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giovedì 26 aprile 2012

Michel Platini e quel sogno sulla Juventus...

Conquistata la settima vittoria consecutiva in quel di Cesena alla Juventus adesso ne mancano soltanto tre per laurearsi campione d'Italia. Utilizzando lo stesso linguaggio caro ad Antonio Conte si potrebbe dire "per coronare quel sogno che ad inizio anno sembrava roba da pazzi".

La bellezza del calcio risiede anche nell'imprevedibilità che spesso lo contraddistingue da molti altri sport: a questo proposito, limitatamente alla serie A, basterebbe citare i nomi di Amauri e Borriello per averne due esempi immediati.

Il centravanti italo-brasiliano, in forza alla Fiorentina ed attualmente infortunato, ha vissuto per diversi mesi a Torino da "separato in casa", tanto da maturare un risentimento nei confronti di Madama che lo indusse a promettere un giro di corsa dello stadio "Artemio Franchi" da compiere nel momento stesso in cui l'avrebbe punita con un goal. L'appuntamento era fissato per il 17 marzo: quella sera, però, di reti ne arrivarono cinque, e finirono tutte nella porta dei viola.

In un testa a testa come quello che vede protagoniste Juventus e Milan una semplice disattenzione da parte delle contendenti potrebbe risultare fatale per le loro ambizioni: curiosamente proprio un goal di Amauri nel successo esterno conseguito dalla Fiorentina a "San Siro" (7 aprile) ha finito con lo spianare la strada ai bianconeri per il sorpasso in vetta alla classifica.

Il recente arrivo sotto la Mole di Borriello, invece, sembrava non aver portato alcun beneficio al reparto offensivo della Vecchia Signora, laddove le cifre in termini di realizzazioni erano impietose. A maggior ragione, oltretutto, se messe al confronto con le marcature messe a segno in questo campionato dal solo Ibrahimovic.

Poi accade che l'attaccante di origine napoletana si sblocchi proprio nel momento in cui la Juventus ha un bisogno disperato di una rete per mantenere inalterato il vantaggio accumulato sul Milan, ed ecco che a Cesena Madama scopre di avere una freccia in più nel proprio arco.

Nei mesi scorsi alla formazione guidata da Massimiliano Allegri è stata imputata più volte la colpa di comportarsi da "grande" soltanto contro le cosiddette "piccole", mentre - viceversa - a quella di Conte capitava l'esatto opposto. La Vecchia Signora, infatti, pur mantenendo fede alla propria imbattibilità pareggiava spesso incontri che avrebbe meritato di vincere.

Considerando i recuperi e le gare già decise dal calendario, prima del match allo stadio "Dino Manuzzi" la Juventus aveva disputato ben sette partite di campionato in mezzo alla settimana: il bilancio era stato di due sole vittorie (Fiorentina e Lazio in casa) e cinque pareggi (Bologna a Torino e Napoli, Udinese, Parma e ancora Bologna in trasferta).

Con la progressiva riduzione del numero degli incontri, e non appena il traguardo finale è comparso all'orizzonte, la squadra di Antonio Conte ha incominciato a pigiare sull’acceleratore, mietendo successi contro ogni tipo di avversario ed indipendentemente dal giorno della settimana nel quale era prevista la partita. Nella quart’ultima tappa della serie A la Juventus sarà impegnata sul campo di Novara, con Michel Platini graditissimo ospite sugli spalti del "Silvio Piola".

Intervistato nel settembre del 2009 dal giornalista Roberto Beccantini per il quotidiano "La Stampa" in merito alla Champions League, la massima competizione europea, alla domanda "Sogna sempre di consegnare la coppa alla Juventus?" lo stesso Platini rispose: "Non ci casco più. Nel senso che dormo poco e ho smesso di sognare...". A distanza di poco più di due anni (giugno 2011) sullo stesso tema affermò di aver "prolungato di quattro anni il contratto dell'Uefa per avere la possibilità di non premiare solo Milan e Inter, ma anche la Juve...".

Domenica prossima, comunque sia, avrà modo di osservare una squadra che sta cercando di trasformare un sogno in realtà.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

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mercoledì 23 novembre 2011

Conte e la ricerca dello spirito Juve

A differenza di altre occasioni, nella ripresa siamo entrati con il piede giusto e abbiamo chiuso la sfida in un quarto d’ora”. Sono bastate poche parole a Claudio Marchisio per descrivere ai cronisti presenti domenica pomeriggio nella pancia dello “Juventus Stadium” lo spirito con il quale la sua squadra si era appena divorato il Palermo.
A proposito di spirito, va ricordato come durante i primi giorni del ritiro precampionato di Bardonecchia Antonio Conte era stato chiarissimo: “Al di là dell'organizzazione tecnico-tattica, vogliamo trovare quanto prima lo spirito Juve: voglia di combattere e attaccamento alla maglia. Essere qui implica il dovere di vincere”.

Ritrovarsi dopo quattro mesi in vetta alla classifica in compagnia della Lazio (che, nel frattempo, ha disputato un incontro in più) potrebbe indurre a pensare che il nuovo allenatore bianconero abbia finalmente trovato – dopo anni di delusioni - il vestito ideale per la Vecchia Signora. Il diretto interessato, ovviamente, sposta il momento delle verità sempre più lontano nel tempo, giusto il necessario per non far perdere la fame di vittorie ai suoi uomini: “Alla fine del girone d’andata tireremo le somme e capiremo dove possiamo arrivare”.

Nelle ore precedenti la partita col Palermo, lo stesso Conte l'aveva definita “una finale di coppa del mondo”. A deciderla a favore dei padroni di casa sono stati tre giocatori protagonisti di storie diverse tra loro: quella di Pepe, che in estate si era trovato sulla lista dei partenti salvo restare a Torino per volontà del tecnico; quella di Marchisio, cui in molti attribuirono ad inizio stagione un ruolo di panchinaro di lusso nonostante il tecnico (ancora lui) continuasse a dimostrargli ripetutamente (e pubblicamente) la propria fiducia; quella di Alessandro Matri, il goleador, la soluzione ai problemi offensivi di Madama, il quale ha saputo ritagliarsi poco alla volta uno spazio importante all'interno del gruppo.

Raggiunte le tre vittorie consecutive (l’ultimo precedente risale allo scorso campionato, in concomitanza del trittico di gare del girone di ritorno con Brescia, Roma e Genoa), la Juventus adesso punta dritta al big match di sabato prossimo contro la Lazio per continuare la sequenza di successi. Dovesse riuscire nell’intento, ripeterebbe quanto fatto due stagione or sono dalla squadra allora guidata da Ciro Ferrara, che si fermò a quota quattro nelle prime partite della stagione 2009/10.

Fedele alla propria tradizione, quella formazione era stata concepita con un'ossatura tutta italiana sulla quale, però, in controtendenza rispetto al passato vennero inseriti tre brasiliani: Felipe Melo Vicente de Carvalho, Diego Ribas da Cunha e Amauri Carvalho de Oliveira. Quest'ultimo, al secondo anno in bianconero, era in attesa di ottenere la cittadinanza del nostro paese.

Per un club come quello torinese che dal 1897 sino a quel momento aveva acquistato soltanto tredici calciatori provenienti da quella nazione, si poteva tranquillamente parlare di una scommessa.
Persa, vista poi la penuria di risultati conseguiti. Di quel trio, ad oggi, è rimasto il solo Amauri, diventato italiano a tutti gli effetti e retrocesso ad allenarsi con la formazione Primavera in attesa di essere ceduto nella prossima sessione invernale di calciomercato.

Lo scorso gennaio finì al Parma, andandosene da Torino con un dubbio: "Ora vedremo se il colpevole sono io". Rientrato alla base, la musica non è cambiata: "Sono arrivato carico e dopo due giorni sono tornato all’incubo di nuovo. Cosa è successo in quei due giorni? Me lo domando anch’io. Comunque se c’è una cosa che mi ha fatto male sono stati i cori dei tifosi", ha confessato in una recente intervista concessa in esclusiva a "Sky Sport 24".
Finito nel gruppo di quei tesserati dei quali la società si sarebbe liberata volentieri mesi fa per motivi sia tecnici che economici, il successivo scontro frontale (e verbale) col club ha prodotto il risultato di creare un danno ad entrambe le parti in causa.

Innamorato della propria creatura prima ancora di averla plasmata sul campo, sempre a Bardonecchia Conte lanciò un messaggio esplicito, nel merito: "Per me, i giocatori che sono qui sono i migliori del mondo". Nella sua lista personale erano presenti Pepe, Marchisio e Matri, non Amauri.
Bastava credergli sulla parola per capirne le reali intenzioni.

