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sabato 3 settembre 2011

Boniperti, Moggi, Nedved e la Juventus


Accadde lo scorso 5 marzo 2011, allo stadio "Olimpico" di Torino. Mentre la Vecchia Signora e il Milan si trovavano ancora sullo 0-0, nel corso dell’anticipo serale valevole per la ventottesima giornata del campionato di serie A, nel cuore della curva Nord comparve un lenzuolo enorme. Sullo stesso, a caratteri cubitali c’era scritta questa frase: "Alla Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta. Giampiero Boniperti".

Quanto capitò negli attimi immediatamente successivi fu emozionante: dagli spalti partì un unico, scrosciante, commovente applauso, una delle poche perle da ricordare della scorsa disastrosa stagione in casa bianconera.

Perché nacque l’idea di un atto simile? Il tifoso juventino prova una sensazione simile a quella di chi si trova chiuso in una stanza, al buio più totale, da anni, isolato dal calcio che conta e speranzoso che qualcuno arrivi ad aprire una porta per uscire da un maledetto incubo. Quella frase, in quel particolare momento, altro non fu se non un gesto di disperazione misto a rabbia di chi non ne può più di vivere nell’anonimato del pallone.

Nel corso di un’intervista esclusiva rilasciata a Mario Gherarducci (per il "Corriere della Sera") risalente ad una decina d’anni fa, Giampiero Boniperti raccontò brevemente la sua vita in bianconero. Iniziò dal fatidico momento dell’abbandono dai campi di gioco, avvenuto a Torino il 10 giugno 1961, quando - dopo aver sconfitto l’Inter nell’ormai memorabile 9-1 - si rivolse al magazziniere della Juventus dicendogli: "Crova, ecco le mie scarpette. Tienile tu, a me non servono più. Oggi con il calcio ho chiuso".

Quelle scarpette, poi, se le fece riconsegnare, per lucidarle e metterle in una vetrina del suo ufficio. Passato dal prato verde alla scrivania continuò a scrivere pagine vincenti della storia di Madama.
Ammise con rammarico di non essere riuscito a portare sotto la Mole Pelé e Maradona e scelse le Juventus più forti tra quelle che costruì dalla cabina di comando: "Ogni squadra è come un figlio, attribuire preferenze è difficile. Tra tutte, ne scelgo comunque un paio. Quella di Boninsegna e Benetti, due guerrieri che ero riuscito a strappare alla concorrenza e quella di Michel Platini, capace di confezionare spettacolo e risultati".

Chiuse con un cenno alla sua proverbiale ritrosia a parlare di se stesso: "Io ho sempre cercato di schivare le interviste poiché sono del parere che chi parla poco è esperto e chi non parla mai è espertissimo".

In quel Juventus-Milan dello scorso 5 marzo, deciso da una "ciofeca" di Gattuso al 23' della ripresa, era grande l’attesa dei tifosi di casa per il possibile ritorno allo stadio di Luciano Moggi, in veste - ovviamente - di spettatore.
Alla fine non si presentò, lasciando le luci della ribalta all’attuale dirigenza. Che, a fine gara, tramite Giuseppe Marotta cercò di calmare le acque agitate di una contestazione ormai irrefrenabile: "Il Milan è superiore, ma in campo non si è vista una gran differenza". Non la pensarono così quei giornalisti che il giorno successivo attribuirono un "senza voto" in pagella ad Abbiati, il portiere dei rossoneri.

Moggi, cresciuto come responsabile del settore giovanile della Juventus alla scuola di Italo Allodi e dello stesso Boniperti, fa parte della storia recente della Vecchia Signora. Nel numero del mese di settembre 2011 di "GS", evoluzione dello storico settimanale "Guerin Sportivo", l’ex direttore generale di Madama ha raccontato al taccuino di Nicola Calzaretta alcuni aneddoti dei suoi trascorsi da indiscusso re del calciomercato, anche quelli vissuti lontani da Torino.

Uno dei più curiosi riguarda l’acquisto di Pavel Nedved avvenuto nel corso dell’estate del 2001, quando il giocatore ceco era in forza alla Lazio ed era solito trasformarsi in infallibile cecchino ogni qualvolta l’avversario di turno si chiamava Juventus. Trovato l’accordo col Real Madrid per la cessione di Zinedine Zidane, a fari spenti ("se la Lazio avesse saputo…mi avrebbe triplicato il prezzo") riuscì ad ottenere anche quello con Cragnotti, l’ex patron dei biancocelesti.

A quel punto per chiudere il cerchio mancava la volontà del calciatore, che non aveva intenzione di lasciare il club capitolino, i suoi tifosi e la sua casa all’Olgiata. Dopo un serrato corteggiamento riuscì a convincerlo a salire su un aereo privato che lo avrebbe portato a Torino, dove sarebbe rimasto il tempo necessario per visionare l’abitazione che la società bianconera gli avrebbe messo a disposizione, farsi un’idea dell’offerta (in generale) per poi prendere una decisione definitiva.

Le parole magiche che fecero breccia tra i suoi dubbi furono due: "in segreto". Aiutato dal prezioso lavoro di Mino Raiola, il procuratore del centrocampista, spettò allo stesso Moggi tirare fuori un colpo da maestro: "Chiamai stampa e tv e comunicai a tutti l’ora e dove sarebbe atterrato l’aereo che portava Nedved a Torino. Non appena scese dalla scaletta, Pavel fu circondato dai giornalisti. Successe un casino, ma ormai non poteva più tornare indietro".

Boniperti, Moggi e Nedved hanno in comune un trascorso pluriennale sotto la stessa bandiera, con l’unico obiettivo dichiarato quando ti chiami Juventus: vincere. In più, li unisce un altro aspetto: erano dei fuoriclasse, dentro e/o fuori dal campo di gioco. E’ a persone di questa caratura che spetta l’onore di scrivere pagine memorabili della storia di un club così importante.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


venerdì 12 agosto 2011

La Juventus degli Agnelli riparte da Villar Perosa


"Ha visto la nuova Juventus per la prima volta. Che giudizio può darne? E Del Piero? Può essere l’erede di Baggio, che lei paragonò a Raffaello?". Sino a questo punto, nulla di particolare: la domanda che l’intervistatore pose all’Avvocato Agnelli nel lontano 10 agosto 1995 era del tutto simile ad altre migliaia alle quali aveva già risposto in precedenza. Fu la sua replica a passare alla storia del calcio: "Eh, Del Piero: è come il Pinturicchio".
La tradizionale amichevole in famiglia disputata dalla Juventus a Villar Perosa continuò a far parte della storia bianconera proprio per volontà dello stesso Avvocato, nonostante la Triade (così venne denominata la dirigenza scelta dal fratello Umberto per guidare la Vecchia Signora) avesse mostrato l’intenzione di cancellarla dall’elenco delle gare da programmare per l’estate.
Quello fu il giorno nel quale l’Avvocato ammise candidamente ai cronisti il passaggio di Michael Schumacher alla Ferrari ("Penso sia già preso"), per poi divertirsi a scherzare in pubblico con Marcello Lippi, l’allenatore che era riuscito nell’intento di guidare Madama al successo in campionato (al suo primo tentativo) dopo molte stagioni di digiuno. Indicando il petto, gli disse: "Mi ha fatto molto piacere rivedere lo scudetto, grazie". Proseguì, usando un tono volutamente ironico, svelandogli un dubbio che lo aveva assalito: "Senta, Lippi: quando era arrivato alla Juventus, Vialli era grasso come un tacchino, tutto gonfio. Adesso è magro, bello, corre e segna. Come avete fatto?".

Una decina d’anni dopo la località piemontese abbracciò l’ultima creatura che concluse quello straordinario ciclo di conquiste: era il 17 agosto 2005, le luci della ribalta andarono tutte su Luciano Moggi, direttore generale al comando di una truppa che a fine campionato collezionò la bellezza di 91 punti, (stra)vincendo il ventinovesimo tricolore della propria storia.
Nell’occasione si lasciò scappare qualche confessione di mercato (l’accordo siglato con Balzaretti e l’arrivo di Abbiati - via Milan - come rimborso dei rossoneri per l’infortunio alla spalla occorso a Buffon durante il trofeo "L. Berlusconi") per poi tirare una stilettata ai cugini granata: "La città di Torino non può sostenere due squadre: basta vedere quanta gente va allo stadio. Comunque l’immagine del Toro è grande". Un goal realizzato dal giovane Zammuto permise ai ragazzini della Primavera di battere i più famosi (e celebrati) campioni della prima squadra.
A distanza di pochi giorni (il 27 agosto) proprio a Villar Perosa Andrea Agnelli si unì in matrimonio con Emma Winter, alla presenza della piccola Baya, la loro bambina venuta al mondo da appena tre mesi.

Dopo lo scoppio del terremoto calcistico avvenuto nella primavera del 2006 Madama disputò il 16 agosto una partita contro il Piacenza nel consueto vernissage estivo. Non mancò neanche quella volta il bagno di folla dei giocatori bianconeri in mezzo a quei tifosi che non li avevano mai (mai) abbandonati. Nel corso della gara si udì un sostenitore riprendere un altro con queste parole: "Non applaudire l’arbitro, se ti beccano ci mandano in C".
I fratelli Elkann (John e Lapo) arrivarono al campo a bordo di un’Alfa Gta con tanto di cuore bianconero sulla carrozzeria. Una volta scesi dal mezzo, toccò a Lapo lanciare il grido di battaglia: "I campioni che hanno deciso di rimanere? Samurai. Penso che la fedeltà sia la parte più importante e in un momento come questo la dimostrazione di lealtà rende questi giocatori dei samurai". A ruota, lo seguì John: "Ricominciamo dal carattere, è la nostra arma principale".

E così, mentre la squadra pareggiava 0-0 con gli ospiti ed il presidente onorario Franzo Grande Stevens si preoccupava di tranquillizzare gli amanti della Vecchia Signora ("Come si è visto in questi giorni la nostra è una squadra molto competitiva. Abbiamo vinto il trofeo Moretti e abbiamo battuto anche l’Inter"), il presidente Cobolli Gigli mostrava ancora qualche certezza sulla possibilità di evitare la discesa nell’inferno della serie B ("Siamo convinti di avere ragione a chiederlo, sarebbe una scelta di equità e giustizia").
Il successivo 31 agosto il consiglio di amministrazione della Juventus decise di ritirare il ricorso presentato al Tar del Lazio.

Riconquistata la serie maggiore, il 22 agosto 2007 Madama tornò nuovamente a Villar Perosa per giocare l’amichevole contro la Biellese (vinta 4-0). John Elkann stavolta scelse una Cinquecento come mezzo per presentarsi all’appuntamento, indossando la maglia bianconera numero 10: "Me l’hanno regalata. Non prenderò il posto di Del Piero. Siamo tornati dove ci compete, abbiamo la potenzialità per vincere".
A discutere del resto, a raccontare sogni che divennero ben presto progetti, pensò Jean Claude Blanc: "Noi vogliamo diventare un modello per tutti, a ogni livello. Vogliamo raggiungere il massimo nella gestione, nell’organizzazione, nell’informazione, essere un esempio con i nostri tifosi, con le nostre strategie commerciali, con i metodi di allenamento, con tutto".

