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martedì 18 settembre 2012

La Juventus riprende il cammino europeo


Ai nastri di partenza dei gironcini della Champions League figura nuovamente il nome della Juventus, una tra le possibili protagoniste della manifestazione.
L'ultima gara di Madama in questo torneo risale all’8 dicembre 2009, allorquando la formazione allenata da Ciro Ferrara aveva subito una sonora sconfitta casalinga ad opera del Bayern Monaco (1-4), dopo aver toccato con mano per qualche istante la possibilità di accedere agli ottavi di finale.

Nella stagione precedente (2008/09) il cammino della Juventus era stato interrotto proprio negli ottavi di finale dal Chelsea, suo prossimo avversario nella partita d’esordio allo "Stamford Bridge" nella serata di mercoledì 19 settembre.
Il sorteggio, all'epoca dei fatti, si era divertito a mettere a confronto le tre squadre italiane rimaste in lizza con altrettanti club inglesi: già detto dei bianconeri, all'Inter era capitato il Manchester United ed alla Roma era toccato l'Arsenal.
Passarono il turno tutte le società provenienti dalla Premier League, sancendo un "sorpasso" di quel campionato sulla serie A ormai acclarato da tempo.

José Mourinho, tecnico dei nerazzurri, nonostante l'addio anticipato al torneo aveva mostrato uno spirito battagliero, sintetizzato nelle dichiarazioni rese alla stampa al termine della gara di ritorno: "Non sono arrabbiato, sono triste. Se vogliono toccare la mia squadra devono prima ammazzarmi. Il complesso, o la paura della Champions, per me non c'è più. Non è un problema psicologico, è un problema calcistico. Ora so cosa bisogna fare per vincere la Champions: ne discuterò con la società, non con voi".

L'anno successivo il portoghese era riuscito effettivamente a conquistare il trofeo, abbandonando l'Inter subito dopo il trionfo del "Santiago Bernabeu" per poi emigrare in Spagna, al Real Madrid.
Lungo il tragitto per arrivare alla finalissima (disputata - guarda caso - contro il Bayern Monaco), la Beneamata aveva estromesso dalla manifestazione anche lo stesso Chelsea.

Chelsea-Juventus, quindi. La prima in classifica nella Premier League contro la capolista della Serie A (in coabitazione con Napoli e Lazio). Per i bianconeri guidati dal duo Conte (in tribuna) e Carrera (sulla panchina) quella della scorsa domenica contro il Genoa è stata la terza vittoria consecutiva in altrettante gare di campionato. La più sofferta sino ad oggi, quella meno attesa alla conclusione dei primi quarantacinque minuti di gioco.

Padroni del campo per un tempo (ed in vantaggio grazie alla rete di Immobile, juventino a metà con il Grifone), i rossoblù hanno sprecato troppe occasioni da rete prima di venire colpiti e affondati dai goals di Giaccherini, Vucinic e Asamoah.
Gli ultimi due, subentrati a partita in corso assieme allo svizzero Lichtsteiner, hanno contribuito in maniera decisiva al risveglio dei bianconeri una volta rientrati sul campo dopo l'intervallo.

La sosta dovuta agli impegni delle varie nazionali, l'attuazione di una massiccia dose di turnover, la condizione fisica non ottimale di alcuni degli elementi presenti nell'undici iniziale, un approccio sbagliato alla partita, il pensiero rivolto all'ormai vicino incontro col Chelsea: queste sono state le cause principali che hanno provocato la prova incolore di Madama nel primo tempo.

Senza dimenticare, naturalmente, l'ottima prova dei padroni di casa, ai quali il vantaggio di misura andava obiettivamente stretto. Nel momento in cui sembrava potessero raccogliere il frutto della loro supremazia, soltanto un grande Buffon - con una parata decisiva su conclusione ravvicinata di Bertolacci – è riuscito ad evitare la seconda rete del Genoa.

Su tutto questo, e altro ancora, i bianconeri avranno modo di riflettere una volta rientrati da Londra.
Adesso è arrivato il momento di chiudere gli occhi ed ascoltare nuovamente la musichetta della Champions League.
Evitando di aspettare la seconda frazione di gioco per tirare fuori il meglio di sé: sarebbe il modo più semplice per complicare l’inizio del nuovo cammino europeo.

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martedì 10 luglio 2012

Deschamps, un "capitano" vincente per la Francia


"Diventare ct della nazionale di calcio francese, era scritto nel più profondo del mio cuore''. E ancora: "Se non riuscirò a portare la Francia ai Mondiali, lascerò il mio posto". Parole e musica di Didier Deschamps, "Didì" per quei tifosi juventini che lo hanno potuto ammirare nel quinquennio della sua permanenza sotto la Mole dal 1994 al 1999.

All'epoca dell'approdo a Torino era un campione già affermato, ma ancora affamato di vittorie. Proveniva dall'Olympique Marsiglia, dove aveva alzato la Champions League battendo il Milan di Fabio Capello, uno squadrone che in Italia dettava legge da anni. A prima vista, data la corporatura minuta, faceva tenerezza; in campo (e negli spogliatoi), invece, mostrava la sua vera natura: quella di un "piccolo gigante".

All'interno del rettangolo di gioco si piazzava davanti alla difesa, per smaltire il traffico e dirigere le operazioni. La migliore descrizione delle sue caratteristiche l'aveva fornita proprio lui all'alba dell'esperienza bianconera come calciatore: "Non mi piace barare. Allora: non sono un fuoriclasse e neppure il giocatore che fa la differenza. Ma a centrocampo garantisco quantità e qualità. Uno di quelli di cui in genere si dice che non si fa notare, ma se c'è si sente".

Fece incetta di trofei, conquistando il mondo, oltre l'Europa, con la maglia juventina addosso. Marcello Lippi lo vedeva come un allenatore in campo. Assieme a Gianluca Vialli (il leader riconosciuto del primo gruppo a disposizione del tecnico viareggino) lo coccolarono ai tempi in cui - infortunato - era stato acquistato da Madama ma ancora non era riuscito a dimostrare il suo valore. A dimostrazione di un carattere che certo non gli manca aveva poi discusso animatamente tanto con il primo ("È vero, io e l'allenatore abbiamo litigato, ma non ci siamo presi a botte. Solo che non doveva mettermi in panchina senza dirmelo: l'ho saputo da altri, così non si fa") quanto con il secondo ("Ho sbagliato a scegliere il Chelsea: il calcio inglese non fa per me. E, poi, Gianluca è cambiato: non è più l' uomo che conoscevo"). Dopo Francia, Italia e Inghilterra aveva chiuso col calcio giocato in Spagna, al Valencia.

Come allenatore ha percorso la stessa strada intrapresa da calciatore: quella della vittoria. Conclusa l'esperienza al Monaco (dove aveva compiuto un mezzo miracolo sfiorando la Champions League nel 2004, perdendola nella finalissima contro il Porto di José Mourinho) ha guidato la Juventus al ritorno in serie A dopo il terremoto di Calciopoli. L'aveva lasciata (con tanto di rimpianti) per divergenze con l'allora gruppo dirigenziale capitanato da Jean Claude Blanc quando mancavano due giornate al termine del campionato cadetto, per poi fare ritorno a Marsiglia. Lì, tanto per cambiare, ha conquistato sei trofei in tre stagioni.

Adesso l'aspetta l'avventura alla guida della nazionale del suo paese, proprio lui che aveva alzato - da capitano - la coppa del Mondo il 12 luglio 1998, a Parigi. Due anni dopo, per la cronaca e la storia, era arrivato il turno dell'Europeo. Faceva parte di un gruppo di giocatori straordinari, dove tra gli elementi di spicco figurava il compagno di squadra - anche in bianconero - Zinedine Zidane.

Con la maglia dei Bleus ha accumulato 103 presenze, la prima delle quali avvenne grazie alla convocazione di Michel Platini, altra leggenda del calcio francese. Dopo l'ultima apparizione non riservò parole al miele per l'attuale presidente dell'UEFA: "Non capisco come mai Platini continui a sostenere che non sono un grande calciatore. Affari suoi, comunque".

All'inizio della carriera da allenatore gli erano sfuggiti, in un colpo solo, tanto il Chelsea di Abramovich quanto la Juventus del dopo Lippi (bis), così come era capitato con la stessa Francia, negli istanti in cui la sua Federazione era dubbiosa se rinnovare o meno il mandato a Raymond Domenech (2008). Il 15 agosto, in occasione dell'amichevole programmata contro l'Uruguay, potrà cominciare quel cammino che ha sempre desiderato.

Le prime parole da lui pronunciate, oltre a quelle citate in precedenza, sono state: "I giocatori non hanno più diritto all'errore".
Ripensando alla sua carriera, è facile immaginare che non stia scherzando.

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giovedì 24 novembre 2011

Villas Boas, Conte e la ricetta per vincere

“La testa dell’allenatore è pronta per l’esecuzione, quando non ci sono i risultati”. Parole e musica (triste) di André Villas Boas, tecnico portoghese di quel Chelsea sconfitto a Leverkusen dai padroni di casa lo scorso mercoledì di Champions League col risultato finale di 1-2.

Su di lui i Blues in estate hanno deciso di puntare forte: 15 milioni di euro, per la precisione, vale a dire l’importo della clausola rescissoria che legava l’allenatore al Porto, il suo precedente club, con il quale la scorsa stagione ha fatto incetta di trofei nazionali ed europei. Roma, Juventus e Inter dovettero abbandonare anzitempo l’idea di accettare una scommessa troppo cara per un campionato come quello italiano che non può più permettersi certi lussi.

