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domenica 19 maggio 2013

Juventus, l'abitudine a cedere per acquistare



Archiviata l’ultima gara della stagione, coincisa con una sconfitta, Antonio Conte non si è sottratto a nuove domande sul futuro della Juventus poste dai giornalisti nella pancia dello stadio “Luigi Ferraris” di Genova. Tévez, Ibrahimovic, Higuain, la difesa, il centrocampo… Gli argomenti sui quali discutere non sono di certo mancati. In merito alla zona mediana del campo lo stesso tecnico ha rilasciato una dichiarazione sibillina: “Il nostro centrocampo? Saremo  i migliori quando saremo noi a giocare la finale di Champions League”.

Il summit tra l’allenatore bianconero e la dirigenza del club è servito a chiarire ulteriormente le strategie di mercato di Madama, a breve e lungo termine, a tutti i membri cardine della società. Ora dalle parole si dovrà necessariamente passare ai fatti.

Il messaggio ai tifosi è partito, e stavolta non ci sono dubbi interpretativi di alcun genere: nessuno si aspetti acquisti milionari in serie. Arriveranno giocatori utili alla causa juventina, verrà alzato il livello tecnico della rosa e spetterà a Marotta e Paratici smontare e rimontare i pezzi del puzzle per poi restituire a fine agosto un budget in linea con l’attuale situazione gestionale. Poi, quando sarà il momento, si potrà riprendere a pensare in grande anche di fronte al tavolo delle trattative.

Svanite in prossimità del rush finale le possibilità di centrare alcuni record destinati a passare alla storia, la Juventus ha perso nuovamente contro la Sampdoria nell’ultimo atto del campionato. I blucerchiati hanno sconfitto la Vecchia Signora tanto all’andata quanto al ritorno, così come non le capitava di fare dalla stagione 1995/96. All’epoca i doriani si imposero a Genova per 2-0 (doppietta di Enrico Chiesa, 10 dicembre 1995), per poi ripetere l’impresa a Torino quattro mesi dopo (13 aprile 1996, 3-0 per effetto dei goals del solito Chiesa, di Balleri e Seedorf).

Quella gara giocata al vecchio “Delle Alpi” aveva sancito la fine delle speranze bianconere di poter raggiungere in classifica il Milan di Fabio Capello, ormai prossimo a conquistare il tricolore. Umberto Agnelli, padre dell’attuale presidente juventino Andrea, aveva abbandonato la stadio rilasciando una dichiarazione in cui si potevano chiaramente intravedere sia una sensazione di amarezza per il risultato appena conseguito che di speranza per la vicina semifinale di ritorno della Champions League: “Lo scudetto è perso? Credo proprio di sì. Non mi è sembrato che la squadra meritasse una sconfitta così pesante. Siamo stati anche sfortunati, ma a Nantes non lo saremo”.

Dello stesso tenore furono le parole pronunciate da Marcello Lippi, il tecnico di Madama: “Se mercoledì a Nantes ci andrà bene avremo un mese per correggere gli sbagli, per arrivare alla finale di Champions League senza sbavature”. La finale del massimo trofeo continentale, proprio il punto di arrivo delle speranze di Antonio Conte, attuale allenatore dei bianconeri. A lui era capitato di essere presente in entrambe le gare giocate contro i blucerchiati, che terminò – curiosamente - nello stesso minuto, al 18’ della ripresa.

In mezzo al campo la Juventus schierava anche Didier Deschamps, che in quel pomeriggio di aprile si era tolto qualche sassolino dalle scarpette chiodate: “Io sono un centrocampista e mi auguro che l'esperimento di schierarmi come difensore centrale non si verifichi più . Già a Nantes voglio riprendere il mio ruolo". Pure Gianluca Vialli, capitano e leader carismatico di una formazione piena di campioni, non si era tirato indietro di fronte a domande delicate sul suo futuro personale: “L'Avvocato dice che dipende da me? Per certe cose serve la reciprocità di intenti. Appena ci saranno novità lo comunicherò, sapete che la sincerità non mi ha mai difettato”.

La Vecchia Signora a Nantes subì una sconfitta per 3-2, ma riuscì comunque ad andare in finale per poi vincere la Champions League contro l’Ajax. Successivamente cambiò abito, salutando alcuni eroi di quell’impresa nell’intento di acquistarne altri per continuare a recitare un ruolo di protagonista ai massimi livelli.
Cedere per poi acquistare. Era il motto di allora, e continua ad essere di attualità anche al giorno d’oggi.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

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giovedì 24 gennaio 2013

La Juve e il tabù della Lazio

 
Accolto con rammarico lo sfortunato pareggio racimolato nella gara di andata delle semifinali di Coppa Italia, Antonio Conte ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa: “La Lazio è una grande squadra, ma in campionato e questa volta è stata anche molto fortunata”. Dal 1995 ad oggi le due formazioni hanno incrociato le loro strade nella coppa nazionale in altre cinque occasioni. Soltanto nella prima di queste Madama è riuscita a passare il turno, mentre nelle altre quattro è stata eliminata o comunque sconfitta dai rivali: nei quarti di finale (2000), in semifinale (1998 e 2009) e nella doppia finale del 2004.
 
Considerando il successo dei biancazzurri nella Supercoppa Italiana del 1998 e lo scudetto conquistato in rimonta nel 2000 a scapito dei bianconeri, a questo punto ci sono più elementi validi che porterebbero a definire la Lazio come una vera e propria bestia nera della Juventus. La partita appena disputata rievoca alla Vecchia Signora il ricordo di un'altra gara del suo passato, giocata contro lo stesso avversario ma dal risultato finale diverso. Si tratta di un match di serie A svoltosi a Torino, al vecchio stadio “Delle Alpi”, il 7 maggio del 1995. Dopo aver schiacciato la Lazio nella propria metà campo per lunghi tratti dell'incontro, Madama era stata successivamente punita per ben tre volte: Di Matteo, Boksic e Venturin consentirono agli ospiti di ottenere una vittoria che aveva il sapore dell'incredibile.
 
A fine gara Gianluca Vialli non riusciva a darsi una spiegazione di quanto accaduto sul terreno di gioco: “Se non l'avessi giocata, questa partita, non riuscirei a credere che sia finita così”. Passando dal fioretto alla sciabola, furono certamente più incisive le polemiche sorte tra Umberto Agnelli e Zeman: all'osservazione maliziosa del primo (“Ma non era Zeman che ci chiamava fortunati?”), fece poi seguito la risposta piccata del secondo (“Sono contento che anche Agnelli si renda conto che non è solo una questione di palle: serve anche la fortuna...”). L'incontro successivo di quel campionato avrebbe poi portato Madama a esibirsi al “Luigi Ferraris” di Genova contro i rossoblù, curiosamente gli stessi avversari dei bianconeri nell'anticipo serale previsto per sabato prossimo a Torino.
 
All'ora dell'aperitivo, invece, la Lazio affronterà il Chievo. A questo proposito Conte si è lasciato andare ad un altro sfogo verbale nella pancia dello “Juventus Stadium”: “È la seconda volta che noi giochiamo a quell’ora, e la Lazio alle 18.00, e tutte e due abbiamo poi la Coppa Italia, in settimana. Io lo chiedo, ma nessuno mi risponde”. Prima della ripresa della serie A il mondo bianconero ha avuto modo di celebrare due eventi importanti che lo riguardano: il decennale della scomparsa di Gianni Agnelli (24 gennaio) ed il rinnovo contrattuale di Gianluigi Buffon.
 
