sabato 29 dicembre 2012

Tre tecnici ma Juve sempre in fuga

 
Imbattuta anche in questo campionato sino a quando Massimo Carrera sedeva sulla sua panchina, la Juventus ha iniziato l'attuale stagione vincendo in casa contro il Parma così come le era capitato di fare l'anno scorso. Il 25 agosto Stephan Lichtsteiner (ancora lui, un segno del destino) ha aperto le danze, mentre il successivo 21 dicembre è stato Mirko Vucinic a chiuderle contro il Cagliari. Lo stesso avversario, casualmente, di quella indimenticabile serata triestina nella quale Madama si era laureata campione d'Italia.
 
Se vincere è difficile sono in molti a sostenere che confermarsi lo sia ancora di più. Ai blocchi di partenza della serie A ciò che era mancato alla Vecchia Signora non erano tanto i favori dei pronostici, quanto la presenza fisica ai bordi del campo di quel tecnico che in pochi mesi era stato in grado di cambiarle il vestito e di riportarla alla vittoria. Esiliato in tribuna o chiuso nei box delle varie televisioni, Antonio Conte ha dovuto assistere a ventidue gare ufficiali di Madama da una posizione distante dalla quella abituale.
 
A Massimo Carrera è spettato il compito di guidare la Juventus in dieci di queste, divise tra sette partite di campionato, due di Champions League e la finale di Supercoppa Italiana vinta a Pechino. In Italia il cammino è stato simile ad una marcia trionfale: sei vittorie ed un solo pareggio, quello maturato a Firenze nel corso dell'unico incontro in cui la Vecchia Signora ha realmente sofferto un'antagonista per l'intera durata della gara. Diciassette reti segnate, e solo quattro subite, più che ad un dominio juventino in serie A hanno fatto pensare ad una vera e propria dittatura. Nonostante tutto questo, però, dal punto di vista della qualità del gioco i bianconeri non erano ancora riusciti a raggiungere gli stessi livelli qualitativi messi in mostra nella stagione precedente. Fatta eccezione, ovviamente, per il netto successo ottenuto contro la Roma di Zeman.
 
La Juventus ha pagato lo scotto del ritorno in Europa nel corso della prima mezz'ora della partita di Londra contro il Chelsea: sotto di due reti è poi riuscita a risollevarsi, tornandosene a Torino con un punto utile sia per la classifica del gironcino che per il morale. L'emblema della sua resurrezione è stato Vidal, capace di trascinare i compagni alla rimonta nonostante le condizioni fisiche menomate. Il pareggio interno conseguito contro lo Shakhtar Donetsk, accolto come una liberazione al fischio finale, ha permesso a Madama di evitare una sconfitta che sarebbe stata meritata per quanto messo in mostra sul campo dagli ucraini. Il timore, in quel periodo, era che il doppio impegno campionato-Champions League potesse pesare sulle gambe e sulle teste dei bianconeri così tanto da doverli costringere a rallentare il passo in una delle due manifestazioni. Senza dimenticare che in Coppa Italia ancora non avevano giocato alcuna gara... Le fatiche accumulate sono apparse evidenti soprattutto a centrocampo, laddove risiede la fortuna dei successi della Juventus. Se si inceppano i moschettieri della linea mediana, infatti, anche gli altri due reparti della squadra girano a vuoto.
 
L'esordio di Angelo Alessio, succeduto a Carrera, è coinciso con la vittoria casalinga sul Napoli (20 ottobre). Il pareggio esterno con i danesi del Nordsjælland, tre giorni dopo, a molti sostenitori bianconeri ha fatto tornare alla memoria il cammino europeo della piccola Juventus di Delneri, estromessa dall'Europa League dopo aver accumulato sei punti in altrettante partite. Tornando in Italia, le sconfitte con Inter e Milan hanno interrotto l'imbattibilità di Madama in campionato e posto qualche dubbio sulla mancanza di un adeguato turnover all'interno della rosa bianconera. Le ultime tre partite disputate in Champions League hanno visto rinascere la Signora d'Europa: otto gol segnati, zero subiti, Chelsea estromesso dalla manifestazione e primo posto nel gironcino. Altro che Shakhtar Donetsk: la regina del gruppo E porta i colori bianconeri. L'avventura di Alessio si è conclusa con un bilancio comunque positivo: al timone della Juventus per dodici incontri, in quelle gare la squadra ha realizzato la bellezza di ventitré reti venendo trafitta in sole sette occasioni. Le vittorie sono state otto, due i pareggi e le sconfitte.
 
Antonio Conte è tornato in panchina subito dopo il successo bianconero nel derby della Mole. Da quel momento in poi per la Vecchia Signora ci sono stati soltanto successi: tre in campionato ed uno in Coppa Italia, dove affronterà il Milan il 9 gennaio per aggiudicarsi il passaggio alle semifinali del torneo. Tre giorni prima ripartirà pure la serie A.
Adesso non le resta che alzare i calici per festeggiare l'arrivo dell'anno nuovo e per salutare un 2012 che ha significato il ritorno alla vittoria. Nonostante i continui cambi sulla panchina bianconera, oltretutto, la Juventus sta correndo più veloce della scorsa stagione. Tre tecnici in poco meno di quattro mesi: neanche Zamparini avrebbe saputo fare meglio.
Chapeau.
 
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mercoledì 26 dicembre 2012

Pierluigi Pizzaballa, il portiere introvabile


Pierluigi Pizzaballa, classe 1939, nell’arco della propria carriera ha difeso la porta dell’Atalanta, della Roma, del Verona e del Milan, prima di concluderla ancora tra i pali dell’Atalanta. Il suo cuore, in realtà, è sempre rimasto a Bergamo. L’amore che provava verso quei colori era talmente grande da spingerlo a compiere i gesti più impensabili. Ecco, ad esempio, cosa accadde il 20 maggio 1973 mentre difendeva i colori gialloblù, raccontato dalla viva voce del protagonista: “Quel giorno ero preoccupato. Il Verona segnava e segnava, il Milan stava perdendo lo scudetto, ma io pensavo all’Atalanta che stava retrocedendo e, quando i miei compagni andavano su in attacco, mi facevo prestare la radiolina da un raccattapalle“.

Nel corso dell’estate successiva a quella famosa gara si era poi trasferito proprio in rossonero. A distanza di anni confessò lo stato d’animo che lo aveva accompagnato in quei momenti: “Al Milan ero arrivato timidamente perché l’anno prima, quando giocavo nel Verona, fui protagonista della sconfitta che ai rossoneri costò lo scudetto della stella. Fatal Verona la chiamarono. La realtà è che pensavano di aver già vinto. E invece vincemmo noi. Nel calcio non si deve mai dare niente per scontato“.

Da ragazzino lavorava come garzone ed il suo primo campo di calcio era stato quello dell’oratorio. Il parroco andava a prenderlo di nascosto in panetteria per portarlo con la sua moto a fare alcuni provini. Era diventato portiere per l’abitudine di giocare in quel ruolo con gli amici del proprio quartiere: dato che era il più piccolo del gruppo veniva sempre costretto a restare tra i pali. Cresciuto alla scuola di Carlo Ceresoli (ex portiere della nazionale di Vittorio Pozzo), una volta partito da Bergamo si era trasferito a Roma: “Una città bellissima, che rivedo con affetto e piacere. Mi dispiace soltanto che i risultati non siano stati all’altezza delle aspettative, speravo di più. Non era una Roma forte a livello societario, c’era un gran viavai di giocatori. Ho lavorato con Herrera che, con il suo ‘taca la bala’, ha anticipato il pressing“.

Conquistò due Coppe Italia, una con l’Atalanta e l’altra con i giallorossi. Ha giocato duecentosettantacinque partite in serie A e preso parte alla spedizione azzurra nel mondiale inglese nel 1966, senza però scendere sul campo. La sua unica presenza in nazionale risale al 18 giugno di quello stesso anno: era un sabato pomeriggio, l’Italia di Edmondo Fabbri vinse contro l’Austria per 1-0 (il goal fu segnato da Burgnich). Pizzaballa aveva sostituito Enrico Albertosi all’inizio della seconda frazione di gioco. Discutendo a ruota libera degli altri colleghi di ruolo, una volta confidò: “Il più grande portiere di tutti i tempi è stato sicuramente Jašin, un fenomeno tra i pali e una velocità incredibile di chiusura a terra anche se era altissimo. Diciamo che fargli gol era quasi impossibile. In Italia invece l’immenso Zoff, anche se quello che ho visto fare in allenamento ad Albertosi ce l’ho ancora negli occhi. Se avesse avuto un’altra testa sarebbe stato il più grande di tutti“.