“Devo tutto a Bobby Robson. Il divorzio da Mourinho? Dovevo seguire la mia ambizione”. Alla vigilia della finale dell’Europa League conquistata ai danni dello Sporting Braga si smarcò in questo modo, netto e deciso, dall’ombra dello “Special One”, lui che venne definito “Two”, il numero due, proprio perché stava dimostrando con i fatti di poter proseguire con le proprie gambe una carriera da predestinato. Da stretto collaboratore a suo avversario, il passo ormai era stato compiuto. Con il beneplacito del vecchio José, che poche ore prima aveva recapitato un messaggio di complimenti a Domingos Paciência, l’altro mister di quella sfida.

“Un pensiero particolare va a Pep Guardiola. Lui per me è una continua fonte d’ispirazione, e lo sa. Per questo gli dedico questa vittoria”. Bastò poco a Villas Boas, nei momenti immediatamente successivi il trionfo di Dublino dello scorso 18 maggio, per chiudere momentaneamente la querelle con l’ex maestro.

Le difficoltà riscontrate anche in Premier League hanno fatto risuonare nuovamente le voci sul possibile ritorno al Chelsea di Guus Hiddink. Va ricordato che, per motivi differenti, non sono comunque mancate polemiche anche sul recente operato di altri suoi illustri colleghi: Arsène Wenger (Arsenal), Alex Ferguson (Manchester United) e Roberto Mancini (Manchester City).

Su quest’ultimo, poi, pesa come un macigno la frase pronunciata dal patron del Napoli De Laurentiis dopo la sconfitta subita dagli inglesi allo stadio “San Paolo”: “Visto? Non si fa tutto con i soldi”.
In quei casi, chi “paga” è sempre il tecnico. Che avrà comunque un’intera stagione per rifarsi, magari vincendo il campionato, sempre che i Citizens non riescano a rimanere in corsa anche nell’attuale edizione della Champions League.

Il calcio molte volte è imprevedibile, può bastare poco per cambiare il corso della storia: quella del Milan stellare di Arrigo Sacchi iniziò grazie alla nebbia calata su Belgrado nel corso di una partita che stava vedendo i rossoneri in svantaggio di un goal. La ripetizione della stessa consentì poi al Diavolo il passaggio del turno dopo la disputa della lotteria dei calci di rigore.

Mentre gli eterni rivali “spagnoli” Guardiola (Barcellona) e Mourinho (Real Madrid) rischiano di fare incetta di titoli anche quest’anno (Bayern Monaco permettendo), sabato prossimo in Italia Edy Reja e Antonio Conte si affronteranno a viso scoperto per giocarsi la momentanea leadership della serie A.
Lo scorso 19 settembre l’allenatore dei biancocelesti arrivò a Formello per rassegnare le proprie dimissioni, salvo rinunciarvi su richiesta di Lotito e dei giocatori. Nell’arco di quasi due mesi si è ritrovato in vetta alla classifica, in compagnia di una Vecchia Signora che ha ripreso confidenza con l’alta quota.

Di mesi ne sono passati ventiquattro dal momento in cui Antonio Conte sfiorò la panchina della Juventus (dopo un incontro infruttuoso con Jean Claude Blanc), per poi aggiudicarsela a seguito dell’ennesima rivoluzione bianconera. Lui stesso, nel merito, era stato profetico i primi giorni di novembre del 2008: “Di sicuro, se entro 3 o 4 anni non sarò arrivato ad alti livelli, lascerò perdere”.
La sua ricetta per vincere è semplice: “Un grande allenatore lo fa una grande società e grandi giocatori, sono loro i protagonisti assoluti”.
Da quest’orecchio, però, i presidenti non ci sentono bene.
Oppure, semplicemente, fingono di non sentire.

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domenica 8 maggio 2011

Lo scudetto del Milan e la scelta dell'allenatore della Juve



Alla fine è stato il Milan a conquistare lo scudetto, così come in molti avevano pronosticato ad inizio campionato. C’era soltanto una squadra, oltre a quella rossonera, che poteva seriamente ambire a (ri)vincerlo: l’Inter, detentrice del tricolore da quattro anni a questa parte (nel calcio, piaccia o non piaccia, si considerano solo i titoli meritati sul campo) e passata di mano da Mourinho a Benitez senza che le venissero fatti i necessari ritocchi nel calciomercato estivo. Aspettare la riapertura della sessione invernale per intervenire è stato un errore fatale per le speranze dei nerazzurri, così come a nulla è valso scaricare esclusivamente sull’allenatore spagnolo le colpe di un avvio di stagione stentato. Da una parte o dall’altra, la convinzione generale ai nastri di partenza era che lo scudetto, comunque andassero le cose, non si sarebbe spostato da Milano.

Nel corso della prima partita che i rossoneri disputarono in questo campionato, a "San Siro" contro il Lecce (29 agosto 2010), Ibrahimovic guardò giocare i propri compagni comodamente seduto in tribuna. Appena acquistato dal Milan, non poteva ancora scendere in campo. Il Diavolo vinse 4-0 grazie ad una doppietta di Pato e alle reti messe a segno da Thiago Silva e Filippo Inzaghi: tolto lo stesso Inzaghi (infortunatosi poi nel prosieguo della stagione) e inserito al suo posto lo svedese, ecco pronta una lista di alcuni tra i principali artefici dello scudetto numero diciotto conquistato dai rossoneri.

Da un allenatore all’altro: se Benitez non si mostrò capace di integrarsi positivamente all’interno dell’ambiente nerazzurro, a Massimiliano Allegri - invece - nel suo nuovo mondo milanista l’operazione è riuscita alla perfezione. Tra i due esiste un nome che unisce le loro recenti esperienze in panchina: quello di Leonardo, l’attuale tecnico dell’Inter. La scorsa stagione guidò i rossoneri conducendoli al terzo posto attraverso il suo calcio offensivo legato alla fantasia degli interpreti, in questa ha portato il proprio credo dall’altra sponda del Naviglio, raccogliendo i cocci della gestione dello spagnolo e potendo beneficiare di innesti importanti giunti dal mercato di riparazione.

Allegri iniziò la stagione a Milanello continuando l’opera progettata dal suo predecessore, per poi smantellarla poco alla volta creando una formazione a sua immagine e somiglianza. Fuori dal gruppo dei titolari Ronaldinho ("Il nostro Usain Bolt? Si chiama Ronaldinho: era il sogno degli sportivi di tutto il mondo e può tornare quello di prima", disse di lui Berlusconi il 18 agosto 2009), consegnata la squadra in campo a Ibrahimovic dopo aver protetto la difesa con una linea di mediani da far invidia al migliore dei catenacciari, ha poi rimesso la qualità nell’undici di base una volta trovato il giusto equilibrio tra i reparti. A quel punto anche l’assenza dello svedese in alcune gare determinanti è stata ben suffragata dal comportamento del resto dei compagni. Il confronto tra quanto accaduto nei due derby della Madonnina quest’anno rappresenta la classica "prova del nove": all’andata il Diavolo vinse con un goal dello svedese su rigore; al ritorno (dall’altra parte c’era già Leonardo) spazzò via i nerazzurri con un secco 3-0 (doppietta di Pato e rete di Cassano), senza la possibilità di disporre dell’apporto di Ibrahimovic.

Ora che ha vinto il tricolore Allegri è così riuscito a ripetere le prodezze di Arrigo Sacchi, Fabio Capello e Alberto Zaccheroni, capaci di conquistare lo scudetto sulla panchina del Milan al primo tentativo. I quattro allenatori in questione, in realtà, hanno un altro aspetto in comune: nelle loro esperienze di club precedenti a quella rossonera non avevano vinto nulla di importante, tranne qualche riconoscimento a livello personale (una "Panchina d’oro" sia per Zaccheroni che per lo stesso Allegri).

Analoga situazione capitò anche a Marcello Lippi in casa Juventus: venne scelto dalla Triade per riportare a Torino uno scudetto che mancava da otto stagioni, nonostante nel suo palmarès non figurassero trofei. Tanto l’allora dirigenza bianconera quanto quella rossonera si sono dimostrate in grado di individuare le persone giuste cui affidare la gestione di spogliatoi infarciti di campioni, spesso e volentieri con caratteri difficili da far coesistere tra di loro e con squadre da plasmare in fretta per raggiungere obiettivi prestigiosi.
Nel corso degli ultimi anni, poi, è anche capitato che un tecnico passasse da una delle sue società all’altra: fu così tanto per Ancelotti, che non riuscì a raccogliere quanto di buono seminato sotto la Mole per poi fare incetta di consensi (e titoli) a Milano, quanto per il già citato Capello, che terminata l’epopea rossonera e le esperienze madrilista e romana vinse gli ultimi due tricolori bianconeri sotto la Mole. Non è stato un caso se per quindici stagioni, dal 1991 al 2006, tranne in due occasioni (Lazio e Roma) lo scudetto è sempre andato alla Vecchia Signora o al Milan: erano semplicemente i club migliori presenti in Italia, gestiti dalle persone più competenti in materia.

All’attuale Juventus manca la qualità per tornare a vincere, quella che - seguendo le promesse dirigenziali - verrà aggiunta nella rosa bianconera a partire dalla prossima estate. Ancora non è dato sapere il contenuto del "piano ambizioso" citato recentemente da John Elkann che possa consentirle di tornare sui livelli di eccellenza sportiva che le competono, così come è prematuro parlare di cifre da investire nel prossimo calciomercato, nell’attesa - oltretutto - di conoscere quanto (e cosa) verrà detto nel consiglio di amministrazione fissato per il prossimo 11 maggio.

