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martedì 11 dicembre 2012

Juventus, prove di fuga

 
Il ritorno di Antonio Conte sulla panchina della Juventus, terminata la squalifica a suo carico, è stato festeggiato con una vittoria dei bianconeri in trasferta a Palermo. Per assistere all'abbraccio dei sostenitori di Madama al loro tecnico, invece, bisognerà attendere mercoledì sera, quando allo "Juventus Stadium" arriverà il Cagliari per disputare gli ottavi di finale della Coppa Italia. Stephan Lichtsteiner ha nuovamente bagnato con una sua rete l'esordio stagionale di un allenatore della Vecchia Signora: gli era già capitato con lo stesso Conte nello scorso campionato (4-1 contro il Parma) e con Massimo Carrera in questo (2-0, sempre con il Parma).
 
"Sono finite le belle giornate per la squadra", aveva dichiarato Pavel Nedved qualche giorno addietro, accompagnando le proprie parole con il sorriso sulle labbra. Su questo tema, nei momenti successivi la vittoria al "Renzo Barbera" il tecnico juventino sembrava meno propenso a scherzare rispetto all'ex compagno di squadra: "Dobbiamo essere più cinici: se il Palermo nel finale avesse pareggiato saremmo rimasti chiusi nello spogliatoio, anzi saremmo rimasti due giorni in ritiro a Palermo".
 
La Juventus, quindi, è riuscita a mantenere la vetta della classifica raggiungendo quota trentotto punti, migliorando il proprio cammino rispetto ad un anno fa (più quattro) nonostante la fatica provocata da un turnover limitato a causa di alcune defezioni all'interno della rosa bianconera. E' stata brava, inoltre, a non farsi distrarre dalla pioggia di complimenti che le sono piovuti addosso dopo la vittoria di Donetsk, aumentando la distanza che la separa dalle pretendenti al ruolo di sfidante per lo scudetto.
 
A questo proposito va ricordato che nel turno precedente il successo dell'Inter al "Meazza" (proprio sul Palermo) aveva lasciato qualche dubbio sullo stato di forma degli uomini di Stramaccioni, visto e considerato che erano riusciti a sbloccare il risultato soltanto grazie ad un'autorete del rosanero Garcia. Il ruolo di anti-Juve, assegnato in estate alla squadra di Mazzarri, era passato successivamente tra le mani dei milanesi per poi tornare nuovamente ai campani.
 
Questo perché nelle quattro gare successive alla vittoriosa trasferta allo "Juventus Stadium" l'Inter aveva racimolato soltanto quattro punti mentre il Napoli, in netta ripresa, ne aveva conquistati dieci. Mettendo a confronto il numero dei gol realizzati da entrambe le squadre il calo accusato dai nerazzurri appariva ancora più evidente: cinque (di cui due frutto di autogol degli avversari) contro i dodici messi a segno da Cavani e soci. La vittoria ottenuta dalla formazione guidata da Stramaccioni nello scontro diretto della scorsa giornata ha consentito loro di compiere un nuovo sorpasso, inaspettato sino a pochi giorni fa.
 
Le gare previste per il prossimo fine settimana potrebbero provocare ulteriori piccoli movimenti nei piani alti della serie A: se l'Inter non dovesse tornare dalla trasferta contro la Lazio con i tre punti in tasca offrirebbe alla Juventus, che ospiterà l'Atalanta, una ghiotta occasione per allungare ancora sulla seconda in classifica.
Spetterà a Conte, finalmente tornato nel suo habitat naturale a bordo campo, il compito di mantenere alta la concentrazione dei propri uomini.
 
Al momento è obiettivamente difficile pensare che possano verificarsi problemi in questo senso, soprattutto ascoltando le parole che il tecnico ha rivolto ai cronisti presenti domenica nella pancia del "Renzo Barbera": "Quando ti manca il terreno di gioco, il profumo dell’erba, è un dolore. Sono stati quattro mesi di dolore, ma ne esco più forte".
Agli avversari non resta che augurarsi che la stessa cosa non accada anche alla Juventus, ora che finalmente ha potuto riabbracciare il suo allenatore.
 
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martedì 1 febbraio 2011

Mutu e la doppietta con cui stese il Palermo

"Le milanesi giocano in smoking, quelli della Juve sono operai: la differenza è tutta qui". Maurizio Zamparini, dopo aver visto perdere il suo Palermo contro la formazione allenata da Fabio Capello allo stadio “Renzo Barbera” l’8 gennaio 2006, cercò di spiegare con queste poche parole il predominio esercitato da Madama in quel campionato che l’avrebbe portata alla conquista dello scudetto numero 29.
Ed erano proprio i numeri della stagione disputata sino a quel momento dalla Vecchia Signora a destare stupore: 16 vittorie su 18 gare disputate; con il successo casalingo nell’incontro con la Reggina della domenica successiva la compagine bianconera avrebbe finito per chiudere il girone d’andata totalizzando 52 punti. Persino Luigi Simoni, l’ex tecnico dell’Inter protagonista di un testa a testa con la Juventus otto anni prima quando era alla guida dei nerazzurri, rimase di stucco: “Non ho mai visto una cosa del genere”.
All’allenatore bianconero la definizione di squadra operaia non piaceva un granché: “Ormai su di noi, su di me, ne ho sentite di tutti i colori. Persino che siamo difensivisti. Mah. In ogni caso, se questi fenomeni che ho in squadra continuano ad avere una mentalità operaia, andremo molto lontano”.

