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sabato 18 febbraio 2012

Conte e quella classifica dello scorso anno da guardare

Nei momenti precedenti l’incontro col Parma Antonio Conte aveva lanciato un monito all’ambiente bianconero: “Se in qualcuno dei miei giocatori dovessi scorgere un po’ di tristezza perché siamo secondi e non primi, gli farò vedere la classifica dell’anno scorso”.
Considerando l’esito della partita e le successive polemiche legate all'operato di Mazzoleni, probabilmente una sbirciatina l’avrà data pure lui.

Un ripasso veloce può essere comunque utile a tutti per rinfrescare la memoria: terminata la ventitreesima giornata, la Juventus si trovava in ottava posizione, distanziata di tredici lunghezze dal Milan futuro campione d’Italia (i punti di Madama erano trentacinque, mentre il Diavolo sino ad allora ne aveva accumulati quarantotto). In quel turno infrasettimanale la Vecchia Signora venne sconfitta al “Renzo Barbera” di Palermo dai padroni di casa con il risultato finale di 2-1 (2 febbraio 2011).

Dopo i goals di Miccoli e Migliaccio arrivò la rete di Marchisio, che due minuti prima di battere Sirigu venne ammonito a causa delle eccessive proteste in seguito alla decisione dell’arbitro Morganti di non assegnare un penalty a favore della Juventus: Bovo, il difensore dei rosanero, mentre si trovava all'interno della propria area di rigore aveva chiaramente toccato il pallone con la mano destra, così come dimostrato dalle riprese televisive.
Trascorso qualche istante, una vigorosa trattenuta di Cassani su Matri (all’esordio con la maglia juventina) fu giudicata dal direttore di gara non meritevole di sanzione, scatenando ulteriori recriminazioni da parte dei bianconeri.

Se gli arbitri non vedono non devono fare questo mestiere e Morganti in questo momento non è in grado di arbitrare. Vogliamo rispetto: Calciopoli è finita cinque anni fa, sempre che sia esistita. Non ci devono dare tutti i rigori, ma quelli evidenti sì. L’arbitro era a a due metri, non può dire che non ha visto, se no ci prende in giro”. Luigi Del Neri usò queste parole come valvola di sfogo per scaricare tutta la rabbia accumulata nel corso della gara. Ironia della sorte, una decina di giorni prima lo stesso Morganti era stato premiato come miglior arbitro della stagione precedente.

Contento per il recente arrivo di Matri sotto la Mole, prima dell'incontro l'allenatore bianconero aveva professato di credere fortemente in una veloce risalita in classifica della sua squadra, tanto da dichiarare: “Nulla ci è precluso, neanche il secondo posto”. Con il risultato di Palermo salirono a tre le sconfitte consecutive di Madama (le altre capitarono con l'Udinese in campionato e la Roma in coppa Italia). L'immagine dello stato di frustrazione in cui versavano i giocatori poteva racchiudersi in un singolo episodio avvenuto durante il match al "Renzo Barbera": Sissoko passò la palla a Salihamidzic quando ancora il compagno di squadra si trovava oltre la linea di gesso che delimita il bordo del campo, pronto ad entrare.
Alla ventitreeseima giornata, quindi, la Juventus aveva totalizzato gli stessi punti dell'annata precedente, allorquando Alberto Zaccheroni la traghettò sino alla conclusione del campionato.

Tornando alla stretta attualità, con il bonus di una gara ancora da recuperare (a Bologna) nella migliore delle ipotesi la Vecchia Signora potrebbe raggiungere quota quarantanove, vale a dire un punto in più di quelli conquistati dal Milan scudettato di questi tempi.
Nonostante i troppi pareggi, la sterilità in fase offensiva mostrata in più occasioni e le polemiche sui rigori non concessi.
Sì, forse aveva ragione Conte: è meglio dare un'occhiata alla classifica dello scorso anno. E tirare avanti.