Pizzaballa figurava tra i possibili acquisti della Juventus se il club torinese non fosse riuscito a far suo lo stesso Zoff, all’epoca estremo difensore del Napoli. Durante la carriera si era reso protagonista di alcuni episodi curiosi, alcuni dei quali rinchiusi nell’arco di pochi minuti. In un derby contro l’Inter, alla seconda gara giocata con la maglia rossonera, subì tre reti in cinque minuti (1-5, 24 marzo ’74). In precedenza – il 2 febbraio 1964 – era stato trafitto cinque volte dallo stesso marcatore, Kurt Hamrin (Atalanta-Fiorentina 1-7): “Da quel giorno ogni volta che mi vedeva mi salutava con la mano ben distesa“.

Nei confronti della Fiorentina, però, era riuscito a prendersi una gustosa rivincita, parando due rigori in due minuti al viola De Sisti (Fiorentina-Milan 3-2, 31 marzo 1974): “Nei secondi che hanno preceduto il primo rigore sentivo il mio sesto senso che mi diceva che avrebbe tirato a destra, e così fu. Poi, quando l’arbitro ha dato il secondo penalty, ero sicuro che De Sisti non avrebbe cambiato angolo, convinto che l’avrei fatto io. Così mi sono tuffato nuovamente sulla destra e ho parato pure quello“. Tra le prodezze compiute in carriera ne ricorda una in particolare: “La più bella in assoluto la feci a Genova su un colpo di testa di Pruzzo. Il suo fu un miracolo di tempismo e precisione, il mio un capolavoro di intuito e agilità”. La delusione più grande, invece, fu quella di non aver potuto partecipare ai giochi Olimpici del 1964.

Il suo nome è indissolubilmente legato a quelle figurine introvabili che lo raffiguravano portiere degli orobici nelle stagioni 1962-63 e 1963-64: “Il fatto è che a quei tempi il fotografo della Panini veniva una volta sola nel ritiro precampionato e io una volta ero infortunato, una volta ero militare, e quindi per un paio di anni saltai il turno. L’Atalanta era anche la prima squadra dell’album, io ero il primo giocatore della squadra, e così prima che riprendesse il giro diventai introvabile. Sotto l’aspetto del costume, mi diverte. Dal punto di vista sportivo, mi dispiace. Credo di aver dato abbastanza in campo da meritare un ricordo più strettamente calcistico”.

Nel maggio del 1978, quando mancavano ancora due campionati dalla pensione calcistica, dichiarò: “Forse a 20 anni ‘soffrivo’ di più la partita, però oggi sento maggiori responsabilità. Bisogna parare ma anche dare tranquillità ai giovani, offrire esempi di comportamento, ringraziare coi fatti pubblico e società: non si finisce mai d’imparare”.
Parole pronunciate da un uomo vero, non da una semplice figurina.

Articolo pubblicato su Lettera43

domenica 23 dicembre 2012

La Juventus e il sapore della vittoria

Adesso che neppure i Maya sono riusciti a fermare la marcia inarrestabile della Juventus, con l'arrivo delle festività natalizie la Vecchia Signora stacca la spina per qualche giorno guardando le avversarie dall'alto degli otto punti di vantaggio maturati sulla seconda in classifica.

In questo momento sembra di assistere a due tornei diversi all'interno di un unico campionato: tralasciando ancora per qualche tempo la scoperta (o la nascita) di un'eventuale anti-Juve, il ritmo imposto dai torinesi è diventato troppo elevato per tutte le altre squadre della serie A.

Per mantenere alta la concentrazione dei suoi uomini Antonio Conte, alla ripresa degli allenamenti, potrebbe raccontare loro cosa era accaduto alla Juventus nella quale lui stesso giocava nel corso della stagione 1999/2000: dopo aver distanziato la Lazio, futura campione d'Italia, di ben nove punti a sole otto giornate dalla conclusione della manifestazione, il 14 maggio 2000 perse uno scudetto che al mondo intero sembrava già conquistato. In quell'occasione il terreno di gioco del “Renato Curi” di Perugia era diventato una sorta di risaia a causa del nubifragio che si era abbattuto sulla città umbra.

L'arbitro della partita era Pierluigi Collina, che aveva diretto pure il derby di Torino vinto dalla Vecchia Signora il precedente 19 marzo quando la squadra di Eriksson, sconfitta di misura a Verona, aveva visto sfuggire i bianconeri dai propri radar. Sulla panchina della Juventus sedeva Carlo Ancelotti, che dalle colonne della “Gazzetta dello Sport” ha espresso la propria opinione sull'attuale corsa al tricolore: “Nel campionato italiano può sempre succedere tutto e il contrario di tutto”. Appunto.
Il successo ottenuto a Parma è il quarto consecutivo collezionato da Madama in serie A dopo la sconfitta rimediata contro il Milan lo scorso 25 novembre. Il fatto che abbia affrontato il Cagliari in Emilia Romagna rientra nella logica di un decadimento del campionato italiano pari alle attuali condizioni di molti suoi stadi: vecchi, fatiscenti, insicuri e privi di pubblico.

Per diverso tempo si è cercato di capire la reale forza della Juventus, immaginando che potesse vincere facilmente in Italia soltanto perché mancano avversarie che riescano a tenerle testa. Superato brillantemente il girone di Champions League (eliminando, oltretutto, i detentori del titolo) anche questa obiezione sollevata dai suoi detrattori è caduta nel vuoto.

I risultati positivi accumulati sino ad oggi le hanno consentito di toccare con mano, scrivere o soltanto sfiorare diversi record, e di stimolare tra gli addetti al mestiere paragoni con squadre fortissime che appartengono al suo stesso passato. A questo proposito Conte, nel tentativo di far restare tutti quanti con i piedi ben piantati per terra, ha tirato fuori dall'album del perfetto vincente delle semplici istruzioni da seguire: “L’importante è che stiano facendo progressi ed inizino ad avere il piacere della vittoria”.
Nella conferenza stampa che aveva preceduto un'altra gara giocata recentemente contro il Cagliari, quella valevole per gli ottavi di finale della Coppa Italia, lo stesso tecnico bianconero aveva posto l'accento sull'obiettivo principale di questa stagione: “Confermarci in Italia. Rivincere lo scudetto, se possibile, ma soprattutto aprire un ciclo che non ci dovrà mai vedere fuori dalla Champions League, anche per questioni economiche”.
Perché è proprio grazie all'aumento degli introiti nelle casse della società che si “potranno prendere, un giorno, i giocatori da 35-40 milioni di euro, quelli che tutti si aspettano”. E sarà in quel momento, sempre secondo l'allenatore bianconero, che “potremmo davvero iniziare a paragonarci a Paris Saint-Germain, Barcellona, Bayern Monaco, Manchester United e Manchester City”.

La strada da compiere è indubbiamente lunga, anche se vista dalla prospettiva offerta dai campi di gioco la sensazione è quella di averne già percorsa molta in un arco di tempo relativamente breve.
Così breve che neanche i Maya avrebbero potuto prevederlo.

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Prima della pausa

Questo articolo è di Danny67. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Un Bianconero a Roma

Eccoci qua, all’inizio della pausa natalizia, che si protrarrà fino al 6 gennaio 2013 almeno per la Juve che, proprio alle 15.00 del pomeriggio dell’Epifania, riprenderà il suo cammino in campionato scendendo in campo allo "Juventus Stadium" contro la Sampdoria. Si tratta di una gara che fin da ora si preannuncia complicata, non tanto per il valore assoluto della squadra ormai allenata da Delio Rossi, sicuramente inferiore alla Vecchia Signora, quanto per la situazione disperata in cui i blucerchiati si trovano e dalla quale cercheranno di uscire in qualsiasi modo, disputando la partita della vita come più o meno tutte le compagini che affrontano i bianconeri. 

Così ha fatto venerdì sera il Cagliari, che, seppur non mettendo affatto sul piano del gioco in difficoltà gli uomini di Conte, come invece ho sentito dire su diverse emittenti televisive, si sono battuti alla morte, concedendo pochissimo alla Juventus, ma soprattutto proponendo un gioco molto aggressivo e, a mio parere, ai limiti, ma forse anche oltre, dell’intimidazione. Tralascio volontariamente ogni commento sulla polemica messa in scena dal Presidente del Cagliari relativamente allo questione stadio Is Arenas ed alla sua agibilità ad intermittenza, alla quale credo abbia risposto nel modo migliore Beppe Marotta, ma voglio sottolineare che se c’è qualcuno che deve lamentarsi per l’arbitraggio “confuso” dell’arbitro Damato, beh, quella è proprio la Juventus. 

Tornando al match del Tardini, di certo i bianconeri nella prima frazione di gioco si sono complicati la vita da soli, con un approccio morbido alla gara e molto poco deciso, il che ha permesso ai rossoblu di Cagliari di impostare la partita nel modo migliore, facilitati nel loro compito, da un rigore molto generoso concesso dall'arbitro di porta Orsato, molto pronto nel segnalare il presunto fallo di Vidal, ma praticamente addormentato in occasione della clamorosa spinta subita da Asamoah nella seconda frazione di gioco. Per tutto il primo tempo perciò gli uomini di Pulga si sono chiusi a riccio senza concedere spazi agli esterni ed agli attaccanti della Juve, peraltro piuttosto lenti e privi di idee. 

