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martedì 1 aprile 2014

Juve in calo, ma la stagione non è finita


L'ultima occasione nella quale il Napoli aveva battuto la Juventus in campionato tra le mura amiche, prima della scorsa domenica, risaliva al 9 gennaio 2011. Edinson Cavani aveva infatti schiaffeggiato per ben tre volte la Vecchia Signora, portandosi a casa il pallone della gara e mandando in visibilio il pubblico del “San Paolo”. Adesso è stata la volta di Callejon e Mertens, gli acquisti pagati proprio con il ricavato della cessione del fortissimo attaccante uruguaiano al Paris Saint-Germain, a piegare Madama.

Quanto ci ha messo di suo la Juventus in questa sconfitta? E' realmente così stanca, incerottata, sazia di vittorie in serie A e con la testa rivolta soltanto al prossimo impegno di Europa League contro il Lione? L'esito di una sola gara può mettere in dubbio la legittimità di una differenza in classifica tra gli uomini di Conte e quelli di Benitez che attualmente è pari a diciassette punti?

Durante il girone d'andata era stata la Juventus ad infliggere una sonora sconfitta al Napoli. Nelle ore immediatamente successive a quell'incontro Corrado Ferlaino, ex presidente della società partenopea, aveva preso le distanze dai disfattisti: “Non si può giudicare una squadra da una sola partita, bisogna guardare tutto il campionato. Anche la Juventus a Firenze ha avuto un quarto d’ora disastroso. Sicuramente la gara di ieri del Napoli non è stata bella ma non bisogna farne un dramma”.

A distanza di poco più di quattro mesi le parti si sono rovesciate. Nell'arco di questo spazio temporale ancora la Fiorentina, inconsciamente, ha rappresentato un crocevia importante della stagione juventina. Il disfattismo maturato a Torino nel bel mezzo degli incontri europei di andata e ritorno tra bianconeri e viola era stato poi cancellato dal passaggio di turno degli uomini di Conte.

Un comprensibile calo fisico e mentale di Madama era preventivabile. Il singolo, più che il gruppo o il gioco, ha aiutato la Vecchia Signora ad uscire fuori dai momenti difficili da qualche partita a questa parte. Sino a quando è stato possibile. Ma se Reina esce dallo stadio con i guanti ancora puliti, allora parlare di serata storta non ha senso, così come di un periodo di flessione.

Con ogni probabilità c'è un intero spartito da rivedere, per riprendere a suonare la stessa musica ascoltata dagli avversari in questi ultimi anni. E qui spetta al direttore d'orchestra, Conte, uno dei principali artefici della rinascita bianconera nel dopo-Calciopoli, entrare in gioco. Per impartire un cambio di marcia, quell'imprevedibilità che possa consentire ai suoi uomini di tirare fuori le forze necessarie per affrontare al meglio gli ultimi impegni della stagione. Anche a costo di mettere in discussione quelle idee di gioco, le sue, che sembrano ormai scolpite nella pietra. 

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lunedì 11 novembre 2013

La sosta può far bene alla Juventus



Il fine settimana calcistico appena terminato non è stato certo avaro di spunti di cronaca. Tra i tanti, tralasciando volutamente l'episodio vergognoso accaduto a Salerno, si possono citare in ordine sparso: il tributo dello stadio “San Siro” alla conclusione dell'era nerazzurra di Massimo Moratti, successiva a quella del padre Angelo; l'incontro nella villa di Arcore tra Silvio Berlusconi e Adriano Galliani, che ha certificato il prossimo addio di quest'ultimo da Milanello e dintorni; il nuovo, importantissimo successo di Marcello Lippi, conquistatore della Champions asiatica alla guida dell'Evergrande.

L'ex ct della Nazionale azzurra, “il più bel prodotto di Viareggio, dopo Stefania Sandrelli” (così come lo definì anni fa l'Avvocato Agnelli), è stato in passato la guida tecnica sia del Napoli che della Juventus, i due club rivali nel posticipo serale della dodicesima giornata della serie A.

Dal 9 gennaio 2011, giorno in cui Cavani mise a segno una tripletta con la quale stese Madama al “San Paolo”, la Vecchia Signora ha incontrato i campani per sette volte. Nelle ultime sei occasioni, con Antonio Conte seduto sulla sua panchina, ha perso una gara (la finalissima di Coppa Italia), ne ha pareggiate due, vinte (ben) quattro. Nel corso delle tre partite disputate in campionato allo “Juventus Stadium” ha realizzato la bellezza di otto reti, senza subirne alcuna, portando a casa nove punti.

Così come era accaduto con Walter Mazzarri, anche Benitez ha ingaggiato un duello dialettico, oltre che tattico, con Antonio Conte. Schermaglie a parte, il campo ha rimandato il Napoli al prossimo fine marzo, quando avrà nuovamente l'opportunità di sfidare la Juventus. La quale, invece, è stata promossa a pieni voti. A partire dalla dirigenza, capace di portare sotto la Mole i tre marcatori della serata senza pagare il prezzo del cartellino: Llorente, Pirlo e Pogba.

La Roma, fermata sull'1-1 dal futuro bianconero Berardi, concede altri due punti ai campioni d'Italia dopo quelli lasciati per strada contro il Torino. La sosta del campionato le consentirà di riordinare le idee e trovare le forze per superare la sindrome del braccino corto. Se il pareggio contro Cerci e compagni era giustificato dalle fatiche profuse in un cammino record, quello contro il Sassuolo appartiene alla famiglia delle “occasioni perse”. Quelle per le quali si corre il rischio di mangiarsi le mani a fine stagione.