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mercoledì 21 dicembre 2011

Juventus-Milan, duello continuo

Ancora quattro partite da disputare e la Juventus terminerà il girone di andata di questo campionato. Considerate le difficoltà iniziali, in pochi la scorsa estate erano disposti a scommettere in un cammino da record come quello tenuto da Madama sino ad oggi: una volta inserita la marcia giusta, non ha più smesso di andare avanti. A volte accelerando (nove vittorie), a volte rallentando la corsa (sei pareggi).
Mai, però, indietreggiando di un solo passo (nessuna sconfitta).

Deschamps, Corradini, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni, Del Neri: rileggendo i nomi dei tecnici che si sono susseguiti sulla panchina dei bianconeri dallo scoppio di Calciopoli in poi, risulta ancora più sorprendente il fatto che i meriti principali di un avvio così travolgente vengano rivolti soprattutto ad Antonio Conte, guida della Signora fuori dal campo dopo essere stato suo capitano dentro il rettangolo di gioco per diversi anni.

La figura dell’allenatore è la più instabile all’interno del circo del pallone nostrano: se il turnover in quel ruolo è elevato, è inevitabile che l’idea di calcio propinata da un club ai propri tifosi finisca col perdere credibilità. Oltre che “sostanza”, ovviamente: i fatti e i risultati difficilmente smentiscono questa regola non scritta.

Nove tecnici di serie A allontanati dal proprio lavoro da agosto a fine dicembre (in due casi prima ancora dell’inizio ufficiale della manifestazione) su venti squadre iscritte: in testa alla classifica di questo triste primato c’è il Palermo del patron Zamparini, che dopo aver sostituito Pioli con Mangia ha virato adesso su Mutti (un ritorno, il suo). In casa rosanero la musica è più o meno sempre la stessa: anche lo scorso anno Delio Rossi venne esonerato, avvicendato da Cosmi per poi tornare e completare il campionato sulla stessa panchina dalla quale era partito.

Arrivati a trecentosessanta minuti dal giro di boa della massima serie, Juventus, Udinese e Milan (su tutte) si contendono la conquista del platonico titolo di campione d’inverno. I rossoneri sono stati gli ultimi ad aggiudicarselo, in concomitanza con la diciottesima giornata del campionato 2010/11: nell’album dei loro ricordi per dieci volte su sedici quel traguardo aveva rappresentato l’antipasto della vittoria finale. A conti fatti, adesso si può dire “undici su diciassette”.
In quella domenica si festeggiava l’Epifania, ma i tifosi bianconeri la ricordano ancora oggi per l’infortunio occorso a Quagliarella nell’incontro casalingo perso col Parma allo stadio “Olimpico”. Da lì in poi Madama iniziò una caduta inarrestabile, che la portò a confermare il settimo posto ottenuto la stagione precedente. A nulla valse, infatti, l’impegno solenne preso dalla squadra all’interno delle quattro mura dello spogliatoio del “San Paolo” dopo la successiva sconfitta patita col Napoli: “I punti a disposizione sono ancora tanti. Lavoriamo duro e sicuramente i risultati arriveranno”.

Proprio gli scarsi risultati racimolati in campionato portarono alla risoluzione consensuale del contratto stipulato tra l’Inter e Rafael Benítez, al quale non furono sufficienti le vittorie della Supercoppa italiana e della Coppa del mondo per club per restare in nerazzurro: il 6 gennaio scorso il brasiliano Leonardo esordì alla guida della Beneamata superando proprio il Napoli con un netto 3-1. A distanza di poco meno di un anno, altri due tecnici hanno occupato quella stessa panchina: Gasperini e Ranieri.