Fortunatamente nel secondo tempo si è vista un’altra Juventus, più agguerrita, grintosa e veloce. Probabilmente Antonio Conte, durante l’intervallo, deve aver richiamato all’ordine un po’ tutti, tanto che l’atteggiamento generale dei ragazzi ed il loro approccio al rientro in campo è cambiato totalmente. Infatti l’inerzia della gara era già cambiata ben prima dell’espulsione di Astori, inquadrata dai media come episodio decisivo nella vittoria di Madama, anche se, ovviamente, è stata importante. Inoltre già diversi minuti prima dell’espulsione del centrale rossoblu avrebbe dovuto lasciare il campo Murru, il quale, già ammonito, si è reso protagonista di una trattenuta prolungata su Vidal che il signor Damato non ha visto. 

Più decisivi di ogni espulsione, per la vittoria, a mio modo di vedere, sono stati gli ingressi in campo di Matri, Vucinic e Padoin. Il primo, oltre ad essere autore della doppietta che ha regalato la vittoria alla squadra di Conte, ha avuto un impatto devastante sul match, concedendo la possibilità ai propri compagni di salire ed inserirsi nelle maglie della difesa avversaria, giocando perfettamente spalle alla porta, fornendo assist di pregevole fattura ed approfittando al meglio delle occasioni che gli sono capitate. Finalmente si è sbloccato. Il secondo, seppur non in perfette condizioni fisiche e senza essersi mai allenato durante la settimana, è indubbiamente giocatore di classe superiore e con la sua tecnica è in grado di creare pericoli costanti alle difese ed è proprio da un suo tiro da fuori che è nata la rete del pareggio. 

Infine Padoin, il quale merita veramente un grande applauso perché ha dato velocità e decisione agli attacchi dalle fasce, ha creato scompiglio con le sue iniziative ed è stato bravissimo anche in fase di copertura. Un giocatore utilissimo e forse, spesso, anche sottovalutato. La mezzora finale è stata un autentico assedio che ha prodotto, oltre alle tre reti, un paio di miracoli di Agazzi, due legni ed un rigore sbagliato da Vidal, concesso per un fallo su Giovinco meno netto di quelli su Quagliarella nel primo tempo e su Asamoah nel secondo. A proposito, quello dei rigori è un serio problema che va risolto perché non è possibile sbagliarne la metà di quelli che ci vengono concessi. 

Tirando le somme possiamo dire che questa è una vittoria molto importante, soprattutto per come è maturata. La squadra non ha mai mollato, ed ha cercato fino alla fine la vittoria, andando oltre le difficoltà e gli ostacoli che si è trovata davanti. E’ un bel segnale per tutti. Adesso le vacanze di Natale durante le quali ci auguriamo che i nostri ragazzi possano riposarsi e tornare in campo, dopo la sosta, più carichi che mai.

martedì 18 dicembre 2012

Juventus, metà scudetto è tuo

Sconfiggendo l'Atalanta in casa, e approfittando dei passi falsi di Inter e Napoli, la Juventus si è laureata campione d'inverno con due giornate di anticipo rispetto alla conclusione del girone di andata. Si tratta, ovviamente, di un titolo platonico, il cui valore non va comunque sottovalutato: nelle ultime otto stagioni la squadra che ha tagliato per prima il traguardo al giro di boa ha poi vinto lo scudetto in primavera.

E' la seconda volta consecutiva che accade ai bianconeri: il 21 gennaio 2012, a Bergamo, vincendo 2-0 ancora contro gli orobici la formazione di Conte si era presa metà tricolore. In quell'occasione Madama aveva cominciato l'incontro all'arrembaggio, costringendo l'avversario alle corde per quindici minuti senza però riuscire a segnare alcun gol (il successo era maturato nella ripresa). Nella partita disputata la scorsa domenica allo "Juventus Stadium", invece, dopo un quarto d'ora di gioco aveva già realizzato due reti. Il 3-0 siglato da Marchisio al 27' ha finito col trasformare la gara in una pratica da archiviare, in attesa della successiva trasferta contro il Cagliari prevista per il prossimo venerdì.

L'ultima volta nella quale le due squadre si erano incontrate risale allo scorso 6 maggio: superando i sardi per 2-0 sul campo neutro di Trieste la Juventus aveva matematicamente conquistato il suo ultimo scudetto.
Dall'inizio del campionato ad oggi sono trascorsi poco meno di quattro mesi, nei quali i media hanno provato a scovare l'anti-Juve cercandola tra le avversarie dirette. Al momento attuale, però, quella squadra sembra non esistere. Conoscendo la mentalità del proprio tecnico, poi, anche il pericolo di un rilassamento dei bianconeri sembra scongiurato.

La crescita esponenziale della Juventus a partire dal ritorno di Antonio Conte a Torino fino ad oggi ha dell'incredibile, considerando che dallo scoppio di Calciopoli sino a quel momento in casa bianconera si erano susseguiti ben sei allenatori (Deschamps, Corradini, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni e Del Neri), l'ultimo dei quali era stato il frutto della prima scelta condivisa dall'attuale vertice societario.

Considerando soltanto le gare trascorse sulla panchina, a differenza di quanto accaduto alla Juventus, Conte non ha ancora perso l'imbattibilità, raggiungendo la striscia positiva di quaranta partite che Fulvio Bernardini aveva collezionato nel periodo tra il 1954 e il 1956. In questa speciale classifica davanti a tutti rimane Fabio Capello, tecnico del Milan degli “invincibili” per 57 incontri. Si tratta di numeri impressionanti, destinati ad aumentare se Madama seguirà la via tracciata da Andrea Pirlo: “Dobbiamo mantenere questo ritmo, continuare a giocare e divertirci così”.

Recentemente premiato alla cerimonia della “Hall of fame” del calcio italiano, Giampiero Boniperti qualche giorno prima del match tra i bianconeri e l'Atalanta sembrava aver previsto i risultati dell'ultimo fine settimana: “Juve favorita? Siamo primi e va bene così, anche perché dietro ci sono club importanti: ho visto gare bellissime tra le nostre rivali. Mi auguro che lottino fra loro e lascino in pace la Juve”.

Per lui assistere dal vivo ad un incontro di Madama sino al novantesimo minuto è sempre stato un dramma, al quale si sottraeva abbandonando lo stadio alla fine dei primi tempi. Se fosse stato presente la scorsa domenica allo “Juventus Stadium”, forse, si sarebbe potuto fermare per qualche istante in più del solito.


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lunedì 17 dicembre 2012

Spettacolo!!

Questo articolo è di Danny67. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Un Bianconero a Roma

E’ stato un grandissimo spettacolo quello di ieri allo Juventus Stadium. I bianconeri hanno letteralmente travolto l’Atalanta in una gara che, all’inizio, si prospettava tutt’altro che facile, visto che la compagine bergamasca era stata recentemente rinominata “l’ammazza grandi”, avendo sconfitto in questo campionato il Milan, l’Inter ed il Napoli. Si può tranquillamente affermare che alla fine la partita è stata facile, ma solamente perché la Vecchia Signora l’ha resa tale, scendendo in campo con la ferocia dei giorni migliori, con quella aggressività e quella fame che ormai da un anno e mezzo sono l’autentico marchio di fabbrica impresso nella mente dei calciatori da Antonio Conte e che, in qualche occasione durante la stagione, era sembrata mancare. 

Di sicuro abbiamo assistito ad un primo tempo di valore mondiale in cui la Juventus appariva arrembante, dove la manovra scorreva fluida e ad una velocità spaventosa, in cui gli scambi tra gli attaccanti e gli inserimenti dei centrocampisti avvenivano con rapidità e precisione millimetrica, tali da far sembrare la retroguardia orobica tenera e perforabile come il burro. Appena trovato il vantaggio con il ritorno al gol di Mirko Vucinic, dopo pochi minuti, causa una errore in comproprietà tra Barzagli e Marrone, l’Atalanta rischiava di raggiungere il pari ma fortunatamente la perfetta uscita di Buffon e l’imprecisione di Denis vanificano quello che sarebbe stato l’unico pericolo corso dai bianconeri per tutto il resto del match. 

Ma questa occasione da rete fallita dagli uomini di Colantuno aveva il merito di far mantenere alta la concentrazione agli uomini di Conte che, in poco meno di mezzora chiudevano la pratica domenicale. Nella seconda frazione di gioco si assisteva ad una pressione costante di Madama che, però, complice il fisiologico calo di concentrazione, falliva ripetutamente l’opportunità di rendere ancora più cospicuo il bottino della giornata. 