Non soltanto la vittoria, quanto lo spirito mostrato in campo dagli uomini di Conte mettono di buonumore Madama. Invece di deprimerla, gli schiaffi di Firenze e Madrid l'hanno svegliata dal torpore di inizio anno. Raddrizzata la situazione in Italia, non resta che riprendere a vincere anche in Europa. La sosta, forse, può far bene anche a lei.

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martedì 8 ottobre 2013

Il futuro di Conte sarà ancora alla Juve?


Forse Paolo Bonolis, il popolare conduttore televisivo noto tifoso interista, la scorsa settimana avrebbe fatto meglio a non esprimere il proprio parere sugli inviti recapitati al c.t. della Nazionale da buona parte dell'opinione pubblica per una convocazione in maglia azzurra di Francesco Totti. E' pur vero che i mondiali brasiliani non sono ancora alle porte e che i trentasette anni del giocatore non sono pochi, ma sostenere in questo periodo che "se io fossi Prandelli non lo porterei ai Mondiali, perché il c.t. sta creando una Nazionale con un altro tipo di gioco. Francesco ha dei piedi benedetti da Dio ma è un po' indolente nella fase di recupero palla", significa guardare le partite dell'attuale campionato di serie A con il paraocchi. Oppure, più semplicemente, non guardarle proprio.

Nella settima giornata del torneo Totti e la Roma puniscono l'Inter a domicilio, continuando ad imporre alle avversarie un passo quasi insostenibile. In testa alla classifica, comunque, per il momento il sogno della conquista del tricolore accomuna tre tifoserie sparse lungo la spina dorsale del nostro paese: quelle della Juventus (al nord), della Roma (al centro) e del Napoli (sud). Nel corso della prossima giornata ci sarà una tappa cruciale della serie A: i giallorossi e i partenopei si scontreranno nella capitale (venerdì 18 ottobre), mentre i bianconeri saranno impegnati nella delicata trasferta di Firenze. A meno che dal doppio confronto non scaturiscano due pareggi, è altamente probabile che lassù stia per accadere qualcosa di importante.

Il Napoli non ha abbassato la guardia contro il Livorno, evitando di compiere lo stesso errore commesso nella gara recentemente disputata con il Sassuolo. La Juventus, invece, ha liquidato il Milan con più merito rispetto a quanto non dica il risultato finale. Dopo aver guardato il menù iniziale del campionato, Antonio Conte ha rigettato alcune critiche ai mittenti: "Quando sono stati stilati i calendari, tutti erano d'accordo nel dire che era un avvio in salita per la Juve. Dopo sette partite abbiamo totalizzato sei vittorie ed un pareggio: ci avrei messo non una firma, ma diverse". 

La sua opinione è condivisibile, anche se ad onor del vero i passi a vuoto dei bianconeri si sono verificati soprattutto in Champions League, laddove gli incontri sulla carta erano abbordabili e l'esperienza della scorsa edizione (tre pareggi consecutivi nelle prime tre partite) non facevano immaginare un cammino così complicato. Per il tecnico bianconero forse è meglio lasciar perdere il rumore dei nemici e concentrarsi, invece, su quanto accade tra le mura domestiche. Nell'ingranaggio bianconero qualcosa scricchiola, qualcos'altro non funziona a dovere, qualcosa si potrebbe sistemare e altro ancora potrebbe venire corretto a gennaio del prossimo anno, alla riapertura del mercato. Tutto questo nell'attesa di conoscere, più o meno all'inizio dell'estate del 2014, se l'avventura dello stesso Conte sulla panchina della Juventus proseguirà o meno.

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martedì 24 settembre 2013

Vincono tutte le grandi tranne il Milan

Il Napoli targato Benitez è ormai diventato una realtà consolidata del calcio italiano. Lo testimoniano sia il primo posto in classifica a punteggio pieno maturato (e mantenuto) sin dall'inizio del campionato che la recente vittoria ottenuta in Champions League contro i vice campioni d'Europa del Borussia Dormund.

La Roma di Garcia, appaiata in vetta con i campani, la stessa squadra che ad un certo punto della scorsa estate sembrava non avere né un capo né una coda, oggi rappresenta la vera e propria sorpresa di questa nuova edizione della serie A. Osservando il suo andamento, il numero che balza immediatamente agli occhi è quell'uno sulla casella delle reti subite, un'eccezione per una realtà come quella giallorossa che raramente in passato si è mostrata in grado di mantenere una simile impermeabilità nel reparto difensivo. Tanto la Roma quanto l'Inter sembrano beneficiare delle ventate di novità che hanno caratterizzato i loro ultimi mesi di vita. Per una domenica, poi, i nerazzurri di Mazzarri si sono trasformati pure in una macchina da goal, maltrattando il malcapitato Sassuolo del patron Giorgio Squinzi. Per lui, considerando la simpatia che nutre verso il Milan che non ha mai voluto nascondere, si è trattato di una giornata davvero nera.

La Fiorentina continua a viaggiare a ridosso delle prime anche grazie alle reti di Giuseppe Rossi, mentre la Juventus conferma il trend dell'ultimo periodo: aspetta di subire una rete prima di iniziare a giocare come vorrebbe sempre il suo tecnico. Mentre con Inter e Copenaghen non era riuscita ad andare oltre il pareggio, con il Verona ha ribaltato il risultato incamerando l'intera posta in palio.

Se le grandi prestazioni di Tévez ormai non fanno più notizia, per superare la squadra di Mandorlini le è sopraggiunta in aiuto una rete messa a segno da Llorente. Il partito di coloro i quali recentemente hanno puntato il dito contro le scelte dell'allenatore bianconero si è così spaccato in due: da una parte ci sono quelli che restano dalla parte di Conte, abile a gestire il pieno recupero fisico dello spagnolo dopo la lunga inattività della scorsa stagione; dall'altra sono rimasti quelli che avrebbero voluto che la punta fosse scesa in campo in Danimarca in occasione dell'esordio stagionale di Madama in Champions League.