Nell’attesa che i giocatori tornino a diventare i principali protagonisti del torneo, in questo periodo si tende a vivisezionare le dichiarazioni e gli stati d’animo dei vari tecnici per valutare il livello di salute (fisica e mentale) di ogni singola squadra.
E così, mentre Allegri è in ballo col Diavolo per il rinnovo del contratto ed è costretto ad ascoltare i consigli tattici di Berlusconi, Conte e Guidolin possono lavorare in tranquillità, consapevoli di aver svolto - sino ad ora - quanto richiesto dalle rispettive società. Se non di più.
Nell’immediato questa condizione potrebbe rappresentare per loro un vantaggio rispetto al collega rossonero, nel lungo periodo – però – non bisogna dimenticare che i reali valori (o le sorprese) tendono a venire fuori: per informazioni basta chiedere ad Alberto Zaccheroni, criticato dallo stesso Berlusconi in passato e, nonostante tutto, in grado di portare a casa il sedicesimo titolo della storia del Milan.
Quella squadra arrivava da due stagioni nelle quali si era posizionata undicesima e decima, una situazione di partenza peggiore rispetto a quella della Juventus attuale.
Ogni tanto è giusto ricordarlo.
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martedì 1 febbraio 2011

Mutu e la doppietta con cui stese il Palermo

"Le milanesi giocano in smoking, quelli della Juve sono operai: la differenza è tutta qui". Maurizio Zamparini, dopo aver visto perdere il suo Palermo contro la formazione allenata da Fabio Capello allo stadio “Renzo Barbera” l’8 gennaio 2006, cercò di spiegare con queste poche parole il predominio esercitato da Madama in quel campionato che l’avrebbe portata alla conquista dello scudetto numero 29.
Ed erano proprio i numeri della stagione disputata sino a quel momento dalla Vecchia Signora a destare stupore: 16 vittorie su 18 gare disputate; con il successo casalingo nell’incontro con la Reggina della domenica successiva la compagine bianconera avrebbe finito per chiudere il girone d’andata totalizzando 52 punti. Persino Luigi Simoni, l’ex tecnico dell’Inter protagonista di un testa a testa con la Juventus otto anni prima quando era alla guida dei nerazzurri, rimase di stucco: “Non ho mai visto una cosa del genere”.
All’allenatore bianconero la definizione di squadra operaia non piaceva un granché: “Ormai su di noi, su di me, ne ho sentite di tutti i colori. Persino che siamo difensivisti. Mah. In ogni caso, se questi fenomeni che ho in squadra continuano ad avere una mentalità operaia, andremo molto lontano”.

Nel giorno del suo ventisettesimo compleanno Adrian Mutu venne schierato da Fabio Capello sulla fascia sinistra della linea mediana juventina, nel classico 4-4-2 dove - assente per l’occasione Nedved - il rumeno completava un reparto composto da Camoranesi, Emerson e Vieira. Abbandonato da Roman Abramovich e Mourinho (proprietario e allenatore del Chelsea) dopo essere risultato positivo alla cocaina ed essere stato squalificato per sette mesi ai tempi della sua permanenza in Inghilterra, era stato riportato in Italia da Luciano Moggi. “Il merito della rinascita è in parte mia e in parte della Juventus”, sostenne alla fine di quella gara. Per dimostrare la sua riconoscenza aveva ricominciato a correre sul campo accettando di ricoprire un ruolo più defilato rispetto a quello per lui abituale di attaccante, un ruolo in cui il pallone bisogna andarlo a recuperare dai piedi degli avversari e non soltanto aspettarlo da quelli dei propri compagni di squadra.