Direi che in assoluto non è nemmeno il caso di parlare di singoli, anche perché, nell’occasione tutti hanno offerto prestazioni eccellenti, però vorrei, stavolta, sottolineare innanzitutto l’ottima prova di Giovinco, da me spesso criticato, che, pur fallendo diverse occasioni da rete, ha a mio parere giocato alla grande, scambiando di prima con Vucinic, dimostrando che l’intesa con quest’ultimo sta crescendo notevolmente, inventando passaggi e lanci in profondità praticamente perfetti, non intestardendosi troppo con il dribbling e correndo praticamente per novanta minuti senza mai fermarsi e sacrificandosi spesso in fase di copertura. 

Inoltre vorrei dire due parole su Andrea Pirlo, ieri pazzesco in tutti i sensi. Al di là della splendida punizione messa a segno, credo sia stato il migliore in campo in assoluto, fornendo il solito contributo in cabina di regia, ma soprattutto riconquistando numerosi palloni in altrettanti contrasti, mettendo in mostra, oltre ad una condizione atletica invidiabile, grandi capacità di sacrificio e copertura. Un mostro. 

Grazie anche alle sconfitte contemporanee di Inter e Napoli, la nostra Juventus si è laureata Campione d’Inverno con due turni di anticipo, in attesa della sfida, insidiosissima, con il Cagliari che, ad oggi, non si sa nemmeno dove si giocherà con certezza. Ora attendiamo questo match di venerdì, che andrà affrontato con le stesse modalità e lo stesso atteggiamento mentale di quello di ieri pomeriggio se si vuole sfruttare al meglio il vantaggio ottenuto prima della sosta natalizia.

Un ultima considerazione che esula dal calcio giocato ma che verte sul capitolo calcioscommesse del quale non avrei voluto più parlare ma le circostanze, oggi, lo richiedono. Da quando è nell'aria una probabile penalizzazione di due punti per il Napoli ed una  possibile squalifica per Grava e Cannavaro, e cioè da pochissimi giorni, da più parti ho letto grandi critiche alla cosidetta giustizia sportiva e soprattutto non ho potuto fare a meno di notare come da parte di molti giornalisti, opinionisti ed addetti ai lavori, in questo caso, ci sia un atteggiamento molto garantista nei confronti dei partenopei coinvolti nella vicenda. Intendiamoci, io un tale atteggiamento lo condivido assolutamente, però questo deve valere per tutti mentre non mi pare che sia stato tenuto analogo comportamento da parte di tutti nei confronti di Antonio Conte quando al centro di identici accadimenti c'era il nostro allenatore, il quale, nella famosa conferenza stampa disse chiaramente che nessuno avrebbe dovuto ignorare quanto era accaduto a lui perchè la stessa cosa sarebbe potuta succedere a chiunque. E adesso?

giovedì 13 dicembre 2012

Sette mesi fa, un'eternità


Juventus e Atalanta si sono incontrate a Torino il 13 maggio 2012, sette mesi fa, nella gara valevole per l'ultima giornata dello scorso campionato. Non si tratta di una data qualsiasi: in quel giorno, infatti, Alessandro Del Piero aveva disputato l'ultima partita indossando la maglia bianconera di fronte al pubblico di casa. Sfogliando l'album dei ricordi di Madama, a distanza di pochi anni si può trovare un altro pomeriggio così denso di emozioni: quello del 31 maggio del 2009, quando fu Pavel Nedved a salutare i propri tifosi allo stadio "Olimpico". Quell'incontro aveva messo a confronto Juventus e Lazio, vale a dire i due club italiani nei quali ha giocato il ceco.

Tornando alla gara con gli orobici, Del Piero mise a segno la seconda rete nel 3-1 finale, un tocco d'artista in una domenica da incorniciare. Si era trattata dell'ultima occasione nella quale il fuoriclasse bianconero era finito nel tabellino dei marcatori in un match di serie A. Con quella divisa gli era capitato altre centottantasette volte in un periodo lungo diciannove anni, tutti trascorsi sotto la Mole. Come “Pinturicchio” prima, e “Godot” poi, ha conquistato il mondo tanto con la Juventus quanto con la maglia azzurra, per poi seguire Madama nella serie cadetta subito dopo il terremoto provocato dallo scoppio di Calciopoli. Esempio di sportività, in totale ha accumulato soltanto cinquanta ammonizioni, due espulsioni e tre giornate di squalifica. 

Antonio Conte lo aveva richiamato in panchina al dodicesimo minuto della ripresa, facendo entrare al suo posto Pepe. Dodici, lo stesso numero del giorno nel quale aveva esordito con quella maglia: il 12 settembre 1993, a Foggia. I sostenitori presenti sugli spalti continuarono ad incitarlo a più riprese, concedendogli un ultimo caloroso abbraccio. Il loro gesto riuscì a fare breccia nel suo cuore, come confermò lui stesso di fronte ai taccuini dei cronisti: “Per non far vedere le lacrime ho finto di allacciarmi le scarpe. E' stato commovente. Non smetterò mai di ringraziare i tifosi per quello che ho visto nei loro occhi”.

Il saluto a Del Piero era coinciso con la definitiva consacrazione dello splendido lavoro di Conte: terminati anche quei novanta minuti di gioco, la Juventus aveva concluso il campionato in prima posizione ed imbattuta. “Questa squadra è già nella leggenda, c'è poco da fare: al massimo, in futuro, potranno solo eguagliarci”, aveva dichiarato il tecnico. Sino ad allora non era mai accaduto che in una serie A con venti squadre partecipanti qualcuna terminasse la stagione senza sconfitte.

Venti, un numero che compare in altri due record dello scorso campionato: sono le reti subite da Madama (minimo storico in un torneo così allargato) ed il totale dei suoi giocatori andati a segno in tutta la manifestazione. All'appello mancavano Marrone e Barzagli, i realizzatori degli altri gol juventini della giornata. Quello dell'Atalanta, invece, era arrivato grazie ad un'autorete di Lichtsteiner. Lo svizzero era stato il primo bianconero a finire sul tabellino dei marcatori nella gara d'esordio contro il Parma (11 settembre 2011).

In una serie A che stava per chiudere i battenti l'unico argomento di discussione era rimasto il numero dei tricolori vinti dalla Juventus. Giancarlo Abete, in proposito, sembrava non avere dubbi: "E' ovvio che gli scudetti della Juve sono 28, come sancito da un organo della giustizia sportiva e come ha ribadito il presidente della Fifa Sepp Blatter nella lettera di congratulazioni inviata alla società bianconera".

Lontano da Torino, a Milano, il Diavolo intanto salutava Filippo Inzaghi, Gattuso, Zambrotta, Van Bommel e Nesta. Per Seedorf, invece, il momento dell'addio era soltanto rimandato di qualche giorno. Chi non mostrava dubbi in merito alla propria permanenza in rossonero era Zlatan Ibrahimovic: "No, no, no, no, non vado via. Non sarà l'ultima mia gara a San Siro". Lavezzi, suo futuro compagno al Paris Saint-Germain, si congedava dal popolo del "San Paolo" a Napoli nello stesso momento in cui Milito provava a sponsorizzarne l'acquisto all'Inter. 

Francesco Guidolin, a Udine, confessava tutta la sua stanchezza: "Non so se con la mia salute mi potrò permettere un'altra stagione così, se sarò pronto per luglio". Edy Reja si trovava ad un passo dall'abbandonare la Lazio mentre Andrea Della Valle veniva pesantemente contestato dai sostenitori viola e lasciava rabbuiato in volto lo stadio di Firenze: "Ora rifonderemo. Ranieri o Zeman? Ci stiamo pensando". Sabatini, d.s. della Roma, dichiarava apertamente l'interesse dei giallorossi verso Montella, tecnico del Catania. Il quale ricambiava le attenzioni mostrate nei suoi confronti: "Qui sanno che ho un debole, che si chiama Roma".

In Inghilterra, nel frattempo, il Manchester City conquistava la Premier League grazie ad un gol messo a segno da Aguero al 94' della gara contro il Queens Park Rangers. Balotelli e Mancini, immortalati sorridenti uno accanto all'altro, erano il ritratto della felicità "made in Italy". Tutto questo è accaduto soltanto sette mesi fa. Da allora non è passato molto tempo, ma sembra sia trascorsa un'eternità.

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Obiettivo raggiunto

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Con la vittoria sul Cagliari per una rete a zero la Juventus passa direttamente ai quarti di finale della Coppa Italia dove, con ogni probabilità, affronterà il Milan che proprio stasera dovrà superare il non difficilissimo ostacolo della Reggina. Match tutt’altro che spettacolare quello di ieri sera, disputatosi in uno Juventus Stadium annunciato tutto esaurito ma che invece sembrava essere pieno per più o meno la metà dei posti disponibili. La temperatura pare fosse freddissima, quindi assolutamente non ideale per giocare al calcio. 

