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lunedì 30 luglio 2012

Passarella, i raccattapalle e i "rischi del mestiere"


"Ho avuto due colloqui telefonici con Passarella, non comprendo il suo gesto, ma ho deciso comunque di rinunciare a qualsiasi azione penale. Mi ha spiegato tutto. Questa faccenda terminerà semplicemente con un abbraccio". Con queste parole Ivo Piana, il padre del giovane raccattapalle Maurizio, aveva virtualmente "chiuso" l'increscioso episodio accaduto allo stadio "L. Ferraris" di Genova l'8 marzo 1987.

Riavvolgiamo il nastro: Sampdoria-Inter, gara valevole per la sesta giornata del girone di ritorno del campionato di serie A 1986/87. Nei minuti finali dell'incontro (vinto dai blucerchiati per 3-1) Maurizio Piana, sedicenne raccattapalle presente a bordo campo, aveva rallentato le operazioni di ripresa del gioco quel tanto che era bastato a scatenare una reazione violenta da parte di Daniel Alberto Passarella, che lo colpì con un calcio alla gamba destra. Visitato immediatamente negli spogliatoi dal medico dei padroni di casa e successivamente all'ospedale "San Martino", gli era stata diagnosticata una ferita lacero-contusa, con una prognosi di dieci giorni.

Il fortissimo difensore argentino, in forza alla Beneamata da pochi mesi dopo aver disputato la sua migliore stagione alla Fiorentina (condita da ben undici gol realizzati), non era nuovo a simili comportamenti: quattro anni prima, il 10 aprile 1983, aveva preso parte ad una rissa con il massaggiatore del Verona. Poi, in ordine sparso: gomitata al granata Danova (20 marzo 1983, a Torino), pedata a Bonacina (nella gara contro l'Atalanta del 4 gennaio 1987), testata a Edinho (nella partita contro l'Udinese del 26 settembre 1982).

Il caso vuole che l'arbitro degli ultimi tre incontri citati fosse Maurizio Mattei, lo stesso del match tra i nerazzurri e la Sampdoria del marzo 1987. In quell'occasione, però, il direttore di gara non aveva notato l'incidente occorso al giovane raccattapalle. A segnalarlo, nel referto, aveva pensato uno dei guardalinee, consentendo così al giudice sportivo di comminare la sanzione di sei giornate di squalifica (poi ridotta a cinque) al giocatore. L'Inter - dal canto suo - aveva deciso di non presentare alcun ricorso e di multare il proprio tesserato, "girando" la somma al ragazzo sotto forma di "borsa di studio". Ivo Piana, non appena ricevuto la notizia, dichiarò subito di volerla devolvere in beneficienza.

Passarella, diventato oggetto di pesantissime critiche, si era chiuso in religioso silenzio. Rimase fedele al proprio atteggiamento anche di fronte ai giornalisti e ai fotografi presenti qualche giorno dopo a Genova, sotto l'abitazione del ragazzo, per immortalare l'incontro tra i due. In quell'occasione, infatti, si era limitato ad affermare: "Se volevate la mia versione, dovevate chiedermela prima".

Il presidente nerazzurro Ernesto Pellegrini, sollecitato in continuazione sull'argomento, alla fine era sbottato: "Cosa posso fare di più dopo il suo pentimento? Devo forse sparargli?". Il rapporto tra l'Inter e il calciatore era durato ancora per una stagione, dopodiché Passarella aveva preso la strada del ritorno a casa (al River Plate, il club che ha segnato la sua vita professionistica e del quale è tutt'ora presidente).

Maurizio Piana, invece, si è aggiunto all'elenco dei raccattapalle passati alla storia del calcio grazie ad episodi che li hanno visti protagonisti per un giorno. Domenico Citeroni era uno dei capostipiti del genere: ad Ascoli, nel lontano 1975, aveva respinto con il piede un pallone calciato dal bolognese Savoldi quando ormai aveva già varcato la soglia della porta bianconera.

Fulvio Collovati, diventato poi famoso come calciatore, qualche anno addietro aveva raccontato la sua personale esperienza: "A dodici anni ero raccattapalle a San Siro e un addetto della società ci raccomandava di accelerare il gioco se il Milan era in svantaggio o di rallentarlo in caso contrario. Ma tutto era fatto in senso bonario, mica ci chiedevano di essere scorretti: eravamo bambini, come quelli di adesso. Ho bellissimi ricordi: facevo il raccattapalle a Rivera, poi finii col giocarci insieme quattro anni e con lui vinsi lo scudetto della stella".
A lui, comunque, non era mai capitato di dover fronteggiare "rischi del mestiere" simili a quello capitato a Piana.
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lunedì 23 luglio 2012

Paolo Mantovani e la Sampd'oro


Dedicato alla memoria di mio nonno Osvaldo. Uno dei primi sampdoriani d'Italia.

Con la conquista dello scudetto da parte del Verona di Osvaldo Bagnoli ci si aspettava che le sorprese della stagione calcistica 1984/85 fossero ormai finite. All'appello, però, mancava ancora la doppia finale di coppa Italia, che avrebbe opposto la giovane Sampdoria di Eugenio Bersellini (società nata il 1° agosto 1946) al più blasonato Milan guidato dal veterano Nils Liedholm.

Nella gara di andata, disputata il 30 giugno 1985, i blucerchiati erano riusciti a sbancare "San Siro" vincendo per 1-0 grazie alla rete messa a segno dallo scozzese Graeme Souness, uno che di successi se ne intendeva: con la maglia del Liverpool, in precedenza, aveva fatto incetta di trofei, tra i quali spiccavano cinque scudetti e tre Coppe dei Campioni.

In previsione del match di ritorno i liguri avrebbero dovuto ovviare alle assenze dell'inglese Trevor Francis (uno dei pupilli del presidente Paolo Mantovani, nonché capocannoniere della manifestazione con nove reti all'attivo) e Roberto Galia. Per sostituire quest'ultimo la scelta era caduta su Renica (difensore ormai prossimo al trasferimento al Napoli), mentre sul fronte offensivo era stato deciso di puntare su Roberto Mancini come spalla del confermatissimo Gianluca Vialli.

Per il talentuoso calciatore originario di Jesi si trattava di un'importante occasione da sfruttare per mettersi in vetrina e guadagnare una conferma per l'anno venturo: "Questa Sampdoria può decollare e non accetterei di essere ceduto in prestito perché sarebbe segno di sfiducia da parte di chi mi 'affitta'. Sono disposto a lottare, con gli altri tre, per una maglia da titolare. Lo dirò al presidente Mantovani".