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domenica 12 giugno 2011

Le voci su Giovinco e la Juventus di Conte


Dire che di Sebastian Giovinco i tifosi bianconeri si erano quasi dimenticati è una bugia bella e buona: grazie alle tre reti segnate alla Juventus indossando la maglia del Parma nelle due gare disputate contro di lei nel campionato appena concluso, il piccolo centrocampista ha indubbiamente trovato il modo peggiore (o migliore, a seconda dei casi) per farsi ricordare dai suoi vecchi sostenitori.

Ora che ha tinto la propria carriera con l’azzurro della nazionale maggiore, quella dei grandi allenata da Cesare Prandelli, dopo aver fatto la trafila di tutte le minori (partendo dall’under 16 sino ad arrivare a quella Olimpica), le porte del calcio che conta si sono aperte definitivamente anche per lui.

Milanista di nascita (seguendo le direttive della famiglia) e juventino d’adozione, è cresciuto con la Vecchia Signora nella testa e nel cuore con la speranza di recitare un ruolo importante al suo rientro nella casa madre avvenuto nell’estate del 2008, dopo essere stato parcheggiato da Madama a Empoli per una stagione.

Rischiò di finire subito nel pacchetto che portò Amauri sotto la Mole, mentre l’anno prima era entrato a far parte dell’operazione che consentì l’acquisto di Almiron da parte della Juventus. Del centravanti italo-brasiliano è stato compagno di squadra sia a Torino che con i ducali, e - secondo una voce rimbalzata negli ultimi giorni - tra le tante (infinite) ipotesi del mercato estivo stavolta sembrerebbe toccare proprio a quest’ultimo il compito di recitare il ruolo di pedina nello scambio che riporterebbe Giovinco in bianconero.

Sia che si tratti di una semplice bufala oppure di un importante indizio utile a capire una volta per tutte le (reali) intenzioni della Juventus su di lui, resta la notizia che Sebastian è finito nella tribù dei "piccoli" (d’altezza) che potrebbero movimentare voci e trattative nell’estate del pallone che verrà: dai più celebrati (Tevez, Sanchez, Aguero, Sneijder) alle promesse ormai consacrate sulla rampa di lancio (Hazard, Giuseppe Rossi), tanto per fare qualche nome tra quelli che quotidianamente si possono trovare sulle prime pagine di quasi tutti i giornali.

Terminata l’epoca del calcio muscolare negli ultimi anni ha preso il suo posto quella dei brevilinei, dei bassi di statura, tipici di un Barcellona plurivittorioso dal gioco spettacolare espresso sul campo da un gruppo di titolari dall’altezza media di 177 centimetri spalmata in tutti i reparti, compresa la linea mediana dove regnano Xavi e Iniesta (due "giganti", col pallone tra i piedi) e l’attacco composto dai vari Villa, Pedro e Messi, "pulce" di (sopran)nome ma non di fatto.

Le luci della ribalta sono sempre per i più bravi, un po’ come accade a scuola quando chi studia e si applica prende i voti migliori mentre a chi copia di nascosto dallo sguardo dell’insegnante non rimane che la speranza di ottenere il massimo dei risultati con il minimo sforzo.

Pensare che il solo fatto di riprodurre nel proprio club un duplicato di schemi e sistemi funzionanti in un altro possa portare gli stessi frutti è il modo migliore per avvicinarsi ad un fallimento prima ancora di avere iniziato a partecipare a qualsiasi competizione.

In questo senso Josep Guardiola, allenatore tanto umile quanto bravo, negli istanti successivi alla fresca vittoria in Champions League dei catalani sul Manchester United fu esplicito: "Oggi tutto il mondo ha visto che abbiamo vinto giocando bene. Se posso replicarlo in un’altra squadra? Non credo. Se arriva un altro presidente con un sacco di milioni di euro capace di comprarmi il 90% di questi giocatori, forse sì. Ma non credo".

Sia Arrigo Sacchi che Fabio Capello sedettero sulla panchina del Milan in due momenti diversi: nel primo scrissero alcune tra le pagine più belle della storia dei rossoneri, nell’altro collezionarono rispettivamente un undicesimo ed un decimo posto in campionato (dal 1996 al 1998). La società e gli allenatori rimasero gli stessi, furono i giocatori ad essere cambiati: per età, logorio fisico e qualità (dei nuovi) minore rispetto a quella del passato.

La differenza è nella tecnica: le squadre migliori, se ben gestite, a lungo andare non possono che ottenere i risultati sperati.
Difficilmente nella lunga storia della Juventus le vittorie non sono arrivate grazie alle gesta di campioni straordinari rimasti nei ricordi dei tifosi: in questo senso Madama non ha nulla da invidiare (o copiare) a nessun club del mondo.
E’ quello il modello da riprodurre: tornare ad essere se stessi.

Nella Vecchia Signora che verrà, quella guidata da Conte, ci potrà pur essere spazio per gli "attributi", il "sudore", il gioco offensivo e la fantasia, ma quello che non dovrà mai mancare sarà la classe.
Andrea Pirlo in questo senso rappresenta un gustoso antipasto, ma non basta. C’è ancora un’estate intera davanti per portare a Torino altri grandi giocatori: alti o bassi che siano, poco importa. Dovranno semplicemente essere forti. Adesso non ci sono più scuse.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 27 marzo 2011

Da una Juventus "brasiliana" ad una di qualità?



Krasic, Melo, Aquilani e Marchisio: ecco il quartetto bianconero di centrocampo che ha spinto la Juventus nei primi mesi della stagione verso le zone nobili della classifica. All’alba del confronto con il Parma (6 gennaio 2011) dopo le diciassette giornate disputate sino a quel momento la distanza che separava la Vecchia Signora da Napoli e Lazio, entrambe seconde a pari merito, era di soli due punti. Il Milan, in testa, aveva cinque lunghezze di vantaggio sui bianconeri.

L’Udinese, che Madama annientò con un secco 4-0 in trasferta alla terza gara di questo campionato (19 settembre 2010), aveva otto punti in meno della formazione allenata da Del Neri. Viene da piangere a pensare che attualmente le parti si sono invertite, con la squadra di Guidolin che si ritrova solitaria in quarta posizione ad undici punti di distacco dai torinesi.

In previsione della partita con i ducali Amauri si ripresentò agli ordini del tecnico di Aquileia per cercare di guadagnarsi nuovamente la sua fiducia e quella della società. Per riuscire nell’intento aveva a propria disposizione un mese intero: gennaio, quello della riapertura del calciomercato. Causa infortunio era rimasto lontano dai campi di gioco dal precedente 13 novembre (Juventus-Roma 1-1), quando subentrò a Marchisio ad un quarto d’ora circa dal termine dell’incontro. Del Neri era dubbioso se schierarlo sin dall’inizio: “Probabilmente farò una staffetta tra loro due (Del Piero, ndr). Io penso che Amauri abbia recuperato, l’ho visto dimagrito e in buone condizioni”. L’incidente al ginocchio occorso a Quagliarella dopo soli sei minuti impose al tecnico di rivedere i suoi piani, inserendo subito la punta al posto dell’attaccante di Castellammare di Stabia. La successiva espulsione di Melo aprì ufficialmente la crisi juventina, aggravata dai quattro goals con i quali gli ospiti uscirono vittoriosi dallo stadio “Olimpico”.

Amauri attualmente gioca proprio nel Parma, mentre il centrocampista brasiliano figura nella lista dei possibili partenti per la prossima stagione. Quella nella quale non saranno ammessi ulteriori fallimenti, dove i tifosi non accetteranno più di sentir parlare di fair play finanziario, etica, bilancio, quotazione in borsa, progetti, introiti provenienti dal nuovo stadio e via dicendo. Si discute molto - come sempre, d’altronde – “intorno” e “dentro” alla Vecchia Signora. Ma si è smesso di vincere. Da anni. Parole (troppe) mai accompagnate dai fatti.

