su stadio, gestione sportiva e riduzione del numero degli sponsor. Alla luce di quanto sta accadendo questa strategia sta mostrando tutti i limiti che avevo esposto nelle Assemblee degli Azionisti a partire dal 2006. In questo caso la sterzata potrebbe avvenire attraverso il ritorno a Torino di Romy Gai, che mi risulta essere imminente. Spazio dunque al vecchio progetto di entertainment company globale, soprattutto se, come ha fatto intendere il nuovo Presidente, la Juventus progressivamente sarà sempre meno dipendente da Exor e sempre più interessata allo sfruttamento del marchio anche in iniziative diverse dal calcio.
In definitiva rimango coi piedi per terra. Andrea Agnelli ha un compito difficile da eseguire, ma con i consigli giusti potrà arrivare all’obiettivo. Agli azionisti e ai tifosi tocca avere molta pazienza. Forse i cinque anni di cui si parlava nel 2006 partono oggi. Forse non saranno cinque, potrebbero essere di meno. Quello che si può sperare però è che da questo momento non sarà più tempo sprecato.

mercoledì 12 maggio 2010

lunedì 10 maggio 2010

E ora è terminato anche il progetto di Blanc...


Da Ranieri a Deschamps (campione, in Francia, con l’Olympique Marsiglia): storie di chi - lontano da Torino e dall’attuale dirigenza - ha iniziato (o ripreso) a vincere. Mentre la squadra bianconera, dal terremoto del 2006 in avanti, ha perso lentamente pezzi e credibilità. Dopo l’addio al calcio di Nedved (ora si attende un suo rientro in società), ecco le prossime (probabili) partenze di Trezeguet e Camoranesi. Buffon? Potrebbe andarsene anche lui. In nome dei soldi che porterebbe la sua cessione, con i quali la nuova gestione aumenterebbe il "tesoretto" a disposizione per portare a compimento nuove operazioni in entrata. Ma senza il miglior portiere del mondo, uno dei più grandi (se non "il più") della storia, come si può (iniziare a) costruire una grande squadra? E come può presentarsi il nuovo Presidente ai propri tifosi?

Il Parma ha giocato con onore; i bianconeri, che quest’anno di "Juventus" hanno avuto soltanto il nome e la maglia, ormai hanno perso anche quello. Un gruppo ormai arresosi alle sue stesse debolezze, a cui giova poco tirare in ballo i prossimi mondiali in Sudafrica: Lippi già lo scorso settembre aveva promosso il blocco bianconero (avallando, a suo modo, anche gli acquisti di Cannavaro e Grosso). Il resto, è la triste cronaca di questa annata da incubo. Se anche la recente notizia della prossima nomina di Andrea Agnelli a Presidente (con un nuovo gruppo dirigenziale) non è servita a scuotere i giocatori, allora i "jolly" sono finiti. Assieme agli alibi. Nulla: ormai anche il sesto posto è andato. Il progetto di monsieur Blanc ormai può dirsi concluso. La Francia e il suo confine sono ad un passo. Il salto è breve: oplà. Adieu. Anzi, un’ultima cortesia: chieda ai giocatori di perdere anche a Milano (contro i rossoneri di Leonardo): con 15 sconfitte verrebbe eguagliato il record negativo della stagione 1961-62. Quella che spesso, nel corso di quest’anno, è stata citata come l’esempio negativo da non imitare.

Lanzafame affonda il coltello in una difesa bianconera che è stata una delle piaghe di questo campionato: poco protetta dal centrocampo, colpevole di troppe disattenzioni (anche) quando la responsabilità dei goals subiti poteva essere soltanto sua. A proposito del giovane attaccante parmense: meglio lui o Paolucci?
Si dicevano (e scrivevano) queste cose già lo scorso gennaio, quando anche "un Ekdal", nella rosa bianconera (di Torino), non avrebbe certo sfigurato. E dove Candreva - se non altro - ha dimostrato di starci bene.