Conservata l'imbattibilità sino all'ultimo atto del torneo, ai padroni di casa per conquistare il primo trofeo della propria storia non restava altro da fare se non mantenere il vantaggio maturato nell'incontro precedente. Invece di mostrare un atteggiamento attendista, però, la Sampdoria aveva preferito imporre alla gara un ritmo altissimo, costringendo l'avversario sulla difensiva. Il gol del vantaggio, arrivato al 41' grazie ad un penalty concesso dall'arbitro Agnolin per un contatto tra Battistini e Vialli, era stato realizzato proprio da Mancini.

Al 61' era spettato a Vialli il compito di chiudere definitivamente i giochi, eludendo il controllo di due rossoneri all'interno della loro area di rigore per poi trafiggere Terraneo. A nulla era valsa la successiva rete di Virdis: la Sampdoria si aggiudicava meritatamente la Coppa Italia, diventando così la terza società ligure ad entrare nell’albo d’oro del trofeo dopo Vado (1922) e Genoa (1937). Bersellini, dal canto suo, aveva eguagliato lo stesso Liedholm e Nereo Rocco nella speciale classifica degli allenatori più titolati del torneo (tre per ognuno di loro), riuscendo oltretutto a farsi perdonare la retrocessione nella serie cadetta relativa al campionato 1976/77.

Nel giro di poche stagioni (prese in mano le redini del club nel mese di giugno del 1979) Paolo Mantovani era riuscito quindi a trasformare la Sampdoria in Sampd'oro: dai gemelli del gol blucerchiati (Vialli e Mancini, appunto) al trionfo in Coppa delle Coppe (1990), passando per la conquista di uno scudetto (1990/91) ed una Supercoppa Italiana (1991) sino ad arrivare alla finalissima di Coppa dei Campioni mancata d'un soffio a Londra contro il Barcellona di Johan Cruijff (1992), la lungimirante programmazione dell’imprenditore romano aveva - quindi - prodotto i risultati sperati.

Il totale delle coppe Italia vinte salirà poi a quattro, l'ultima delle quali (1994) conquistata con lo svedese Sven-Göran Eriksson in panchina ed Enrico Mantovani, il figlio, al timone del club. Lui era mancato il 14 ottobre 1993, lasciando in eredità una gestione societaria difficilmente ripetibile, tanto per i fatti attinenti al campo di gioco quanto per quelli esterni al rettangolo verde.

Dopo l'addio di Bersellini e prima dell'arrivo di Eriksson la guida blucerchiata era stata affidata a Vujadin Boskov, un maestro di calcio al quale sono legati i più grandi successi blucerchiati.
"L'unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria", amava ripetere Paolo Mantovani. La bontà del suo lavoro aveva confermato quelle parole.

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martedì 10 luglio 2012

Deschamps, un "capitano" vincente per la Francia


"Diventare ct della nazionale di calcio francese, era scritto nel più profondo del mio cuore''. E ancora: "Se non riuscirò a portare la Francia ai Mondiali, lascerò il mio posto". Parole e musica di Didier Deschamps, "Didì" per quei tifosi juventini che lo hanno potuto ammirare nel quinquennio della sua permanenza sotto la Mole dal 1994 al 1999.

All'epoca dell'approdo a Torino era un campione già affermato, ma ancora affamato di vittorie. Proveniva dall'Olympique Marsiglia, dove aveva alzato la Champions League battendo il Milan di Fabio Capello, uno squadrone che in Italia dettava legge da anni. A prima vista, data la corporatura minuta, faceva tenerezza; in campo (e negli spogliatoi), invece, mostrava la sua vera natura: quella di un "piccolo gigante".

All'interno del rettangolo di gioco si piazzava davanti alla difesa, per smaltire il traffico e dirigere le operazioni. La migliore descrizione delle sue caratteristiche l'aveva fornita proprio lui all'alba dell'esperienza bianconera come calciatore: "Non mi piace barare. Allora: non sono un fuoriclasse e neppure il giocatore che fa la differenza. Ma a centrocampo garantisco quantità e qualità. Uno di quelli di cui in genere si dice che non si fa notare, ma se c'è si sente".

Fece incetta di trofei, conquistando il mondo, oltre l'Europa, con la maglia juventina addosso. Marcello Lippi lo vedeva come un allenatore in campo. Assieme a Gianluca Vialli (il leader riconosciuto del primo gruppo a disposizione del tecnico viareggino) lo coccolarono ai tempi in cui - infortunato - era stato acquistato da Madama ma ancora non era riuscito a dimostrare il suo valore. A dimostrazione di un carattere che certo non gli manca aveva poi discusso animatamente tanto con il primo ("È vero, io e l'allenatore abbiamo litigato, ma non ci siamo presi a botte. Solo che non doveva mettermi in panchina senza dirmelo: l'ho saputo da altri, così non si fa") quanto con il secondo ("Ho sbagliato a scegliere il Chelsea: il calcio inglese non fa per me. E, poi, Gianluca è cambiato: non è più l' uomo che conoscevo"). Dopo Francia, Italia e Inghilterra aveva chiuso col calcio giocato in Spagna, al Valencia.

Come allenatore ha percorso la stessa strada intrapresa da calciatore: quella della vittoria. Conclusa l'esperienza al Monaco (dove aveva compiuto un mezzo miracolo sfiorando la Champions League nel 2004, perdendola nella finalissima contro il Porto di José Mourinho) ha guidato la Juventus al ritorno in serie A dopo il terremoto di Calciopoli. L'aveva lasciata (con tanto di rimpianti) per divergenze con l'allora gruppo dirigenziale capitanato da Jean Claude Blanc quando mancavano due giornate al termine del campionato cadetto, per poi fare ritorno a Marsiglia. Lì, tanto per cambiare, ha conquistato sei trofei in tre stagioni.

Adesso l'aspetta l'avventura alla guida della nazionale del suo paese, proprio lui che aveva alzato - da capitano - la coppa del Mondo il 12 luglio 1998, a Parigi. Due anni dopo, per la cronaca e la storia, era arrivato il turno dell'Europeo. Faceva parte di un gruppo di giocatori straordinari, dove tra gli elementi di spicco figurava il compagno di squadra - anche in bianconero - Zinedine Zidane.

Con la maglia dei Bleus ha accumulato 103 presenze, la prima delle quali avvenne grazie alla convocazione di Michel Platini, altra leggenda del calcio francese. Dopo l'ultima apparizione non riservò parole al miele per l'attuale presidente dell'UEFA: "Non capisco come mai Platini continui a sostenere che non sono un grande calciatore. Affari suoi, comunque".

All'inizio della carriera da allenatore gli erano sfuggiti, in un colpo solo, tanto il Chelsea di Abramovich quanto la Juventus del dopo Lippi (bis), così come era capitato con la stessa Francia, negli istanti in cui la sua Federazione era dubbiosa se rinnovare o meno il mandato a Raymond Domenech (2008). Il 15 agosto, in occasione dell'amichevole programmata contro l'Uruguay, potrà cominciare quel cammino che ha sempre desiderato.