Il Milan? Resta vittima degli errori estivi compiuti dalla società rossonera in sede di mercato: l'unico reparto che andava profondamente rinnovato era quello difensivo, invece è stato deciso di regalare ai tifosi una storia dal lieto fine come il ritorno a Milano del figliol prodigo Kakà. Le altre squadre, intanto, scappano. E senza lo squalificato Balotelli per i prossimi tre turni si annunciano tempi duri. Per sua fortuna c'è poco tempo per pensare, visto che il turno infrasettimanale del campionato riporta tutti in campo per la quinta giornata di serie A. Con tante gare concentrate in una sola settimana non è escluso che possa uscire fuori qualche risultato clamoroso.

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martedì 27 agosto 2013

Le amichevoli estive non contano nulla

 
Se tre tenori non hanno fatto uno scudetto, adesso spetterà all'ultimo tenore rimasto sotto il Vesuvio, Marek Hamsik, provare a scucire dalle maglie della Vecchia Signora il tricolore. In attesa del completo ambientamento di Higuain e dell'arruolamento a tutti gli effetti del colombiano Zapata, è proprio Hamsik a guidare la neonata creatura di Benitez nella gara d'esordio al “San Paolo”. La doppietta con la quale il centrocampista slovacco ha steso il Bologna rappresenta il miglior biglietto da visita per ricordare alla Juventus le proprie ambizioni di successo. “Beh, forse è davvero l'anno in cui si vince qualcosa”, si è lasciato scappare mentre abbandonava lo stadio al termine della partita.
 
Madama, dal canto suo, aveva già sbancato la Genova blucerchiata nel delicato anticipo serale della prima giornata di campionato. Il goal porta la firma di Tévez, un altro argentino sbarcato in serie A nel corso di questa estate, ma per la coralità che ha accompagnato l'esecuzione finale si può tranquillamente affermare che appartiene a tutta la squadra bianconera. Tecnico compreso. La Juventus ha dimostrato con i fatti di non sentirsi appagata dalle recenti conquiste e di essere famelica esattamente come lo era stata negli ultimi due anni. Le avvisaglie si erano già avute nella finale di Supercoppa Italiana vinta contro la Lazio, la conferma è arrivata sei giorni dopo. Il caso ha voluto che la prossima avversaria di Madama sarà nuovamente la squadra di Petkovic, questa volta a Torino, nella partita valevole per la seconda giornata della serie A.
 
Un solo incontro di campionato disputato sino ad oggi ed una settimana di calciomercato ancora a disposizione dei club per ritoccare le rispettive rose non consentono di stilare bilanci, avventurarsi in giudizi approfonditi o emettere sentenze definitive. Tranne quella che tutti conoscono ma che ogni anno in molti puntualmente dimenticano: i risultati delle amichevoli estive non contano nulla.
 
Viceversa, c'è chi invece già alla fine di agosto potrebbe vedere compromessa l'intera stagione: se il Milan non dovesse superare l'ostacolo rappresentato dal PSV Eindhoven, il prossimo mercoledì, si ritroverebbe tutto ad un tratto senza quelle entrate milionarie che gli consentirebbero di sistemare i conti del club e di far quadrare quelli di natura squisitamente tecnica ad Allegri. Siamo ancora in estate, ma in Champions League non si scherza mai.

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martedì 12 marzo 2013

La Juve e il pericolo assuefazione

Ora che nessuno si prende più la briga di scovare un'anti-Juve tra le avversarie di Madama alla corsa verso lo scudetto, è chiaro che la squadra di Conte ha messo una seria ipoteca alla conquista del suo secondo tricolore consecutivo. Mancano ancora dieci giornate alla conclusione del campionato, i giochi non possono certo dirsi fatti ma è indubbio che quanto accaduto la scorsa domenica non può passare inosservato.

Anche il Napoli ha avuto la sua piccola "fatal Verona": perdendo al "Bentegodi" contro il Chievo ha visto allontanarsi ulteriormente la Juventus in classifica, proprio mentre alle sue spalle si è minacciosamente fatto sotto il Milan. Dopo aver trascorso buona parte del torneo nella speranza di azionare la freccia per poi sorpassare i bianconeri, adesso il gruppo di Mazzarri deve prestare attenzione allo specchietto retrovisore.

Con un tecnico il cui futuro sotto il Vesuvio sembra tutt'altro che scontato ed un Cavani con le polveri bagnate da diverso tempo a questa parte, poco alla volta il club campano ha sciupato diverse occasioni per restare agganciato ai propri sogni di gloria. La Vecchia Signora prende quindi il largo segnando la rete decisiva nei minuti di recupero, con quel Giaccherini che sembra incarnare l'esatto prototipo del “calciatore gregario” tanto apprezzato dagli allenatori: recita in silenzio la sua parte, è sempre pronto all'occorrenza nel rispondere "presente" e a fornire il massimo impegno possibile.

I punti di vantaggio sulla seconda adesso sono nove, dieci considerando il vantaggio acquisito negli scontri diretti. "Oggi i punti in palio, vedendo anche i risultati, sono molto di più dei tre canonici, saranno almeno sei, visto e considerato che alla fine manteniamo questa distanza anche dal Milan", sentenziava domenica Buffon quando ancora si trovava nella pancia dello "Juventus Stadium". Non dimenticando, però, i passi falsi compiuti dai bianconeri nel recente passato: "Più punti riusciamo a racimolare sulle inseguitrici e meglio è. Anzi, quando abbiamo avuto un margine così importante poi la domenica abbiamo sempre steccato, per cui c'è da tenere le antenne belle dritte".