La formazione era ampiamente rimaneggiata; Mister Conte, ieri per la prima volta dopo la squalifica seduto (ma quando mai…) sulla panchina casalinga, ha approfittato dell’occasione per fare turn over ma la sfortuna ha sconvolto i suoi piani già prima dell’inizio della gara, visto che Giaccherini, vittima di un attacco influenzale, non è potuto nemmeno scendere in campo, ed è stato sostituito negli spogliatoi da Vidal che dopo nemmeno mezzora di gioco doveva uscire a sua volta per un riacutizzarsi dello stesso problema al ginocchio accusato durante la sfida di Palermo di domenica scorsa (c’è da augurarsi che non sia nulla di grave vista l’importanza di questo giocatore). Per concludere la festa anche Bendtner si faceva male nel secondo tempo (per lui probabile stiramento). 

Al di là del fatto che l’undici messo in campo non fosse il migliore possibile, credo che la Juventus, avrebbe dovuto giocare molto meglio di quanto invece non abbia fatto. Probabilmente gli stimoli non erano gli stessi di sempre. Di sicuro la Coppa Italia non regala le stesse emozioni della Champions, però, almeno io, ho visto una squadra un po’ lunga, poco rabbiosa, deconcentrata e senza l’aggressività che le contraddistingue. Anche il possesso palla, di poco superiore al 50% conferma quanto si è visto in campo. Per carità, lungi da me criticare questi ragazzi che, come dice sempre il Mister, stanno facendo cose straordinarie, però forse con un po’ di cattiveria agonistica e determinazione in più si sarebbe potuto vedere un altro gioco. Ma tutto sommato nell'occasione era importante passare il turno e l'obiettivo è stato raggiunto.

Detto ciò, nonostante alla fine la squadra riesca praticamente sempre a metterla dentro e quasi sempre a vincere, il problema del gol e degli attaccanti si fa sempre più serio. Giovinco ha finalmente segnato una rete decisiva e tutto sommato sta andando meglio ultimamente, ma gli errori sotto porta di tutti gli attaccanti sono sempre troppi in ogni partita. Matri è l’ombra di se stesso, Quagliarella è quello che segna di più, ma altalenante nelle prestazioni, Vucinic è la punta più forte tecnicamente tra tutte quelle di cui la Vecchia Signora dispone, ma non segna praticamente mai. Il danesone si muove bene ma non riesce a metterla dentro ed ora si è anche infortunato. Insomma non si vede un attaccante in grado di essere veramente affidabile in termine di numeri e di reti realizzate. 

Qualcosa a gennaio deve arrivare, per me non ci sono dubbi. Se si vuole andare avanti in Champions, ma anche se si vuole soffrire e rischiare meno in campionato è necessario acquistare un bomber di razza. Insisto che sia per gennaio, perché a giugno potrebbe essere tardi, la stagione è lunga ed i traguardi importanti non mancano e la Juve deve competere fino alla fine per ognuno di essi.

martedì 11 dicembre 2012

Juventus, prove di fuga

 
Il ritorno di Antonio Conte sulla panchina della Juventus, terminata la squalifica a suo carico, è stato festeggiato con una vittoria dei bianconeri in trasferta a Palermo. Per assistere all'abbraccio dei sostenitori di Madama al loro tecnico, invece, bisognerà attendere mercoledì sera, quando allo "Juventus Stadium" arriverà il Cagliari per disputare gli ottavi di finale della Coppa Italia. Stephan Lichtsteiner ha nuovamente bagnato con una sua rete l'esordio stagionale di un allenatore della Vecchia Signora: gli era già capitato con lo stesso Conte nello scorso campionato (4-1 contro il Parma) e con Massimo Carrera in questo (2-0, sempre con il Parma).
 
"Sono finite le belle giornate per la squadra", aveva dichiarato Pavel Nedved qualche giorno addietro, accompagnando le proprie parole con il sorriso sulle labbra. Su questo tema, nei momenti successivi la vittoria al "Renzo Barbera" il tecnico juventino sembrava meno propenso a scherzare rispetto all'ex compagno di squadra: "Dobbiamo essere più cinici: se il Palermo nel finale avesse pareggiato saremmo rimasti chiusi nello spogliatoio, anzi saremmo rimasti due giorni in ritiro a Palermo".
 
La Juventus, quindi, è riuscita a mantenere la vetta della classifica raggiungendo quota trentotto punti, migliorando il proprio cammino rispetto ad un anno fa (più quattro) nonostante la fatica provocata da un turnover limitato a causa di alcune defezioni all'interno della rosa bianconera. E' stata brava, inoltre, a non farsi distrarre dalla pioggia di complimenti che le sono piovuti addosso dopo la vittoria di Donetsk, aumentando la distanza che la separa dalle pretendenti al ruolo di sfidante per lo scudetto.
 
A questo proposito va ricordato che nel turno precedente il successo dell'Inter al "Meazza" (proprio sul Palermo) aveva lasciato qualche dubbio sullo stato di forma degli uomini di Stramaccioni, visto e considerato che erano riusciti a sbloccare il risultato soltanto grazie ad un'autorete del rosanero Garcia. Il ruolo di anti-Juve, assegnato in estate alla squadra di Mazzarri, era passato successivamente tra le mani dei milanesi per poi tornare nuovamente ai campani.
 
Questo perché nelle quattro gare successive alla vittoriosa trasferta allo "Juventus Stadium" l'Inter aveva racimolato soltanto quattro punti mentre il Napoli, in netta ripresa, ne aveva conquistati dieci. Mettendo a confronto il numero dei gol realizzati da entrambe le squadre il calo accusato dai nerazzurri appariva ancora più evidente: cinque (di cui due frutto di autogol degli avversari) contro i dodici messi a segno da Cavani e soci. La vittoria ottenuta dalla formazione guidata da Stramaccioni nello scontro diretto della scorsa giornata ha consentito loro di compiere un nuovo sorpasso, inaspettato sino a pochi giorni fa.
 
Le gare previste per il prossimo fine settimana potrebbero provocare ulteriori piccoli movimenti nei piani alti della serie A: se l'Inter non dovesse tornare dalla trasferta contro la Lazio con i tre punti in tasca offrirebbe alla Juventus, che ospiterà l'Atalanta, una ghiotta occasione per allungare ancora sulla seconda in classifica.
Spetterà a Conte, finalmente tornato nel suo habitat naturale a bordo campo, il compito di mantenere alta la concentrazione dei propri uomini.
 
Al momento è obiettivamente difficile pensare che possano verificarsi problemi in questo senso, soprattutto ascoltando le parole che il tecnico ha rivolto ai cronisti presenti domenica nella pancia del "Renzo Barbera": "Quando ti manca il terreno di gioco, il profumo dell’erba, è un dolore. Sono stati quattro mesi di dolore, ma ne esco più forte".
Agli avversari non resta che augurarsi che la stessa cosa non accada anche alla Juventus, ora che finalmente ha potuto riabbracciare il suo allenatore.
 
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lunedì 10 dicembre 2012

Bentornato Mister!!

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Una importantissima vittoria della Juventus sul difficile campo del Palermo caratterizza la domenica del ritorno di Antonio Conte sulla panchina della Juventus dopo i quattro mesi di (ingiusta) condanna che la Commissione Disciplinare gli ha inflitto per le note questioni inerenti il filone cremonese del calcio scommesse. Importantissima vittoria perché ottenuta su di un terreno di gioco reso estremamente pesante da un autentico diluvio abbattutosi sulla città siciliana già dal giorno precedente la gara, contro una compagine in difficoltà per ragioni di classica e pertanto bisognosa di punti e che la domenica precedente era uscita da San Siro con una sconfitta maturata solo ed esclusivamente per una sfortunatissima autorete del difensore García. 

Inoltre la Vecchia Signora veniva dalla sfida di Donetsk che, sebbene la avesse vista uscire vincente e con la qualificazione per gli ottavi in tasca contro la squadra di Lucescu, di sicuro portava con se parecchie tossine nei muscoli dei giocatori bianconeri. Le premesse per un match complicato dunque c’erano tutte. Invece la Juventus ha disputato una grandissima gara, spinta dalle urla di un caricatissimo Antonio Conte, dominandola dall’inizio alla fine, concedendo praticamente nulla all’avversario ma, ahimè, tenendo quest’ultimo in partita solo grazie agli eccessivi errori sotto porta dei suoi attaccanti che, come troppo spesso capita, non riuscivano a chiudere la sfida con largo anticipo sul triplice fischio dell’arbitro, come invece la squadra del mister salentino avrebbe meritato. 

Alessandro Matri, complice forse il suo scarsissimo impiego, sembra la fotocopia sbiadita della punta che ha messo a segno nove reti nel girone di andata dello scorso campionato, ma che soprattutto sbagliava pochissimo, permettendo alla squadra di salire, facendo pressing sui difensori avversari e favorendo gli inserimenti dei centrocampisti. Probabilmente ha perso fiducia in se stesso a tal punto da non riuscire a fare le cose più semplici. Io spero ancora in un suo recupero, anche perché lo ritengo un ottimo attaccante, ma di sicuro, se vuole rimanere a Torino deve riuscire a sfruttare al meglio le poche occasioni che gli vengono concesse. 