Le prime parole da lui pronunciate, oltre a quelle citate in precedenza, sono state: "I giocatori non hanno più diritto all'errore".
Ripensando alla sua carriera, è facile immaginare che non stia scherzando.

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domenica 8 luglio 2012

Sotto la pioggia Detari fa divertire Ancona

"Il mio segreto? Ad Ancona gioco sempre, dunque mi diverto. Meglio qui che far panchina in una grande". Era felice, Lajos Detari, quel pomeriggio del 6 dicembre 1992. Con una doppietta personale, condita da una prestazione superba, aveva steso l'Inter guidata da Osvaldo Bagnoli nella gara valevole per la dodicesima giornata del campionato di serie A.

I nerazzurri si erano presentati nel piccolo stadio marchigiano (nuovo, con una montagnola al posto di una curva) convinti di fare bottino pieno per riuscire a tenere il passo del Diavolo tritatutto (e “vinci tutto”) di Fabio Capello. Ernesto Pellegrini, l'allora presidente della Beneamata, lo aveva esplicitamente dichiarato negli istanti precedenti l'incontro: "Il Milan? Lo riprendiamo, lo riprendiamo". Accompagnando il concetto con un più prudente "Chi segna per primo vince".

In effetti le cose andarono proprio così: al 19' di gioco l'ungherese aveva approfittato di un’incertezza a centrocampo dei nerazzurri per impadronirsi del pallone, difenderlo evitando il rientro di un avversario e poi calciarlo con violenza all'incrocio dei pali della porta difesa da Zenga. Il quale, vittima di un altro disimpegno errato di un compagno (Riccardo Ferri, nello specifico) si era ritrovato qualche minuto dopo a dover recuperare la sfera ferma in una pozza d'acqua formatasi ai limiti dell’area di rigore prima che diventasse preda di Agostini, punta dei padroni di casa. Il risultato fu un impatto tra i due, con la conseguente espulsione del portiere della nazionale.

La reazione dell'Inter allo svantaggio e all'inferiorità numerica era sfociata in due occasioni capitate a Davide Fontolan e Matthias Sammer e neutralizzate da Micillo, estremo difensore dell'Ancona. Nel secondo tempo, invece, finì per arrendersi gradualmente all'entusiasmo dei locali, sotto una pioggia battente che aveva ridotto il terreno di gioco ai limiti della praticabilità. Di fronte alla sconfitta maturata la tesi difensiva di Pellegrini si era basata proprio su questo particolare: "Non ho nulla da rimproverare ai ragazzi, come si fa a giocare bene su quel campo?".

Nicola Berti, centrocampista dei nerazzurri, la pensava diversamente: "Il fondo del campo è buono, su un altro terreno con quella pioggia non si sarebbe potuto giocare. Qui soltanto acqua che sprizzava ad ogni contatto. Ma non è che ci abbia decisamente danneggiato. I tre gol sono scaturiti da tre nostri errori".

Detto del primo, al 29' della ripresa era toccato a Sammer lanciare involontariamente il contropiede degli avversari: da un cross di Lorenzini la sfera era arrivata al solito Detari, che con un forte destro aveva poi trafitto Abate. Quando mancavano pochi minuti dalla fine dell'incontro il magiaro, ricevuto l'ennesimo regalo da parte della retroguardia interista (stavolta ad opera di Antonio Paganin), aveva dribblato tutti gli uomini che si era trovato davanti sino al momento in cui non era stato steso da un avversario. La palla, arrivata sui piedi di Lupo, veniva comodamente spinta a rete per il terzo goal, quello che chiuse definitivamente la partita.

L'aver iniziato il proprio percorso calcistico nella Honved di Budapest, laddove era esploso il leggendario Ferenc Puskas, aveva fatto presagire per Detari un futuro pieno di successi. In realtà la sua carriera diventò presto un girovagare di campionati, nazioni e squadre, non sempre di primissimo piano. Partì dall’Ungheria, per muoversi in Germania, Grecia, Italia (Bologna, Ancona), ancora Ungheria, Italia (Genoa), Svizzera, Austria, di nuovo Ungheria, Austria e Slovacchia. Poco prima di appendere le scarpette al chiodo aveva tentato un’esperienza come allenatore in Romania.

Rimasto nell'ambiente proprio come tecnico, ha conservato un buon ricordo della serie A ("E' completa: oltre alla tecnica c’è molta tattica. Mi piace l’idea che si studi l’avversario per non farlo giocare e poi colpirlo nel suo punto debole. E' stimolante per un allenatore"). Accostato a più riprese a società blasonate, sfiorò la Juventus - una di queste - dopo averne indossato la maglia nel corso di una tournée negli Stati Uniti.

Il talento non gli mancava certamente, come ammise con sportività Giuseppe Prisco dopo quella sconfitta patita dalla sua Inter: "L'Ancona? Bravo, determinato, ha meritato senza dubbio alcuno. Poi quel Detari. E' un campione vero, ha classe da vendere".
L’avesse utilizzata con maggiore costanza, magari non avrebbe avuto difficoltà nel trovare il compratore che aveva sempre sognato.

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domenica 20 maggio 2012

Zico, Catania nel cuore

"Un giocatore non fa la squadra. Ammiro Zico, ma noi opporremo la grinta e la determinazione. Soffocheremo i friulani con il nostro gioco veloce, e ce la faremo". Nei momenti precedenti l'incontro Catania - Udinese disputato il 22 gennaio 1984 Giovan Battista Fabbri, l'allenatore dei siciliani, tentò con queste parole di stimolare al massimo un ambiente ormai depresso per una retrocessione nella serie cadetta che sembrava inevitabile.

E dire che di partite a disposizione sino al termine del campionato ne mancavano ancora molte (si trattava, infatti, soltanto della seconda giornata del girone di ritorno), però i pochissimi punti accumulati dai padroni di casa (otto, quando la vittoria ne valeva due) non aiutavano certamente ad essere ottimisti. Dall'altra parte della barricata, invece, lo stesso Zico ostentava una sicurezza che incuteva timore: "Vinciamo anche a Catania".

Per settanta minuto di gioco l'incontro non regalò particolari spunti degni di nota (tranne una traversa colpita da Virdis), mentre quanto accadde nella sua parte conclusiva consentì agli appassionati di rispolverare la famosa espressione coniata nel lontano 1961 da Sandro Ciotti (4 giugno, Catania-Inter): "Clamoroso al Cibali".