Le dichiarazioni rilasciate da Antonio Conte viaggiano sulla stessa lunghezza d'onda del suo portiere: "Lo scudetto? Non lo abbiamo ancora vinto. Pensiamo solo a goderci questa vittoria".
E, verrebbe spontaneo aggiungere, a gustarsi il ritorno di una Juventus protagonista in tutte le competizioni alle quali partecipa.

Lo scoppio di Calciopoli distrusse una società che aveva in pugno il secondo scudetto consecutivo e che era uscita dalla Champions League ai quarti di finale (per mano dell'Arsenal), sepolta da una selva di fischi all'interno del suo stesso stadio. Per alcuni sostenitori juventini conquistare il tricolore era diventata un'abitudine, ormai non si accontentavano più di dominare in Italia guardando con interesse al trono europeo.
Conte, conoscitore come pochi del mondo bianconero, ha annusato nei giorni scorsi il pericolo che una sorta di assuefazione alla vittoria potesse insinuarsi tra gli habitué dello "Juventus Stadium": "Non voglio illudere nessuno, bisogna stare attenti a cosa si promette. Se riusciamo a confermarci in Italia facciamo qualcosa di straordinario. Mi auguro che l’entusiasmo della gente non scemi".

Corteggiato da altri club blasonati sparsi per il continente, lo stesso tecnico ha assicurato più volte di voler restare ancora a Torino per continuare il processo di crescita personale e della squadra che allena. Ai propri uomini ripete spesso di ricordare il punto di partenza della loro avventura. Sarebbe opportuno se ogni tanto lo tenesse bene a mente anche qualche tifoso smemorato e troppo ben abituato.

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sabato 2 marzo 2013

La Juve manca il colpo del kappaò


Tanto tuonò che alla fine non piovve. Quello era già capitato nella scorsa stagione quando la gara al “San Paolo” tra Napoli e Juventus, originariamente fissata per il 6 novembre 2011, venne poi spostata al successivo 29 dello stesso mese dopo un diluvio di polemiche. La partita si concluse con un pareggio (3-3), così come è accaduto nel recente scontro tra le due formazioni avvenuto in questa ventisettesima giornata di campionato. Lo scudetto, ora, inizia a tingersi sempre più di bianconero.

Madama torna a Torino senza quella vittoria che sotto il Vesuvio le manca dal lontano 30 settembre 2000 (2-1). Il gol decisivo lo aveva messo a segno un certo Alessandro Del Piero, numero dieci di maglia e di fatto. Quella divisa è ancora in attesa di un nuovo proprietario, di un campione decisivo come lo è stato per tanti anni il fantasista di Conegliano.

Nella settimana che ha visto il ritorno di Maradona nella sua Napoli le contendenti si sono sfidate in una partita che, alla fine, ha lasciato intatta la distanza che le separa in classifica. In realtà la Juventus adesso può fruire di un vantaggio a proprio favore negli scontri diretti che dovrà stare attenta a non sperperare nel prossimo futuro. Le restano da giocare undici incontri e tra questi ci saranno quelli con Inter, Milan e Lazio. Contro queste tre squadre, per inciso, durante il girone di andata la Juventus aveva guadagnato un misero punticino.

Uno dei protagonisti principali della gara, Giorgio Chiellini, prima del fischio d’inizio aveva riassaporato le emozioni del precedente appuntamento tra le due formazioni al “San Paolo”: “È cresciuta la nostra consapevolezza. Fu proprio quella partita a darci la carica per credere in un sogno come lo scudetto, che però era ancora molto lontano. Poi si è realizzato, abbiamo vinto e ora vogliamo rivincere”. Si tratta, in pratica, dello stesso concetto ribadito al termine degli ultimi novanta minuti (e più) di gioco: “Era una partita chiave. Abbiamo dimostrato di voler vincere questo campionato e di meritare il primato”.

Il difensore bianconero ha messo a segno la rete del momentaneo vantaggio juventino (prima che Inler lo annullasse), si è attaccato alla criniera di Cavani per tutta la durata del match consentendogli solo una bella conclusione di testa e qualche gomitata. Una di queste l’ha centrato in pieno, ma Orsato ha preferito tirare fuori dal taschino il cartellino meno “pesante”.

Alla Juventus è mancato il colpo del kappaò (con Vucinic) per chiudere l’incontro e, forse, il campionato. Al Napoli, viceversa, quello per riaprirlo (con Dzemaili). Adesso non avranno più occasioni per guardarsi dritte negli occhi sino al prossimo campionato dato che anche in Supercoppa Italiana, comunque andrà a finire questa stagione, non potranno contendersi il trofeo in palio. Ancora una curiosità: l’ultimo incontro di serie A terminato 1-1 tra le due squadre in Campania risale al lontano 12 maggio 1991. Alla rete di Silenzi rispose, nella seconda frazione di gioco, Angelo Alessio, l’attuale vice-allenatore di Conte. Sulla panchina della Juventus era seduto, ancora per pochi giorni, Luigi Maifredi.

Quella Vecchia Signora fallì miseramente l’obiettivo che si erano preposti i suoi dirigenti quando le avevano disegnato un nuovo vestito: vincere giocando un “calcio champagne”. Tra cadute e risalite susseguitesi nel corso di questi anni, questa costruita da Andrea Agnelli ed il suo staff sembra invece in grado di poter lasciare aperta la bacheca dei trofei per un bel po’ di tempo.