La recente vittoria del Milan - nel frattempo - ricorda (più che insegnare) come la scelta dell’allenatore, per quanto realmente possa incidere sugli esiti finali di una competizione (e qui vi sono dibattiti che durano da una vita), rappresenta un aspetto da non sottovalutare, dato che potrebbe consentire ad un club di disporre di un ulteriore valore aggiunto rispetto ai diretti contendenti.
Certo, deve essere fatta dalle persone giuste. D’altronde d’ora in poi nessuno potrà più permettersi di sbagliare o nascondersi di fronte alle difficoltà di una "rivoluzione" societaria.
Conta vincere, soltanto quello. E’ meglio ricordarlo, ogni tanto…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 22 dicembre 2010

Marotta, i numeri dell'estate e l'evoluzione Juve

Miglior attacco della serie A (sia in casa che in trasferta), minor numero di sconfitte nelle prime diciassette giornate di campionato (due), imbattuta dallo scorso 26 settembre con sole 14 reti subite nelle ultime 18 gare, Europa League compresa. Sono i numeri della Juventus di Luigi Del Neri, la formazione attualmente quarta in classifica dietro Milan, Lazio e Napoli.
Bastava poco perché si ritrovasse a soli tre punti di distanza dai rossoneri, ma sul più bello sono comparsi nuovamente i sintomi di quella malattia che la Vecchia Signora dovrà curare in questa pausa natalizia: la "pareggite". Sei incontri su sei terminati senza vittorie né sconfitte nella manifestazione europea, quella che Madama ha salutato con largo anticipo rispetto alle previsioni iniziali; sette, invece, sono stati i pareggi nella competizione nazionale (poco più del 40% delle partite disputate). Eppure, senza il goal di Pellissier realizzato nei minuti di recupero dell’ultima gara giocata a Verona, questi numeri avrebbero assunto un’altra rilevanza.

Soprattutto alla luce del punto di partenza della nuova Juventus targata Andrea Agnelli: come riportava "Tuttosport" lo scorso 2 settembre, la società bianconera si era resa protagonista di una sessione estiva di calciomercato condotta su ritmi pazzeschi, con un totale di 90 operazioni ufficiali compiute (tra entrate, uscite e risoluzioni contrattuali) che hanno coinvolto i suoi tesserati a partire dalle formazioni giovanili sino ad arrivare alla prima squadra, con una media di oltre una trattativa al giorno. Giuseppe Marotta, il 20 maggio, dichiarò: "Alla Juventus serve un processo evolutivo, non una rivoluzione". Numeri alla mano, si trattò di un qualcosa di più di una semplice "evoluzione".

Era stato deciso di gettare le fondamenta di un progetto sportivo ad ampio raggio, che difficilmente avrebbe portato nell’immediato risultati importanti, ma che puntava a non ripetere lo stesso errore compiuto dalla precedente gestione: quello di dover ripartire da zero, senza certezze e dopo aver spremuto le residue energie dai calciatori rimasti nonostante il terremoto del 2006. A chi storceva il naso sull’operato della nuova dirigenza, con il ritornello "quantità ma non qualità", la risposta veniva racchiusa in un’unica parola: "pazienza".
Quella che non esiste, quando ti chiami "Juventus". A maggior ragione se anche il suo stesso Presidente, recentemente, alla voce "Calciopoli" ha poi riconosciuto che "In questi anni abbiamo abusato della pazienza dei nostri tifosi".

Marotta, intervistato dalla "Gazzetta dello Sport" due giorni addietro, ha tenuto a precisare come "E' necessario arrivare (ai livelli di eccellenza sportiva, ndr.) senza saltare nessuna tappa a livello economico e organizzativo. Nei grandi progetti, quelli che durano, quelli vincenti, non si improvvisa niente, non si può improvvisare niente".

Sempre il 2 settembre scorso, la foto di Mourinho ricopriva la quasi totalità dello spazio disponibile nella prima pagina della rosea: aveva rilasciato un’intervista esclusiva al taccuino di Fabio Licari, nella quale ammetteva di sentire Moratti ogni settimana, anche se - da professionista - riteneva di aver chiuso un capitolo della sua vita ("Quando chiudo, chiudo"). Accanto all’immagine, con il rimando ad un articolo scritto da Matteo Dalla Vite, si poteva leggere: "Benitez deluso dal mercato. Però a gennaio qualcuno arriverà". E qualcuno se ne andrà…
La Juventus? E chi se la filava… C’era spazio solo per uno sfogo di Diego, il brasiliano ceduto ai tedeschi del Wolfsburg: "Del Neri mi aveva detto che ero indispensabile, ma Marotta vuole solo italiani e non campioni".
Per il resto, si scommetteva sulle tre sfidanti per lo scudetto: Milan, Inter e Roma.

Nell’edizione odierna della "Gazzetta dello Sport", accanto al saluto ad Enzo Bearzot (ciao, Vecio), ecco le foto di due allenatori che potrebbero rappresentare il futuro dell’Inter: Leonardo e… Mourinho.
Il tecnico portoghese, in rotta di collisione con Jorge Valdano, dopo le cinque reti subite dal Barcellona e preso atto dello strapotere degli avversari diretti in Spagna (anche se la distanza in classifica è di soli due punti), lancia un messaggio a Moratti: "All’Inter tornerei, ma spero non abbia bisogno di me…". L’intervista, anche questa volta, è stata curata da Fabio Licari. Viene proposta a "puntate", quasi a voler accompagnare un suo rientro in Italia la prossima estate.

In questa sessione invernale di calciomercato i nerazzurri (quasi certamente) si rinforzeranno, Cassano è ormai del Milan che cerca di liberarsi di Ronaldinho, la Roma prova ad acquistare difensori mentre il Napoli migliorerà la rosa a disposizione di Mazzarri pregustando un finale di stagione nelle primissime posizioni in classifica.
La Juventus? Continua nella sua opera di "evoluzione", alla ricerca di un goleador in grado di aiutare la squadra a trasformare i pareggi in vittorie. Perché puoi avere anche il miglior attacco della serie A e non perdere da una vita, ma soltanto accumulando tre punti a domenica ti metti nelle condizioni di puntare a vincere qualcosa di importante.

Nell’attesa, c’è anche la possibilità di "distrarsi" con i colloqui di Stefano Palazzi: dopo "Farsopoli" è iniziata "Calciopoli".
Vedremo.
Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 19 settembre 2010

Alla ricerca di una vittoria per smuovere la classifica

Dalle stelle alle stalle: potrebbe presto diventare il nuovo slogan del Milan di Massimiliano Allegri di questo primo scorcio di stagione. Dagli acquisti roboanti delle ultime giornate del calciomercato estivo, con il ritorno in Italia di Ibrahimovic e l’arrivo di Robinho, alle prime (inaspettate) stecche in campionato. Nel mezzo, due reti dello svedese nell’esordio dei rossoneri in Champions League contro l’Auxerre. Dopo l’anticipo giocato ieri sera il Catania torna in Sicilia con un pareggio prezioso (1-1), mentre il Milan perde altri due punti, da sommare ai tre lasciati a Cesena nella prima trasferta stagionale.

Dovrebbero essere proprio i rossoneri i principali rivali dell'Inter in serie A, quest'anno: in fase di rodaggio continuano a dare l’idea di una squadra con molti solisti ma poco equilibrio. E con diverse lacune del recente passato ancora presenti. Certo, se la musica delle prime due giornate (e poco più) del campionato dovesse continuare ad essere questa, al tavolo dei possibili vincitori ci sarebbe spazio per altre compagini, compresa la Roma del Ranieri "furioso". Quello che risponde a tono alle presunte dichiarazioni di Totti contro di lui, e che assicura di avere un gruppo "con la palle". Fosse così sarebbe già tanto, almeno rispetto alla sua precedente esperienza alla Juventus. Dove guidò una squadra così variabile e volubile da essere definita - da lui stesso - un "camaleonte solido".

Sinisa Mihajlovic, dopo la sconfitta della Fiorentina contro il Lecce, lo aveva detto: "vedo giocatori molli, li prenderò a calci nel sedere". Eccolo servito: al termine della disfatta interna di ieri pomeriggio contro la Lazio (1-2, dopo essere passati in vantaggio grazie alla rete segnata su rigore da Ljajic), sono stati proprio i tifosi viola ad invitarlo a procedere in tal senso. Inutile, poi, il tentativo del tecnico di fare marcia indietro nei momenti immediatamente successivi alla gara ("è soltanto colpa mia"): il danno era già stato fatto.
Un José Mourinho capovolto: tanto l’allenatore portoghese protegge i suoi calciatori da tutto e da tutti e mette il proprio ego di fronte al mondo intero, quanto il serbo è riuscito - ora, a Firenze - ad ottenere il consenso dei propri sostenitori, mandando alla berlina i giocatori viola. Principali colpevoli, agli occhi della tifoseria, di quel solitario punticino in classifica dopo tre giornate di campionato.

Che poi è anche il punto di partenza della nuova Juventus di Del Neri. Quella che inizia a giocare le partite solo dopo i primi quarantacinque minuti, che dovrebbe avere il punto di forza nella difesa e che invece - ad oggi - è diventata il suo punto debole, che dovrebbe dominare le fasce invece di soffrire proprio in quelle zone del campo.

Un punto dopo due partite è poco, per una grande squadra rinnovata figlia di una società nuova di zecca. E’ "niente" se ti chiami Juventus. Con i "se" ed i "ma", con le richieste di fiducia e di tempo di cui poter disporre per assemblare - pezzo su pezzo - la sua nuova creatura, con l’atteggiamento ancora timido di alcuni giocatori e via discorrendo, puoi spostare l’asticella delle aspettative di qualche giorno. Forse anche di qualche mese. Ma se stasera la classifica bianconera non mostrerà qualche novità, l’atmosfera diventerà pesante.