Sotto di un goal dopo soli 12 minuti per merito di un potente rasoterra del difensore dei rosanero Terlizzi, la Vecchia Signora reagì con decisione realizzando due reti proprio con Mutu.
Al 15’ il rumeno, all’interno dell’area di rigore palermitana, entrò in possesso di un pallone da lui stesso indirizzato di testa sulla traversa nel tentativo di finalizzare un’azione originata da un cross di Camoranesi e proseguita con un assist di Ibrahimovic, dribblò un avversario e batté Lupatelli; al 34’ fu ancora lo svedese a regalargli un pallone che lui, inseritosi prepotentemente nelle retrovie dei padroni di casa, fu bravo a depositare a rete per il 2-1 definitivo .
Luigi Del Neri, allenatore del Palermo, provò allora ad alzare il ritmo del gioco dei suoi uomini, chiedendo ai laterali di centrocampo Gonzalez (a destra) e Santana (poi sostituito da Brienza, a sinistra) di aumentare la pressione sulla retroguardia bianconera e di rifornire l’attacco, composto dal duo Caracciolo e Makinwa. Di fronte a loro c’era Christian Abbiati, estremo difensore della porta juventina ancora per poche gare, visto l’ormai imminente ritorno tra i pali di Gianluigi Buffon dopo l’infortunio patito nel trofeo “Luigi Berlusconi” dell’agosto precedente in un contrasto con il rossonero Kakà (sul dualismo tra i due portieri, dirà Capello: “Chi è titolare? Sapete come la penso: Gigi può contare su una sorta di priorità, però di solito io guardo e poi decido”).
Messa sotto assedio dall’avversario, la Juventus riuscì a tenere duro e a non crollare. L’incontrò si vivacizzò col trascorrere dei minuti: l’arbitro Bertini giudicò involontario un tocco di mano di Terlizzi durante un suo contrasto con Trezeguet; lo stesso francese lambì un palo esterno, Vieira scheggiò la traversa con un colpo di testa e Ibrahimovic impensierì seriamente Lupatelli, mentre dal lato opposto Barone, Bonanni (subentrato a gara in corso a Makinwa) e Caracciolo provarono inutilmente a pareggiare le sorti dell’incontro. Del Piero, inserito da Capello al posto dello svedese quando la gara volgeva al termine, gestì male un contropiede, beccandosi una tirata d’orecchie del suo allenatore (“Forse pensava al record di Boniperti, ma invece dove passare la palla al centro”)
Il risultato non cambiò, e Mutu diventò il protagonista assoluto di una serata per lui indimenticabile: “È stata una sensazione indescrivibile, il compleanno più bello della mia vita, anche perché a maggio nascerà il mio secondo figlio. Mi sento un uomo nuovo e un po' me ne compiaccio: ho sbagliato, sono caduto e mi sono rialzato. Ho capito di avere svoltato l' ultimo giorno del 2005: mi sono guardato allo specchio la mattina, ho pensato allo scudetto e ai quattro riconoscimenti assegnatomi nel mio Paese e mi sono detto: Adrian, sì, stavolta ce l'hai fatta

La partita del “Renzo Barbera” confermò quanto già visto sino a quel momento: il campionato aveva trovato da tempo la sua padrona incontrastata, agli avversari restavano soltanto le briciole. E le parole. Proprio prima dell’incontro di Palermo Roberto Mancini, tecnico dell’Inter, si era lasciato andare ad una profezia: “Bastano due pareggi e per loro è finita. Se rimontiamo due o tre punti, li riprendiamo”. Gli rispose a tono Luciano Moggi: “Paura noi? Sì, davvero, stiamo tremando... Ma io capisco che chi sta dietro si diverta con le tabelle, mentre chi è davanti continua a correre. Quelle tabelle, a Mancini le lascio volentieri. E ribadisco che lui potrà essere soddisfatto di arrivare secondo, non è mica un brutto risultato”.
Per tutti, ma non per la Juventus: nella Torino bianconera, prima del 2006, veniva considerato alla stregua di una sconfitta.


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domenica 5 dicembre 2010

Catania e Juve tra campionato e coppa Italia

Tranne l’ultima gara che verrà disputata il 16 dicembre prossimo contro il Manchester City allo stadio "Olimpico", la Juventus non avrà più - nel corso di questa stagione - l’impegno dell’Europa League a distrarla dal campionato.
Oltre a quello le rimarrà soltanto la coppa Italia, dove i bianconeri affronteranno a Torino negli ottavi di finale (la formula prevede la partita "secca" sino alle semifinali) il Catania.

Proprio i siciliani saranno gli avversari dell’incontro odierno della Vecchia Signora, nel posticipo serale della quindicesima giornata di serie A, penultima gara prima di Napoli-Palermo (domani sera al "San Paolo") con la quale si chiuderà un fine settimana all’insegna del calcio "spezzatino", iniziato venerdì scorso con la vittoria della Lazio sull’Inter.