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martedì 19 febbraio 2013

Per Conte Siena o Napoli non fa differenza

Tornata da Roma con una sconfitta sul groppone, la Vecchia Signora si prepara a ricevere il Siena allo "Juventus Stadium" senza il supplemento di fatica dovuto ad impegni infrasettimanali. Si giocherà alle 15.00 della domenica pomeriggio, così come non le capitava dalla trasferta al “Tardini” di Parma dello scorso 13 gennaio. La successiva partita contro il Napoli, invece, si disputerà di venerdì sera (1 marzo), in ossequio a quel "calcio spezzatino" tanto amato dalle televisioni.

Nel corso dell'ultimo turno di campionato la squadra di Mazzarri ha gettato al vento un'occasione d'oro per ridurre al lumicino il distacco dagli uomini di Conte. Il calendario e la cadenza degli incontri erano dalla sua parte, a differenza di quanto accadrà nel prossimo fine settimana: vincere a Udine per il Napoli non sarà semplice, considerando che i friulani arrivano dalla recente sconfitta patita al "Luigi Ferraris" contro il Genoa.

Uno dei leitmotiv più ricorrenti nei commenti successivi alle gare della Juventus cita sempre la mancanza di un attaccante di valore mondiale al centro del suo reparto offensivo: “Ah, se la Vecchia Signora avesse un Cavani, un Klose, un Milito...”. Di rimando, ovviamente, le società che possono beneficiare delle prestazioni di talenti simili spesso si affrettano a specificare che le loro fortune non dipendono dalla prolificità di queste punte.

Sarà anche vero, ma i fatti dicono il contrario: non segna Cavani ed il Napoli pareggia due gare consecutive in serie A; Klose gioca solo 45' nelle ultime cinque partite (a Genova) e la Lazio raccoglie la miseria di due punti; s'infortuna Milito e l'Inter ne prende quattro a Firenze. Le prospettive a breve termine per i nerazzurri, poi, non sono certo esaltanti: domenica prossima, infatti, ci sarà il derby di Milano.

Dall'altra sponda del Naviglio, giusto per rimanere in tema di goleador, Balotelli aspetta la sua ex squadra indossando (stavolta non per scherzo) la maglia dei cugini rossoneri. Da quando è rientrato dall'Inghilterra l'attaccante del Diavolo ha messo a segno quattro reti in tre match, due delle quali su calcio di rigore. Che, detto per inciso, bisogna anche saper realizzare.

A proposito di bomber: domenica a Torino arriverà Innocent Emeghara, il calciatore di origine nigeriana naturalizzato svizzero che da quando ha esordito in serie A ha tenuto lo stesso ruolino di marcia di Balotelli. Nel giro di poco tempo la punta è diventata l'ancora di salvataggio per un club che sta cercando di guadagnare una salvezza che – ad oggi - avrebbe il sapore del miracoloso. Giuseppe Iachini, il tecnico del Siena, prima dell'ultimo incontro vinto con la Lazio aveva chiesto ai suoi uomini una gara “perfetta”. L'ha ottenuta, ed ora si può coccolare il suo nuovo bomber, autore di una doppietta: “Facile andare a prendere giocatori da trenta milioni di euro. E' bello e gratificante lavorare con i giovani poco conosciuti e valorizzarli, come sta accadendo per Innocent”.

Fresco di Panchina d'Oro e dopo aver ricevuto i complimenti (ed il voto) persino da Zeman, Antonio Conte era presente sugli spalti dello stadio “Artemio Franchi - Montepaschi Arena” per assistere all'incontro tra la sua ex squadra ed il gruppo guidato da Petkovic. Già nelle stanze di Coverciano, durante la premiazione, aveva avuto modo di ribadire l'importanza della prossima partita casalinga: “Vale esattamente come lo scontro diretto col Napoli, dobbiamo tornare subito alla vittoria”.
Senza fare sconti a nessuno, e senza risparmiare i diffidati: “Preferisco vincere e poi avere uno squalificato, piuttosto che perdere dei punti e avere tutti a disposizione”.
In fondo è così che si conquistano gli scudetti.

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venerdì 25 gennaio 2013

William Garbutt, il primo allenatore professionista in Italia

Nereo Rocco, l’indimenticato Paròn, al temerario che provava ad avvicinarsi a lui chiamandolo “mister” riservava sempre la stessa risposta: “Mister a chi, muso de mona? Mi son il signor Rocco”.
La parola “mister” è sbarcata nel nostro paese nell’estate del 1912, allorquando l’inglese William Garbutt – dopo aver sposato Anna Marie Stewart (29 novembre 1911) ed essere diventato padre del piccolo Stuart (15 aprile 1912) – raggiunse il porto di Genova. Si era trasferito sotto la Lanterna per guidare il Genoa Cricket and Athletic Club. La società ligure lo aveva ingaggiato quando ancora non esisteva il professionismo grazie ai sotterfugi messi in atto da George Davidson, un suo dirigente, per eludere le regole della federazione.

Nato il 9 gennaio 1883, Garbutt era stato costretto ad abbandonare l’attività agonistica a soli 29 anni a causa di un infortunio patito in una gara disputata dal suo Blackburn contro il Notts County. Nato in una famiglia numerosa aveva imparato a lottare da subito contro le avversità della vita: perse il padre e, poco dopo essersi arruolato nella Royal Artillery, anche la madre. Il successo nel calcio che conta sarebbe arrivato in un secondo momento.
Le squadre nelle quali aveva militato furono il Reading, l’Arsenal e, come detto, il Blackburn. Giocava come ala destra, vicino a quelle panchine sulle quali avrebbe costruito il proprio mito. Senza poter più contare sugli emolumenti che riceveva come calciatore aveva deciso di intraprendere la nuova carriera di tecnico all’estero, conscio della fatto che nel suo paese – in quel ruolo – non avrebbe potuto costruirsi un futuro.