Sei reti del giovane Pasquato, in forza (temporaneamente) alla prima squadra, aiutarono la formazione di Claudio Ranieri (fresca vincitrice della gara d’andata del preliminare di Champions League contro l’Artmedia Bratislava) a sconfiggere i ragazzi della Primavera (col risultato finale di 8-0) nell’appuntamento previsto per il 23 agosto del 2008.
Ancora Blanc, a distanza di un campionato: "Questa è una Juventus con grandi campioni e tanti giovani ed è esattamente il progetto sul quale stiamo lavorando da due anni". Dalla parte dei "grandi" giocò Giuseppe Giovinco, il fratello del già conosciuto Sebastian, mentre insieme ai ragazzi allenati da Maddaloni fece la sua comparsa Filippo Boniperti, nipote di Giampiero.

La Vecchia Signora in versione "brasiliana" guidata da Ciro Ferrara realizzò tre reti nella partitella in famiglia dell’11 agosto 2009, nel bel mezzo di un’estate trascorsa all'insegna della speranza per i tifosi juventini di aver ridotto ulteriormente il "gap" che separava Madama dall’Inter. Nel merito, ad una domanda rivoltagli dai giornalisti John Elkann rispose: "Parlatene con la Lazio" (i biancazzurri avevano appena sconfitto i nerazzurri nella finale di Supercoppa italiana disputata a Pechino).

Niente di eclatante, soprattutto se paragonato a quanto disse a proposito del club nerazzurro a distanza di un anno (il 24 agosto 2010), pochi mesi dopo la nomina di Andrea Agnelli come Presidente della società: "Non hanno mai saputo perdere, ma soprattutto non hanno ancora imparato a vincere". Rincarò la dose il cugino: "Moratti dovrebbe imparare a gioire dei suoi successi, le sue parole sono state assolutamente inutili". Il patron interista, che i giorni precedenti si era lasciato scappare una frase che aveva irritato i massimi vertici bianconeri ("Meglio essere multietnici che comprare le partite"), una volta ascoltato le parole provenienti da Villar Perosa si mostrò meravigliato dal tono e dalla durezza di quelle risposte, sostenendo di non aver mai citato la Juventus.
Mentre Libertazzi segnava due delle cinque reti con le quali la squadra di Del Neri sconfiggeva i giovani di Bucaro, il neoacquisto Krasic aveva raggiunto i nuovi compagni pagando di tasca propria un volo privato. Nel corso della festa in famiglia, intanto, si era sparsa la voce di un possibile acquisto del friulano Di Natale.

Il resto è storia recente, che non va in prescrizione: come il palmarès, il desiderio di ottenere finalmente giustizia, di tornare a vincere, di riabbracciare gli ultimi due scudetti conquistati sul campo, come il piacere di riprovare la sensazione di sentirsi guidati da chi ha veramente a cuore le sorti della Juventus.
Quella di non spezzare definitivamente il legame che unisce la Vecchia Signora a Villar Perosa rappresentò, da parte dell’Avvocato, una scelta condivisibile, anche alla luce del fatto che oggi rimane ancora un esponente di quella dinastia alla guida del club: Andrea, l’attuale Presidente, così come chiede di essere chiamato dai tifosi bianconeri.
Piaccia o non piaccia, per gli avversari resta, semplicemente, un Agnelli.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


giovedì 28 luglio 2011

Imputato Auricchio, risponda: "E queste dov'erano finite?"


Fonte "Ju29ro.com" (Alvaro Moretti)

ROMA. Cinque anni fa in queste ore, l’Inter e il suo presidente Moratti festeggiavano lo scudetto assegnato a tavolino dal commissario Figc ed ex consigliere d’amministrazione nerazzurro, professor Guido Rossi. Festeggiavano qualcosa che la giustizia sportiva non ha potuto impedire, vittima della prescrizione e soprattutto della selezione. Selezione di telefonate ascoltate dai cosiddetti “magnifici 12 dell’operazione Offside”, carabinieri del Nucleo Operativo di Roma, comandati dall’allora maggiore Auricchio (oggi braccio destro del sindaco di Napoli De Magistris): le chiamavano irrilevanti, abbiamo scoperto da aprile 2010 quanto lo fossero. L’avvocato Maurilio Prioreschi, uno dei legali di Luciano Moggi, l’imputato principale di Calciopoli, quello che ogni telefonata erano tre baffi rossi, non s’è fermato, come il consulente Nicola Penta. Scoperto che le telefonate c’erano, ha letto della decrittazione fatta dai consulenti e visto che l’attenzionamento da parte dei carabinieri che sbobinavano c’era. E somigliava - nel giudizio dato in diretta nel 2005.. . - a quello dato da Palazzi - oltre i termini di prescrizione - il 1° luglio 2011. Ora Diego Della Valle ha qualche elemento in più per richiedere spiegazioni.

Avvocato Prioreschi, le telefonate di Facchetti, Moratti, Campedelli, Governato, anche quelle che avrebbero fatto chiarezza sul caso del sequestro di Paparesta, erano state segnalate agli ufficiali che coordinavano le indagini come importanti o fondamentali.
«Una scoperta inquietante. I segni convenzionali usati sono inequivocabili: si parla di brogliacci che sunteggiavano il contenuto a noi ancora ignoti, non decrittabili, di ascolti effettuati e di giudizi dati sulla rilevanza. La verità è che l’inchiesta vera su Calciopoli la sta facendo la difesa di Moggi: e sarà un’indagine completa, totale. I cd si stanno rivelando, col passare dei mesi, una fonte inesauribile di risposte».

Risposte agli interrogativi di Della Valle, Galliani, Lotito sull’inchiesta.
«Eh sì: è chiaro che c’è stato un filtro nelle segnalazioni che dal basso arrivavano ai vertici dell’indagine. Della Valle ha un elemento pesante in più per chiedere chiarezza ad Auricchio, ora. Le telefonate erano tutt’altro che sparite: erano state ascoltate, brogliacciate e valutate».

Dal punto di vista tecnico cosa doveva succedere e non è successo?
«Abbiamo verificato che le telefonate da noi scoperte ad aprile 2010, ritenute importanti da Palazzi, erano state segnalate dai “magnifici 12”, i verbali di ascolto erano firmati dai vari Di Laroni, Ziino, Nardone etc.: è mancato l’ordine di trascrizione alla polizia giudiziaria, che avrebbe portato alla trasmissione ai pm, con inserimento nelle informative, come accaduto per le telefonate di Moggi, Giraudo, Della Valle, Lotito, Carraro, Bergamo... Qualcuno a livello superiore dei sottufficiali di via In Selci non le ha fatte trascrivere».

Sarebbero finite nelle informative di aprile e novembre 2005, ossia il corpus dell’indagine sportiva del 2006.
«Sì. E sarebbero arrivate in Figc nelle mani di Borrelli in tempo per il processo sportivo che ha affossato la Juve, lambito il Milan, toccato pesantemente Fiorentina e Lazio».

Cosa sarebbe successo se avessimo avuto anche le telefonate di Facchetti, Moratti etc. nei faldoni trasmessi?
«Un processo sportivo, ma anche penale profondamente diverso, se ne è lamentato anche Palazzi nella sua relazione: parlavano di associazione esclusiva, ecco la prova provata che non era così».

In sede penale che accadrà?
«Il 27 settembre nella mia arringa voglio andare a fondo di questa storia. Lo stop su alcune telefonate e il via libera su altre è incredibile. Chiederò ufficialmente che si apra un’indagine: ci devono spiegare cosa è successo. E chiederemo all’autorità giudiziaria competente di verificare se in tutto questo siano ravvisabili fatto reato e in caso affermativo accertarne le responsabilità».

Il pm Beatrice dice che non conosceva tutte le telefonate. Narducci si espose col «piaccia o non piaccia» nell’ottobre 2008.
«Se non sono state fatte le trascrizioni, che i pm potessero ignorare ci sta. Funziona così. Se lo dovrebbero chiedere pure loro, però, il perché di certe trascuratezze ».

Che reazioni s’aspetta, ora?
«Credo proprio che a Della Valle e alla Juventus interessi vedere che ad analoga segnalazione d’interesse investigativo, sono seguiti percorsi assai diversi: chi è sotto processo, chi ha beccato squalifiche e danni, chi ha avuto titoli etc. E ricordiamo che non c’è solo l’Inter: è segnalato Governato che telefonava per il Brescia che chiede milioni di danni, il Chievo e scopriremo anche gli altri, contateci. Andiamo fino in fondo nella nostra controindagine: l’estate è lunga. Ma mi lasci dire un’altra cosa. Credo che sapere tutto debba interessare anche quella Federazione che viveva quasi con fastidio il fatto che sia stata la difesa di Moggi a portare alla luce il tutto. Mi auguro che non ci si accusi di voler investigare troppo. Certo, anche questa scoperta arriva come un macigno scagliato contro la decisione di non cancellare l’assegnazione di quel titolo all’Inter».

Documento in versione "pdf" da diffondere




domenica 6 marzo 2011

Metamorfosi

La cosa che più mi è dispiaciuta ieri non è stata la sconfitta.
Non è stato neppure il “come si è perso”, senza un tiro in porta ed un’azione degna di questo nome.
Non è stata l’incomprensibile lentezza di questa squadra, che riesce a stare in 11 dietro la linea della palla, ma che mai riesce a ripartire in velocità. Si aspetta sempre l’avanzamento di tutti, passando la palla indietro od orizzontalmente, lasciando tutto il tempo agli avversarsi di riposizionarsi.
Non sono stati i sorrisi e gli abbracci con gli avversarsi alla fine, che va bene l’educazione ed il rispetto, ma quasi sembravano contenti di aver perso, o comunque che non gli importasse della sconfitta.
Non è stato il comprendere come si possa avere una squadra di serie A dove nessun terzino e nessuna ala, una volta arrivato vicino al fondo, sia in grado di fare un cross in area.
Non è stato constatare che da 3 partite non facciamo un gol. Eppure ora il centravanti ce lo abbiamo (cit.)!
Non è stata la consapevolezza che questa squadra è incapace di vincere 3 partite di seguito, ma è bravissima a perderne 3 consecutivamente.
Non è stato il prendere atto come questo gruppo non sia in grado quasi di competere neppure per un posto in EL, pur non avendo una rosa inferiore a molte delle squadre che la precedono in classifica.
Ciò che mi è dispiaciuto di più ieri sera sono state le dichiarazioni a fine partita.
Praticamente tutti hanno ripetuto, molto serenamente, la stessa cosa : “Ma che potevamo fare? Abbiamo perso contro la prima in classifica, ci sta!”. Alla Juve, ci sta un corno! (e scusate l’espressione).
Più di qualche volta nelle pagine di questo blog, abbiamo ricordato come la vera Juve vinceva le partite già all’ingresso del tunnel, prima di entrare in campo. Il carattere, la voglia di vincere, la consapevolezza della propria superiorità si respiravano nell’aria prima ancora del fischio d’inizio. Ora siamo diventati “l’altra squadra”, quella che nel tunnel vede l’avversario quotato e si cala le braghe prima ancora di cominciare la partita, tanto perdere con i primi ci sta!
Il processo di provincializzazione si è completato.
Ed è palese anche dal fatto che nessun giornalista ha pensato che la panchina di Delneri fosse in pericolo sabato notte, era tutta la settimana che si ripeteva che il lavoro del friulano non poteva essere giudicato dopo la partita con il Milan, perché perdere con la prima in classifica, ci sta! Considerazioni tipiche per le squadre di media/bassa classifica.
Non è bastato, come molti tifosi si auspicavano (me compresa!) l’arrivo, dietro le scrivanie, di Andrea Agnelli e di Nedved a ricordare di che pasta è fatta la Juve. Anche loro sono stati travolti dalla “mediocrizazzione” della società?
Comunque Moggi e Lippi o Capello mai, al termine di una partita avrebbero detto con quella seraficità: “Ma che potevamo fare? Abbiamo perso contro la prima in classifica, ci sta!”. E sentirlo, invece, pronunciare da Marotta o Delneri dispiace ma non spaventa, perché in fondo loro lo hanno detto per tutta la loro vita professionale.
E’ sentirlo dire da Del Piero che terrorizza, perché 4 anni fa lui non l’avrebbe detto!