In campionato, dopo la gara di oggi pomeriggio, la Juventus disputerà le prossime due partite in casa (Palermo e Cagliari) ed una in trasferta (l’Inter), per chiudere, così, questo primo tour de force stagionale.
Udinese, Palermo, Cagliari e Inter: lo scorso anno, tra andata e ritorno, su otto gare giocate contro queste squadre e 24 punti a disposizione, la Vecchia Signora riuscì a racimolarne soltanto 9.

L’ultima disastrosa stagione bianconera non deve certo essere presa come punto di riferimento, ma piuttosto come monito per l’avvenire. Se poi si riuscisse a passare, con il trascorrere delle giornate, dalle stalle alle stelle, sarebbe il massimo.
L’unica preoccupazione, per ora, rimane quella di non rimanere fermi ad un punto.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 17 luglio 2010

La storia è fatta di corsi e ricorsi

(vignetta di Claudio Rugge)

Si avvicina il primo impegno ufficiale (29 luglio, andata terzo turno preliminare di Europa League), e ora si conoscono i nomi delle due squadre che si contendono la possibilità di incontrare la Juventus: Shamrock Rovers (Irlanda) e Bnei Yehuda (Israele).

Per partecipare alla Coppa UEFA del 1999-2000 i bianconeri dovettero affrontare - nell’ordine - Ceahlăul Piatra Neamţ (1-1 all’andata, con goal di Tacchinardi, 0-0 a Cesena), il Rostov (4-0 in trasferta, 5-1 in casa) e il Rennes (2-0 e 2-2, in Francia). Non c’erano i preliminari, ma la vecchia Coppa Intertoto, che la Juventus si aggiudicò insieme a Montpellier e West Ham.
Anche allora - come oggi - la Vecchia Signora doveva ripartire da un’annata fallimentare (quella precedente: 1998-99). Corsi e ricorsi storici. Perché la storia è fatta di cicli, e a volte "ritornano".

"Se il problema di questa squadra sono io, come pare da quando ho detto che a fine stagione me ne sarei andato da Torino, e' meglio che io mi faccia da parte".
Così parlò Marcello Lippi dopo la sconfitta interna per 4-2 della Juventus contro il Parma di Alberto Malesani, nella stagione incriminata.
Si trattava del periodo più basso della prima Juve Lippiana, quella del tridente Del Piero-Vialli-Ravanelli che conquistò l’Italia e l’Europa nel giro di due anni, così come quella (anche) di Zidane e Boksic che raggiunse la vetta del calcio mondiale in quel di Tokyo.
L’incontro coi parmensi segnò la fine della sua avventura in bianconero, con le dimissioni subito accettate. Dopo, arrivò Ancelotti.

Dalle polemiche con l’Inter nella stagione 1997-98 al suo addio comunicato con largo anticipo, proprio per raggiungere i nerazzurri l’anno successivo. Si era "rotto" qualcosa già da subito nello spogliatoio (e qualcosa di grosso accadde proprio prima dell’incontro col Parma), mentre sul campo si infortunò, nel novembre del 1998, Alessandro Del Piero. A Udine.

Una stagione nata sono una cattiva stella, e iniziata nel lontano 26 luglio del 1998, allorchè Zdenek Zeman si eresse a paladino dello sport pulito, pronunciando la famosa frase: "il calcio deve uscire dalla farmacia e dagli uffici finanziari, se vuol tornare ad essere sport".
Quello fu solo un antipasto.
Dopo pochi giorni, continuò: "mi hanno sbalordito le esplosioni muscolari di Vialli e Del Piero".

Il resto, è storia. Che è fatta di corsi e ricorsi.
E mentre Gianni Paglia, presidente dello Zagarolo calcio (serie D) vuole comprare il polpo Paul per "sapere in anticipo le sorti della mia squadra. Mi eviterebbe stress e sorprese" e Antonio Percassi si presenta al ritrovo dei tifosi atalantini (erano in 12.000) su una diligenza trainata da quattro cavalli (…), il calcio ritrova le sue "certezze": la Juventus che prova a tornare ad essere "la" Juventus e Zeman che riparte dal suo Foggia, in prima divisione. Un ritorno al passato, in compagnia di Pasquale Casillo e del direttore sportivo Giuseppe Pavone.

Non ci voleva quel Benítez: la panchina dell’Inter si era liberata dal peso ingombrante di Josè Mourihno, la sua prima Champions League da allenatore sembrava un obiettivo finalmente raggiungibile. E invece Moratti ha preferito far cadere la sua scelta sul tecnico spagnolo.
Pazienza, anche se ora - per arrivare ai massimi vertici del calcio europeo partendo da così lontano - ci vorranno, occhio e croce, una trentina d’anni. Anche senza Luciano Moggi.

La Juventus tornerà a vincere prima di tutto questo tempo. E sarà un boccone duro da digerire. Non solo per lui.
Ma la storia è fatta di corsi e ricorsi.
C’è chi è nato vincente, e chi no.
Basta rendersene conto. E non prendersela con gli altri.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 16 giugno 2010

La nuova Juve, Pepe e i "non ricordo"



"Nel calcio si parla di tutto, ma la cosa che conta è il matrimonio. E io il matrimonio l’ho fatto con l’Inter. La Juve? Non mi ricordo, non ho tanta memoria".
Chi ha pronunciato queste parole non è il tenente colonnello Attilio Auricchio, bensì Rafael Benitez, il nuovo allenatore dell’Inter, nel corso della sua presentazione alla stampa italiana nella giornata di ieri, alla Pinetina di Appiano Gentile.

Da Liverpool a Milano, sponda nerazzurra. Da una società che a causa dei debiti accumulati in questi anni è costretta a vendere ad una che, con quelli, ha vinto. La Juventus? Un ricordo. Il tecnico spagnolo avrà presto la possibilità di rinfrescarsi la memoria: le strade, almeno nel corso del prossimo campionato di serie A, si incroceranno di nuovo. Già sta succedendo nel calciomercato, dove gli interessi delle due parti finiscono - spesso e volentieri - con il coincidere.
Dovrà raccogliere un’eredità pesante: quella di Mourinho, e dell’empatia che era riuscito a creare con la stampa italiana prima ancora che con i tifosi nerazzurri. La vittoria è l’unico strumento per reggere il confronto: simpatici o antipatici, quella "paga" sempre.

D’Agostino alla Fiorentina, Adriano e Simplicio alla Roma, Yepes al Milan: sono alcuni dei primi "colpi" assestati all’inizio di questo calciomercato. I "botti" arriveranno più avanti: c’è il mondiale di mezzo, una "speranza" per chi vende, un "problema" per chi compra. Dalle prestazioni che i calciatori offriranno nel corso della massima manifestazione calcistica dipenderanno le valutazioni dei loro cartellini in questi mesi di giugno e luglio.

La Juventus, che di calciatori ne deve sia vendere che comprare diversi, si è trovata nella peggiore situazione possibile (dover partire quasi da zero) con un intralcio - in mezzo alla sua strada - non da poco.
Il primo acquisto concluso dal nuovo corso di Andrea Agnelli, Simone Pepe, proprio nell’esordio della nazionale azzurra contro il Paraguay ha fornito ai suoi nuovi tifosi una prova confortante: corsa, polmoni e buone iniziative sulla fascia di competenza. Fortunato il difensore laterale che lo avrà di fronte a sé: il neo juventino è un moto perpetuo, attacca e difende in continuazione nell’arco di tutti i novanta minuti.

Spesso, quando ancora non si è certi della bontà di una scelta della società, si affidano le speranze ai ricordi del passato, sfogliando l’album delle figurine nel desiderio che si possano ripetere alcune storie calcistiche a lieto fine. Pepe è cresciuto nelle giovanili della Roma così come Angelo "soldatino" Di Livio, uno dei giocatori rimasti nel cuore dei tifosi juventini anche dopo aver smesso di indossare la casacca bianconera. E’ appena arrivato dall’Udinese all’età di 27 anni; stessa cosa per la piccola ala al momento del suo acquisto, da parte della Juventus della "seconda gestione" Boniperti, nel 1993. Entrambi hanno una buona duttilità in campo: Di Livio giocò anche come terzino.
Il paragone tra i due giocatori, al di là dei ruoli simili e non soltanto per una diversità di "tempi", è attualmente improponibile. La speranza, è che - col tempo - si possa parlare anche di Pepe in termini lusinghieri. Ora in pochi sarebbero disposti a scommetterci un centesimo; all’epoca, nessuno avrebbe "speso" una lira su Di Livio (per non parlare di Torricelli…).

Lo stesso Di Livio arrivò in una Juventus con due Agnelli, Pepe ne ha appena trovato uno. Da quando il nuovo Presidente ha preso possesso della società, si è smesso di parlare di CDA e si è sentito parlare di "riunioni di mercato": sembra poco, invece è "tanto". La Vecchia Signora del 1993 aveva necessità di essere ritoccata laddove, in campo e dietro le scrivanie, il Milan di Capello era superiore. Tempo un anno, e riprese a vincere come la storia le impone.

Pepe arriva in una Juventus nuova di zecca dalla testa ai piedi. Anzi, nella "testa": perché di calciatori ("i piedi"), dopo un restyling totale della società, ne devono ancora arrivare e partire molti prima di poter dare un giudizio definitivo sull’effettiva forza della squadra. Lui è stato il primo della lista ad arrivare, mentre Cannavaro (il prossimo anno giocherà nell’Al Ahli) ha dato il via agli addii. Per vincere, Pepe dovrà aspettare. Si spera il meno possibile. Adesso le ragnatele tese da Marotta e dai suoi collaboratori inizieranno a stringersi sempre di più verso altre trattative di mercato in prossimità di conclusione. Il tempo è poco, e c’è molto da fare.