Togliendo gli ormai atavici problemi di realizzazione, direi che ieri pomeriggio abbiamo visto una Juve quasi perfetta, con una difesa che ha praticamente imbavagliato ogni velleità di Ilicic e Miccoli, il quale anche questa volta e come tutti gli anni in occasione della sfida contro i bianconeri , prima della partita non si era risparmiato le solite frecciatine antijuve e i consueti proclami (domenica vinciamo 2-1 e segno io) ai quali non ha saputo dar seguito sul terreno di gioco nello stesso modo in cui non aveva saputo mantenere le sue promesse quando ebbe l’occasione di giocare proprio nella Juventus. 

Il centrocampo si è sacrificato fino allo stremo e, nel caso di Vidal, fino all’infortunio (ci auguriamo che non sia nulla di grave), con un Pirlo, oltre che regista, vero combattente in mezzo al fango, un Marchisio in grande spolvero ed anche un ottimo Pogba. Infine un elogio a Lichtsteiner, che sembra ritornato ad una condizione eccellente, visto come correva ieri sulla fascia e che ha il grande merito di aver segnato la rete della vittoria dopo essersi inserito con una tempistica perfetta, ad hoc per sfruttare il colpo di genio di Vucinic, che di tacco lo metteva davanti al portiere rosanero. 

Adesso c’è la Coppa Italia contro il Cagliari e domenica prossima la sfida contro l’Atalanta, squadra che gioca un bel calcio, guidata da un ottimo allenatore e che verrà a Torino per vendere cara la pelle. Si spera di recuperare qualche infortunato, perché soprattutto in difesa, con la squalifica di Bonucci e le assenze di Caceres, Lucio e Marrone, non siamo messi benissimo. Per fortuna è tornato Antonio Conte, il nostro vero Top Player.

venerdì 7 dicembre 2012

La Juve sente profumo di vittorie

L'ultima occasione nella quale la Juventus era giunta sino agli ottavi di finale della Champions League risaliva al 2009: tra febbraio (25) e marzo (10) di quell'anno venne estromessa dalla manifestazione per mano del Chelsea.
Il destino ha voluto che il suo ritorno nel ristretto novero delle sedici migliori squadre d'Europa abbia determinato l'eliminazione dal torneo dei Blues, peraltro detentori della coppa.

Nella fredda Donetsk a Madama sarebbe bastato un pareggio per passare il turno. Un "biscotto", usando lo stesso linguaggio di chi, maliziosamente, aveva immaginato un incontro amichevole tra le due formazioni piuttosto di una battaglia sportiva all'ultimo gol.

Persino Lucescu, tecnico degli ucraini, si era divertito a scherzare sull'argomento: "I biscotti? Dipende da come sono, se dolci o amari". Al termine della contesa, incassata una inaspettata sconfitta e fatti i doverosi complimenti all'avversario, ha finito per perdere l'aplomb mostrato in altre situazioni: "Per me sul gol c'era fuorigioco, ho capito che per arrivare a certi livelli bisogna avere anche una certa forza politica".
Una simile dichiarazione non ha reso onore al tecnico romeno, considerando oltretutto che prima dell'episodio contestato alla Juventus era stato negato un rigore solare per un fallo di mano di Fernandinho. Proprio l'allenatore, che l'aveva definita a più riprese "prevedibile in attacco", è rimasto sorpreso dall'atteggiamento tenuto sul campo dalla Vecchia Signora. Mettendo a confronto le gare giocate tra le due formazioni a Torino e a Donetsk risulta evidente la maturazione raggiunta dagli uomini di Conte in un arco di tempo relativamente breve.

Tra la Juventus dallo spirito garibaldino che abitualmente impone il proprio gioco in Italia e quella che alternava buone prestazioni ad altre opache in Europa la differenza, prima dello scontro decisivo, era ancora marcata. Adesso è diventata sottilissima. La vittoria esterna conseguita in Ucraina è stata costruita a centrocampo, mattone su mattone, pallone su pallone, laddove a Torino avevano spadroneggiato gli avversari.

Nella linea mediana bianconera, inoltre, mancava lo squalificato Marchisio, mattatore con una doppietta personale nell'ultimo derby della Mole (sostituito da Pogba). Ai cronisti presenti sabato scorso nella pancia dello "Juventus Stadium" lo stesso centrocampista aveva confessato: "È un risultato che ci dà una grande spinta, prima di tutto per il campionato, volevamo riscattarci. A Milano abbiamo giocato senza voglia, senza carattere". E senza forze. Perché la domenica precedente, al "Meazza", la Vecchia Signora aveva dato l'impressione di essere una fuoriserie alla quale mancava benzina nel motore.

Analizzando la sconfitta patita contro i rossoneri i critici avevano posto l'accento sulla mancanza di turnover tra i giocatori e di imprevedibilità della squadra, fossilizzata su un 3-5-2 che sembrava non avere più alternative tattiche. Sconfitti i granata dopo aver cambiato modulo in molti attendevano da Conte ulteriori novità in vista della gara decisiva in Champions League.
Il successo di Donetsk, invece, più che alla lavagna è maturato nella testa dei bianconeri, che ora ritroveranno il loro tecnico dopo l'esilio forzato in tribuna. A questo proposito va ricordato come le nubi piene di dubbi che la scorsa estate si addensarono sulla società sono state scacciate dai risultati ottenuti nel frattempo dalla squadra, attualmente in testa alla Serie A con due punti di vantaggio sulla seconda in classifica e qualificata agli ottavi di finale come prima all'interno di un gruppo non certo semplice. 

Andrea Agnelli, che il 6 dicembre ha spento trentasette candeline, per il suo compleanno non avrebbe potuto chiedere un regalo più bello. Sono trascorsi poco più di due anni e mezzo dal momento in cui si è insediato al timone del club. Allora si badava soprattutto a leccare le ferite, tamponare i buchi del bilancio ed arginare le emorragie di sconfitte sul campo. Oggi, invece, si respira un'aria diversa. Che emana profumo di vittorie.

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lunedì 3 dicembre 2012

Il Derby

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Un Derby è sempre un Derby, è una gara che nasconde molte insidie, un match che, seppure, come nel caso specifico, vede affrontarsi due squadre molto distanti tra di loro come valori assoluti ma anche come posizioni di classifica, sarà sempre ricco di situazioni sportivamente rischiose, anche perché le motivazioni di tutti i calciatori che scendono in campo sono altissime, soprattutto quelle della squadra che per ovvi motivi parte senza i favori del pronostico. A conferma di ciò dobbiamo dire che la partita di sabato sera che vedeva di fronte Juventus e Torino per la prima volta nella nuova casa bianconera dello Juventus Stadium, in realtà è stata un po’ più complicata di quanto non dica il risultato finale, offrendo comunque alcuni spunti molto interessanti e dando spazio a diverse riflessioni. 

Innanzitutto, vuoi per necessità (vista l’assenza di Chiellini), vuoi per desiderio di cambiare, abbiamo visto di nuovo il 4-3-3, modulo da me preferito e che secondo la mia modestissima opinione ha dato ottimi risultati, permettendoci si di aggirare al meglio sugli esterni lo schieramento difensivo del Toro, ma soprattutto di correre molti meno rischi in difesa, visto che l’unica occasione dei granata è stata quella di Meggiorini ed è nata, tra l’altro, dall’errore di un singolo. E’ vero che il match ha avuto la sua svolta decisiva quando Glik, autore di un’entrata folle su Giaccherini, si è fatto espellere (a proposito, dire che non era da rosso solo perché ha toccato il pallone mi sembra veramente assurdo) e che la Juventus ha, proprio da quel momento in poi, messo alle corde l’avversario per tutto il resto della gara, ma io, personalmente ho visto la squadra giocare molto meglio con questo sistema di gioco. 

Nonostante la prestazione insufficiente di Giaccherini, ho notato di nuovo delle sovrapposizioni convincenti sugli esterni, con un Lichtsteiner, non più costretto a correre su e giù per tutta la fascia, decisamente più preciso rispetto alle ultime esibizioni. Per non parlare poi di Vucinic che, quando nella seconda frazione di gioco è stato messo nella posizione di esterno sinistro ha messo seriamente in crisi la difesa avversaria, offrendo diversi assist (i due di petto sono veramente un gioiello calcistico) e permettendo ai centrocampisti ed agli altri attaccanti di penetrare in area con molta più facilità. 

E’ innegabile che, vista anche la doppietta messa a segno, il migliore in campo sia stato Marchisio, il quale ha dimostrato ancora una volta di essere un centrocampista di livello internazionale, di avere una tecnica sopraffina, una capacità di penetrazione eccezionale e di saper correre per novanta minuti. L’altro ex primavera bianconero, Giovinco, dopo un primo tempo pieno di errori, ha saputo riprendersi molto bene, offrendo l’assist per la prima rete e segnando finalmente un goal pesante. Sono sincero, a me ancora non convince molto, però non gli si può non riconoscere il grandissimo impegno e stavolta anche qualche ottima giocata. 