Stuzzicato su alcuni temi di attualità, nel luglio del 2001 l'Avvocato – durante un viaggio di cortesia in Russia per salutare l'amico Juan Antonio Samaranch, prossimo a lasciare la presidenza del CIO – aveva risposto ai cronisti presenti sul posto parlando a ruota libera di calcio: “Zidane? Ci mancherà, non c'è ombra di dubbio, ma se dopo cinque anni, anche per fare piacere alla moglie, che è lecito, uno vuole cambiare... non mi piace trattenere chi se ne vuole andare. La Roma? Non credo vincerà uno scudetto sino al 2012. Il ciclo della Lazio, d'altronde, è durato 2-3 anni”. Zeman, oggi allenatore dei giallorossi, non ha avuto il tempo necessario a disposizione per smentire a posteriori la tesi sostenuta dall'Avvocato. Come detto in precedenza eravamo nel 2001, due settimane prima di quell'intervista Gianluigi Buffon si era trasferito dal Parma alla Juventus.
 
Ora che ha appena allungato il suo matrimonio con la Vecchia Signora (fino a giugno del 2015) il portiere della nazionale si è lasciato andare ad una confessione riguardo il suo passato: “Quando arrivai alla Juve la mia prima preoccupazione era capire se ero adeguato a questo livello”. Ripensando è tutto quello che è accaduto in questi anni le sue parole riescono a strappare un sorriso.
 
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lunedì 23 luglio 2012

Paolo Mantovani e la Sampd'oro


Dedicato alla memoria di mio nonno Osvaldo. Uno dei primi sampdoriani d'Italia.

Con la conquista dello scudetto da parte del Verona di Osvaldo Bagnoli ci si aspettava che le sorprese della stagione calcistica 1984/85 fossero ormai finite. All'appello, però, mancava ancora la doppia finale di coppa Italia, che avrebbe opposto la giovane Sampdoria di Eugenio Bersellini (società nata il 1° agosto 1946) al più blasonato Milan guidato dal veterano Nils Liedholm.

Nella gara di andata, disputata il 30 giugno 1985, i blucerchiati erano riusciti a sbancare "San Siro" vincendo per 1-0 grazie alla rete messa a segno dallo scozzese Graeme Souness, uno che di successi se ne intendeva: con la maglia del Liverpool, in precedenza, aveva fatto incetta di trofei, tra i quali spiccavano cinque scudetti e tre Coppe dei Campioni.

In previsione del match di ritorno i liguri avrebbero dovuto ovviare alle assenze dell'inglese Trevor Francis (uno dei pupilli del presidente Paolo Mantovani, nonché capocannoniere della manifestazione con nove reti all'attivo) e Roberto Galia. Per sostituire quest'ultimo la scelta era caduta su Renica (difensore ormai prossimo al trasferimento al Napoli), mentre sul fronte offensivo era stato deciso di puntare su Roberto Mancini come spalla del confermatissimo Gianluca Vialli.

Per il talentuoso calciatore originario di Jesi si trattava di un'importante occasione da sfruttare per mettersi in vetrina e guadagnare una conferma per l'anno venturo: "Questa Sampdoria può decollare e non accetterei di essere ceduto in prestito perché sarebbe segno di sfiducia da parte di chi mi 'affitta'. Sono disposto a lottare, con gli altri tre, per una maglia da titolare. Lo dirò al presidente Mantovani".

Conservata l'imbattibilità sino all'ultimo atto del torneo, ai padroni di casa per conquistare il primo trofeo della propria storia non restava altro da fare se non mantenere il vantaggio maturato nell'incontro precedente. Invece di mostrare un atteggiamento attendista, però, la Sampdoria aveva preferito imporre alla gara un ritmo altissimo, costringendo l'avversario sulla difensiva. Il gol del vantaggio, arrivato al 41' grazie ad un penalty concesso dall'arbitro Agnolin per un contatto tra Battistini e Vialli, era stato realizzato proprio da Mancini.

Al 61' era spettato a Vialli il compito di chiudere definitivamente i giochi, eludendo il controllo di due rossoneri all'interno della loro area di rigore per poi trafiggere Terraneo. A nulla era valsa la successiva rete di Virdis: la Sampdoria si aggiudicava meritatamente la Coppa Italia, diventando così la terza società ligure ad entrare nell’albo d’oro del trofeo dopo Vado (1922) e Genoa (1937). Bersellini, dal canto suo, aveva eguagliato lo stesso Liedholm e Nereo Rocco nella speciale classifica degli allenatori più titolati del torneo (tre per ognuno di loro), riuscendo oltretutto a farsi perdonare la retrocessione nella serie cadetta relativa al campionato 1976/77.

Nel giro di poche stagioni (prese in mano le redini del club nel mese di giugno del 1979) Paolo Mantovani era riuscito quindi a trasformare la Sampdoria in Sampd'oro: dai gemelli del gol blucerchiati (Vialli e Mancini, appunto) al trionfo in Coppa delle Coppe (1990), passando per la conquista di uno scudetto (1990/91) ed una Supercoppa Italiana (1991) sino ad arrivare alla finalissima di Coppa dei Campioni mancata d'un soffio a Londra contro il Barcellona di Johan Cruijff (1992), la lungimirante programmazione dell’imprenditore romano aveva - quindi - prodotto i risultati sperati.

Il totale delle coppe Italia vinte salirà poi a quattro, l'ultima delle quali (1994) conquistata con lo svedese Sven-Göran Eriksson in panchina ed Enrico Mantovani, il figlio, al timone del club. Lui era mancato il 14 ottobre 1993, lasciando in eredità una gestione societaria difficilmente ripetibile, tanto per i fatti attinenti al campo di gioco quanto per quelli esterni al rettangolo verde.

Dopo l'addio di Bersellini e prima dell'arrivo di Eriksson la guida blucerchiata era stata affidata a Vujadin Boskov, un maestro di calcio al quale sono legati i più grandi successi blucerchiati.
"L'unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria", amava ripetere Paolo Mantovani. La bontà del suo lavoro aveva confermato quelle parole.

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martedì 10 luglio 2012

Deschamps, un "capitano" vincente per la Francia


"Diventare ct della nazionale di calcio francese, era scritto nel più profondo del mio cuore''. E ancora: "Se non riuscirò a portare la Francia ai Mondiali, lascerò il mio posto". Parole e musica di Didier Deschamps, "Didì" per quei tifosi juventini che lo hanno potuto ammirare nel quinquennio della sua permanenza sotto la Mole dal 1994 al 1999.

All'epoca dell'approdo a Torino era un campione già affermato, ma ancora affamato di vittorie. Proveniva dall'Olympique Marsiglia, dove aveva alzato la Champions League battendo il Milan di Fabio Capello, uno squadrone che in Italia dettava legge da anni. A prima vista, data la corporatura minuta, faceva tenerezza; in campo (e negli spogliatoi), invece, mostrava la sua vera natura: quella di un "piccolo gigante".

All'interno del rettangolo di gioco si piazzava davanti alla difesa, per smaltire il traffico e dirigere le operazioni. La migliore descrizione delle sue caratteristiche l'aveva fornita proprio lui all'alba dell'esperienza bianconera come calciatore: "Non mi piace barare. Allora: non sono un fuoriclasse e neppure il giocatore che fa la differenza. Ma a centrocampo garantisco quantità e qualità. Uno di quelli di cui in genere si dice che non si fa notare, ma se c'è si sente".