Nel frattempo il mondiale andrà avanti, mentre le udienze del processo penale di Napoli, con imputato Luciano Moggi, riprenderanno soltanto il 1° ottobre. Sono saltate quelle previste in questo mese di giugno (il 15, il 18 e il 22): dopo quattro anni, ormai, il peso di dover attendere poco più di tre mesi per ascoltare nuovi interrogatori non sembra essere un ostacolo insormontabile.
Ci sono ferite che si rimarginano, altre che rimangono (e rimarranno) sempre aperte. In merito a quanto accaduto nel 2006, anche in futuro sarà difficile sentire pronunciare da un tifoso juventino le parole "non so, non ricordo…"

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 26 maggio 2010

L'addio di Mourihno e il calcio italiano dopo il 2006...



Ha un fascino particolare, Mourinho. Per un motivo o per l’altro, attira a sé tutti: amici e nemici, ammiratori e critici, i giocatori alle proprie dipendenze e quelli avversari. E vince. Tanto. Ha capito quando era il momento di venire all’Inter; viceversa, potrebbe aver individuato l’attimo giusto per un addio anticipato.
Andrà al Real Madrid: questa volta non è una bufala. Bisogna solo attendere che Moratti trovi un accordo con il "vero" Florentino Pérez (lasciando perdere i suoi imitatori). Poi, sarà Spagna.
Se ne va da un campionato che non ama: è abituato a imporre la sua cultura calcistica, fatta di provocazioni, dubbi, sospetti, scosse nervose e tensioni. Il problema è che l’Italia, in questo, è maestra: mentre in Inghilterra e in Portogallo sono aspetti poco curati, da noi rappresentano il "cibo quotidiano". Troppo simili, gli italiani e lui, perché si potesse sentire a proprio agio. I successi, in questo senso, non hanno aiutato. Anzi: gli hanno dato la possibilità di andarsene via prima rispetto a quanto concordato. Da vincente.

"Tripletta", in un’annata iniziata male: la Juventus, in campionato, con quelle quattro vittorie iniziali sembrava un avversario veramente temibile; i nerazzurri - in quel di Pechino - avevano lasciato alla Lazio il primo trofeo stagionale (la Supercoppa Italiana). Nulla di particolare, per carità. Briciole, rispetto a quanto raccolto da quel momento in poi. Due soli punti di distacco dai bianconeri nelle prime quattro giornate della serie A, allorquando la squadra di Ciro Ferrara sembrava fosse, pur con limiti di gioco abbastanza evidenti, figlia legittima di un calciomercato estivo ricco di stelle e stelline, con il contorno di giocatori - tra i quali Cannavaro e Grosso - che avrebbero dovuto considerare il campionato come l’ideale trampolino di lancio verso il loro ultimo Mondiale. Alla quinta tappa, proprio quando i bianconeri a Marassi, contro il Genoa, avevano fatto (intra)vedere segni di un bel gioco che non si è (quasi) mai più rivisto, ecco l’aggancio. Per il sorpasso, bastava attendere pochi giorni.
Il resto, è storia attuale. Adesso, a onor del vero, superata.

La Juventus di Blanc e John Elkann conclude il suo ciclo di quattro anni, mostrando un’immagine perfetta per l’idea all’origine del suo concepimento: una squadra perdente con il sorriso sulle labbra. Spopolano, in questi giorni in internet, le foto dei giocatori bianconeri sorridenti nella tournée americana post-campionato: la Statua della Libertà e le cascate del Niagara come sfondo di un gruppo di ragazzi ritratti mentre si trovano in vacanza. Dopo aver perso, tanto per cambiare, le uniche due partite disputate: quelle contro i Red Bulls di New York e la Fiorentina.

Mentre Andrea Agnelli cercherà di ricostruire la Vecchia Signora (quasi) da zero, l’Inter affronterà la nuova stagione senza la sua "guida" in panchina. Quell’allenatore che è riuscito, piaccia o non piaccia, a cambiare la mentalità di una società dal DNA debole: dietro alle sconfitte e agli acquisti inutili degli anni precedenti il 2006, non c’entrano le persone sotto processo a Napoli; viceversa, le attuali vittorie sono figlie di quella farsa. Conquistare scudetti in Italia - da quel momento in poi - è stato (relativamente) facile, per lui quanto per il suo predecessore; in Europa lo scoglio da superare era rappresentato da quegli ottavi di finale diventati, ormai, un appuntamento fisso per gli sfottò dei tifosi avversari. E’ lì che l’allenatore portoghese "ci ha messo del suo". Oltrepassati quelli, sono giunti sino in fondo. Dove non arrivavano i meriti di Mourinho, Milito, Eto’o, Sneijder e della difesa nerazzurra "all’italiana", ci hanno pensato gli arbitri. "Furti" (anche) all’estero, quando capitava alla Juventus. "Errori umani", nel contesto di imprese già diventate epiche, ora che accadono all’Inter.

E’ un Roberto Mancini "diverso", rispetto al 2006, quello che si è presentato all’udienza della giornata di ieri del processo penale di Napoli. Non solo nel taglio di capelli. Altro che "sistema": tutte le accuse da lui lanciate nel passato, si è "scoperto" ora che sono state il frutto di una banale "foga agonistica". Che, unita al sentimento popolare, hanno distrutto la Juventus. Quindici minuti: tanto è durata la sua deposizione. Il tempo dell’intervallo di una normale partita di calcio. Era l’ultimo teste dell’accusa: anche questo è stato favorevole alla difesa.
Proprio Mancini era stato il primo a fruire (anche con effetto retroattivo) delle disgrazie capitate ai bianconeri: il pm Capuano gli ha chiesto, semplicemente, di spiegare cosa ci fosse dietro a quei violenti attacchi verbali di quattro anni fa, e a quelle insinuazioni che sembravano corroborate da chissà quali prove. La mancanza di un controesame delle difese è stato l’evidente segno della totale mancanza di "consistenza" della sua deposizione.

Più si va avanti con questo processo, maggiore è la rabbia dei tifosi juventini per quello che è accaduto nel maggio del 2006. Se nel passato fossero state immediatamente a disposizione quelle intercettazioni che - con cadenza quasi quotidiana - vengono ora estratte dal cilindro (o dai cd) di quelle all’epoca considerate "irrilevanti", sarebbe stato oggettivamente più difficile distruggere la Juventus.

Con i "se" ed i "ma", però, si costruisce la storia dei perdenti. Inutile girarci intorno.
In effetti, la storia dell’Inter "vincente" ha inizio proprio nel 2006.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 25 maggio 2010

Mourinho aveva ragione: non era lui il pirla...

MADRID, 25 maggio - "Scherzi a parte" in salsa spagnola per Massimo Moratti, caduto nella 'trappola' di "Cadena Ser" che lo ha fatto parlare al telefono per diversi minuti di Josè Mourinho, con un 'finto' Florentino Perez.

LO SCHERZO - Nello scherzo telefonico il falso presidente del Real Madrid discute con il presidente dell'Inter dell'incontro nel quale devono essere discussi i dettagli del passaggio del tecnico portoghese dai nerazzurri alle "merengues". I due prendono accordi per l'ipotesi di una videoconferenza per trattare il futuro di Mourinho. «Ho parlato con Mourinho ieri sera e mi ha detto che dobbiamo parlare noi», dice Moratti, mentre il 'clone' di Perez cerca di proporre già via telefono le basi della trattativa, ipotizzando anche un possibile scambio di giocatori. Il presidente dell'Inter non sembra accorgersi che quello all'altro capo del telefono non è il vero numero uno del Real Madrid, e chiude la conversazione accordandosi per il prossimo incontro. Scherzo ben riuscito, e "primo punto" per gli spagnoli.
(Fonte: Tuttosport )

sabato 8 maggio 2010

Mourinho e il rumore del nemico...



Il rumore del nemico sta a Mourihno come l’adrenalina ad un atleta che deve affrontare una prova delicata.
Quel pericolo che arriva da lontano e che viene immediatamente sentito, metabolizzato e trasformato in stimoli. Vincenti. E’ sempre stato così, per l’allenatore portoghese. Quest’anno, poi, è andata anche peggio dello scorso. Tutto aveva avuto inizio prima ancora della partenza di questa stagione: era bastato un pronostico estivo di Lippi sulla vincitrice del campionato (la Juventus) per scatenare la sua reazione. Lippi chi? Quello che aveva pranzato con Blanc a Recco per programmare la squadra bianconera dell’anno venturo? Quella che poi avrebbe dovuto vincere lo scudetto? Proprio lui che a Torino sarebbe dovuto tornare alla conclusione dei mondiali in Sudafrica? Meglio sollevare un polverone intorno ad una semplice risposta dell’attuale C.T., in merito ad una (altrettanto) banale domanda di fine agosto. Non si sa mai.

Anche la stesura del calendario aveva suscitato polemiche: quel Milan-Juventus all’ultima giornata destava sospetti. Tanti, troppi. E se una delle due fosse finita avanti di poco all’Inter prima della tappa decisiva, cosa sarebbe potuto accadere? Fin troppo facile prevederlo: loro, le due potenze che gestivano il calcio prima del terremoto del 2006, avrebbero potuto allearsi nuovamente per un giorno, quello decisivo, in barba a chi con Farsopoli ha creato le proprie fortune. L’egemonia biancorossonera spezzata, così come auspicava Giacinto Facchetti nel suo memoriale, poteva tutto ad un tratto ripresentarsi nella sua veste peggiore.