Grazie ad un errore della retroguardia catanese i friulani riuscirono a recuperare il pallone poco oltre la metà campo dei rosso azzurri. Mauro lo servì in profondità al fuoriclasse brasiliano che - con un forte tiro rasoterra in corsa - trafisse Roberto Sorrentino, padre di Stefano, l’attuale portiere del Chievo.
Fu proprio in quel momento che il pubblico di casa, con le ultime speranze di salvezza cancellate dall'ennesima delusione subita, tirò fuori il meglio di sé: invece di abbattersi o urlare la propria rabbia si lasciò andare in cori e applausi di sincero apprezzamento nei confronti del numero dieci bianconero.

Il quale, ovviamente, rimase meravigliato dal bellissimo gesto di sportività dimostrato in quel pomeriggio: "In Italia mi è capitato altre volte, mi pare a Genova e Milano, ma in questa occasione a Catania sono rimasto davvero sorpreso, non pensavo che la gente mi amasse così".

Prima del fischio finale, però, ebbe ancora modo di regalare a quegli spettatori un altro saggio delle sue doti balistiche, allorquando - al novantesimo minuto di gioco - l'Udinese si conquistò un calcio di punizione ai limiti dell'area di rigore avversaria. Spinto dal desiderio di aggiungere un’ulteriore gemma nell'incontro, il brasiliano chiese ed ottenne da Franco Causio, suo compagno di squadra, la possibilità di segnare ancora: convinto di non fallire l'obiettivo, Zico dipinse col pallone una traiettoria che lasciò impietrito Sorrentino.

L'ovazione con la quale venne accolta quella rete pareggiò, per quanto possibile, la bellezza del gesto tecnico di un fuoriclasse che - pur restando in Italia il breve periodo durato trentanove partite - ha lasciato un segno indelebile del suo passaggio.
Non soltanto per merito delle reti (ventidue) messe a segno.

Nel corso di un'intervista rilasciata molti anni dopo la sua militanza con la maglia dei friulani gli venne fatto notare come il lavoro intrapreso da tecnico lo avesse portato in giro per il mondo. Alla domanda "Non c’è la possibilità di rivederla ad Udine come allenatore?" rispose: “No. Non mi piace allenare dove ho giocato. Preferisco che la gente, in quei posti, mi ricordi come giocatore”.

Il suo nome, invece, venne accostato al Catania nell'estate del 2010, nel periodo in cui la società siciliana era impegnata nella ricerca di un nuovo allenatore dopo l'addio di Sinisa Mihajlovic. Nel merito Luca Pagani, rappresentante personale del brasiliano, rintracciato dal giornale sportivo online “ItaSportPress” proprio in quei momenti confidò: "Pensate che il "Galinho" mi dice sempre che è rimasto innamorato del popolo rossoazzurro da quando lo incitò prima di calciare una punizione in un Catania-Udinese di tantissimi anni fa al "Cibali". Sarebbe bellissimo ricevere dopo tanto tempo l'affetto dell'intelligente popolo rossoazzurro con Zico sulla panchina del Catania".
L'occasione sfumò, ma il ricordo di quel pomeriggio non verrà mai cancellato.
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martedì 17 aprile 2012

Di Carlo, Correnti e quel Como-Juventus del 1975...

"Bisogna stabilire una volta per tutte questa regola perché non può essere applicata una volta ogni tanto e su chi vogliono loro. Ciascuno di noi, durante e dopo le partite, magari non si rende conto di quello che dice. Si sputa fuori una parola ma lo fanno anche gli altri. La regola deve essere uguale per tutti".
Domenico Di Carlo, allenatore del Chievo, ha sfogato in questo modo la propria rabbia verso la squalifica di un turno affibbiata dal giudice sportivo ad un suo giocatore, Sergio Pellissier, reo di aver pronunciato «espressioni blasfeme» negli spogliatoi dello stadio "Bentegodi" al termine della recente gara disputata contro il Milan.

Di Carlo, al pari di Davide Lanzafame (all'epoca in forza a Parma), è stato una delle prime vittime mietute dal giro di vite imposto dal consiglio federale della Figc lo scorso 9 febbraio 2010: "L'arbitro avrà la facoltà di punire con il cartellino rosso la bestemmia detta dal giocatore in campo" aveva dichiarato solennemente Giancarlo Abete, il presidente della federazione. E se il direttore di gara non si dovesse accorgere di nulla? Nessun allarmismo, in suo soccorso ci sarà sempre l'uso delle telecamere.

Va da sé che il problema della corretta applicazione di questa norma resta attuale ed ha origini lontane nella storia del calcio nostrano: l'episodio più celebre - citato con frequenza ogni qualvolta ne accade uno simile - risale al 1975, e capitò nel corso di un Como-Juventus disputato alla seconda giornata del campionato di serie A (12 ottobre).

Claudio Correnti, ex colonna della squadra lombarda, a distanza di trentacinque anni esatti da quegli attimi li ha nuovamente raccontati al quotidiano "Corriere di Como": "Fu un episodio increscioso, il primo in assoluto in Italia. Noi del Como eravamo in vantaggio sulla Juve per due reti a una. Mancava un minuto alla fine della partita. Io incitavo i miei compagni a tenere la palla in attesa del fischio di chiusura. Scanziani la buttò in tribuna e lì per lì gliene dissi di tutti i colori e bestemmiai". L'arbitro Menegali, sentite chiaramente le imprecazioni di Correnti, decise di assegnare un calcio di punizione a favore dei bianconeri, che riuscirono a pareggiare grazie ad una deviazione involontaria di Fontolan (autore del momentaneo vantaggio) sul tiro scagliato da Cuccureddu.

Apriti cielo (verrebbe da dire, visto l'argomento): al termine della gara da una parte Beniamino Cancian, il tecnico dei padroni di casa, non riuscì a placare la sua ira ("Tutti bestemmiamo in campo, non è una bella cosa, ma succede sempre così. E noi dobbiamo perdere una vittoria ormai acquisita soltanto perché l'arbitro ci fischia una punizione contro perché uno tira un moccolo! E' una cosa che non sta né in cielo né in terra. C'è da tirare qualche moccolo adesso, non prima"), mentre dall'altra, in casa juventina, Carlo Parola preferì abbassare i toni delle polemiche ("E' il destino, non il miracolo. Le partite durano novanta minuti, e c'è posto per il goal prima che chiudano. Poi, a Como noi ci siamo abituati e in particolare Cuccureddu: già in amichevole aveva segnato nel finale con una leggera deviazione. Non ha fatto che ripetersi").

Erano anni in cui lo scudetto diventava un affare privato tra i club torinesi: in quella stagione lo vinsero i granata, precedendo i bianconeri campioni d’Italia in carica che si rifecero poi nelle due successive edizioni.