A Genova aveva immediatamente gettato le basi di una squadra che avrebbe poi vinto tre scudetti, ma soprattutto era riuscito a trapiantare i semi della futura figura dell’allenatore. Contrariamente alle abitudini del tempo aveva infatti accentrato le scelte più varie sotto la propria responsabilità: dalla formazione da schierare sul campo ai suggerimenti al club per i nuovi acquisti, dalla cura della preparazione atletica e tattica all’introduzione di un dialogo continuo con i singoli atleti per curarne l’aspetto psicologico. Riusciva ad ottenere stima e affetto dai suoi calciatori senza avvertire la necessità di alzare la voce.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale interruppe brutalmente l’avventura genovese. Prese la decisione di arruolarsi e combattere per il suo paese, tornando in Liguria al termine di quella drammatica esperienza. La sua fama di allenatore, intanto, continuava ad accrescere col trascorrere del tempo. La tappa successiva era stata Roma, dove aveva guidato la neonata società giallorossa alla vittoria della coppa CONI. Poi fu la volta del Napoli, dopodiché provò a misurarsi col campionato spagnolo, portando l’Athletic Bilbao a laurearsi campione al primo tentativo. La nostalgia dell’Italia lo aveva spinto a tentare nella stagione successiva l’avventura con il Milan. Seguendo le ragioni del cuore, infine, era rientrato al Genoa. In Inghilterra, intanto, i maestri del football continuavano ad ignorare quel figlio della loro terra che si stava comportando così bene all’estero.

Durante la seconda Guerra Mondiale aveva deciso di consegnarsi alle autorità fasciste. Era accaduto dopo che il Primo Ministro inglese Winston Churchill aveva ordinato che tutti gli italiani residenti in Gran Bretagna venissero arrestati e imprigionati con un “collare”. Il detenuto Garbutt si era così trovato rinchiuso nelle temute carceri di Marassi, a pochi metri da quello stadio che ne aveva consacrato la leggenda.
Gli sforzi diplomatici profusi dalla moglie Anna ed il timore dei dittatori di dover giustificare la morte di un prigioniero famoso permisero la sua liberazione. Le successive tappe del peregrinare dei due coniugi furono Acerno (in provincia di Salerno), Orsogna (Chieti) e Imola (Bologna), laddove Anna rimase vittima dei bombardamenti degli Alleati. William ricevette la notizia da Maria, una giovane adottata dalla coppia durante la loro permanenza a Napoli.

Tra coloro che liberarono l’Italia dall’occupazione nemica c’era anche il figlio Stuart, arruolato nell’Ottava Armata britannica. Garbutt fece poi ritorno in Inghilterra ma il Genoa, l’amore sportivo della sua vita, lo richiamò un’altra volta ancora. In quel momento il tecnico aveva sessantatré anni. Si trattò senza ombra di dubbio di un amore ricambiato, tanto è vero che il 24 giugno 1951, a pochi giorni dalla fine del campionato 1950-51, tre dirigenti del club rossoblù organizzarono un’amichevole di lusso tra alcuni ex-giocatori dei Grifoni e una selezione di stelle. Giocarono gratuitamente per lui, mentre si decise che l’incasso fosse devoluto a “mister Pipetta”.

Tutto quanto raccontato, e molto altro ancora, è stato descritto con minuzia di particolari da Paul Edgerton nella biografia “William Garbutt, Il padre del calcio italiano”. Vi si parla anche dello storico scudetto perso contro il Bologna nel 1925 e della collaborazione tecnica con Vittorio Pozzo.
Il quale, a sorpresa, gli aveva fatto pervenire una lettera di referenze nel momento in cui Garbutt stava per cominciare la propria avventura spagnola.
Si trattava dell’ennesimo gesto che confermava la stima reciproca tra due grandissimi allenatori.

Articolo pubblicato su Lettera43

sabato 27 ottobre 2012

Nereo Rocco, il Paròn


Vigilia di un Padova-Juventus di molti anni fa, un giornalista si era avvicinato al tecnico dei veneti dicendogli: "Vinca il migliore". La sua risposta, immediata, non aveva lasciato spazio ad ulteriori repliche: "Ciò, speremo de no". In queste parole c'è tutto Nereo Rocco, il Paròn. Descritto da chi ha avuto modo di conoscerlo, era proprio così: diretto, sincero, trasparente. Nato nel 1912, figlio di un macellaio e nipote di un cambiavalute di Vienna, ha portato il cognome Rock sino al 1925. Costretto ad italianizzarlo per motivi di lavoro durante il periodo fascista, iniziò la sua seconda vita, quella legata al pallone, facendosi conoscere come Rocco. Calciatore, allenatore, uomo. Soprattutto uomo. Le vittorie ottenute da sportivo restano in bella evidenza nel palmarès, il ricordo della sua straripante personalità è rimasto vivo nel cuore quanti hanno condiviso con lui gioie e dolori dentro ed intorno al rettangolo di gioco.

Per esprimersi usava il dialetto della sua città, Trieste, condito dai "mona" che non risparmiava a nessuno. Nella veste di tecnico, quando qualcuno provava ad avvicinarlo chiamandolo "Mister" reagiva in malo modo: "Mister a chi, muso de mona? Mi son il signor Rocco". Nei confronti di chi non capiva il motivo di un'esclusione ripeteva spesso la stessa frase: "Decision de la siora Maria". Che poi era sua moglie. Girò l'Italia da solo, senza Maria e i figli Tito e Bruno, partendo proprio da Trieste. Le tappe toccate (alcune a più riprese) furono Napoli, Padova, Treviso, Milano, Torino e Firenze. Per Milano si intende quella rossonera, ovviamente, dove gli inizi erano stati complicati: “Milano non fa per me. E’ troppo grande. E poi, qua, perdi una partita e succede il finimondo”, aveva confidato a Cesare Maldini, così come testimoniano le pagine del libro “Il Paròn” scritto da Gabriele Moroni. Era abituato a comandare, quella realtà non gli sembrava cucita su misura per lui. Nel giro di due anni vinse uno scudetto e una Coppa dei Campioni.