Ma quelli erano altri tempi, quando il calcio italiano apparteneva a due sole squadre, mentre Mourinho si esibiva in quello portoghese. Con il Porto degli scandali. Ora la Serie A è diventata il parco divertimenti dell’armata nerazzurra: negli ultimi quattro anni soltanto la Roma, in due occasioni, ha (veramente) provato a contrastare un dominio totale. Quando l’obiettivo sembrava ad un passo, prima gli "aiutini" poi gli "harakiri" hanno dato la spinta finale verso il tricolore. Ai giallorossi, quest’anno, non credeva nessuno: via Spalletti dopo la sconfitta interna contro la Juventus (di un Diego stellare, mai più visto così), con l’arrivo di Ranieri è incominciata la rincorsa. Comunque vada, un bel "chapeau" a chi ha condotto i capitolini per (quasi) tutto il campionato. La caduta interna contro la Sampdoria è figlia della stanchezza per una rimonta (durata sette mesi) da record.

Il rumore del nemico Mourinho lo ha ascoltato anche quando ha dovuto subire le critiche dello Zaccheroni opinionista (prima ancora che traghettatore dell’ennesimo nuovo corso bianconero) in merito ad un atteggiamento troppo remissivo dell’Inter contro il Barcellona nel settembre scorso. La risposta? Nel suo stile: "critica e dimentica il proprio passato. Ricordo che lui ha perso 5-1 in casa con l’Arsenal ed è ricordato nella storia dell’Inter per questa memorabile sconfitta. Questa persona viene a darmi lezioni di calcio e mi dice come devo giocare spacciandosi per fenomeno (stagione 2003/2004, Champions League, ndr)".
Incerottata sino al collo per tutta la stagione (e non è la prima…), senza una parvenza di gioco, con una preparazione estiva talmente lacunosa da presentare sin da subito il conto, indecisa sino a gennaio se giocare ogni partita con il centrocampo a rombo o col trapezio, la Vecchia Signora ha deciso di invertire nuovamente la rotta (a campionato in corso): via Ciro Ferrara, dentro Alberto Zaccheroni. Perché non si poteva puntare su Guus Hiddink: un’operazione troppo onerosa per una società che, di lì a qualche mese, sarebbe dovuta passare in mano ad un Agnelli. Solo allora ci sarebbe stato il (presumibile) ritorno all’antico: via i sorrisi, dentro la voglia di vincere; via l’improvvisazione, dentro la competenza. I risultati? Prima o poi arriveranno. Ad ora, si sta completando il progetto di un francese (Jean Claude Blanc) dal futuro (prossimo, si spera) fatto di un veloce ritorno a casa: ha creato più danni lui in quattro anni che Guido Rossi e i suoi fratelli in una sola estate.

Il Milan? No, quello non fa più rumore. Dalle invenzioni di Ronaldinho alle fantasie di qualche arbitro: i rossoneri hanno provato a stare dietro ai nerazzurri sino a quando il vento è andato nella giusta direzione. Poi, (anche) per sopraggiunti limiti tecnici e atletici, è rimasta la consolazione del terzo posto. Utilissimo per evitare i preliminari di Champions League, un po’ meno per chi si illudeva (e illudeva) che bastasse un giovane rampante in panchina a rivitalizzare un gruppo orfano di Kakà e Maldini. A proposito del brasiliano: inutile che il Milan si giustifichi sempre sui motivi che l’hanno spinto a cederlo al Real Madrid. Piuttosto spieghi ai suoi tifosi perché non ha creduto sino in fondo a Gourcuff, visto che l’avevano in casa e che le avvisaglie della cessione illustre erano presenti da tempo. O forse è proprio parlando spesso di Kakà che si cerca di nascondere l’errore compiuto con il francese?

Il rumore dei nemici Mourinho l’ha sentito forte e chiaro sino a poco tempo fa: sorpasso della Roma in campionato, un Barcellona (stellare) da affrontare in semifinale di Champions League, la Fiorentina da battere in Coppa Italia prima di incontrare (nuovamente) i giallorossi nella finale secca dell’Olimpico. Là dove il primo titolo adesso è arrivato, e la strada è spianata anche per la conquista dei prossimi due. Bayern Monaco (in Europa) e Mezzaroma (in Italia) permettendo.

Superati gli ultimi ostacoli, spariranno anche i rumori dei nemici. Il tecnico portoghese avrà tutto il tempo a disposizione per decidere il suo futuro: (ancora) Inter o Real Madrid. No, questa volta l’ipotesi spagnola non è più una bufala (per farsi aumentare l’ingaggio da Moratti). Nel frattempo potrà per ascoltare in totale serenità le ultime intercettazioni "irrilevanti" uscite in quest’ultimo periodo. Interessanti davvero: da violazione dell’articolo 7 (ex-6), per intenderci….

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 27 febbraio 2010

Verso Juventus-Palermo. E sull'onestà di Mourinho…


"Non alleno i singoli, ma il gruppo: conta il noi, non l’io". Così Alberto Zaccheroni ha spiegato, nell’immediato dopo partita, la (nuova) sostituzione di Diego durante l’incontro con l’Ajax di giovedì scorso. Più di venti minuti ancora da giocare: meglio utilizzarli per ricaricare i (deboli) muscoli di Camoranesi, e lasciare che il centrocampista brasiliano percorresse arrabbiato la strada che porta agli spogliatoi.
Diego come il giocatore che dovrebbe far compiere il salto di qualità alla squadra, farle cambiare il passo quando necessario, risultare decisivo e spostare gli equilibri di un campionato: è il destino dei grandi. La tecnica c’è, lo spirito di sacrificio pure. Ma non basta. La confusione tattica e psicologica della squadra, ad oggi, lo ha penalizzato oltremisura. Ma chi deve iniziare a cambiare registro è lui per primo: sostando là dove il tecnico (Zaccheroni ora, ma anche Ferrara prima) gli chiede di stare e facendo scorrere il pallone il più possibile. Evitando di tenerlo incollato al piede e di girare intorno a se stesso più di quanto non sia necessario.

E’ con il gruppo che si va avanti: quello che ha perso tutto il possibile nei mesi scorsi e che si sta lentamente ritrovando. Ad ora, sono state scalate alcune posizioni di classifica in Italia (sino a tornare al quarto posto) e sono stati raggiunti gli ottavi di finale dell’Europa League. Poi, si vedrà.
Sistemata la pratica-Ajax: l’assenza del talento di Suarez, unito ad un risultato d’andata favorevolissimo, hanno aiutato. La ritrovata inviolabilità della porta bianconera, ha fatto il resto.
Staffetta Trezeguet-Amauri: per un attaccante che guarisce, ce n’è un altro che si fa male (Iaquinta, intanto, continua ad allenarsi). Prima dell’incontro era stata la volta del portiere (Buffon). Dopo, quella dei muscoli di seta di Camoranesi, raffinati come le sue giocate.
Appuntamento all’11 di marzo con il Fulham (Europa League). Non si guardi oltre: alla giornata, si deve continuare a vivere alla giornata. Quest’anno è così. Ora, solo campionato.

Una vittoria contro il Palermo, domenica sera, per staccare in classifica i rosanero (dietro ad un punto). Nell’attesa della giornata più importante, tra le ultime: la prossima, quella che vedrà - sabato - gli scontri tra Fiorentina e Juventus al pomeriggio e Roma e Milan alla sera. Campionato che è ancora lontano dal terminare, con una classifica che - grazie ai recuperi infrasettimanali - da virtuale è diventata "reale": Milan a meno 4 dai nerazzurri; Roma, sempre a 5 punti. Ma se i giallorossi dovranno risollevarsi alla svelta dopo l’eliminazione in Europa League (doppio black out con i greci del Panathinaikos, andata e ritorno; vedremo a fine anno in quanti rimpiangeranno ancora Ranieri) prima di lanciare il guanto di sfida ai nerazzurri, i rossoneri proveranno ad infastidire la capolista sino a quando il Pato o l’Huntelaar di turno (complimenti per il gesto di mercoledì) non risolveranno gli incontri a loro favore all’ultimo momento. Così come è accaduto a Firenze, dove i Della Valle scoprono di dare fastidio "a qualcuno" (chi è causa del suo Mutu, pianga se stesso…).
Il tutto mentre a Milano, da sabato scorso a mercoledì, sono andati persi i fazzoletti bianchi agitati in segno di protesta per aver avuto, una volta tanto, un "arbitro che arbitrasse" (Tagliavento). Tal Mejuto Gonzalez non vede il rigore di Motta su Ivanovic (Chelsea) e rigore più espulsione di Samuel su Kalou; l’Inter vince in undici e Mourinho, non sapendo stavolta a chi fare il segno delle manette, tira in ballo la Calciopoli italiana.

Potenza di un’onestà interiore cresciuta in Portogallo, dove - nel 2004 - se la prese con il giocatore dello Sporting Lisbona Rui Jorge, al quale "confidò" che gli sarebbe piaciuto vederlo morto in campo, da allenatore di una squadra (il Porto) il cui presidente Pinto da Costa avrebbe avuto da insegnare al "peggior Moggi" ipotizzabile per un tifoso interista. Onestà che maturò in Inghilterra, al Chelsea, quando (nel 2005) - tacciando di altri episodi (la lista sarebbe lunga) - affrontando il Barcellona in Champions League accusò l’arbitro Frisk di aver parlato durante l’intervallo con l’allora tecnico dei blaugrana Frank Rijkaard. A causa di questo, la giacchetta nera ricevette minacce di morte da parte dei sostenitori inglesi, e fu costretto a ritirarsi dall’attività. Onesto in mezzo ad un popolo di disonesti: non sarà certo l’Italia, vista da Appiano Gentile, che lo cambierà. Così come è arrivato, se ne andrà. Con la speranza, nel frattempo, di riuscire a strappare qualche altro milione in più da Moratti alla voce ingaggio, inventandosi altri interessamenti del Real Madrid nei suoi confronti.
Non è colpa degli italiani, però, se ha scelto di allenare l’Inter…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com



martedì 23 febbraio 2010

Passavo di lì per caso...