Tornando alla gara di Como, Correnti ha confessato inoltre di averla passata liscia ("L’arbitro Menegali mi disse che avrebbe anche dovuto espellermi e, quindi, mi andava ancora bene") e di essere stato sostanzialmente d'accordo con l'atteggiamento rigido tenuto dalla Figc contro chi si macchia di simili comportamenti: "Sì, lo condivido. Questo è un valore perché adesso la regola e la relativa sanzione valgono per tutti. Ai miei tempi, invece, venivano puniti solo alcuni, come il sottoscritto. Se la norma fosse stata applicata senza guardare in faccia ad alcuno, le partite sarebbero finite con cinque o sei giocatori per parte in campo...".

Dai buoni propositi ai fatti concreti la strada da percorrere è impervia: nella sostanza accade spesso che viene deciso di aggirarla, evitando di arrivare a destinazione per poi vagare senza meta intorno al problema. Per questo motivo stride con la situazione attuale (descritta da Di Carlo) la soddisfazione espressa dal presidente del Coni Giovanni Petrucci negli istanti successivi la riforma voluta e attuata nel febbraio del 2010: "Abete, che mi ha chiamato subito, ha dimostrato ancora una volta di essere un presidente di spessore. Sono grato a lui e al mondo del calcio. L'arbitro ora, con delle regole certe, saprà quello che deve fare. Era quello che auspicavo. Non è una guerra santa, ma una questione di rispetto e di etica".

Dal 1975 al 2012, però, le cose non sembrano essere cambiate così tanto.

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giovedì 29 marzo 2012

Omar Sivori e quel suo ultimo Napoli-Juventus

Si chiamava "Rio Colorado" ed era il piroscafo battente bandiera argentina sul quale Enrique Omar Sivori, detto "El Cabezón", fuoriclasse in forza al Napoli di Giuseppe Chiappella, aveva imbarcato i suoi effetti personali il 20 dicembre del lontano 1968. Tra questi spiccava la statua a grandezza naturale che i tifosi partenopei gli avevano regalato durante la sua permanenza all'ombra del Vesuvio: da lì, appunto, sarebbe partita col resto dei bagagli con destinazione Argentina. Pochi giorni dopo Sivori l'avrebbe raggiunta in aereo in compagnia della moglie.

Da qualche settimana a quella parte si era chiuso in un religioso silenzio, cambiando persino il numero di telefono della villa di Posillipo nella quale risiedeva pur di non rilasciare più interviste. Il motivo? Aveva già dichiarato tutto quello che avrebbe voluto e potuto in merito all'ultima gara disputata contro la Juventus allo stadio "San Paolo" il precedente 1° dicembre. Quella che per lui, arrivato in Italia nel 1957 proprio per vestirne la maglia, non era un'avversaria come le altre.

Nel corso del tempo si era innamorato del club bianconero, che dovette poi abbandonare dopo una militanza durata otto anni sconfitto dal calcio del "movimiento" portato a Torino da Heriberto Herrera, il tecnico per il quale quel numero dieci con i calzettoni abbassati sino alle caviglie, i dribbling funambolici, i tunnel, le veroniche, i goals che facevano impazzire milioni di appassionati era semplicemente "un calciatore come gli altri".
In realtà si trattava di un pallone d'oro (1961) dal carattere tutt'altro che docile: faceva incetta di espulsioni, quello che prendeva in campo spesso lo restituiva, non aveva peli sulla lingua. Lo dimostrò anche in occasione della prima volta che la Vecchia Signora lo andò a trovare nella sua nuova casa (6 febbraio 1966): sconfisse il nemico Herrera (1-0) per poi provocarlo a fine gara (“Prima di tutto grazie al Napoli, ai miei compagni e al meraviglioso pubblico. E poi, povera Juventus”)...

In quell'ormai famoso 1° dicembre accadde anche di peggio. Davanti a ottantamila persone la Juventus passò in vantaggio grazie ad un goal realizzato da Anastasi, abile a trafiggere un portiere che negli anni a venire avrebbe contribuito a scrivere alcune delle pagine più belle della storia di Madama: Dino Zoff. In soli venticinque minuti di gioco una doppietta di Montefusco consentì poi alla formazione di Chiappella di ribaltare il risultato, fino all'arrivo dell'episodio che stravolse l'incontro.

Herrera aveva deciso di affidare Sivori alle cure di Erminio Favalli, un guardiano che il fuoriclasse azzurro soffriva nonostante i ripetuti tunnel che gli riservò per quasi un tempo. L'arbitro Pieroni, che già aveva dovuto calmare i bollenti spiriti tra i due, ad un minuto dalla conclusione della prima frazione di gioco espulse "El Cabezón" per un fallo sul diretto avversario, la cui gravità venne accentuata da una simulazione messa in atto dall’ala bianconera. In quel momento terminò la sua partita ed ebbe inizio una rissa che coinvolse Panzanato (Napoli, al quale vennero inflitte nove giornate di squalifica), Salvadore (Juventus, quattro) e Chiappella (per lui due mesi di assenza forzata dalla panchina).

A Sivori, al quale di giornate ne vennero affibbiate sei, non rimase che la rabbia per un'espulsione che visse come un'ingiustizia perpetrata ai suoi danni. A fine gara, infatti, si lasciò andare ad una promessa mai mantenuta: "A Torino giocheremo in sei. Tanto, per vincere contro di voi, bastiamo pochi". La Juventus, nonostante avesse avuto a disposizione tutta la ripresa da disputare in dieci contro nove, perse quell'incontro al "San Paolo" col risultato di 2-1.

Per l'Avvocato Agnelli Omar Sivor era "un vizio" al quale non si sottraeva facilmente. Venne ricoperto d'amore sia a Torino che a Napoli, dove formò con José Altafini una coppia di attaccanti fortissima dopo aver segnato un'epoca calcistica facendo parte del celebre trio bianconero con Charles e Boniperti. Caso volle che proprio le prodezze compiute come membro di un altro trio (quello con la maglia argentina conosciuto col nome di "angeli dalla faccia sporca", composto con Antonio Valentín Angelillo e Humberto Dionisio Maschio) contribuirono a farlo conoscere nel nostro paese.

Giocò anche con la nazionale azzurra, difendendo i colori di uno stato che gli rimase nel cuore, così come successe con la Juventus. A San Nicolás chiamò la fazenda nella quale si era ritirato proprio "La Juventus", in omaggio al club per il quale aveva ripreso a lavorare come osservatore nel mercato sudamericano.
Se qualcuno nel dicembre di quel 1968 gli avesse anticipato alcuni eventi della sua storia futura, con ogni probabilità lui non ci avrebbe creduto.