Nel giorno del suo ventisettesimo compleanno Adrian Mutu venne schierato da Fabio Capello sulla fascia sinistra della linea mediana juventina, nel classico 4-4-2 dove - assente per l’occasione Nedved - il rumeno completava un reparto composto da Camoranesi, Emerson e Vieira. Abbandonato da Roman Abramovich e Mourinho (proprietario e allenatore del Chelsea) dopo essere risultato positivo alla cocaina ed essere stato squalificato per sette mesi ai tempi della sua permanenza in Inghilterra, era stato riportato in Italia da Luciano Moggi. “Il merito della rinascita è in parte mia e in parte della Juventus”, sostenne alla fine di quella gara. Per dimostrare la sua riconoscenza aveva ricominciato a correre sul campo accettando di ricoprire un ruolo più defilato rispetto a quello per lui abituale di attaccante, un ruolo in cui il pallone bisogna andarlo a recuperare dai piedi degli avversari e non soltanto aspettarlo da quelli dei propri compagni di squadra.

Sotto di un goal dopo soli 12 minuti per merito di un potente rasoterra del difensore dei rosanero Terlizzi, la Vecchia Signora reagì con decisione realizzando due reti proprio con Mutu.
Al 15’ il rumeno, all’interno dell’area di rigore palermitana, entrò in possesso di un pallone da lui stesso indirizzato di testa sulla traversa nel tentativo di finalizzare un’azione originata da un cross di Camoranesi e proseguita con un assist di Ibrahimovic, dribblò un avversario e batté Lupatelli; al 34’ fu ancora lo svedese a regalargli un pallone che lui, inseritosi prepotentemente nelle retrovie dei padroni di casa, fu bravo a depositare a rete per il 2-1 definitivo .
Luigi Del Neri, allenatore del Palermo, provò allora ad alzare il ritmo del gioco dei suoi uomini, chiedendo ai laterali di centrocampo Gonzalez (a destra) e Santana (poi sostituito da Brienza, a sinistra) di aumentare la pressione sulla retroguardia bianconera e di rifornire l’attacco, composto dal duo Caracciolo e Makinwa. Di fronte a loro c’era Christian Abbiati, estremo difensore della porta juventina ancora per poche gare, visto l’ormai imminente ritorno tra i pali di Gianluigi Buffon dopo l’infortunio patito nel trofeo “Luigi Berlusconi” dell’agosto precedente in un contrasto con il rossonero Kakà (sul dualismo tra i due portieri, dirà Capello: “Chi è titolare? Sapete come la penso: Gigi può contare su una sorta di priorità, però di solito io guardo e poi decido”).
Messa sotto assedio dall’avversario, la Juventus riuscì a tenere duro e a non crollare. L’incontrò si vivacizzò col trascorrere dei minuti: l’arbitro Bertini giudicò involontario un tocco di mano di Terlizzi durante un suo contrasto con Trezeguet; lo stesso francese lambì un palo esterno, Vieira scheggiò la traversa con un colpo di testa e Ibrahimovic impensierì seriamente Lupatelli, mentre dal lato opposto Barone, Bonanni (subentrato a gara in corso a Makinwa) e Caracciolo provarono inutilmente a pareggiare le sorti dell’incontro. Del Piero, inserito da Capello al posto dello svedese quando la gara volgeva al termine, gestì male un contropiede, beccandosi una tirata d’orecchie del suo allenatore (“Forse pensava al record di Boniperti, ma invece dove passare la palla al centro”)
Il risultato non cambiò, e Mutu diventò il protagonista assoluto di una serata per lui indimenticabile: “È stata una sensazione indescrivibile, il compleanno più bello della mia vita, anche perché a maggio nascerà il mio secondo figlio. Mi sento un uomo nuovo e un po' me ne compiaccio: ho sbagliato, sono caduto e mi sono rialzato. Ho capito di avere svoltato l' ultimo giorno del 2005: mi sono guardato allo specchio la mattina, ho pensato allo scudetto e ai quattro riconoscimenti assegnatomi nel mio Paese e mi sono detto: Adrian, sì, stavolta ce l'hai fatta”

La partita del “Renzo Barbera” confermò quanto già visto sino a quel momento: il campionato aveva trovato da tempo la sua padrona incontrastata, agli avversari restavano soltanto le briciole. E le parole. Proprio prima dell’incontro di Palermo Roberto Mancini, tecnico dell’Inter, si era lasciato andare ad una profezia: “Bastano due pareggi e per loro è finita. Se rimontiamo due o tre punti, li riprendiamo”. Gli rispose a tono Luciano Moggi: “Paura noi? Sì, davvero, stiamo tremando... Ma io capisco che chi sta dietro si diverta con le tabelle, mentre chi è davanti continua a correre. Quelle tabelle, a Mancini le lascio volentieri. E ribadisco che lui potrà essere soddisfatto di arrivare secondo, non è mica un brutto risultato”.
Per tutti, ma non per la Juventus: nella Torino bianconera, prima del 2006, veniva considerato alla stregua di una sconfitta.


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