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mercoledì 9 luglio 2014

La Germania umilia il Brasile



Tutto era cominciato con Didì, Vavà e Pelè. Poi venne la volta di Garrincha, Amarildo, Rivelino e via discorrendo, sino ad arrivare ai giorni nostri. Al solo sentire pronunciare il nome "Brasile" sono tantissimi gli appassionati di calcio che visualizzano immediatamente, da tempo immemore, l'immagine di un calciatore sudamericano mentre si diverte ad accarezzare con i piedi un pallone, accompagnato da una musica che ispira allegria.

Questo è accaduto sino a quando i terribili ragazzi tedeschi di Joachim Löw sono riusciti ad abbattere il loro mito in soli novanta minuti di gioco. Gli inglesi hanno inventato il football, è vero, ma poi a vincere sul campo hanno pensato gli altri. Con i brasiliani, appunto, in testa alla compagnia. E' curioso notare come nelle uniche due occasioni nelle quali questi ultimi hanno organizzato un mondiale in casa siano riusciti ad ottenere le sconfitte più umilianti della loro storia.

Nel 1950 erano stati gli uruguaiani a rovinare la loro festa in quella partita alla quale affibbiarono il nome di "Maracanazo". A distanza di sessantaquattro anni, e con cinque stelle portate orgogliosamente sul petto (simboli dei trionfi conseguiti nelle varie edizioni del torneo), sono riusciti a fare addirittura di peggio.

Il Brasile ha smesso di divertire e di divertirsi da quando ha iniziato a prendere come esempio il calcio troppo muscolare e poco fantasioso praticato da alcune nazionali europee. La Germania, viceversa, ha ripreso a diventare temibile per le avversarie da quando ha raccolto i risultati della crescita di una nidiata straordinaria di talenti capaci di dare del "tu" al pallone. Seguendo, in questo modo, lo stesso percorso intrapreso qualche anno prima dalla Spagna. L'arrivo a Monaco di Baviera di Guardiola ha migliorato, se possibile, questo processo di trasformazione.

Le assenze di Neymar e Thiago Silva non devono trarre in inganno: la Germania non ha soltanto messo a nudo le debolezze di una nazionale, bensì quelle di un intero sistema calcistico. Il Brasile aveva iniziato la propria leggenda nel lontano 1958, in Svezia, esattamente due edizioni dopo il "Maracanazo". L'attesa non fu breve, ma la gioia di vedere giocare quei campioni formidabili con il sorriso sulle labbra aveva ripagato un popolo che elesse ben presto i loro beniamini al rango di eroi.

Avevano nomi o soprannomi che nel nostro paese ispirarono anche una filastrocca musicale: Didì, Vava, Pelè. E potevano giocare a pallone senza pensieri nella testa. Quelli, tutt'al più, erano loro a crearli agli avversari.

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sabato 10 novembre 2012

Italia – Brasile, 5 luglio 1982: dietro le quinte di una gara leggendaria

E' passata alla storia come una delle più grandi imprese compiute dalla nazionale italiana di calcio, ma chi ha avuto la fortuna di seguire in diretta i campionati mondiali disputati in Spagna nel 1982 non può aver dimenticato come gli azzurri quel 5 luglio, allo stadio "Sarrià" di Barcellona, sembrava fossero destinati ad abbandonare la manifestazione.


Per accedere alla semifinale, infatti, occorreva loro una vittoria a tutti i costi contro il fortissimo Brasile. Superato con enormi difficoltà il turno iniziale, nella seconda fase l'Italia si era ritrovata in un gruppo composto dai verdeoro e dai campioni in carica dell'Argentina, sconfitti nelle prime due gare sia dagli uomini di Bearzot (1-2) che da quelli di Telê Santana (1-3). La differenza reti, però, premiava questi ultimi.

Terminato l'incontro con gli argentini, Enzo Bearzot aveva successivamente imposto ai suoi ragazzi di seguirlo allo stadio per assistere alla partita tra le due nazionali sudamericane. Il motivo non era legato alla volontà di trascorrere qualche ora insieme per fare "gruppo", un concetto caro al commissario tecnico, quanto all'opportunità di osservare dal vivo la disposizione sul campo dei brasiliani sfruttando l'ampia visuale che soltanto gli spalti di uno stadio potevano offrire. Le immagini televisive, in effetti, non avrebbero consentito ai giocatori di monitorare costantemente gli spostamenti dei futuri avversari nelle zone solitamente di loro competenza.