Articolo pubblicato su Juvenews.net

Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

sabato 5 marzo 2011

Quando un'autorete di Chamot lanciò la Juve verso il tricolore

"La mia non è una polemica con Carletto, che reputo una persona per bene, quanto piuttosto una difesa dell'onestà di giudizio. Perché sono mesi, ormai, che viene messa in parallelo la mia ultima stagione alla Juventus con le due di Ancelotti. L'accostamento andrebbe fatto su sei stagioni...". Da quando in estate Marcello Lippi era rientrato alla corte della Vecchia Signora per prendere il posto occupato sino a quel momento da Carlo Ancelotti, così come era accaduto a parti invertite nel febbraio del 1999, i media avevano ripetutamente paragonato il percorso della nuova creatura del tecnico viareggino con quella guidata in precedenza dall'allenatore di Reggiolo. Per il quale, terminata l’esperienza bianconera con due secondi posti in altrettanti campionati interi da lui disputati su quella panchina, il destino riservò un ritorno al Milan dopo la felice esperienza da calciatore.
"Strano, no? Io ne ho fatti 144 in due anni e non sono bastati". Con questa chiara allusione ai punti accumulati da Madama durante il suo periodo trascorso a Torino (71 punti il primo anno e 73 nel secondo) il mister rossonero si presentò allo stadio "Delle Alpi" il 14 aprile 2002 nel tentativo di fare bottino pieno, per continuare la rincorsa a quel quarto posto in classifica indispensabile per disputare i preliminari per l'ammissione alla successiva edizione della Champions League. La Juventus, dal canto suo, a quattro giornate dalla conclusione del campionato si trovava a tre sole lunghezze di distanza dall'Inter capolista.

Privo di due pezzi da novanta del calibro di Montero e Nedved, Lippi fu costretto a mettere mano alla formazione titolare per trovare una valida soluzione da contrapporre agli ospiti. Alla fine optò per il classico 4-4-2, abbandonando così l’idea di cercare un'alternativa al forte calciatore ceco da inserire nella posizione di trequartista dietro le punte Del Piero e Trezeguet. Zambrotta venne spostato avanti di qualche metro rispetto all’abituale posizione di terzino sinistro e sistemato all’altezza della linea mediana del campo, con il conseguente inserimento di Pessotto come suo sostituto in difesa. Nell'altro versante mise Zenoni davanti a Thuram, laterale destro di un reparto arretrato che aveva come coppia centrale il duo Ferrara-Iuliano. Antonio Conte e Davids vennero inseriti nel cuore del centrocampo bianconero, pronti a battagliare con Ambrosini e Gattuso, i loro dirimpettai in maglia rossonera.
Anche Ancelotti, che a sua volta dovette fare a meno di Rui Costa, decise di adottare lo stesso modulo scelto dal tecnico viareggino, rinunciando a priori alla regia di Albertini e Pirlo per puntare su un assetto di sostanza e corsa, quella che Contra e Serginho avrebbero dovuto garantire al Milan lungo le corsie laterali. La dinamica dell'incontro, però, non potè che risentire degli effetti di due formazioni schierate sul campo in maniera così speculare.
La partita offrì pochi spunti di cronaca per quasi tutta la sua durata, riservando il meglio di sé per i minuti finali. Il solo Davids riuscì ad effettuare una conclusione degna di nota per i padroni di casa al 38' della prima frazione di gioco (rasoterra innocuo di sinistro). Per il resto, come se Madama fosse ipnotizzata dal pensiero di dover vincere a tutti costi per mantenere il passo dell’Inter, fu il Milan a dimostrare sul campo una maggior determinazione nel voler prevalere sull'avversario. Shevchenko e Inzaghi, costantemente messi in fuorigioco dall'eccellente applicazione dei movimenti in tal senso da parte di Ferrara e Iuliano (per ben quattordici volte vennero fermati in offside dai guardalinee), provarono invano ad impensierire Buffon in due occasioni con tiri al limite della pericolosità.
Al termine del primo tempo Ancelotti aveva già dovuto effettuare due sostituzioni a causa degli infortuni occorsi a Contra e Serginho, al posto dei quali subentrarono Albertini e Pirlo. La squadra ospite passò così da un 4-4-2 naturale ad uno “mascherato”, con la contemporanea presenza di quattro centrocampisti centrali poco inclini per le loro caratteristiche a muoversi sulle fasce. Altri due tentativi falliti da parte di Shevchenko e dello stesso Pirlo (che costrinse Buffon ad un difficile intervento recuperando una sua ribattuta a seguito di un cross velenoso di Kaladze) sembravano condurre la gara ad un inevitabile pareggio, quando - al 33' della ripresa - accadde quello che nessuno si aspettava: una punizione calciata in area di rigore rossonera da Del Piero venne involontariamente deviata nella propria porta da Chamot. Il Milan, rimasto qualche attimo prima in dieci uomini per un altro infortunio patito da Albertini a cambi ormai esauriti per l'ingresso di Roque Junior per Helveg (al 27'), si trovò nella condizione di cercare un disperato recupero in inferiorità numerica. Lippi, dal canto suo, aveva già provveduto a togliere un evanescente Zenoni per inserire Zalayeta, con il conseguente arretramento dello stesso Del Piero nella posizione di trequartista.

Trovato fortunosamente il goal, la Juventus si sbloccò, attaccando con decisione la porta difesa da Abbiati. Trezeguet (due volte) e lo stesso numero dieci bianconero tentarono di arrivare al raddoppio prima della fine dell'incontro, con il solo Inzaghi, per gli ospiti, che al 39' gettò al vento un'ottima occasione per raddrizzare le sorti della gara. Per Moggi il successo appena ottenuto si poteva riassumere nelle parole "carattere e fortuna", mentre Lippi dichiarò: "Sarò sincero: prima che le partite cominciassero, avrei messo la firma su una situazione del genere. In fondo, eravamo noi ad avere l'impegno più difficile. Quindi, non aver perso contatto dalle prime è un ottimo risultato. Sarà domenica prossima il giorno in cui potremo recuperare qualche punto: ci sarà un bel Milan-Roma, un bel Chievo-Inter, qualcosa potrebbe di nuovo succedere. Anche se noi a Piacenza incontreremo delle difficoltà". Ad aiutare a superarle ci avrebbe pensato Pavel Nedved, mentre per quanto riguarda il match dei nerazzurri l'allenatore viareggino si dimostrò un buon profeta (finì 2-2).
Il campionato terminò il 5 maggio 2002 con uno degli scudetti più belli e sofferti di Madama, che concluse la stagione con 71 punti.
Quell'anno furono sufficienti per vincere il tricolore...

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martedì 1 febbraio 2011

Mutu e la doppietta con cui stese il Palermo

"Le milanesi giocano in smoking, quelli della Juve sono operai: la differenza è tutta qui". Maurizio Zamparini, dopo aver visto perdere il suo Palermo contro la formazione allenata da Fabio Capello allo stadio “Renzo Barbera” l’8 gennaio 2006, cercò di spiegare con queste poche parole il predominio esercitato da Madama in quel campionato che l’avrebbe portata alla conquista dello scudetto numero 29.
Ed erano proprio i numeri della stagione disputata sino a quel momento dalla Vecchia Signora a destare stupore: 16 vittorie su 18 gare disputate; con il successo casalingo nell’incontro con la Reggina della domenica successiva la compagine bianconera avrebbe finito per chiudere il girone d’andata totalizzando 52 punti. Persino Luigi Simoni, l’ex tecnico dell’Inter protagonista di un testa a testa con la Juventus otto anni prima quando era alla guida dei nerazzurri, rimase di stucco: “Non ho mai visto una cosa del genere”.
All’allenatore bianconero la definizione di squadra operaia non piaceva un granché: “Ormai su di noi, su di me, ne ho sentite di tutti i colori. Persino che siamo difensivisti. Mah. In ogni caso, se questi fenomeni che ho in squadra continuano ad avere una mentalità operaia, andremo molto lontano”.

Nel giorno del suo ventisettesimo compleanno Adrian Mutu venne schierato da Fabio Capello sulla fascia sinistra della linea mediana juventina, nel classico 4-4-2 dove - assente per l’occasione Nedved - il rumeno completava un reparto composto da Camoranesi, Emerson e Vieira. Abbandonato da Roman Abramovich e Mourinho (proprietario e allenatore del Chelsea) dopo essere risultato positivo alla cocaina ed essere stato squalificato per sette mesi ai tempi della sua permanenza in Inghilterra, era stato riportato in Italia da Luciano Moggi. “Il merito della rinascita è in parte mia e in parte della Juventus”, sostenne alla fine di quella gara. Per dimostrare la sua riconoscenza aveva ricominciato a correre sul campo accettando di ricoprire un ruolo più defilato rispetto a quello per lui abituale di attaccante, un ruolo in cui il pallone bisogna andarlo a recuperare dai piedi degli avversari e non soltanto aspettarlo da quelli dei propri compagni di squadra.

