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sabato 28 giugno 2014

L'Italia torna a casa fra l'indifferenza generale


Tra le molteplici reazioni che gli appassionati italiani potevano mostrare nei confronti dei calciatori azzurri rientrati con largo anticipo dal mondiale brasiliano, l'indifferenza era l'unica difficilmente prevedibile. Riflettendoci a mente fredda, poi, si è rivelata anche la più efficace. A cosa sarebbe servito, in effetti, sprecare soldi per comprare ortaggi da scagliare contro quei ragazzi nel momento stesso in cui sarebbero scesi dalle scalette dall'aereo? Una volta, in casi simili, si usava fare così. Ma i tempi sono cambiati, ora risparmiare qualche soldo è un'impresa. Perché, quindi, sprecarli in quel modo? I conti, oltretutto, Prandelli e i suoi uomini li avevano già regolati tra loro durante la pausa della gara giocata contro l'Uruguay.

Uno dei principali obiettivi dell'ormai ex commissario tecnico era quello di riavvicinare gli appassionati di calcio italiani alla propria nazionale. A ragion veduta si può dire che ha fallito nel suo intento. Ovviamente non tutto il lavoro svolto è da buttare via, ma un atteggiamento troppo tenero degli addetti ai lavori - forse - non si è rivelato utile neanche a lui. Delle tremende e feroci polemiche che hanno accompagnato le epopee dei vari Lippi, Bearzot, Sacchi, Zoff e via discorrendo in questi quattro anni non si è vista neanche l'ombra. Le qualificazioni agli europei del 2012 e ai mondiali tutt'ora in corso sono state sin troppo agevoli, ottenute contro avversari obiettivamente deboli. Lo stesso europeo, viceversa, si era trasformato in una bella esperienza.

I campanelli d'allarme, però, erano suonati da tempo. Si è semplicemente fatto finta di non ascoltarli. C'è una sostanziale differenza tra il cambiare ogni tanto le proprie idee, sintomo di una mentalità aperta e pronta a cogliere ogni segnale buono per migliorare, e lo stravolgere la propria mentalità. Prandelli ha impostato per due anni un certo tipo di lavoro, poi di fronte alle tensioni provocate dalla prima importante manifestazione alla quale ha partecipato (l'europeo, appunto) lo ha poi azzerato quasi totalmente per trovare una soluzione meno rischiosa (il 3-5-2 che aveva dato garanzie, in serie A, ai vari Conte e Mazzarri). Terminato il torneo è ripartito dal progetto iniziale, per ripetere successivamente lo stesso errore in Brasile.

Marcello Lippi, massacrato dalla critiche in Sudafrica per non aver portato con sé Balotelli e Cassano, non aveva sbagliato le scelte operate per l'attacco. L'unico errore evidente che aveva compiuto, ammesso dallo stesso allenatore con obiettività, è stato quello di aver lasciato a casa Giuseppe Rossi. A distanza di quattro anni, siamo sicuri che anche stavolta non sarebbe servito?

Non arruolare per il torneo brasiliano neppure un centravanti abile a muoversi in area di rigore come se si trovasse a casa sua non si è rivelata un'idea lungimirante. Il fatto di aver piazzato Chiellini là davanti negli ultimi minuti della partita giocata contro l'Uruguay, peraltro in inferiorità numerica, ne è stata la prova più evidente.

Nella rosa a disposizione di Lippi nel mondiale vinto 2006 figuravano questi attaccanti: Toni, Del Piero, Totti, Gilardino, Inzaghi, Iaquinta. Quattro anni prima Trapattoni aveva convocato queste punte per la spedizione azzurra in Giappone e Corea del Sud: Vieri, Del Piero, Totti, Inzaghi, Montella, Delvecchio. Fermiamoci qui. In buona sostanza: in Italia non ci sono più gli attaccanti che germogliavano una volta. Detto questo, sarebbe bello se anche gli addetti ai lavori che hanno creato il circo mediatico intorno a Balotelli facessero un bagno d'umiltà nel riconoscere i propri sbagli. Non si chiedono, in definitiva, le dimissioni di nessuno: a quello hanno già pensato Prandelli e Abete. Ma un bagno d'umiltà sì. Almeno quello.

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domenica 22 giugno 2014

Prandelli, quale schema per l'Italia?


Quale Italia preferire? Quella che abbraccia la filosofia del palleggio continuo in mezzo al campo oppure quella che punta alle aree di rigore avversarie sfruttando le munizioni a disposizione di due attaccanti? Nelle convinzioni di Cesare Prandelli l'una esclude l'altra. Si è discusso molto su questo argomento prima che la comitiva azzurra atterrasse in Brasile per affrontare l'attuale edizione del mondiale. La diretta conseguenza del voler infoltire la linea mediana è quella di dover poi tirare la cinghia là davanti, lasciando il solo Balotelli a sgomitare contro le difese avversarie. Aiutarlo con l'inserimento di un'altra punta senza impoverire il centrocampo comporterebbe, invece, il rischio di sguarnire le retrovie degli azzurri. E' un po' il solito discorso della coperta corta: tiri da un lato, resti scoperto dall'altro.

I complimenti piovuti addosso all'Italia dopo la vittoria contro l'Inghilterra si sono trasformati in feroci critiche al fischio finale della successiva gara persa contro il Costa Rica. Peccato di presunzione, il gran caldo, l'umidità, lo scarso impegno... chi più ne ha più ne metta. Tanto la sostanza non cambia: l'ultimo match che verrà giocato il prossimo martedì contro l'Uruguay risulterà decisivo per le sorti degli azzurri.

Quale formazione schiererà sul campo Prandelli? La risposta giusta, probabilmente, verrà svelata dopo che il c.t. avrà deciso lo schema da adottare. Mai come in questo caso la scelta dello spartito risulterà determinante per capire quale musica dovremmo aspettarci.

Dopo il fallimento degli scorsi mondiali, il passaggio da Lippi a Prandelli ha portato la nazionale ad abbracciare una filosofia calcistica diversa dalla precedente. Un girone facile facile (Serbia, Estonia, Irlanda del Nord, Slovenia e Far Øer) aveva aperto le porte degli Europei del 2012 all'Italia. Sino a quel momento il c.t. non aveva ascoltato i suggerimenti che provenivano dalla serie A, dove la Juventus di Antonio Conte era riuscita a conquistare uno scudetto da imbattuta provando e riprovando schemi, sino ad arrivare al 3-5-2 di fine stagione.

Partito con il 4-2-3-1 nella sua gara d'esordio persa contro la Costa d'Avorio, Prandelli aveva iniziato la propria avventura mettendo De Rossi e Palombo in mezzo al campo, per poi piazzare Cassano, Balotelli e Pepe dietro Amauri, l'unica punta di fatto della serata. La difesa a quattro resse sino all'Europeo, quando il c.t. cedette all'idea di togliere un uomo e di schierare la retroguardia della Juventus campione d'Italia. Ecco la formazione che disputò la finalissima del torneo contro la Spagna: Buffon, Abate, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Pirlo, Marchisio, De Rossi, Montolivo, Balotelli e Cassano. Tolto Montolivo (infortunato), gli altri ragazzi sono tutti in Brasile.

Viste e considerate le indecisioni che hanno accompagnato la spedizione azzurra sino al momento della vittoria sugli inglesi, era proprio necessario stravolgere il lavoro fatto in precedenza per poi ritrovarsi, con l'acqua alla gola, a dover rispolverare idee ormai abiurate? Chissà se anche in questo caso Prandelli ascolterà nuovamente i suggerimenti provenienti dalla serie A, dove il titolo di capocannoniere l'ha vinto un certo Immobile...