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venerdì 23 marzo 2012

Gordon Banks e quella parata che entrò nella leggenda




Accadde a Guadalajara, in Messico, nell'ormai lontano 1970: il nazionale verdeoro Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, si elevò per colpire di testa un cross indirizzato dentro l'area di rigore dell'Inghilterra dal compagno di squadra Jairzinho, abile a sfuggire alla marcatura di Cooper, il suo dirimpettaio su quella fascia. Era goal. Anzi: sembrava fosse goal. Mentre il fuoriclasse brasiliano stava per esultare Gordon Banks, l'estremo difensore britannico, una volta compreso che non si trattava di un tiro diretto alla sua porta bensì di un traversone schizzò da un palo all'altro, riuscendo incredibilmente a deviare la sfera oltre la linea del campo.

"Quando Jairzinho ha calciato il pallone, ho cominciato a indietreggiare verso la porta. Poi ho valutato la traiettoria: era impossibile che qualcuno potesse raggiungerla. A quel punto ho visto Pelé. Sembrava arrampicarsi verso il cielo sempre più in alto, finché ha raggiunto il pallone e lo ha colpito con tutta la forza che aveva in corpo. E io sono andato a prenderlo". Questa era la versione raccontata dal diretto interessato, il baronetto Banks, onoreficenza che gli venne concessa dopo che quattro anni prima, proprio in Inghilterra, era stato uno dei protagonisti principali dell'unico mondiale vinto sino ad oggi dai sudditi della Regina.

In quella manifestazione aveva subito soltanto tre reti, confermando la bontà della scelta di Alf Ramsey, ex difensore della sua stessa nazionale, che aveva deciso di arruolarlo per quella missione nel lontano 1963. Esordì con una sconfitta per 2-1 contro la Scozia (6 aprile), chiuse la propria esperienza con quella maglia contro lo stesso avversario ma con un successo (1-0, 27 maggio 1972). Nel mezzo ci furono altre 71 partite giocate, la conquista di una Coppa Rimet, un terzo posto agli Europei disputati in Italia nel 1968 e l'eliminazione ai quarti di finale nei successivi mondiali del Messico nel 1970, per mano di quella Germania Ovest sconfitta nella precedente finalissima.

A onor del vero contro i tedeschi non prese parte a quell'ultimo incontro: a causa di un'indisposizione le sue apparizioni terminarono proprio a Guadalajara, nel match che mise a confronto i campioni in carica contro la Cecoslovacchia (11 giugno 1970).
Quattro giorni prima, come descritto, Gordon Banks fu autore di quella che passò alla storia come una delle più belle dell'intera storia del calcio, se non la più bella in assoluto.
Fu costretto ad ammetterlo anche lo stesso Pelé: "In quel momento ho odiato Banks più di ogni altro calciatore, non potevo crederci. Ma quando è passata l’ira, ho dovuto applaudirlo con tutto il cuore. Era la più grande parata che io avessi mai visto".

Se il titolo vinto nel 1966 ne aveva celebrato le doti di fronte al mondo intero, la prodezza compiuta in Messico lo fece entrare di diritto nella galleria delle leggende. Riuscì a fermare Pelé con un colpo da fuoriclasse, la stessa arma usata più volte dal suo avversario, tanto da indurlo - nella ripresa - ad "invertire" i ruoli con Jairzinho: durante un'altra azione ricambiò il favore porgendogli un pallone invitante sulla destra, evitando così di tirare lui stesso, per il goal dell'uno a zero finale.

Un incidente stradale occorsogli nel 1972 chiuse di fatto la sua carriera: perse la vista all'occhio destro, quindi si ritirò per poi provare nuovamente a calcare i campi da gioco cinque anni dopo, prima in Irlanda e successivamente negli Stati Uniti.

Durante l'ultimo campionato del mondo svoltosi in Sudafrica nel 2010 Fabio Capello, all'epoca commissario tecnico dell'Inghilterra, si trovò subito a dover fronteggiare il problema della scelta del portiere titolare in mezzo ad una rosa di candidati non eccelsa. Alla fine optò per Robert Paul Green, numero uno del West Ham, autore di una colossale papera su tiro di Dempsey nella gara d'esordio proprio contro gli Stati Uniti terminata col risultato di 1-1.

Alcuni addetti ai lavori al seguito della nazionale di Sua Maestà cercarono di trovare sollievo ripensando all'edizione del 1966, allorquando gli uomini di Ramsey cominciarono il torneo con un pareggio contro l'Uruguay: quella gara, infatti, si era conclusa a reti inviolate.
In porta, però, c'era Gordon Banks.
Dopo di allora non c'è stato nessuno forte quanto lui a difendere gli inglesi.

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sabato 10 marzo 2012

Luis Silvio Danuello: un "ponta" che giocava da "punta"

"Sono in gran forma e lo dimostrerò. Posso mettermi al più presto a disposizione della Pistoiese. Di solito gioco ala destra, ma so disimpegnarmi anche in altre posizioni offensive. Sono un tipo che si muove e che punta deciso verso le porte avversarie. Il vostro è un calcio di forza e di temperamento, non di abilità come in Brasile. Forse questa è la mia unica preoccupazione. Temo un pò di rudezza dei vostri difensori, ma vedrò di adattarmi. Il contratto dura un anno, spero sia il tempo sufficiente per dimostrarvi quanto valgo. Della Pistoiese ho sentito parlare molto bene di Frustalupi, descritto come un ottimo regista".

Intorno alla metà di agosto del 1980 Luis Silvio Danuello si presentò con queste parole ai suoi nuovi tifosi, nell'estate in cui il calcio italiano aveva riaperto le frontiere agli stranieri dopo la chiusura successiva alla disfatta della nazionale nei mondiali inglesi del 1966. Il caso volle che il direttore tecnico di quella Pistoiese fosse Edmondo Fabbri, la guida degli azzurri in quella famosa spedizione. Il ruolo di allenatore, invece, venne ricoperto dal giovane Lido Vieri.

In serie A giunsero, in totale, quattro brasiliani: Falcao (Roma), Eneas (Bologna), Juary (Avellino) e, appunto, Luis Silvio. Da "bidone" a "meteora", i giudizi in merito alla sua esperienza nel nostro calcio furono impietosi. Scovato in patria da Giuseppe Malavasi, l'assistente di Vieri, una volta sbarcato a Roma - come lo stesso calciatore ebbe modo di affermare nel corso di un'intervista rilasciata nel 2007 al taccuino di Sebastiano Vernazza ("Gazzetta dello Sport") - incontrò i dirigenti del club toscano, che gli domandarono: "Sei una punta?". La sua risposta fu "", dato che aveva inteso "ponta", che in portoghese vuol dire "ala", il suo ruolo naturale.