Sotto di un goal dopo soli 12 minuti per merito di un potente rasoterra del difensore dei rosanero Terlizzi, la Vecchia Signora reagì con decisione realizzando due reti proprio con Mutu.
Al 15’ il rumeno, all’interno dell’area di rigore palermitana, entrò in possesso di un pallone da lui stesso indirizzato di testa sulla traversa nel tentativo di finalizzare un’azione originata da un cross di Camoranesi e proseguita con un assist di Ibrahimovic, dribblò un avversario e batté Lupatelli; al 34’ fu ancora lo svedese a regalargli un pallone che lui, inseritosi prepotentemente nelle retrovie dei padroni di casa, fu bravo a depositare a rete per il 2-1 definitivo .
Luigi Del Neri, allenatore del Palermo, provò allora ad alzare il ritmo del gioco dei suoi uomini, chiedendo ai laterali di centrocampo Gonzalez (a destra) e Santana (poi sostituito da Brienza, a sinistra) di aumentare la pressione sulla retroguardia bianconera e di rifornire l’attacco, composto dal duo Caracciolo e Makinwa. Di fronte a loro c’era Christian Abbiati, estremo difensore della porta juventina ancora per poche gare, visto l’ormai imminente ritorno tra i pali di Gianluigi Buffon dopo l’infortunio patito nel trofeo “Luigi Berlusconi” dell’agosto precedente in un contrasto con il rossonero Kakà (sul dualismo tra i due portieri, dirà Capello: “Chi è titolare? Sapete come la penso: Gigi può contare su una sorta di priorità, però di solito io guardo e poi decido”).
Messa sotto assedio dall’avversario, la Juventus riuscì a tenere duro e a non crollare. L’incontrò si vivacizzò col trascorrere dei minuti: l’arbitro Bertini giudicò involontario un tocco di mano di Terlizzi durante un suo contrasto con Trezeguet; lo stesso francese lambì un palo esterno, Vieira scheggiò la traversa con un colpo di testa e Ibrahimovic impensierì seriamente Lupatelli, mentre dal lato opposto Barone, Bonanni (subentrato a gara in corso a Makinwa) e Caracciolo provarono inutilmente a pareggiare le sorti dell’incontro. Del Piero, inserito da Capello al posto dello svedese quando la gara volgeva al termine, gestì male un contropiede, beccandosi una tirata d’orecchie del suo allenatore (“Forse pensava al record di Boniperti, ma invece dove passare la palla al centro”)
Il risultato non cambiò, e Mutu diventò il protagonista assoluto di una serata per lui indimenticabile: “È stata una sensazione indescrivibile, il compleanno più bello della mia vita, anche perché a maggio nascerà il mio secondo figlio. Mi sento un uomo nuovo e un po' me ne compiaccio: ho sbagliato, sono caduto e mi sono rialzato. Ho capito di avere svoltato l' ultimo giorno del 2005: mi sono guardato allo specchio la mattina, ho pensato allo scudetto e ai quattro riconoscimenti assegnatomi nel mio Paese e mi sono detto: Adrian, sì, stavolta ce l'hai fatta”

La partita del “Renzo Barbera” confermò quanto già visto sino a quel momento: il campionato aveva trovato da tempo la sua padrona incontrastata, agli avversari restavano soltanto le briciole. E le parole. Proprio prima dell’incontro di Palermo Roberto Mancini, tecnico dell’Inter, si era lasciato andare ad una profezia: “Bastano due pareggi e per loro è finita. Se rimontiamo due o tre punti, li riprendiamo”. Gli rispose a tono Luciano Moggi: “Paura noi? Sì, davvero, stiamo tremando... Ma io capisco che chi sta dietro si diverta con le tabelle, mentre chi è davanti continua a correre. Quelle tabelle, a Mancini le lascio volentieri. E ribadisco che lui potrà essere soddisfatto di arrivare secondo, non è mica un brutto risultato”.
Per tutti, ma non per la Juventus: nella Torino bianconera, prima del 2006, veniva considerato alla stregua di una sconfitta.


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martedì 9 novembre 2010

La vittoria a Brescia per 4-0 e il 5 maggio 2002

"Sei punti di ritardo dal primo posto non sono troppi, possono essere recuperati in quattro o cinque partite".
Si espresse in questi termini, Marcello Lippi, il 23 dicembre del 2001, dopo aver espugnato con la sua Juventus il "Mario Rigamonti" di Brescia sconfiggendo le “rondinelle” allenate da Carlo Mazzone con un rotondo 4-0.
I bianconeri erano finalmente riusciti ad interrompere un digiuno di vittorie lontano dal "Delle Alpi" che durava da più di tre mesi, dopo l’ultimo successo esterno ottenuto a Bergamo contro l'Atalanta di Vavassori per 2-0 (9 settembre) alla seconda giornata del campionato 2001-02.

Con la cessione di Zidane (al Real Madrid) e Filippo Inzaghi (al Milan), gli arrivi di Buffon, Thuram, Nedved, Salas e il ritorno dell'allenatore toscano sulla panchina juventina (dopo il precedente addio del febbraio del 1999), in estate la Vecchia Signora aveva deciso di cambiare abito: dal 4-3-1-2 indossato nell’anno appena concluso al ritorno al classico 4-4-2, per una squadra più muscolare ma (inevitabilmente) dotata di minor tecnica rispetto alla precedente.

I primi mesi del campionato avevano - però - messo in mostra una pericolosa mancanza di imprevedibilità e coesione in un gruppo nuovo, vittima e carnefice al tempo stesso dei suoi continui alti e bassi, di occasioni sprecate (memorabile il derby pareggiato 3-3 dopo aver dilapidato il vantaggio di tre lunghezze), di vittorie che regalavano momentanee illusioni di un cammino meno tortuoso da percorrere sino all’obiettivo dichiarato dello scudetto.

La società sembrava intenzionata ad intervenire con correttivi di valore già nella sessione invernale del calciomercato, e la smentita di Luciano Moggi in tal senso (“per Natale non ci saranno Doni”, in riferimento all’interesse per il centrocampista allora in forza all’Atalanta) lasciava invece presagire una precisa volontà della dirigenza di rinforzare ulteriormente la rosa, andando a colmare le lacune che il campo aveva mostrato.

Poi scoccò, proprio nella gara di Brescia, quella scintilla che diede vita ad un cambio di marcia repentino, uno di quei segnali che – se colti al volo in tutta la loro essenza – sono in grado di moltiplicare le forze di chi cerca di uscire da una situazione delicata.

La temporanea assenza di Zambrotta, all’epoca ancora utilizzato come laterale destro di centrocampo, permise a Lippi di schierare Tacchinardi al centro della linea mediana, protetto ai lati da Edgar Davids (a sinistra) e Antonio Conte (nella corsia opposta), con l’avanzamento di Pavel Nedved dietro le due punte, libero di svariare e pungere le difese avversarie. Di fatto si era tornati dal 4-4-2 a quel 4-3-1-2 abbandonato pochi mesi prima, con la sostanziale differenza nell’interpretazione nel ruolo del trequartista, derivante – ovviamente – dalle diverse caratteristiche degli interpreti (Zidane prima, Nedved dopo).

Sdoganato dalla fascia sinistra, il biondo ceco iniziò a furoreggiare in lungo e in largo per tutto il rettangolo di gioco, trovando finalmente un ruolo, idoneo alle sue caratteristiche, che gli consentisse di esprimere tutto il suo potenziale. E se il Brescia nella prima mezz’ora dell’incontro mise in difficoltà la Vecchia Signora con tre conclusioni di Tare, il suo attaccante di origini albanesi, da quel momento in poi i centrocampisti bianconeri suonarono la carica, impadronendosi del gioco e conducendo la squadra di Marcello Lippi alla vittoria finale.

La prima rete bianconera fu di marca francese: cross di Thuram, schierato come difensore esterno destro, e testata vincente di Trezeguet. In occasione della seconda, realizzata da Del Piero, ci furono numerose proteste legate alla valutazione di una possibile posizione di fuorigioco del capitano bianconero nell’azione incriminata: l’arbitro De Santis la valutò passiva all’inizio, e regolare dopo che Trezeguet - ancora lui - gli servì un pallone invitante che andava soltanto spinto nella direzione della porta avversaria. Le nuove norme della FIFA, in merito, erano chiare, e il direttore di gara si limitò ad applicarle correttamente: la rete era da considerarsi valida. Ciro Ferrara (su angolo di Nedved) e Edgar Davids (direttamente su punizione) realizzarono le ultime due marcature dell’incontro. Privo delle stelle Roberto Baggio e Josep Guardiola, il Brescia dovette arrendersi al risultato e all’evidenza della netta superiorità mostrata dai bianconeri.

Nei successivi undici incontri di campionato la squadra allenata da Marcello Lippi spiccò il volo, totalizzando la bellezza di otto vittorie e tre pareggi. Il crollo a Parma a sette gare dalla fine del torneo (24 marzo 2002) non pregiudicò il successo finale della Vecchia Signora, in un torneo avvincente che si concluse soltanto all’ultima partita, disputata il 5 maggio del 2002. Come andò a finire è storia nota: il campo premiò la squadra che – alla fine della manifestazione – aveva il miglior attacco e la difesa meno perforata, in una domenica indimenticabile per il mondo bianconero.

“Né Juve, né Roma, Inter Campione”, recitava lo striscione che campeggiava nella curva nord dello stadio "Olimpico" di Roma, per l’occasione tinto di nerazzurro. Doveva essere la festa dello scudetto dell’Inter, divenne il ventiseiesimo tricolore a finire nelle mani della Vecchia Signora del calcio italiano, con la squadra allenata da Hector Cuper che – perdendo quella gara - arrivò addirittura terza dietro la Roma (vittoriosa a Torino contro i granata).
Il campo aveva deciso così: lui è sincero, non mente mai. Soprattutto nei confronti di chi è innamorato delle vittorie a tavolino.

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martedì 2 novembre 2010

Non me ne importa niente

Fra tutti i miei amici lei è tra quelli che più si interessa (con competenza) di calcio, ma raramente noi parliamo di pallone. Non solo perché è romanista, ma perché abbiamo sempre mille altri argomenti di cui chiacchierare quando ci incontriamo.

Anche l’altra sera, per esempio, il discorso partendo da un film, e passando per Terzigno, era arrivato alle elezioni di midterm ...e poi, non so proprio né come né perché, è uscita fuori la storia del “come si è dimostrato, Moggi è un malfattore e la Juve ha rubato”.

Allora le ho chiesto se sa che nel processo di Napoli è venuto fuori che l’investigatore ha deciso di considerare nell’inchiesta solo alcune telefonate e non tutte, e che le sue ricerche si basavano sugli articoli della gazzetta, ma non su quelli di Tuttosport perché ritenuto di parte. Che il pubblico ministero ha dichiarato “piaccia o non piaccia, non esistono telefonate di Facchetti” ed è stato smentito poco dopo dai fatti. Che esistono telefonate dell’allora presidente dell’inter ben peggiori di quelle che accusano Moggi. Che esiste una sentenza che dimostra che Paparesta non è mai stato chiuso in uno spogliatoio. Che i maggiori testi d’accusa, Zeman e Baldini, in tribunale hanno fatto una ben magra figura, il primo facendo ridere tutta l’aula; il secondo ammettendo tra l’altro di aver mentito e di essersi sbagliato, e che nelle sue telefonate scherzava. Che notai e giornalisti hanno dimostrato l’impossibilità di truccare il sorteggio. Che alcune testimonianze come quelle di Coppola, Maggiani e Nicolosi tutto dimostrerebbero tranne che l‘esistenza della famosa cupola.