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sabato 10 novembre 2012

Italia – Brasile, 5 luglio 1982: dietro le quinte di una gara leggendaria

E' passata alla storia come una delle più grandi imprese compiute dalla nazionale italiana di calcio, ma chi ha avuto la fortuna di seguire in diretta i campionati mondiali disputati in Spagna nel 1982 non può aver dimenticato come gli azzurri quel 5 luglio, allo stadio "Sarrià" di Barcellona, sembrava fossero destinati ad abbandonare la manifestazione.


Per accedere alla semifinale, infatti, occorreva loro una vittoria a tutti i costi contro il fortissimo Brasile. Superato con enormi difficoltà il turno iniziale, nella seconda fase l'Italia si era ritrovata in un gruppo composto dai verdeoro e dai campioni in carica dell'Argentina, sconfitti nelle prime due gare sia dagli uomini di Bearzot (1-2) che da quelli di Telê Santana (1-3). La differenza reti, però, premiava questi ultimi.

Terminato l'incontro con gli argentini, Enzo Bearzot aveva successivamente imposto ai suoi ragazzi di seguirlo allo stadio per assistere alla partita tra le due nazionali sudamericane. Il motivo non era legato alla volontà di trascorrere qualche ora insieme per fare "gruppo", un concetto caro al commissario tecnico, quanto all'opportunità di osservare dal vivo la disposizione sul campo dei brasiliani sfruttando l'ampia visuale che soltanto gli spalti di uno stadio potevano offrire. Le immagini televisive, in effetti, non avrebbero consentito ai giocatori di monitorare costantemente gli spostamenti dei futuri avversari nelle zone solitamente di loro competenza.

Bearzot, in cuor suo, conosceva già la strategia da adottare: aveva osservato attentamente i brasiliani nel corso della prima gara disputata contro l'Urss, notando alcuni punti deboli mascherati dalla vittoria ottenuta (2-1). Disponevano, infatti, di un centrocampo stellare nel quale, però, il solo Toninho Cerezo alternava la fase offensiva a quella difensiva preoccupandosi anche di proteggere il reparto arretrato.

Si era inoltre accorto che il giocatore meno talentuoso, l'attaccante Serginho, rappresentava l'ideale innesco per l'esplosione dei fuoriclasse presenti in squadra. Svolgeva, infatti, un ruolo da boa per favorire gli inserimenti dei compagni all’interno delle retrovie avversarie. A quel punto non restava che trovare la persona che si sarebbe dovuta occupare di lui.

Nei due giorni successivi a quella gara gli azzurri passarono ore a discutere su quanto avevano visto, cercando di trovare insieme le migliori soluzioni da adottare nel successivo incontro. L'unica marcatura decisa in partenza era stata quella su Zico: fu Claudio Gentile, direttamente dagli spalti del "Sarrià", a proporre con decisione la propria candidature direttamente a Bearzot. Al resto si arrivò poco alla volta.

Alla fine Serginho venne affidato alle cure di Fulvio Collovati. Durante la partita, però, trascorsi solo trentaquattro minuti dal fischio d'inizio il difensore aveva dovuto abbandonare il terreno di gioco. Al suo posto era entrato un ottimo (e giovanissimo) Giuseppe Bergomi, che aveva seguito come un'ombra tanto il possente attaccante quanto Socrates, nel momento in cui Telê Santana lo aveva tolto dal campo per far spazio a Paulo Isidoro.
Soltanto anni dopo Dino Zoff ha raccontato come il tiro vincente del momentaneo 2-2, scagliato dal brasiliano Falcao, fosse stato deviato in maniera quasi impercettibile proprio da Bergomi. Le immagini riproposte dalle telecamere posizionate dietro la sua porta gli diedero ragione.

Antonio Cabrini, invece, ha recentemente ricordato l’errore compiuto dagli avversari in quei momenti: “A quel punto il Brasile era qualificato, avrebbe potuto amministrare la partita con grande tranquillità. Ha voluto stravincere, e questo suo voler  far vedere al mondo che comunque erano i più forti, invece, gli si rivoltò contro”.
Quel 5 luglio, dopo soli cinque minuti, Paolo Rossi diventò improvvisamente Pablito, trascinatore della nazionale sino al trionfo nella finalissima di Madrid… e scommessa vinta da Enzo Bearzot.

Contro tutto e tutti, compresi quelli che avevano sparato a zero sull'Italia sino a quel momento.
Gianni Brera, maestro di giornalismo sportivo e intenditore di football, aveva intuito che la musica sarebbe cambiata quando ancora gli azzurri di trovavano in mezzo alla bufera, prima della vittoria conseguita contro l'Argentina. Incontrando il commissario tecnico nell'aeroporto di Vigo, prima di prendere il volo per Barcellona, mise un atto con lui un divertente siparietto, concluso con una battuta: “Siamo qua per servirvi”.
Al servizio, quindi, dei futuri campioni del mondo.
 
Articolo pubblicato su Lettera43

sabato 20 ottobre 2012

Giuseppe Meazza, da Porta Vittoria alla conquista del mondo


"Il pallone è il mio amore: perché devo trattarlo male?". Per tracciare il profilo di un fuoriclasse a volte basta semplicemente mettere in evidenza alcune delle parole da lui pronunciate. Questa considerazione vale anche per Giuseppe Meazza, detto "Peppìn", “Peppino”, "Pepp" o "Pinella", uno dei più grandi calciatori della storia del calcio italiano. A dire la verità possedeva anche un altro soprannome, "Balilla", dovuto ad un aneddoto relativo al suo esordio con la maglia dell'Inter, a Como, nella coppa Volta. Scovato da Fulvio Bernardini e lanciato in prima squadra dal tecnico ungherese Árpád Weisz, la sua presenza nell'undici iniziale nel corso di quella manifestazione aveva provocato una battuta del compagno di squadra Leopoldo Conti: "Adesso facciamo giocare anche i Balilla!".

In tutta risposta Meazza aveva messo a segno una doppietta. All'uscita dal campo lo stesso Conti lo prese sottobraccio per poi complimentarsi con lui. Era il 1927 e il giovanissimo Giuseppe, nato nel 1910, senza neanche saperlo aveva iniziato a scrivere la storia di una leggenda. La sua, iniziata a Milano tirando i primi calci al pallone nel quartiere di Porta Vittoria. “Porta” e “Vittoria”, quasi un segno del destino: nel corso della carriera segnò una valanga di goals dentro le porte avversarie e le vittorie accumulate furono la logica conseguenza.

Più di quattrocento partite giocate in carriera, quota duecentocinquanta reti realizzati abbondantemente superata, un palmarès dove si possono trovare due scudetti ('30 e '38), una Coppa Italia ('39) e tre titoli di capocannoniere ('30, '36 e '38), tutti conquistati con la maglia dell’Ambrosiana Inter. Rimasto orfano a soli sette anni (il padre era morto durante la prima guerra mondiale), era stato cresciuto dalla madre Ersilia. Da ragazzino aveva partecipato a diverse gare podistiche, ma la buona attitudine allo sforzo atletico non gli aveva evitato la delusione della bocciatura del Milan a causa del fisico gracile.

Centravanti o mezz’ala, il suo talento gli consentiva di giocare ovunque. In questo senso è stato il precursore del calciatore moderno, lui che aveva conquistato il primo campionato di serie A con la formula del girone unico. Era diventato un personaggio anche al di fuori del rettangolo verde: donne, auto (un privilegio, all’epoca), divertimento, gioco, abiti alla moda. Simboleggiava l’uomo che era riuscito a sfondare partendo dal nulla, grazie alla sua classe infinita.