Amauri Carvalho de Oliveira, Felipe Melo Vicente de Carvalho, Diego Ribas da Cunha: la colonia brasiliana della Juventus che iniziò l’avventura nello scorso campionato con Ciro Ferrara in panchina rischia ora di scomparire definitivamente. Prima di ottenere la cittadinanza italiana l’attaccante venne acquistato dalla Juventus nel 2008 per un corrispettivo di circa ventitré milioni di euro (al lordo delle cessioni al Palermo – definitive ed in comproprietà - di Nocerino e Lanzafame). Alessio Secco e Pantaleo Corvino si incontrarono l’estate successiva a Reggio Emilia per impostare la trattativa che portò Melo alla corte della Vecchia Signora: la cifra concordata fu di venticinque milioni di euro, leggermente abbassata dal successivo passaggio di Marco Marchionni ai viola. Non sembrò vero al direttore sportivo della Fiorentina di avere la possibilità di rivendere il centrocampista acquistato l’anno prima dall’Almeria per soli otto milioni. I bianconeri si ritrovarono così ad avere un mediano preso per fare il regista e pagato (poco) più di un trequartista. Altri ventiquattro milioni (più “spiccioli”) vennero versati nelle casse del Werder Brema per il passaggio di Diego dai tedeschi ai bianconeri. Trascorso un campionato il calciatore ha poi fatto ritorno in Germania, questa volta al Wolfsburg.

Più di settanta milioni di euro spesi in due anni per costruire una Juventus all’insegna del calcio spettacolo: una spina dorsale tutta italiana (la famosa “ItalJuve” ancora in voga) rinforzata da una colonia brasiliana come mai era accaduto in passato. Dal 1897 al 2008 soltanto tredici giocatori provenienti da quella nazione avevano indossato con alterne fortune la maglia bianconera: Pedro Sernagiotto, Leonardo Colella, Bruno Siciliano, Armando Miranda, Nenè, Dino Da Costa, Fernando Josè Puglia, Cinesinho, José Altafini, Julio Cesar, Gladstone, Athirson, Emerson. Poi, in due sessioni di calciomercato estivo ne arrivarono tre.

Del centrocampo titolare della Vecchia Signora di quest’anno Aquilani e lo stesso Melo sono quelli a cui il futuro potrebbe riservare un’esperienza lontana da Torino. L’ex giocatore del Liverpool, dopo un buon avvio di stagione, ha peggiorato il livello delle proprie prestazioni di pari passo con il crescere dei problemi del club di appartenenza. Con l’Italia di Cesare Prandelli, un po’ come capitato per alcuni compagni bianconeri convocati in nazionale, è accaduto il contrario. Intervistato sull’argomento ha risposto: “In azzurro c’è più serenità. E poi, quando giochi con gente di grande qualità, è più facile fare bene”.

Quando mancano i risultati è difficile che ci possa essere “serenità”, a maggior ragione in un ambiente che negli ultimi cinque anni ne ha dovuto sopportare di tutti i colori. Per quanto concerne la “qualità” bisogna chiedere informazioni a coloro i quali dovranno riportare al più presto la Juventus nelle posizioni che le competono. Nel loro taccuino figura il nome di Bastos, giocatore attualmente in forza al Lione. Un brasiliano, il possibile “diciassettesimo” pronto a trasferirsi sotto la Mole (oltre al sogno Neymar). Anche se non conta la nazionalità di chi vestirà nel prossimo futuro la maglia bianconera, quanto l’apporto di pura e vera classe che dovrà fornire alla Vecchia Signora. Perché d’ora in poi sarà vietato sbagliare. E parlare. Da parte di tutti, non solo degli allenatori. Conterà solo tornare a vincere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 8 febbraio 2011

Quando finisce l’amore

Quando finisce l’amore bisognerebbe avere il coraggio di troncare.
Ti accorgi ad un certo punto che incrociare i suoi occhi non ti fa più battere forte il cuore. Succede. Mica tutte le storie d’amore durano per tutta la vita.
Capita, che dopo un lungo corteggiamento, ci si sposi e poi dopo, che so ..solo sei mesi di luna di miele, tutto diventi routine e poi solo musi lunghi, bisticci, litigi.
E quando capita, bisogna guardarsi in faccia, accettare la realtà e voltar pagina.
E’ inutile tornare a casa una volta ogni tanto con un bel mazzo di fiori e ripetere “Da oggi sarà tutto diverso, tornerà tutto come i primi tempi”. Non serve, un fiore ogni tanto non basta se poi dal giorno successivo si continua a commettere gli stessi errori, ad impuntarsi sulle stesse scelte.
Allora conviene parlarsi, decidere di lasciarsi ed andare – ognuno per proprio conto – verso un futuro che potrebbe essere ricco di soddisfazioni, proprio perché non si è più insieme.
Lei cosa ne pensa signor Amauri Carvalho de Oliveira ?
Non crede anche lei che se un rapporto – anche sportivo – non va bene, debba essere chiuso?
Non crede anche lei che segnare un gol ogni tanto e poi annunciare a tutti i giornali “Mi sono sbloccato, da oggi sarò decisivo” e poi smentirsi con pessime prestazioni partita dopo partita, sia inutile per il bene proprio e della squadra in cui si milita?
Non crede che una squadra debba avere la possibilità di provare un altro giocatore più funzionale ai propri schemi? E che un centravanti che non riesce più a segnare, a sua volta, non debba pensare a cambiare ambiente, compagni e schemi per vedere se riesce a ritrovarsi?
Magari sarà solo una rondine e non l’arrivo della primavera, ma in fondo ha visto anche lei quanti goals hanno già messo a segno Matri e Toni in sole due partite, e che bel goal in rovesciata è riuscito a fare lei con la maglia del Parma.
Insomma, lontani, stiamo meglio tutti
Quindi, signor Amauri, la pregherei, prima di tutto di evitare di pronunciare ancora frasi tipo “Vediamo ora se il problema ero io”, perché – anche se in futuro la Juve potrà avere altre difficoltà - è chiaro che, in quella squadra, lei era sicuramente uno dei problemi.
E poi fondamentalmente, mi piacerebbe che lei ripensasse a queste mie riflessioni sulla fine delle storie d’amore nei prossimi mesi. Lo faccia anche se, anzi soprattutto se, dovesse segnare molte reti nelle prossime partite (ed in questo caso, si dimostrerebbe che il bene di tutti arriva con ritardo proprio a causa della sua testardaggine!).
Perché sa quella sua frase “Per ora sono al Parma ma il 30 giugno tornerò ad essere un giocatore della Juve”, per noi tifosi bianconeri, più che un dato di fatto suona come una minaccia.

Articolo pubblicato su Juvenews.net


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

mercoledì 8 dicembre 2010

La Juve e quel lontano 26 agosto 2010...

Nella gara disputata allo stadio "Olimpico" contro lo Sturm Graz il 26 agosto scorso, Del Piero chiuse i conti con gli ospiti segnando un goal bellissimo (destro sotto l’incrocio dei pali dopo aver dribblato un avversario ed eluso l’intervento di un secondo), grazie al quale spinse la Juventus nei gironcini dell’Europa League. Gli austriaci, sconfitti nella gara di andata dello spareggio per 2-1, si erano resi protagonisti di alcune azioni pericolose, colpendo un palo con Szabica e dimostrando di non sentirsi ancora definitivamente esclusi dalla manifestazione.

La palla arrivò al capitano bianconero da un lancio di Felipe Melo, che proprio in quella partita dimostrò di essere il fratello buono del giocatore che si era presentato a Torino l’anno precedente. Durante l’incontro, dopo aver contribuito in maniera decisiva a sventare un pericolo nell’area di rigore juventina, esultò come se avesse realizzato il goal della vita. La scena fu simile a quella vista nella vittoriosa trasferta a "San Siro" contro il Milan del 30 ottobre scorso.

Il pubblico bianconero era frastornato: orfano di Diego, con Trezeguet non convocato per la gara e con la valigia in mano, si aggrappò all’ancora trentacinquenne leader della Vecchia Signora per scacciare le paure di un nuovo fallimento dopo quello della gestione targata Jean Claude Blanc. Passavano gli anni, così come gli avversari e i compagni di squadra, ma Del Piero c’era. Sempre. Ciliegina sulla torta: Amauri, verso la fine del primo tempo, avvertì un fastidio alla coscia sinistra. Per precauzione Del Neri lo fece uscire, nella speranza di poterlo recuperare per la sfida contro il Bari della domenica successiva, prima tappa del campionato. In giornata si era sparsa la voce di un forte quanto improvviso interessamento della Juventus per Fabio Quagliarella. Accantonata l’ipotesi Di Natale, sembrava essere lui il prescelto per arricchire il parco attaccanti che - complice l’infortunio di Iaquinta - si candidava ad essere il reparto più debole dei bianconeri.

Sempre in quel 26 agosto si svolsero i sorteggi dei gironcini della Champions League. Il presidente dell’Inter Moratti, conscio della forza della propria squadra, si era mostrato preoccupato soltanto dalla imminente finale della Supercoppa Europea che i nerazzurri avrebbero dovuto disputare il giorno successivo contro l’Atletico Madrid: "Io e Rafa ci teniamo molto a battere l’Atletico".
Persero 2-0.