Lei allora mi ha guardato con un’espressione interrogativa, come se fosse appena scesa da un’astronave proveniente da Marte E lo so che non è colpa sua. Lei ha una casa, un lavoro, è fidanzata, ha degli amici, spende molto del suo tempo in cose utili ed interessanti, è una persona che si informa – molto spesso si contro-informa (ma si sa è impossibile farlo per tutti gli argomenti) – e ogni giorno riesce per qualche minuto anche ad interessarsi di calcio, seguendo le notizie alla tv e sui giornali e, al massimo, su un sito romanista si tiene al corrente sulle ultime da Trigoria. Cosa dovrebbe fare di più? Dovrebbe andare in giro su questo o su altri siti per conoscere meglio ciò che sta avvenendo in un processo che non la coinvolge più di tanto, considerato che c’è già stato quello sportivo? Voi lo avreste fatto se la squadra sotto processo non fosse stata la Juve? Infatti l’ignoranza riguardo al processo di Napoli non è colpa sua. Lo sappiamo, lo sappiamo tutti noi, lo sappiamo bene che la colpa è dei media. Media che non informano, anzi male informano.

Ci ricordiamo tutti il bombardamento subito nel 2006, così come notiamo l’assoluto silenzio di oggi. Ma il sentimento popolare ormai è troppo radicato, ed allora puoi provare a spiegare quanto vuoi, tirar fuori tutto ciò che è emerso dal dibattimento ma, alla fine, ci si scontrerà contro un muro di gomma: La Juve ruba, punto!

Allora, mi è tornata in mente una vecchia canzone del Trio Lescano, che canticchiava mio padre, che fa più o meno così : “ma di quello che si dice, che sussurrano gli amici e che mormora la gente, non me ne importa niente”.

Ma si, che continuassero pure a giustificare le loro sconfitte dicendosi che noi giochiamo sporco, non me ne importa niente. In fondo, nonostante il sentimento popolare, la Juve ha vinto per cento anni e lo farà almeno per i prossimi cento.

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Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

martedì 26 ottobre 2010

giovedì 16 settembre 2010

Tre passi

“Sappiate inoltre che io, come tutti voi, sono in vigile attesa di conoscere le decisioni definitive della giustizia sportiva che dovrà dimostrare, di essere uguale per tutti in qualsiasi momento storico. Ecco perché farò sempre sentire la voce della Juventus in FIGC, in Lega Calcio e in ogni altra sede”.
Con queste parole Andrea Agnelli rassicurò i tifosi riguardo alla partita che la Juve sta tutt’ora giocando non in campo, bensì nelle aule dei tribunali.
E oggi un primo piccolo risultato è stato raggiunto, la FIGC ha acquisito tutte le registrazioni telefoniche inerenti il procedimento su calciopoli. Parliamo di 228 cd, 170 mila telefonate!
Si proprio quelle che “piacesse o meno non esistevano”.

Ovviamente, a questo punto, il primo passo che ci aspettiamo dalla FIGC è la revoca dello scudetto assegnato all’Inter. Scudetto assegnato per “motivi etici” alla squadra, che non solo ha eluso le regole falsificando un passaporto per permettere ad un suo giocatore extracomunitario di giocare, ma che comunque “ha telefonato”!
In ogni modo, una volta ascoltate le telefonate (e per questo ci auguriamo di non dover attendere le calende greche) ci aspettiamo finalmente una giusta sentenza.
Niente giustizia sommaria, o vendetta, solamente una giusta sentenza.
Certo, lo so che invece debbo aspettarmi l’arrivo di tonnellate e tonnellate di sabbia e prescrizioni a gogò. Però non voglio subito, cinicamente, far scomparire quel piccolissimo barlume di speranza che la notizia dell’acquisizione ha riacceso.

Il secondo passo, dipenderà dai risultati di una vera inchiesta.
Le telefonate dell’allora presidente dell’Inter, Facchetti, con i suoi “4-4-4”, e i “…lì non devono fare sorteggi..” non appaiono poi così diverse da quelle di Moggi. Anzi!!!
E quindi tre sono i possibili scenari.
1) L’inchiesta stabilisce che Facchetti era un burlone, e quelle telefonate le ha fatte solo per scherzo, mentre il tono di Moggi è ben più minaccioso, e allora il processo del 2006 ha fatto il suo onesto lavoro. (!)
2) Quelle telefonate – tutte - erano in realtà, non solo usuali, ma anche consentite e quindi non esisteva per nessuno alcuna violazione. Allora si pretendono sia la restituzione degli scudetti 28 e 29, che, come minimo (ma solo come minimo), le scuse ufficiali.
3) Quelle telefonate – tutte - benché non “illeciti” (che non sono mai stati provati), erano comunque “cattive abitudini” e vanno sanzionate. Quindi la Juventus ha già pagato e che ora paghi chi non fu punito a tempo debito. (Ma qui - sob! - ritorniamo alle prescrizioni a cui accennavo prima!).

Tranne nel caso che il risultato fosse quello del punto 1, indipendentemente dal “tutti innocenti” o “tutti colpevoli” ci sarebbe un ulteriore passo da fare.
Ed è proprio qui che voglio arrivare, perché questa è la domanda che tutti ci siamo fatti.
“Chi e perché ha deciso che le uniche telefonate da prendere in considerazione fossero quelle di Moggi e Giraudo?”
Se effettivamente Facchetti era solo un buontempone, è ovvio, e giusto, che le sue telefonate non siano state “attenzionate” e l’impegno si sia profuso nella ricerca del vero colpevole.(!) Ma se, invece, anche l’allora presidente dell’Inter ed altri suoi colleghi avevano la brutta abitudine di telefonare, chi e perché ha deciso di non considerare le loro conversazioni?
Complotto o semplice incapacità? Macchinazione od errore? Inganno od inettitudine?
Non ha importanza, chi ha ordito o sbagliato paghi.
Perché qualcuno che ha ordito o sbagliato c’è sicuramente stato.

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Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

mercoledì 8 settembre 2010

La frittata era già fatta

Ho visto Luciano Moggi a SportItalia.
Ha parlato, come era lecito aspettarsi, del mercato della Juve.
Per sommi capi volevo far notare un paio di cose che mi hanno colpito.
Prima di tutto ha difeso Andrea Agnelli, rimarcando una voce che già girava da giorni sul web, quella cioè che Marotta e Delneri non siano una sua scelta. Erano già stati messi sotto contratto prima del suo arrivo.
La seconda, già risputa, è che non ha condiviso l’operato del nuovo DG bianconero.
Quella della Juve è una rifondazione, ha affermato, e con una rifondazione occorrono 3 anni per tornare a grandi livelli. Quindi non si comprano tutti insieme 11 nuovi mediocri giocatori, ma si comprano 3 ottimi giocatori ogni anno, ed in 3 anni si ha uno squadrone.

Lungi da me l’idea di criticare Big Luciano.
Anzi, gli do tutte le ragioni.
Non è che voglia fare l’aziendalista (come va di moda dire in questo periodo) però il discorso di Moggi è perfetto teoricamente.
Per quello che riguarda la pratica, un dubbio mi rimane.
Credo, si vocifera (e Roma è assai distante da Vinovo, perciò prendete il tutto con beneficio di inventario) che lo spogliatoio della Juve fosse un po’… turbolento.
Quindi, forse, Marotta non doveva solo decidere quali giocatori inserire nella rosa, ma rifarla quella rosa, visto che si è trovato davanti alla necessità di smantellare un gruppo che non era più squadra.
Se, … così si dice…, un giocatore tenta di picchiare un allenatore, se alcuni fanno gruppo a se stante, se il rispetto per i ruoli viene a mancare, se il menefreghismo ha il sopravvento sulla professionalità….forse non basta riportare la disciplina, forse in molti – per il bene della squadra – devono necessariamente cambiare aria.
Altrimenti non riesco a spiegarmi alcune cose.
Faccio un solo esempio : Trezeguet.
Siamo agli ultimissimi giorni di mercato, la famosa punta centrale tanto attesa ancora non è arrivata, il titolare è infortunato, e Marotta cosa fa? Cede l’unico possibile sostituto. Un grandissimo giocatore all’ultimo anno di contratto (badate bene!), ma soprattutto pagandogli una cospicua buonuscita (3 milioni?), con l’idea comunque di sobbarcarsi il costo del prestito e dello stipendio di un altro mediocre attaccante da tenere solo per un anno. Non c’è neppure la convenienza economica in questa operazione!
Quindi la cessione di Trezeguet, non sembra una scelta tecnica ma disciplinare.
Come dire “A costo di rimetterci, preferiamo fare a meno di te”.
E probabilmente quello del francese non è un caso isolato.
Moggi parla come uno che è abituato a tenere sotto controllo lo spogliatoio, ma Marotta è arrivato solo ora, quando la frittata era già fatta.

Articolo pubblicato su Juvenews.net


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

sabato 17 luglio 2010

La storia è fatta di corsi e ricorsi

(vignetta di Claudio Rugge)

Si avvicina il primo impegno ufficiale (29 luglio, andata terzo turno preliminare di Europa League), e ora si conoscono i nomi delle due squadre che si contendono la possibilità di incontrare la Juventus: Shamrock Rovers (Irlanda) e Bnei Yehuda (Israele).

Per partecipare alla Coppa UEFA del 1999-2000 i bianconeri dovettero affrontare - nell’ordine - Ceahlăul Piatra Neamţ (1-1 all’andata, con goal di Tacchinardi, 0-0 a Cesena), il Rostov (4-0 in trasferta, 5-1 in casa) e il Rennes (2-0 e 2-2, in Francia). Non c’erano i preliminari, ma la vecchia Coppa Intertoto, che la Juventus si aggiudicò insieme a Montpellier e West Ham.
Anche allora - come oggi - la Vecchia Signora doveva ripartire da un’annata fallimentare (quella precedente: 1998-99). Corsi e ricorsi storici. Perché la storia è fatta di cicli, e a volte "ritornano".

"Se il problema di questa squadra sono io, come pare da quando ho detto che a fine stagione me ne sarei andato da Torino, e' meglio che io mi faccia da parte".
Così parlò Marcello Lippi dopo la sconfitta interna per 4-2 della Juventus contro il Parma di Alberto Malesani, nella stagione incriminata.
Si trattava del periodo più basso della prima Juve Lippiana, quella del tridente Del Piero-Vialli-Ravanelli che conquistò l’Italia e l’Europa nel giro di due anni, così come quella (anche) di Zidane e Boksic che raggiunse la vetta del calcio mondiale in quel di Tokyo.
L’incontro coi parmensi segnò la fine della sua avventura in bianconero, con le dimissioni subito accettate. Dopo, arrivò Ancelotti.

Dalle polemiche con l’Inter nella stagione 1997-98 al suo addio comunicato con largo anticipo, proprio per raggiungere i nerazzurri l’anno successivo. Si era "rotto" qualcosa già da subito nello spogliatoio (e qualcosa di grosso accadde proprio prima dell’incontro col Parma), mentre sul campo si infortunò, nel novembre del 1998, Alessandro Del Piero. A Udine.