Non ancora ventenne aveva esordito in nazionale, a Roma, il 9 febbraio del 1930, realizzando una doppietta contro la Svizzera (4-2 il risultato finale). Un’altra, tanto per gradire. Con Vittorio Pozzo sulla panchina azzurra aveva conquistato i mondiali del 1934 e del 1938. Proprio nel corso di quest’ultimo, il 16 giugno a Marsiglia, nella semifinale contro il Brasile aveva segnato su rigore tenendo per mano i pantaloncini: era saltato l’elastico, ma neanche quello era bastato a frenarlo. Era stato capace di anteporre il bene della squadra all’egoismo personale, lasciando il ruolo di attaccante ad Angelo Schiavio prima e Silvio Piola poi. Parlando di lui Pozzo amava dire: "Averlo in squadra significava partire dall'1-0". Le monumentali prestazioni contro l’Ungheria nel 1930 (tripletta) e con l’Inghilterra nel 1934 (doppietta) lo consegnarono alla storia prima ancora che la cronaca avesse finito di compiere il proprio percorso. Con la maglia dell’Italia siglò la bellezza di trentatré goals.

Era stato fermo per una stagione intera a causa di un infortunio, il celebre “piede gelato” (dovuto ad un'occlusione dei vasi sanguigni), per poi passare al Milan. Ancora innamorato dell’Inter, si era trasferito alla Juventus dopo due soli campionati, firmando il contratto – per comodità - sdraiato sull’erba del un campo d’allenamento. Negli ultimi spiccioli di carriera aveva incrementato le esperienze con Varese, Atalanta e ancora Inter, salvandola dalla retrocessione in serie B. Aveva provato a cimentarsi nel ruolo di allenatore, ma di lui resteranno celebri soltanto le imprese con le scarpette ai piedi.

Dopo la sua morte, avvenuta a Rapallo nel 1979, gli è stato intitolato lo stadio di “San Siro”, laddove migliaia di tifosi avevano potuto ammirarlo a più riprese mentre attirava il portiere vicino a sé, per poi scartarlo e depositare la palla in rete. Quelli erano i “suoi” goal.

Naturalmente anche lui aveva un punto debole, con tanto di nome e cognome: Ricardo Zamora. Quando ne parlava faceva fatica a nascondere il rammarico: “Era il portiere più famoso del mondo, era spagnolo. In nazionale non riuscii mai a vincerlo. Soltanto una volta, in amichevole, gli segnai un goal. Zamora aveva due mani gigantesche, da gorilla, e a me bastava mangiare un poco di più la sera per sognarmi di notte le sue grandi mani sul mio pallone. Era il mio incubo. Mi sono battuto contro di lui con rabbia, e lui sapeva che lo temevo, che avrei dato chissà cosa per segnargli un gol. Zamora era un buono fuori del campo, ma davanti alla porta era un muro, una montagna di pietre. Quella volta che gli feci il goal, sparando da quindici metri, lui venne dritto a darmi la mano. 'Bravo, mi disse. Bravo Balilla'”.
Non è escluso che lontano da qui, da qualche parte, lo stia ancora cercando per proporgli una rivincita. Magari nel suo stadio. Al riparo, stavolta, da occhi indiscreti.
Articolo pubblicato su Lettera43

giovedì 18 ottobre 2012

La nazionale vince e frena le polemiche


Prima di fare qualsiasi considerazione sulle gare appena disputate dalla nazionale di Cesare Prandelli contro Armenia e Danimarca, lasciamo che siano i numeri a parlare: sei goals segnati, due subiti, sei punti conquistati e la distanza sulla seconda in classifica nel girone B di qualificazione ai mondiali brasiliani (attualmente la Bulgaria) portata a quattro lunghezze.
A onor del vero va ricordato che la Repubblica Ceca, terza, dovrà disputare ancora una partita. Nell'ipotesi in cui dovesse vincerla, comunque, si porterebbe a quota "meno due" dall'Italia.

Questo doppio impegno ravvicinato degli azzurri verrà ricordato, nel tempo, come uno dei peggiori viatici possibili all'ormai prossimo scontro in campionato tra Juventus e Napoli, in programma sabato 20 ottobre a Torino. Non sono mancati, infatti, sospetti, veleni, illazioni a non finire su qualsiasi situazione potesse riguardare - direttamente o indirettamente - alcuni tra i probabili protagonisti della gara, anche se in questi giorni si trovavano sparsi per il mondo con le rispettive selezioni.
Stuzzicata in conferenza stampa in merito al celebre "biscotto" contro la Svezia negli Europei del 2004, la comitiva danese ha fatto fatica a nascondere - dietro sorrisi di circostanza - qualche fastidio. Gli è poi bastato buttare l’occhio in serie A per rimandare al mittente qualsiasi tipo di insinuazione sul comportamento tenuto in Portogallo otto anni fa.

Armenia e Danimarca non erano certo ostacoli insormontabili per gli uomini di Prandelli, ma il fatto di essere riusciti a non scivolare sulla classica buccia di banana rappresenta comunque una nota di merito.
Se nelle gare precedenti (contro Bulgaria e Malta) era mancato Balotelli, in quest’occasione il commissario tecnico ha deciso di rinunciare ad Antonio Cassano. Gianluigi Buffon, sul tema, ha mostrato di avere le idee chiare: "L’assenza di Cassano in questa Italia non mi sorprende. Il progetto adesso prevede forza fresche, sperando che l’evoluzione sia rapida. Il Mondiale infatti non è così lontano, e anche la Confederations Cup a giugno andrebbe onorata".

Il fantasista dell'Inter non si è perso d'animo, trovando il modo di far parlare di sé: ospite della trasmissione “Che tempo che fa”, condotta da Fabio Fazio, ha motivato il suo mancato passaggio alla Juventus affermando di averla "rifiutata" in tre diverse occasioni. Perché? "Ho l’idea che lì vogliano solo soldatini che vadano diritti sul binario". Leonardo Bonucci, tramite il proprio profilo ufficiale di twitter, gli ha risposto usando meno dei 140 caratteri disponibili: "Più che soldatini... professionisti!".

Punto e a capo.

De Rossi e Osvaldo, momentaneamente accantonati da Zeman alla Roma, si sono tolti qualche soddisfazione in nazionale: con una rete a testa hanno spinto l'Italia alla vittoria ottenuta in Armenia (3-1, a Yerevan). In vantaggio grazie al rigore realizzato da Pirlo (il migliore in campo), gli azzurri - infatti - erano stati momentaneamente raggiunti da Henrikh Mkhitaryan, l'uomo di spicco dello Shakhtar Donetsk di Lucescu. Prandelli, contento in un primo momento per l'esito della gara ("Ho visto una grande partita di una squadra con grande personalità. Non voglio parlare di svolta, ma avevamo bisogno di una partita così"), ha poi cambiato improvvisamente umore dopo aver letto i giornali ("Avevamo pensato di aver fatto una buona gara e il clima nello spogliatoio alla fine lo confermava, ma leggendo i giornali abbiamo letto qualcosa di diverso. A parte la Spagna, non ci sono squadre che dettano legge in ogni partita o vincono ancora prima di iniziare").

Contro la Danimarca, a Milano, De Rossi è stato nuovamente protagonista, segnando il goal del raddoppio dopo la prima rete messa a segna da Montolivo. Di Kvist e Balotelli (ottima la sua prestazione) le altre marcature della serata (3-1 il risultato finale). Osvaldo, espulso all'inizio della seconda frazione di gioco, è finito dietro la lavagna. Stavolta Prandelli era visibilmente soddisfatto: "In 10 abbiamo lottato con ordine e determinazione. Ora siamo in po’ più sereni ma dobbiamo migliorare. La rete subita alla fine del primo tempo poteva costarci cara. Ma in dieci siamo stati molto ordinati anche se abbiamo speso molto".