Qualche ora prima di quella gara, verso le 18.30, la Juventus ufficializzò l’acquisto di Quagliarella. Arrivò anche la notizia dello stop per Amauri di 25 giorni: lesione di primo grado al retto femorale della coscia sinistra. A Bari i bianconeri si presentarono con due soli attaccanti di ruolo: la punta originaria di Castellamare di Stabia e Alessandro Del Piero. Marotta, intanto, a Vinovo presentava il nuovo centrocampista Aquilani, mentre su "Sky", nel corso di una bellissima intervista rilasciata da Andrea Agnelli, il Presidente juventino dichiarò: "quando è arrivato Marotta abbiamo fatto una riflessione: Del Neri è il miglior allenatore che potremmo avere in questo momento, quindi la scelta è ricaduta su di lui".

L’attenzione generale, però, venne catalizzata dalla notizia dell’acquisto da parte del Milan di Zlatan Ibrahimovic, l’uomo degli scudetti vinti sul campo: nell’arco di pochi giorni si materializzò il suo ritorno in Italia. Nella griglia delle ipotetiche favorite per il tricolore i rossoneri spiccarono il volo verso le primissime posizioni. L’arrivo a Torino di Quagliarella passò quasi inosservato: alla Juventus oltretutto serviva ancora un attaccante di peso, robusto fisicamente, visto i continui problemi muscolari a cui erano soggetti i compagni di reparto.

Oggi Amauri è infortunato, Iaquinta sta ritrovando la migliore condizione (ottima la sua partita contro il Catania), l’apporto di Del Piero - quando chiamato in causa - continua a non mancare. Mai. E Quagliarella? Per lui parlano i goals, i numeri, le sue prestazioni. Ibrahimovic ha messo le mani sul campionato, anche se la presa - dopo appena quindici giornate - non può essere ancora sicura.

La Juventus è la squadra che ha segnato più reti in serie A, è ormai uscita dall’Europa League e la società è comunque consapevole di poter rinforzare il reparto offensivo con l'acquisto di una nuova punta. Inutile ripetere le caratteristiche, ormai lo sanno anche i muri. Dopo la doppietta realizzata a Catania lo stesso Quagliarella si lasciò andare a questa considerazione: "Perché dove gioco io cercano sempre punte? A gennaio ci rinforzerà Amauri".

Sembra siano trascorsi anni, da quel 26 agosto. In realtà sono passati poco più di tre mesi. Con il lavoro quotidiano, dentro e fuori dal campo, la Vecchia Signora è uscita fuori dalla difficile situazione nella quale si era trovata in estate. La sua crescita non è stata accompagnata da proclami, ma soltanto da una continua ricerca da parte dei giornalisti di strappare a Del Neri un qualcosa che andasse oltre i suoi bicchieri "mezzi pieni". Usciti da quel seminato, ecco pronti articoli a ripetizione sui quali aprire discussioni per qualche giorno. La Juventus, però, non si deve fermare a queste ritrovate certezze: la strada è giusta, ma c’è ancora tanto, tantissimo da lavorare affinchè possa tornare ai precedenti livelli di eccellenza sportiva. La speranza è che a gennaio non si presenti alla sessione invernale del calciomercato soltanto per guardare le vetrine, ma che entri dentro ai box delle trattative per comprare.

Massimo Moratti, due giorni fa: "Contro il Werder Brema niente figure del cavolo". Rafael Benitez: "Mai fatte".
Hanno perso 3-0. Non tutto è cambiato in questi tre mesi.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 4 novembre 2010

Troppi infortuni e poca Juventus in Europa League

La Juventus ha iniziato la gara di questa sera contro il Salisburgo con in campo un giocatore proveniente dalla Primavera, Giandonato, per finirla con tre: Liviero, Buchel e Giannetti.
In compenso ha perso per problemi muscolari altri due elementi della rosa: Legrottaglie e Krasic.
Il serbo, appiedato dalla giustizia sportiva per due giornate da scontare in campionato, non aveva preso parte al vittorioso incontro dei bianconeri giocato sabato scorso a Milano. Questa sera, però, ben controllato dal terzino sinistro Hinteregger (che sembra essere nelle mire di Marotta) e bloccato con le cattive maniere quando ha provato ad accentrarsi in cerca di miglior fortuna, non è riuscito a lasciare il segno in una gara che definire noiosa è un eufemismo.

Le convocazioni per la partita di stasera non potevano prescindere da un bollettino del medico sociale a dir poco terrificante, che ha lasciato a Del Neri una lista di giocatori abili e arruolabili con i quali era indubbiamente difficile plasmare una squadra competitiva.
E se dai giovani scesi in campo era lecito aspettarsi un po’ di timidezza nell’impatto con il calcio che conta, dagli altri elementi della prima squadra ci si attendeva un atteggiamento sicuramente diverso da quello mostrato durante tutto l'arco dell'incontro.
Mentre il pubblico dello stadio Olimpico dedicava il primo coro dopo il fischio d’avvio dell’arbitro Stalhammar a Milos Krasic, invocando subito dopo lo spirito leonino mostrato dai giocatori bianconeri in campionato, Simone Pepe iniziava la sua personale girandola di ruoli all’interno del prato verde: dopo aver cominciato come terzino sinistro è stato successivamente spostato a centrocampo - sempre su quella stessa fascia - dopo l’ingresso di Liviero (al posto di Giandonato, chiamato in causa poche volte dai compagni), per terminare l’incontro sul lato opposto del campo.

Nel Salisburgo era assente Svento, l’autore del goal del momentaneo vantaggio degli austriaci nella gara d’andata e principale pericolo per la Juventus lungo tutto l’arco dell’incontro. Ma l’attenzione generale ha finito con l’essere catalizzata dai ripetuti problemi della squadra di Del Neri, priva di mordente e di idee e con un gioco che non ha mostrato alternative ai lanci lunghi della difesa o alle azioni impostate da Sissoko.
Due tiri in porta per la Vecchia Signora in tutto l’arco della partita: uno su punizione di Del Piero nel primo tempo e l’altro ad opera del maliano nella ripresa. Nel mezzo un ottimo assist di Krasic al capitano bianconero con la palla che termina lontano dalla porta avversaria.

Sotto gli occhi di Michel Platini, seduto in tribuna ad assistere all’incontro, i principali episodi della gara si riducono ad essere i continui spostamenti dei giocatori di Del Neri all’interno dello scacchiere bianconero: il giovane Buchel entra e si sistema sulla sinistra davanti a Liviero, Giannetti sostituisce Pepe e affianca Amauri (evanescente anche stasera) in un 4-3-1-2 che vede Del Piero arretrare di qualche metro rispetto ai due attaccanti.
Per il resto, non c’è altro da raccontare.
Anche perché le notizie più importanti provengono dalla Polonia, dove il Lech Poznan sconfigge il Manchester City di Roberto Mancini per 3-1 e affianca la formazione inglese in testa alla classifica, a sette punti.
La Juventus rimane ferma a quota quattro, come i pareggi ottenuti in tutti gli incontri giocati in questo gironcino di Europa League.

Il 1° dicembre (eccezionalmente si giocherà di mercoledì) toccherà ai bianconeri andare in Polonia, in una gara che diventerà decisiva per il prosieguo del cammino della Vecchia Signora in questa competizione.
Senza dimenticare che nell’ultimo incontro, che si disputerà a Torino, dovrà poi ricevere i Citizens.
Con una rosa bianconera ridotta all’osso, che perde ad ogni incontro più giocatori di quelli che nel frattempo riesce a recuperare dall’infermeria, si rende necessario decidere immediatamente verso quale competizione dedicare le maggiori risorse e attenzioni.
Anche se la risposta, sin da ora, appare scontata…

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domenica 12 settembre 2010

Si riparte da zero. Con Del Piero

Il Milan aveva a disposizione 942 goals per vincere a Cesena. Tanti sono quelli segnati in carriera dai suoi cinque attaccanti in rosa: Ronaldinho, Robinho, Filippo Inzaghi, Pato e Ibrahimovic. Alla fine non ne è arrivato neanche uno, lasciando - in compenso - spazio (e spazi) al "vecchio" Bogdani e al "nuovo" Giaccherini. Il Cesena, con questo successo, si posiziona temporaneamente in cima alla classifica: un bel biglietto da visita dopo 19 anni di lontananza dalla serie A.
E’ stata la vittoria del gioco sui giocatori, della sostanza sull’immagine, dell’equilibrio (in campo) sull’allegria (tattica). Senza Nesta i rossoneri faticano troppo, con Ibrahimovic e la squadra allungata in campo corrono il rischio di appropriarsi dello schema prediletto della prima Inter di Mourinho: "palla a Ibra e pedalare".