Nell’attesa che Marotta inizi a lavorare per la Juventus, la Juventus ha già lavorato per lui: con la sconfitta di ieri ha spianato la strada ai blucerchiati per la passerella finale di domenica prossima al "Luigi Ferraris". L’avversario di turno (il prossimo, l’ultimo) sarà il Napoli, cui i bianconeri hanno già lasciato il sesto posto in mano. A meno di un (improbabile) suicidio sportivo, l’opera del (probabilissimo) nuovo dirigente bianconero sarà compiuta: pochi euro a disposizione, molte idee in cantiere. Efficaci. I preliminari di Champions League ad un passo nel corso di una stagione dove è riuscito nell’impresa di far convivere Cassano e Delneri dopo gli strascichi polemici del loro passato giallorosso, oltre a quelli sorti durante l’attuale annata blucerchiata. Un bel biglietto da visita per la Torino bianconera, un bellissimo addio per una città (Genova) dove lascerà molti ricordi e moltissimi rimpianti.

Dalle bombe (verbali) di Mourinho a quelle (carta) dell’Olimpico di Torino: sempre peggio. Frizioni e tensioni che aumentano di giornata in giornata. Certo, anche alla penultima: un ringraziamento doveroso, poi, anche all’Osservatorio che ha permesso - in un primo momento - ai sostenitori milanisti di recarsi a Genova (dopo aver negato trasferte sicuramente meno pericolose ad altre tifoserie), contribuendo a gettare la città nel panico più totale, memore di una tragedia (l’uccisione del giovane genoano Vincenzo Spagnolo) capitata proprio in occasione di un Genoa-Milan (29 gennaio 1995, prima dell’incontro). Meno male che il prefetto del capoluogo ligure, sollecitato dalla Digos, ci ha "messo una pezza", facendo disputare la partita a porte chiuse. Resta da capire il criterio con cui l’Osservatorio decide: condizioni climatiche (del tempo) o "clima" tra le due tifoserie?
Per certi passi un campionato come il nostro non è ancora pronto. Si è fatto poco, nulla e male in passato: si attenda il passaggio agli stadi di proprietà. La tessera del tifoso rischia di essere l’ennesimo buco dell’acqua, un palliativo che non curerà il male della violenza nel calcio italiano.

L’Inter subisce un goal al 12° minuto (autorete di Thiago Motta) contro il Chievo, e al tredicesimo ha già pareggiato (altra autorete, Mantovani). Il 4-3 finale è una logica conseguenza. Idem per la Roma: sotto di un goal (Lazzari, Cagliari), in mezz’ora ne fa due (doppio Totti). L’ultima giornata ha il suo destino già tracciato. A meno di un miracolo (di Mezzaroma, presidente del Siena). Ma Palazzi è uno che non si commuove: i miracoli, nel calcio, ad oggi sono ancora opera sua. Nel caso, indagherà.

Una spruzzata di Juventus del passato che vince c’è stata anche in Inghilterra: Carlo Ancelotti ha conquistato la Premier League. Nessun nubifragio (stile-Perugia anno 2000) gli ha impedito di ottenere il suo primo titolo inglese. Un diluvio - in un certo senso - c’è stato: di goals (otto) con i quali il Chelsea ha steso il Wigan, nell’ultima giornata del campionato.
Lo stesso allenatore adesso prenderà il volo per Napoli: domani lo attenderà - come testimone scelto dall’accusa - il processo penale, con imputato Luciano Moggi.
Ma questa è un’altra storia…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 8 maggio 2010

Mourinho e il rumore del nemico...



Il rumore del nemico sta a Mourihno come l’adrenalina ad un atleta che deve affrontare una prova delicata.
Quel pericolo che arriva da lontano e che viene immediatamente sentito, metabolizzato e trasformato in stimoli. Vincenti. E’ sempre stato così, per l’allenatore portoghese. Quest’anno, poi, è andata anche peggio dello scorso. Tutto aveva avuto inizio prima ancora della partenza di questa stagione: era bastato un pronostico estivo di Lippi sulla vincitrice del campionato (la Juventus) per scatenare la sua reazione. Lippi chi? Quello che aveva pranzato con Blanc a Recco per programmare la squadra bianconera dell’anno venturo? Quella che poi avrebbe dovuto vincere lo scudetto? Proprio lui che a Torino sarebbe dovuto tornare alla conclusione dei mondiali in Sudafrica? Meglio sollevare un polverone intorno ad una semplice risposta dell’attuale C.T., in merito ad una (altrettanto) banale domanda di fine agosto. Non si sa mai.

Anche la stesura del calendario aveva suscitato polemiche: quel Milan-Juventus all’ultima giornata destava sospetti. Tanti, troppi. E se una delle due fosse finita avanti di poco all’Inter prima della tappa decisiva, cosa sarebbe potuto accadere? Fin troppo facile prevederlo: loro, le due potenze che gestivano il calcio prima del terremoto del 2006, avrebbero potuto allearsi nuovamente per un giorno, quello decisivo, in barba a chi con Farsopoli ha creato le proprie fortune. L’egemonia biancorossonera spezzata, così come auspicava Giacinto Facchetti nel suo memoriale, poteva tutto ad un tratto ripresentarsi nella sua veste peggiore.

Ma quelli erano altri tempi, quando il calcio italiano apparteneva a due sole squadre, mentre Mourinho si esibiva in quello portoghese. Con il Porto degli scandali. Ora la Serie A è diventata il parco divertimenti dell’armata nerazzurra: negli ultimi quattro anni soltanto la Roma, in due occasioni, ha (veramente) provato a contrastare un dominio totale. Quando l’obiettivo sembrava ad un passo, prima gli "aiutini" poi gli "harakiri" hanno dato la spinta finale verso il tricolore. Ai giallorossi, quest’anno, non credeva nessuno: via Spalletti dopo la sconfitta interna contro la Juventus (di un Diego stellare, mai più visto così), con l’arrivo di Ranieri è incominciata la rincorsa. Comunque vada, un bel "chapeau" a chi ha condotto i capitolini per (quasi) tutto il campionato. La caduta interna contro la Sampdoria è figlia della stanchezza per una rimonta (durata sette mesi) da record.

Il rumore del nemico Mourinho lo ha ascoltato anche quando ha dovuto subire le critiche dello Zaccheroni opinionista (prima ancora che traghettatore dell’ennesimo nuovo corso bianconero) in merito ad un atteggiamento troppo remissivo dell’Inter contro il Barcellona nel settembre scorso. La risposta? Nel suo stile: "critica e dimentica il proprio passato. Ricordo che lui ha perso 5-1 in casa con l’Arsenal ed è ricordato nella storia dell’Inter per questa memorabile sconfitta. Questa persona viene a darmi lezioni di calcio e mi dice come devo giocare spacciandosi per fenomeno (stagione 2003/2004, Champions League, ndr)".
Incerottata sino al collo per tutta la stagione (e non è la prima…), senza una parvenza di gioco, con una preparazione estiva talmente lacunosa da presentare sin da subito il conto, indecisa sino a gennaio se giocare ogni partita con il centrocampo a rombo o col trapezio, la Vecchia Signora ha deciso di invertire nuovamente la rotta (a campionato in corso): via Ciro Ferrara, dentro Alberto Zaccheroni. Perché non si poteva puntare su Guus Hiddink: un’operazione troppo onerosa per una società che, di lì a qualche mese, sarebbe dovuta passare in mano ad un Agnelli. Solo allora ci sarebbe stato il (presumibile) ritorno all’antico: via i sorrisi, dentro la voglia di vincere; via l’improvvisazione, dentro la competenza. I risultati? Prima o poi arriveranno. Ad ora, si sta completando il progetto di un francese (Jean Claude Blanc) dal futuro (prossimo, si spera) fatto di un veloce ritorno a casa: ha creato più danni lui in quattro anni che Guido Rossi e i suoi fratelli in una sola estate.

Il Milan? No, quello non fa più rumore. Dalle invenzioni di Ronaldinho alle fantasie di qualche arbitro: i rossoneri hanno provato a stare dietro ai nerazzurri sino a quando il vento è andato nella giusta direzione. Poi, (anche) per sopraggiunti limiti tecnici e atletici, è rimasta la consolazione del terzo posto. Utilissimo per evitare i preliminari di Champions League, un po’ meno per chi si illudeva (e illudeva) che bastasse un giovane rampante in panchina a rivitalizzare un gruppo orfano di Kakà e Maldini. A proposito del brasiliano: inutile che il Milan si giustifichi sempre sui motivi che l’hanno spinto a cederlo al Real Madrid. Piuttosto spieghi ai suoi tifosi perché non ha creduto sino in fondo a Gourcuff, visto che l’avevano in casa e che le avvisaglie della cessione illustre erano presenti da tempo. O forse è proprio parlando spesso di Kakà che si cerca di nascondere l’errore compiuto con il francese?

Il rumore dei nemici Mourinho l’ha sentito forte e chiaro sino a poco tempo fa: sorpasso della Roma in campionato, un Barcellona (stellare) da affrontare in semifinale di Champions League, la Fiorentina da battere in Coppa Italia prima di incontrare (nuovamente) i giallorossi nella finale secca dell’Olimpico. Là dove il primo titolo adesso è arrivato, e la strada è spianata anche per la conquista dei prossimi due. Bayern Monaco (in Europa) e Mezzaroma (in Italia) permettendo.

Superati gli ultimi ostacoli, spariranno anche i rumori dei nemici. Il tecnico portoghese avrà tutto il tempo a disposizione per decidere il suo futuro: (ancora) Inter o Real Madrid. No, questa volta l’ipotesi spagnola non è più una bufala (per farsi aumentare l’ingaggio da Moratti). Nel frattempo potrà per ascoltare in totale serenità le ultime intercettazioni "irrilevanti" uscite in quest’ultimo periodo. Interessanti davvero: da violazione dell’articolo 7 (ex-6), per intenderci….

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

lunedì 3 maggio 2010

Ancora due partite alla fine di un incubo

Era il 20 dicembre 2009. Nella gara di andata giocata all’Olimpico di Torino contro il Catania, due reti firmate da Martinez e Izco consentirono ai siciliani di superare i bianconeri, fermi al momentaneo pareggio di Salihamidzic. Si trattava della quinta sconfitta stagionale per la Juventus.
Fu allora che si iniziò ad abbassare l’asticella delle ambizioni: dallo scudetto ad una posizione utile per accedere alla prossima Champions League. Ancora quattro partite di campionato (al netto delle varie coppe) e Ciro Ferrara avrebbe lasciato la panchina ad Alberto Zaccheroni, "traghettatore" con il compito di correggere la rotta sino al termine dell’annata calcistica.
L’obiettivo minimo? A quel punto, il quarto posto. Con il pareggio di ieri al "Massimino" contro i siciliani, ora anche quello è diventato un risultato impossibile da raggiungere.

Giusto così. Per un campionato "al rallentatore", una squadra bianconera capace di andare ancora più lenta: settimi in classifica,13 sconfitte (5 in più del Napoli) su 36 partite giocate.
Se la Juventus dovesse concludere in questa posizione il campionato, nel corso della prossima estate dovrebbe disputare il primo incontro del terzo turno di qualificazione della prossima Europa League il 29 luglio.
Promemoria: la finale dei prossimi mondiali in Sudafrica è fissata per l’11 luglio; le semifinali, i giorni 6 e 7 di quel mese.
La differenza arrivando sesti? I playoff della competizione europea si giocherebbero dal 19 agosto in poi…

Il sorpasso del Napoli rappresenta l’ulteriore prova di un fallimento sportivo che ha pochi precedenti in casa bianconera, e che resiste solo dinnanzi ai numeri della stagione 1961-62. Allora la Juventus, orfana di Boniperti e con il tricolore sul petto, dopo aver ottenuto un pareggio contro l’Inter al "Meazza" (25 febbraio 1962) accumulò la bellezza di 7 sconfitte. In pratica: le perse tutte sino alla fine del campionato. I numeri parlano di 34 partite giocate (le squadre partecipanti erano 18) e di 15 disfatte. Due in più di quest’anno.
I bianconeri si risollevarono nella stagione successiva, arrivando secondi in classifica dietro i nerazzurri (a 4 punti). Per vincere un altro scudetto si dovette attendere il 1967. Sei anni dopo l’ultimo.

Ma fu solo a partire dal campionato 1971-72 che la Juventus, con Boniperti - nel frattempo - diventato presidente, riuscì a iniziare un nuovo, lunghissimo ciclo di vittorie: solo in Italia, nove scudetti in quindici stagioni. Merito di scelte coraggiose ed oculate, iniziate puntando su giovani di assoluto valore (Bettega e Causio su tutti). Decisioni che avrebbero dato i frutti sperati negli anni successivi.
Ma non fu facile. E ci volle del tempo.

Più sono gli errori da correggere, più diventa difficile il lavoro di ricostruzione. "Rifondazione", il termine più appropriato. Occorre partire "dall’alto", per arrivare - a cascata - sino all’ultimo componente del mondo bianconero.
Ad oggi, si può dire che i lavori sono iniziati con i migliori auspici. Andrea Agnelli sarà il presidente, l’elenco delle persone che dovrebbero entrare a far parte dello staff dirigenziale e tecnico è lungo e ben assortito. Dalla rosa dei candidati usciranno fuori i nuovi rinforzi per il futuro: alcuni sostituiranno i presenti; altri, li affiancheranno sino alla naturale sostituzione; altri ancora colmeranno dei vuoti evidenti nell’organico. Con il budget a disposizione (forse ottanta milioni di euro, sicuramente un po’ troppo "reclamizzati") ed i proventi derivanti dalle cessioni, arriverà il momento del rifacimento della rosa dei calciatori.

Ancora due partite, e poi il calvario di questa disgraziata stagione sarà finito.
Dopo, spazio al calciomercato e ai mondiali di calcio, con gli occhi vigili su quanto accadrà nel processo penale di Napoli, imputato Luciano Moggi. Dall’esposto della Juventus alla Federcalcio con la richiesta della revoca dello scudetto del 2006 e il deferimento per gli altri soggetti che verranno ritenuti colpevoli di comportamento antisportivo (equità di giudizi) alla ricerca di chi avrà il coraggio di comunicare a Moggi la sua radiazione (?); dall’uscita di nuove (ulteriori) intercettazioni al memoriale di Giacinto Facchetti, si ripartirà a seguire le prossime udienze dall’11 maggio. In quella occasione sarà la volta di Carlo Ancelotti e Roberto Mancini ad essere interrogati. Dopo un ulteriore settimana di pausa, il 25 maggio verranno chiamati a deporre i testi di parte civile e delle difese.

Nel frattempo sono uscite le prime indiscrezioni in merito al diario dell’ex-presidente dell’Inter: scriveva di un calcio malato, da rifondare, e di un’egemonia di Juventus e Milan da contrastare. Su quest’ultimo punto, i fatti hanno confermato che il risultato è stato ottenuto. In pieno.

"Non guardo indietro. È una vicenda chiusa. Si è cercato di ricostruire sul nulla una rivisitazione di Calciopoli e tentare di manipolare la verità è scandaloso" (Marco Tronchetti Provera).
"Piaccia o non piaccia", non si chiuderà proprio nulla.
Anzi: senza andare troppo indietro con i tempi, vedremo ora cosa accadrà con i trasferimenti di Milito e Thiago Motta, concordati tra Moratti ed il plurisqualificato (con proposta di radiazione) Enrico Preziosi…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

E ora godiamoci lo show di Giampiero Mughini nel corso dell'ultima puntata di "Controcampo" ed un esilarante Gianni Minà...