La settimana azzurra si chiude con il lieto fine, con la ciliegina sulla torta rappresentata dai complimenti che Lionel Messi ha riservato ad Andrea Pirlo. Subito dopo la gara vinta dall'Argentina contro l'Uruguay, dove ha segnato l'ennesima doppietta della carriera, ha infatti dichiarato: "La mia punizione è nata guardando quella che Andrea ha fatto contro il Siena, facendo passare la palla sotto la barriera avversaria". La risposta dello juventino non si è fatta attendere: "Davvero ha detto così? Non lo sapevo, mi fa piacere".
Tutto bello, nella speranza che duri.
Perché sabato prossimo ci sarà Juventus-Napoli, ed è forte il sospetto che le polemiche che l’accompagnano possano rovinare un simile momento di festa.
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giovedì 13 settembre 2012

Nazionale, i dubbi di Prandelli


"Vincere l'Europeo avrebbe fatto bene, ma avrebbe tolto l'equilibrio a qualcuno: non siamo ancora pronti a vincere, quando lo saremo vinceremo e rivinceremo ancora, senza alti e bassi né disagi". Con queste parole Cesare Prandelli aveva messo la parola "fine" alla recente spedizione della nazionale agli Europei di calcio disputati in Ucraina e Polonia.

La batosta rimediata nella finalissima di quella manifestazione contro la Spagna (0-4, il 1° luglio 2012) non aveva reso omaggio al lavoro svolto dal commissario tecnico nei primi due anni del suo mandato, visto e considerato che dall'inizio (incerto) sino alla gara conclusiva il torneo era diventato un crescendo di soddisfazioni ed emozioni. Poi, giunti sul più bello, ecco il tracollo (di gioco e risultato) al cospetto dei campioni in carica.

Nella pratica dei fatti, tra l'Italia che aveva vinto brillantemente il girone di qualificazione e quella che aveva cominciato l'Europeo si notava una chiara frattura: la prima cercava spesso il fraseggio a centrocampo ed una manovra di gioco armoniosa, disponendosi con un collaudato 4-3-1-2; l'altra si era arroccata in un 3-5-2 (nella sua versione più prudente) che metteva in discussione sin dalle fondamenta tutte le lezioni impartite ai giocatori sino a quel momento.

Prandelli, a Cracovia, aveva spiegato i motivi della scelta iniziale: "Dopo la qualificazione ci sono stati infortuni e cali di rendimento che hanno modificato i piani". A Criscito, inoltre, non era stata concessa la possibilità di partecipare alla manifestazione. L'assenza forzata di Barzagli aveva spinto il c.t. a promuovere la soluzione di un arretramento di De Rossi in difesa, privando in questo modo la zona nevralgica del campo di un suo pezzo da novanta.

"Non è un problema di modulo, ma di volontà, di cuore", ripeteva il tecnico ai cronisti presenti in sala stampa prima della gara contro l'Irlanda, quella che aveva decretato il ritorno all'amato 4-3-1-2 con il conseguente avanzamento del giallorosso nel settore di sua competenza.
Passato il gironcino per il rotto della cuffia (e grazie al mancato "biscotto" tra Spagna e Croazia), l'Italia aveva spiccato definitivamente il volo verso la finale, vincendo e convincendo contro Inghilterra e Germania.

Tralasciando l'amichevole agostana contro gli stessi inglesi, utile soltanto a far esordire qualche nuovo elemento, si arriva così alla stretta attualità. Dove, per affrontare in trasferta la Bulgaria nella prima gara delle qualificazioni al prossimo mondiale del 2014, Prandelli ha deciso di ripartire dal 3-5-2. Più che una nazionale vice campione d'Europa quella azzurra vista a Sofia è sembrata una squadra alle prime armi (e alle prime convocazioni). Doveva essere la gara di Giovinco, numero dieci di maglia ma non di fatto, è diventata - invece - la partita nella quale il romanista Osvaldo è riuscito ad evitare all'Italia un tracollo inaspettato alla vigilia.

Dopo il pareggio per 2-2 nella gara d'esordio, nel successivo incontro con Malta la piccola punta bianconera è uscita dall'undici titolare ed è stato abbandonato nuovamente il 3-5-2 per tornare al 4-3-1-2. Il motivo di questo ulteriore cambio? Parola al c.t.: "Un'alternativa possibile (il 3-5-2, ndr.) solo se ho a disposizione tutti gli juventini, e comunque la brutta serata in Bulgaria non è figlia del modulo, forse abbiamo anche forzato troppo negli allenamenti".

Allo stadio "Braglia" di Modena l'Italia ha raccolto i primi tre punti del suo cammino senza convincere più del dovuto. Le premesse, considerando il modo in cui Prandelli aveva messo le mani avanti prima della contesa, non erano state le migliori: "Non sarà facile segnare tanti goals, rispetto molto il nostro prossimo avversario, che ha perso 1-0 con l’Armenia. E’ una squadra equilibrata. Mi andrebbe bene vincere anche con pochi gol, però giocando bene". Sul campo, poi, le reti messe a segno all'inizio ed alla fine del match (Destro e Peluso) non hanno nascosto le lacune di una formazione che - nel tentativo di mettere l'avversario alle corde - ha concluso l'incontro virando sul 4-3-3, spostando sulla fascia il giocatore posizionato dietro alle punte nello schema usato in precedenza.

Anche su questo argomento Prandelli ha voluto (e dovuto) fornire una spiegazione: "Nella ripresa siamo stati molto più ordinati, e con l'ingresso di Insigne ci siamo schierati larghi. Torno su un vecchio discorso, non voglio trequartisti ma calciatori che sappiano attaccare lo spazio. In Armenia tra un mese avremo maggiore brillantezza".
Oltre, si spera, alle idee più chiare su quale vestito far indossare a questa squadra.

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sabato 30 giugno 2012

Euro 2012: Provaci ancora, Mario


Joachim Löw, commissario tecnico della nazionale tedesca, stavolta ci credeva veramente: "Vogliamo cambiare il corso della storia, ma tutto quello che è accaduto in passato non inciderà sulla partita di domani". Poi, però, il campo ha continuato a scrivere una storia letta e riletta nel corso degli anni: vince l'Italia, la Germania torna a casa con la stessa sensazione di impotenza che l'ha accompagnata più volte in passato.

Eppure il tappeto rosso che avrebbe dovuto condurla in finale (contro le Furie Rosse) era già steso sulla strada che porta a Kiev: due giorni in più di riposo rispetto agli uomini di Prandelli (stanchi per aver piegato ai rigori l'Inghilterra), qualche problema muscolare per diversi azzurri, l'entusiasmo di un gruppo prossimo alla sua consacrazione definitiva, quindici successi consecutivi, la consapevolezza di essere considerati - al pari della stessa Spagna - la più bella del reame.

I loro guai, al solito, iniziano quando dal tunnel che porta al campo da gioco sbucano fuori gli italiani. Mondiali o Europei non fa differenza, anche se analizzando tutti gli scontri diretti ci si può facilmente accorgere come i più celebrati non sono stati giocati durante la manifestazione continentale (in Messico nel 1970, in Spagna nel 1982 e in Germania nel 2006).

Varsavia, quindi, è diventato un nuovo, importante capitolo della storia che intreccia le sorti di due tra le nazioni più importanti del pianeta calcio. "La Germania è molto forte, ma nessuno è invincibile. L’Italia non ha il ’braccino corto', cresce e giocherà con coraggio per attaccare", sosteneva Prandelli prima del match. Mario Balotelli sembra aver preso alla lettera le parole del suo allenatore: dal ragazzo che si addormenta di fronte a Casillas nel primo incontro di questo Europeo a quello che impalla con due reti (una più bella dell'altra) il tedesco Neuer c'è una differenza abissale.