Eto’o gioca ancora lontano dalla porta avversaria, ma alla fine diventa più incisivo di Milito. Un successo di "rigore", quello dell’Inter sull’Udinese, anche se il goal decisivo arriva proprio da una respinta di Handanovic su un tiro dagli undici metri del camerunense, da lui poi corretto in rete. Inizia il tormentone del cambio di modulo, per evitare allo steso attaccante di rincorrere gli avversari e permettergli di essere inseguito. Si parla del rombo a centrocampo: alla Juve ne sanno qualcosa. Assente Thiago Motta, dentro Mariga e Biabiany, fuori Pandev, la musica cambia. E l’assenza di Maicon si fa sentire…

La Roma voleva Burdisso a tutti i costi? Eccolo: poco più di venti minuti di gioco, espulsione (follìa pura) e giallorossi in dieci uomini per quasi tutta la partita. Claudio Ranieri lo aveva detto: "Lotteremo per la Champions, non per il titolo". Un modo per mettere le mani avanti e togliere un po’ di responsabilità alla squadra (e a se stesso). Cinque goals i giallorossi li avevano già subiti poco meno di un mese fa, in quell’amichevole contro l’Olimpiakos scelta come preparazione in vista dell’imminente finale di Supercoppa Italiana contro l’Inter. Dopo la disfatta di ieri sera a Cagliari, alla Roma rimane un punto in due giornate (il pareggio interno contro il Cesena): meglio dell’anno scorso (due sconfitte e dimissioni presentate da Luciano Spalletti), ma poco in relazione ai reali obiettivi della società.

Inizia così il "tour de force" delle squadre italiane impegnate sia in campionato che nelle coppe europee. Che poi, a seguito della clamorosa protesta dei giocatori in merito agli ormai famosi "otto punti della discordia" con la Lega di Serie A, rischia di diventare meno pesante del previsto. E’ già stato proclamato uno sciopero per la quinta giornata, quella che si dividerà tra il 25 e il 26 settembre, prima ancora che le rispettive parti si possano sedere al tavolo della trattative (salvo imprevisti, accadrà domani). Un nuovo modo di impostare le trattative sindacali: comunque vada, noi non giocheremo. A nessuno piace essere trattato come un "oggetto".
Neanche ai tifosi, a onore del vero. Che più passano gli anni e più vengono considerati come dei "polli" da spennare. O, più semplicemente, dei "polli". Quando saranno loro a protestare, ai calciatori rimarrà ben poco da dire (e da fare).

Gli alti e i bassi delle milanesi e della Roma potrebbero aiutare la Juventus ad inserirsi nel gruppone delle contendenti. Si parte dalla sconfitta di Bari, e da quello "zero" in classifica da rimuovere al più presto.
Il calciomercato estivo è finito, le basi sulle quali Del Neri e la società dovranno lavorare da ora in avanti sono state gettate. Pazzini oggi (forse), Di Natale domenica prossima: i bianconeri, privi - almeno all’inizio - delle due punte di peso (Iaquinta partirà dalla panchina, Amauri è ancora indisponibile), affronteranno nell’arco di una settimana due degli obiettivi (reali o meno) mancati per rinforzare il proprio reparto offensivo.

E mentre si parla con sempre più insistenza di un ritorno di Pavel Nedved alla Juventus con incarichi dirigenziali (ti aspettiamo), Del Piero - in campo - festeggia il 17° anniversario del suo esordio in serie A.
Attraverso le pagine del suo sito personale lo stesso attaccante ha elencato i diciassette motivi per celebrare questo "compleanno": uno più bello dell’altro, tutti in grado di regalare emozioni ai tifosi.
Il numero "7" (per i ventinove scudetti) ricorda "l’altro" campionato, quello che ripartirà il 1° di ottobre a Napoli con la riapertura delle udienze del processo penale. Dove riprenderà la rincorsa a riappropriarsi dei due titoli tolti.
Grazie, Capitano.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 7 agosto 2010

Lo strano caso del signor Amauri


Ed eccolo lì: Amauri Carvalho de Oliveira, professione attaccante, cittadino italiano a partire dallo scorso marzo, convocato da Cesare Prandelli per l’impegno amichevole della (nuova) nazionale di martedì prossimo a Londra contro la Costa d’Avorio.
Completerà il reparto offensivo, in compagnia dei vari Borriello, Giuseppe Rossi, Quagliarella e - finalmente, per il "popolo" che lo richiedeva da tempo a gran voce - Cassano e Balotelli.

La lista non è stata stilata da Marcello Lippi. A scorrerla, però, non sembrerebbe così: sei giocatori della Juventus (tanto per ricordare: manca "almeno" un Buffon, ad integrare la truppa…) ed uno solo dell’Inter (che, oltretutto, sta per trasferirsi in un’altra società). Va detto, a onor del vero, che si tratta di una semplice amichevole prima degli impegni ufficiali (qualificazione agli Europei del 2012), e che Gilardino e Pazzini, il nuovo CT, li conosce benissimo.
All’inizio della scorsa stagione il ruolo di prima punta della nazionale era vacante: lo stesso Gilardino era partito al rallentatore, Pazzini non forniva le dovute garanzie, Toni stentava nel Bayern Monaco. Rimanevano in tre: Lippi, Amauri e i media italiani, in attesa di quella benedetta cittadinanza che non arrivava mai. C’era un mondiale da difendere con le unghie e con i denti, dopo Mauro German Camoranesi (lo volle Trapattoni) era arrivato il momento di un’altra eccezione alla "regola".

Poi… "In questo momento non mi sento in ballottaggio con Amauri perchè io sono italiano e lui è brasiliano. Devo confessare che questa situazione un po' mi dà fastidio. Capisco se uno è mezzo italiano e mezzo brasiliano, un conto è se non è proprio per niente italiano". Così Pazzini, lo scorso mese di novembre del 2009, diede il benvenuto alla possibile convocazione dell’attaccante della Juventus. Ringalluzzito dall’arrivo dei primi assist decisivi di Cassano, la sua stagione stava per cambiare decisamente volto. Era arrivato il momento di “parlare chiaro”, e di respingere altri pretendenti a quella maglia.

Divamparono le (ovvie) polemiche. Perchè "sì" a lui e "no" agli altri (Thiago Motta e Zarate)? Forse perché è juventino?
Rispose Giancarlo Abete, presidente della FIGC: "Oggi il parametro di riferimento è la cittadinanza. Un giocatore, se è cittadino italiano, ha tutto il diritto di essere convocato in Nazionale. C'è una politica della federazione che tende a non allargare oltre misura la presenza di giocatori non nati in Italia. Lo stesso CT Marcello Lippi ha detto più volte che si trattava di una situazione limitata a pochi calciatori. Non vogliamo perdere la nostra identità, ma non vogliamo nemmeno discriminare".

Se ieri il parametro di riferimento era la cittadinanza, oggi lo è la Germania ottima protagonista del mondiale sudafricano. Quella giovane, ma anche multietnica.
"Gli stranieri? Se hanno la cittadinanza italiana e giocano bene, non vedo perché non possano essere convocati in nazionale" (Cesare Prandelli, 1° luglio 2010).
Dichiarazioni rilasciate, ovviamente, con il benestare di Abete.
Tra Uruguay, Argentina e Brasile, sono una ventina (almeno) i giocatori cui si potrebbe attingere per rinforzare la nazionale azzurra laddove si dovesse ritenere necessario farlo.

Amauri, nel periodo in cui Pazzini rilasciò quelle dichiarazioni, smise di segnare. La Juventus di "giocare". Entrambi iniziarono a perdere: partite, convinzione, prestigio agli occhi del mondo intero.
Da possibile salvatore della patria ad emarginato di lusso. Giusto (per chi scrive) non renderlo partecipe della spedizione sudafricana agli ordini di Marcello Lippi.
Paradossale, adesso, leggere come venga considerata "normale", dai media, la sua convocazione: i due goals segnati in Irlanda allo Shamrock Rovers, la ritrovata brillantezza fisica e l’interesse manifestato da Mourinho ed il Real Madrid nei suoi confronti sono bastati a cancellare mesi di critiche feroci.