Una stagione nata sono una cattiva stella, e iniziata nel lontano 26 luglio del 1998, allorchè Zdenek Zeman si eresse a paladino dello sport pulito, pronunciando la famosa frase: "il calcio deve uscire dalla farmacia e dagli uffici finanziari, se vuol tornare ad essere sport".
Quello fu solo un antipasto.
Dopo pochi giorni, continuò: "mi hanno sbalordito le esplosioni muscolari di Vialli e Del Piero".

Il resto, è storia. Che è fatta di corsi e ricorsi.
E mentre Gianni Paglia, presidente dello Zagarolo calcio (serie D) vuole comprare il polpo Paul per "sapere in anticipo le sorti della mia squadra. Mi eviterebbe stress e sorprese" e Antonio Percassi si presenta al ritrovo dei tifosi atalantini (erano in 12.000) su una diligenza trainata da quattro cavalli (…), il calcio ritrova le sue "certezze": la Juventus che prova a tornare ad essere "la" Juventus e Zeman che riparte dal suo Foggia, in prima divisione. Un ritorno al passato, in compagnia di Pasquale Casillo e del direttore sportivo Giuseppe Pavone.

Non ci voleva quel Benítez: la panchina dell’Inter si era liberata dal peso ingombrante di Josè Mourihno, la sua prima Champions League da allenatore sembrava un obiettivo finalmente raggiungibile. E invece Moratti ha preferito far cadere la sua scelta sul tecnico spagnolo.
Pazienza, anche se ora - per arrivare ai massimi vertici del calcio europeo partendo da così lontano - ci vorranno, occhio e croce, una trentina d’anni. Anche senza Luciano Moggi.

La Juventus tornerà a vincere prima di tutto questo tempo. E sarà un boccone duro da digerire. Non solo per lui.
Ma la storia è fatta di corsi e ricorsi.
C’è chi è nato vincente, e chi no.
Basta rendersene conto. E non prendersela con gli altri.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 1 luglio 2010

lunedì 10 maggio 2010

E ora è terminato anche il progetto di Blanc...


Da Ranieri a Deschamps (campione, in Francia, con l’Olympique Marsiglia): storie di chi - lontano da Torino e dall’attuale dirigenza - ha iniziato (o ripreso) a vincere. Mentre la squadra bianconera, dal terremoto del 2006 in avanti, ha perso lentamente pezzi e credibilità. Dopo l’addio al calcio di Nedved (ora si attende un suo rientro in società), ecco le prossime (probabili) partenze di Trezeguet e Camoranesi. Buffon? Potrebbe andarsene anche lui. In nome dei soldi che porterebbe la sua cessione, con i quali la nuova gestione aumenterebbe il "tesoretto" a disposizione per portare a compimento nuove operazioni in entrata. Ma senza il miglior portiere del mondo, uno dei più grandi (se non "il più") della storia, come si può (iniziare a) costruire una grande squadra? E come può presentarsi il nuovo Presidente ai propri tifosi?

Il Parma ha giocato con onore; i bianconeri, che quest’anno di "Juventus" hanno avuto soltanto il nome e la maglia, ormai hanno perso anche quello. Un gruppo ormai arresosi alle sue stesse debolezze, a cui giova poco tirare in ballo i prossimi mondiali in Sudafrica: Lippi già lo scorso settembre aveva promosso il blocco bianconero (avallando, a suo modo, anche gli acquisti di Cannavaro e Grosso). Il resto, è la triste cronaca di questa annata da incubo. Se anche la recente notizia della prossima nomina di Andrea Agnelli a Presidente (con un nuovo gruppo dirigenziale) non è servita a scuotere i giocatori, allora i "jolly" sono finiti. Assieme agli alibi. Nulla: ormai anche il sesto posto è andato. Il progetto di monsieur Blanc ormai può dirsi concluso. La Francia e il suo confine sono ad un passo. Il salto è breve: oplà. Adieu. Anzi, un’ultima cortesia: chieda ai giocatori di perdere anche a Milano (contro i rossoneri di Leonardo): con 15 sconfitte verrebbe eguagliato il record negativo della stagione 1961-62. Quella che spesso, nel corso di quest’anno, è stata citata come l’esempio negativo da non imitare.

Lanzafame affonda il coltello in una difesa bianconera che è stata una delle piaghe di questo campionato: poco protetta dal centrocampo, colpevole di troppe disattenzioni (anche) quando la responsabilità dei goals subiti poteva essere soltanto sua. A proposito del giovane attaccante parmense: meglio lui o Paolucci?
Si dicevano (e scrivevano) queste cose già lo scorso gennaio, quando anche "un Ekdal", nella rosa bianconera (di Torino), non avrebbe certo sfigurato. E dove Candreva - se non altro - ha dimostrato di starci bene.

Nell’attesa che Marotta inizi a lavorare per la Juventus, la Juventus ha già lavorato per lui: con la sconfitta di ieri ha spianato la strada ai blucerchiati per la passerella finale di domenica prossima al "Luigi Ferraris". L’avversario di turno (il prossimo, l’ultimo) sarà il Napoli, cui i bianconeri hanno già lasciato il sesto posto in mano. A meno di un (improbabile) suicidio sportivo, l’opera del (probabilissimo) nuovo dirigente bianconero sarà compiuta: pochi euro a disposizione, molte idee in cantiere. Efficaci. I preliminari di Champions League ad un passo nel corso di una stagione dove è riuscito nell’impresa di far convivere Cassano e Delneri dopo gli strascichi polemici del loro passato giallorosso, oltre a quelli sorti durante l’attuale annata blucerchiata. Un bel biglietto da visita per la Torino bianconera, un bellissimo addio per una città (Genova) dove lascerà molti ricordi e moltissimi rimpianti.

Dalle bombe (verbali) di Mourinho a quelle (carta) dell’Olimpico di Torino: sempre peggio. Frizioni e tensioni che aumentano di giornata in giornata. Certo, anche alla penultima: un ringraziamento doveroso, poi, anche all’Osservatorio che ha permesso - in un primo momento - ai sostenitori milanisti di recarsi a Genova (dopo aver negato trasferte sicuramente meno pericolose ad altre tifoserie), contribuendo a gettare la città nel panico più totale, memore di una tragedia (l’uccisione del giovane genoano Vincenzo Spagnolo) capitata proprio in occasione di un Genoa-Milan (29 gennaio 1995, prima dell’incontro). Meno male che il prefetto del capoluogo ligure, sollecitato dalla Digos, ci ha "messo una pezza", facendo disputare la partita a porte chiuse. Resta da capire il criterio con cui l’Osservatorio decide: condizioni climatiche (del tempo) o "clima" tra le due tifoserie?
Per certi passi un campionato come il nostro non è ancora pronto. Si è fatto poco, nulla e male in passato: si attenda il passaggio agli stadi di proprietà. La tessera del tifoso rischia di essere l’ennesimo buco dell’acqua, un palliativo che non curerà il male della violenza nel calcio italiano.

L’Inter subisce un goal al 12° minuto (autorete di Thiago Motta) contro il Chievo, e al tredicesimo ha già pareggiato (altra autorete, Mantovani). Il 4-3 finale è una logica conseguenza. Idem per la Roma: sotto di un goal (Lazzari, Cagliari), in mezz’ora ne fa due (doppio Totti). L’ultima giornata ha il suo destino già tracciato. A meno di un miracolo (di Mezzaroma, presidente del Siena). Ma Palazzi è uno che non si commuove: i miracoli, nel calcio, ad oggi sono ancora opera sua. Nel caso, indagherà.

Una spruzzata di Juventus del passato che vince c’è stata anche in Inghilterra: Carlo Ancelotti ha conquistato la Premier League. Nessun nubifragio (stile-Perugia anno 2000) gli ha impedito di ottenere il suo primo titolo inglese. Un diluvio - in un certo senso - c’è stato: di goals (otto) con i quali il Chelsea ha steso il Wigan, nell’ultima giornata del campionato.
Lo stesso allenatore adesso prenderà il volo per Napoli: domani lo attenderà - come testimone scelto dall’accusa - il processo penale, con imputato Luciano Moggi.
Ma questa è un’altra storia…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 18 aprile 2010

Ma Sissoko è bianco o è nero?

Non è che ormai rimanesse più molto da chiedere a questa stagione.
Fallito lo scudetto, fallita la rincorsa ad una delle prime tre posizioni utili per evitare i preliminari di Champions League (che avrebbe consentito la qualificazione diretta alla prossima edizione), abbandonate con quattro ceffoni a testa le due manifestazioni europee a cui ha partecipato quest’anno (1-4 casalingo contro il Bayern Monaco nella "massima", 1-4 contro il Fulham nella "minima"), uscita dalla Coppa Italia ad opera dell’Inter, aggrappata al miracolo di un quarto posto in classifica al momento (quasi) impossibile (potrebbe non bastare vincere tutte le restanti quattro partite…), alla Vecchia Signora rimaneva un unico, solo obiettivo: mettere i bastoni tra le gambe ai nerazzurri. Manco quello.
Per l’orgoglio, per dare un piccolo contentino ai tifosi che, almeno loro, si sentono defraudati delle ultime gioie sportive, derisi e umiliati per quanto accaduto dal 2006 ad oggi.

"Alla Juventus vincere non è importante. È l'unica cosa che conta" (Giampiero Boniperti).
Ma guarda come si sono ridotti i sostenitori bianconeri. Cresciuti a pane e vittorie, abituati a polemiche intorno alle loro partite (anche quando si perde), ad essere sempre al centro dell’attenzione (altrui) e a guardare tutti dall’alto verso il basso. Perché si sa: l’invidia è una delle poche malattie dalle quali non si può guarire. Meglio lasciarla agli altri. Ragionare come "loro", una volta, veniva considerato da "provincialotti del pallone", da ultimo della classe del "bar sport".
Quello che entra nel locale, parla sempre, ma nessuno gli presta attenzione.

E’ la nuova realtà, e - a quanto pare - tutti ne sono contenti. I contestatori? In pochi. Cinquanta al massimo. Quelli che secondo Jean Claude Blanc, il braccio armato del fallimento bianconero, non rappresentano certo i 14 milioni di sostenitori presenti nella penisola.
Con le uova di chi protesta, (loro) ci fanno le frittate; gli inviti ad andare a quel paese - invece - non li ascoltano neanche più: ormai fanno parte delle colonne sonore delle domeniche all’Olimpico quanto l’inno di Paolo Belli prima degli incontri.
Frasi prendere in giro dal mondo intero, ormai, è diventato un esercizio quotidiano per chi ama la Juventus.
Ma così no, dài…
E sino a quando si continuerà a sbagliare il vero "soggetto" con cui prendersela (la proprietà), la cronaca continuerà ad essere questa.