Infine qualche parola su Pogba. Il ragazzo è forte, ha personalità, si sta inserendo alla perfezione nei meccanismi di gioco ed ha immense doti atletiche, ma quello che colpisce di più è la sua facilità di tiro e la grande capacità di farsi trovare in zona goal. Queste sono qualità importanti in un giovane che sembra pronto per il grande salto. Credo sia necessario impiegarlo maggiormente. 

Adesso mercoledì ci sarà quella che, al momento, è sicuramente la gara più importante della stagione, della quale al momento, preferisco non parlare, tranne che per porvi una domanda: si tornerà al 3-5-2 oppure sarà confermato il 4-3-3?. E’ ovviamente inutile dire che tutti ci auguriamo che si concluda in un certo modo, in attesa di rivedere domenica prossima sulla panchina dei Campioni d’Italia il nostro condottiero, l’artefice principale del ritorno alla vittoria, colui che ha riportato a Torino la mentalità vincente, ma che soprattutto ha restituito ad un gruppo di ragazzi spauriti e disorientati l’idea di essere una squadra vera ed un gruppo fortissimo, insomma di essere la Juventus.

venerdì 30 novembre 2012

Juve, il derby prima della coppa

 
Quale Juventus accoglierà sabato prossimo il Torino per giocare la prima stracittadina della storia nella sua nuova casa?
Quella scintillante che ha annichilito il Chelsea nell'ultima gara disputata in Champions League oppure la sua versione più scialba, quella che a Milano si è poi limitata a timbrare il cartellino lasciando i tre punti all'ombra del Duomo?
 
I derby sfuggono al gioco dei pronostici. Anzi, spesso si divertono a ribaltarli. Per mantenere la vetta solitaria della classifica la squadra di Conte non potrà permettersi ulteriori passi falsi in serie A, visto che il Napoli si trova a due sole lunghezze da lei e che il prossimo impegno degli uomini di Mazzarri (in casa contro il Pescara, fanalino di coda) non sembra essere certo insormontabile.
 
Il ritmo tenuto da Madama in questa stagione ha costretto le dirette rivali a mantenere un'andatura elevata sin dal suo avvio. Le fatiche di coppa, oltretutto, non le hanno impedito di andare ancora più veloce rispetto ad un anno fa (trentadue punti contro trenta). Proprio in Champions League la Juventus dovrà procurarsi a Donetsk, mercoledì 5 dicembre, il lasciapassare per gli ottavi di finale della manifestazione.
 
Quanto influirà il pensiero di un impegno così delicato e ravvicinato al derby sulle teste dei bianconeri? Questa è una delle domande alle quali Conte dovrà trovare delle risposte prima della partita contro il Torino. Sino al 9 dicembre (in occasione della trasferta di Palermo) l'allenatore continuerà ad osservare i suoi uomini dalle tribune durante i novanta minuti di gioco. Da quella data in poi, invece, potrà riprendere a gestire la propria creatura impartendo gli ordini direttamente dalla panchina.
 
Il caso ha voluto che proprio i due prossimi impegni di Madama siano i più delicati degli ultimi tempi. Anche Giuseppe Marotta, pur concentrato sulla stracittadina, non ha nascosto l'importanza della gara in Ucraina: "Da parte nostra c’è la voglia e la volontà di superare il turno, vediamo lo striscione del traguardo ma ci sono ancora dei metri da percorrere e lo faremo col massimo impegno, pur sapendo che siamo una squadra ben quadrata per arrivare a questo obiettivo".
 
Dopo aver perso l'onore e l'onere di una lunghissima imbattibilità in campionato contro l'Inter (3 novembre), la Juventus ha saputo reagire subito con forza, determinazione e risultati. La sconfitta contro il Milan, influenzata dall'episodio del rigore decisivo fischiato per un fallo di Isla che non c'era, ha messo invece in mostra una formazione bianconera improvvisamente priva di energie (nel fisico) e svuotata di idee (nella testa). L'equilibrio che il doppio binario Italia-Europa richiede a chi vuole essere protagonista in entrambi i fronti non ammette debacle simili in momenti delicati come questi.
 
Buttando l'occhio dall'altra parte della città, mercoledì il Torino di Ventura ha affrontato la gara col Siena di coppa Italia (vittoria dei toscani per 2-0) in formazione largamente rimaneggiata. A causa di un impegno troppo vicino al derby, ovviamente, anche se il tecnico ha assicurato più volte che la Juventus sarebbe stata un pensiero ricorrente soltanto al rientro dalla Toscana.
Fermo restando che quasi tutti i titolari, in realtà, erano rimasti a casa.
 
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mercoledì 28 novembre 2012

Costantino Rozzi e l’Ascoli delle meraviglie


Suonava il violino per passione, si era diplomato geometra e da giovane, per non restare con le mani in mano durante il tempo libero, dava ripetizioni ai propri compagni di scuola. Gratuitamente, perché si trattava di una persona generosa. Costantino Rozzi era nato ad Ascoli Piceno l’11 gennaio 1929. Costruttore edile, proprietario di alberghi e produttore di vini, era diventato noto al grande pubblico nella figura di presidente dell’Ascoli Calcio.

Per raccontare il suo approccio con il mondo del pallone si può citare il famoso proverbio “chi disprezza compra”. Abitava vicino allo stadio della sua città ed era infastidito dall’incredibile aumento del traffico che si verificava in quella zona ogni fine settimana, tanto da domandarsi: “Ma chi sono quei pazzi che trascorrono la domenica pomeriggio dentro uno stadio per vedere la partita?”. Erano quei tifosi ai quali lui stesso avrebbe poi regalato anni di soddisfazioni.

Dopo essersi convinto grazie ad un’opera di persuasione messa in atto da alcuni amici, nel mese di giugno del 1968 aveva acquistato una quota di minoranza del club marchigiano, diventandone presidente trascorso poco tempo. L’intenzione era quella di prendersi un impegno di breve durata. Le prime parole da lui pronunciate dopo l’insediamento non avevano destato un’ottima impressione ai suoi più stretti collaboratori: “… Io so a malapena che in Italia il calcio si divide in tre categorie… Serie C, Serie B e Serie A. Noi adesso siamo in C. Ma chi ci vieta di arrivare sino alla A?… “.

In realtà rappresentavano lo specchio fedele di un uomo estremamente determinato. Da giovane desiderava laurearsi in ingegneria, ma visto che ad Ascoli non c’era quell’università e che avrebbe dovuto sostenere troppi esami integrativi per il proprio futuro scelse un’altra strada. Vinse un concorso al catasto e, dopo essere riuscito ad evitare il trasferimento a Firenze, si era licenziato terminata la prima ora di lavoro. Alla madre Lucia che reclamava delle spiegazioni rispose: “Mamma, per piacere levati dalla testa che io posso stare a scrivere seduto ad un tavolino. Quel lavoro non fa per me“. Aveva iniziato la propria carriera partendo dall’impresa edile ‘Zaccherini’, dove conobbe Franca Rosa, un’impiegata che nel 1957 diventò sua moglie e dalle quale ebbe quattro figli: Fabrizio, Anna Maria, Antonella ed Alessandra.

Alla quarta stagione al timone del club era riuscito finalmente a conquistare la serie B. Nei confronti di chi gli domandava maliziosamente “Adesso che siete in B cosa pensate di fare?”, rispondeva serafico: “Niente, niente, tanto è chiaro che più di un anno in B non facciamo… Cosa avete capito? Facciamo solo un anno in B perché ci attende la Serie A!”. Non si trattava di presunzione, ma di un presagio: il 9 giugno del 1974  il sogno di un’intera città era diventata realtà. Al fischio finale della gara decisiva disputata contro il Parma il campanone della Cattedrale aveva suonato per dieci minuti ininterrotti. Prima di allora era rimasto in silenzio sin dal lontano novembre del 1972, a seguito del terribile terremoto che aveva scosso Ascoli. Sulla panchina sedeva Carlo Mazzone, al quale Rozzi aveva affidato l’incarico con un discorso tanto breve quanto incisivo: “Senti un pò Mazzone… Ogni anno chiamo uno scienziato per cacciarlo a metà stagione. Visto che sei bravo a sostituirli, stavolta il campionato lo cominci direttamente tu, così non ci penso più…”.

Per motivi puramente campanilistici Rozzi si era adoperato per cambiare denominazione alla società: da “Del Duca Ascoli” (il nome del primo presidente mecenate) ad “Ascoli Calcio 1898″. Proprio “Del Duca” era il nome di quello stadio che aveva promesso di costruire in cento giorni, anticipando i soldi di tasca propria. Erano in pochi a credere in quell’impresa, eppure riuscì a mantenere l’impegno anticipando i tempi della consegna. In quell’impianto che poteva contenere sino 40.000 persone (per una città che aveva poco più di 50.000 abitanti) i campioni del mondo di Enzo Bearzot disputarono un’amichevole contro il Portogallo (3 aprile 1985).