Fece incetta di trofei, conquistando il mondo, oltre l'Europa, con la maglia juventina addosso. Marcello Lippi lo vedeva come un allenatore in campo. Assieme a Gianluca Vialli (il leader riconosciuto del primo gruppo a disposizione del tecnico viareggino) lo coccolarono ai tempi in cui - infortunato - era stato acquistato da Madama ma ancora non era riuscito a dimostrare il suo valore. A dimostrazione di un carattere che certo non gli manca aveva poi discusso animatamente tanto con il primo ("È vero, io e l'allenatore abbiamo litigato, ma non ci siamo presi a botte. Solo che non doveva mettermi in panchina senza dirmelo: l'ho saputo da altri, così non si fa") quanto con il secondo ("Ho sbagliato a scegliere il Chelsea: il calcio inglese non fa per me. E, poi, Gianluca è cambiato: non è più l' uomo che conoscevo"). Dopo Francia, Italia e Inghilterra aveva chiuso col calcio giocato in Spagna, al Valencia.

Come allenatore ha percorso la stessa strada intrapresa da calciatore: quella della vittoria. Conclusa l'esperienza al Monaco (dove aveva compiuto un mezzo miracolo sfiorando la Champions League nel 2004, perdendola nella finalissima contro il Porto di José Mourinho) ha guidato la Juventus al ritorno in serie A dopo il terremoto di Calciopoli. L'aveva lasciata (con tanto di rimpianti) per divergenze con l'allora gruppo dirigenziale capitanato da Jean Claude Blanc quando mancavano due giornate al termine del campionato cadetto, per poi fare ritorno a Marsiglia. Lì, tanto per cambiare, ha conquistato sei trofei in tre stagioni.

Adesso l'aspetta l'avventura alla guida della nazionale del suo paese, proprio lui che aveva alzato - da capitano - la coppa del Mondo il 12 luglio 1998, a Parigi. Due anni dopo, per la cronaca e la storia, era arrivato il turno dell'Europeo. Faceva parte di un gruppo di giocatori straordinari, dove tra gli elementi di spicco figurava il compagno di squadra - anche in bianconero - Zinedine Zidane.

Con la maglia dei Bleus ha accumulato 103 presenze, la prima delle quali avvenne grazie alla convocazione di Michel Platini, altra leggenda del calcio francese. Dopo l'ultima apparizione non riservò parole al miele per l'attuale presidente dell'UEFA: "Non capisco come mai Platini continui a sostenere che non sono un grande calciatore. Affari suoi, comunque".

All'inizio della carriera da allenatore gli erano sfuggiti, in un colpo solo, tanto il Chelsea di Abramovich quanto la Juventus del dopo Lippi (bis), così come era capitato con la stessa Francia, negli istanti in cui la sua Federazione era dubbiosa se rinnovare o meno il mandato a Raymond Domenech (2008). Il 15 agosto, in occasione dell'amichevole programmata contro l'Uruguay, potrà cominciare quel cammino che ha sempre desiderato.

Le prime parole da lui pronunciate, oltre a quelle citate in precedenza, sono state: "I giocatori non hanno più diritto all'errore".
Ripensando alla sua carriera, è facile immaginare che non stia scherzando.

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giovedì 20 ottobre 2011

Andrea Fortunato ed il suo goal segnato a Roma...

Accadde allo stadio "Olimpico" di Roma, il 12 dicembre 1993: con un violento sinistro scagliato a pochi metri di distanza dalla porta laziale difesa da Luca Marchegiani, Andrea Fortunato mise a segno il suo primo e unico goal con la maglia della Juventus.
La Vecchia Signora, a digiuno di scudetti ormai da sette stagioni, in quella quindicesima giornata di campionato si presentò nella capitale falcidiata nella propria rosa dalla contemporanea assenza di più elementi importanti nello scacchiere tattico di Giovanni Trapattoni.

Nonostante ciò i torinesi iniziarono la gara col piede giusto: ben sistemati sul campo e pronti a bloccare con tempestività i rifornimenti a Signori e Boksic (il duo d’attacco dei padroni di casa), non si lasciarono sfuggire le occasioni di riproporsi velocemente in fase di contropiede guidati dall’intraprendenza di Antonio Conte, il più abile tra i presenti nel trasformare le azioni juventine da difensive ad offensive.

Il centrocampista bianconero, dirimpettaio del laziale Di Matteo sulla linea mediana, si alternò con Dino Baggio nella custodia del talentuoso e bizzoso Paul Gascoigne, al rientro sui terreni di gioco dopo un’assenza forzata durata quasi due mesi a causa di un infortunio derivante da una tendinite alla gamba sinistra.

Terminata in parità la prima frazione di gioco, nella ripresa l’autorete dello juventino Kohler spezzò l’equilibrio dell’incontro per qualche minuto. Giusto il tempo necessario a Madama per conquistare una punizione in prossimità dell’area di rigore avversaria: l’altro Baggio, Roberto, centrò in pieno la traversa; il pallone s’impennò verso l'alto, salvo poi ricadere a pochi passi di distanza dalla porta avversaria, dove Kohler (ancora lui) lo porse di testa all’indisturbato Fortunato pronto a dirottarlo con forza in rete.

Nessuno, all’epoca dei fatti, avrebbe mai potuto immaginare che a quel ragazzo la vita non avrebbe concesso molte altre opportunità di poter vivere simili momenti di gioia. La sua corsa piena di felicità nel prato verde dello stadio "Olimpico", con i capelli al vento ed il dito indice della mano sinistra alzato in segno di gioia, è rimasta impressa nella testa e nel cuore di milioni di tifosi della Vecchia Signora, che ancora oggi lo ricordano con affetto.

Di tutti gli avversari che aveva affrontato lungo le sue scorribande sulla fascia, ne trovò uno insuperabile: una forma di leucemia acuta linfoide che ne minò il fisico sino a renderlo talmente debole da non disporre più delle forze necessarie per poter lottare per la sopravvivenza.

Pochi giorni prima della morte confessò in una toccante intervista le emozioni provate nell’uscire dall’ospedale di Perugia dopo il secondo trapianto subito dall’inizio della sua lotta contro la malattia (allorquando gli vennero infuse le cellule sane del midollo del padre): "Non immaginavo quanto potesse essere meravigliosa anche una semplice passeggiata".

Il pensiero correva alle sfumature di una vita ormai stravolta: "Capisci che l’amicizia è la prima cosa; io, per esempio, ho un fratello in più, Fabrizio Ravanelli. È stato incredibile, mi ha messo a disposizione una parte della sua vita, non solo la sua famiglia e la sua casa di Perugia; non si può descrivere con le parole. Il giorno più bello, in questi mesi di malattia, l’ho vissuto quando lui ha segnato 5 goal al Cska, in Coppa; quella sera ho capito davvero che cosa è la felicità; ed è stato altrettanto bello, vedere Fabrizio esordire in Nazionale, proprio a Salerno, la mia città".

Ravanelli, che in quella domenica di dicembre del 1993 si ritrovò solo al centro dell’attacco bianconero (Gianluca Vialli era infortunato, e caso vuole che qualche mese prima proprio allo stadio "Olimpico" si fece male nella gara contro la Roma) non riuscì a portare la Juventus alla vittoria sulla Lazio: Madama, infatti, affondò sotto i colpi di Boksic e Gascoigne.

L’appuntamento per lo scudetto slittò di una stagione: in quella successiva arrivò a Torino il tricolore numero ventitré. Il 25 aprile 1995, poco tempo prima della certezza matematica del successo finale, Fortunato partì per un viaggio dal quale non avrebbe mai fatto ritorno. Il sabato seguente, nella difficile trasferta di Firenze, Ravanelli e Vialli con le loro reti furono tra i principali protagonisti del trionfo bianconero contro gli eterni rivali viola, conclusosi col risultato di 4-1 per gli uomini di Marcello Lippi.

Vialli, il capitano alla guida di un gruppo che aveva perso uno dei suoi giocatori più promettenti, durante la cerimonia funebre lesse un ultimo saluto al giovane terzino "a nome di tutta la squadra", concluso con un pensiero commovente: "Onore a te, fratello Andrea Fortunato".
Sarebbe stata dura per chiunque scegliere parole migliori di quelle.

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venerdì 12 agosto 2011

La Juventus degli Agnelli riparte da Villar Perosa


"Ha visto la nuova Juventus per la prima volta. Che giudizio può darne? E Del Piero? Può essere l’erede di Baggio, che lei paragonò a Raffaello?". Sino a questo punto, nulla di particolare: la domanda che l’intervistatore pose all’Avvocato Agnelli nel lontano 10 agosto 1995 era del tutto simile ad altre migliaia alle quali aveva già risposto in precedenza. Fu la sua replica a passare alla storia del calcio: "Eh, Del Piero: è come il Pinturicchio".
La tradizionale amichevole in famiglia disputata dalla Juventus a Villar Perosa continuò a far parte della storia bianconera proprio per volontà dello stesso Avvocato, nonostante la Triade (così venne denominata la dirigenza scelta dal fratello Umberto per guidare la Vecchia Signora) avesse mostrato l’intenzione di cancellarla dall’elenco delle gare da programmare per l’estate.
Quello fu il giorno nel quale l’Avvocato ammise candidamente ai cronisti il passaggio di Michael Schumacher alla Ferrari ("Penso sia già preso"), per poi divertirsi a scherzare in pubblico con Marcello Lippi, l’allenatore che era riuscito nell’intento di guidare Madama al successo in campionato (al suo primo tentativo) dopo molte stagioni di digiuno. Indicando il petto, gli disse: "Mi ha fatto molto piacere rivedere lo scudetto, grazie". Proseguì, usando un tono volutamente ironico, svelandogli un dubbio che lo aveva assalito: "Senta, Lippi: quando era arrivato alla Juventus, Vialli era grasso come un tacchino, tutto gonfio. Adesso è magro, bello, corre e segna. Come avete fatto?".

Una decina d’anni dopo la località piemontese abbracciò l’ultima creatura che concluse quello straordinario ciclo di conquiste: era il 17 agosto 2005, le luci della ribalta andarono tutte su Luciano Moggi, direttore generale al comando di una truppa che a fine campionato collezionò la bellezza di 91 punti, (stra)vincendo il ventinovesimo tricolore della propria storia.
Nell’occasione si lasciò scappare qualche confessione di mercato (l’accordo siglato con Balzaretti e l’arrivo di Abbiati - via Milan - come rimborso dei rossoneri per l’infortunio alla spalla occorso a Buffon durante il trofeo "L. Berlusconi") per poi tirare una stilettata ai cugini granata: "La città di Torino non può sostenere due squadre: basta vedere quanta gente va allo stadio. Comunque l’immagine del Toro è grande". Un goal realizzato dal giovane Zammuto permise ai ragazzini della Primavera di battere i più famosi (e celebrati) campioni della prima squadra.
A distanza di pochi giorni (il 27 agosto) proprio a Villar Perosa Andrea Agnelli si unì in matrimonio con Emma Winter, alla presenza della piccola Baya, la loro bambina venuta al mondo da appena tre mesi.

Dopo lo scoppio del terremoto calcistico avvenuto nella primavera del 2006 Madama disputò il 16 agosto una partita contro il Piacenza nel consueto vernissage estivo. Non mancò neanche quella volta il bagno di folla dei giocatori bianconeri in mezzo a quei tifosi che non li avevano mai (mai) abbandonati. Nel corso della gara si udì un sostenitore riprendere un altro con queste parole: "Non applaudire l’arbitro, se ti beccano ci mandano in C".
I fratelli Elkann (John e Lapo) arrivarono al campo a bordo di un’Alfa Gta con tanto di cuore bianconero sulla carrozzeria. Una volta scesi dal mezzo, toccò a Lapo lanciare il grido di battaglia: "I campioni che hanno deciso di rimanere? Samurai. Penso che la fedeltà sia la parte più importante e in un momento come questo la dimostrazione di lealtà rende questi giocatori dei samurai". A ruota, lo seguì John: "Ricominciamo dal carattere, è la nostra arma principale".

E così, mentre la squadra pareggiava 0-0 con gli ospiti ed il presidente onorario Franzo Grande Stevens si preoccupava di tranquillizzare gli amanti della Vecchia Signora ("Come si è visto in questi giorni la nostra è una squadra molto competitiva. Abbiamo vinto il trofeo Moretti e abbiamo battuto anche l’Inter"), il presidente Cobolli Gigli mostrava ancora qualche certezza sulla possibilità di evitare la discesa nell’inferno della serie B ("Siamo convinti di avere ragione a chiederlo, sarebbe una scelta di equità e giustizia").
Il successivo 31 agosto il consiglio di amministrazione della Juventus decise di ritirare il ricorso presentato al Tar del Lazio.

Riconquistata la serie maggiore, il 22 agosto 2007 Madama tornò nuovamente a Villar Perosa per giocare l’amichevole contro la Biellese (vinta 4-0). John Elkann stavolta scelse una Cinquecento come mezzo per presentarsi all’appuntamento, indossando la maglia bianconera numero 10: "Me l’hanno regalata. Non prenderò il posto di Del Piero. Siamo tornati dove ci compete, abbiamo la potenzialità per vincere".
A discutere del resto, a raccontare sogni che divennero ben presto progetti, pensò Jean Claude Blanc: "Noi vogliamo diventare un modello per tutti, a ogni livello. Vogliamo raggiungere il massimo nella gestione, nell’organizzazione, nell’informazione, essere un esempio con i nostri tifosi, con le nostre strategie commerciali, con i metodi di allenamento, con tutto".

Sei reti del giovane Pasquato, in forza (temporaneamente) alla prima squadra, aiutarono la formazione di Claudio Ranieri (fresca vincitrice della gara d’andata del preliminare di Champions League contro l’Artmedia Bratislava) a sconfiggere i ragazzi della Primavera (col risultato finale di 8-0) nell’appuntamento previsto per il 23 agosto del 2008.
Ancora Blanc, a distanza di un campionato: "Questa è una Juventus con grandi campioni e tanti giovani ed è esattamente il progetto sul quale stiamo lavorando da due anni". Dalla parte dei "grandi" giocò Giuseppe Giovinco, il fratello del già conosciuto Sebastian, mentre insieme ai ragazzi allenati da Maddaloni fece la sua comparsa Filippo Boniperti, nipote di Giampiero.

La Vecchia Signora in versione "brasiliana" guidata da Ciro Ferrara realizzò tre reti nella partitella in famiglia dell’11 agosto 2009, nel bel mezzo di un’estate trascorsa all'insegna della speranza per i tifosi juventini di aver ridotto ulteriormente il "gap" che separava Madama dall’Inter. Nel merito, ad una domanda rivoltagli dai giornalisti John Elkann rispose: "Parlatene con la Lazio" (i biancazzurri avevano appena sconfitto i nerazzurri nella finale di Supercoppa italiana disputata a Pechino).

Niente di eclatante, soprattutto se paragonato a quanto disse a proposito del club nerazzurro a distanza di un anno (il 24 agosto 2010), pochi mesi dopo la nomina di Andrea Agnelli come Presidente della società: "Non hanno mai saputo perdere, ma soprattutto non hanno ancora imparato a vincere". Rincarò la dose il cugino: "Moratti dovrebbe imparare a gioire dei suoi successi, le sue parole sono state assolutamente inutili". Il patron interista, che i giorni precedenti si era lasciato scappare una frase che aveva irritato i massimi vertici bianconeri ("Meglio essere multietnici che comprare le partite"), una volta ascoltato le parole provenienti da Villar Perosa si mostrò meravigliato dal tono e dalla durezza di quelle risposte, sostenendo di non aver mai citato la Juventus.
Mentre Libertazzi segnava due delle cinque reti con le quali la squadra di Del Neri sconfiggeva i giovani di Bucaro, il neoacquisto Krasic aveva raggiunto i nuovi compagni pagando di tasca propria un volo privato. Nel corso della festa in famiglia, intanto, si era sparsa la voce di un possibile acquisto del friulano Di Natale.

Il resto è storia recente, che non va in prescrizione: come il palmarès, il desiderio di ottenere finalmente giustizia, di tornare a vincere, di riabbracciare gli ultimi due scudetti conquistati sul campo, come il piacere di riprovare la sensazione di sentirsi guidati da chi ha veramente a cuore le sorti della Juventus.
Quella di non spezzare definitivamente il legame che unisce la Vecchia Signora a Villar Perosa rappresentò, da parte dell’Avvocato, una scelta condivisibile, anche alla luce del fatto che oggi rimane ancora un esponente di quella dinastia alla guida del club: Andrea, l’attuale Presidente, così come chiede di essere chiamato dai tifosi bianconeri.
Piaccia o non piaccia, per gli avversari resta, semplicemente, un Agnelli.

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martedì 17 maggio 2011

Adesso si cambia di nuovo, alla ricerca della vecchia Juve



Adesso è quasi certo: la Vecchia Signora nella prossima stagione non giocherà in Europa. Neanche in quella minore, la famosa Europa League diventata lo scorso anno l’obiettivo principale della società nel momento stesso in cui le erano scivolati via dalle mani tutti gli altri.
Ora non le resta che una flebile speranza, legata al verificarsi di una sua vittoria nella prossima partita contro il Napoli unita ad un contemporaneo successo della Sampdoria a Roma contro i giallorossi. Ad oggi, capire quale dei due eventi abbia la maggiore possibilità di verificarsi è realmente difficile. Proprio nel giorno in cui Madama si è lasciata sfuggire l’ultimo treno per dare un significato a questa stagione (e mentre a Catania la squadra di Montella perdeva…), i liguri allenati lo scorso campionato da Luigi Del Neri retrocedevano matematicamente in serie B dopo essere stati superati in casa dal Palermo.

Tralasciando le sconfitte a tavolino, l’ultima volta nella quale la Juventus fallì l’obiettivo minimo di guadagnare l’accesso ad una manifestazione europea capitò nel 1991, vent’anni fa. Proprio allo stadio “Luigi Ferraris” le reti realizzate da Branco e Skuhravy impedirono ai bianconeri la possibilità di raggiungere la qualificazione alla coppa UEFA, a favore di Parma e Torino che – dal canto loro - pareggiarono 0-0 le gare che le vedevano come protagoniste. Era il 26 maggio, si trattava della domenica in cui Enrico Ameri fece la sua ultima radiocronaca raccontando agli ascoltatori il successo del Genoa, la squadra del cuore, sulla Vecchia Signora.

Una settimana prima la Sampdoria di Vialli e Mancini si era aggiudicata lo scudetto su quello stesso terreno di gioco battendo il Lecce con il risultato di 3-0, condannandolo così alla discesa nella serie cadetta. Caso vuole che gli stessi salentini, vincendo domenica scorsa il derby contro il Bari, sono riusciti adesso a salvarsi e a rimanere in serie A proprio a scapito dei blucerchiati.

Le parole che Stefano Tacconi pronunciò a suo tempo nell’immediato dopo gara contro i grifoni sono simili a quelle espresse nelle dichiarazioni rese dai giocatori bianconeri più volte nel corso di questa stagione: “Il sorriso bisogna meritarselo. Oggi tocca al Genoa e a chi ha finito il campionato davanti a noi. E’ inutile rimpiangere ora le occasioni sciupate. Anche il rigore non segnato a Firenze potrebbe essere un alibi, ma sarebbe assurdo legarsi ad episodi. Anche perché perfino a Genova un pari ci sarebbe bastato, visti i risultati di Parma e Torino. Ma abbiamo sbagliato tutto. Il secondo gol ci ha tagliato le gambe, è stata la sintesi di una stagione storta. Per strada abbiamo perso troppi punti e siamo arrivati al finale che non ci aspettavamo”.

In tribuna a Marassi, seduto con un amico, Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico, quel pomeriggio osservava sconsolato la prestazione della Vecchia Signora. Quando l’incontro stava volgendo al termine, domandò alla persona accanto a lui: “Ma questa è la Juve o l’Ascoli?”.
A distanza di tanti anni, con ogni probabilità potrà ora festeggiare da ex giocatore dell’Udinese il raggiungimento del quarto posto nella classifica finale dei friulani. Un solo punto li separa, infatti, dall’ottenere il pass per l’Europa che conta, quello che all’inizio di questa stagione era l’obiettivo della squadra bianconera italiana per antonomasia: la Juventus.

Nel caso ipotetico (e utopistico) in cui la formazione allenata da Guidolin dovesse perdere contro il Milan e gli uomini di Del Neri subire l’undicesima sconfitta contro il Napoli, ecco che la distanza in classifica tra la Vecchia Signora ed il club rossonero vincitore dello scudetto raggiungerebbe i ventisette punti. Si tratterebbe dello stesso margine accumulato nello scorso (disastroso) campionato nei confronti dei nerazzurri allora guidati da Mourinho, con la sola differenza che all’epoca il settimo posto consentì alla Juventus di entrare in Europa League attraverso i preliminari, mentre adesso non basta più.

Con il campionato che si appresta a vivere i suoi ultimi novanta minuti il pensiero del popolo juventino è rivolto alla prossima stagione, quella nella quale Madama cambierà nuovamente abito e sarto alla disperata ricerca di se stessa. L’intelaiatura della squadra costruita qualche mese fa si è rivelata troppo fragile: ora è chiaro come non sarebbe sufficiente inserirvi due o tre elementi di spessore per renderla vincente. L’incidenza positiva delle scelte operate da Allegri nel Milan fresco campione d’Italia hanno evidenziato una volta di più l’importanza di una guida valida cui affidare una rosa di calciatori che per raggiungere determinati obiettivi deve necessariamente essere competitiva.
Anche perché è ovvio che senza giocatori di livello non si va da nessuna parte: sono loro che fisicamente entrano in campo e decidono le sorti delle gare. Spesso, anche quelle di un tecnico.

Come già evidenziato in passato, Massimo Giletti (conduttore televisivo e noto tifoso juventino) scrisse sulle pagine della "Gazzetta sportiva" dello scorso 20 giugno 2010 un aneddoto importante in merito: "Pochi giorni fa Pavel Nedved mi confidò che quando segnò il gol del pareggio in una partita importante pochi compagni lo abbracciarono. In quel momento capì che la squadra giocava contro l’allenatore. Così finì la storia juventina di Claudio Ranieri".

Quando Madama era realmente una Vecchia Signora, difficilmente si verificavano episodi simili. E a chi afferma che Buffon "E’ circa un anno e mezzo che non sta giocando" verrebbe spontaneo chiedere, piuttosto, dove sia finita la Juventus, visto che sono cinque anni che è letteralmente scomparsa dal panorama nazionale.
Adesso, anche da quello internazionale.
Sarebbe in grado di rispondere con la stessa franchezza?

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 14 maggio 2011

La doppietta di Ravanelli nella rimonta scudetto a Parma



"Scrivetelo pure e sotto ci metto la firma: a me nessuno ha regalato niente, ringrazio il Signore, ma qui ci sono arrivato solo col sudore". Con queste parole Fabrizio Ravanelli concluse un pomeriggio da leoni, quello che lui e la sua Juventus vissero allo stadio "Ennio Tardini" di Parma l’8 gennaio 1995.
Nel corso della quindicesima giornata del campionato di serie A una Vecchia Signora incerottata e malconcia andò a fare visita ai ducali allenati da Nevio Scala. In palio, oltre ai tre punti, c’era pure il primato in classifica, quando ancora mancavano tre gare alla conclusione del girone d'andata.

Priva del talento di Roberto Baggio e dei muscoli di Jürgen Kohler, Madama rischiò seriamente di dover fare a meno anche del carisma di Gianluca Vialli: a causa di uno scontro involontario col compagno di squadra Torricelli, avvenuto durante l’ultimo allenamento, si era infatti procurato un lieve trauma distorsivo al ginocchio sinistro. Alla fine strinse i denti e partì col resto del gruppo, pur di non mancare all’appuntamento con la delicata trasferta. Lippi poté quindi proporre l’ormai abituale tridente offensivo, con Del Piero sempre più a proprio agio nel ruolo di sostituto del Divin Codino, lasciando a Fusi e a Ferrara il compito di guidare il reparto difensivo e a Paulo Sousa quello di dirigere il traffico nel centrocampo, aiutato - nel compito - da Alessio Tacchinardi. Antonio Conte completava la linea mediana bianconera.
Proprio nel cuore del rettangolo di gioco, laddove si vincono le partite, il Parma perse l’incontro prima ancora che lo stesso avesse avuto inizio: Scala rinunciò inspiegabilmente a Gabriele Pin, uomo d’ordine in mezzo ad una selva di corridori, lasciando che Crippa e Dino Baggio si alternassero nel sostituirlo in quelle che abitualmente erano le sue mansioni, con Minotti e Sensini pronti ad aggiungersi ai due compagni in fase di interdizione. Il suicidio tattico venne completato con la decisione di passare alla difesa con cinque giocatori, abbandonando il classico 3-5-2 e schierando al cospetto della Juventus un tridente offensivo composto da Zola, Branca e Asprilla. A quest’ultimo ordinò di iniziare largo a destra, qualche metro più avanti rispetto alla zona dove operavano i centrocampisti gialloblù. Il tecnico dei padroni di casa, quindi, aveva optato per la scelta di affrontare la Vecchia Signora utilizzando le sue stesse armi, snaturando - così - le caratteristiche della propria squadra.
Madama aveva ormai assimilato la mentalità di Marcello Lippi, giunto in estate a Torino per volontà della Triade (così era soprannominata la nuova dirigenza juventina) con il compito di dare una forte identità alla squadra indipendentemente dai giocatori schierati di volta in volta, e con l’obiettivo dichiarato di riportarla al successo nel minor tempo possibile.

In una prima frazione di gioco che non regalò molte emozioni, la Juventus aggredì subito i padroni di casa: Del Piero, Vialli e Ravanelli, in rigoroso ordine cronologico, provarono a portare in vantaggio i bianconeri con tre conclusioni nell’arco di due soli minuti.
Paulo Sousa si impadronì velocemente del centrocampo, mentre Torricelli limitò agevolmente le intenzioni di Asprilla costringendolo, con il suo dinamismo, a continui ripiegamenti difensivi. Da una sua incursione nacque il primo episodio importante della gara: così come gli era capitato in allenamento con Vialli, entrò in contatto con Bucci, venutosi a trovare solo di fronte a lui nell’area di rigore parmense. Nell’urto il portiere ebbe la peggio e fu costretto ad uscire dal campo, sostituito da Giovanni Galli.
I primi quarantacinque minuti si chiusero a reti inviolate, senza che il Parma riuscisse a creare seri pericoli a Peruzzi, fatto salvo un tentativo isolato di Branca sventato dal numero uno bianconero.
Al 12’ della ripresa il risultato si sbloccò: una combinazione tra Asprilla e Dino Baggio offrì al centrocampista della nazionale lo spazio per calciare un diagonale vincente. Passata in svantaggio Madama aggiunse alla solita mole di gioco anche la concretezza, riuscendo a pervenire al pareggio dopo soli quattro minuti in maniera insolita: un innocuo traversone di Paulo Sousa entrò direttamente nella porta dei padroni di casa dopo un contrasto tra Couto e Galli (uscito per agguantare la sfera), senza che si rendesse necessario l’intervento di Ravanelli, appostato in zona per deviare la traiettoria.
Il Parma subì il colpo, arretrando timidamente verso la propria metà campo. Lippi, nel frattempo, aveva già disegnato una Juventus d’assalto: fuori Fusi e dentro Jarni, con Torricelli spostato a destra e Carrera avvicinato a Ferrara al centro delle retroguardia. Il centrocampo, che già poteva beneficiare in fase di contenimento dei continui rientri dei tre attaccanti, potè così avvalersi delle sovrapposizioni di entrambi i laterali difensivi.
Lo stesso Torricelli, dopo aver imbrigliato Asprilla e messo la museruola a Branca, continuò a spingersi in avanti per aiutare i compagni a trovare il goal del 2-1. Da una delle sue sortite offensive nacque (al 25’) l'azione del raddoppio: il terzino consegnò un pallone sulla fascia a Vialli, abile a crossare velocemente verso Ravanelli che raccolse l’invito con un perfetto colpo di testa in tuffo, con cui anticipò l’intervento di Sensini e trafisse Galli. Una rete "alla Bettega", tanto per citare un simbolo della storia bianconera.
Due minuti dopo la punta ricambiò il favore a Vialli, offrendogli un assist in area di rigore parmense, in posizione defilata: steso da Apolloni, l’attaccante riuscì a procurarsi il calcio di rigore per il 3-1 finale. Fu lo stesso Ravanelli a calciarlo. La sostituzione di Marocchi per Paulo Sousa e la successiva espulsione (per doppia ammonizione) di Couto non modificarono l’esito della gara, ormai avviata a concludersi con una netta vittoria per la Juventus.

Nel dopo partita, davanti ai taccuini, uno sconsolato Nevio Scala ammise con onestà le sue colpe: "Penso di aver sbagliato tutto, a partire dalla formazione iniziale fino al non essere intervenuto dalla panchina per correggere la situazione in campo. Ho peccato di presunzione, sono il responsabile numero uno della sconfitta contro la Juve". Lippi, ovviamente, si mostrò soddisfatto del risultato e del gioco messo in mostra dai suoi uomini: "Una squadra è vera nel momento in cui riesce a prescindere dai campioni singoli che ne fanno parte. Se la Juve, che è già vincente pur essendo ancora in crescita, ha fatto quel che ha fatto, lo si deve all’acquisizione di una precisa personalità".
La Juventus avrebbe avuto la certezza matematica di aver conquistato il suo ventitreesimo tricolore il 21 maggio 1995, proprio nella gara del girone di ritorno contro il Parma, disputata allo stadio "Delle Alpi" di Torino e vinta col risultato di 4-0. Ravanelli fu ancora protagonista assoluto dell’incontro, segnando sia la rete d’apertura che quella di chiusura della partita. La corsa con le braccia aperte e la faccia nascosta dalla maglietta con cui festeggiava ogni sua marcatura rappresentavano alla perfezione l’immagine di una Vecchia Signora che dopo anni di insuccessi aveva finalmente ripreso a divertirsi.
E a vincere.


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mercoledì 5 gennaio 2011

La fiaba della Vecchia Signora che tornò a vincere lo scudetto

Una fiaba che si rispetti deve avere un lieto fine. E’ stato così anche per la storia dove si narrava di una bellissima Vecchia Signora del calcio italiano che da otto lunghi anni non riusciva più a trovare la via per arrivare allo scudetto. Il 21 maggio 1995, dopo una moltitudine di tentativi falliti, delusioni e illusioni, finalmente ritrovò l'amato tricolore per la ventitreesima volta nel corso dei suoi novantotto anni di vita. Accadde allo stadio "delle Alpi" di Torino, la sua nuova casa a partire dalla stagione 1990-91, quella immediatamente successiva alla disputa degli ultimi Mondiali di calcio ospitati dal nostro paese.

In quella domenica di primavera l'avversario era il Parma, la società rivale di una stagione intera, tanto in campionato quanto in coppa Italia e in coppa UEFA. E proprio pochi giorni dopo aver visto sfumare a "San Siro" la conquista del trofeo europeo per mano dei ducali (la scelta della dirigenza juventina di optare per Milano come teatro della sfida fu motivata dalla scarsa affluenza di pubblico a Torino), la Vecchia Signora si prese un'immediata rivincita, conquistando lo scudetto con due giornate di anticipo rispetto alla conclusione della competizione nazionale.
L'incontro si trasformò ben presto in una passerella degli uomini di Marcello Lippi davanti ai propri sostenitori, con Madama che riuscì finalmente a raccogliere quanto di buono seminato nel corso della stagione.
Da un Baggio all'altro: Dino, il centrocampista della Nazionale che in estate era passato dai bianconeri ai parmensi, venne surclassato - al pari dei compagni di reparto - dalla linea mediana della Vecchia Signora; Roberto, il fuoriclasse di Caldogno, si divertì in quel pomeriggio a distribuire assist ai suoi compagni (tre delle quattro reti finali furono propiziate da sue iniziative) in quella che sarebbe stata l’ultima gara da lui disputata con la maglia della Juventus.
Il moto perpetuo di Deschamps, Paulo Sousa e Di Livio spostò il baricentro del gioco nella metà campo degli ospiti, mentre Tacchinardi - nell'insolita veste di libero - provvedeva a sorvegliare la difesa. La festa bianconera iniziò con la prima rete di Ravanelli all'11': lanciato in contropiede dal Divin Codino, infilò Bucci dopo essersi liberato di Susic. Quasi allo scadere della prima frazione di gioco ancora Baggio, di tacco, porse l'invito a Didier Deschamps, che lo raccolse, segnò e chiuse i primi quarantacinque minuti sul 2-0 per la formazione juventina. Nella ripresa il numero 10 bianconero concluse il suo show dopo una ventina di minuti, ispirando Gianluca Vialli con un rasoterra che tagliava in due la difesa avversaria; l’attaccante fu abile a raccogliere in corsa il pallone quando si trovava a metà tra Couto e Minetti, a difenderlo e a trafiggere Bucci per la terza volta. L’ultima rete, quando ormai il tricolore si era già trasferito a Torino, fu opera ancora di Ravanelli: su un lancio di Paulo Sousa indirizzato verso il vertice sinistro della difesa degli ospiti si avventò Vialli, pronto a controllare la sfera e crossarla a centro area, dove il bomber perugino fu in grado di anticipare un’altra volta Minotti e appoggiare in rete di destro.

Il Milan di Fabio Capello, vincitore degli ultimi tre scudetti, lasciò così il posto ad una Juventus tornata nuovamente tra le mani di Umberto Agnelli, dopo la prima (e anche allora) fortunata esperienza nel periodo a cavallo tra gli anni cinquanta e sessanta del vecchio secolo. Dirà il Dottore, a fine gara: "Il bello della squadra è consistito nella collaborazione fra Lippi e il gruppo: tutti importanti". A chi gli domandava se avrebbe invitato i giocatori della rosa a cena,rispose: "Penso comunque di invitare quelli di cui non parlate voi: magazziniere, massaggiatore, tutti quelli che i giornalisti non conoscono e che sono stati molto importanti per la vittoria". Sull'immediato futuro di Madama: "Vogliamo mantenerci protagonisti ponendoci come traguardo il modello Ajax: una delle più grandi squadre del mondo che si crea i giocatori in casa, che persegue una politica di potenziamento del vivaio, che sa piazzare i suoi prodotti, che ha un bilancio attivo". Sulla dedica personale per la vittoria appena conquistata: "Il mio cuore corre alla memoria di Fortunato, una grande promessa, un caro ragazzo che purtroppo ci è venuto a mancare e che ricordo con profonda tristezza".
Rileggendo queste parole e ascoltando le recenti dichiarazioni di suo figlio Andrea, da pochi mesi nuovo Presidente della Juventus, è bello poter pensare che in seno alla società bianconera si sia riannodato quel filo di pura juventinità spezzatosi a causa del terremoto calcistico del 2006.

La vittoria del 21 maggio 1995 chiuse un cerchio che si era aperto con il successo bianconero sul Parma ottenuto allo stadio "Tardini" l'8 gennaio precedente (3-1): lì era iniziato lo scatto decisivo della Vecchia Signora, che non sarebbe stata più raggiunta. Allo scudetto si sarebbe aggiunta, poi, anche la coppa Italia, un altro trofeo in attesa della conquista della Champions League nella stagione successiva.
A fine gara Nevio Scala dichiarò: "Era doveroso fare i complimenti alla Juventus neo-Campione d'Italia ed allora ho chiesto ai miei giocatori di aspettare i bianconeri davanti allo spogliatoio per stringere loro la mano, Lippi in testa. Un gesto da sportivi che ci onora e che nello stesso tempo premia i nuovi campioni".
A pochi minuti dal termine dell'incontro Roberto Baggio uscì dal campo, sostituito da Del Piero.
Quella fu l’immagine che racchiuse in sé la conclusione di un'epoca calcistica, per lasciare il posto ad un'altra.
Un po' come accade nelle fiabe.

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sabato 27 novembre 2010

Juventus-Fiorentina 3-2 e la rimonta da urlo

Thomas Bertacchini

Nel “mare nostrum” dei ricordi della storia juventina la partita che Madama giocò e vinse al "Delle Alpi" di Torino contro la Fiorentina il 4 dicembre del 1994 si trova esattamente su quella linea di confine che separa il calcio dalla poesia. La cronaca dell'incontro, in casi come questi, è giusto che divida lo spazio a sua disposizione con i sentimenti che quella gara è riuscita a trasmettere ai tifosi bianconeri.

La Signorina che non vinceva uno scudetto dal lontano 1986 provava ogni anno un abito nuovo nel tentativo di ritornare ad essere la più bella di tutte. In cambio, però, otteneva soltanto qualche sorriso malizioso, piccole soddisfazioni diverse da quei complimenti che le toccavano il cuore e riempivano la sua bacheca di trofei prestigiosi. La situazione, all’alba della stagione 1994-95, era questa. Ed era troppo poco, comunque, considerando gli ingenti investimenti economici che venivano fatti per renderla sempre più attraente.

A causa delle contemporanee assenze di Roberto Baggio, Kohler, Fusi, Di Livio e Antonio Conte, in quell'ormai famoso pomeriggio di inizio dicembre Lippi fu costretto a rivoluzionare la formazione base, nella speranza di riuscire a presentare sul rettangolo di gioco una squadra comunque competitiva da contrapporre alla Fiorentina di Claudio Ranieri. Che, a sua volta, con la sola esclusione del centrocampista Di Mauro, poteva contare sulla disponibilità di tutti gli altri titolari, anche se qualcuno di loro rientrava da precedenti infortuni.
Nonostante l'aggressività mostrata in campo dai padroni di casa sin dall'inizio dell'incontro, furono i viola a realizzare due goals con Baiano e Carbone, capaci di smascherare i punti deboli di una difesa bianconera troppo preoccupata di controllare Batistuta al punto tale da dimenticarsi dei compagni che gli gravitavano intorno. A poco più di un quarto d'ora dalla fine della gara la Juventus procedeva spedita verso una sconfitta che avrebbe interrotto una serie positiva di quattro vittorie consecutive ottenute in campionato.

Dopo aver tolto Torricelli (costretto a giocare fuori ruolo) ed inserito al suo posto Tacchinardi, prelevato dal campo un Marocchi ormai esausto per aver girovagato in tutti settori della linea mediana, aumentando invece il presidio della fascia sinistra con l’ingresso in campo del croato Jarni, la Juventus ritrovò polmoni e corsa per l'assalto finale. Illuminata dalla regia di Paulo Sousa, spinta dal sostegno incessante proprio pubblico e col suo trio offensivo Vialli-Ravanelli-Del Piero pronto a perforare la difesa dei gigliati, la Signorina tornò d'incanto ad essere la Vecchia Signora del calcio italiano. La Fiorentina non fu soltanto raggiunta e superata con tre reti, ma venne letteralmente “sbranata” dagli uomini di Marcello Lippi.

Gianluca Vialli segnò i primi due goals: in occasione della seconda marcatura, quella del momentaneo pareggio, fece più fatica a liberarsi dall'abbraccio dei compagni (che lo avevano accerchiato per festeggiarlo) che a realizzarla. Cercava di divincolarsi da loro, voleva tornare il più velocemente possibile in mezzo al campo per inseguire un successo che sembrava ormai a portata di mano.
C'è chi un atteggiamento simile lo chiama "grinta", chi "cuore", in realtà il suo nome è un altro: "spirito-Juve".
In quel preciso momento tornò a farsi vivo quel sacro furore agonistico che pervade chi indossa la maglia bianconera, a cui viene chiesto sempre e solo un'unica cosa: vincere. Ai rimproveri che Marcello Lippi fece al giovane Alessandro Del Piero nel corso della gara (uno di questi fu: "Tieni troppo la palla, vuoi andare in porta da solo?") l'apprendista fuoriclasse rispose con una magia in grado di trasmettere ai sostenitori juventini emozioni difficili da spiegare: Alessandro Orlando effettuò un lancio diretto verso l’area di rigore avversaria dopo aver oltrepassato la linea di centrocampo, sulla corsia di sinistra; lui colpì il pallone al volo con l'esterno destro senza fargli toccare il terreno di gioco, disegnando una parabola che scavalcò Toldo per infilarsi in rete.

Lo stadio esplose in una gioia incontenibile: il futuro “Pinturicchio” (così lo avrebbe soprannominato, poi, l’Avvocato Gianni Agnelli) aveva appena messo la firma su uno dei tanti capolavori che caratterizzeranno la sua carriera. La Vecchia Signora si trovò nelle condizioni di poter riaprire nuovamente la bacheca dei trofei più prestigiosi: era ripresa la “caccia”, il bello sarebbe ancora dovuto arrivare. In quel pomeriggio iniziò una dittatura calcistica juventina che - almeno in Italia - sarebbe durata sino al 2006, allorquando venne deciso di cambiare le regole di questo sport e assegnare gli scudetti fuori dai campi di gioco. Quello era l'unico modo per fermare Madama.

Rileggendo ora alcune tra le dichiarazioni rilasciate dai protagonisti nel dopo gara, fanno sorridere le parole pronunciate da Del Piero di fronte ai cronisti in merito alla sua rete: "Forse è stato il mio goal più bello, ma non ne ho segnati tanti da dover scegliere".
Caro Alessandro, ne hai fatta di strada in questi anni...


Claudio Amigoni

Di quel 4 dicembre 1994 ricordo che faceva un gran freddo.
Ero in compagnia di tre amici e avevamo tardato nel trovare parcheggio.
Camminammo a passo spedito per arrivare prima del fischio d’inizio ai nostri posti: settore EST, secondo anello.
Entrammo dall'ingresso adiacente la famigerata "gabbia", che al Delle Alpi era il settore destinato alla tifoseria ospite.
Juve-Fiorentina da almeno 15 anni non era più una gara come le altre.
Dalla parte opposta della grata che delimitava la gabbia un tifoso fiorentino bofonchiò qualcosa, e un amico gli rispose con un semplice sorriso ironico.
Pronta la replica del buzzurro, fiero di vestire l’amato colore jellato: "[i]Che c'hai da fà quel sorrisino? Terrone!".

Gli ridemmo in faccia, e augurammo al nostro provocatore un deprimente ritorno a casa.
Da sconfitto.
Del primo tempo ricordo l’immeritato (doppio) svantaggio sul quale la Juve andò al riposo e i fumogeni e i petardi che i tifosi viola lanciarono (alcuni, purtroppo, finiti a bersaglio) in direzione dei settori confinanti.
Fu durante l'intervallo che, per la prima (e non ultima) volta in quella giornata, ebbi la sensazione di essere testimone di un evento che avrebbe segnato il futuro di quella Juventus.
Perché per me quella partita è stata la chiave di 12 anni di successi: tutto, a mio parere, cominciò quel giorno.
Ricordo l'atmosfera di quel quarto d'ora di pausa: il pubblico era soddisfatto del modo in cui la squadra aveva interpretato il match; nessuno commentò il parziale con sconforto; nessuno pensò minimamente che la gara fosse compromessa.
Nella ripresa ricominciò l'arrembaggio, che si concretizzò ad un quarto d’ora dal termine con l’uno-due firmato da Vialli, episodio che coincise con il secondo segnale forte trasmesso da quella partita.
Una squadra normale che raddrizza una gara del genere si accontenta e porta al novantesimo un onorevole pari, ma una grande squadra vuole vincere.
Si chiama mentalità vincente e, mentre alcuni compagni festeggiavano l’artefice della rimonta, un ragazzo di 19 anni si preoccupava di recuperare la palla dalla rete e riportarla velocemente verso il centro del campo.
Quel giovanotto era Alessio Tacchinardi, classe 1975, arrivato a Torino solo l’estate precedente: pochi mesi gli erano bastati per capire cosa fosse la Juventus.
Infine, quando partì il lungo lancio di Alessandro Orlando, osservai colui che allora era solo il sostituto di Roberto Baggio seguire la parabola della palla e colpirla con un movimento tanto innaturale quanto obbligato, spedendola dove Toldo non sarebbe mai potuto arrivare.
In cinque anni di frequentazioni, non ricordavo di aver mai sentito il “freddo” Delle Alpi ruggire in quel modo, mentre i viola riponevano mestamente i loro vessilli inveendo contro i gobbi “ladri e servi degli Agnelli”.
Per noi fu tutto fantastico.
Immagino lo sia stato un po’ meno per il buzzurro incontrato nel pre-partita…

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