Anche in questo caso il commissario tecnico, a suo tempo, era stato profetico: "Mi ha spiegato cosa è successo con la Spagna. Stava cercando il modo per servire Cassano davanti alla porta e non si è accorto del recupero di Sergio Ramos. Sono sicuro che l’episodio non lo condizionerà: dopo un errore un grande giocatore si prepara perché l’occasione si ripeta e non la sbagli più".

Adesso, quindi, sotto con i detentori del titolo. L'Italia finirà questo Europeo affrontando la stessa avversaria con la quale lo aveva inaugurato. Nel ruolo di sfavorita (quello che più le si addice), con un giorno in meno per recuperare le energie (gli spagnoli, però, in semifinale ne hanno spese parecchie), al termine di un percorso dove i problemi e le polemiche non sono certo mancate.

Sulla fascia sinistra è partita con il "piccolo" Giaccherini (nel 3-5-2) per arrivare al "gigante" Chiellini (4-4-2), con lo spostamento di Balzaretti sulla corsia opposta (in mancanza di Abate). A proposito del biondo fluidificante del Palermo: è vero che sono trascorsi diversi anni, però senza Calciopoli e il conseguente arrivo a Torino di Jean Claude Blanc sarebbe stato difficile immaginare una sua cessione a cuor leggero da parte della Juventus. Contro i tedeschi era l'unico difensore non bianconero schierato a protezione di Buffon.

De Rossi (avanzato sulla linea mediana, complice il rientro di Barzagli) e Montolivo hanno portato peso e dinamicità ad un centrocampo che a Kiev dovrà vedersela con l'ormai nota serie infinita di "tiqui-taca" degli spagnoli. A Danzica (10 giugno) gli azzurri avevano resistito bene all'urto contro i campioni in carica, commettendo un grave errore nel dilapidare il vantaggio per 1-0 (Di Natale) in soli tre minuti. Uno di quelli, per intenderci, che fanno tanto arrabbiare Buffon, visto scurissimo in volto all'uscita dal campo dopo la partita contro la Germania: "Non si può tenere in vita così l'avversario, ecco perché ero furibondo".

Balotelli, tra i peggiori all'esordio, dimostra di avere le idee chiare in previsione della prossima gara: "Spero di vincere, non importa se gioco male". A quello, in fondo, penseranno i vari Pirlo e Iniesta. Gli spagnoli, dal canto loro, proveranno a battere gli azzurri per la prima volta nella loro storia senza usare la scorciatoia dei calci di rigori.

In chiusura è corretto riconoscere la bontà delle previsioni di José Mourinho in merito al cammino della nazionale di Prandelli ("In questo Europeo l'Italia può arrivare molto lontano").
Nel momento in cui pronunciò quelle parole, oltretutto, il carro degli azzurri era ancora vuoto.
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domenica 17 giugno 2012

Euro 2012: Italia: prima la vittoria, poi i calcoli


José Mourinho avrà avuto tutte le buone ragioni di questo mondo per esprimere giudizi lusinghieri nei confronti della nazionale di Cesare Prandelli ("In questo Europeo l'Italia può arrivare molto lontano"), resta il fatto che gli azzurri non vincono una partita all'interno di una competizione ufficiale dal lontano 17 giugno 2008 (2-0 contro la Francia, durante lo scorso torneo continentale ospitato da Austria e Svizzera).

A distanza di quattro anni da quel momento, lunedì prossimo 18 giugno la selezione guidata da Prandelli avrà l'ultima chance a disposizione per evitare di tornare a casa anticipatamente dalla manifestazione. Purtroppo, però, l'Italia non sarà completamente padrona del proprio destino: con un pareggio tra Croazia e Spagna condito da un minimo di quattro reti, infatti, un eventuale successo sull'Irlanda di Trapattoni risulterà inutile ai fini del passaggio ai quarti di finale.

Ecco, quindi, che gli incubi dei fatti accaduti nell'Europeo "portoghese" del 2004 si presentano nuovamente sul cammino degli azzurri: allora sarebbe servito un pareggio per 2-2 tra Danimarca e Svezia per eliminare la nazionale guidata proprio da Giovanni Trapattoni, e così accadde (22 giugno). La vittoria ottenuta da Cassano e soci contro la Bulgaria, infatti, non servì a nulla.

Slaven Bilic, il c.t. dei biancorossi, ha rispedito al mittente qualsiasi ipotesi di un’eventuale pareggio di comodo con gli spagnoli (“Un insulto sospettare di noi”), quello iberico Vicente Del Bosque non ha mostrato alcun dubbio sul comportamento che terranno i suoi uomini (“Siamo sportivi, e cercheremo la vittoria”) mentre Trapattoni ha garantito la massima serietà da parte dell’Irlanda (“Non farò sconti”).

Bene, a questo punto non resta che parlare di calcio giocato. Dalla rinuncia iniziale a Criscito all’abbandono della difesa "a quattro" per passare a quella "a tre", dall'impiego di Maggio e Giaccherini sulle fasce al parziale utilizzo di Giovinco e Di Natale in attacco, in carenza di successi tutte le scelte compiute dal commissario tecnico in questo Europeo sono diventate oggetto di discussione. Compresa la fiducia concessa, nel reparto offensivo, a Cassano e Balotelli.

Sulla scia tracciata dal vecchio proverbio "chi è causa del suo mal pianga se stesso", anche Prandelli è consapevole delle regole non scritte di questo sport: "Il calcio è così: se non chiudi, poi può bastare un cross, una punizione, per farti male. A noi manca la cattiveria, la determinazione". Etichettata da molti, se non da tutti, come la gara decisiva del girone, quella con la Croazia era la partita che l'Italia avrebbe dovuto vincere ad ogni costo per garantirsi il superamento della prima fase.

Aggrappati al talento e alle invenzioni di Andrea Pirlo (a proposito: gli dei del pallone devono essersi fatti una bella risata nell’ascoltare l’affermazione di Bilic che sosteneva di preferire Modric al bianconero…), gli azzurri devono ancora trovare il giusto amalgama per far funzionare al meglio l’ingranaggio, quando il rischio di uscire dal torneo è diventato altissimo.

Lo stesso Pirlo ha mostrato di non avere dubbi sul prosieguo del cammino dell’Italia nella manifestazione (“Passiamo”), così come nell’evidenziare i problemi manifestati nel corso dell’ultima partita disputata: “Nella ripresa siamo arretrati troppo e abbiamo finito per subire la Croazia: si è visto su quel cross che ha portato al pareggio, eravamo troppo bassi”.

Più o meno si tratta del medesimo concesso espresso il giorno successivo da Prandelli: “Non è colpa del modulo. Io sto lavorando sulla mentalità: ci si può difendere, però non alla vecchia maniera, e lo ha dimostrato la Juventus”. Una squadra, quella bianconera, che nel corso del campionato appena conquistato aveva aggiunto troppi pareggi ad un’imbattibilità che correva il rischio di rimanere fine a se stessa. Sino al momento in cui le correzioni apportate da Conte ed il successivo cambio di marcia l’hanno condotta dritta fino alla vittoria dello scudetto.