Lazio che sarà la prossima avversaria della Juventus nell’incontro previsto per domenica 12 dicembre, sciopero dei calciatori permettendo. I biancazzurri affrontarono il Catania sette giorni fa, a Roma, in una partita che terminò con il risultato finale di 1-1. Quello che, statistiche alla mano, è uno dei più frequenti nelle partite di Madama: è capitato in tre occasioni nelle ultime quattro gare di serie A, e in altre tre match sui cinque disputati in Europa League.

La squadra di Reja ebbe difficoltà a superare il muro difensivo della formazione allenata da Giampaolo anche perché non dispone di un attaccante di peso da affiancare a Zarate, unica punta nel 4-2-3-1 dei biancocelesti. Identico problema, per l’occasione, si presentò anche al Catania, a causa della momentanea assenza di Maxi Lopez (squalificato), oggetto dei desideri della Juventus e che stasera - invece - farà parte dell’undici titolare.

Facile accostare le due situazioni a quella che - da inizio stagione - persiste nella Torino bianconera. Ed ecco, quindi, scattare (nuovamente) l’allarme. Anche perché la difesa dei siciliani è stata la seconda meno perforata in campionato con dodici reti al passivo (a pari merito con Milan e Sampdoria) nelle prime quattordici giornate, delle quali soltanto tre sono state subite in casa.

Sette giorni fa, passata in svantaggio per opera di Silvestre, la Lazio pareggiò grazie ad un goal di Hernandes. Il brasiliano è stato l’autore della rete che ha chiuso definitivamente la gara vinta venerdì contro l’Inter (3-1), quella che - almeno quest’anno - è stata disputata con serietà e impegno da entrambe le formazioni dal primo all’ultimo minuto di gioco. A seguito della sconfitta dei nerazzurri e dell’harakiri della Roma (pareggio per 2-2 contro il Chievo dopo il duplice vantaggio iniziale) per la squadra allenata da Del Neri vincere a Catania diventa - se possibile - ancora più importante. Anche perchè il Milan, in questo "spezzatino", aveva un boccone facile (il Brescia), e se lo è sbranato (3-0).
D’altronde, con Ibrahimovic…

Dal ghiaccio e la neve di Poznan alla temperatura mite di Catania, dal possibile sciopero dei calciatori che rinvierebbe lo svolgimento della gara contro la Lazio alla sabbia di Verona, quella che la Juventus troverà al "Bentegodi" al posto del prato verde quando affronterà il Chievo (19 dicembre): ecco una veloce sintesi del mese di dicembre in tinte bianconere, prima che arrivi la sosta natalizia. Dove verranno ricaricate le pile nei muscoli degli uomini di Del Neri e si cercherà, nella sessione invernale del calciomercato, di aggiustare la rosa a disposizione del tecnico di Aquileia. L’Europa League ormai è andata, la coppa Italia è alle porte e il campionato resta aperto. Con Napoli e Palermo che domani sera si guarderanno dritte negli occhi, tranne Ibrahimovic e la Lazio è un dato di fatto che le altre squadre stanno "camminando".
La Juve, invece, deve riprendere a correre. Al più presto.
Da stasera, se possibile.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 27 febbraio 2010

Verso Juventus-Palermo. E sull'onestà di Mourinho…


"Non alleno i singoli, ma il gruppo: conta il noi, non l’io". Così Alberto Zaccheroni ha spiegato, nell’immediato dopo partita, la (nuova) sostituzione di Diego durante l’incontro con l’Ajax di giovedì scorso. Più di venti minuti ancora da giocare: meglio utilizzarli per ricaricare i (deboli) muscoli di Camoranesi, e lasciare che il centrocampista brasiliano percorresse arrabbiato la strada che porta agli spogliatoi.
Diego come il giocatore che dovrebbe far compiere il salto di qualità alla squadra, farle cambiare il passo quando necessario, risultare decisivo e spostare gli equilibri di un campionato: è il destino dei grandi. La tecnica c’è, lo spirito di sacrificio pure. Ma non basta. La confusione tattica e psicologica della squadra, ad oggi, lo ha penalizzato oltremisura. Ma chi deve iniziare a cambiare registro è lui per primo: sostando là dove il tecnico (Zaccheroni ora, ma anche Ferrara prima) gli chiede di stare e facendo scorrere il pallone il più possibile. Evitando di tenerlo incollato al piede e di girare intorno a se stesso più di quanto non sia necessario.