In un calcio sempre più isterico e nevrotico, “oggi” mi tengo il mio Zaccheroni.
Normale, vincente (anche se per poche partite), educato.
“Domani”, si vedrà.

E a San Siro, intanto…

domenica 21 febbraio 2010

Vincere a Bologna per puntare al quarto posto - Che fine ha fatto la Juve? (Ju29ro.com)


Martin Jol, tecnico dell’Ajax, nella conferenza stampa che ha preceduto l’incontro in Europa League: "Conosco i problemi della Juventus, ma non li dico". Visto l’andamento della partita, viene da pensare sia andata effettivamente così. Ha conservato gelosamente i segreti di cui era venuto a conoscenza. Signorile, a fine gara, quando dispensa complimenti ai bianconeri e a Del Piero.
La differenza tra "studio"” e "aggiornamento": studio la Juventus per mesi; non aggiorno le mie valutazioni. Pur considerando che - nel frattempo - qualcosa è cambiato.
L’allenatore, in primis. Per il resto, si tratta di un processo in lenta evoluzione su (quasi) tutti i fronti.

Nuovamente in svantaggio, come contro il Genoa. Stavolta in trasferta, in un ambiente difficile (emblematico lo striscione esposto dai tifosi olandesi "Grazie a Dio non sono juventino"), in una competizione europea. Fuori, quindi, dai confini italici. Sono tornati i cross dalle fasce. Più giusto chiamarli "pennellate": De Ceglie (bravo) e Del Piero (eccezionale). Del quartetto offensivo a disposizione della Juventus (tralasciando il povero Paolucci), tre attaccanti che possono svolgere il ruolo di prima punta: Trezeguet, Iaquinta e Amauri. Un cecchino il primo: "ovunque" una palla vaghi per l’area di rigore, "comunque" vada lui la spinge in porta. Un caterpillar, guidato da una furia incontrollata, il secondo (ahi, quanto manca…). Non propriamente un goleador il terzo. Corre, si sbatte. Molte volte a vuoto. Difficile tracciare una linea per capire dove finiscano i suoi demeriti e dove inizino quelli di chi gli sta intorno. E quanto il pensiero di un mondiale e di una nazionale (calcistica) cui finalmente appartenere lo abbiano condizionato. Resta il fatto che una palla servita bene in area di rigore, a due metri e mezzo (almeno) dal livello del mare, è sua.

L’unica italiana ad aver vinto nella tre giorni europea, come ai bei tempi. Anche questo, nel piccolo, fa buon brodo. Sconfitto il Milan contro Rooney in casa, nonostante il tifo di Balotelli; sconfitta la Fiorentina in trasferta, grazie ad Ovrebo e ai suoi amici (non certo Platini); sconfitta la Roma in Grecia, per colpa di Doni. Vincente la Juve, appunto. Non domina, ma sa soffrire (si dice così, quando poi non perdi). Ribatte colpo su colpo (Salihamidzic, però, è un pò troppo carico). Sissoko stanco; Zebina evaporato; Del Piero risplende. Era capitato anche a Ranieri: quando "gira" il numero 10, la squadra riprende a correre. Era mancato a Ferrara e a "quella" Juve: in panchina, tra le riserve, non poteva fare nulla. Passano gli anni, ma quando uno gioca a quei livelli da una vita intera, vuol dire che non è solo furbo. Vero, Gasperini e Preziosi?

Tornati in Italia, si riscopre l’isteria che regna sovrana nel nostro paese. Berlusconi se la prende con l’allenatore del Milan ed il gioco che non convince, come se fosse sua la colpa di aver venduto Kakà (bravo Leonardo, a rispondere per le rime). Mourinho attacca tutti; e tutti - a seconda del momento e dello stile - gli rimandano indietro le accuse. L’Inter gioca contro la Sampdoria nell’anticipo serale del sabato, e scopre di essere arbitrata da un direttore di gara (Tagliavento) senza condizionamenti e pressione alcuna: due espulsioni giuste (e Milito?) ai nerazzurri, una ai sampdoriani. Silenzio stampa imposto da Moratti (Deo agimus gratias - rendiamo grazie a Dio).

Lo stesso stato d’animo che Baraldi, direttore generale del Bologna, si aspetta di vedere oggi da parte di Banti, il fischietto designato per la gara odierna contro la Juventus. Ospitale (?), quando invita i tifosi bianconeri di Bologna a rimanere a casa; sincero (?), quando dichiara che non sta "né piangendo, né mettendo le mani avanti". Forse, si sta solo preparando ad affrontare un mese senza Marco Di Vaio - assente già dalla partita odierna - con una classifica che parla di soli cinque punti di distacco dalla zona retrocessione.
Di fronte a sé avrà una Juventus che sta riscoprendo, lentamente, il dolce piacere della vittoria. Tutti questi mesi di agonia non si cancellano, però, in poche partite. La strada, naturalmente, è quella giusta. All’allenatore manca il tempo necessario per imporre il proprio credo calcistico: ora, è semplicemente necessario tirare fuori il più possibile dai giocatori a disposizione. Vincere a Bologna per superare la Sampdoria, in attesa di conoscere l’esito dell’incontro del Napoli a Siena. Senza lasciarsi distrarre dalle discussioni e dalle pressioni. Con l’obiettivo del quarto posto, almeno, in testa. Sino alla fine del campionato.
Con la consapevolezza di essere tornati in gioco.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Un consiglio ai lettori


Tratto dal sito Ju29ro.com
Dopo che Giampiero Mughini l'aveva anticipato in TV era un segreto di Pulcinella, ma finalmente siamo lieti di dare l'annuncio ufficiale: ju29ro.com sbarca nelle librerie, sia in quelle fisiche che nelle virtuali.

"Che fine farà la Juve?" cominciammo a chiederci quasi quattro anni fa, durante l'estate del grande scandalo del calcio, allorché, increduli per le bordate senza possibilità di contraddittorio di giornali e in tv, ci rivolgemmo al web per condividere prima i dubbi, poi le certezze, e infine la rabbia non per Calciopoli o Moggiopoli, ma per Farsopoli, la grande farsa, l’eliminazione di un competitore del sistema per via giudiziaria.
Col passare dei mesi, col trascorrere degli anni, quella domanda iniziale ha iniziato a coniugarsi al passato. "Che fine ha fatto la Juve?"

Il libro è un diario di questi ultimi anni e i nostri lettori più affezionati potranno imbattersi in articoli conosciuti. Ma accanto ai nostri pezzi più significativi, troverete anche qualche inedito, sorta di “stato dell’arte” dopo tre anni di questa nostra esperienza di giornalisti d’inchiesta sui generis.
Il tutto, strutturato in sei parti. Nella prima raccontiamo Farsopoli attraverso le nostre scoperte, nella seconda indaghiamo tra gli scandali altrui, spesso taciuti, nella terza raccontiamo gli esiti sorprendenti dei processi ordinari seguiti a quelli sportivi, la quarta è per intero dedicata all’inside job.
Ma oltre all'inchiesta, abbiamo voluto riversare sulla carta anche il nostro rapporto sentimentale con la Vecchia Signora: la quinta parte ripercorre le nostre emozioni di tifosi durante questi anni, mentre l’ultima è riservata all’ironia, quando non al sarcasmo.

Giampiero Mughini ci ha concesso l'onore di una bellissima introduzione. Roberto Beccantini, pur non condividendo in pieno le nostre idee, quello di una altrettanto bella postfazione. Ringraziamo di cuore entrambi.

Il libro sarà disponibile dai primi di marzo nelle migliori librerie, ma può essere acquistato anche online. In questo caso, pagando con bollettino postale o bonifico bancario, il libro arriverà comodamente a casa vostra con posta prioritaria (spese di spedizione a carico dell'editore), sempre al costo di copertina di 15 €.

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mercoledì 17 febbraio 2010

Il potere logora chi non ce l'ha




Foto trovata su Very Affollated People

"È chiaro che non c’è fuorigioco - dice Ferrara a Sky rivedendo le immagini - Dispiace perchè le partite possono cambiare e poi abbiamo preso gol".
Poche parole, misurate, rilasciate dall’allora tecnico bianconero Ciro Ferrara al termine dell’incontro con il Genoa disputato nel girone di andata (24 settembre 2009), quando alla Juventus venne negata una vittoria meritata sul campo a causa degli errori arbitrali di Saccani.
Metterle a confronto con quelle pronunciate domenica pomeriggio dal tecnico dei rossoblù Gasperini fa quasi sorridere: altro stile. Altra classe.
Abile a nascondere le lacrime quando fa comodo, bravo a piangere nei momenti giusti: ecco il perfetto candidato per la panchina dell’Inter, nel caso in cui l’attuale allenatore, Giuseppe Baresi, venisse sollevato dall’incarico.

Parole di fuoco dalle panchine, bombe carta sugli spalti: questi sono i teatri confortevoli (dove poter seguire le partite) nei quali dovrebbero tornare le famiglie, con i bambini al seguito. Si parla di modelli esteri da imitare: poi se ne importa qualche interprete sbagliato, come l’addetto nerazzurro agli arbitri Mourinho, e si finisce con lo scoprire che si adatta talmente bene alla nostra realtà da assimilarne i lati peggiori, farli propri e mettersi a gareggiare con qualche presidente (De Laurentiis) su chi è più piccolo o più semplicemente per intromettersi nelle faccende altrui. Leonardo, Prandelli, Ranieri, Zaccheroni: ecco alcuni tra gli attori più popolari del calcio nostrano adatti a portare un clima di serenità che nel nostro campionato non si è mai visto. E che continua, invece, a peggiorare inesorabilmente.

