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mercoledì 4 settembre 2013

Serie A, è aumentato il livello


Alla fiera del goal che ha caratterizzato la seconda giornata di serie A hanno partecipato tutte le grandi squadre del torneo: Fiorentina (che ne ha messi a segno cinque), Juventus, Napoli (arrivate sino a quota quattro), Roma, Milan e Inter (tre reti ciascuna). Visto quanto di buono ha saputo fare nelle ultime stagioni, all'elenco appena stilato si possono poi aggiungere anche le tre marcature realizzate dall'Udinese di Guidolin nella vittoria casalinga ottenuta dai friulani contro il Parma.

Il calendario ha avuto fretta, piazzando alla terza tappa della manifestazione il primo match di cartello, ossia Inter-Juventus. Nessuno provi a lamentarsi del fatto che una gara simile è capitata troppo presto: Manchester United e Chelsea, tanto per fare un esempio, si sono ritrovate l'una di fronte all'altra in occasione della seconda giornata della Premier League.

Se tre indizi fanno una prova, otto goal subiti dalla Lazio contro la Juventus in soli centottanta minuti di gioco certificano che il divario tecnico tra le due squadre attualmente è notevole. Quanto? Quel tanto che basta per non dover ascoltare i proclami di Lotito ancora per qualche tempo. L'ormai prossima partenza delle competizioni europee, e con essa l'inevitabile accumularsi delle gare da affrontare, metterà a dura prova le rose dei club impegnati su più fronti.

Il tema della competitività della propria squadra è stato affrontato da Antonio Conte nella consueta conferenza stampa che ha preceduto la gara interna disputata contro la Lazio. Senza mettere in atto un processo alle intenzioni, per stimolare giocatori e dirigenti a dare sempre il massimo per il bene comune esistono comunque sedi e modi diversi da quelli scelti dal tecnico bianconero. Che ha poi provato a giustificare il suo sfogo rivolgendosi ai cronisti, due giorni dopo, usando queste parole: "Con voi bisogna essere finti, questa è la verità. A me dispiace, perché con voi bisogna essere finti. Quando uno esprime dei concetti in maniera passionale, diretta, esprimendo anche delusione, voi la vedete sempre in maniera diversa e questo porta a essere finti, nella mia categoria. Io per mia fortuna non sarò mai finto, vi dirò sempre la verità e quello che sento dentro".

Se la concorrenza in Europa per le formazioni italiane è agguerritissima, il livello medio del calcio nostrano sembra - almeno in apparenza - leggermente migliorato rispetto alla passata stagione. Può non essere tanto, ma è meglio di nulla. Detto della Juventus, il Napoli dà l'idea di essere più completo dello scorso anno, pur con qualche amnesia difensiva di troppo. A Benitez il lavoro non manca, ma la partenza della sua squadra è stata ottima. A Roma Garcia sta allevando i suoi giovani ad un equilibrio tattico sconosciuto per chi, negli ultimi tempi, ha vissuto nel segno del football spensierato di Luis Enrique e Zeman. L'Inter ha finalmente un allenatore di livello e l'atmosfera di novità che si respira, anche ai vertici del club, sembra giovare sull'ambiente. Il Milan che sta per riabbracciare Kakà segna e... fa segnare (gli avversari), mentre la Fiorentina ha confermato la propria vocazione offensiva mettendo in mostra a Genova i suoi gioielli Rossi e Gomez.

Insomma, di carne al fuoco ce n'è abbastanza per discuterne per due settimane, il tempo necessario per far passare la sosta della serie A dovuta agli impegni della nazionale di Cesare Prandelli. La chiusura della sessione estiva del calciomercato, intanto, ha riservato qualche colpo dell'ultim'ora. Tra quelli meno reclamizzati ce ne sono due, in particolare, che andrebbero segnati col colore rosso, in attesa della loro definitiva esplosione: si tratta dei giovanissimi Juan Manuel Iturbe e Domenico Berardi.
Il primo giocherà nelle fila del Verona, per il secondo si è mossa la Juventus, acquisendone la comproprietà dal Sassuolo. Se Conte resterà ancora a Torino nei prossimi anni avrà la possibilità di far crescere un giocatore che sembra possedere i numeri del campione.

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domenica 17 febbraio 2013

La Juventus e la mancanza di turnover


La Juventus che perde fa sempre notizia. A Roma contro i giallorossi, poi, non accadeva dal lontano 8 febbraio 2004. Anche quella sera Totti aveva segnato una rete a Buffon, salutando con il gesto delle quattro dita la Vecchia Signora prima che imboccasse la strada del ritorno verso Torino.

All'epoca dei fatti i bianconeri, campioni d'Italia in carica, stavano per concludere il secondo ciclo dell'era Lippi. Quando ancora si trovava nella pancia dello stadio “Olimpico” l'allenatore viareggino aveva mostrato il suo animo battagliero, nonostante denotasse ancora sul volto i segni della bruciante sconfitta: “Se qualcuno pensa che la Juve molli la corsa al campionato, se lo tolga dalla testa. Sul 2-0 per la Roma, quando siamo rimasti in dieci, è finita la partita. Ma fino a quel momento eravamo in corsa. Lo ripeto: salvo la nostra prestazione fino al gol del 2-0. La Juve non è fuori, è inutile che qualcuno speri. Il messaggio non è solo per i tifosi della Juve, ma anche per quelli del Milan e della Roma”.

Quel campionato, per la cronaca, aveva visto proprio Milan e Roma piazzarsi nelle prime due posizioni, mentre la Juventus si era collocata sul terzo e ultimo gradino del podio. A guidarla, l'anno successivo, ci sarebbe stato Fabio Capello, il tecnico romanista che il giorno precedente quella celebre gara, il 7 febbraio, aveva pronunciato queste parole: “Io alla Juve? No, non ci andrei mai e la mia è una scelta di vita”.
Che dopo pochi mesi cambiò. Ma questa è un'altra storia.

Totti, ancora Totti, a distanza di quasi nove anni infila un siluro sotto la traversa della porta difesa dall'amico Buffon e punisce una Vecchia Signora brutta e stanca. Quello del numero dieci giallorosso è un gol talmente bello che viene spontaneo il gesto di togliersi il cappello per complimentarsi con lui. Il suo non è stato uno dei classici “tiri della domenica” e non soltanto perché si è giocato di sabato sera: un fuoriclasse in grado di segnare duecentoventiquattro reti in serie A è in grado di tirare fuori dal proprio cilindro colpi simili. Punto. E chapeau.

Liberata dalle alchimie tattiche di Zeman la Roma ritrova una sua identità sul prato verde, grazie a quell'Aurelio Andreazzoli che – indipendentemente dal risultato che avrebbe ottenuto contro i bianconeri – aveva già vinto la sua personale partita prima ancora che Rocchi ne fischiasse l'inizio. I complimenti riservati a Conte e alla Juventus sia nei momenti precedenti l'incontro che in quelli successivi sono stati il miglior biglietto da visita per un match condito, come sempre, da tensioni eccessive. Conte ha ricambiato, se l'è presa con il calendario per poi rivelare un retroscena: “Ho parlato chiaramente con la squadra prima della partita, volevo che mi dicessero chi non se la sentiva. Mi sono aperto e nessuno si è tirato indietro. Per questo non mi imputo niente a livello di scelte”.

Sbagliato, a parere di chi scrive. Un conto è guardare dritto negli occhi i possibili rigoristi di una gara che si deciderà dagli undici metri, un altro è scegliere una formazione in base alle sensazioni vissute dai propri calciatori. Chi di loro avrebbe potuto farsi da parte di fronte all'opportunità di giocare un incontro simile? Discutendo in tema di specialisti dei calci di rigore, lo scorso aprile sempre Marcello Lippi aveva dichiarato: “A Roma con l’Ajax e con la Francia ai Mondiali tutti mi guardavano quasi implorandomi di farli tirare perché si era giocata una gran partita ed erano carichi. Nella finale con il Milan a Manchester si veniva da una brutta prestazione, consapevoli che avremmo dovuto vincere senza arrivare ai rigori. I ragazzi tenevano gli occhi bassi, si guardavano le scarpe”. Si parlava di tiri dagli undici metri, però, non di match ancora da disputare. Alla Juventus possono capitare scivoloni come quello di Roma, soprattutto considerando i miglioramenti mostrati da un anno e mezzo a questa parte.

Un'ultima considerazione. Il 16 settembre 2012, allo stadio “Luigi Ferraris”, Madama si era presentata contro il Genoa con una formazione largamente rimaneggiata. Sotto di una rete, entrarono sul terreno di gioco Vucinic, Asamoah e Lichtsteiner. La Juventus vinse poi la gara per 3-1. Tre giorni dopo avrebbe esordito in Champions League contro il Chelsea.
A Genova, quel giorno, Conte aveva applicato intelligentemente il turnover tra i giocatori a sua disposizione.

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giovedì 24 gennaio 2013

La Juve e il tabù della Lazio

 
Accolto con rammarico lo sfortunato pareggio racimolato nella gara di andata delle semifinali di Coppa Italia, Antonio Conte ha voluto togliersi un sassolino dalla scarpa: “La Lazio è una grande squadra, ma in campionato e questa volta è stata anche molto fortunata”. Dal 1995 ad oggi le due formazioni hanno incrociato le loro strade nella coppa nazionale in altre cinque occasioni. Soltanto nella prima di queste Madama è riuscita a passare il turno, mentre nelle altre quattro è stata eliminata o comunque sconfitta dai rivali: nei quarti di finale (2000), in semifinale (1998 e 2009) e nella doppia finale del 2004.
 
Considerando il successo dei biancazzurri nella Supercoppa Italiana del 1998 e lo scudetto conquistato in rimonta nel 2000 a scapito dei bianconeri, a questo punto ci sono più elementi validi che porterebbero a definire la Lazio come una vera e propria bestia nera della Juventus. La partita appena disputata rievoca alla Vecchia Signora il ricordo di un'altra gara del suo passato, giocata contro lo stesso avversario ma dal risultato finale diverso. Si tratta di un match di serie A svoltosi a Torino, al vecchio stadio “Delle Alpi”, il 7 maggio del 1995. Dopo aver schiacciato la Lazio nella propria metà campo per lunghi tratti dell'incontro, Madama era stata successivamente punita per ben tre volte: Di Matteo, Boksic e Venturin consentirono agli ospiti di ottenere una vittoria che aveva il sapore dell'incredibile.
 
A fine gara Gianluca Vialli non riusciva a darsi una spiegazione di quanto accaduto sul terreno di gioco: “Se non l'avessi giocata, questa partita, non riuscirei a credere che sia finita così”. Passando dal fioretto alla sciabola, furono certamente più incisive le polemiche sorte tra Umberto Agnelli e Zeman: all'osservazione maliziosa del primo (“Ma non era Zeman che ci chiamava fortunati?”), fece poi seguito la risposta piccata del secondo (“Sono contento che anche Agnelli si renda conto che non è solo una questione di palle: serve anche la fortuna...”). L'incontro successivo di quel campionato avrebbe poi portato Madama a esibirsi al “Luigi Ferraris” di Genova contro i rossoblù, curiosamente gli stessi avversari dei bianconeri nell'anticipo serale previsto per sabato prossimo a Torino.
 
All'ora dell'aperitivo, invece, la Lazio affronterà il Chievo. A questo proposito Conte si è lasciato andare ad un altro sfogo verbale nella pancia dello “Juventus Stadium”: “È la seconda volta che noi giochiamo a quell’ora, e la Lazio alle 18.00, e tutte e due abbiamo poi la Coppa Italia, in settimana. Io lo chiedo, ma nessuno mi risponde”. Prima della ripresa della serie A il mondo bianconero ha avuto modo di celebrare due eventi importanti che lo riguardano: il decennale della scomparsa di Gianni Agnelli (24 gennaio) ed il rinnovo contrattuale di Gianluigi Buffon.
 
Stuzzicato su alcuni temi di attualità, nel luglio del 2001 l'Avvocato – durante un viaggio di cortesia in Russia per salutare l'amico Juan Antonio Samaranch, prossimo a lasciare la presidenza del CIO – aveva risposto ai cronisti presenti sul posto parlando a ruota libera di calcio: “Zidane? Ci mancherà, non c'è ombra di dubbio, ma se dopo cinque anni, anche per fare piacere alla moglie, che è lecito, uno vuole cambiare... non mi piace trattenere chi se ne vuole andare. La Roma? Non credo vincerà uno scudetto sino al 2012. Il ciclo della Lazio, d'altronde, è durato 2-3 anni”. Zeman, oggi allenatore dei giallorossi, non ha avuto il tempo necessario a disposizione per smentire a posteriori la tesi sostenuta dall'Avvocato. Come detto in precedenza eravamo nel 2001, due settimane prima di quell'intervista Gianluigi Buffon si era trasferito dal Parma alla Juventus.
 
Ora che ha appena allungato il suo matrimonio con la Vecchia Signora (fino a giugno del 2015) il portiere della nazionale si è lasciato andare ad una confessione riguardo il suo passato: “Quando arrivai alla Juve la mia prima preoccupazione era capire se ero adeguato a questo livello”. Ripensando è tutto quello che è accaduto in questi anni le sue parole riescono a strappare un sorriso.
 
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giovedì 15 novembre 2012

Juventus e Inter: chi si ferma e’ perduto


Dell'attuale Juventus ormai si conosce tutto: pregi, difetti, schema prediletto e prospettive di crescita legate anche (e soprattutto) al ritorno di Antonio Conte sulla sua panchina una volta scontata la squalifica.
Quello che ancora non è noto, nel contesto della serie A, è il nome della principale antagonista della Vecchia Signora nella corsa allo scudetto. Ammesso, naturalmente, che possa trattarsi di una squadra soltanto.

Ad inizio campionato quel ruolo era stato attribuito dagli addetti ai lavori al Napoli di Walter Mazzarri: la recente vittoria ottenuta in coppa Italia (proprio ai danni della Juventus) ed il successivo impoverimento tecnico del Milan e dell'Udinese avevano costretto il club campano ad uscire allo scoperto. Tenuto Cavani e ceduto Lavezzi (sostituito a tempo pieno da Pandev), il suo valore sembrava essere una spanna sopra le altre avversarie di Madama, comprese la Roma del "vecchio" Zeman e l'Inter del "giovane" Stramaccioni. Fiorentina e Lazio, almeno per questa stagione, per motivi diversi non parevano attrezzate per puntare al tricolore.

Dopo lo scontro diretto vinto dai bianconeri (20 ottobre) è poi emersa l'Inter, diventata la candidata “numero due” alla vittoria finale. Eppure l'avvio della squadra nerazzurra non era stato dei migliori: espugnata Pescara era successivamente caduta in casa per mano della Roma, salvo riprendersi immediatamente grazie al successo esterno maturato a Torino contro i granata.

Subito dopo quella gara Stramaccioni si era apertamente sfogato nei confronti dei media più critici: "Inter provinciale? Bisogna sciacquarsi la bocca e contare sino a 10: l'Inter è venuta qui a fare la propria partita: se lo fanno gli altri bene, se lo facciamo noi siamo provinciali. Ci vuole rispetto per il mio club. Resta il fatto che avere Wes e Antonio (Sneijder e Cassano, ndr.) in squadra rende tutto più facile". Trascorso qualche giorno aveva poi leggermente corretto il tiro delle proprie dichiarazioni: "Se dicono che vinciamo da provinciali, facendo sottintendere che per vincere dovremo avviarci a una dimensione di quel tipo, non ci sto".

In quella stessa giornata di campionato la Juventus aveva sbancato la Genova rossoblù vincendo 3-1 grazie all'apporto decisivo fornito da Mirko Vucinic, subentrato a partita in corso dopo essere stato escluso dall'undici iniziale. In merito a questa decisione Carrera era stato chiaro: "E' partito dalla panchina perché deve dimostrare in allenamento di meritare il posto". Di rimando, l'attaccante montenegrino aveva dimostrato di aver appreso appieno la lezione: "Qui non esiste un leader solo, esiste un gruppo eccezionale".

Tornando ai nerazzurri, l'ironia della sorte ha voluto che venissero poi sconfitti in casa dal Siena, guarda caso una provinciale. Da quel momento ha conseguito sette vittorie su altrettante gare, l'ultima delle quali nella tana della Juventus, sua rivale storica, interrompendone la serie di quarantanove risultati utili consecutivi in serie A.
Qui le due strade si sono quasi incrociate, nel senso che la distanza minima in classifica tra i club, un punto soltanto, aveva contribuito ad accendere le speranze di sorpasso dell'Inter. Trascorsa una settimana, la sconfitta patita dalla Benamata a Bergamo contro un'altra provinciale (l'Atalanta) ha riportato la squadra di Stramaccioni a quattro lunghezze dai bianconeri. Il Napoli, nel frattempo, si è nuovamente fatto vivo nelle zone nobili del campionato.

Nei confronti di chi vede esclusivamente un duello tra Juventus e Inter per la conquista del tricolore suonano dolci le parole pronunciate da Javier Zanetti nei momenti successivi la caduta di Bergamo: "Mancano ancora tante partite e si sapeva che poteva capitare, ora dipenderà da noi". Sul fronte opposto Mirko Vucinic si è detto pronto a rientrare sui campi da gioco dopo aver superato i noti problemi fisici: "Ora sto bene, e in vista di questa settimana non dobbiamo abbassare la guardia. Lazio, Chelsea e Milan: tre partite che possono decidere il destino della nostra stagione, tra scudetto e Champions League".
In sintesi, l’attaccante montenegrino sembra aver fatto suo il famoso proverbio “chi si ferma è perduto”. Limitatamente al campionato, più che perduto potrebbe essere sorpassato dall’acerrima rivale.


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mercoledì 22 agosto 2012

Gli scudetti della Juve: 28, 30 o 31?


"Quanti sono? 30. Sicuro". Marco Verratti, il talentino sbocciato al Pescara, lo scorso maggio aveva espresso con queste parole il proprio convincimento in merito al numero degli scudetti vinti dalla Juventus: non ventotto, quanti ne risultano nell'albo d'oro della FIGC, bensì trenta, gli stessi che Madama ritiene di aver conquistato sul campo.
In quel periodo sembrava scontato che il giovane allievo di Zdenek Zeman avrebbe, di lì a poco, indossato la maglia bianconera.

Trascorso qualche giorno dall'intervista concessa da Verratti a "Sky" i sostenitori della Vecchia Signora hanno potuto finalmente scoprire la sorpresa annunciata da Andrea Agnelli: sulla divisa da gioco erano scomparse le due stelle, sostituite dalla scritta "30 sul campo". Il motivo della modifica l'aveva spiegato lo stesso presidente juventino: "Non riconosciamo più l’aritmetica della Federazione".
Il rispetto manifestato in passato verso le decisioni prese dalla giustizia sportiva aveva lasciato il passo alla contestazione nei confronti del Consiglio Federale, deciso a "non decidere" in merito ai fatti emersi dopo il 2006.

Dal ritiro estivo della Roma, una volta abbandonata Pescara, non erano mancate nuove frecciate di Zeman dirette a Madama: "Ho già dato la mia opinione, per me gli scudetti sono tanti quanti sono stati assegnati. Certo, se mi leggo qualche dichiarazione e qualche libro penso che già 28 sono troppi...". In precedenza, sempre sullo stesso tema, Agnelli aveva già bacchettato Massimiliano Allegri, reo di aver "aggiunto" ancora un tricolore ai bianconeri (arrivati a quota trentuno, quindi, considerando tale il campionato cadetto vinto dai bianconeri nella stagione 2006/07): "A questo punto possiamo dire che il Milan ha due stelle".

Stizzito per l'espulsione rimediata nella finale di Supercoppa Italiana disputata a Pechino, arrabbiato per l'operato di Mazzoleni ed in preda ad ansia da dimissioni, anche Walter Mazzarri aveva voluto toccare il tasto dolente: "Queste persone che dicono di avere vinto 30 scudetti, quando due sentenze dicono che sono stati 28, farebbero meglio a stare zitte. I danneggiati siamo stati solo noi e certe cose da loro non le posso accettare".

Dato per certo che Verratti, accasatosi nel frattempo a Parigi, ha abbandonato volentieri la querelle, il tema del numero dei campionati di serie A conquistati da Madama con ogni probabilità continuerà ad essere di attualità anche nel corso di questa stagione. Si tratta di un argomento che "tira": da un lato c'è chi difende i propri successi (Juventus), dall'altro... la restante parte d'Italia.
Quando di mezzo c'è la Vecchia Signora, poi, la notizia acquista subito una notevole rilevanza.

A differenza del passato in questa occasione sarà ancora più facile tenere a mente i numeri della discordia, citando semplicemente la famosa filastrocca che aiuta a ricordare la durata dei mesi nel calendario gregoriano: 'Trenta' giorni ha novembre, con april, giugno e settembre. Di 'ventotto' ce n'è uno, tutti gli altri ne han 'trentuno'.

L'importante è che nessuno tiri in ballo i campionati disputati nel 1908 e nel 1909: attribuiti alla Pro Vercelli, in realtà ognuno di loro era diviso tra uno federale ed uno italiano. Il club piemontese aveva vinto una "metà" (prima una, poi l'altra) in entrambi gli anni.
La domanda nasce spontanea: quale squadra si era aggiudicata gli altri “mezzi titoli”? La Juventus, naturalmente.
La questione era stata posta all'attenzione generale dal mensile "GS", evoluzione dello storico settimanale "Guerin Sportivo" (diretto da Matteo Marani), nel numero dello scorso maggio.
Questa, però, è tutta un'altra storia...

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domenica 26 giugno 2011

Dopo l'aumento di capitale, ora inizia la campagna acquisti...


La data di giovedì 23 giugno 2011 verrà ricordata nell’emisfero juventino come quella nella quale milioni di tifosi bianconeri attesero il tanto decantato CdA straordinario del club con la calcolatrice in mano, pronti a capire (e a calcolare con precisione) una volta per tutte a quanto ammonta il tesoretto a disposizione di Marotta in questa sessione di calciomercato estivo.

Da oggi, domenica 26 giugno, all’inizio del prossimo campionato di serie A (28 agosto), mancano due mesi e pochi spiccioli di ore. L’evoluzione della passata stagione ha portato Madama a ridurre il distacco dalla prima in classifica (Milan adesso, Inter in precedenza) da "meno ventisette" a "meno ventiquattro", mantenendo inalterata la settima posizione finale ottenuta dall’ultima creatura di Jean Claude Blanc ed eguagliando la Juventus di Maifredi e Montezemolo nel riuscire a farsi estromettere dalle competizioni europee.

Stando alle promesse degli ultimi giorni, per la Vecchia Signora migliorare questi numeri dovrebbe risultare un compito abbastanza agevole. La parte difficile, viceversa, sarà quella di tornare a primeggiare. Quest’obiettivo non si potrà raggiungere soltanto attraverso l’ennesimo cambio di allenatore e con l’arrivo di alcuni ottimi calciatori (Pirlo a parte), bensì portando a Torino i campioni di cui tanto si parla ma che ancora, ad oggi, devono indossare la maglia bianconera.

Per riuscire nell’intento occorrerà aggiungere al denaro liquido, ora nelle mani della dirigenza, i proventi delle cessioni dell’artiglieria pesante (soprattutto) di centrocampo e attacco: Melo, Sissoko, Amauri, Iaquinta e via discorrendo. Muscoli ed ingaggi in quantità che adesso andranno sostituiti con la qualità ed i contratti a rendimento.

Il primo tra questi, una novità nel mondo del pallone nostrano, venne fatto firmare a Marco Motta al momento del suo passaggio alla Juventus. "Vorremmo che si arrivasse a far combaciare i risultati aziendali con il trattamento economico dei giocatori", disse Andrea Agnelli nel corso di un’intervista rilasciata ai microfoni di Sky Sport nel settembre del 2010. Visto come sono andate a finire le cose, al netto di un riscatto del cartellino del calciatore dall’Udinese basato su una stretta di mano e deciso da tempo, diventa facile pronosticare un futuro lontano da Torino tanto per il difensore quanto per chi ha offerto prestazioni simili alle sue nella scorsa stagione.

Aguero o non Aguero, il mercato di Madama adesso dovrà necessariamente subire un’accelerazione, per evitare di complicare ulteriormente il lavoro di Conte e del suo staff aspettando gli ultimi giorni di mercato per consegnare loro le assi (e gli assi) portanti della rosa del futuro.

Così come accadde nel passato con gli acquisti di Krasic e Quagliarella, ufficializzati in prossimità della partenza del campionato 2010-11 (rispettivamente il 21 e il 27 agosto 2010) nel contesto di una situazione particolarmente difficile: il passaggio di consegne tra la vecchia e la nuova gestione societaria, considerando i momenti in cui solitamente si gettano le basi per la costruzione delle squadre per l’anno successivo, avvenne nei tempi sbagliati.

Partita in ritardo (e scelta la via di una "rivoluzione", mascherata col termine di "evoluzione"), Madama dovette far fronte anche all’insensato varo del provvedimento della Figc sulla riduzione degli extracomunitari tesserabili da ogni società (da due a uno): già in quei giorni (dal 2 luglio 2010 in poi) si era capito che si sarebbe trattato di un "fallimento nel fallimento" (la spedizione italiana ai mondiali sudafricani). Le attese per le dimissioni di Abete partorirono questa fregatura per quei club (Juventus compresa) che videro saltare in aria i propri piani proprio quando le loro trattative stavano iniziando a prendere corpo.

L’ultimo giorno di mercato (tra i vari affari conclusi sul filo di lana) consegnò Robinho al Milan, Kaladze al Genoa, Rinaudo alla Juventus e Borriello alla Roma (con una formula discutibile al momento, e discussa poi). L’immensa platea di tifosi bianconeri si ritrovò incredula alle 18.02 del 31 agosto ad ascoltare l’annuncio da parte della società giallorossa dell’approdo del centravanti ormai ex rossonero (diventato uno degli obiettivi di Madama) nella capitale.

Poco meno di dodici mesi dopo la situazione è radicalmente cambiata: i soldi non mancano, lo stadio nuovo è quasi pronto all’uso, il tempo per programmare le principali operazioni c’è stato. Non rimane che aspettare, curiosando tra le mosse delle rivali in campionato e gustandosi alcune tra le dichiarazioni rese sotto l’ombrellone dai personaggi del circo del pallone.

Perso il Chelsea per un soffio (Villas-Boas) e sfumata l’Inter (Gasperini), Zdenek Zeman ripartirà adesso da Pescara alla ricerca dei suoi sogni di gloria svaniti più volte, negli anni, per colpa di Luciano Moggi.
Tolto di mezzo lui, la strada adesso è spianata. Anche qui, non resta che aspettare.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

venerdì 29 aprile 2011

La doppietta di Del Piero nella quaterna rifilata a Zeman


"Ci ho provato, per certi goal occorre anche fortuna". Sarà stato merito anche della dea bendata, ma ormai era già apparso chiaro a tutti come Alessandro Del Piero fosse qualcosa di più di una semplice promessa. Vent'anni compiuti da poco, la classe cristallina e la sua capacità di imprimere il proprio marchio sulle partite erano quelle tipiche dei campioni di razza.
Capitò di averne una riprova anche a Roma, allo stadio "Olimpico", l’11 dicembre 1994: nel posticipo serale della tredicesima giornata del campionato di serie A la Vecchia Signora fece visita alla Lazio guidata da Zdenek Zeman.
La squadra allenata da Marcello Lippi era reduce dalla trionfale rimonta operata sulla Fiorentina nel precedente incontro casalingo al "Delle Alpi": sotto di due reti era stata in grado di ribaltare il risultato ed ottenere la vittoria grazie alla doppietta realizzata da Gianluca Vialli ed alla gemma finale - manco a dirlo - di Del Piero. Piena d'entusiasmo, arrivò però nella capitale priva di diversi titolari, tra i quali lo stesso numero nove bianconero e Di Livio. Se già in passato aveva dimostrato di poter reggere il peso dell'assenza di Roberto Baggio sorretta dalle prodezze della sua nuova stella, la forzata rinuncia a Vialli (squalificato) veniva ritenuta particolarmente delicata per lo straordinario apporto di grinta che il centravanti era stato in grado di fornire sino a quel momento.

Lippi decise comunque di non rinunciare in partenza all'idea del tridente offensivo, creandone per l'occasione uno atipico: al talento di Conegliano e a Ravanelli venne infatti affiancato Marocchi, centrocampista di copertura più che d'attacco. In realtà il tecnico di Viareggio con questa decisione volle lanciare un messaggio ai propri uomini e agli avversari: a Roma la Juventus andava per vincere. Fedele al 4-3-3, Zeman preparò la sua Lazio per un gara d'assalto, quella che - in effetti - si concretizzò nei primi minuti dell'incontro. Favalli, Winter e Signori trovarono lungo la corsia sinistra gli spazi necessari per scardinare la difesa bianconera, anche perché Tacchinardi, nell’insolita veste di esterno destro di una linea mediana completata da Paulo Sousa e Conte, soffriva non poco la pressione dei padroni di casa nella zona di sua competenza.

Casiraghi impegnò severamente Peruzzi di testa su un traversone di Fuser, poi – proprio dal lato mancino – al 20’ arrivò la rete del vantaggio laziale: Signori riuscì a liberarsi dalla guardia di Kohler e mise rasoterra a centro area un pallone deviato dal numero uno bianconero verso l’accorrente Rambaudi, che siglò con un piatto destro l’1-0. Quattro minuti dopo Del Piero non riuscì a pareggiare, pur essendosi venuto a trovare solo davanti a Marchegiani grazie ad un ottimo assist di Ravanelli: un attimo di esitazione gli fu fatale, consentendo a Negro un recupero decisivo che impedì al giovane attaccante di piazzare la stoccata vincente.

Ancora Casiraghi, ben servito da Favalli, fallì il raddoppio, prima che Cravero compisse un gesto tanto plateale quanto inutile e ingenuo: già ammonito fermò con la mano sinistra il pallone a centrocampo, meritandosi una sacrosanta espulsione. Zeman dovette correre ai ripari, sacrificando Signori per coprire con l’inserimento di Bergodi il buco venutosi a creare in difesa. Nel momento in cui apprese di dover abbandonare il campo la punta mandò a quel paese il boemo in mondovisione, mentre Lippi attese qualche minuto per effettuare la contromossa: fuori Carrera, un difensore, dentro un attaccante, il giovanissimo Corrado Grabbi, nipote di Giuseppe, centrocampista della Juventus negli anni venti, con Marocchi riportato nella sua naturale posizione e Tacchinardi arretrato davanti a Peruzzi.
Ricostruito un tridente offensivo di nome e di fatto, Madama trovò il goal del pareggio al 37’: Del Piero anticipò Winter nel raccogliere un pallone lanciato da Orlando nell’area di rigore laziale e, dopo un corpo a corpo con l’olandese, riuscì a toccare la sfera con la punta del piede in scivolata davanti a Marchegiani, quando ormai sembrava averla persa.
Nella ripresa, dopo solo 8’, la Vecchia Signora si portò in vantaggio: ancora in scivolata, Marocchi, ricevuto un assist d’oro di Conte dalla fascia destra, beffò la retroguardia laziale infilando il pallone sotto la traversa.

Lippi a questo punto mescolò nuovamente le carte, togliendo lo stesso Conte per irrobustire la difesa con l’innesto di Porrini, prima che Del Piero, sempre lui, illuminasse lo stadio “Olimpico” con una perla di rara bellezza: giunto al limite dell’area di rigore biancoceleste, vicino al punto in cui Signori in precedenza aveva confezionato l’assist per la rete di Rambaudi, si bevve in un colpo solo Negro e Venturin, per poi battere Marchegiani colpendo la sfera con l’interno destro e piazzandola laddove il numero uno biancoceleste non poté intervenire.
Non contento pochi minuti dopo lanciò Grabbi in contropiede, consentendogli di percorrere una quarantina di metri in perfetta solitudine e di trafiggere l’estremo difensore della Lazio per la quarta volta.
Un calo di concentrazione dei bianconeri permise ai padroni di casa di segnare – con Casiraghi e Fuser - due reti quando ormai l’incontro non aveva più nulla da dire.

A fine stagione la Vecchia Signora riuscì, dopo otto lunghi anni di attesa, a vincere il ventitreesimo scudetto della sua storia. Ventitré, come il numero degli anni di Andrea Fortunato, il terzino sinistro bianconero che in quei giorni lottava contro la leucemia. Roberto Bettega andò a fargli visita al Policlinico di Perugia, per festeggiare insieme a lui il successo bianconero ottenuto a Roma: “L’ho rivisto dopo alcuni mesi, durante i quali ci siamo sentiti spesso, e adesso l’ho trovato bene. Mi sono complimentato con il padre, hanno dato ad Andrea un’educazione che lo ha aiutato in questa battaglia, insieme con la sua innata tenacia”.
Fortunato avrebbe smesso di lottare qualche mese dopo, il 25 aprile. A lui la Juventus dedicò il tricolore.
Durante quella visita i due discussero anche delle prodezze del ragazzino ventenne con la maglia numero dieci sulle spalle.
Che, intervistato al termine della gara allo stadio "Olimpico", dichiarò: “Goal alla Baggio? Lui rimane il più grande, ma questo è un gol alla Del Piero”.
Senza saperlo era riuscito a prevedere un pezzo del suo futuro.

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venerdì 18 febbraio 2011

Lecce-Juve '04: Del Piero decide, Zeman piange

Prima che venisse disputata la partita tra Lecce e Juventus allo stadio "Via del Mare" il 14 novembre 2004, Fabio Capello si dichiarò convinto che quella sarebbe stata una tappa importante per il prosieguo della stagione bianconera, dato che capitava proprio nel momento in cui il campionato cominciava ad entrare nel vivo. Ad attendere Madama c'erano i salentini guidati da Zdenek Zeman, avversario per antonomasia della società torinese dal lontano 1998, allorquando aveva denunciato pubblicamente un mondo del pallone che faceva eccessivo ricorso alle farmacie, citando gli juventini Alessandro Del Piero e Gianluca Vialli come esempi di calciatori che avevano aumentato in modo evidente le proprie masse muscolari nel corso della loro carriera, scatenando l’inevitabile vespaio di polemiche. "Io non ho mai parlato di doping", disse, "ma di abuso di farmaci. Non ce l'avevo e non ce l'ho con Del Piero, i giocatori sono le vittime di questo sistema: la colpa, semmai, è dei medici". E così, mentre Vialli aveva da tempo appeso le scarpe al chiodo, capitò proprio a Del Piero un’ulteriore occasione per prendersi una personale rivincita contro il tecnico boemo.
La dodicesima giornata del girone di andata mise quindi di fronte la classe unita alla concretezza dell'armata bianconera e la spavalderia del Lecce, caricato alla vigilia dell'incontro dalle parole del suo allenatore: "Giocheremo per vincere mantenendo il nostro equilibrio: se la mia squadra segna più gol di quanti ne subisce, significa che è equilibrata. E se vincessimo sempre 5-4, alla fine arriveremmo primi". Per aggiungere ulteriore sale alla partita che si sarebbe disputata di lì a poco, Zeman provò a punzecchiare anche lo stesso Capello ("Sarei curioso di vedere che cosa avrebbe fatto alla guida di una piccola squadra..."), ricevendo - in cambio - una secca risposta da parte del tecnico friulano ("Ormai ho superato l'età per fare quell'esperienza").

Il nubifragio abbattutosi su Lecce sin dal giorno precedente l'incontro (con una breve sosta nella mattinata di domenica) e durato per tutti i 90 minuti del match trasformò il terreno di gioco in un pantano. Contrariamente ai buoni propositi il tecnico dei padroni di casa adottò un atteggiamento prudente, aggiungendo alla linea mediana il laterale destro Cassetti, nell'evidente intenzione di bloccare le folate offensive del terzino sinistro bianconero Zambrotta e di contenere le avanzate di Olivera, per l'occasione sostituto dello squalificato Nedved. Con l’utilizzo di questo accorgimento tattico il 4-3-3 con il quale era solito schierare sul campo la sua formazione si trasformò ben presto in un classico 4-4-2. Sin dai primi minuti della gara Zlatan Ibrahimovic salì alle luci della ribalta per aver messo il proprio zampino in tutte le principali azioni della Juventus. Al 2' non riuscì a concretizzare una chiarissima occasione da rete nonostante si fosse venuto a trovare solo davanti a Sicignano, grazie ad un invitante pallone ricevuto da Emerson, svelto a battere a sorpresa una punizione a suo favore. Successivamente (al 14') si liberò con destrezza di Diamoutene per porgere un assist a Del Piero, posizionato all'interno dell'area di rigore leccese: il numero 10 bianconero fu bravo a controllare il pallone, ad evitare l’intervento di Stovini e a realizzare il goal dell’1-0. Dopo essere passata in vantaggio Madama dovette subire una delle pochissime sortite offensive del Lecce: al 20' Buffon respinse un colpo di testa di Bjelanovic nel corso di un’azione originata da un calcio d'angolo battuto da Ledesma. Thuram e Cannavaro strinsero allora le maglie della difesa nel tentativo di limitare i pericoli per il numero uno bianconero. Fu ancora Ibrahimovic, verso la conclusione della prima frazione di gioco, a divorarsi un’altra palla goal dopo aver raccolto una respinta di Sicignano su un tiro scoccato da Pessotto.
All’inizio della ripresa lo svedese, di testa, porse un pallone a Olivera, la cui conclusione venne neutralizzata dal portiere dei padroni di casa. Le manovre di entrambe le squadre si svilupparono prevalentemente nella zona centrale del campo, dato che ai lati l’alta concentrazione di pozzanghere impediva ai calciatori di muoversi liberamente con il pallone tra i piedi. Il solo Camoranesi, autore di giocate sopraffine, dimostrò di essere l’unico tra i presenti a non risentire eccessivamente delle difficili condizioni ambientali.
Guidata dalla sapiente regia di Emerson, cui Capello affiancò per l’occasione Appiah nel cuore della linea mediana juventina, Madama riuscì a bloccare i rifornimenti a Bjelanovic e Bojinov, il duo d’attacco dei giallorossi. Zeman non modificò né l’assetto né la formazione titolare per quasi tutta la durata della gara, mentre la Vecchia Signora dovette fare a meno di Del Piero (uscito al 14’ della ripresa per una fitta all’adduttore sinistro) sostituito da Kapo. Curiosamente l'infortunio occorso al fantasista accadde nello stesso minuto nel quale nella prima frazione di gioco aveva realizzato la sua rete. Blasi per Appiah e Tudor al posto di un ottimo Pessotto completarono i cambi a disposizione di Capello. Il tecnico boemo, dal canto suo, attese sino a pochi istanti prima della fine della partita per inserire Eremenko e Vucinic, autore quest’ultimo, al 44', di una pericolosa conclusione che Buffon fu bravissimo ad alzare sopra la traversa.

Terminato l’incontro sul risultato di 1-0, Del Piero non nascose la propria soddisfazione per la realizzazione della rete decisiva: “Io non sono il tipo che vive cercando le rivincite, ma quando capita me le prendo”. Zeman si lamentò per le condizioni del terreno di gioco (“Impossibile parlare di calcio quando si gioca su un campo in queste condizioni, più giusto parlare di lotteria. Non si doveva giocare e basta”), mentre Luciano Moggi – con un chiaro riferimento allo scudetto perso dai bianconeri sotto il diluvio di Perugia nel maggio del 2000 - approvò la scelta del direttore di gara: “La verità, evidentemente, è una sola: è giusto giocare soltanto se la Juve perde”.
Madama conquistò così altri tre punti: su trentasei disponibili sino a quel momento, ne aveva accumulati ben trentuno. Aveva ragione Capello: il campionato cominciava ad entrare nel vivo.
Ed era iniziata la rincorsa della Vecchia Signora verso lo scudetto numero ventotto.

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sabato 11 dicembre 2010

Juventus-Lazio e quella dichiarazione di Zeman...

Per me la Juve di quest'anno vince meno, ma gioca meglio". Così Zdenek Zeman si espresse sui bianconeri prima di affrontarli a Torino il 10 marzo 1996, nella venticinquesima giornata di un campionato dove la squadra di Marcello Lippi, detentrice del tricolore, non riusciva ad esprimersi sugli stessi livelli di eccellenza messi in mostra l'anno precedente. Soltanto quattro giorni prima era stata sconfitta in Spagna nella gara di andata dei quarti di finale della Champions League contro il Real Madrid, con il risultato di 1-0 (il goal fu realizzato da Raul). La testa della Vecchia Signora era rivolta alla partita di ritorno di quella manifestazione.
Tra un incontro e l'altro, però, c'era di mezzo la Lazio allora allenata dal boemo, che l'anno precedente era uscita incredibilmente vittoriosa per 3-0 dal "Delle Alpi" dopo aver subito un vero e proprio tiro al bersaglio da parte dei bianconeri padroni di casa (7 maggio 1995).
Le premesse perché anche quella gara si trasformasse in una disfatta per la Juventus ci furono tutte: dopo solo diciotto minuti di gioco Favalli e Casiraghi avevano portato i biancocelesti in vantaggio per 2-0. Un palo colpito da Antonio Conte fu l'unico sussulto di una Vecchia Signora apparsa stanca, frastornata e poco concentrata dopo le recenti fatiche europee. Per scuoterla Lippi decise di togliere dal campo un Torricelli apparso irriconoscibile (al 24') sostituendolo con Porrini, il quale andò a dare man forte ad un reparto arretrato che - fatta eccezione per il solo Pessotto - mostrava evidenti lacune a causa delle deludenti prestazioni offerte sino a quel momento sia da Ferrara che da Vierchowod. E se la Juventus non riusciva a scrollarsi di dosso quell'apatia che accompagnava tutte le prime frazioni di gioco delle gare disputate in quel periodo, a venirle in aiuto ci pensarono gli stessi avversari: una clamorosa papera di Marchegiani durante un rinvio con i piedi permise a Deschamps di segnare indisturbato la rete dell'1-2, risultato con cui le squadre andarono al riposo.

Nella ripresa il ritrovato orgoglio dei bianconeri trovò terreno fertile grazie ad un vero e proprio suicidio sportivo dei laziali: Casiraghi si fece espellere in maniera ingenua al 17' (Giuseppe Signori a fine incontro confessò: "L’arbitro ha detto che l'ha insultato"), mentre Chamot provocò l'autogoal del momentaneo pareggio della Juventus deviando in rete un cross di Del Piero. In superiorità numerica Lippi decise di inserire Lombardo al posto di Vierchowod, arretrando Deschamps sulla linea dei difensori.
"Oggi mi sono ricordato di Juve-Fiorentina dell' anno scorso, da 0-2 a 3-2", disse l'allenatore bianconero a fine gara. La sua squadra, in questa occasione, seppe fare ancora meglio: Antonio Conte e Padovano (subentrato a Di Livio all'inizio della seconda frazione di gioco) ribaltarono le sorti dell'incontro, fissando il risultato finale sul 4-2 per Madama.
Ancora Lippi: "Eravamo sicuri di farcela, nello spogliatoio a metà partita lo pensavamo tutti. Può essere il giorno della fiducia: chissà che la rimonta al Real Madrid non cominci qui". Lo scudetto stava lentamente scivolando via dalle mani della Vecchia Signora per andare verso il Diavolo rossonero guidato da Fabio Capello, mentre cresceva l'attesa per il ritorno dei quarti di finale della coppa dalle grandi orecchie. Antonio Conte, il migliore in campo per i suoi in quella domenica, dichiarò: "Contro gli spagnoli si dovrà giocare una gara tipo questa. In fondo, loro stanno già vincendo 1-0. Ma noi sappiamo come si rimonta alla grande. Questione d'orgoglio, d'abitudine. La vittoria di oggi ci insegni a non mollare, a non perdere la fiducia".

E mentre Umberto Agnelli manifestava tutto il suo disappunto per una Juventus bella a metà, allenatore e squadra ringraziarono i sostenitori bianconeri presenti allo stadio per la pazienza e la comprensione dimostrata in quella domenica. C'era un ostacolo importante da superare da lì a pochi giorni, tutti insieme, per poter arrivare alla finalissima di Roma prevista per il 22 maggio.
Dove la Vecchia Signora sarebbe riuscita a sedersi sul trono d'Europa, sconfiggendo i campioni uscenti dell’Ajax.
Zeman lo aveva detto: "Per me la Juve di quest'anno vince meno, ma gioca meglio".
Così bene da conquistare la Champions League.
Avrà sicuramente esultato anche lui...

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martedì 23 novembre 2010

Zemanlandia? No, grazie!

E così anche Milena Gabanelli ha ceduto al fascino di Zeman.
Ed io, povera mortale, non riesco ad essere da meno: anch’io cedo alla tentazione di risponderle.
In questi due giorni l’hanno già fatto – giustamente – quasi tutti i siti juventini.
C’è chi, date e carte di Tribunali alla mano, ha smontato la notizia della colpevolezza dall’accusa di doping.
C’è chi ha fatto la lista delle vittorie ottenute dal boemo, ossia zero titoli (scusate, ma io continuo pervicacemente a scriverlo e pronunciarlo in italiano). In pratica quanto quelle di un Maifredi qualunque, per intenderci!
C’è chi invece, scrivendo una lista lunghissima, ha elencato i suoi insuccessi.
C’è chi pur non dimenticando il Foggia di Signori e Baiano (ah baiaaaanooo!), non ha potuto fare a meno di ricordare che la Roma di Zeman è si arrivata vicina allo scudetto, ma l’ha vinto solo quando su quella panchina si è seduto Capello (uno che al contrario sa vincere eccome)!
C’è chi ha ricordato il Brescia lanciato alla conquista della serie A e ritrovatosi a metà classifica quando è passato nelle sue mani; nonché gli squadroni turchi e serbi preparati per vincere - e lontani mille miglia dalle grinfie di Moggi!!! – che allenati da lui si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano.
C’è chi ha parlato di veri e propri problemi psicologici, come “mania di persecuzione” e “complesso di superiorità”, consigliando al boemo la visita da un buon analista.
C’è chi ha fatto notare che quando si da una notizia, bisogna darla completa e non solo in parte : perché far passare il messaggio che il Foggia sia l’unica squadra della LegaPro costruita con pochi soldi e con i giovani della primavera delle squadre di Serie A, quando è così per quasi tutte? Perché si dice “il Foggia ha il miglior attacco del campionato”, ma si tace “ma anche la peggior difesa”?
C’è chi, infine, ha ricordato quali prestazioni sublimi (come comico) riesca a raggiungere il “miliore alenatoore di europpa” quando a fargli le domande non sono giornalisti adulatori, bensì preparati avvocati in un tribunale vero.
Quindi non sto qui a ripetere quanto già detto, vorrei solo far notare un’altra cosa (che mi da fastidio ogniqualvolta si parli del calcio di Zeman), e che soprattutto in un programma non di opinioni e pareri, ma di approfondimenti ed inchieste giornalistiche, non c’entrava nulla. Perché Report (e non solo) mi deve convincere che il calcio di Zeman è un calcio bello a vedersi?
Ma chi l’ha detto? Dove sta scritto che il “tutti all’attacco” sia il modo migliore di giocare a pallone? Dove sta scritto che lasciare la difesa scoperta e gli attaccanti avversari liberi di colpire sia così divertente? Ma chi ha deciso che una partita che finisce 4-4, con due squadre che si trovano magari spesso fuori posizione, sia più bella ed avvincente di uno 0-0, dove però i gol non arrivano proprio perché le due formazioni sono perfettamente schierate e i giocatori sono così bravi da non commettere errori?
Sinceramente, non so proprio che farmene di un terzino perennemente nella metà campo avversaria, quando poi l’ala dell’altro team si trova a tu per tu con il mio portiere un’infinità di volte.
Mi piace vincere 2 a 0, nonostante il mio centravanti sia stato il peggiore in campo, grazie soprattutto alla diga eretta dai due centrali di centrocampo e difesa (ops... proprio mentre la squadra di zeman perde 3 a 1!)
Per carità, non sto facendo un elogio al catenaccio, ma anche nel football servono le giuste misure. D'altronde, se volessi vedere una partita dove inevitabilmente si segnano tanti punti, non guarderei una partita di pallone ma di basket.

Articolo pubblicato su Juvenews.net


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

mercoledì 27 ottobre 2010

Quanto è bella la Juventus "antipatica"...


Nell'attesa di tornare a vincere qualche competizione, la Juventus ha ripreso a fare paura.
E' bastato che quella squadra che in estate suscitava pochi entusiasmi e molti dubbi trovasse una sua "quadratura" in campo, perché tutti iniziassero a spaventarsi. Pur con gli evidenti limiti che ancora persistono.

"Tutti" chi? Quelli che non sono juventini, che appartengono all'altra "parte" dell'Italia calcistica. O di qua o di là, non si scappa.
Krasic cade a terra senza essere toccato dall'avversario e gli viene concesso un rigore? E' un Simulatore. Con la "S" maiuscola. Non per una singola partita, ma da qui all'eternità.

Anche se a Manchester, nella gara contro il City valida per l'Europa League, lo ammonirono per lo stesso motivo ed in una situazione simile e poi si scoprì che il penalty c'era? Sì, naturalmente.
E pazienza se ha la faccia da bravo ragazzo, se non prende a cazzotti il mondo intero una volta uscito dal rettangolo di gioco o se non si diverte a sfasciare le macchine dopo essersi ubriacato.

Non è mica tanto furbo, poi, questo Krasic: ma chi glielo ha fatto fare di rinunciare a tutti quei soldi che gli offriva lo sceicco Mansour bin Zayed Sultan Al Nahyan per andare a giocare in Premier League? Chi glielo ha detto di rispettare l’impegno verbale preso con Marotta ad inizio della scorsa estate sapendo benissimo che se la Juventus avesse potuto avrebbe preferito portare Dzeko e non lui a Torino? Ma poi, era proprio il caso di noleggiare - pagandolo di tasca propria - un volo privato soltanto per non mancare al suo primo allenamento davanti ai tifosi bianconeri nel consueto vernissage estivo a Villar Perosa? Anche se poi lo avrebbe dovuto sostenere in un campo a parte, solo soletto mentre i compagni si esibivano di fronte alle televisioni e ai fotografi?

Non è una persona seria, il serbo. Anzi: secondo qualcuno è solamente "serbo". Come Ivan Bogdanov, l'ultrà che guidò un manipolo di connazionali nel tentativo (riuscito) di impedire il regolare svolgimento dell'incontro Italia-Serbia che si sarebbe dovuto giocare lo scorso 12 ottobre a Genova.
Oddio, a pensarci bene: immaginiamo per un momento cosa sarebbe potuto accadere se in quella (bruttissima) serata "l'uomo nero" Ivan avesse esibito al mondo intero una sciarpa, un distintivo o comunque un altro simbolo che potesse ricondurre in un qualsiasi modo a Krasic o alla stessa Juventus... Apriti cielo...

A proposito di cielo: era proprio in quella direzione che Malesani si rivolse domenica a Bologna per ottenere Giustizia poco prima che Viviano respingesse il rigore calciato da Iaquinta. Dove non arriva quella sportiva, quando c'è di mezzo la Juventus è doveroso che intervenga quella divina. Anche in questo caso: la giustizia con la "G" maiuscola. Senza dover più scomodare Guido Rossi, Auricchio, Baldini, Moratti, Zeman, Inter, intercettazioni e via discorrendo.
Perchè pur di fermarla ci si appella un pò a tutto. E a tutti.

La Vecchia Signora quando si presenta al tavolo dei vincitori non si accontenta dell'aperitivo o degli antipasti: si prende tutto. I suoi non sono cicli, sono dittature. Dal quinquennio d'oro degli anni trenta del secolo scorso sino ai primi anni del duemila, da Combi-Rosetta-Caligaris a Buffon-Zambrotta-Chiellini, passando per Zoff-Gentile-Cabrini, Sivori-Charles-Boniperti e Rossi-Platini-Boniek. Dimenticando (o non potendoli citare tutti) altri protagonisti di storie che - unite tra loro - hanno costruito una leggenda.

Se alla Juventus accosti il nome di un Agnelli, poi, il gioco è fatto: "ecco che stanno tornando. Di nuovo. Chi non muore si rivede. Bisogna fermarli subito, aggredirli, fargli capire che stavolta sarà diverso, che il passato non torna più".

Molte cose, è assodato, sono mutate nel corso del tempo. Non c'è più Luciano Moggi, la Triade è stata sgretolata e con lei lo squadrone che aveva costruito, così come sono state cancellate le ultime vittorie conquistate sul campo.
Ma è anche vero che sono finiti i tempi di Cobolli Gigli, l'addio di Blanc non è più un miraggio, Nedved è tornato per dare nuovamente il suo contributo alla causa bianconera e adesso c'è un Presidente che parla e scrive a tutti sostenitori.

Non esistono più tifosi di serie "C", ma solo appassionati a cui il massimo esponente del club ha chiesto di essere chiamato per nome. C'è una Juventus ancora troppo debole per sedersi al tavolo dei vincitori, ma già abbastanza convinta delle proprie idee da suscitare le prime reazioni degli avversari: scompare la simpatia, quella che solitamente viene riservata ai perdenti, e d’incanto torna l’antipatia.
E prima di prendersi le doverose (e auspicate) rivincite, i tifosi bianconeri scoprono quanto è bello ritrovarsi uniti con la società contro tutti. Come una volta.

Con tanti ringraziamenti all’altra "parte" dell’Italia calcistica per aver fatto provare loro nuovamente queste sensazioni.
Ironia della sorte: la Juventus ancora non ha vinto nulla, ma i suoi sostenitori stanno già iniziando a godere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 26 ottobre 2010

sabato 17 luglio 2010

La storia è fatta di corsi e ricorsi

(vignetta di Claudio Rugge)

Si avvicina il primo impegno ufficiale (29 luglio, andata terzo turno preliminare di Europa League), e ora si conoscono i nomi delle due squadre che si contendono la possibilità di incontrare la Juventus: Shamrock Rovers (Irlanda) e Bnei Yehuda (Israele).

Per partecipare alla Coppa UEFA del 1999-2000 i bianconeri dovettero affrontare - nell’ordine - Ceahlăul Piatra Neamţ (1-1 all’andata, con goal di Tacchinardi, 0-0 a Cesena), il Rostov (4-0 in trasferta, 5-1 in casa) e il Rennes (2-0 e 2-2, in Francia). Non c’erano i preliminari, ma la vecchia Coppa Intertoto, che la Juventus si aggiudicò insieme a Montpellier e West Ham.
Anche allora - come oggi - la Vecchia Signora doveva ripartire da un’annata fallimentare (quella precedente: 1998-99). Corsi e ricorsi storici. Perché la storia è fatta di cicli, e a volte "ritornano".

"Se il problema di questa squadra sono io, come pare da quando ho detto che a fine stagione me ne sarei andato da Torino, e' meglio che io mi faccia da parte".
Così parlò Marcello Lippi dopo la sconfitta interna per 4-2 della Juventus contro il Parma di Alberto Malesani, nella stagione incriminata.
Si trattava del periodo più basso della prima Juve Lippiana, quella del tridente Del Piero-Vialli-Ravanelli che conquistò l’Italia e l’Europa nel giro di due anni, così come quella (anche) di Zidane e Boksic che raggiunse la vetta del calcio mondiale in quel di Tokyo.
L’incontro coi parmensi segnò la fine della sua avventura in bianconero, con le dimissioni subito accettate. Dopo, arrivò Ancelotti.

Dalle polemiche con l’Inter nella stagione 1997-98 al suo addio comunicato con largo anticipo, proprio per raggiungere i nerazzurri l’anno successivo. Si era "rotto" qualcosa già da subito nello spogliatoio (e qualcosa di grosso accadde proprio prima dell’incontro col Parma), mentre sul campo si infortunò, nel novembre del 1998, Alessandro Del Piero. A Udine.

Una stagione nata sono una cattiva stella, e iniziata nel lontano 26 luglio del 1998, allorchè Zdenek Zeman si eresse a paladino dello sport pulito, pronunciando la famosa frase: "il calcio deve uscire dalla farmacia e dagli uffici finanziari, se vuol tornare ad essere sport".
Quello fu solo un antipasto.
Dopo pochi giorni, continuò: "mi hanno sbalordito le esplosioni muscolari di Vialli e Del Piero".

Il resto, è storia. Che è fatta di corsi e ricorsi.
E mentre Gianni Paglia, presidente dello Zagarolo calcio (serie D) vuole comprare il polpo Paul per "sapere in anticipo le sorti della mia squadra. Mi eviterebbe stress e sorprese" e Antonio Percassi si presenta al ritrovo dei tifosi atalantini (erano in 12.000) su una diligenza trainata da quattro cavalli (…), il calcio ritrova le sue "certezze": la Juventus che prova a tornare ad essere "la" Juventus e Zeman che riparte dal suo Foggia, in prima divisione. Un ritorno al passato, in compagnia di Pasquale Casillo e del direttore sportivo Giuseppe Pavone.

Non ci voleva quel Benítez: la panchina dell’Inter si era liberata dal peso ingombrante di Josè Mourihno, la sua prima Champions League da allenatore sembrava un obiettivo finalmente raggiungibile. E invece Moratti ha preferito far cadere la sua scelta sul tecnico spagnolo.
Pazienza, anche se ora - per arrivare ai massimi vertici del calcio europeo partendo da così lontano - ci vorranno, occhio e croce, una trentina d’anni. Anche senza Luciano Moggi.

La Juventus tornerà a vincere prima di tutto questo tempo. E sarà un boccone duro da digerire. Non solo per lui.
Ma la storia è fatta di corsi e ricorsi.
C’è chi è nato vincente, e chi no.
Basta rendersene conto. E non prendersela con gli altri.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com