"Se succederà contro di noi andrò dall'arbitro per chiedere di fermare la gara. Comunque Balotelli è tranquillo, sa che contro la stupidità non c'è difesa, lui non può farci nulla. E tutta questa situazione è frutto della stupidità di poche persone che hanno rovinato la sua immagine" (Javier Zanetti, 27 novembre 2009).
Ma Sissoko è bianco o è nero? E’ "bianconero", indossa la maglia con quei colori, e ad oggi tutto quello che gli piove contro è permesso. Come i cori razzisti al momento della sua uscita dal campo in occasione dell’espulsione subita nell’anticipo "dell’anticipo" di venerdì sera.
"È stata una cosa molto stupida, ma non razzista. Ci sono altre cose di cui vergognarsi" (Massimo Moratti, 2 aprile 2006).
Nel salotto del Meazza il difensore messinese Zoro, all’epoca dei fatti, venne insultato ripetutamente dai sostenitori dell’Inter, a completamento dell’opera iniziata nella gara di andata di quel campionato, dove il giocatore fu oggetto di talmente tanti cori razzisti da convincerlo, ormai esausto, a minacciare l’abbandono del campo. Il successivo commento di Moratti a quanto accadde? "Ragazzotti troppo entusiasti, forse anche un po’ stupidi, ma razzisti no".
Ci si decida: un giocatore è di colore solo quando indossa la maglia nerazzurra? I tifosi cattivi sono sempre e solo "gli altri"? Nel frattempo i sostenitori bianconeri possono stare tranquilli: Blanc "vigila". Su tutto.

Sta attento anche a quanto accade al processo di Napoli, dove è imputato Luciano Moggi. Che si difende dalle accuse personali ricevute nello svolgimento della propria attività, in una società che oggi è incapace di vincere "dentro" e "fuori" dal campo. E che lo ha abbandonato da un momento all’altro, sulla traccia del nuovo "stile-Elkann" (si vedano gli esempi di Ranieri, Ferrara, …). Dopo le intercettazioni "normali", ora si passerà (anche) al vaglio delle schede svizzere e delle telefonate "di rimbalzo", così definite dalla "Gazzetta dello Sport" nel tentativo di lanciare l’ennesimo assist all’accusa. Le danze continueranno, mentre di materiale "nuovo" su cui discutere, a questo punto, ne rimarrebbe poco. Tranne quello che i legali dell’ex-Direttore Generale stanno tirando fuori poco alla volta da quel cilindro pieno di conversazioni che, a quanto pare, tanto "irrilevanti" non lo erano.

Allora appuntamento a martedì prossimo, e all’ennesimo ripensamento di Gianfelice Facchetti, figlio dell’ex-presidente dell’Inter, che un giorno vorrebbe venisse restituito il titolo regalato da Guido Rossi ai nerazzurri nel 2006, e il giorno successivo ci ripensa. Come se il destino di quel tricolore dipendesse dalla sua volontà o da quella del patron nerazzurro Moratti. Porti pazienza, e rimetta lo smoking bianco dell’onestà nell’armadio. Chiudendolo a doppia mandata.
Almeno quella farsa è finita.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

lunedì 12 aprile 2010

Il giorno della verità

Finalmente ci siamo. Per l’occasione ho deciso di inserire un articolo stupendo scritto da Emilio Cambiaghi, che già da qualche giorno sta girando in rete.
Domani parteciperò attivamente anche allo spazio commenti, non limitandomi a rispondere a chi scriverà prima del sottoscritto. Nella speranza che da Napoli giungano le notizie che tutti attendiamo.


Ora basta. Chi scrive ha sempre cercato di argomentare ogni più piccola questione, ogni minima sfaccettatura riguardo a quanto accaduto dal 2006 ad oggi. Ma adesso è arrivata l’ora di posare i calamai e di dare battaglia. Una battaglia di consapevolezza, cui faccia seguito una ferrea presa di posizione. Le nuove intercettazioni che stanno nuovamente scuotendo il mondo del calcio hanno aperto una voragine nelle coscienze di coloro che hanno voluto far passare una vergognosa menzogna per indiscutibile verità. Le penne reazionarie si sono già mosse per dare una nuova inquadratura alla situazione e stanno cercando di far passare l'idea della revoca dello scudetto all'Inter come eventualità sufficiente per rimettere tutto a posto. Continuano a dire che esisteva un Sistema Moggi, che “quello che ha fatto la Juve è sotto gli occhi di tutti”, che “ci sono stati fatti gravissimi che hanno portato ad una giusta condanna”. No, le cose non stanno così e non accettiamo nemmeno la logica del tutti innocenti o tutti colpevoli.
I colpevoli ci sono, ma sono altri.

Non esiste nessuna intercettazione di Luciano Moggi con un arbitro, non esiste nessuna richiesta di favori da parte di questi a chicchessia, non esiste – e fatevene una ragione – nulla di nulla. Luciano Moggi è stato intercettato, pedinato, umiliato e fatto a pezzi in ogni modo possibile e la prova massima della sua colpevolezza è risultata essere una discussione sulle griglie con il designatore Bergamo. Consuetudine che, apprendiamo ora, era ben gradita a tutti e praticata da certuni con una malizia sconosciuta persino a chi è stato per anni additato come causa suprema di ogni male del pallone.
E non vi era neanche un sistema diffuso, il cosiddetto illecito strutturato. No signori, anche questa è una favola, un raccontino della buonanotte. E a svegliare i sognatori non siamo stati noi, partigiani dell’opinione, ma i testimoni del processo penale che si sta svolgendo a Napoli.
Come può essere credibile un’indagine indirizzata a senso unico, condotta con fretta e superficialità, incentrata sui riassunti della Gazzetta dello Sport, con inquirenti che non si sono neppure degnati di guardare le partite, di verificare se le loro accuse potevano essere dimostrate, che non hanno voluto investigare (“L’Inter non ci interessa” cfr. deposizione di Rosario Coppola), che hanno sbandierato ai quattro venti che “piaccia o non piaccia” non esistevano altre telefonate all’infuori di quelle dei dirigenti già sotto accusa?
Niente di tutto questo può essere credibile.

E smettiamola con le solite accuse, più volte smentite, persino dalle stesse sentenze sportive.
Le ammonizioni pilotate non esistono, è una fantasia costruita nella testa di Leonardo Meani nei suoi colloqui telefonici con i guardalinee Copelli e Puglisi, e immediatamente presa per buona: nell’anno oggetto di indagine la Juventus ne ha totalizzate 17, a livello delle altre grandi (le stesse dell’Inter), e ben sotto il primo posto dell’Atalanta. Dieci di queste sono, per giunta, arrivate da arbitri considerati estranei alla cosiddetta Cupola. In un’intercettazione il giornalista Tony Damascelli informa Luciano Moggi delle sanzioni comminate a Nastase, Petruzzi e Gamberini (quest’ultimo nemmeno in diffida) in Fiorentina-Bologna, ma Moggi, stupito, dimostra di non conoscere nemmeno chi fossero i diffidati della gara in questione. Mai, da nessuna parte, si sente o si legge Luciano Moggi chiedere esplicitamente di comminare sanzioni fraudolente. Ed è una leggenda anche la telefonata, imputata a Giraudo, nella quale si ascolta “Se l’arbitro è sveglio ci dimezza l’Udinese”. La conversazione infatti è successiva di un’ora all’incontro Udinese-Brescia dove fu, in maniera assolutamente corretta, espulso il friulano Jankulovski.
E chiariamolo una volta per tutte, i sorteggi erano regolari. Ogni sorteggio si svolgeva in presenza di un notaio e l’estrazione della pallina con il nome dell’arbitro era affidata ad un giornalista ogni volta diverso, che estraeva dopo che Pairetto aveva aperto la pallina contenente la partita da assegnare.
Questa circostanza è stata più volte spiegata, persino dall’Unione Stampa Sportiva (comunicato del 15 maggio 2006) e dalle sentenze sportive, che non prendono in considerazione questo ridicolo capo d’accusa per motivare la condanna. Persino Mazzei, in una delle nuove telefonate, cerca di convincere Facchetti che non c’è nulla da fare, anche se si vuole - come l’ex presidente interista desidererebbe - manipolarlo.
Moggi conosceva prima i nomi degli arbitri e dei guardalinee? Bugia. Bugia enorme. Veniva avvisato solo dopo l’avvenuta designazione, anche se in anticipo rispetto alle comunicazioni ufficiali agli organi di stampa. Ma c’era chi veniva a conoscenza delle stesse ben prima del DG juventino. Leonardo Meani, ad esempio, come dimostrano gli sms portati dalla difesa al processo di Napoli. E lo stesso Facchetti, che veniva informato, addirittura un giorno prima, su chi fossero i guardalinee di Inter-Juventus. Non di una partita qualsiasi…
E finiamola con la storia di Paparesta chiuso nello spogliatoio. La vicenda è stata innumerevoli volte chiarita dall’arbitro stesso e archiviata dalla Procura di Reggio Calabria.
Moggi poteva decidere le sorti degli arbitri? Altra gigantesca menzogna.
Moggi minaccia di far sospendere Paparesta che, invece, arbitra regolarmente già dalla giornata successiva. Anzi, è vero il contrario. Questo dichiara Pairetto di fronte al giudice Casoria: “Chi ha danneggiato la Juve e' tornato subito ad arbitrare, chi l'ha favorita viene sospeso per due mesi e mezzo”. Come nel caso di Racalbuto, dopo Roma-Juventus.
Moggi controllava De Santis?
Ridicolo. Nell’anno indagato è l’arbitro con cui la Juve ha ottenuto la media punti più bassa (1,4). Così il compianto Giorgio Tosatti in una telefonata Moggi del 20 aprile 2005: “Ormai gli arbitri ti pisciano addosso a te. Ieri l’ho detto, ho detto ieri in Federazione: avete fatto apposta a mandare De Santis perché vada in culo alla Juve”. E Moggi risponde: “Con quest’anno, tra Palermo, Parma e questa qui, ci costa tranquillamente sei punti. Ci ha creato mille problemi in questo campionato. Se noi perdiamo il campionato uno degli artefici è lui perché c’ha dato troppo contro”. Recentemente è stato poi dimostrato con chi in realtà intrattenesse rapporti amichevoli l’arbitro romano, con Giacinto Facchetti.
E prima che qualcuno obietti, parliamo subito delle schede, delle famosissime schede svizzere.
Lo sanno i signori che commentano il pallone che, in un processo penale, la prova si costituisce in dibattimento?
Questa, quindi, è una prova ancora tutta da dimostrare. Nella realtà, fino ad ora, sono emersi solo elementi ampiamente favorevoli alla difesa. La scheda a Paparesta è un falso, era di suo padre. Quelle di Cassarà e Gabriele (che mai avevano arbitrato la Juventus nelle stagioni 2004/05 e 2005/06), false pure quelle: assolti dalla giustizia ordinaria il 18 gennaio 2010. Gli schemini con le ricostruzioni delle chiamate effettuate sono stati definiti dal Maresciallo Di Laroni, che svolse queste indagini, “presumibili”, senza contare innumerevoli errori nell’assegnazione delle celle, con arbitri da tutt’altra parte al momento delle chiamate loro imputate.
A farsi benedire anche la scheda ritenuta essere in possesso di De Santis, come lo stesso arbitro dimostrerà al processo: “Mi viene attribuita una scheda svizzera tra il 7 gennaio e il 28 marzo ma essendo io uno degli organizzatori della cupola, mi sembra strano che potessi averla solo in quel periodo. Io non l’ho mai posseduta né usata, in quel periodo stavo facendo un corso come vicecommissario di polizia penitenziaria, lo frequentavo tutti i giorni e ho portato le prove. In molti degli orari in cui mi viene attribuito l'uso della scheda svizzera ero a scuola a frequentare il corso”.
E che dire del fatto che la Juventus, con i cosiddetti arbitri “svizzeri” avesse una media punti inferiore a quella di Milan (2,08 a fronte di una media campionato di 2,07) e di Inter (1,9 su media totale di 1,89). La Juventus infatti totalizzò una media di 1,88 punti, a fronte di una media complessiva ben superiore: 2,26!!!