Ma ora potrebbe "servire" di nuovo: come "apertura" verso nuove convocazioni, sino al prossimo momento difficile, alla consacrazione di un altro attaccante, o magari fino ad una vittoria in una competizione importante di una nazionale diversa dalla Germania attuale (quindi, con tutti i giocatori originari di quel paese).
In quel caso passerebbe di moda l’idea di un gruppo di giocatori multietnico che si potrebbe tranquillamente integrare con chi è nato nella nostra penisola, si tornerebbe a difendere l’italianità nel senso più letterale (e stretto) della parola e tutti rinnegherebbero quanto detto nel passato. A Prandelli, ovviamente, verrebbe rinfacciato il suo aver militato, da calciatore, nella Vecchia Signora.

E se invece la nuova Italia dovesse rivelarsi vincente? Basterebbe contare i giocatori provenienti dalla Juventus. Anche se a qualcuno darebbe fastidio.

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giovedì 5 agosto 2010

A Modena dentro Diego, fuori le polemiche



"Diego o Del Piero?". Un dubbio che Del Neri aveva già sciolto al momento del suo arrivo a Torino: giocherà la meritocrazia.
Ancora oggi si continua a parlare del dualismo tra i due giocatori, in un attacco dove il nuovo allenatore bianconero ha ripetuto più volte che "non farà mai giocare due punte e un trequartista".
E che il posto di attaccante centrale "se lo giocheranno Amauri e Trezeguet".

Gli undici scesi in campo a Dublino, nell’incontro di andata contro lo Shamrock Rovers, si ritroveranno titolari stasera a Modena.
Diego più avanti, in campo, rispetto alla posizione ricoperta nella scorsa stagione: dai "duetti" al dualismo con Del Piero; dal rappresentare - entrambi - due terzi del reparto offensivo della squadra, ad essere in ballottaggio per un unico posto (in attesa del rientro di Iaquinta) da seconda punta.

Si continua e si continuerà a parlare di questo ancora per un po’. Almeno sino a quando non ci si stancherà di farlo, oppure fino al momento in cui non "farà più notizia". Molto probabilmente sino a quando il percorso calcistico italiano di Diego avrà una sua naturale conclusione: consacrazione (definitiva) o cessione.

Allora si tornerà a discutere di argomenti più "sostanziosi", perché i problemi da superare per passare dalla settima posizione ottenuta in campionato nella scorsa stagione alle prime (obiettivo della società) nella prossima, non possono essere riassunti - alla vigilia di ogni incontro dei bianconeri - nell’analizzare la bontà della scelta di Del Neri di affidare una maglia da titolare nel reparto offensivo ad un giocatore piuttosto che ad un altro: c’è un rosa da completare, da migliorare qualitativamente e da "aggiustare" quantitativamente tramite le cessioni di quei calciatori che a più riprese sono stati invitati a togliere il disturbo. E, soprattutto, una mentalità vincente da riconquistare.

Via Giovinco (in bocca al lupo), a breve dovrebbero seguirlo altri.
"Stiamo parlando di un calciatore che giocherà i Mondiali, è ovvio che ci vorrà una squadra di livello, altrimenti onoreremo il contratto con i bianconeri, in assoluta tranquillità e mantenendo gli ottimi rapporti con la società, più in là ne sapremo di più".
Era il 4 maggio scorso, quando Sergio Fortunato, agente di Mauro German Camoranesi, pronunciò queste parole.
Oggi è il 5 di agosto, e i contatti più avviati per un suo addio sono quelli rappresentati (salvo ulteriori sorprese) dal Birmingham. Conditi, quasi certamente, dalla richiesta di una buonuscita da presentare alla Juventus.

Mentre Del Piero occupò la sedia accanto a Del Neri nel corso della conferenza stampa di vigilia dell’incontro di Dublino, questa volta il compito è capitato a Claudio Marchisio, una delle travi sulle quali la nuova Juventus cercherà di costruire la struttura della squadra del futuro. Dall’Irlanda a Modena, ma - soprattutto - dallo stadio "San Vito" di Cosenza (teatro dell’amichevole dei bianconeri contro il Lione) al "Braglia" di stasera, passando per i ritiri di Pinzolo e Varese e da Rovereto (gara contro l’Al Nassr): ovunque vada, la Vecchia Signora fa il pienone. Di amore e di entusiasmo.

Perché il problema non è chi giocherà tra Del Piero e Diego (fermo restando che il mercato, anche in entrata, non è ancora concluso), ma rimane quello di dare in pasto a milioni di tifosi bianconeri un qualcosa di simile alla "vera" Juventus il più presto possibile.
Il resto sono solo parole. Che non contano nulla, portano polemiche inutili e, soprattutto, non ti fanno vincere niente.

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sabato 3 luglio 2010

Un altro "black out" di Felipe Melo. E adesso?


Non ci voleva. Quel fallaccio di Felipe Melo su Robben proprio non ci voleva. Una prestazione, quella del brasiliano ieri, dai due volti: bene il primo tempo, condito con un bellissimo lancio in verticale per il goal di Robinho; malissimo nella ripresa, con l’incomprensione con Julio Cesar in occasione dell’autogoal e - soprattutto - l’espulsione per il calcio al giocatore olandese a terra.

Se in occasione dell’autorete dell’1-1 (parziale) il portiere interista rivendica l’aver chiamato la palla e condivide la paternità dell’errore con il compagno, per ciò che concerne l’attimo di follìa successivo, quello ha un solo nome e cognome: Felipe Melo.

Si conclude, così, una stagione negativa per il centrocampista verdeoro, legata a doppio filo con quella della Juventus, il suo club di appartenenza. Proprio nel momento in cui la squadra bianconera si è appena ritrovata per iniziare la preparazione in vista dei preliminari dell’Europa League.
E dire che tutto era iniziato sotto ben altri auspici: nella sessione di calciomercato della scorsa estate, impegnata a cercare un regista, la Vecchia Signora (tale di nome, non di fatto) corteggiava D’Agostino, allora all’Udinese. Non riuscendo ad arrivarci, ecco il colpo di scena che non t’aspetti: 25 milioni di euro (meno Marchionni), clausola rescissoria voluta da Corvino pagata e rispettata, un altro campione che si apprestava a raggiungere Torino, sponda bianconera. Un mediano costato più di un trequartista.

Amauri non era ancora italiano, Diego era stato già acquistato e si attendeva proprio Melo per presentare ai nastri di partenza una Juventus "brasiliana" come mai in passato.
Settantacinque milioni (circa) di investimento in due anni per i tre calciatori, per una squadra che avrebbe dovuto giocare a ritmo di samba. Il "gap" con l’Inter, in Italia, sicuramente ridotto. Col tempo, chissà, il campo avrebbe potuto anche dire "annullato".
Dalla successiva cessione di Cristiano Zanetti alla Fiorentina, ecco i primi equivoci tattici manifestarsi in campo, per poi esplodere fuori dal rettangolo di gioco al presentarsi delle prime critiche.
Partito l’unico regista rimasto in rosa (quando non era alle prese con problemi muscolari), con il posizionamento di Diego come vertice alto del rombo di centrocampo, a Felipe Melo non rimaneva che rispettare gli ordini di scuderia, e piazzarsi davanti alla difesa.

La gara contro la Roma all’Olimpico (30 agosto 2009, vinse la Juve 3-1) aveva fatto sognare i tifosi bianconeri: se Diego si era espresso su livelli eccezionali (mai più rivisti), Felipe Melo gli era andato dietro, producendosi - ad incontro ormai concluso - in una cavalcata potente e devastante che gli permise di realizzare la terza marcatura, quella che chiuse definitivamente la partita.
Ma l’Olimpico di Roma fu, appunto, l’eccezione, non la regola.
Eppure Cesare Prandelli, neo CT della nazionale azzurra ed ex allenatore del brasiliano ai tempi della Fiorentina, lo aveva detto, nel corso di una intervista: "No, consigli non ne voglio dare. Vi dico però che noi l'anno scorso avevamo creato un gioco che per Melo era possibile: non è un regista, ha visione ma non abbastanza. E così avevamo creato meccanismi di gioco facendolo giocare come mezzo destro del 4-2-3-1, con movimenti delle ali che facilitavano il suo gioco".