Bearzot, in cuor suo, conosceva già la strategia da adottare: aveva osservato attentamente i brasiliani nel corso della prima gara disputata contro l'Urss, notando alcuni punti deboli mascherati dalla vittoria ottenuta (2-1). Disponevano, infatti, di un centrocampo stellare nel quale, però, il solo Toninho Cerezo alternava la fase offensiva a quella difensiva preoccupandosi anche di proteggere il reparto arretrato.

Si era inoltre accorto che il giocatore meno talentuoso, l'attaccante Serginho, rappresentava l'ideale innesco per l'esplosione dei fuoriclasse presenti in squadra. Svolgeva, infatti, un ruolo da boa per favorire gli inserimenti dei compagni all’interno delle retrovie avversarie. A quel punto non restava che trovare la persona che si sarebbe dovuta occupare di lui.

Nei due giorni successivi a quella gara gli azzurri passarono ore a discutere su quanto avevano visto, cercando di trovare insieme le migliori soluzioni da adottare nel successivo incontro. L'unica marcatura decisa in partenza era stata quella su Zico: fu Claudio Gentile, direttamente dagli spalti del "Sarrià", a proporre con decisione la propria candidature direttamente a Bearzot. Al resto si arrivò poco alla volta.

Alla fine Serginho venne affidato alle cure di Fulvio Collovati. Durante la partita, però, trascorsi solo trentaquattro minuti dal fischio d'inizio il difensore aveva dovuto abbandonare il terreno di gioco. Al suo posto era entrato un ottimo (e giovanissimo) Giuseppe Bergomi, che aveva seguito come un'ombra tanto il possente attaccante quanto Socrates, nel momento in cui Telê Santana lo aveva tolto dal campo per far spazio a Paulo Isidoro.
Soltanto anni dopo Dino Zoff ha raccontato come il tiro vincente del momentaneo 2-2, scagliato dal brasiliano Falcao, fosse stato deviato in maniera quasi impercettibile proprio da Bergomi. Le immagini riproposte dalle telecamere posizionate dietro la sua porta gli diedero ragione.

Antonio Cabrini, invece, ha recentemente ricordato l’errore compiuto dagli avversari in quei momenti: “A quel punto il Brasile era qualificato, avrebbe potuto amministrare la partita con grande tranquillità. Ha voluto stravincere, e questo suo voler  far vedere al mondo che comunque erano i più forti, invece, gli si rivoltò contro”.
Quel 5 luglio, dopo soli cinque minuti, Paolo Rossi diventò improvvisamente Pablito, trascinatore della nazionale sino al trionfo nella finalissima di Madrid… e scommessa vinta da Enzo Bearzot.

Contro tutto e tutti, compresi quelli che avevano sparato a zero sull'Italia sino a quel momento.
Gianni Brera, maestro di giornalismo sportivo e intenditore di football, aveva intuito che la musica sarebbe cambiata quando ancora gli azzurri di trovavano in mezzo alla bufera, prima della vittoria conseguita contro l'Argentina. Incontrando il commissario tecnico nell'aeroporto di Vigo, prima di prendere il volo per Barcellona, mise un atto con lui un divertente siparietto, concluso con una battuta: “Siamo qua per servirvi”.
Al servizio, quindi, dei futuri campioni del mondo.
 
Articolo pubblicato su Lettera43

mercoledì 26 settembre 2012

Ilunga Mwepu e il calcio alla paura nel mondiale del 1974


Ilunga Mwepu, chi era costui? Per molti appassionati di calcio è realmente difficile ricordarlo. Diventa più semplice farlo citando un episodio che lo ha visto protagonista nel corso dei mondiali disputati nell'allora Germania Ovest nel 1974. Accadde al "Parkstadion" di Gelsenkirchen, il 22 giugno: a pochi minuti dalla conclusione dell'incontro tra il Brasile e lo Zaire (l'odierna Repubblica Democratica del Congo), con i verdeoro in vantaggio per tre reti a zero, l'arbitro Nicolae Rainea aveva decretato un calcio di punizione a favore della squadra guidata da Mário Zagallo.