Le probabili modifiche di uomini e sistema di gioco che Prandelli attuerà nell’incontro decisivo contro l’Irlanda dovranno necessariamente portare ad un successo che, per inciso, al tecnico non è mai capitato di ottenere contro Trapattoni. Senza dimenticare che con un pareggio per 1-1 tra Spagna e Croazia all’Italia sarà necessario segnare almeno tre reti (con uno scarto a proprio favore di due) per poter passare il turno…

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mercoledì 13 giugno 2012

Euro 2012: L’Italia e la vittoria per raggiungere i quarti

Dopo il pareggio ottenuto contro la Spagna all'esordio degli Europei 2012 ospitati da Polonia e Ucraina, il prossimo ostacolo che l'Italia affronterà sulla strada verso i quarti di finale si chiama Croazia.

In occasione della partita disputata la scorsa domenica ci sono stati due "battesimi" particolari per altrettanti protagonisti della sfida: uno ha riguardato Cesare Prandelli, per la prima volta alla guida della nazionale in una manifestazione importante ("Sono emozionato come 22 anni fa, quando ho fatto il mio esordio sulla panchina della Primavera dell'Atalanta. Pressione? Molta, anche se poi, a volte, mi fermo e penso che si tratta soltanto di calcio"), l'altro è capitato ad Emanuele Giaccherini, che all'età di ventisette anni è riuscito a coronare il sogno di indossare la maglia azzurra ("Emozionato? Se devo essere sincero ho sentito di più l'esordio con la Juventus. Qui ero tranquillo, ho vissuto la vigilia con grande serenità. Il resto l'hanno fatto i miei compagni: tutti mi hanno detto di stare tranquillo e di giocare come so fare").

Dalla Spagna, quindi, alla Croazia, passando attraverso la lettura dell'album dei ricordi: contro i biancorossi era iniziata l'avventura come commissario tecnico di Roberto Donadoni (il 16 agosto 2006), mentre l'uscita dagli Europei del 2008 (in Austria e Svizzera) per mano degli iberici (22 giugno 2008) aveva provocato il suo addio ed il ritorno di Marcello Lippi.

Al tecnico viareggino, fallita la spedizione azzurra nel mondiale disputato in Sudafrica, nell'estate del 2010 venne imputata (anche) la mancata convocazione di Balotelli e Cassano, gli stessi attaccanti che figuravano nell'undici titolare nella gara inaugurale dell'attuale torneo. Complice l'assenza forzata di Giuseppe Rossi, quello della composizione del reparto offensivo rappresenta uno dei problemi che Prandelli dovrà risolvere nel prosieguo della manifestazione.

La Spagna ha deciso di presentarsi al cospetto dell'Italia priva di punte, tanto per costrizione (Villa infortunato) quanto per volontà. Dal canto loro gli azzurri hanno abbandonato l'ormai abituale difesa "a quattro" (con la quale hanno subito soltanto due reti su un totale di dieci partite nelle qualificazioni) per passare a quella "a tre" guidata da De Rossi, tolto dalla linea mediana per colmare il buco lasciato dalla perdita di Barzagli.

Il risultato? Un pareggio per 1-1: Di Natale sostituisce Balotelli e porta in vantaggio l'Italia, mentre le Furie Rosse non devono aspettare più di tre minuti per trovare la via del goal. Grazie ad un centrocampista (Fabregas), naturalmente.

Per gli uomini di Prandelli, partiti come sfavoriti di fronte ai detentori del titolo, si è trattato di una bella boccata d'ossigeno dopo il 3-0 rimediato nella recente amichevole disputata a Zurigo contro la Russia. Pochi giorni fa, a Cracovia, lo stesso allenatore aveva ammesso i propri dubbi sulla reale consistenza del gruppo: "Dopo la qualificazione ci sono stati infortuni e cali di rendimento che hanno modificato i piani. Sarà gioco forza avere una squadra che cambia e sono curioso di vedere e di capire se sarà comunque una protagonista".

Per riuscirvi dovrà cambiare l'approccio mentale in vista delle prossime gare, laddove altri pareggi porterebbero più guai che soluzioni. Il percorso da intraprendere, in un altro contesto e nel corso di un torneo decisamente più ristretto nel tempo, è simile a quello compiuto dalla Juventus scudettata di Antonio Conte: se all'inizio del campionato ogni partita veniva affrontata come un esame da superare, nel prosieguo della stagione il ruolo di favorita l'ha costretta a scendere in campo cercando la vittoria a tutti i costi.

Prandelli, che negli ultimi tempi ha attinto a più riprese dal serbatoio bianconero, potrà avvalersi dell'esperienza diretta di alcuni giocatori di Madama. Proprio su questo tema il commissario tecnico si è preso anche qualche piccolo merito : "Se la Juve è diventata l’ossatura della Nazionale non è per caso, siamo stati bravi a dare fiducia ai suoi uomini anche quando arrivavano settimi in campionato e ci criticavano per questo".

Una vittoria degli azzurri contro la Croazia manca dal lontano 1942. Giovanni Trapattoni, guida di quell'Irlanda che sarà l'ultima avversaria nel girone, all'epoca dei fatti aveva soltanto tre anni. Ascoltando le sue ultime dichiarazioni viene da pensare che sia opportuno non ricordarglielo: "Vecchio? Sono un ventenne con tanta esperienza".
Ci sarà tempo per pensare anche a lui. Prima, però, è necessario portare a casa i primi tre punti di questo Europeo.


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sabato 16 ottobre 2010

Uno stadio pieno per uno spettacolo vero


La sosta del campionato di serie A, dovuta agli impegni della nazionale, è ormai conclusa.
"Il potere logora chi non ce l'ha". E il calcio fa altrettanto con chi non ha la passione per questo meraviglioso sport. La pausa era inevitabile per chi doveva giocare, ma ha finito col diventare un "peso" per chi tifa.

Quello che sta per avere inizio sarà il primo week end pallonaro dopo gli episodi di Genova, dove il serbo Ivan Bogdanov, "l'uomo nero" diventato di colpo più famoso di Stankovic e Krasic, si è preso le luci della ribalta, impedendo - di fatto, con l'aiuto dei suoi prodi al seguito - lo svolgimento della partita.

E così, mentre i bambini uscivano dal "Luigi Ferraris" accompagnati da quei genitori che avevano l’arduo compito di spiegare loro cosa stava accadendo, lui proseguiva imperterrito a mostrare le tre dita (alternate dal "dito medio") nell'intento di continuare la sua guerra personale contro la federazione serba, il portiere Stojkovic e tutto quanto gli potesse permettere di portare avanti le proprie "azioni di disturbo".
Non è italiano, non ce l’aveva col nostro calcio, ma (non a caso) ha scelto uno dei nostri stadi per mostrarsi al mondo intero.

Gli episodi dello scorso martedì rappresentano la punta dell’iceberg di un’escalation di avvenimenti che con il football non hanno nulla a che vedere, ma che trovano la loro collocazione ideale proprio in quegli spazi in cui dovrebbero svolgersi delle manifestazioni sportive, e che invece finiscono - spesso e (mal)volentieri - col passare in secondo piano rispetto ad atti di vandalismo allo stato puro.

Senza fare particolare sforzi di memoria per ricordare quando la violenza è entrata a piedi uniti negli stadi italiani, si può riavvolgere il nastro sino al prologo di questa stagione, ripartendo dalle amichevoli sotto l’ombrellone: dagli scontri tra gli ultras di Pisa e Viterbese, a quelli di Spal e Parma, alla decisione di non disputare l’amichevole tra Padova e Fiorentina per evitare incidenti, alle lotte in campo ("calci" più che "calcio") tra Brescia-Larissa, Cagliari-Bastia e Catania-Iraklis.

Si vuole citare ancora qualche esempio? Bene, basta mettere dentro il calderone le proteste per la tessera del tifoso, l’agguato al Ministro dell’Interno Maroni (25 agosto) con petardi e fumogeni che fortunatamente hanno finito col bruciare auto e motociclette, non toccando il tendone che ospitava una festa di partito con migliaia di persone. Tra le quali molti bambini, ovviamente.