Il "4-2-3-1", lo schema spesso adottato dal Brasile e qualche volta - nel corso della stagione appena conclusa - dalla Juventus. Il vestito che più si addice alle caratteristiche di Felipe Melo. Proprio nella sua nazionale si è sempre sentito a casa, protetto e coccolato da un allenatore - Carlos Dunga - che adesso, al pari di Marcello Lippi, si assume tutte le responsabilità di un fallimento che ha iniziato a materializzarsi al 28° del secondo tempo dell’incontro con l’Olanda, cinque minuti dopo la rete dell’1-2 segnata da Sneijder, proprio grazie all’attimo di follìa del centrocampista brasiliano. Esattamente nel momento in cui la sua nazionale avrebbe avuto necessità di raccogliere tutte le proprie forze nel disperato tentativo di un recupero in extremis per evitare l’eliminazione dai mondiali.

Lui se ne frega delle critiche. Va in vacanza, felice - poi - di tornare alla Juventus.
"Del passato non mi interessa molto, nello spogliatoio so cosa porterò. Le regole vanno rispettate in campo e fuori. Dialogo senza imposizioni, ma decido io. La base di tutto è il rispetto".
Queste sono alcune delle parole pronunciate ieri da Luigi Del Neri, durante la presentazione delle nuove divise da gioco della società bianconera. Questo è il nuovo ambiente che Felipe Melo troverà, a Torino, se prima non verrà ceduto (a quale prezzo?) a qualche altra squadra.
Potrebbe durare, sì. Ma quanto?

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sabato 27 febbraio 2010

Verso Juventus-Palermo. E sull'onestà di Mourinho…


"Non alleno i singoli, ma il gruppo: conta il noi, non l’io". Così Alberto Zaccheroni ha spiegato, nell’immediato dopo partita, la (nuova) sostituzione di Diego durante l’incontro con l’Ajax di giovedì scorso. Più di venti minuti ancora da giocare: meglio utilizzarli per ricaricare i (deboli) muscoli di Camoranesi, e lasciare che il centrocampista brasiliano percorresse arrabbiato la strada che porta agli spogliatoi.
Diego come il giocatore che dovrebbe far compiere il salto di qualità alla squadra, farle cambiare il passo quando necessario, risultare decisivo e spostare gli equilibri di un campionato: è il destino dei grandi. La tecnica c’è, lo spirito di sacrificio pure. Ma non basta. La confusione tattica e psicologica della squadra, ad oggi, lo ha penalizzato oltremisura. Ma chi deve iniziare a cambiare registro è lui per primo: sostando là dove il tecnico (Zaccheroni ora, ma anche Ferrara prima) gli chiede di stare e facendo scorrere il pallone il più possibile. Evitando di tenerlo incollato al piede e di girare intorno a se stesso più di quanto non sia necessario.

E’ con il gruppo che si va avanti: quello che ha perso tutto il possibile nei mesi scorsi e che si sta lentamente ritrovando. Ad ora, sono state scalate alcune posizioni di classifica in Italia (sino a tornare al quarto posto) e sono stati raggiunti gli ottavi di finale dell’Europa League. Poi, si vedrà.
Sistemata la pratica-Ajax: l’assenza del talento di Suarez, unito ad un risultato d’andata favorevolissimo, hanno aiutato. La ritrovata inviolabilità della porta bianconera, ha fatto il resto.
Staffetta Trezeguet-Amauri: per un attaccante che guarisce, ce n’è un altro che si fa male (Iaquinta, intanto, continua ad allenarsi). Prima dell’incontro era stata la volta del portiere (Buffon). Dopo, quella dei muscoli di seta di Camoranesi, raffinati come le sue giocate.
Appuntamento all’11 di marzo con il Fulham (Europa League). Non si guardi oltre: alla giornata, si deve continuare a vivere alla giornata. Quest’anno è così. Ora, solo campionato.

Una vittoria contro il Palermo, domenica sera, per staccare in classifica i rosanero (dietro ad un punto). Nell’attesa della giornata più importante, tra le ultime: la prossima, quella che vedrà - sabato - gli scontri tra Fiorentina e Juventus al pomeriggio e Roma e Milan alla sera. Campionato che è ancora lontano dal terminare, con una classifica che - grazie ai recuperi infrasettimanali - da virtuale è diventata "reale": Milan a meno 4 dai nerazzurri; Roma, sempre a 5 punti. Ma se i giallorossi dovranno risollevarsi alla svelta dopo l’eliminazione in Europa League (doppio black out con i greci del Panathinaikos, andata e ritorno; vedremo a fine anno in quanti rimpiangeranno ancora Ranieri) prima di lanciare il guanto di sfida ai nerazzurri, i rossoneri proveranno ad infastidire la capolista sino a quando il Pato o l’Huntelaar di turno (complimenti per il gesto di mercoledì) non risolveranno gli incontri a loro favore all’ultimo momento. Così come è accaduto a Firenze, dove i Della Valle scoprono di dare fastidio "a qualcuno" (chi è causa del suo Mutu, pianga se stesso…).
Il tutto mentre a Milano, da sabato scorso a mercoledì, sono andati persi i fazzoletti bianchi agitati in segno di protesta per aver avuto, una volta tanto, un "arbitro che arbitrasse" (Tagliavento). Tal Mejuto Gonzalez non vede il rigore di Motta su Ivanovic (Chelsea) e rigore più espulsione di Samuel su Kalou; l’Inter vince in undici e Mourinho, non sapendo stavolta a chi fare il segno delle manette, tira in ballo la Calciopoli italiana.

Potenza di un’onestà interiore cresciuta in Portogallo, dove - nel 2004 - se la prese con il giocatore dello Sporting Lisbona Rui Jorge, al quale "confidò" che gli sarebbe piaciuto vederlo morto in campo, da allenatore di una squadra (il Porto) il cui presidente Pinto da Costa avrebbe avuto da insegnare al "peggior Moggi" ipotizzabile per un tifoso interista. Onestà che maturò in Inghilterra, al Chelsea, quando (nel 2005) - tacciando di altri episodi (la lista sarebbe lunga) - affrontando il Barcellona in Champions League accusò l’arbitro Frisk di aver parlato durante l’intervallo con l’allora tecnico dei blaugrana Frank Rijkaard. A causa di questo, la giacchetta nera ricevette minacce di morte da parte dei sostenitori inglesi, e fu costretto a ritirarsi dall’attività. Onesto in mezzo ad un popolo di disonesti: non sarà certo l’Italia, vista da Appiano Gentile, che lo cambierà. Così come è arrivato, se ne andrà. Con la speranza, nel frattempo, di riuscire a strappare qualche altro milione in più da Moratti alla voce ingaggio, inventandosi altri interessamenti del Real Madrid nei suoi confronti.
Non è colpa degli italiani, però, se ha scelto di allenare l’Inter…

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giovedì 25 febbraio 2010

Per un futuro degno del passato


"Quella contro il Racing Santander è stata la peggior partita del Barcellona sotto la gestione Guardiola". Parole e musica di Johan Cruyff. Il direttore d’orchestra che incassa i fischi è il giovane "Pep", suo giocatore ai tempi in cui era l’olandese a guidare i blaugrana dalla panchina. L’incontro, per la cronaca, è finito 4-0 per il Barça. Ciononostante il mister accetta, senza nessuna sceneggiata, la dura critica. Coppa del Re, campionato spagnolo, Champions League, Supercoppa di Spagna, Supercoppa UEFA, Mondiale per club: da maggio a dicembre del 2009, sei trofei vinti in sette mesi. Chapeau: per la classe dimostrata nelle vittorie e nell’accettare le osservazioni. Non è tutto oro quello che luccica (negli altri paesi): ma c’è da imparare. E sino a quando ci saranno esempi sbagliati, nel nostro campionato si continuerà ad indietreggiare come i gamberi. Guardiola, inoltre, come i Trapattoni, i Lippi e i Capello bianconeri: non ci si deve mai accontentare.

Si chiama Europa League, non è la Champions League: meno introiti, meno fascino, musica diversa. Porta prestigio, per chi la vince: non come la coppa "vera", però. Quella dalle "grandi orecchie". Quella che ti pone in cima al Vecchio Continente, che ti fa guardare gli altri dall’alto verso il basso e che ti permette di realizzare un "filotto": finale per la Supercoppa UEFA e partecipazione al Mondiale per Club. Supercoppa UEFA, peraltro, che si gioca con la vincente dell’Europa League. A furia di piangere su quello che poteva essere e non è stato, forse, ci si è dimenticati di questo particolare.