Tra un cross ed un goal corre una bella differenza, la stessa che separa le aspettative riposte verso un possibile cannoniere dalla delusione patita dopo aver scoperto di avere tra le mani un giocatore di fascia. Soltanto sei presenze accumulate in campionato certificarono il suo fallimento, mentre la Pistoiese corse ai ripari acquisendo dal Catanzaro Vito Chimenti, autore - poi - di nove reti che non furono sufficienti ad evitare la retrocessione nella serie cadetta.

Nell'esordio casalingo (21 settembre 1980, alla seconda giornata contro l'Udinese) la formazione toscana non andò oltre un pareggio per 1-1. Luis Silvio, guarda caso, fu l'autore di una bella azione sulla fascia dalla quale scaturì il trasversone per il colpo di testa vincente di Benedetti. Nella prima vittoria in campionato (5 ottobre, alla quarta gara, disputata contro il Brescia) il brasiliano, influenzato, era assente.

Messo ai margini della squadra, nella successiva primavera tornò in patria per poi farsi nuovamente vivo in estate ma, dato che anche allora trovò le porte sbarrate, lasciò definitivamente il Belpaese.

Così si chiuse, tristemente, la breve storia italiana di Luis Silvio Danuello: arrivato dichiarando di "non essere bravo come Falcao" (proprio nei momenti in cui il fuoriclasse della Roma assicurava di non averlo mai sentito nominare) ma che la Pistoiese non si sarebbe pentita dell'acquisto, scomparve accompagnato dalle leggende che nacquero dopo la sua fuga. Pizzaiolo, venditore di gelati allo stadio di Pistoia, proprietario di un bar e - dulcis in fundo - attore in film porno: su di lui si disse e si scrisse di tutto.

Proprio nell'intervista rilasciata nel 2007 smentì quelle sciocchezze, affermando di gestire una rivendita di ricambi per macchine industriali, attività iniziata investendo i soldi guadagnati nel corso della carriera. Ricordava con affetto Marcello Lippi ("Sono contento che abbia vinto il Mondiale. Era uno dei compagni più simpatici. Stava in difesa, era bravo, e in spogliatoio cercava di aiutarmi") e l'Italia ("In Toscana io e mia moglie concepimmo la nostra primogenita, Amanda").
Se i suoi limiti tecnici erano venuti ben presto a galla, la sfortuna di venire tradito da una vocale, quella "o" di "ponta", gli aveva complicato ulteriormente la vita.
Così come, d’altro canto, era capitato a chi aveva deciso di acquistarlo: i "bidoni", nel mondo del calcio, non si aggirano soltanto tra i giocatori.

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sabato 3 marzo 2012

Marcelo Bielsa, un "Loco" meglio del "Mago di Oz"

Quando la scorsa estate il suo nome fu accostato alla panchina dell’Inter, il gioco di parole venne naturale: un “pazzo” per una “pazza”. Ebbene sì, perché Marcelo Bielsa, argentino di Rosario che da una vita si porta dietro il soprannome di “loco” (“pazzo”, appunto, in lingua spagnola), sembrava l’uomo giusto per rilanciare il club nerazzurro prossimo ad essere abbandonato dal brasiliano Leonardo.

Riavvolgiamo il nastro: il 14 giugno 2011 rimbalza in Italia la notizia di una telefonata di Massimo Moratti all’ex commissario tecnico del Cile per sondare la sua disponibilità a guidare la squadra milanese. Si tratta di un fulmine a ciel sereno, che trova una spiegazione il giorno immediatamente successivo: Leonardo Nascimento de Araújo, dopo essere passato da una sponda del Naviglio (Milan) all’altra (Inter), è in trattativa per tornare al Paris Saint Germain nel ruolo (a lui più congeniale) di dirigente.

Trascorse altre settantadue ore, la storia di un possibile approdo di Bielsa sotto la Madonnina trova il suo epilogo in una dichiarazione dello stesso Moratti: “Un gran signore. All’inizio era entusiasta di venire all’Inter. Poi sono sopraggiunti problemi anche familiari, e ha dovuto declinare. Era veramente dispiaciuto e mi ha fatto avere una lettera in cui spiegava i motivi del suo no”. Da Lezama (Spagna) il successivo 13 luglio Bielsa chiude il cerchio: “Ho rifiutato la proposta dell’Inter perché avevo già dato la parola all'Athletic Bilbao. Niente di più. Nessun paragone tra le due squadre. Quando dissi di sì all’Athletic sapevo che sarebbero potute arrivare altre offerte, e così è stato”.

Josep Guardiola, mister del Barcellona “vincitutto”, in merito ad un suo possibile addio al club catalano lo ha recentemente citato come uno dei possibili sostituti su quella panchina: “Non ho nessun dubbio che Bielsa avrebbe le capacità per allenare il Barcellona”. Nel frattempo ritroverà quello che considera uno dei suoi ispiratori tattici nella prossima finale di Coppa del Re che verrà disputata il 25 maggio.
Uomo tutto d’un pezzo, Bielsa abbraccia un calcio offensivo basato sull’ormai celebre 3-3-1-3. Vive di pallone ventiquattro ore su ventiquattro, ha smesso di giocare a soli venticinque anni per poi guidare i ragazzi del Newell’s Old Boys. Da lì ha iniziato ad intraprendere una carriera che lo ha portato anche in Messico (Atlas e América) e in Spagna (Espanyol), salvo poi ritornare in Argentina, dove ha diretto la nazionale del suo paese nei mondiali del 2002 tenutosi in Giappone e nella Corea del Sud.
Fallita quella spedizione si è preso una parziale rivincita arrivando in finale nella Coppa America del 2004, dopodiché ha trionfato, nello stesso anno, con la selezione Olimpica ad Atene. Dimessosi improvvisamente dall’incarico si è trasferito in Cile, dove è riuscito a condurre La Roja sino agli ottavi di finale del mondiale sudafricano del 2010, persi per mano del Brasile. Diventato un idolo assoluto, ha abbandonato anche quella panchina nel febbraio del 2011.

Amato da molti dei propri giocatori, le sue conferenze stampa non sono certo memorabili, mentre i racconti su alcuni suoi comportamenti si dividono tra stranezze e leggende. Da allenatore delle giovanili del Newell’s Old Boys (a proposito: gli hanno intitolato pure lo stadio di Rosario) visto che il campo di allenamento era sprovvisto di tribune era solito arrampicarsi su un albero posizionato all’altezza del centrocampo con penna e fogli per vedere meglio la disposizione dei suoi calciatori sul rettangolo verde. Quando qualche appunto gli scappava di mano, scendeva per poi risalire come nulla fosse su quella “postazione”. Nella sua casa di campagna si narra che ogni tanto disponga familiari e domestici su un terreno di gioco fatto appositamente costruire lì per soddisfare le sue alchimie tattiche.