E quando il calcio da "parlato" diventa "giocato", e dalle spiagge si passa al campo? Ecco Inter-Roma, finale di Supercoppa Italiana (21 agosto), con Totti che chiede ai suoi tifosi di smetterla di lanciare fumogeni per permettere la ripresa del gioco (dopo una sospensione della durata di cinque minuti). Il tutto mentre - negli altri settori dell’impianto - alle persone veniva impedito di tenere il tappo delle bottiglie di plastica per il timore che potessero tirarle in campo.
Si potrebbe andare avanti, o - peggio ancora - indietro. Il materiale non manca.
E poi ci si chiede perché Ivan Bogdanov e gli altri serbi abbiano scelto di venire (anche) in Italia a fare quello che volevano.

Dall’insieme di insegnamenti che si possono imparare (e importare) dall’estero, spesso e volentieri vengono lasciati a casa loro quelli che realmente potrebbero aiutare a migliorare il calcio nostrano, concentrandosi - invece - sui metodi più efficaci per attirare i soldi degli appassionati. Per quanto riguarda il resto, ogni cosa a suo tempo.
Una volta la domenica calcistica, per il tifoso, era sacra. Nel pomeriggio le voci di Enrico Ameri e dei suoi colleghi entravano in ogni angolo della penisola. La mancanza delle immagini veniva compensata dalle descrizioni (condite da metafore "ad hoc") di Sandro Ciotti e di altri commentatori che avevano la capacità (il potere) di descrivere una partita come se si fosse trattato di un breve romanzo. Nelle trasmissioni televisive dedicate all’argomento, tranne qualche eccezione, si parlava, non si urlava. Le considerazioni conclusive spettavano a giornalisti con la "G" maiuscola.

Adesso si gioca all’ora di cena, dell’aperitivo e pure del pranzo. Il sabato come la domenica, o il lunedì, per chi ha già troppi impegni in calendario. Il tifoso deve rimanere incollato ad un televisore, procurarsi un abbonamento con un’emittente che gli consenta la visione delle gare, dotarsi di una tessera, aggiornarne il software e telefonare - spendendo, ovviamente - quando non è più in grado di capire cosa deve fare per vedere una (benedetta) partita.

Gli stadi? Svuotati, insicuri, costosi (per tutti), vecchi e con campi di gioco che favoriscono gli infortuni più che le giocate di qualche campione. E lasciati sempre più nelle mani dei vari "Ivan" di turno.
Da lì bisogna ripartire per riavvicinare i veri sostenitori al prato verde, ripopolando gli spalti anche - e soprattutto - con la presenza dei più giovani. Quelli che sono e saranno sempre il futuro, nello sport così come nella vita.

La Juventus, attraverso la costruzione dell’impianto che sta nascendo dalle ceneri del vecchio “Delle Alpi”, sarà la prima in Italia (e non è un caso, visto da chi era partito il progetto) a dotarsi di una struttura adatta a questo fine.
Che poi andrà "gestita", naturalmente. Perché ora si parla con dovizia di particolari della sua realizzazione, ma non basterà soltanto quella a scindere i buoni dai cattivi, i sostenitori dai violenti, gli appassionati dai facinorosi.
Se la società bianconera riuscirà a dimostrarsi capace di vincere anche questa partita, allora - forse - inizieranno ad accodarsi pure gli altri club.
Nella speranza di non vedere più "uomini neri" dentro uno stadio, ma genitori che possano dire ai loro figli: "ecco perché mi sono innamorato del calcio. Questo è il motivo per il quale non riesco a stare due settimane senza di lui…".

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sabato 7 agosto 2010

Lo strano caso del signor Amauri


Ed eccolo lì: Amauri Carvalho de Oliveira, professione attaccante, cittadino italiano a partire dallo scorso marzo, convocato da Cesare Prandelli per l’impegno amichevole della (nuova) nazionale di martedì prossimo a Londra contro la Costa d’Avorio.
Completerà il reparto offensivo, in compagnia dei vari Borriello, Giuseppe Rossi, Quagliarella e - finalmente, per il "popolo" che lo richiedeva da tempo a gran voce - Cassano e Balotelli.

La lista non è stata stilata da Marcello Lippi. A scorrerla, però, non sembrerebbe così: sei giocatori della Juventus (tanto per ricordare: manca "almeno" un Buffon, ad integrare la truppa…) ed uno solo dell’Inter (che, oltretutto, sta per trasferirsi in un’altra società). Va detto, a onor del vero, che si tratta di una semplice amichevole prima degli impegni ufficiali (qualificazione agli Europei del 2012), e che Gilardino e Pazzini, il nuovo CT, li conosce benissimo.
All’inizio della scorsa stagione il ruolo di prima punta della nazionale era vacante: lo stesso Gilardino era partito al rallentatore, Pazzini non forniva le dovute garanzie, Toni stentava nel Bayern Monaco. Rimanevano in tre: Lippi, Amauri e i media italiani, in attesa di quella benedetta cittadinanza che non arrivava mai. C’era un mondiale da difendere con le unghie e con i denti, dopo Mauro German Camoranesi (lo volle Trapattoni) era arrivato il momento di un’altra eccezione alla "regola".

Poi… "In questo momento non mi sento in ballottaggio con Amauri perchè io sono italiano e lui è brasiliano. Devo confessare che questa situazione un po' mi dà fastidio. Capisco se uno è mezzo italiano e mezzo brasiliano, un conto è se non è proprio per niente italiano". Così Pazzini, lo scorso mese di novembre del 2009, diede il benvenuto alla possibile convocazione dell’attaccante della Juventus. Ringalluzzito dall’arrivo dei primi assist decisivi di Cassano, la sua stagione stava per cambiare decisamente volto. Era arrivato il momento di “parlare chiaro”, e di respingere altri pretendenti a quella maglia.

Divamparono le (ovvie) polemiche. Perchè "sì" a lui e "no" agli altri (Thiago Motta e Zarate)? Forse perché è juventino?
Rispose Giancarlo Abete, presidente della FIGC: "Oggi il parametro di riferimento è la cittadinanza. Un giocatore, se è cittadino italiano, ha tutto il diritto di essere convocato in Nazionale. C'è una politica della federazione che tende a non allargare oltre misura la presenza di giocatori non nati in Italia. Lo stesso CT Marcello Lippi ha detto più volte che si trattava di una situazione limitata a pochi calciatori. Non vogliamo perdere la nostra identità, ma non vogliamo nemmeno discriminare".

Se ieri il parametro di riferimento era la cittadinanza, oggi lo è la Germania ottima protagonista del mondiale sudafricano. Quella giovane, ma anche multietnica.
"Gli stranieri? Se hanno la cittadinanza italiana e giocano bene, non vedo perché non possano essere convocati in nazionale" (Cesare Prandelli, 1° luglio 2010).
Dichiarazioni rilasciate, ovviamente, con il benestare di Abete.
Tra Uruguay, Argentina e Brasile, sono una ventina (almeno) i giocatori cui si potrebbe attingere per rinforzare la nazionale azzurra laddove si dovesse ritenere necessario farlo.

Amauri, nel periodo in cui Pazzini rilasciò quelle dichiarazioni, smise di segnare. La Juventus di "giocare". Entrambi iniziarono a perdere: partite, convinzione, prestigio agli occhi del mondo intero.
Da possibile salvatore della patria ad emarginato di lusso. Giusto (per chi scrive) non renderlo partecipe della spedizione sudafricana agli ordini di Marcello Lippi.
Paradossale, adesso, leggere come venga considerata "normale", dai media, la sua convocazione: i due goals segnati in Irlanda allo Shamrock Rovers, la ritrovata brillantezza fisica e l’interesse manifestato da Mourinho ed il Real Madrid nei suoi confronti sono bastati a cancellare mesi di critiche feroci.