Ovunque andasse cercava i due punti di riferimento dai quali cominciare il proprio lavoro: lo spogliatoio, dove cementificava lo spirito di squadra, e un ristorante, il luogo in cui si rifugiava nei momenti di intimità. Prediligeva alcune compagnie ad altre, Nicolò Carosio e Gianni Brera su tutti. Nel momento del commiato, proprio Brera lo aveva descritto con queste parole: "Poco abile politico, è un grande in spogliatoio, non in sede. Ai presidenti non bacia né vellica niente. Cambia città (e si pente): scopre nuovi Italienern, magari contagiati di vezzi franciosi: così rimpiange i lombardi e torna fra loro per vincere un altro campionato, un'altra Coppa Campioni. Rivera si è fatto uomo e un pò ne viene plagiato. Rivera sta a Nereo come la callida volpe al toro manso". Circa il modo di vivere la sua professione, ancora Brera scrisse: "Dalla panchina torna sudato più dei giocatori: e con loro si spoglia e prende la doccia sentendone tutti i discorsi, dei quali puntualmente si serve per governare il timone. Sotto la doccia, il sudore acre dei poveri, le contumelie, le lodi, le reciproche accuse: e la partita interpretata a caldo. Poi con gli anziani, diciamo gli arimanni, si riflette e decide per il meglio".

All'apparenza burbero, caratterialmente aperto quando si trattava di stare con i suoi ragazzi, si chiudeva a riccio di fronte al mondo esterno. Quando non voleva dare troppa corda ai giornalisti se la cavava con poche parole: "Domenica giocheremo così: Cudicini in porta e tutti gli altri fuori...". Per definire le marcature degli avversari sul campo, all’arcigno difensore Angelo Anquilletti era solito lasciare alcune brevi istruzioni: “Ciò, fagli fare tutto quello che vuole. Basta che non faccia gol”. Sull'introduzione della figura del libero in difesa, aveva dichiarato: "La sostanza è quella: che si chiami uomo libero, ala tornante, mezzala fluttuante. Tutte le squadre hanno quest'uomo in più in difesa, e ciò per valorizzare l'estro, l'indole, la facoltà d'improvvisazione del giocatore italiano".

I derby con l'Inter di Angelo Moratti, guidata da Helenio Herrera, diventarono celebri anche grazie alle battute che si cambiavano i due tecnici, i veri e propri precursori di una nuova visione della figura dell'allenatore. Uno dei momenti più difficili vissuti su una panchina è datato 20 maggio 1973, in occasione della "fatal Verona". Il miglior complimento che potesse riservare a qualcuno era “El xè un omo”, proprio per il valore che dava alle qualità umane. Tendenzialmente si fidava dei suoi uomini, prova ne sia che a volte concedeva la possibilità di ricevere le visite delle persone care anche durante i ritiri: “Domani potete portare, se volete, a pranzo mogli e figli. Mi raccomando, però, roba seria: non fidanzate di quelle ballerine”. Per tenerli tutti sulla corda, però, aveva introdotto abitudini apparentemente incomprensibili come quella della colazione mattutina di gruppo a Milano, in piazza Sant’Alessandro. Dietro la volontà di trascorrere più tempo in compagnia c'era pure quella di verificare costantemente lo stile di vita dei calciatori.

Pierino Prati ha raccontato che nel momento in cui venne presentato a Rocco, in un albergo, dopo averlo squadrato il Paròn si era rivolto ad un dirigente dicendogli: “Guarda che io ti avevo chiesto di portarmi un calciatore, mica un cantante”. Fine psicologo, percorrendo il tratto di strada che portava la squadra dal ritiro allo stadio “Santiago Bernabéu” di Madrid per giocare la finale di Coppa dei Campioni contro l'Ajax (vinta per 4-1, 28 maggio 1969), nel silenzio generale si era alzato i piedi per dire: “Ciò mona, se c’è qualcuno che ha paura stia pure sul pullman che a giocare vanno gli altri”. I giocatori scesero uno a uno, per dirigersi nello spogliatoio. Dopo aver aspettato invano il tecnico, preoccupati tornarono al parcheggio e lo trovarono lì: era seduto sul pullman. Scoppiarono tutti a ridere. Con quello stratagemma era riuscito a spezzare la tensione.
Era uno dei metodi usati per questo fine da Nereo Rocco. Il Paròn.

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domenica 21 ottobre 2012

Continua la marcia della Juventus


Il compito che la Juventus avrebbe dovuto svolgere nell’anticipo pomeridiano dell’ottava giornata di serie A era stato svelato da Claudio Marchisio nei momenti precedenti l’incontro con il Napoli: “sconfiggerlo, sgasarlo, togliergli un po’ di fiducia, impedire che l’ambiente da quelle parti si carichi troppo”. Visto e considerato l’esito della partita, Madama adesso può cambiare pagina ed iniziare a pensare al prossimo impegno.

A differenza del rendez-vous tra le due formazioni dello scorso 11 agosto a Pechino, in occasione della finale di Supercoppa italiana, le polemiche sono scomparse al termine dell’incontro, concentrandosi – invece - prima del fischio d’inizio dell’arbitro Damato. Assenti Buffon e Vucinic, due punti fissi nello scacchiere della Vecchia Signora, al Napoli si era presentata una buona opportunità per frenare la corsa inarrestabile in campionato dell’undici guidato dal duo Alessio-Conte.