Allora dove sarebbe questa famigerata Cupola? Da quali elementi si può desumere che Luciano Moggi e Antonio Giraudo - lasciati soli a se stessi, senza nessuna stampa e televisione amica e senza il supporto della proprietà - controllassero le sorti del campionato italiano? Una tale ricostruzione della realtà può esistere solo nelle menti di chi voleva colpire un unico bersaglio e nelle parole di chi questa teoria ha sostenuto ed alimentato.
Perché, ad esempio, non è mai stata posta attenzione sui comportamenti delle squadre milanesi? Infatti non sono in nessun modo paragonabili i comportamenti dei dirigenti di Inter e Milan con quelli addebitati a Luciano Moggi. Certo, ma in peggio. Proviamo a fare chiarezza.

Non esistono intercettazioni tra Luciano Moggi e gli arbitri. Ci sono invece fatti incontestabili riguardo i rapporti intrattenuti da alcuni di questi con le squadre meneghine. Sono stati dimostrati gli stretti rapporti tra Giacinto Facchetti e l’arbitro Nucini, fischietto all’epoca in attività e oggi misteriosamente scomparso dai salotti televisivi che era solito frequentare. Sono stati dimostrati i rapporti dell’ex presidente nerazzurro con Massimo De Santis, proprio lui, l’arbitro sbeffeggiato e calunniato da tutti come asservito al potere moggiano. Con il fischietto di Tivoli Facchetti parla di Walter Gagg, il funzionario FIFA, già accusato di aver svolto compiti “in nome e in funzione dell’Inter”.
Laddove Luciano Moggi confrontava griglie arbitrali, Giacinto Facchetti cerca direttamente di bypassarle, alterando il sorteggio prima di Inter-Juventus del 28 novembre 2004:

Facchetti: «No, lì non devono fare i sorteggi, ci devono...».
Mazzei: «Come si fa, Giacinto, purtroppo ci vuole fortuna».
Facchetti: «Ma dai...».
Mazzei: «Ti dico la verità, qui un sorteggio lo fa un giornalista, devono studiare una griglia e le possibilità sono più alte»

Questo Luciano Moggi non l’ha MAI fatto.
Luciano Moggi non conosceva le designazioni un giorno prima delle partite, Moggi non falsificava passaporti (cfr. Oriali condannato dalla giustizia ordinaria) con il fine di rendere disponibile un calciatore che, altrimenti, non avrebbe potuto essere schierato. Così si falsano realmente i campionati.
Moggi non incontrava gli arbitri prima delle partite (cfr. Moratti che va a salutare Bertini prima di Inter-Sampdoria) e nemmeno durante l’intervallo (cfr. squalifica di Facchetti dopo Chievo-Inter del 2002/03).
Mai, nessun dirigente della Juventus F.C. si è permesso di far pedinare e intercettare illegalmente un suo calciatore e, men che meno, dirigenti di altre squadre, arbitri o esponenti della Federcalcio. Mai la Juventus, con un'azienda nell’orbita della sua proprietà, ha sponsorizzato il campionato italiano e la Coppa Italia (cfr. sponsor TIM su entrambe le competizioni).
Questa è la realtà dei fatti.

E il Milan? Sono loro che parlano con quasi tutti gli arbitri e i guardalinee! Sono loro che hanno il potere. Un proprietario Presidente del Consiglio e un Presidente che, all’epoca dei fatti, era a capo della Lega Calcio e gran cerimoniere dei diritti televisivi. Tre televisioni nazionali al servizio della loro verità, tre televisioni con le quali dire, non dire, omettere, stravolgere. Giornali, radio, siti internet e una valanga di opinionisti al servizio della loro versione dei fatti.
Ma tanto era la Juve che tramava a palazzo. Allora mi spieghino queste intercettazioni (già comprese nelle informative, ma mai considerate…):

Mazzini a Moggi, riguardo le prossime elezioni in Lega: “Con Cellino, mi dice Galliani, non ci sono problemi perché lo fa votare Berlusconi”.

Ghirelli a Mazzini, sempre a proposito di elezioni: “Galliani deve muoversi tramite Berlusconi” per “influenzare AN e compagnia”.

Mazzini a Moggi: “Comunque stamani io ho chiamato Galliani, gli ho detto: senti, stammi bene a sentire, dico, guarda, muovi anche i tuoi padrini politici, perché, che Zamparini è di AN e che voti per Abete è veramente una cosa che non… non esiste al mondo”.

Bergamo a Mazzini: “Gigi (Pairetto, ndr) risponde alla Sampdoria, al Milan, all’Inter, al Verona, al Vicenza, al Palermo, a tutti quelli dove ci sono grandi magazzini e lui ha bisogno di lavorare”.

Come mai avrebbero potuto due solitari dirigenti avversari mettere nel sacco un impero tanto grande? Infatti non poterono, perché tutto esiste solo nella mente di un personaggio con la strana e peculiare carica di “addetto agli arbitri”. Quel Leonardo Meani, credibile quando dice di difendersi dalla Juve, semplice co.co.co da rinnegare quando intrattiene rapporti di ogni tipo con la quasi totalità della classe arbitrale.

Non ci credete? Cominciamo da Collina, per il quale venivano organizzati incontri per conto di Galliani, nel ristorante di proprietà di Meani. Per di più nel giorno di chiusura, “così non ci vede nessuno”. Meani che gli augura di essere presto designatore, così “non ti chiamo più”, che gli rammenta quando lo aiutava nelle scelte “mi ricordo di quando avevamo posto il veto a Pisacreta” e che chiamava “il capo, il grande capo” per relazionare di questa sua bellissima amicizia con l’arbitro viareggino.
No, queste cose Moggi non le faceva.

E che dire del guardalinee Puglisi, definito da Babini, altro guardalinee “Puglia, l’ultrà del Milan”. Prima del derby di Champions, Puglisi chiama l’amicone: “L’importante è che noi riusciamo a fargli il culo a ‘sti interisti”. Qualche giorno dopo Meani lo rincuora sul suo futuro: “Secondo te, perché so? Perché io sto spingendo da matti per te, no!”. Lo stesso Puglisi che chiede a Meani se farà Milan-Chievo e questi che gli risponde che era stato già scelto per Parma-Sampdoria, ma che farà cambiare designazione. Come in effetti accade. E si cautela pure, ridacchiando: “Tu comunque vedi di star zitto su questo cose che ti dico, eh?”. Per finire gli racconta come ha istruito Babini per Milan-Chievo: “Mercoledì da intelligente come vogliono quelli lì, nel dubbio da una parte vai su e dall’altra stai giù. Poi se le cose eclatanti che vedono tutti, nessuno dice niente eh!”.
E per lui spingeva anche con Galliani : “Puglisi però bisogna far tutto per metterlo in A e in B, eh?”. D’altra parte il Presidente aveva già capito tutto: “Ho saputo che lei ha già parlato con Puglisi”.

Ma avete mai sentito Moggi dire roba del genere?

Si era persino stupito l’arbitro Messina, che al telefono con il ristoratore lodigiano, chiede: “Oh, ma li hai designati te i guardalinee (Milan-Chievo, ndr) o loro?”

E Copelli? Prima di Milan-Sampdoria viene tranquillizzato: “Hai visto che sto rilanciando e son troppo… sto rilanciando anche Messina”. Copelli è colui che il 13 maggio 2006, davanti a Borrelli, dichiara: “Se un assistente avesse voluto arbitrare un incontro del Milan non si doveva rivolgere ai designatori, ma a Meani”. Già, infatti, tante volte Meani glielo aveva detto direttamente: “Stai tranquillo, adesso ci penso io. Parlo con Galliani, lui lo sa Galliani, gli dico: senta, questo qui è un nostro uomo gli dico io”.

E poi le confidenze a Contini, altro guardalinee: “Io e te siamo amici, qualcosina in più me la puoi dare oh… ma va bene… il giocatore tu lo richiami invece di ammonirlo, cioè sono queste cose qui, eh…”.

Babini addirittura si spaventa. Dopo aver saputo che Meani aveva scelto i guardalinee di Milan-Chievo, lo chiama per dirgli: “Bisognerebbe rifiutarla quella partita lì, con questa designazione confermano che è tutta una porcheria [...] Ti ho detto che facciamo ridere tutta Italia con questa designazione”.

Indimenticabile la promessa a Rodomonti: “T’ho fatto anche prendere sette e mezzo da Cecere […] Comunque, guarda che mi ha telefonato il mio presidente che ti dà l’indirizzo e ti manda a fare anche a te il trapianto dei capelli in Svizzera”.

E come dimenticarsi di Meani che chiede a Mazzei di mandare Ambrosino, che dice a Pasquale D’Addato (osservatore AIA di Bologna) di stare sereno per il suo avanzamento di carriera perché ne parlerà a Lanese: “Noi avremmo piacere che questo D’Addato possa fare il presidente regionale. Gli dico: il dottor Galliani vorrebbe fargli fare il presidente”.

Si potrebbe andare avanti per molte pagine, ma ci fermiamo qui, non senza ricordare l’ormai famoso avvertimento a Bergamo in vista della decisiva Milan-Juventus (partita prima della quale Meani regalò orologi alla terna arbitrale… “però a Trefoloni gli fai un bel discorsetto, perché sennò gli tagliamo la testa noi”) e gli amorosi sforzi di Galliani che si muove perché un dossier dell’arbitro Paparesta sulla sua attività lavorativa all’AssoBioDiesel arrivi nelle mani del sottosegretario Gianni Letta.

Allora smettiamola, una volta per tutte, di raccontarci favole. I poteri erano altri, ed erano molto forti. Ma è finalmente arrivato il momento di prenderne coscienza, tutti quanti. E’ inaccettabile che vogliano ancora ingannarci su quanto è successo. E’ inaccettabile che ci propongano soluzioni di comodo. Noi vogliamo giustizia, e che sia giustizia integrale. A partire dalla restituzione dei due scudetti ingiustamente sottratti, fino alla certezza di una dura pena a chi, veramente, operava con modalità assai poco cristalline. La nostra battaglia, ora, è questa.