Ma ora potrebbe "servire" di nuovo: come "apertura" verso nuove convocazioni, sino al prossimo momento difficile, alla consacrazione di un altro attaccante, o magari fino ad una vittoria in una competizione importante di una nazionale diversa dalla Germania attuale (quindi, con tutti i giocatori originari di quel paese).
In quel caso passerebbe di moda l’idea di un gruppo di giocatori multietnico che si potrebbe tranquillamente integrare con chi è nato nella nostra penisola, si tornerebbe a difendere l’italianità nel senso più letterale (e stretto) della parola e tutti rinnegherebbero quanto detto nel passato. A Prandelli, ovviamente, verrebbe rinfacciato il suo aver militato, da calciatore, nella Vecchia Signora.

E se invece la nuova Italia dovesse rivelarsi vincente? Basterebbe contare i giocatori provenienti dalla Juventus. Anche se a qualcuno darebbe fastidio.

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giovedì 8 luglio 2010

Una Juventus da chiamare per nome



Nell’aprile del 2009, a Recco, Marcello Lippi era stato protagonista con Jean Claude Blanc di un pranzo tristemente passato alla storia (bianconera): lì si celebrò la fine dell’era Ranieri (ancora in corso), e si gettarono le basi per un progetto calcistico mai completato. Quello della Juventus e della nazionale azzurra legate a doppio filo dalla figura dell’ex tecnico bianconero, con risultati che avrebbero dovuto portare benefici a tutte le parti in causa.

Martedì scorso, a Viareggio, ospite dello stesso Lippi è stato Cesare Prandelli da Orzinuovi, nuovo CT dell’Italia e suo successore alla guida della nazionale.
Lì si è parlato della "nuova" Italia: quella dei giovani e degli oriundi, quella che dovrà ripartire dal fallimento sudafricano. Senza, però, il suo ultimo selezionatore.

"Non buttero via l’eredità di Marcello Lippi"
Queste sono state le ultime ammissioni dello stesso Prandelli, al termine del passaggio di consegne e prima di partire per le vacanze.

E Luigi Del Neri?
Lui non ha pranzato con nessuno: si è ritrovato a (quasi) 60 anni sulla panchina della Juventus, realizzando i sogni di un allenatore quando ormai la carriera inizia ad intravedere le sue ultime stagioni. Ha ora in mano una squadra mista di giovani, giocatori esperti, campioni da ricostruire, da "inquadrare" in un nuovo contesto o rivendere ad un prezzo che non generi (esagerate) svalutazioni. Il suo primo obbligo, ad oggi, è quello di renderla presentabile (ed in forma) per il 29 luglio, data del primo incontro ufficiale (andata dei preliminari di Europa League).

Non esiste un’eredità da conservare della Juventus dell’anno scorso, a meno che non ci si riferisca ai vari Buffon, Chiellini e Marchisio. Per quanto riguarda il resto, molto era da cambiare. In parte, qualcosa è già stato fatto.
Lui è stato scelto per la sua natura di allenatore "dittatore-democratico", perché la disciplina, tra le altre cose, era uno degli ingredienti che più mancava nel menù quotidiano di Vinovo.

Padre della Juventus che verrà è Andrea, l’ultimo degli Agnelli, il Presidente che vuole essere semplicemente chiamato per nome. Quello che sale a Pinzolo e si immerge con naturalezza tra i tifosi presenti nel ritiro bianconero, ascolta le (ovvie) preghiere ("Fatti restituire i due scudetti, che sono nostri", "compra Dzeko o Krasic"), ma rimane sensibile al motto caro alla Famiglia: "Dobbiamo essere all’altezza della nostra storia, delle nostre tradizioni, poche parole e fatti".

Il calciomercato estivo del 2010 è iniziato ufficialmente il 1° luglio, e si concluderà il 31 agosto, alle ore 19.00. La rivoluzione bianconera ha avuto inizio in società, nei vertici alti: dalla presidenza in giù, molto (quasi tutto), è cambiato. Per chi manca all’appello, dovrebbe essere solo questione di tempo.
Prima di ricostruire una squadra come la Juventus, era necessario si creasse una dirigenza all’altezza di un simile impegno: una volta terminato questo primo (grande) passo, è stato possibile iniziare il cammino verso quello successivo.

Gli acquisti appena conclusi (sicuramente non di "grido") sono serviti a puntellare la rosa nei punti dove è stato ritenuto possibile intervenire sin da subito. Adesso si passerà alle cessioni, per poi tornare - anche in parallelo a quest’ultime - alle nuove entrate.

Si parla spesso, al giorno d’oggi, di puntare sui giovani, quando questo - però - richiede "tempo" e "pazienza" per poterne raccogliere i primi risultati. Si chiede da più parti una società in grado di programmare il proprio futuro, aspettandosi anche riscontri immediati. Non accorgendosi, in realtà, che le due cose sono in contrasto tra loro. Per tanto è stato chiesto, a gran voce, un "ribaltone societario" in seno alla Vecchia Signora: una volta che si è concretamente realizzato, adesso ci si immagina che dall’oggi al domani una FIGC lenta più che mai riconsegni alla Juventus i due scudetti tolti nel 2006. Si attendeva da anni un dirigente capace di muoversi tra le ragnatele del calciomercato: ora che Marotta e il suo staff hanno messo piede a Vinovo, ci si aspettano acquisti di campioni da un momento all’altro, trascurando, a volte, che nella gestione societaria pesano (e non poco) giocatori acquisti a prezzi altissimi (difficili da rivendere senza creare minusvalenze) e dagli stipendi spropositati (in relazione al loro effettivo valore tecnico e/o al loro contributo recente alla causa bianconera).

Con un gruppo forte e unito, verso un’unica direzione, si va lontano. Senza la classe, non si vince. Il 31 agosto, al termine del calciomercato estivo, sarà possibile stilare una valutazione globale di una squadra da rifondare non (sol)tanto dalle ceneri di Farsopoli, ma da una gestione dissennata durata quattro anni. Questo è il tempo effettivamente trascorso nella speranza che le numerose promesse fatte si tramutassero in realtà.
Attendere ancora (meno di) due mesi per dare modo alla nuova gestione di costruire una squadra competitiva può non essere così difficile. Soprattutto se, al termine di questo breve periodo, la si potrà tornare a chiamare "Juventus". Senza incertezze. E per nome.

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Dedico questo articolo all'allenatore della Juventus, Luigi Del Neri, colpito oggi da un grave lutto in famiglia

giovedì 24 giugno 2010

I mondiali in Argentina del 1978


In un momento difficile, nella speranza che sia di buon auspicio.
Ecco le immagini di una delle più belle nazionali azzurre della storia.
Anche se non vincente.
Bisogna "ricostruire". Anche qui. E ci vuole pazienza...
Forza azzurri!
Buona visione

sabato 19 giugno 2010

Amarcord: Italia - Brasile 1982. E Gerd Müller...


5 luglio 1982. Stadio “Sarrià” di Barcellona. Italia – Brasile.
Alla vigilia dell’incontro di domani della nostra nazionale contro la Nuova Zelanda, ripropongo le immagini di quell’incontro memorabile.
Un tuffo nel passato (e al cuore…)


Visto che parliamo del “passato”, ecco un video anche su Gerd Müller. Uno dei più grandi attaccanti di tutti i tempi.