Al fischio del direttore di gara Mwepu, piazzato in barriera insieme ai propri compagni, improvvisamente era scattato verso il pallone per poi calciarlo con violenza lontano dal punto in cui era stato posizionato, anticipando così le intenzioni di Rivelino. Il quale era rimasto incredulo di fronte a quanto aveva appena visto, al pari di tutte le persone presenti allo stadio in quel momento. In mezzo all'ilarità generale Rainea non aveva potuto far altro che estrarre il cartellino giallo per ammonire il numero due della formazione africana. Nonostante ciò, l'atteggiamento assunto dal difensore era sembrato essere quello di chi non capiva di averla combinata grossa.

Le immagini di quel gesto fecero il giro del mondo, Mwepu era diventato il simbolo di un calcio africano che faceva ancora fatica ad emergere e che nel contempo si era reso ridicolo per colpa di una maledetta punizione. In pochi, però, si erano posti una domanda elementare: ma come era possibile che un elemento della nazionale dello Zaire non conoscesse una tra le più elementari regole del gioco del calcio?

In fondo erano stati proprio i "Leopardi" a conquistare la Coppa d'Africa qualche mese prima dell'inizio dei mondiali tedeschi, mentre lo stesso terzino militava nel TP Englebert (l'attuale TP Mazembe, avversaria dell'Inter nella finale del Mondiale per club 2010), una delle squadre più forti dell'intero continente. No, dietro quell'attimo di follia c'era dell'altro, come ebbe modo di confessare molti anni dopo Mwepu alla “BBC”.

Nello Zaire spadroneggiava Joseph-Désiré Mobutu, al timone del paese dal 1965 nelle vesti di presidente, in realtà fautore di una dittatura che vedeva nello sport l'ideale strumento di propaganda del regime. A riprova di questo basti pensare a ‘Rumble in the jungle’, l'epica sfida per la corona mondiale dei pesi massimi fra George Foreman e Muhammad Alì che si sarebbe poi disputata a Kinshasa il successivo 30 ottobre 1974. Una volta conquistato il biglietto di qualificazione al mondiale, quindi, per stimolare maggiormente i giocatori Mobutu aveva promesso loro premi sostanziosi. L'importante era non fare brutte figure.

Il sorteggio dei gruppi della prima fase del torneo aveva riservato allo Zaire tre avversarie di tutto rispetto: Scozia, Jugoslavia e - appunto - Brasile. Con gli scozzesi era arrivata una sconfitta per 2-0 (Lorimer e Jordan, futuro milanista, i marcatori). Il dramma si sarebbe materializzato nella seconda gara, quella contro gli jugoslavi, connazionali di Blagoje Vidinić, commissario tecnico dei "Leopardi": la disfatta per 9-0 aveva provocato la terribile reazione del dittatore africano, proprio come aveva testimoniato Mwepu alla televisione inglese: "Pensavamo che saremmo diventati ricchi, appena tornati in Africa, ma dopo la prima sconfitta venimmo a sapere che non saremmo mai stati pagati e quando perdemmo 9-0 con la Jugoslavia gli uomini di Mobutu ci vennero a minacciare. Se avessimo perso con più di tre gol di scarto dal Brasile, ci dissero, nessuno di noi sarebbe tornato a casa".

Era stato quello, quindi, il reale motivo che aveva innescato la corsa all'impazzata di Mwepu verso il pallone che stava per essere calciato da Rivelino. Gli epiteti rivolti dallo stesso difensore a Jarzinho, reo di essersi fatto scappare un sorriso dopo aver visto quel gesto, erano da attribuire all'incredibile tensione accumulata nei giorni precedenti l'incontro.

Passando dalla cronaca dei fatti alla storia, la partita - fortunatamente - era finita col risultato di 3-0 per i brasiliani. Una gara alla quale Mwepu aveva partecipato a causa di un banale errore dell'arbitro del precedente incontro con la Jugoslavia: il colombiano Omar Delgado, infatti, aveva espulso per errore Ndaye Mulamba, nonostante lo stesso terzino avesse ammesso di essere stato il colpevole di un calcio rifilato ad un avversario.
Si era trattato, quindi, di un caso. Era stata, invece, una fortuna che il pallottoliere preparato dai brasiliani si fosse fermato al numero tre.