E’ con il gruppo che si va avanti: quello che ha perso tutto il possibile nei mesi scorsi e che si sta lentamente ritrovando. Ad ora, sono state scalate alcune posizioni di classifica in Italia (sino a tornare al quarto posto) e sono stati raggiunti gli ottavi di finale dell’Europa League. Poi, si vedrà.
Sistemata la pratica-Ajax: l’assenza del talento di Suarez, unito ad un risultato d’andata favorevolissimo, hanno aiutato. La ritrovata inviolabilità della porta bianconera, ha fatto il resto.
Staffetta Trezeguet-Amauri: per un attaccante che guarisce, ce n’è un altro che si fa male (Iaquinta, intanto, continua ad allenarsi). Prima dell’incontro era stata la volta del portiere (Buffon). Dopo, quella dei muscoli di seta di Camoranesi, raffinati come le sue giocate.
Appuntamento all’11 di marzo con il Fulham (Europa League). Non si guardi oltre: alla giornata, si deve continuare a vivere alla giornata. Quest’anno è così. Ora, solo campionato.

Una vittoria contro il Palermo, domenica sera, per staccare in classifica i rosanero (dietro ad un punto). Nell’attesa della giornata più importante, tra le ultime: la prossima, quella che vedrà - sabato - gli scontri tra Fiorentina e Juventus al pomeriggio e Roma e Milan alla sera. Campionato che è ancora lontano dal terminare, con una classifica che - grazie ai recuperi infrasettimanali - da virtuale è diventata "reale": Milan a meno 4 dai nerazzurri; Roma, sempre a 5 punti. Ma se i giallorossi dovranno risollevarsi alla svelta dopo l’eliminazione in Europa League (doppio black out con i greci del Panathinaikos, andata e ritorno; vedremo a fine anno in quanti rimpiangeranno ancora Ranieri) prima di lanciare il guanto di sfida ai nerazzurri, i rossoneri proveranno ad infastidire la capolista sino a quando il Pato o l’Huntelaar di turno (complimenti per il gesto di mercoledì) non risolveranno gli incontri a loro favore all’ultimo momento. Così come è accaduto a Firenze, dove i Della Valle scoprono di dare fastidio "a qualcuno" (chi è causa del suo Mutu, pianga se stesso…).
Il tutto mentre a Milano, da sabato scorso a mercoledì, sono andati persi i fazzoletti bianchi agitati in segno di protesta per aver avuto, una volta tanto, un "arbitro che arbitrasse" (Tagliavento). Tal Mejuto Gonzalez non vede il rigore di Motta su Ivanovic (Chelsea) e rigore più espulsione di Samuel su Kalou; l’Inter vince in undici e Mourinho, non sapendo stavolta a chi fare il segno delle manette, tira in ballo la Calciopoli italiana.

Potenza di un’onestà interiore cresciuta in Portogallo, dove - nel 2004 - se la prese con il giocatore dello Sporting Lisbona Rui Jorge, al quale "confidò" che gli sarebbe piaciuto vederlo morto in campo, da allenatore di una squadra (il Porto) il cui presidente Pinto da Costa avrebbe avuto da insegnare al "peggior Moggi" ipotizzabile per un tifoso interista. Onestà che maturò in Inghilterra, al Chelsea, quando (nel 2005) - tacciando di altri episodi (la lista sarebbe lunga) - affrontando il Barcellona in Champions League accusò l’arbitro Frisk di aver parlato durante l’intervallo con l’allora tecnico dei blaugrana Frank Rijkaard. A causa di questo, la giacchetta nera ricevette minacce di morte da parte dei sostenitori inglesi, e fu costretto a ritirarsi dall’attività. Onesto in mezzo ad un popolo di disonesti: non sarà certo l’Italia, vista da Appiano Gentile, che lo cambierà. Così come è arrivato, se ne andrà. Con la speranza, nel frattempo, di riuscire a strappare qualche altro milione in più da Moratti alla voce ingaggio, inventandosi altri interessamenti del Real Madrid nei suoi confronti.
Non è colpa degli italiani, però, se ha scelto di allenare l’Inter…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com



Futuro con Zac?



