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giovedì 29 agosto 2013

Juventus, tre contratti per la storia

 
Conte, Benitez, Montella, Mazzarri, Petkovic e Garcia. Dicono che chi ben comincia si trovi a metà dell'opera. Beh, se le cose stanno realmente in questo modo i tecnici di alcune tra le squadre italiane più blasonate possono dormire sonni tranquilli. Almeno per il momento. Al prestigioso elenco di allenatori appena stilato manca Massimiliano Allegri, visto e considerato che il suo Milan è caduto rovinosamente a Verona sotto i colpi (di testa) di Toni. Orfano già dalla scorsa stagione di Thiago Silva e diversamente da quanto è accaduto in estate, il Diavolo avrebbe dovuto ritoccare la propria difesa, laddove in passato aveva mostrato le lacune maggiori. Gli errori, prima o poi si pagano. E quello del "Bentegodi", per il club rossonero, rischia seriamente di non trattarsi di un episodio isolato. Se non altro è riuscito ad accedere alla fase a gironi della Champions League. Nel caso in cui non fosse riuscito a raggiungere almeno questo traguardo, indispensabile per le casse societarie, i risvolti negativi sarebbero stati innumerevoli.
 
Così come una rondine non fa primavera, una sola giornata di campionato non può bastare per esprimere valutazioni ponderate sul reale rapporto di forza tra le prime della classe. Il calendario consente alla Lazio la possibilità di prendersi un'immediata rivincita sulla Juventus dopo la scoppola rimediata in Supercoppa italiana. A questo proposito il bianconero Chiellini ha già messo le mani avanti, invitando i suoi compagni a non considerare il risultato della recente gara di Roma come lo specchio del reale divario tecnico tra le due formazioni.
 
Quella di Torino sarà la partita di cartello della seconda tappa della serie A. L'ultima vittoria casalinga di Madama contro la Lazio risale all'11 aprile 2012. A decidere le sorti dell'incontro pensò Alessandro Del Piero, alla sua settecentesima gara con la maglia bianconera. Dopo il vantaggio iniziale siglato da Pepe era stato il laziale Mauri a riportare il risultato in parità. La Vecchia Signora aveva seriamente rischiato di vedersi sfuggire dalle mani tre punti più che meritati per quanto visto sul campo.
 
Nella pancia dello stadio Del Piero aveva raccontato con queste parole il momento decisivo del match: "Pirlo chiedeva la distanza, che non viene mai rispettata. Ho visto caos davanti a Marchetti e ho calciato nell'angolo libero. Spero, il 13 maggio sera, di poter raccontare che questo gol è stato fondamentale per lo scudetto". Quella rete era valsa la quinta vittoria di fila ed il trentaduesimo risultato utile consecutivo in serie A per i bianconeri. Proprio in quell'occasione era stato battuto il precedente record nei campionati in cui vengono attribuiti tre punti per ogni successo, appartenuto in precedenza all'Inter che nella stagione 2006/07 si era fermata a quota trentuno. A proposito dei nerazzuri, il patron Moratti aveva così commentato la corsa al tricolore: "Chi vince il titolo? Sono ammirato dalla Juventus. Esprime un calcio davvero efficientissimo, non me l'aspettavo così già quest'anno. Il Milan invece ha una struttura molto forte. La mia preferenza comunque è per il Napoli... ".
 
In quel periodo in casa bianconera tenevano banco le questioni dei rinnovi contrattuali di due pezzi da novanta della rosa: Del Piero e Buffon. Nel merito, l'allora numero dieci aveva risposto in maniera vaga ad una precisa domanda postagli da un cronista: "Il mio futuro è il Cesena (la gara successiva all'intervista, ndr). Sono felice, sto bene, di testa e di gambe. Di certo continuerò a giocare anche l'anno prossimo, vedremo dove". Per conto del portiere, invece, fu Silvano Martina, il procuratore, a chiarire la situazione contrattuale del suo assistito: "Il contratto? Non è il momento, quando sarà ora la società ci chiamerà. Ma non credo che la Juve voglia privarsi di Gigi".
 
Dall'Inghilterra, intanto, arrivavano le voci di un interessamento della Juventus per un giovanissimo talento in forza al Manchester United, Paul Pogba. Mino Raiola, il suo agente, le aveva confermate proprio in quei giorni: "Ho parlato con Ferguson, lui ci tiene a rinnovargli il contratto: lo considera da prima squadra. Ora tocca al ragazzo decidere: io non voglio forzarlo. Ma è chiaro che ormai non ci sono alternative. O resta allo United o viene alla Juventus". Tre contratti per altrettante situazioni diverse, tutte in seno alla Vecchia Signora: un addio, una conferma ed un arrivo. In pratica: il passato, il presente ed il futuro della Juventus.
 
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giovedì 13 dicembre 2012

Sette mesi fa, un'eternità


Juventus e Atalanta si sono incontrate a Torino il 13 maggio 2012, sette mesi fa, nella gara valevole per l'ultima giornata dello scorso campionato. Non si tratta di una data qualsiasi: in quel giorno, infatti, Alessandro Del Piero aveva disputato l'ultima partita indossando la maglia bianconera di fronte al pubblico di casa. Sfogliando l'album dei ricordi di Madama, a distanza di pochi anni si può trovare un altro pomeriggio così denso di emozioni: quello del 31 maggio del 2009, quando fu Pavel Nedved a salutare i propri tifosi allo stadio "Olimpico". Quell'incontro aveva messo a confronto Juventus e Lazio, vale a dire i due club italiani nei quali ha giocato il ceco.

Tornando alla gara con gli orobici, Del Piero mise a segno la seconda rete nel 3-1 finale, un tocco d'artista in una domenica da incorniciare. Si era trattata dell'ultima occasione nella quale il fuoriclasse bianconero era finito nel tabellino dei marcatori in un match di serie A. Con quella divisa gli era capitato altre centottantasette volte in un periodo lungo diciannove anni, tutti trascorsi sotto la Mole. Come “Pinturicchio” prima, e “Godot” poi, ha conquistato il mondo tanto con la Juventus quanto con la maglia azzurra, per poi seguire Madama nella serie cadetta subito dopo il terremoto provocato dallo scoppio di Calciopoli. Esempio di sportività, in totale ha accumulato soltanto cinquanta ammonizioni, due espulsioni e tre giornate di squalifica. 

Antonio Conte lo aveva richiamato in panchina al dodicesimo minuto della ripresa, facendo entrare al suo posto Pepe. Dodici, lo stesso numero del giorno nel quale aveva esordito con quella maglia: il 12 settembre 1993, a Foggia. I sostenitori presenti sugli spalti continuarono ad incitarlo a più riprese, concedendogli un ultimo caloroso abbraccio. Il loro gesto riuscì a fare breccia nel suo cuore, come confermò lui stesso di fronte ai taccuini dei cronisti: “Per non far vedere le lacrime ho finto di allacciarmi le scarpe. E' stato commovente. Non smetterò mai di ringraziare i tifosi per quello che ho visto nei loro occhi”.

Il saluto a Del Piero era coinciso con la definitiva consacrazione dello splendido lavoro di Conte: terminati anche quei novanta minuti di gioco, la Juventus aveva concluso il campionato in prima posizione ed imbattuta. “Questa squadra è già nella leggenda, c'è poco da fare: al massimo, in futuro, potranno solo eguagliarci”, aveva dichiarato il tecnico. Sino ad allora non era mai accaduto che in una serie A con venti squadre partecipanti qualcuna terminasse la stagione senza sconfitte.

Venti, un numero che compare in altri due record dello scorso campionato: sono le reti subite da Madama (minimo storico in un torneo così allargato) ed il totale dei suoi giocatori andati a segno in tutta la manifestazione. All'appello mancavano Marrone e Barzagli, i realizzatori degli altri gol juventini della giornata. Quello dell'Atalanta, invece, era arrivato grazie ad un'autorete di Lichtsteiner. Lo svizzero era stato il primo bianconero a finire sul tabellino dei marcatori nella gara d'esordio contro il Parma (11 settembre 2011).

In una serie A che stava per chiudere i battenti l'unico argomento di discussione era rimasto il numero dei tricolori vinti dalla Juventus. Giancarlo Abete, in proposito, sembrava non avere dubbi: "E' ovvio che gli scudetti della Juve sono 28, come sancito da un organo della giustizia sportiva e come ha ribadito il presidente della Fifa Sepp Blatter nella lettera di congratulazioni inviata alla società bianconera".

Lontano da Torino, a Milano, il Diavolo intanto salutava Filippo Inzaghi, Gattuso, Zambrotta, Van Bommel e Nesta. Per Seedorf, invece, il momento dell'addio era soltanto rimandato di qualche giorno. Chi non mostrava dubbi in merito alla propria permanenza in rossonero era Zlatan Ibrahimovic: "No, no, no, no, non vado via. Non sarà l'ultima mia gara a San Siro". Lavezzi, suo futuro compagno al Paris Saint-Germain, si congedava dal popolo del "San Paolo" a Napoli nello stesso momento in cui Milito provava a sponsorizzarne l'acquisto all'Inter. 

Francesco Guidolin, a Udine, confessava tutta la sua stanchezza: "Non so se con la mia salute mi potrò permettere un'altra stagione così, se sarò pronto per luglio". Edy Reja si trovava ad un passo dall'abbandonare la Lazio mentre Andrea Della Valle veniva pesantemente contestato dai sostenitori viola e lasciava rabbuiato in volto lo stadio di Firenze: "Ora rifonderemo. Ranieri o Zeman? Ci stiamo pensando". Sabatini, d.s. della Roma, dichiarava apertamente l'interesse dei giallorossi verso Montella, tecnico del Catania. Il quale ricambiava le attenzioni mostrate nei suoi confronti: "Qui sanno che ho un debole, che si chiama Roma".

In Inghilterra, nel frattempo, il Manchester City conquistava la Premier League grazie ad un gol messo a segno da Aguero al 94' della gara contro il Queens Park Rangers. Balotelli e Mancini, immortalati sorridenti uno accanto all'altro, erano il ritratto della felicità "made in Italy". Tutto questo è accaduto soltanto sette mesi fa. Da allora non è passato molto tempo, ma sembra sia trascorsa un'eternità.

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domenica 13 maggio 2012

Ho visto Del Piero, e sono cresciuto con lui. Un abbraccio, Alex



DI PIU’, NIENTE

Più di 8 scudetti.

Più di una promozione dalla serie B

Più di una Coppa Italia (e speriamo due)

Più di 4 supercoppe italiane

Più di una Champions League

Più di una Supercoppa europea

Più di una Coppa Intercontinentale

Più del gol alla Fiorentina

Più di un gol alla Del Piero

Più del gol a Tokyo

Più delle mie lacrime

Più del gol a Bari

Più di un gol al volo di tacco nel derby

Più di un gol per l’Avvocato

Più della linguaccia contro l’Inter

Più dell’assist a David

Più del gol numero 187

Più del gol alla Germania

Più di Berlino

Più del gol al Frosinone

Più del titolo di capocannoniere in B

Più del titolo di capocannoniere in A

Più della standing ovation al Bernabeu

Più di 704 partite con la stessa maglia

Più di 289 gol

Più di una punizione che vuol dire Scudetto

Più del gol all’Atalanta

Più di ogni record

Più della maglia numero 10 con il nome Del Piero

Più della fascia di capitano

Più di tutto…

C’è quello che mi avete regalato in questi 19 anni.

Sono felice che abbiate sorriso, esultato, pianto, cantato, urlato per me e con me.

Per me nessun colore avrà tinte più forti del bianco e nero.

Avete realizzato il mio sogno. Più di ogni altra cosa, oggi riesco soltanto a dirvi: GRAZIE.

Sempre al vostro fianco

Alessandro

Fonte: http://www.alessandrodelpiero.com/news/di-piu-niente_276.html

venerdì 11 maggio 2012

Del Piero e quel 5 maggio di sedici anni fa...


Nella scorsa stagione era chiaro a tutti come uno dei principali desideri di Alessandro Del Piero fosse quello di giocare nel nuovo "Juventus Stadium", con lo spirito sbarazzino di chi ha ancora voglia di divertirsi, divertire e vincere nonostante sulla carta d'identità fossero indicate trentasette primavere.

La scelta del luogo in cui avrebbe firmato il rinnovo contrattuale con il club non fu casuale, così come la data: 5 maggio, nella casa bianconera sorta sulle ceneri del vecchio "Delle Alpi".

Facendo un salto indietro nel tempo di sedici anni, su quello stesso prato verde Alessandro disputò l'ultima gara interna del campionato 1995/96 proprio il 5 maggio, contro l'Atalanta all'epoca guidata da Emiliano Mondonico.

Vinse Madama col risultato di 1-0, la rete decisiva venne messa a segno da Didier Deschamps, il centrocampista francese che diventò poi il tecnico della Vecchia Signora durante la sua permanenza in serie B. In difesa era presente Ciro Ferrara, mentre nella seconda frazione di gioco sulla linea mediana del campo Marcello Lippi decise di inserire Antonio Conte, l'attuale mister della Juventus tornata campione d'Italia.

Deschamps, Ferrara, Conte… Del Piero, quel giorno affiancato da Michele Padovano nel reparto offensivo, nel corso della sua carriera è stato allenato - con alterne fortune - da tutti e tre gli ex compagni di squadra.

In tribuna, quella domenica pomeriggio, sedeva Louis Van Gaal, guida dell'Ajax detentore della Champions League che i bianconeri avrebbero affrontato di lì a breve nella finalissima di Roma (22 maggio).
La concentrazione della Vecchia Signora, che aveva ormai consolidato la seconda posizione in campionato (lo scudetto andò infatti al Milan), era rivolta quasi completamente all'evento storico ancora tutto da vivere. E vincere.
Sugli spalti i tifosi avevano dimostrato di condividere la linea societaria del "squadra che vince si cambia": l'anno precedente salutarono Roberto Baggio (sostituito proprio da Del Piero), in quelle ore furono in pochi a protestare per l'imminente addio di Gianluca Vialli, autentico leader del gruppo di Lippi destinato a trasferirsi in Inghilterra.

Uno degli argomenti più dibattuti in quei frangenti era rappresentato dall'ipotesi che la Juventus potesse emigrare nel campionato successivo a Bologna, per disputare al "Renato Dall'Ara" le gare casalinghe. D'altronde nell'impianto torinese, così com'era stato costruito e poi gestito, la situazione era diventata insostenibile: "Sento dire che la Juve spenderebbe, per l'intera stagione a Bologna, una cifra che si aggira sui 500 milioni (di lire, ndr.): questa cifra è improponibile per il "Delle Alpi", perché questo stadio è un vero disastro e ha costi impossibili", dichiarò infatti l'allora sindaco Valentino Castellani.

Per rendere l'idea dei problemi dei quali si discuteva basti pensare che nell'arco di quell'anno il tutto esaurito si registrò soltanto in occasione della partita Juventus-Real Madrid, valevole per i quarti di finale della Champions League.

Da allora sino ad oggi è trascorso molto tempo, ma sembra passata un'eternità.
A distanza di un anno e ventiquattro ore dal suo rinnovo contrattuale Alessandro Del Piero è tornato ad essere campione d'Italia.
La prossima domenica, proprio contro l'Atalanta, disputerà quella che - salvo colpi di scena - resterà nella storia del calcio italiano come l'ultima apparizione del numero dieci juventino in serie A con addosso la maglia a strisce bianconere.

Deschamps, Ferrara, Conte, Lippi, Van Gaal, la Champions League, Vialli, l'esordio allo "Juventus Stadium", il 5 maggio, l’Atalanta... per lui, e per chi lo ha seguito nel corso della carriera, tutto questo resterà un bellissimo ricordo.
A Roma (ancora in quella città) dopo che la Vecchia Signora avrà disputato la finale di coppa Italia sfidando il Napoli calerà il sipario su una fantastica storia professionale e d'amore tra un giocatore ed il suo club.
Nell'attesa, naturalmente, che l'addio si trasformi poi in un "arrivederci".

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venerdì 20 aprile 2012

Juve e Roma, nuove nel segno dei vecchi


Hanno una storia importante alle spalle, le accomuna il fatto che all'inizio degli anni ottanta (dello scorso secolo) erano considerate le "regine" del calcio italiano, ciononostante - considerando le recenti vicissitudini societarie - Roma e Juventus potrebbero essere paragonate a due "neonate": una ha appena compiuto un anno, l'altra ne compirà due a breve.

Dopo un lungo tira e molla al termine della scorsa stagione nella capitale sono “sbarcati” gli americani, mentre il timone della Vecchia Signora è tornato in mano ad un Agnelli, Andrea, il 19 maggio del 2010. A giudicare da quanto accaduto a Torino alla conclusione del primo campionato non sembrava ci fossero particolari novità rispetto ai disastri della precedente gestione, quella successiva al terremoto del 2006: settima era, e settima è rimasta. Poi è stata inaugurata la nuova casa bianconera, Conte si è seduto sulla panchina di Madama, Pirlo ha iniziato a dirigere il traffico in mezzo al campo, Buffon è tornato "Buffon" e via discorrendo.

Con l'Inter che cambiava allenatori e perdeva poco alla volta i pezzi migliori all’inizio si pensava ad una dittatura del Milan, senonchè a gennaio del 2012 la Juventus è diventata campione d'inverno. La domanda era sorta spontanea: per quanto tempo ancora avrebbe potuto reggere quel ritmo di marcia? D'altronde i rossoneri hanno maggiore qualità, esperienza, una rosa ampia e quell'Ibrahimovic là davanti che risolve le gare a loro favore anche quando giocano male. Arriverà il momento del sorpasso, si diceva: meglio che sotto la Mole imparino a guardare al terzo posto piuttosto che allo scudetto, visto che bastano poche partite per cadere dalle stelle alle stalle.

Certo, Conte può preparare la squadra a lottare per il vertice, esattamente come accadeva ai tempi in cui giocava, ma per i miracoli non è ancora attrezzato: se gli attaccanti non segnano, c'è poco da fare.

Poi capita che in coppa Italia, durante una gara dei quarti di finale proprio contro la Roma, sbuchi fuori Del Piero, sino a quel momento ai margini dell'ennesima rivoluzione bianconera: un goal stupendo, il suo, nel 3-0 con il quale la Vecchia Signora sculaccia i giallorossi. L'Avvocato, da lassù, avrà apprezzato: in occasione del nono anniversario dalla sua scomparsa Alessandro si è tolto di dosso i panni di "Godot" per tornare a vestire quelli di "Pinturicchio".
Nel frattempo in campionato la Juventus da lepre diventa inseguitrice, arriva lo scontro diretto con i rossoneri ed il goal non assegnato a Muntari agita i sonni di Massimiliano Allegri, che non vuol sentir parlare dei rigori non assegnati a Madama. Da Torino Conte fa sapere di annoiarsi, esattamente come accadde al suo Presidente un anno prima (29 gennaio 2011), allorquando - argomentando su Calciopoli - non ne poteva più di replicare a Massimo Moratti, che a sua volta lo definì "Giovin Signore".

Era il giorno in cui Andrea Agnelli disse: "Se tra un anno saremo nelle condizioni attuali avremo un problema". Beh, trascorso quel lasso di tempo le cose sono davvero cambiate: il patron dell'Inter ora si complimenta con i bianconeri per quanto mostrato sul campo in questa stagione (“Sono ammirato dalla Juventus: esprime un calcio efficientissimo, non me l'aspettavo così già quest'anno”) e Madama è tornata ad essere più Signora che Vecchia.

Adesso mancano sei giornate alla conclusione della serie A: non sono più ammessi errori, anche un semplice pareggio potrebbe costare caro. La Roma, sua prossima avversaria, a detta dei Luis Enrique in questo senso è una garanzia: "Ho visto tante volte i ragazzi fare buone prestazioni fuori casa, però in questa stagione non pareggiamo quasi mai: o vinciamo o facciamo figuracce. Non è facile da capire".

Il calendario, modificato dopo la disgrazia occorsa a Piermario Morosini, la metterà poi a confronto con le ultime della classe: Cesena, Novara e Lecce. Sarà ancora una squadra con i colori sociali giallorossi, il Lecce, appunto, l'ostacolo potenzialmente più pericoloso che Madama dovrà fronteggiare nella corsa verso lo scudetto, viste le residue possibilità di salvezza del gruppo diretto da Cosmi.

Domenica, però, spazio a Juventus-Roma, due club che annoverano tra le proprie fila campioni che hanno scritto alcune delle pagine più belle delle rispettive storie: Del Piero e Totti. A loro, quando chiamati in causa e grazie all'esperienza maturata negli anni, spetta anche il compito di aiutare i più giovani ad unire il "presente" col "passato" di quelle società con l'unico mezzo possibile: le vittorie. Ci sono stima e affetto reciproci tra i fuoriclasse in questione, manifestati nuovamente dallo stesso Totti negli attimi successivi l'ultima giornata disputata in serie A: "Sono stati cinque secondi bellissimi: io che segno all'Olimpico e Ale che va in goal a Torino. Magari fosse così tutte le settimane".

Questa volta, però, Del Piero non sarà della stessa opinione.

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giovedì 12 aprile 2012

Un altro Conte. Un altro Alex

Mancano solo poche tappe alla fine e sicuramente sono felice per ciò che è stato fatto in questa stagione, e lo sarò comunque, indipendentemente dal verdetto finale. Ma, ovviamente, spero nei trofei. E, per raggiungerli, ora non dobbiamo più affidarci al Conte preparatore, né tantomeno al Conte motivatore. I ragazzi sono in palla, fisicamente preparati e certo, a questo punto della stagione, non è più necessario far comprendere loro dove sono arrivati e quanto siano vicini alla meta.
Ora dobbiamo affidarci ad un altro Conte, il Conte psicologo.

Nella partita con la Lazio abbiamo sofferto tutti, noi tifosi e loro in campo, e tutto è iniziato in un attimo. Un attimo arrivato al 45 minuto, quando Mauri ha colpito quel pallone di testa facendolo finire in rete, alle spalle di Gigi Buffon. Per la prima volta dopo 568 minuti.

E da quel momento ho temuto che quello non fosse solo un gol, un semplice pareggio con ancora tanto tempo per recuperare, ma qualcosa di più. Quel goal mi e' sembrata una spallata pronta a far cedere il muro.
A partire da quel 45° minuto mi e' parso di vedere nei giocatori crollare tutte le certezze.

Li ho visti perdere quella sicurezza che li faceva credere nella loro invincibilità. Quasi non riuscissero ad immaginare che non fossero più una difesa impenetrabile ed inviolabile, resistente persino alla kryptonite.
Li ho visti, in quei secondi 50 minuti, tornare umani, avere titubanze e paure. Sorretti ancora da un gioco ben definito, ma con qualche affanno, con il gol del capitano a far da spartiacque e loro che avevano paura di non farcela prima e di essere trafitti di nuovo dopo.

Ed e' qui che deve intervenire il Conte psicologo. Deve essere in grado di infondere nuova sicurezza a questi ragazzi, in modo da affrontare con tranquillità i momenti critici che potranno capitare ancora.
Perché non dobbiamo dimenticare che quasi tutti i nostri giocatori si trovano a vivere questi momenti, cosi palpitanti, per la prima volta nella loro carriera. Quasi tutti.

Quel gol all'82° è un misto di furbizia, esperienza e sangue freddo che solo un campione navigato avrebbe potuto realizzare. Ed Alessandro Del Piero lo è!
Ad inizio stagione ero d'accordo sul fatto che questo fosse il suo ultimo anno in bianconero, ma certo, vederlo prendere per mano i compagni e tirarli fuori da un momento di difficoltà con quella naturalezza mi fa chiedere se non potrebbe tornare ancora utile in futuro. E questo lo dico con il massimo cinismo.

Ma lo dico anche con affetto, perché vedere i suoi occhi quasi tristi dopo una vittoria, consapevole di vivere ormai gli ultimi momenti da protagonista con questa maglia, mi ha fatto stringere il cuore.
Ci mancherà sicuramente, e dovremo acquistare un degno sostituto. A trovarlo!

Articolo pubblicato su Juvenews.net

Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

L'esperienza dei fuoriclasse della Juve nello sprint finale

"Parlare di scudetto dopo undici partite è roba da matti. Prima di sbilanciarmi voglio vedere altre situazioni. Resto convinto che ci siano due squadre più forti di noi, e presto dovranno venire fuori". Nonostante il 26 novembre 2011 la Vecchia Signora vestita di rosa avesse sbancato l'Olimpico biancoceleste, Gianluigi Buffon si era mostrato prudente sulle ambizioni della sua squadra: il rischio di un tracollo era ancora nell'aria, così come la paura di passare velocemente dagli altari dell'alta classifica alle polveri di una settima posizione.

Simone Pepe impiegò trentacinque minuti per trafiggere Marchetti grazie ad un perfetto suggerimento di Matri, consentendo alla Juventus di aggiungere altri tre punti ai ventidue accumulati dall'inizio del campionato: prima davanti a tutte, con una lunghezza di distanza dal Milan ed una gara ancora da recuperare (quella col Napoli al "San Paolo" non disputata il precedente 6 novembre).

Antonio Conte preferì spostare l'attenzione generale sulla prova di maturità offerta dai suoi uomini ("Stiamo andando al di là di ogni previsione e questo è frutto del lavoro e della disponibilità dei miei giocatori"), mentre Allegri confessava proprio in quei giorni il desiderio di trascorrere il Natale in testa: affinché si verificasse sarebbe stato necessario superare i bianconeri, così come accadde nel successivo mese di febbraio del nuovo anno.

Juventus e Milan duellavano anche al di fuori dei campi di gioco, non soltanto a parole ma pure sui banchetti del calciomercato: la vicenda legata all'approdo dell'argentino Tévez in serie A iniziava ad entrare nel vivo, con Madama che si defilava lasciando spazio ai rossoneri, infastiditi a loro volta dalle interferenze dell'Inter di Moratti sino allo "stop" definitivo alla trattativa imposto da Berlusconi. Ultimamente la punta ha ripreso a giocare e segnare al Manchester City, grazie allo spazio che è riuscito a ritagliarsi nell'intasato reparto offensivo dei Citizens rimasto vittima delle bizze di Balotelli. Un altro giocatore, per inciso, che - nonostante le smentite – sembrerebbe interessare ancora alle milanesi.

Ultimamente, poi, la Juventus ha ingranato una marcia degna del suo nome: cinque vittorie consecutive, quattordici reti segnate ed una sola subita, un'imbattibilità maturata dall'inizio della stagione ed ancora intatta, una consapevolezza nei propri mezzi raggiunta e coltivata giorno dopo giorno.
Da una partita contro la Lazio all'altra sono trascorsi poco più di quattro mesi ma già allo stadio "Olimpico" Reja, l'allenatore dei biancocelesti, aveva notato nei bianconeri le caratteristiche tipiche di una fuoriserie: "La Juve è una grande squadra, credo pure che questa possa essere l'annata giusta".

Nel secondo confronto stagionale con i capitolini Pepe ha impiegato trenta minuti per segnare nuovamente una rete contro Marchetti, prima che la punizione vincente di Del Piero scacciasse gli incubi di un pareggio che avrebbe avuto il sapore di un’atroce beffa. Nei momenti precedenti la gara le dichiarazioni rilasciate da Conte fornivano l'esatta misura della crescita della sua creatura: "Non ho mai pronunciato la parola scudetto dall’inizio dell’anno perché mi sembrava da pazzi. Stiamo facendo qualcosa di straordinario, a sette giornate dalla fine siamo l’antagonista del Milan. Alla fine, vedremo se saremo stati capaci di raggiungere un obiettivo che sarebbe magico".

Sulla falsariga di quanto espresso dal proprio tecnico furono le affermazioni di Andrea Pirlo, uno che nella storia del calcio italiano ha un posto prenotato da tempo: "Siamo arrivati tardi da Palermo e alle dieci eravamo già in campo, ma saremmo disposti a dormire la metà e lavorare il doppio per centrare l’obiettivo".
Pirlo, Buffon e Conte sono professionisti che nel corso delle rispettive carriere hanno ottenuto vittorie prestigiose: alla loro esperienza si aggrappano le speranze dei sostenitori bianconeri nel momento in cui servirebbe proprio quella per affrontare al meglio il duello all'ultimo punto contro il Milan.

Una postilla: nella partita del girone d'andata contro la Lazio Alessandro Del Piero osservò l'incontro in mezzo alle riserve, laddove era scivolato dopo un inizio di stagione vissuto da titolare. In molti si erano dimenticati di lui, nei cui confronti non sembrava adatto neanche il ruolo "alla Altafini" cucito su misura per l’epilogo della sua storia juventina.
La differenza tra un semplice fuoriclasse ed una bandiera è tutta nelle recenti prestazioni fornite dal numero dieci bianconero: pochi immaginavano di poterlo ammirare nuovamente su questi livelli di eccellenza.
Probabilmente anche in casa rossonera.

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lunedì 26 marzo 2012

Buffon e Del Piero, il valore aggiunto della Juventus

"L’Inter farà la partita della vita, questo è fuori di dubbio e nessuno me lo toglierà dalla testa. Vuoi o non vuoi, è una partita sentita anche per i loro tifosi". Antonio Conte si aspettava di affrontare un'Inter diversa da quella che in questo campionato ha recitato più volte un ruolo da comparsa, che ha cambiato l'allenatore con il quale aveva iniziato la stagione (Ranieri al posto di Gasperini) e dimostrato di essere la lontana parente della poderosa macchina vincente guidata in passato da José Mourinho.

La previsione del tecnico ha trovato un parziale riscontro sul campo, almeno sino all'ingenuità commessa dagli ospiti in occasione del goal realizzato da Caceres. Prima di allora i suoi uomini hanno dimostrato di saper soffrire nei momenti di difficoltà, per poi farsi trovare pronti nel rovesciare le sorti dell'incontro non appena è capitata loro l’occasione propizia.

A chi insegue solitamente spetta il compito di mettere pressione nei confronti di chi lo precede: nella corsa allo scudetto tra Milan e Juventus, invece, le parti si sono rovesciate. Da quando le due squadre si sono incontrate a "San Siro" (25 febbraio), escludendo la partita col Genoa Madama ha disputato tre gare su quattro conoscendo l'esito di quelle del Diavolo (con Chievo, Fiorentina e - appunto - Inter).
In aggiunta a queste ha recuperato il match di Bologna precedentemente non giocato a causa della neve.
Nel processo di crescita della sua creatura Conte aveva messo in preventivo la possibilità di conseguire risultati non all'altezza delle aspettative: succede, quando si cerca di riportare una mentalità vincente in un club che l'ha persa da tempo. L'imbattibilità maturata giornata dopo giornata e l'asticella delle ambizioni spinta sempre più verso l'alto hanno finito con accelerare la maturazione di un gruppo che doveva superare l'esame più difficile: quello di vincere sotto pressione.

Tra il conquistare punti spinti dall'entusiasmo di un ambiente motivato dalla prospettiva di una stagione positiva ed il doverli prendere a tutti i costi perché è la tua storia che te lo impone c'è una bella differenza.

Se con Chievo e Bologna la Juventus aveva perso quei quattro punti che ora la separano dal Milan, nelle successive gare contro Fiorentina e Inter ha portato a termine la missione in maniera convincente. E' cresciuta la consapevolezza nei propri mezzi così come è sensibilmente migliorata la condizione fisica generale, proprio sulla falsariga di quanto aveva garantito Angelo Alessio, il vice di Conte, dopo la semifinale di ritorno della coppa Italia disputata contro i rossoneri lo scorso martedì: "Benzina ne abbiamo ancora tanta, abbiamo trovato la brillantezza per affrontare la parte conclusiva della stagione".

Domenica prossima Madama ospiterà a Torino il Napoli con più di ventiquattro ore di ritardo rispetto alla trasferta dei rossoneri a Catania (prevista per sabato 31 marzo). Nel merito, è intervenuto anche Gianluigi Buffon negli attimi successivi la gara contro i nerazzurri: “A me piace tanto giocare dopo gli altri, soprattutto se vincono: mi dà qualche brivido, adrenalina in più”.

La tranquillità che traspare dalle dichiarazioni del portiere bianconero è tipica di un fuoriclasse dalla lunga esperienza, abituato alle sfide di ogni genere ed a svolgere il ruolo di guida verso i compagni più giovani, tanto sui campi da gioco quanto nello spogliatoio.

Nel giorno della firma del contratto che lo avrebbe nuovamente legato alla Vecchia Signora, parlando del rapporto che avrebbe instaurato con Buffon e Del Piero nella veste di allenatore Antonio Conte era stato chiaro: “Considero Gigi e Ale un valore aggiunto, dentro e fuori dal campo. Conoscono la juventinità, sanno cosa significa vincere e cosa bisogna fare per vincere. Da loro mi aspetto che non sbaglino su niente, a livello di comunicazione e di comportamenti. Sono un valore importante, devono essere decisivi al di là delle scelte tecniche”.

A proposito di Del Piero: adesso sta iniziando a crescere il minutaggio delle sue apparizioni anche in campionato, oltre che in coppa Italia.
I risultati, a quanto pare, iniziano ad intravedersi.

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mercoledì 21 marzo 2012

La Signora si risiede al tavolo della vittoria

C’è stato un periodo, iniziato nel 2006 e durato cinque anni, nel quale gli appuntamenti con l’Inter avevano rappresentato per molti sostenitori juventini i classici eventi da evidenziare con un cerchio rosso sul calendario: in mancanza di obiettivi di prestigio da raggiungere si cercava - almeno - di ottenere la piccola soddisfazione di essere riusciti a mettere il bastone tra le ruote agli eterni rivali nerazzurri.

Per molti, si è scritto, ma non per tutti: c’era infatti chi sosteneva come questo fosse un tipico atteggiamento da "provinciali", che mal si adattava agli amanti di una Vecchia e aristocratica Signora del pallone.

Adesso siamo nel 2012, e il posticipo della prossima giornata di campionato metterà a confronto Juventus e Inter nel nuovo stadio torinese. Rispetto al passato, però, la musica sembra essere diversa. Ruotano gli avversari, ma il chiodo fisso dell’intero ambiente bianconero è tornato quello di una volta: vincere. Contro chiunque e ovunque.

La singola gara assume ora le sembianze di una tappa, più o meno delicata, da superare per il raggiungimento del traguardo finale. E’ stato così anche per l'incontro terminato in parità contro il Milan nel ritorno delle semifinali di Coppa Italia, un risultato che ha consentito alla Juventus di staccare il biglietto per la finalissima che verrà disputata a Roma il prossimo 20 maggio. "E’ la più importante partita dell’anno perché ci può dare la possibilità di giocarci qualcosa da vincere. E, visti gli ultimi anni, sarà più importante per noi che per il Milan", aveva ammesso Antonio Conte negli istanti precedenti il match dello scorso martedì.

Se in Europa i rossoneri se la dovranno vedere con il Barcellona per proseguire il loro cammino in Champions League, in Italia sulla loro strada si sono trovati opposti ai bianconeri tanto per la coppa nazionale quanto per lo scudetto. Conquistata a Pechino la Supercoppa Italiana contro l’Inter, dopo il tracollo dei nerazzurri allora guidati da Gasperini è infatti comparsa all'orizzonte la Juventus: lavorando sulle macerie rimaste a seguito dei fallimenti degli ultimi anni Madama ha dovuto convincere tutti, se stessa per prima, di essere realmente all'altezza per recitare un ruolo importante in questa stagione.

E' partita con un nuovo allenatore e alcuni "vecchi" problemi ancora da risolvere: una rosa scarna di fuoriclasse, una squadra senz’anima, un filo conduttore col passato spezzato da tempo e difficile da riannodare. Ha affrontato ogni incontro al pari di un esame da superare, da una prova all’altra ha iniziato a sognare un finale da protagonista per poi rendersi conto che il sogno di riaprire la propria bacheca per inserirvi dentro qualche trofeo è diventato realizzabile.

Si è laureata campione d’inverno in serie A con pieno merito, ma era vivo nell’ambiente il timore che una o due sconfitte potessero bastare a riportarla nella mediocrità che ha caratterizzato quasi tutto il periodo successivo al 2006. L’imbattibilità ha aumentato l'autostima del gruppo; i troppi pareggi, viceversa, hanno fatto sì che il Milan la raggiungesse in classifica sino a superarla. Il caso vuole che i rossoneri, unici ad averla sconfitta al termine dei novanta minuti dei tempi regolamentari in questa stagione, siano poi stati eliminati dalla Coppa Italia proprio a causa di un pareggio maturato nei supplementari.

Per dirla alla Conte, adesso la Vecchia Signora si è seduta nuovamente ad un tavolo imbandito, pronta a saziare la sua fame di vittorie. Non importa più chi siano gli altri commensali invitati oppure quale sia il menù, quanto - piuttosto - prendere tutto quello che passa il convento.
Un tempo, alla Juventus si ragionava in questa maniera. Forse quel passato oggi non è più così lontano.

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martedì 6 marzo 2012

I sogni della Juventus passano per Bologna

Scorrendo l'elenco degli incontri previsti per la ventiseiesima giornata del campionato di serie A e focalizzando l'attenzione sulla corsa verso lo scudetto, a prima vista quello appena concluso sembrava potesse trattarsi di un turno favorevole per la Juventus. Dalla teoria alla pratica, invece, il ritornello è stato sempre lo stesso: Ibrahimovic ha preso per mano il Milan conducendolo ad una facile vittoria sul Palermo mentre Madama, che già conosceva l'esito della gara del "Renzo Barbera", non è andata oltre il pareggio in casa contro il "piccolo" Chievo.

Lo svedese, in testa alla classifica dei marcatori in compagnia del friulano Di Natale (diciotto reti all’attivo per entrambi), lo scorso mercoledì aveva trascinato la propria nazionale al successo esterno nell’amichevole disputata contro la Croazia (3-1 a Zagabria), uno dei nostri avversari nel gironcino del prossimo Europeo. Nello stesso giorno l’Italia di Prandelli infarcita di juventini (in sei sono scesi sul campo di “Marassi”) perdeva contro gli Stati Uniti allenati da Jürgen Klinsmann (0-1). Col senno di poi (e con le dovute cautele) questi erano indizi da non trascurare.

Sempre a proposito di Ibrahimovic va ricordato che il 5 febbraio 2012 venne espulso per aver tirato uno schiaffo al napoletano Aronica: prese tre giornate di squalifica (poi confermate), saltò Milan-Juventus e fu costretto a non giocare in campionato per quasi un mese (sino a sabato 3 marzo). In quel preciso momento i rossoneri avevano accumulato quarantaquattro punti in classifica e si trovavano ad una sola lunghezza di distacco dalla Vecchia Signora capolista, alla quale – oltretutto – spettava la possibilità di recuperare una gara rinviata per neve (quella col Parma, poi disputata il 15 febbraio).

In questo arco di tempo l’attaccante del Diavolo ha potuto comunque giocare in coppa Italia, in Champions League e – appunto – in nazionale, dove ha avuto modo di tirare fuori il meglio e il peggio del suo repertorio: assist, goals e scontri sul campo di gioco con gli avversari.
Nonostante la sua assenza il Milan si trova attualmente a cinquantaquattro punti, mentre la Juventus – ferma a quota cinquantuno – aspetta l'incontro di mercoledì 7 marzo a Bologna (un altro recupero, oltre all'incontro del "Tardini") per cercare di riagguantare i rossoneri in vetta al torneo.

In un periodo in cui avrebbe dovuto mantenere il passo giusto Madama ha invece dilapidato un esiguo vantaggio, proprio mentre i diretti rivali hanno saputo affrontare al meglio la situazione di emergenza che si è prospettata davanti a loro.
Così come è assodato che un successo potrebbe rimettere le duellanti sullo stesso piano, allo stesso modo è anche vero che gli uomini di Conte farebbero bene a non mollare la presa: Lazio (quarantotto) e Udinese (quarantasei) non sono poi così lontane.

Se l'imbattibilità è stata un pregio del quale per lungo tempo la Juventus ha potuto fregiarsi, l'elevato numero dei pareggi (dodici in venticinque gare, quasi la metà) ne ha minato il prestigio. L'attuale secondo posto è frutto anche di una fase difensiva che ha funzionato spesso ai limiti della perfezione (sono solo sedici i goals subiti), ma gli infortuni che terranno lontano dai campi di gioco Barzagli e Chiellini per diverse partite sono una difficoltà in più che la Vecchia Signora dovrà affrontare nei prossimi incontri. Nella speranza che gli attaccanti inizino a fare con regolarità il loro mestiere: segnare.

"Sta per cominciare un mese che dirà molto del nostro futuro e dobbiamo farci trovare preparati. La nostra concentrazione è rivolta soltanto a questo", ha scritto Alessandro Del Piero sul suo sito qualche giorno addietro. Aggiungendo: "Erano anni che non arrivavamo a marzo in corsa per due obiettivi, campionato e coppa Italia, dato che siamo attesi anche dalla partita di ritorno contro il Milan che vale la finale dell’Olimpico". Dopo essere partita col piede sbagliato, perdendo due punti nella gara interna con il Chievo, per raggiungere i propri obiettivi da Bologna in avanti la Juventus dovrà pigiare di nuovo il piede sull'acceleratore.
Dello stesso avviso è stato Buffon: "Vogliamo continuare a sognare".
Continuando a pareggiare, però, diventa dura fare pure quello.

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mercoledì 25 gennaio 2012

Aspettando Godot, la Juventus ha ritrovato Pinturicchio

Era una giornata particolare. Abbiamo fatto il massimo, almeno per un tempo, proprio come lui che spesso lasciava dopo 45'. Eravamo tutti vogliosi di dare un messaggio, in qualche modo, e speriamo di esserci riusciti. L'Avvocato adesso ci guarderà da qualche parte”.

Domenica 26 gennaio 2003, stadio “Delle Alpi” di Torino, Juventus–Piacenza: alla conclusione dei novanta minuti di gioco Madama piegò gli ospiti con un secco 2-0. La prima delle due reti venne realizzata da Alessandro Del Piero, che a caldo descrisse con queste parole le emozioni vissute in quel pomeriggio all’interno di un impianto che lo stesso Gianni Agnelli, scomparso due giorni prima, non aveva mai particolarmente amato.

Vittorio Caissotti di Chiusano, l'allora presidente del club, aveva posato una maglietta bianconera sulla poltroncina che abitualmente occupava in tribuna. I tifosi lo salutarono per l'ultima volta con dolci parole scritte sugli striscioni e urlate al vento. Sul campo la sua Juventus vinse e convinse, ed il secondo goal di Nedved rappresentò soltanto la cornice intorno alla vera e propria opera d'arte dell'incontro: la prodezza di Del Piero, appunto. Il cross di Zambrotta venne spinto in porta da una carezza al volo del fantasista col tacco del piede destro. La gioia del momento si unì alla commozione generale.

"Mi ricordava Pinturicchio. Adesso è Godot", aveva confessato tempo addietro l'Avvocato parlando di lui ai giornalisti. Quella rete, in quel giorno, era il più bel saluto che il giocatore potesse riservargli, negli istanti in cui si celebrava la conclusione di un rapporto d'amore tra un uomo e la sua Signora durato una vita intera. Nel merito, va ricordata una frase comparsa su un lenzuolo appeso sulle pareti del "Delle Alpi": "81 anni di storia bianconera non si cancellano con la morte".

A nove anni esatti di distanza dalla scomparsa di Gianni Agnelli, all'interno di uno stadio che con ogni probabilità gli sarebbe piaciuto (vicino al campo, adatto alle famiglie, sempre esaurito e traboccante d'entusiasmo), Del Piero è riuscito finalmente a realizzare il suo primo goal dell’attuale stagione.

24 gennaio 2012, Juventus-Roma, quarti di finale di coppa Italia. Per rimuovere quello "0" dalla casella delle reti segnate poteva bastare uno scarabocchio, uno schizzo, un qualcosa di veloce e sbrigativo: ad artisti come lui, però, non sono concesse simili licenze. Non restava che aspettare, perché quel momento, prima o poi, sarebbe arrivato.
Forse, da qualche parte, l'Avvocato stava guardando la partita. Proprio come disse Alessandro una volta.

Comunque fosse, c'era da sbrigarsi, perché le belle abitudini non si abbandonano mai, e dopo il primo tempo c'era il rischio che potesse smettere di seguirla. Dei tre goals con i quali Madama ha sconfitto la Roma, due sono stato segnati in mezz'ora di gioco.
Il secondo è stato opera di "Pinturicchio" Del Piero: un destro a girare all'incrocio dei pali, come ai bei tempi.

Da anni non si ammirava una Juventus simile, ed era comunque strano pensare che una Signora così affascinante non fosse in grado di mettere in mostra il talento infinito del suo capitano.
In una serata per certi aspetti diversa dalle altre, è finito col tornare ad essere protagonista anche lui.

Ci fosse stato ancora l'Avvocato, si sarebbe potuto concedere una delle sue consuete battute: in fondo è pur sempre vero che col Piacenza dovette aspettare solo dieci minuti per vedere un suo gioiello, mentre con la Roma ne sono passati trenta.
In quei venti minuti, però, aspettando Godot la Juventus ha ritrovato Pinturicchio.

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domenica 25 dicembre 2011

Buon Natale a tutti!!!


Ps: c'è poco da fare, Del Piero è (e rimarrà) il numero 10 per eccellenza.

mercoledì 7 dicembre 2011

Ora la Juve deve diventare cinica


Il 7 novembre 2010 a Torino si disputò Juventus-Cesena, gara valevole per la decima giornata dello scorso campionato di serie A. Luis Jiménez portò inaspettatamente in vantaggio i romagnoli, raggiunti e superati da Madama grazie alle reti realizzate da Del Piero (su calcio di rigore), Quagliarella e Iaquinta.
Tre attaccanti per tre punti, per una rimonta e una vittoria che collocò la Vecchia Signora al quarto posto in classifica (in coabitazione col Napoli), a sole quattro lunghezze di distanza dalla Lazio capolista.
Si trattava del giorno del debutto assoluto in maglia bianconera del danesino Sorensen, scomparso ultimamente dal radar di Conte al pari di Iaquinta.

Per quanto riguarda Del Piero e Quagliarella, invece, trascorso poco più di un anno da quegli istanti si può parlare per entrambi di un lungo periodo baciato dalla sfortuna. Se per il numero dieci bianconero allora si aggiornavano costantemente i record accumulati in carriera (grazie a quel goal arrivò a quota 180 in serie A), adesso si contano i punti di sutura che gli sono stati applicati sopra lo zigomo sinistro a seguito dello scontro fortuito avvenuto con Marco Rossi nell’incontro giocato proprio con il Cesena, domenica scorsa, allo “Juventus Stadium”.

A proposito della malasorte, eccone un altro: dopo averle prese di santa ragione nello scorso campionato (un pugno da Chivu ed una manata da Ibrahimovic) ed essere stato protagonista di una rissa nel dopo partita al “Tardini” (Parma-Bari del 3 aprile 2011, mentre era in forza ai pugliesi), il nome del difensore cesenate torna alle luci della ribalta per un altro episodio slegato dalle prestazioni offerte sui campi di gioco.

Per uscire fuori dal tunnel della sfortuna a Quagliarella non resta che la speranza di non trovare più qualche compagno sulla traiettoria di una delle sue conclusioni a rete. Per informazioni basta chiedere a Lichtsteiner, che involontariamente gli ha negato la gioia della prima rete stagionale respingendo un tiro a botta sicura da lui scagliato verso la porta degli ospiti.

Se in precedenza ad una Vecchia Signora non ancora in caduta libera occorrevano i goals degli attaccanti per cambiare la storia di un incontro, a svolgere quel compito ora pensano i centrocampisti: Marchisio e Vidal, orfani per un giorno di Pirlo, aiutano la Juventus a stendere il Cesena dopo averlo tramortito per più di un’ora. Madama ruota quattro punte nell’arco della gara (compresi Vucinic, poi infortunatosi, e Matri), ma il ruolo di goleador spetta ancora a Marchisio (raggiunta quota sei marcature).
Una stagione or sono Del Neri lo emarginò sulla fascia sinistra per non rinunciare ad uno tra Melo e Aquilani; pur di farlo giocare Conte ha invece ridisegnato il centrocampo che aveva in testa piazzandolo nel suo ruolo originario.

Dei quattordici giocatori scesi sul campo domenica tra le fila bianconere soltanto in cinque sono arrivati a Torino la scorsa estate, ma è tutta un’altra musica: attribuire il merito di un cambio così evidente nel modo di affrontare gli avversari alla bellezza e all’importanza del nuovo stadio significa chiudere gli occhi di fronte al grande lavoro svolto dal tecnico juventino. Se per Giampaolo Pozzo, il patron dell’Udinese, Guidolin è fondamentale nelle fortune del suo club, altrettanto lo si può dire - ad oggi – dell’allenatore juventino. Così come ha recentemente ammesso Pavel Nedved: “Conte merita i complimenti per il modo in cui ha dato un’anima alla squadra”.

Grazie alla vittoria sul Cesena la Juventus rimane (e ritorna, dopo gli anticipi di venerdì e sabato) in vetta alla classifica. Dietro di lei Milan e Udinese la inseguono a due punti di distanza, nell'attesa di quel primo vero e proprio passo falso che ad oggi ancora non le è capitato di compiere.
Nel prossimo incontro esterno con la Roma tornerà Pirlo, pronto a riprendersi il ruolo di guida nel cuore del centrocampo bianconero. Per l'ex rossonero, fresco vincitore del tricolore nella sua precedente esperienza col Milan, la strada da percorrere per arrivare al successo è ancora lunga: "Lo scudetto con la Juventus già quest’anno? Voglio vincere con questa squadra, ma è troppo presto per dirlo, e francamente, io non credo che sia arrivato il momento nemmeno di pensarci".

Dolci parole per le orecchie di Antonio Conte: quando la sua Signora, oltre ad essere bella, diventerà cinica, allora vorrà dire che sarà arrivato il momento giusto per toglierle il velo e mostrare a tutti di essere realmente tornata.

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mercoledì 9 novembre 2011

Del Piero, un'icona del calcio del cuore


Trentasette anni compiuti oggi e non sentirli. Oppure: sapere che ci sono tutti, ma che in corpo è rimasta ancora tanta energia da spendere sui campi di pallone.
Ne aveva diciannove Alessandro Del Piero, nel settembre del 1993, quando debuttò nella Juventus. Col passare del tempo di quella squadra ne è diventato il capitano, un’icona, una delle immagini positive da esportare in giro per il mondo. Di lui si parla e si disquisisce sempre con la stessa frequenza, indipendentemente dal fatto che metta o meno i piedi dentro il rettangolo di gioco durante i fatidici novanta minuti.

Le sue gesta sono state vissute e godute dal vivo da più generazioni di tifosi alla ricerca di qualcuno in grado di dare un volto all’amore verso il proprio club, all’interno di un calcio sempre più business e meno cuore.
Nel corso della carriera ha calcato i campi di quattro stadi di quella Torino che è finita col diventare - per lui, veneto di Conegliano - la città della vita, sia sportiva che personale.
Nell’ultimo di questi, lo “Juventus Stadium”, non è ancora riuscito a segnare un goal, ma è comunque entrato nella sua storia tanto per la stella a lui dedicata e presente nell’impianto quanto per quella chiacchierata avuta con Giampiero Boniperti durante la cerimonia di inaugurazione (8 settembre 2011), mentre si trovavano seduti sulla stessa panchina dove un gruppo di studenti del Liceo classico “Massimo d’Azeglio” decise di fondare la società nell’ormai lontanissimo 1897.

Questo è lo stadio che ci meritiamo”, disse Alex. “Lo ribadisco. Alla Juventus vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, proseguì Boniperti. Fu proprio lui a decidere di portarlo sotto la Mole ed a vestirlo di bianconero. Al resto, ha pensato il numero dieci: ha accumulato record uno dietro l’altro abbattendo i precedenti, vinto coppe, scudetti, sconfitto avversari visibili e nemici invisibili, è caduto più volte per poi rialzarsi, come fanno i veri campioni, quelli che lui amava e studiava da piccolo.
Un giorno, pochi mesi dopo che l’Italia calcistica aveva iniziato ad accorgersi di quel ragazzino sorridente che possedeva i segni distintivi del fuoriclasse, gli chiesero di parlare di Platini: “Il mio idolo di sempre, certo. Ma fra i grandi campioni non voglio assomigliare a nessuno: voglio essere Del Piero, per sempre”. Era il suo destino, forse: quello che è certo è che lui ha contribuito a scriverlo, tanto quanto lo stesso fato.

E’ esistita una Juventus “prima” e “dopo” Calciopoli: la seconda non è ancora tornata al medesimo livello della precedente. Così come è successo per il suo club, c’è stato un Del Piero “prima” e “dopo” l’incidente subito al ginocchio sinistro sul campo di Udine l’8 novembre 1998, esattamente un giorno prima del suo ventiquattresimo compleanno. Lui, però, è rimasto un vincente.
Nel cuore dell’Avvocato Agnelli passa da “Pinturicchio” a “Godot”, sino a quando il 18 febbraio 2001, cinque giorni dopo la morte del padre, segna un bellissimo goal a Bari ed esplode in un urlo liberatorio che ha il sapore di una rinascita. Il 5 maggio 2002, sempre a Udine, riprende confidenza con la vittoria in uno dei giorni più dolci dell’intero album dei ricordi bianconeri.

Nella Juventus “capelliana” resta spesso e malvolentieri in panchina, ma nei momenti clou degli ultimi due scudetti bianconeri sono ancora le sue prodezze a finire in copertina: nel ventottesimo passa alla storia la stupenda rovesciata con la quale confeziona l’assist per la rete decisiva di Trezeguet in occasione dello scontro diretto col Milan allo stadio “San Siro” (8 maggio 2005); nel ventinovesimo segna a Bari l’ultimo goal della Vecchia Signora tricolore prima del terremoto calcistico del 2006.
Tocca la vetta del mondo con la nazionale dopo averlo fatto con Madama, per poi scendere direttamente con quest’ultima negli inferi della serie B. Si vede cancellare gli ultimi successi conquistati sul campo, reagisce vincendo per due stagioni consecutive la classifica marcatori. Continua ad essere determinante in una società che soltanto adesso, a distanza di cinque anni, comincia vagamente ad assomigliare a quella gloriosa del passato.

Ora che Andrea Agnelli ha confermato che sono finiti i fogli bianchi sui quali firmare i rinnovi contrattuali, si sa già che questa sarà la sua ultima stagione con la maglia bianconera addosso. Proseguirà l’attività di calciatore lontano da Torino, confermando quanto sostenne tempo fa in merito alle due sole che avrebbero potuto fermarlo: “Il fisico e il cuore. Il primo risponde benissimo, il secondo è felice e ricco, molto ricco”.
Allora è proprio il caso di dirlo: tanti auguri di buon compleanno, Alex.
Di cuore.

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domenica 30 ottobre 2011

Alla Juventus il derby dei veleni


Zitti, pedalare, lavorare”. Dentro le quattro mura degli spogliatoi di Madama e davanti ai taccuini e alle telecamere dei media è dalla scorsa estate che Antonio Conte ama ripetere sino alla noia queste parole, per poi variare il tema ricordando gli ultimi due settimi posti consecutivi conseguiti in campionato dal club nel momento stesso in cui qualcuno prova a parlare di “scudetto” o cerca di alzare troppo presto l’asticella della ambizioni della sua truppa.

Per una società dove “vincere non è importante, è l’unica cosa che conta”, basta un semplice esercizio di memoria per dare uno schiaffo alle illusioni di un ambiente che non può permettersi di cullare sogni di gloria dopo aver disputato poco meno di un quarto delle gare previste dal calendario.

La Juventus torna dal “Meazza” con la certezza di poter rimanere da sola in testa alla classifica per altri sette giorni, e mentre il Milan (mantenuto a distanza di due punti dopo la vittoria ottenuta a Roma contro i giallorossi) e il Napoli (l’avversario di domenica prossima) si apprestano ad affrontare le gare infrasettimanali di Champions League, i bianconeri potranno preparare con calma la trasferta al “San Paolo” non avendo alcun impegno prima di quell’incontro.

Il 2-1 con il quale la Vecchia Signora ha regolato l’Inter a domicilio non è figlio unico: nelle ultime cinque precedenti occasioni in campionato era capitato ben due volte.

Nella più recente, datata 22 marzo 2008, le reti di Camoranesi e Trezeguet sigillarono la vittoria “dell’orgoglio”, nell’anno del ritorno in serie A di una società che cercava di tornare ai fasti del passato il più velocemente possibile ripartendo dalle macerie rimaste dopo lo scoppio di Calciopoli. Quella squadra, all’epoca, era guidata da Claudio Ranieri, l’attuale allenatore dei nerazzurri.

Il 12 febbraio 2006 furono invece Ibrahimovic e Del Piero a dare l’ennesimo scossone ad un campionato che ormai aveva una sola padrona (la Juventus, appunto) in grado di correre in solitudine creando un vuoto enorme dietro di sé.

Proprio sul piede di Del Piero è capitata l’occasione di chiudere definitivamente il match nel recente incontro con l’Inter, quando mancavano pochi minuti alla sua conclusione: avesse centrato il bersaglio, con ogni probabilità si sarebbe ripreso a parlare con insistenza delle polemiche successive alle recenti dichiarazioni di Andrea Agnelli in merito alla conferma del prossimo addio del numero dieci bianconero dalla Juventus.

Il suo abbraccio liberatorio con Antonio Conte dopo il fischio finale di Rizzoli rende perfettamente l’idea di un gruppo che sembra impermeabile alle inevitabili pressioni che ruotano intorno alla Vecchia Signora, e che ora dovrà – su richiesta del proprio tecnico – “sprovincializzarsi”, evitando di cadere nel tranello di considerarsi matura dopo aver superato un esame importante. Per sentirsi tale, prima della conclusione di questa stagione ne dovrà sostenere moltissimi altri ancora.

Vucinic e Marchisio affondano l’Inter come già era capitato loro di fare in passato; al centrocampista bianconero, oltretutto, è stato negata la possibilità di ottenere la concessione del primo rigore del campionato in corso per la propria squadra (con annessa espulsione di Castellazzi). In caso di mancata vittoria della Juventus l’episodio incriminato avrebbe scatenato un putiferio che si sarebbe sommato alle recenti proteste nerazzurre per i cinque penalty a sfavore accumulati nelle precedenti otto giornate disputate, contribuendo così a mantenere altissimo il livello di tensioni esistenti tra i due club.

Il pensiero di Conte corre veloce verso la prossima sfida: “Adesso ci aspetta la trasferta di Napoli, contro una squadra che può vincere lo scudetto”.
Dopo quella gara, forse, si potrà realmente capire se anche la sua Juventus fa parte del lotto di favorite per il successo finale.

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sabato 22 ottobre 2011

Del Piero, la Juve e il primato in classifica


Tanto la Juventus quanto l’Udinese nell’ultima domenica di una serie A condita da tanti 0-0 hanno finito col racimolare entrambe un pareggio a reti inviolate, risultato che ha consentito loro di viaggiare a braccetto in testa alla classifica per (almeno) altri sei giorni. E pensare che proprio i due club bianconeri, gli unici ad essere ancora imbattuti nel campionato in corso, si sarebbero dovuti incontrare allo stadio "Friuli" nella prima giornata della manifestazione: a causa dello slittamento della stessa, l’appuntamento è stato rinviato al prossimo 21 dicembre.

Per trovare l’occasione più recente nella quale le attuali capoliste si sono affrontate in quella precisa data bisogna risalire al campionato 1980-81: la Vecchia Signora, nell’anno che la consacrò campione d’Italia per la diciannovesima volta, vinse al "Comunale" con un rotondo 4-0 (le reti furono messe a segno da Brady, Causio, Bettega e Marocchino). Quel risultato, curiosamente, appartiene anche all’ultimo successo dei torinesi nei confronti diretti (19 settembre 2010). Da qui allo scontro prenatalizio, comunque, ci saranno ancora da attendere due mesi e da disputare nove gare: troppi elementi per mettersi adesso a fare calcoli ed immaginare una partita che possa valere la leadership provvisoria della serie A.

Prime della classe in solitudine da quasi un mese, complice la sosta per gli impegni della nazionale azzurra di Cesare Prandelli, nel corso della giornata ormai alle porte il calendario riserverà loro due impegni casalinghi (il Genoa a Torino e il Novara a Udine) che potrebbero consente ad entrambe di allungare ancora un pò la felice in convivenza.

Prima o poi, oltretutto, le altre rivali la smetteranno di camminare ed inizieranno a correre, anche perché gli ingressi per accedere alla prossima edizione della Champions League si sono ormai ridotti da quattro a tre, e la lotta per accaparrarseli, mano a mano che le partite si ridurranno, finirà inevitabilmente col diventare sempre più accesa.

Le gare infrasettimanali della massima competizione europea hanno ridato fiducia alle squadre italiane coinvolte: passato il mal di pancia e smaltito lo stress (Ibrahimovic e Cassano), il Milan ha vinto contro il Bate Borisov dopo aver sculacciato il Palermo lo scorso sabato in campionato; il Napoli è riuscito a resistere all’urto provocato dal confronto col Bayern Monaco, riappropriandosi di quella porzione di autostima persa a seguito della sconfitta interna patita in campionato col Parma; Ranieri il "farmacista" sembra aver trovato la medicina giusta per guarire la sua Inter in Champions League, mentre è ancora alla ricerca della cura necessaria per risolverle i gravi problemi avvertiti in serie A.

Dove la classifica piange, i punti sono pochissimi, le sconfitte aumentano col passare del tempo e Massimo Moratti si lamenta pubblicamente dell’aria malsana che si respira intorno alla squadra: "Se devo pensare solo male, mi viene in mente che abbiamo avuto contro quattro rigori e tre erano inventati e due su tre sono stati decisivi. Non è una cosa piacevole e a questo punto speriamo si abbia la coscienza di capire che finora, nei confronti dell’Inter, è stato fatto qualcosa che non stento a definire esagerato".

Esagerato, sì, soprattutto se confrontato con quanto accaduto nel recente passato: a partire dal 2 marzo 2008, giorno in cui il napoletano (ed ex juventino) Zalayeta si fece parare un penalty da Julio Cesar allo stadio "San Paolo", al 20 settembre 2009, allorquando il Cagliari beneficiò allo stadio "Sant’Elia" di un tiro dagli undici metri in una partita contro i nerazzurri, all’Inter non vennero fischiati rigori contro per un totale di cinquantatré giornate di calendario.

Numeri importanti, ma non impressionanti: a tal proposito basta ricordare che il record in questo senso appartiene ancora all’Inter, quella di Angelo Moratti, dove l’astinenza di rigori a proprio sfavore raggiunse la ragguardevole cifra di cento gare di serie A, comprensive di novantanove in campionato (dal 29 marzo 1964 al 19 marzo 1967) e di una relativa allo spareggio decisivo per lo scudetto del campionato 1963/64.

A proposito di record: dopo averne battuti e abbattuti diversi nel corso della sua lunghissima militanza in maglia bianconera, ormai non ci sono più dubbi sull’addio di Alessandro Del Piero dalla Juventus al termine di questa annata calcistica. Tra i tanti, uno dei più simbolici è rappresentato dal fatto che il numero dieci di Madama è riuscito a giocare in quattro stadi nella sola città di Torino, compreso l’ultimo: il più bello, il più invidiato.

Verrà il momento in cui Del Piero in cui potrà esibirli tutti e parlare con orgoglio del proprio passato: adesso, però, dovrà ancora occuparsi di portare avanti la causa della Vecchia Signora. Così come ha dimostrato coi fatti nella recente gara di Verona contro il Chievo: nei venti minuti nei quali è stato messo in campo da Conte ha provato con la stessa determinazione tanto a condurre la sua squadra alla vittoria colpendo un palo di testa, quanto a proteggere coi denti il pareggio finale, salvando la propria porta essendosi trasformato nell’ultimo baluardo difensivo.

Come un vero leader, proprio lui che lo è stato e lo sarà ancora per qualche mese. Arriverà poi il giorno in cui la società dovrà trovare il sostituto: non per coprire il buco derivante dalla sua assenza, ma per colmare una voragine.
Non è proprio la stessa cosa.

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venerdì 29 aprile 2011

La doppietta di Del Piero nella quaterna rifilata a Zeman


"Ci ho provato, per certi goal occorre anche fortuna". Sarà stato merito anche della dea bendata, ma ormai era già apparso chiaro a tutti come Alessandro Del Piero fosse qualcosa di più di una semplice promessa. Vent'anni compiuti da poco, la classe cristallina e la sua capacità di imprimere il proprio marchio sulle partite erano quelle tipiche dei campioni di razza.
Capitò di averne una riprova anche a Roma, allo stadio "Olimpico", l’11 dicembre 1994: nel posticipo serale della tredicesima giornata del campionato di serie A la Vecchia Signora fece visita alla Lazio guidata da Zdenek Zeman.
La squadra allenata da Marcello Lippi era reduce dalla trionfale rimonta operata sulla Fiorentina nel precedente incontro casalingo al "Delle Alpi": sotto di due reti era stata in grado di ribaltare il risultato ed ottenere la vittoria grazie alla doppietta realizzata da Gianluca Vialli ed alla gemma finale - manco a dirlo - di Del Piero. Piena d'entusiasmo, arrivò però nella capitale priva di diversi titolari, tra i quali lo stesso numero nove bianconero e Di Livio. Se già in passato aveva dimostrato di poter reggere il peso dell'assenza di Roberto Baggio sorretta dalle prodezze della sua nuova stella, la forzata rinuncia a Vialli (squalificato) veniva ritenuta particolarmente delicata per lo straordinario apporto di grinta che il centravanti era stato in grado di fornire sino a quel momento.

Lippi decise comunque di non rinunciare in partenza all'idea del tridente offensivo, creandone per l'occasione uno atipico: al talento di Conegliano e a Ravanelli venne infatti affiancato Marocchi, centrocampista di copertura più che d'attacco. In realtà il tecnico di Viareggio con questa decisione volle lanciare un messaggio ai propri uomini e agli avversari: a Roma la Juventus andava per vincere. Fedele al 4-3-3, Zeman preparò la sua Lazio per un gara d'assalto, quella che - in effetti - si concretizzò nei primi minuti dell'incontro. Favalli, Winter e Signori trovarono lungo la corsia sinistra gli spazi necessari per scardinare la difesa bianconera, anche perché Tacchinardi, nell’insolita veste di esterno destro di una linea mediana completata da Paulo Sousa e Conte, soffriva non poco la pressione dei padroni di casa nella zona di sua competenza.

Casiraghi impegnò severamente Peruzzi di testa su un traversone di Fuser, poi – proprio dal lato mancino – al 20’ arrivò la rete del vantaggio laziale: Signori riuscì a liberarsi dalla guardia di Kohler e mise rasoterra a centro area un pallone deviato dal numero uno bianconero verso l’accorrente Rambaudi, che siglò con un piatto destro l’1-0. Quattro minuti dopo Del Piero non riuscì a pareggiare, pur essendosi venuto a trovare solo davanti a Marchegiani grazie ad un ottimo assist di Ravanelli: un attimo di esitazione gli fu fatale, consentendo a Negro un recupero decisivo che impedì al giovane attaccante di piazzare la stoccata vincente.

Ancora Casiraghi, ben servito da Favalli, fallì il raddoppio, prima che Cravero compisse un gesto tanto plateale quanto inutile e ingenuo: già ammonito fermò con la mano sinistra il pallone a centrocampo, meritandosi una sacrosanta espulsione. Zeman dovette correre ai ripari, sacrificando Signori per coprire con l’inserimento di Bergodi il buco venutosi a creare in difesa. Nel momento in cui apprese di dover abbandonare il campo la punta mandò a quel paese il boemo in mondovisione, mentre Lippi attese qualche minuto per effettuare la contromossa: fuori Carrera, un difensore, dentro un attaccante, il giovanissimo Corrado Grabbi, nipote di Giuseppe, centrocampista della Juventus negli anni venti, con Marocchi riportato nella sua naturale posizione e Tacchinardi arretrato davanti a Peruzzi.
Ricostruito un tridente offensivo di nome e di fatto, Madama trovò il goal del pareggio al 37’: Del Piero anticipò Winter nel raccogliere un pallone lanciato da Orlando nell’area di rigore laziale e, dopo un corpo a corpo con l’olandese, riuscì a toccare la sfera con la punta del piede in scivolata davanti a Marchegiani, quando ormai sembrava averla persa.
Nella ripresa, dopo solo 8’, la Vecchia Signora si portò in vantaggio: ancora in scivolata, Marocchi, ricevuto un assist d’oro di Conte dalla fascia destra, beffò la retroguardia laziale infilando il pallone sotto la traversa.

Lippi a questo punto mescolò nuovamente le carte, togliendo lo stesso Conte per irrobustire la difesa con l’innesto di Porrini, prima che Del Piero, sempre lui, illuminasse lo stadio “Olimpico” con una perla di rara bellezza: giunto al limite dell’area di rigore biancoceleste, vicino al punto in cui Signori in precedenza aveva confezionato l’assist per la rete di Rambaudi, si bevve in un colpo solo Negro e Venturin, per poi battere Marchegiani colpendo la sfera con l’interno destro e piazzandola laddove il numero uno biancoceleste non poté intervenire.
Non contento pochi minuti dopo lanciò Grabbi in contropiede, consentendogli di percorrere una quarantina di metri in perfetta solitudine e di trafiggere l’estremo difensore della Lazio per la quarta volta.
Un calo di concentrazione dei bianconeri permise ai padroni di casa di segnare – con Casiraghi e Fuser - due reti quando ormai l’incontro non aveva più nulla da dire.

A fine stagione la Vecchia Signora riuscì, dopo otto lunghi anni di attesa, a vincere il ventitreesimo scudetto della sua storia. Ventitré, come il numero degli anni di Andrea Fortunato, il terzino sinistro bianconero che in quei giorni lottava contro la leucemia. Roberto Bettega andò a fargli visita al Policlinico di Perugia, per festeggiare insieme a lui il successo bianconero ottenuto a Roma: “L’ho rivisto dopo alcuni mesi, durante i quali ci siamo sentiti spesso, e adesso l’ho trovato bene. Mi sono complimentato con il padre, hanno dato ad Andrea un’educazione che lo ha aiutato in questa battaglia, insieme con la sua innata tenacia”.
Fortunato avrebbe smesso di lottare qualche mese dopo, il 25 aprile. A lui la Juventus dedicò il tricolore.
Durante quella visita i due discussero anche delle prodezze del ragazzino ventenne con la maglia numero dieci sulle spalle.
Che, intervistato al termine della gara allo stadio "Olimpico", dichiarò: “Goal alla Baggio? Lui rimane il più grande, ma questo è un gol alla Del Piero”.
Senza saperlo era riuscito a prevedere un pezzo del suo futuro.

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