Articolo pubblicato su Lettera43

venerdì 23 marzo 2012

Gordon Banks e quella parata che entrò nella leggenda




Accadde a Guadalajara, in Messico, nell'ormai lontano 1970: il nazionale verdeoro Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, si elevò per colpire di testa un cross indirizzato dentro l'area di rigore dell'Inghilterra dal compagno di squadra Jairzinho, abile a sfuggire alla marcatura di Cooper, il suo dirimpettaio su quella fascia. Era goal. Anzi: sembrava fosse goal. Mentre il fuoriclasse brasiliano stava per esultare Gordon Banks, l'estremo difensore britannico, una volta compreso che non si trattava di un tiro diretto alla sua porta bensì di un traversone schizzò da un palo all'altro, riuscendo incredibilmente a deviare la sfera oltre la linea del campo.

"Quando Jairzinho ha calciato il pallone, ho cominciato a indietreggiare verso la porta. Poi ho valutato la traiettoria: era impossibile che qualcuno potesse raggiungerla. A quel punto ho visto Pelé. Sembrava arrampicarsi verso il cielo sempre più in alto, finché ha raggiunto il pallone e lo ha colpito con tutta la forza che aveva in corpo. E io sono andato a prenderlo". Questa era la versione raccontata dal diretto interessato, il baronetto Banks, onoreficenza che gli venne concessa dopo che quattro anni prima, proprio in Inghilterra, era stato uno dei protagonisti principali dell'unico mondiale vinto sino ad oggi dai sudditi della Regina.

In quella manifestazione aveva subito soltanto tre reti, confermando la bontà della scelta di Alf Ramsey, ex difensore della sua stessa nazionale, che aveva deciso di arruolarlo per quella missione nel lontano 1963. Esordì con una sconfitta per 2-1 contro la Scozia (6 aprile), chiuse la propria esperienza con quella maglia contro lo stesso avversario ma con un successo (1-0, 27 maggio 1972). Nel mezzo ci furono altre 71 partite giocate, la conquista di una Coppa Rimet, un terzo posto agli Europei disputati in Italia nel 1968 e l'eliminazione ai quarti di finale nei successivi mondiali del Messico nel 1970, per mano di quella Germania Ovest sconfitta nella precedente finalissima.

A onor del vero contro i tedeschi non prese parte a quell'ultimo incontro: a causa di un'indisposizione le sue apparizioni terminarono proprio a Guadalajara, nel match che mise a confronto i campioni in carica contro la Cecoslovacchia (11 giugno 1970).
Quattro giorni prima, come descritto, Gordon Banks fu autore di quella che passò alla storia come una delle più belle dell'intera storia del calcio, se non la più bella in assoluto.
Fu costretto ad ammetterlo anche lo stesso Pelé: "In quel momento ho odiato Banks più di ogni altro calciatore, non potevo crederci. Ma quando è passata l’ira, ho dovuto applaudirlo con tutto il cuore. Era la più grande parata che io avessi mai visto".

Se il titolo vinto nel 1966 ne aveva celebrato le doti di fronte al mondo intero, la prodezza compiuta in Messico lo fece entrare di diritto nella galleria delle leggende. Riuscì a fermare Pelé con un colpo da fuoriclasse, la stessa arma usata più volte dal suo avversario, tanto da indurlo - nella ripresa - ad "invertire" i ruoli con Jairzinho: durante un'altra azione ricambiò il favore porgendogli un pallone invitante sulla destra, evitando così di tirare lui stesso, per il goal dell'uno a zero finale.

Un incidente stradale occorsogli nel 1972 chiuse di fatto la sua carriera: perse la vista all'occhio destro, quindi si ritirò per poi provare nuovamente a calcare i campi da gioco cinque anni dopo, prima in Irlanda e successivamente negli Stati Uniti.

Durante l'ultimo campionato del mondo svoltosi in Sudafrica nel 2010 Fabio Capello, all'epoca commissario tecnico dell'Inghilterra, si trovò subito a dover fronteggiare il problema della scelta del portiere titolare in mezzo ad una rosa di candidati non eccelsa. Alla fine optò per Robert Paul Green, numero uno del West Ham, autore di una colossale papera su tiro di Dempsey nella gara d'esordio proprio contro gli Stati Uniti terminata col risultato di 1-1.

Alcuni addetti ai lavori al seguito della nazionale di Sua Maestà cercarono di trovare sollievo ripensando all'edizione del 1966, allorquando gli uomini di Ramsey cominciarono il torneo con un pareggio contro l'Uruguay: quella gara, infatti, si era conclusa a reti inviolate.
In porta, però, c'era Gordon Banks.
Dopo di allora non c'è stato nessuno forte quanto lui a difendere gli inglesi.

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