E’ già partito il tormentone.
Sono bastate un paio di vittorie, e molti blog hanno deciso di inserire lo stesso sondaggio “A fine stagione confermare Zaccheroni?”.
Capisco la volubilità del tifoso, che un mese fa ha storto la bocca per l’arrivo del tecnico di Cesenatico ed ora è pronto a gettarsi nel fuoco per lui. Però credo che questo dovrebbe essere un discorso da fare solamente ad obiettivi raggiunti. Ma non solo. Per essere riconfermato, Zac dovrebbero raggiungere quei traguardi convincendoci.
Da quando il nuovo allenatore s’è seduto sulla panchina della Juve, la squadra non ha più perso è vero, ma come ha vinto?
Da qualche parte è venuto fuori il famoso “cul de zac” che, per quanto dote immensamente importante, non può essere la sola a cui affidarsi.
Per carità, Zac sta facendo un buon lavoro, soprattutto dal punto di vista psicologico. La squadra è riuscita finalmente a capovolgere anche dei risultati! E per quanto Sissoko definisca il tecnico un “genio”, io di buon calcio ancora non ne ho visto.
Sono le sbandierate vittorie con il Genoa, con l’Ajax ad Amsterdam e con il Bologna che già fanno parlare di riconferma. Allora andiamo velocemente a riviverle.
Con il Genoa s’è vinto grazie ad un rigore molto generosamente regalatoci dall’arbitro. Ad Amsterdam, dove non abbiamo certo trovato l’Ajax di Johan Cruyff, abbiamo rischiato, subendo un palo clamoroso e giocato piuttosto male, salvati dalle prodezze del capitano. E sempre Del Piero s’è caricato sulle spalle la squadra contro il Bologna, che con i suoi attaccanti ci ha graziato diverse volte, due pali compresi.
E per ultimo ricordiamo anche la partita di ieri, che ci ha regalato il passaggio del turno in Europa League.
Premesso che è ovvio che non si può dimenticare che sarebbe stata comunque una partita di contenimento - pensando non solo al risultato positivo dell’andata, ma soprattutto a risparmiare energie per l’incontro di domenica con il Palermo, nostra diretta rivale di classifica - però ….che squallore!
Giusto un paio di azioni da gol sempre e solo da calcio da fermo! (e lo so che qui Giuliano rimarcherà, a ragione, che mancano le ali!!!). Un centrocampo mai, mai, propositivo, e nel secondo tempo 46 minuti – su 48! – praticamente fermi ai nostri 16 metri.
Badate, che non sto bocciando già ora il lavoro di Zaccheroni. Anche perché pure il materiale umano su cui lavorare forse va tanticchia rivisto. Probabilmente con un po’ più di tempo riusciremo a vedere una squadra brillante, sicura in difesa, che non prende goals, e che magari con tre passaggi e in pochi secondi si ritrova pericolosamente nell’area avversaria. Ma ora non è così - e per carità accontentiamoci! – però mi pare eccessivo considerare ora queste vittorie un lasciapassare sufficiente per la riconferma del tecnico.
Per favore chiudiamo questi sondaggi e parliamone a tempo debito.

P.S.: mi auguro che nel frattempo la società abbia fatto una multa di almeno 50.000 € a Felipe Melo. Magari la prossima volta ci pensa, da diffidato, ad andare a ridere in faccia all’arbitro, dopo che ci ha dato una punizione a favore e non per un fallo subito da lui!


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero