sabato 7 giugno 2014

Ettore Puricelli, "testina d'oro"

Gianni Brera lo chiamava 'Ettorazzo', ma gli addetti ai lavori e i tifosi lo ricordano con il soprannome di 'testina d'oro'. Ettore Puricelli era arrivato a soli ventuno anni in Italia, a Bologna, nel 1938. Per i tifosi felsinei, che all'epoca dei fatti avevano il palato fine, quel giocatore lungagnone e sconosciuto rappresentava soltanto un oggetto misterioso. Niente a che vedere con l'idolo incontrastato di casa, Angelo Schiavio, che aveva appena chiuso la carriera. Ma il ragazzino riuscì presto a smentire gli scettici con una serie lunghissima di prestazioni convincenti e la successiva conquista di due scudetti, conditi da altrettanti titoli di capocannoniere. Amava giocare con i calzettoni abbassati, alla “cacaiola”, come amava dire sempre Brera.

Abituato in Uruguay, il suo paese d'origine, a giocare rasoterra, aveva cambiato modo di trattare il pallone grazie alla cura di Arpad Weisz, il tecnico ungherese che lo aiutò a diventare un grande attaccante. Lo schema era apparentemente semplice: i movimenti continui e i cross dalle fasce laterali di Biavati e Reguzzoni servivano per armare di munizioni Puricelli. Così nascevano e finivano le azioni dei bolognesi, che spesso terminavano con una rete messa a segno dal bomber venuto da Montevideo. Di testa, appunto. Bruno Roghi, direttore de 'La Gazzetta dello Sport' in quel periodo, era rimasto talmente impressionato dalla sua bravura da coniargli la definizione di 'testina d' oro'. Naturalizzato italiano, aveva giocato una sola gara con la maglia azzurra, il 12 novembre 1939, contro la Svizzera, mettendo a segno la rete della bandiera nella sconfitta subita per mano degli elvetici (1-3).

Passato al Milan attraverso uno scambio con un altro attaccante fortemente voluto dal presidente Renato Dall'Ara, Gino Cappello, continuò a segnare reti a grappoli. A questo proposito resta memorabile una tripletta realizzata proprio contro la sua ex squadra a Milano, nel corso di una partita vinta dai rossoneri con il risultato di 4-2 (1 giugno 1947). Una volta appese le scarpette al chiodo cominciò una seconda carriera, quella di allenatore, guidando le giovanili del Diavolo. A stagione iniziata era subentrato in prima squadra a Bela Guttman, il tecnico del famoso anatema scagliato contro il Benfica nel lontano 1962, conquistando lo scudetto al primo colpo (1954/55). E' grazie anche al suo intervento che si deve l'arrivo in Italia del grande Juan Alberto Schiaffino.

Dopo l'esperienza milanese aveva poi girato l'Italia in lungo e in largo, continuando ad esercitare con alterne fortune quel lavoro per il quale aveva trovato una curiosa definizione: “Siamo come fagiani in riserva, ci sparano addosso senza pietà”. Riconosceva l'importanza della scuola degli allenatori di Coverciano, senza dimenticare di evidenziare un particolare da lui ritenuto fondamentale: “Serve, eccome. Però occorre il tirocinio, conoscere anche le amarezze. Coverciano è troppo bello. Ne esci con un sacco di illusioni”. La sua ricetta per vincere era basata sulla praticità: “Per fare lo squadrone ci vogliono almeno due fuoriclasse. Se madre natura ti dà i due campionissimi, sei a posto”.

Era bravo ad individuare i giovani di talento. Capitò anche con Giuseppe Savoldi, come aveva ammesso lo stesso attaccante nel corso di un'intervista rilasciata nell'aprile del 2012: “Ho avuto fortuna. Va detto e lo sottolineo. Nella vita ci vuole anche questo, altrimenti non sarei mai diventato Savoldi. Entro all’Atalanta a 16 anni. Calcisticamente sono già vecchio, due anni e poi subito in prima squadra. Mi fa esordire “testina d’oro”, Puricelli. Si rivede in me, mi fa esordire e faccio subito goal, in Coppa Italia, contro il Verona. A diciott’anni solo io e Riva siamo già in A”.
Savoldi e Riva, due grandi campioni. Quelli che di solito fanno grande una squadra.

Articolo pubblicato su Lettera43

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2 commenti:

Danny67 ha detto...

Sempre molto belli questi racconti di calcio Thomas.
Grazie

Thomas ha detto...

Grazie a te, Danny