Ai tempi dell’Espanyol fece aspettare per quindici minuti Arrigo Sacchi, all’epoca tecnico dell’Atletico Madrid, dietro ad una porta: il tecnico del Milan leggendario e della nazionale vice campione del mondo ad Usa ’94 si era sentito in dovere di fargli i complimenti per il gioco mostrato dalla sua squadra appena affrontata, mentre lui – semisconosciuto – aveva deciso di presentarsi seguendo i propri “tempi”. Qualche mese prima (21 agosto 1998) non le mandò a dire a Marcelli Lippi (allenatore della Juventus del ciclo d’oro della fine degli anni novanta e futuro campione del mondo nel 2006) quando a San Benedetto del Tronto fronteggiò i bianconeri nel corso di un’amichevole estiva dai toni poco “amichevoli”. Tanto per fare un esempio: venne espulso Del Piero, stufo di subire tackle dagli avversari ai limiti del regolamento.

Moratti pensò a Bielsa già nel mese di novembre del 2011 per una eventuale sostituzione di Rafael Benítez. Ora il suo nome circola nuovamente per il futuro prossimo dei nerazzurri insieme ai vari Villas Boas, Guardiola, Guidolin e Blanc, in un giro di panchine che potrebbe coinvolgere più tecnici ed altrettanti club. “Andiamo avanti con Ranieri, ha tutta la fiducia che serve. Il Mago di Oz non lo vedo in giro”, ha dichiarato il patron dell’Inter pochi giorni fa.
Nell’estate che verrà, magari, più che un mago sulla sua strada potrebbe incrociare un “loco”.

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giovedì 16 febbraio 2012

Zahoui e una bella storia da raccontare

"Non sono un goleador. Gioco con il numero 10 e so passare bene il pallone ai compagni. Qualche gol lo realizzo anche, ma non molti".
Il suo nome é François Zahoui, anche se per tutti - anni fa, nel nostro paese, all'epoca in cui pronunciò queste parole - era semplicemente "Zigulì".

Fu Costantino Rozzi, compianto presidente dell'Ascoli, a portarlo giovanissimo in Italia nell'estate del 1981 poco tempo dopo la riapertura delle frontiere: si trattò del primo calciatore africano ad arrivare nel Belpaese, in mezzo ai tanti campioni che facevano sognare i tifosi del pallone. La città marchigiana lo adottò immediatamente, nonostante fosse chiaro sin dall'inizio che il suo apporto sarebbe stato più d'immagine che non di sostanza. In due stagioni totalizzò la miseria di undici presenze, delle quali una soltanto dal primo minuto: il minimo sindacale (così come lo stipendio che percepiva: dodici milioni di lire annui), giustificato dal ruolo che Carlo Mazzone - il suo tecnico - gli aveva costruito (quello di perdere tempo nei finali di gara).

Sul suo conto sono state raccontate leggende, bugie, aneddoti e verità curiose: di certo, e chi ha avuto la fortuna di godersi quei campionati lo può testimoniare, c'è che la sua figurina da attaccare sugli album della Panini era tanto introvabile quanto ambita dai collezionisti. Da meteora a bidone, i giudizi che lo accompagnarono dopo il suo addio all'Italia furono spietati: dal canto suo, ancora oggi ricorda con affetto quell'esperienza e le persone conosciute.

Nel giorno dell'esordio di Cesare Prandelli alla guida della nazionale azzurra (Londra, 10 agosto 2010) Zahoui si trovava seduto sulla panchina della Costa d'Avorio, l'avversario di quell'amichevole: era un commissario tecnico a tempo determinato, più o meno sulla falsariga di quanto gli era capitato da giocatore ai tempi dell'Ascoli. Condusse i suoi uomini ad una storica vittoria (1-0, rete di Kolo Touré), per poi ottenere la conferma nel ruolo. Tutto ad un tratto sembrava che avesse finalmente dato un calcio alla sfortuna, a quel ruolo da comparsa che - ovviamente - non gli si addiceva.

Passando dalla storia alla cronaca si arriva sino alla recente finalissima della Coppa d'Africa, dove ha portato la Costa d'Avorio ad un passo dal trionfo, sconfitta ai rigori dallo Zambia. Per un soffio, pur partendo da favorito, ha perso un'altra occasione per entrare nella leggenda del calcio da protagonista. Tutto è successo nel momento stesso in cui la poesia e lo sport, per una volta, sono andate di pari in passo: a Libreville, a distanza di pochi metri rispetto al luogo dove è stata disputata la partita, nell'aprile del 1993 subito dopo il decollo era precipitato il volo che avrebbe dovuto portare la nazionale zambiana (i "Chipolopolo", così come vengono chiamati) a Dakar, per affrontare il Senegal in un incontro valevole per le qualificazioni ai mondiali americani del 1994.

Nella tragedia scomparvero trenta persone, tra le quali i diciotto calciatori convocati dal selezionatore. Tutto questo accadde diciotto anni fa. Lo Zambia si è aggiudicato il trofeo ai rigori, dopo aver concluso 0-0 i tempi regolamentari: dopo quanti penalty è stata assegnata la Coppa? Diciotto. La Costa d'Avorio ha concluso la manifestazione senza aver subito un goal: nelle ultime tre edizioni la propria porta era stata inviolata soltanto diciotto volte.
Kalusha Bwalya, scampato al disastro aereo (non era presente) e protagonista del 4-0 con il quale la sua nazionale olimpica sconfisse l'Italia a Seul nel 1998, oggi è vicepresidente federale: é lui l'anello di congiunzione tra due epoche lontane tra loro, e separate soltanto dalla sfortuna.

Da Libreville a Libreville, nella commozione generale i nomi dei dispersi si sono uniti a quelli dei giovani neo campioni d'Africa. Seduti o inginocchiati sul campo, quest'ultimi pregavano alla loro memoria. All'appello ne mancava uno, Musonda, infortunatosi durante la contesa e successivamente portato in braccio dal suo allenatore Hervé Renard laddove si trovavano i compagni.
Il tecnico, francese, ha la carnagione bianca ed é realmente difficile non accorgersene: deve essere stato facile anche per Luis Suarez (Liverpool) e John Terry (Chelsea), recentemente assurti agli onori della cronaca per episodi di razzismo legati al mondo del calcio.

A François Zahoui è sfuggita dalle mani un'occasione importante, è vero, ma un primo risultato l'ha ottenuto: per gli appassionati italiani non è più soltanto "Zigulì". Prima o poi arriverà, anche per lui, il momento di raccogliere quanto di buono ha seminato nel corso degli anni: ora, però, c'era un'altra storia da raccontare.


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