Non ci si deve accontentare del 2-1 sull’Ajax a domicilio (il loro): è troppo pericoloso. Bisogna giocare per vincere, anche se una sconfitta di misura (1-0) garantirebbe ugualmente il passaggio al turno successivo. Questa squadra, al momento, non è in grado di gestire una singola partita: figuriamoci due (andata e ritorno). Comunque si sta lentamente ritrovando. Nel frattempo, Buffon si blocca (adduttori coscia destra) mentre Camoranesi si sblocca, e torna ad essere nuovamente disponibile. Nella partita contro il Bologna, a Torino, durante il girone di andata (27 settembre 2009, risultato finale 1-1) iniziarono ad avvertirsi i primi problemi alla macchina messa a disposizione di Ciro Ferrara: da quel momento in poi, da fuoriserie è diventata un’utilitaria di lusso nell’arco di due mesi e mezzo circa. Nell’incontro successivo, contro il Palermo, ci fu il primo tonfo. Fragoroso. Al ritorno, i bolognesi sono stati "sistemati" con un uno-due firmato Diego e Candreva: il "nuovo" che avanza. Anche guidato dal "vecchio": senza un Del Piero così, la vittoria sarebbe stata una chimera. Sfumata la Champions League, la speranza è di prendersi ora delle rivincite in Europa League. Nell’attesa di confermare il quarto posto in campionato e puntare Milan o Roma. Nel caso una delle due abbandonasse anticipatamente la rincorsa all’Inter.

Inter, Inter e Juventus, Juventus e Inter: lontanissime in Italia (14 punti), divise in Europa da due competizioni diverse. Ma quello che succede ad una finisce sempre con interessare l’altra. Storia di una rivalità sempre esistita, accesissima a più riprese, esplosa definitivamente durante e dopo Calciopoli. L’Inter (di oggi) che gioca a fare la Juventus (di ieri), con risultati diversi: l’interismo che si confonde con l’isterismo. Storie di mani incrociate per mimare le manette, di fazzoletti bianchi, di frasi ingiuriose agli arbitri, di pressioni agli ispettori federali ai bordi del rettangolo di gioco, di risse nel tunnel che conduce agli spogliatoi, di espulsioni giuste, assurdamente prese ma duramente contestate. Storie, queste, come esempio, che si sono consumate tutte in una sera. In un tranquillo sabato di follìa. Con il dessert della telefonata domenicale (Moratti-Abete). Se questa è la punta dell’iceberg del campionato italiano, non ci si chieda perché all’estero non siamo più seguiti.

E la Juventus? (Ora) Sorride, si compiace di una sorta di (mini-)crescita, si coccola e si lascia coccolare dalla calma e dalla compostezza di Zaccheroni: dopo gli ultimi mesi di terrore, tutto quello di positivo che arriva è il benvenuto. La strada da percorrere è ancora lunga, lunghissima. L’arrivo (il ritorno) di Bettega è stato il primo passo. Che qualche frutto inizia a portare. Ma non si possono, attualmente, fare paragoni con altre realtà vincenti: bisogna ancora vivere alla giornata.
Adesso si pensi a sculacciare i giovani lancieri, e si continui a costruire un futuro degno del passato. Gli interismi (e gli isterismi) si lascino a chi di dovere: c’è differenza tra il guardarsi i piedi e guardare l’orizzonte. Va bene la rivalità: ma non deve essere un limite. Di avversari, non ne esiste uno (o una) soltanto: quella, è una mentalità da provinciale. Non da Juventus. L’unico obiettivo da raggiungere è tornare ad essere se stessi. Cioè i migliori.
Perché chi sa vincere non si deve accontentare mai.

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domenica 14 febbraio 2010

Una vittoria contro il Grifone per riprendere a volare. E alla "Viareggio Cup"...

Una Zebra irriconoscibile contro un Grifone dalle ali danneggiate. Una Juventus diversa rispetto all’immagine che ha dato di sé nel corso della sua storia contro un Genoa che, come numero di indisponibili ed infortunati, dimostra di voler tenere testa ai bianconeri prima ancora che l’incontro abbia inizio (fuori Moretti, Kharja, Jankovic, Palladino, Palacio, Tomovic e Juric).

Lontana (o esclusa) dagli obiettivi posti a inizio stagione, alla Juventus non rimane che tornare a vincere per trovare una sua nuova dimensione. Inutile stilare tabelle: bloccata nel traffico del centro-alta classifica, solo con tre punti accumulati ogni fine settimana può sperare di tirarsi fuori dalle sabbie mobili nelle quali è immersa. Ai continui proclami di una ripresa annunciata, voluta ma non ancora compiuta dopo il cambio alla guida della panchina, ad oggi ci sono stati due pareggi soltanto. Utili per smuoversi da quel "33 punti" diventato ormai un marchio di fabbrica; inutili per migliorare l’agonia che la pervade da mesi.

Il Milan vince contro l’Udinese, la Roma strapazza il Palermo: a loro il balletto delle due "finte contendenti" dello scudetto all’Inter. Resta il fatto, però, che di questo passo il secondo ed il terzo posto risulteranno essere posti già assegnati. Dal Napoli in giù, basta poco per rivoltare la griglia della domenica sera: solo con i pareggi, però, non si va lontano.

Juventus e Genoa: da qualche anno società amiche dietro le scrivanie, con giocatori in prestito o in comproprietà, ed un allenatore, Gasperini, più volte accostato a quella panchina bianconera che fu già sua in passato (nelle giovanili) e che non è escluso possa nuovamente rivederlo come protagonista. Prandelli permettendo, a quanto sembra dai rumors del mercato pallonaro.
Il mercato, quello di un futuro ancora da tracciare alla luce del sole, ma che sotto sotto sembra muovere i primi passi. Quello che potrà sbloccarsi solo quando si capirà quale posizione la Juventus raggiungerà nel corso di questa dannata stagione (con i relativi futuri introiti), e quando si delineerà in via definitiva l’assetto societario che dovrà portare avanti la ricostruzione di una Vecchia Signora che avrà bisogno di più di una ritoccata per tornare ad essere bella. E vincente.

All’andata, nel posticipo del giovedì del turno infrasettimanale (antipasto di quel calcio-spezzatino cui giocoforza ci dovremo abituare) si ammirò una delle Juventus migliori del campionato. Una delle poche: non c’era Diego; la luce l’accese Camoranesi; Iaquinta e Amauri sfiancarono i grifoni già a partire dal loro possesso palla difensivo. Il rombo a centrocampo trasformato in un 4-3-3; un movimento continuo dei giocatori che - da quel momento in poi - si è visto pochissimo nel prosieguo della stagione. L’idea di forza, di possanza fisica, di compattezza: non si era ancora ammirato nulla di simile nelle quattro giornate precedenti (le prime); non si è più visto (tranne la partita contro la Sampdoria) tutto questo da quel momento in poi. Una Juventus che assomigliava ad una di quelle del passato. Una di quelle di Lippi…

Il passato come memoria storica, un presente incerto, un futuro da costruire. Utilizzando, se possibile, le forze fresche provenienti dalla Primavera bianconera. Quella squadra che ha raggiunto, nuovamente, la finale della "Viareggio Cup": domani rivincita con l’Empoli, già affrontata (e battuta) nel 2004. Dal 2003 al 2009: 7 edizioni, di cui 4 vinte ed una persa in finale. Ad oggi, l’unico elemento pronto per la prima squadra (nell’attesa di De Ceglie e Giovinco) è Marchisio. Si parla spesso di giovani da lanciare, in Italia, sui quali costruire le squadre per trovare in casa quello che si è costretti, in loro mancanza, ad acquistare fuori. Poi, però, si preferisce "l’usato sicuro". Che tanto "sicuro" non è. Manca l’anello di congiunzione tra le giovanili e la prima squadra; manca la capacità di individuare le società giuste cui affidare, temporaneamente, i giovani da far crescere. Sia nella serie cadetta che in quella maggiore. Si cerca spesso la comproprietà, invece di un prestito secco: l’esplosione di un giovane, in questo senso, a volte finisce per diventare un problema. Perché la metà da riacquistare diventa troppo onerosa ed in alcuni casi, proprio per la paura di puntare su un mondo da esplorare (un ragazzo) e di sbagliare, si preferisce lasciarlo andare. Sono pochi, infine, i ragazzi in grado di fare il grande salto nel calcio che conta. Ma il solo Marchisio, ad oggi, non può essere l’unico prodotto garantito di tante vittorie. Qualcosa manca, qualcosa va aggiustato anche in quel settore. Se ne riparlerà dopo lunedì. Nella speranza di mettere un altro trofeo in bacheca. E che il futuro possa essere costruito (anche) in casa.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Come mi capita di fare ogni tanto, quando trovo un qualcosa in rete che mi colpisce in maniera particolare, saltuariamente lo ripropongo. Come segno apprezzamento. E' il caso del video che inserisco qui sotto. Forza Juve!!!