Durante i suoi ventisei anni alla guida del club, interrotta soltanto dalla sua morte avvenuta il 18 novembre 1994, Rozzi era riuscito a mantenerlo in serie A per ben quattordici stagioni, alternate da retrocessioni e successivi ritorni nel massimo campionato. Quattordici, come il numero dei tecnici da lui esonerati. Aveva un sogno: “In coppa UEFA voglio arrivarci, prima o poi…”. Nel 1980 ci arrivò vicino per davvero: con la retrocessione del Milan a causa dello scandalo del Totonero, la sconfitta del Torino nella finale di coppa Italia contro la Roma gli aveva precluso la possibilità di realizzarlo. Rimase la soddisfazione per aver conseguito il quarto posto in classifica, alla quale si era aggiunta la conquista della Mitropa Cup nel novembre del 1986.

Stefano Pellei, nel suo libro “Costantino Rozzi – Una panchina nel cielo”, ha raccontato con dovizia di particolari l’amore di un uomo verso quello sport che aveva prima detestato e poi amato. Nel 1989, oltretutto,  era riuscito ad ottenere anche la laurea honoris causa in sociologia dall’Università di Urbino. Aveva battagliato per dare voce ai diritti delle squadre provinciali, quando sedeva in panchina si agitava indossando i calzini rossi per sfidare la sfortuna. Quelli che adesso, forse, conserva ancora. In attesa di sentire suonare nuovamente una campana.

Articolo pubblicato su Lettera43

lunedì 26 novembre 2012

A corrente alternata

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Purtroppo questa volta la risposta tanto attesa da tutti noi tifosi bianconeri non è arrivata. La conferma della Juve vista martedì scorso contro gli inglesi del Chelsea non si è avuta ed anzi, le mie orecchie hanno avvertito sinistri scricchiolii in quell’ingranaggio perfetto che la Vecchia Signora sembrava essere fino a qualche tempo fa. Per la verità non erano mancate altre battute d’arresto o passaggi a vuoto nel recente passato, alcuni dei quali preoccupanti, ma Madama si era sempre ripresa brillantemente. Nell'occasione della sfida di San Siro, invece, si sono notate diverse cose che, al momento, non sembrano funzionare affatto. 

Se torno a rileggere alcuni miei post di questa stagione spesso vi ho espresso dubbi relativamente all’approccio mentale degli uomini di Conte alla gara, approccio che troppo spesso non è stato quello giusto o almeno quello che siamo stati abituati a vedere per tutto l’arco dell’annata passata. Alcune volte la squadra è riuscita a rimediare pur essendo andata in svantaggio (vedi Genova per esempio) ma altre volte, due delle quali in Champions contro lo Shakhtar e contro il Nordsjelland, ma anche contro la Fiorentina, l’Inter, sebbene in quell’occasione si fosse partiti bene, e nel match appena concluso l’impresa di rimediare ad un pessimo inizio conquistando i tre punti non è riuscita. Onore, ad ogni modo, agli avversari che hanno interpretato decisamente meglio il match, con maggior rabbia agonistica e voglia di vincere ed anche con alcune ottime trovate tattiche di Allegri che, invece di pensare esclusivamente a far marcare Pirlo ha bloccato le iniziative della Juventus sulle fasce, lasciando ai bianconeri un'unica possibilità di penetrare nell'area rossonera, per vie centrali, ma allo stesso tempo marcando Vucinic in modo asfissiante e non permettendo a quest'ultimo di far inserire i centrocampisti con le triangolazioni.

Al di là dei meriti degli avversari però, la mia sensazione personale è che i ragazzi non abbiano più quella fame di cui tanto si parla e che ci ha reso imbattibili ed imbattuti per 50 partite o quanto meno che non riescano a metterla in campo per due incontri consecutivi come accaduto nella settimana appena trascorsa. Molta imprecisione nelle chiusure difensive, troppa superficialità nella costruzione del gioco, pochissima cattiveria agonistica nei contrasti, eccessivo pressapochismo nei cross e scarsa creatività dalla trequarti in su rappresentano un pericoloso campanello di allarme. Le motivazioni nello sport sono a volte più importanti di qualsiasi altra qualità e sono l’elemento fondamentale da cui è nato quel furore agonistico che ha permesso ai bianconeri di essere uno schiacciasassi per moltissimo tempo. Ebbene, quelle motivazioni sembrano non esserci più o, quantomeno, esistere solo a corrente alternata. 

L’aspetto psicologico non è l’unico sul quale mi vorrei soffermare. Forse sono semplicemente le circostanze che mi inducono a pensarlo, ma mi sembra che il Mister quest’anno stia sbagliando su diverse cosette. Non che la mia immensa stima per lui possa vacillare per questo, e nemmeno io posso ritenermi un allenatore, ma secondo me sta insistendo troppo su alcuni particolari che poi tanto particolari non sono. Innanzitutto abbiamo una rosa molto vasta, perché non utilizzare di più Marrone, Pogba, Lucio, Giaccherini, Pepe, Bendtner, Matri ecc? A maggior ragione dopo una partita impegnativa come quella di martedì scorso, c’era bisogno di far rifiatare qualcuno, ad esempio Vidal o Pirlo, entrambi poco lucidi ieri sera. Bisogna dare più fiducia alle seconde linee che poi tanto seconde non sono. Ruotare gli uomini nel modo giusto potrebbe rivelarsi decisivo ai fini della vittoria finale. 

Poi continuo a non capire il voler riproporre costantemente il 3-5-2. Nell’intervista via web concessa ai tifosi qualche giorno fa Antonio Conte ha confermato la volontà di continuare a giocare con questo modulo ritenendolo molto offensivo e quindi più adatto per mettere in pratica una filosofia di gioco votata all’attacco. E proprio questo, a mio modo di vedere, è il problema. E’ vero che la Juve ha sempre avuto la caratteristica di spingere in avanti e di schiacciare l’avversario costringendolo alle corde, sulla difensiva, ma se andiamo a vedere la vera forza di questa squadra era nel non subire praticamente mai goal. Il 4-3-3 forse, ma è da dimostrare, ci penalizzava leggermente in fase realizzativa, ma consentiva una copertura degli spazi nettamente superiore rendendo praticamente nulle le ripartenze degli avversari. Inoltre gli esterni erano sottoposti ad uno sforzo decisamente minore, prova ne è il differente rendimento di Lichsteiner di quest’anno rispetto alla stagione passata. 

Altro problema, al momento, sembrano essere alcuni singoli. Isla, il cui rendimento sembrava stesse tornando ai suoi standard abituali, sembra decisamente involuto dando l’impressione di non assomigliare nemmeno lontanamente allo splendido giocatore ammirato ad Udine. Ieri sera non ha mai, e sottolineo, mai superato l’avversario ed azzeccato un cross. Asamoah è fortissimo, ma è un interno di centrocampo, e se è vero che si è adattato benissimo in un ruolo non suo, non ha alcune caratteristiche che sarebbero necessarie per vincere nell’uno contro uno. Sinceramente non capisco, nel caso specifico, il mancato utilizzo di Pepe e Giaccherini, soprattutto quando vedo entrare in campo, al posto di Isla, Padoin, il quale certamente rispetto al compagno di squadra cileno non ha demeritato, ma non può essere l’uomo di fascia che cambia l’inerzia della gara. Vucinic sono ormai troppe le occasioni in cui si presenta svogliato, senza energie, piazzato spalle alla porta, alla ricerca costantemente della giocata ad effetto come il suo compagno di reparto Giovinco. A conferma di ciò abbiamo le cifre. Due sole reti fino ad ora in campionato, una delle quali su rigore. 

Insomma, era certo, e questo già lo sapevamo, che la Champions avrebbe risucchiato energie vitali preziose a questa squadra, così come sapevamo che non avere più la possibilità di preparare una sola partita a settimana avrebbe complicato decisamente la situazione, ma forse occorrerebbe una gestione diversa del materiale di cui si dispone. Mi chiedo e vi chiedo se questi alti e bassi, questa mancanza di continuità, almeno nell’atteggiamento mentale, possano essere dovuti solo ed esclusivamente al doppio impegno campionato-coppa o se invece c’è dell’altro. 

Due ultime considerazioni, una riferita a Quagliarella, del quale non ho approvato assolutamente la reazione al momento della sostituzione. Mi auguro che qualcuno gli faccia notare che alla Juve queste cose non si fanno. L’altra considerazione è riferita al calcio di rigore “regalato” al Milan. Come vedete ne parlo solo alla fine del mio post, perché da juventino, so riconoscere, come hanno già fatto Buffon e Marotta del resto, quando la Juve non vince per demeriti propri, ma è da ieri che io, come tutti quanti noi credo, mi sto ponendo questa domanda: se lo avessero concesso alla Juve quel rigore, che titoli leggeremmo oggi sui quotidiani e su tutti i principali si internet del paese?