E’ bastato che una zebra addormentata aprisse gli occhi per gridare allo scandalo: nelle ultime tre gare una vittoria, due pareggi, ma - soprattutto - due rigori che non c’erano. Allarme rosso: può tornare tutto come prima (di Calciopoli), quando il calcio era "sporco" e vincevano solo due squadre (Juventus e Milan); meglio un mondo pulito e onesto come quello attuale, dove vince una sola società (l’Inter) e dove si presterà attenzione ai labiali e alle scritte sulle magliette, mentre fuori (violenze sulle gradinate, dichiarazioni infuocate nelle interviste, bilanci fantasiosi delle squadre, …) continuerà ad accadere di tutto.

Del Piero fa 445 (presenze in campionato); è tornata alla vittoria la Juventus; è tornato al goal Amauri (grazie ad un cross degno di quel nome, finalmente); è tornata quel pizzico di cattiveria in più che aiuta a superare quella linea divisoria tra un pareggio ed una vittoria. E’ tornato anche quel clima di antipatia che sinceramente mancava. Il potere logora chi non ce l’ha: la simpatia, nello sport, la si prova per i perdenti. Se qualcuno tenta di inserire questo virus nel DNA di una società come quella bianconera, i risultati sono quelli sotto gli occhi di tutti. E non è un caso se nel tourbillon di polemiche che si sono scatenate domenica, a partire da Torino sino ad arrivare nella tarda serata a Napoli, si sia poi eretta la figura di Roberto Bettega: ecco il comandante che si cercava. Così come casuale non può essere il fatto che qualcun altro, di grado superiore, è rimasto oscurato dalla sua juventinità.

Tolta la divisa del campionato, la Vecchia Signora indosserà giovedì sera l’abito elegante per il rientro in Europa (League): non sarà una serata di gala, ma si tratta di un appuntamento a cui non si deve rinunciare. Troppo importante riprendere confidenza con i successi, per far crescere quell’autostima che deve permettere di ritrovare al più presto la retta via.
Ajax e Juventus: due culture calcistiche diverse, due storie che si sono incrociate in alcuni dei loro momenti di massimo splendore. Dal goal di Johnny Rep all’inizio della finalissima di Coppa dei Campioni a Belgrado nel 1973, all’ultimo rigore segnato da Jugovic in quella di Roma del 1996.
Dal calcio totale olandese della formazione allenata da Stefan Kovács negli anni settanta ai giovani terribili di Louis Van Gaal degli anni novanta; dalla Juventus di Vycpaleck e Trapattoni a quelle di Lippi e Capello: leggende che si guardano negli occhi, si studiano, si affrontano a viso aperto per poi lasciarsi. E ritrovarsi dopo anni. Se non decenni.

In chiusura un complimento sincero ai giovani della Juventus protagonisti della "Viareggio Cup", per il costante ricordo di Alessio Ferramosca e Riccardo Neri. A distanza di più di tre anni dalla tragedia, quella è stata la ciliegina sulla torta della vittoria ottenuta nella finalissima contro l’Empoli. La naturale conseguenza di una squadra forte non solo dal punto di vista umano.


Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Questa sera esagero un po’: oltre l’articolo ed i video relativi alla prima Coppa UEFA (ora Europa League) vinta contro l’Athletic Bilbao, inserisco anche un’interessante intervista rilasciata da Roberto Beccantini nel corso del programma radiofonico Stile Juventus (su Nuova Spazio Radio di Roma) condutta da Nicola de Bonis. Augurandomi possa diventare un ulteriore motivo di discussione/conversazione.
Mi avvalgo di una parte della trascrizione riportata da Tutto Juve.com, lasciando anche il video con l’audio originale.


RIGORE DEL PIERO - "I favori che riceve la Juventus vengono sempre amplificati. La Juventus è come gli Stati Uniti d'America, qualsiasi cosa faccia, nel bene e nel male, viene moltiplicato. In questo caso ha sbagliato l'arbitro. Il fatto è che si tratta di due errori in tre partite. Due rigori generosi, inesistenti, che hanno avuto per protagonista sempre Del Piero. Nel secondo caso mi sembra difficile parlare di dolo, anche se il tocco del difensore greco del Genoa non mi sembrava irresistibile. Nel primo caso con la Lazio, invece, c'era stato un annuncio di tuffo. Insomma, non penso che Del Piero e la Juventus stessa abbiano bisogno di queste cose. Sono sempre successe, sempre succederanno, coinvolgono anche i grandi, non bisogna fare demagogia, non bisogna essere moralisti, però l'esempio deve venire dall'alto".

MOURINHO E PREZIOSI - "Mourinho lo sapete, secondo me è la prolunga mediatica di Moggi. Lui fa davanti quello che Moggi faceva al telefono. Mourinho condiziona gli arbitri nelle conferenze stampa, non ha bisogno di telefonare. Ma il record assoluto è di Preziosi: uno che è in una posizione peggiore di quella di Moggi, nel senso che è stato squalificato come Moggi per cinque anni per illecito sportivo e associazione a delinquere, e ha avuto anche quattro mesi dalla giustizia ordinaria per frode sportiva. Mi sembra veramente il massimo che parli di lealtà. E' lo specchio di questa Italia".



sabato 30 gennaio 2010

Ferrara, Zaccheroni e il dolce sapore della vittoria

(Vignetta di BarSportComics )


Uno sguardo di Capello, l’ultimo grande allenatore seduto sulla panchina della Juventus. Il via libera per riscaldarsi, ed entrare in campo. Un boato del pubblico. La cinquecentesima partita giocata in serie A iniziata al 42’ minuto del secondo tempo, al posto di Pavel Nedved. Era il 15 maggio 2005, l’incontro giocato al Delle Alpi contro il Parma si trasformò ben presto in una passerella, quella che avrebbe portato la Juventus - dopo pochi giorni - alla conquista del suo 28° tricolore. Ciro Ferrara ebbe modo di salutare il pubblico bianconero in questo modo, ricevendo la giusta standig ovation dai tifosi presenti allo stadio. 8 scudetti vinti da giocatore, di cui 6 in bianconero. Una galleria di trofei da far impallidire il più polemico dei Mourinho. Tibia e perone rotti a Lecce, quando – ancora provato dal dolore – negli spogliatoi urlò la sua gioia alla notizia del goal di Iuliano, suo naturale sostituto nella gara e nel prosieguo della stagione.
Quella era una Vecchia bellissima Signora, che ti ammaliava con lo sguardo, e che quando ti sceglieva non ti abbandonava mai: ti proteggeva, ti metteva in condizione di giocarti le sfide più difficili contro il mondo intero, sapendo di averla sempre lì, al tuo fianco. Ferrara lo avrebbe dovuto capire: questa, quella di oggi, è diversa. Ha perso molto, (quasi) tutto. Va ricostruita, (quasi) da zero. Ma non solo in campo: partendo dall’alto, e - a cascata - verso il basso.
Ora ti seduce, ma ti lascia solo in un batter d’occhio. E’ pronta ad abbandonarti nelle difficoltà, per la paura che tu la possa tirare in ballo nel gioco delle colpe da dividersi. Chiede a te di andartene, di prenderti delle responsabilità, ma è la prima a non farlo. Una volta era fatta di uomini dall’animo d’acciaio: ora, d’acciaio, è rimasto soltanto il colore della maglia di riserva. Alla seconda partita negativa, scoppiava il finimondo. Adesso si finisce per affidarsi (anche) ai miracoli, sapendo che nel calcio – come nella vita – capitano di rado.
Ferrara non era pronto per allenare la Juventus. Il tempo dirà se sarà in grado di essere un buon allenatore. Nel rispetto dello stile-Blanc è stato esonerato a campionato in corso, poichè non faceva più parte del progetto bianconero. Strano, considerando che l’obiettivo sembra essere quello del ridimensionamento della società e che, purtroppo, i risultati – in tal senso – davano ragione all’ormai ex-allenatore.
Dagli applausi dei suoi tifosi al Delle Alpi cinque anni fa, agli striscioni ironici dei tifosi interisti dopo l’ennesima sconfitta, stavolta in Coppa Italia: la strada è stata tutta in discesa, così come quella percorsa dalla Juventus.
Alberto Zaccheroni da Cesenatico torna a Torino, nella sponda più prestigiosa, dopo aver conosciuto Cairo, l’uomo che ancora non è stato in grado di capire perché il goal di Trezeguet giocato nel derby del 30 settembre 2007 era regolare e non in fuorigioco. Arriva con l’etichetta dell’uomo del “5 maggio 2002”, quando - battendo l’Inter alla guida della Lazio - regalò indirettamente alla sua nuova squadra un match point che a Udine non si lasciò sfuggire.
Arriva col vantaggio di non far parte di alcun progetto, di trovarsi nella situazione di dover “salvare il salvabile”. Da traghettatore a salvatore: il passo è breve, compierlo sarà difficile. Dovrà lavorare sulle teste dei giocatori, stimolarli prima ancora che impartire loro lezioni di tattica. Avrà dalla sua parte un popolo di sostenitori che non aspetta altro che un misero successo in campionato, per poter riassaporare quel piacere di sconfiggere l’avversario che una volta, sotto la Mole, era di casa.
Quando la Vecchia Signora ti corteggiava, ti strizzava l’occhio, e ti sceglieva. Per non abbandonarti più. Per gustare insieme il dolce sapore della vittoria.


Articolo pubblicato su Tutto Juve.com