Il caso vuole che proprio Damato fosse stato il direttore di gara dell’ultima vittoria esterna dei campani a Torino: era il 31 ottobre 2009, si era giocato – anche allora – alle 18.00. Lo stadio, però, era diverso, così come – soprattutto – tra le due Juventus non c’è stato paragone. Quella attuale è figlia legittima del club più scudettato d’Italia, abituato a far sue le corse a tappe entro i confini dello stivale.

Walter Mazzarri aveva ragione a sostenere che “il risultato di questa gara non cambierà nulla, anche in caso di sconfitta ne mancheranno trenta alla fine”, ma dovrebbe riflettere bene sulle parole pronunciate a sua volta da Carrera, nel punto in cui affermava che i sistemi di gioco tra le due squadre “saranno pure simili, ma l’interpretazione è diversa: noi facciamo un calcio propositivo, mentre il Napoli si affida di più alle ripartenze e alle giocate dei singoli”.

In una partita condizionata (anche a livello di infortuni) dagli impegni dei vari nazionali sparsi in giro per il mondo, la Juventus – più degli avversari - ha mostrato di avere i cambi necessari per far fronte alle emergenze: i due goleador di giornata, Cáceres e Pogba, sono entrati in campo durante lo svolgimento dell’incontro. Lo stesso discorso vale pure per quanto riguarda gli allenatori: nell’arco temporale di sette mesi Mazzarri è stato sconfitto da Conte, Carrera e Alessio. In pratica, Madama ormai viaggia con il pilota automatico.

La vittoria ottenuta dal Napoli in coppa Italia contro i bianconeri resta un trofeo da esibire in bacheca e sulla maglia, ma rischia di diventare un limite alla crescita di quella società nel caso in cui non dovesse decidere di aggiungere qualcosa di diverso ad un metodo di gioco che si adatta unicamente all’avversario di turno. Se la strada che verrà intrapresa continuerà ad essere quella, almeno dovrà cercare di imparare dagli errori del passato: così come era accaduto a Pechino, sulla propria fascia destra Maggio è stato nuovamente travolto da Asamoah.

Durante l’analisi tecnica della partita, in diretta televisiva dagli studi di Mediaset Premium Arrigo Sacchi ha espresso un parere critico nei confronti della Vecchia Signora: “Per me questa vittoria non vuol dire molto. Quando vinci con merito è diverso, questa però è una vittoria differente. Non dico che è immeritata, ma era più giusto il pareggio. E' molto pericolosa questa partita per la Juventus, se non viene interpretata nel modo giusto ti può far pensare certe cose che non sono quelle vere”.

Il concetto, banale, è che “non è tutto oro quel che luccica”. Il discorso, ovviamente, non riguarda certo l’astro nascente Paul Pogba, quanto il rischio che Madama smetta di cercare di migliorarsi continuamente in virtù di un avvio di campionato in cui i numeri parlano di un probabile dominio bianconero durante questa stagione.

I suoi limiti nel reparto offensivo sono evidenti, così come è altrettanto chiaro che nelle competizioni europee risaltano in maniera maggiore rispetto a quando accade in Italia. Alla Juventus, però, va anche dato atto di essere imbattuta da quarantasette incontri consecutivi in serie A. Prima di lei soltanto il Milan di Fabio Capello aveva saputo far meglio. Quello stellare guidato dallo stesso Sacchi si era fermato prima. Nel valutare una singola gara nella sua completezza, forse, è opportuno considerare prima tutti gli elementi.
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giovedì 18 ottobre 2012

La nazionale vince e frena le polemiche


Prima di fare qualsiasi considerazione sulle gare appena disputate dalla nazionale di Cesare Prandelli contro Armenia e Danimarca, lasciamo che siano i numeri a parlare: sei goals segnati, due subiti, sei punti conquistati e la distanza sulla seconda in classifica nel girone B di qualificazione ai mondiali brasiliani (attualmente la Bulgaria) portata a quattro lunghezze.
A onor del vero va ricordato che la Repubblica Ceca, terza, dovrà disputare ancora una partita. Nell'ipotesi in cui dovesse vincerla, comunque, si porterebbe a quota "meno due" dall'Italia.

Questo doppio impegno ravvicinato degli azzurri verrà ricordato, nel tempo, come uno dei peggiori viatici possibili all'ormai prossimo scontro in campionato tra Juventus e Napoli, in programma sabato 20 ottobre a Torino. Non sono mancati, infatti, sospetti, veleni, illazioni a non finire su qualsiasi situazione potesse riguardare - direttamente o indirettamente - alcuni tra i probabili protagonisti della gara, anche se in questi giorni si trovavano sparsi per il mondo con le rispettive selezioni.
Stuzzicata in conferenza stampa in merito al celebre "biscotto" contro la Svezia negli Europei del 2004, la comitiva danese ha fatto fatica a nascondere - dietro sorrisi di circostanza - qualche fastidio. Gli è poi bastato buttare l’occhio in serie A per rimandare al mittente qualsiasi tipo di insinuazione sul comportamento tenuto in Portogallo otto anni fa.

Armenia e Danimarca non erano certo ostacoli insormontabili per gli uomini di Prandelli, ma il fatto di essere riusciti a non scivolare sulla classica buccia di banana rappresenta comunque una nota di merito.
Se nelle gare precedenti (contro Bulgaria e Malta) era mancato Balotelli, in quest’occasione il commissario tecnico ha deciso di rinunciare ad Antonio Cassano. Gianluigi Buffon, sul tema, ha mostrato di avere le idee chiare: "L’assenza di Cassano in questa Italia non mi sorprende. Il progetto adesso prevede forza fresche, sperando che l’evoluzione sia rapida. Il Mondiale infatti non è così lontano, e anche la Confederations Cup a giugno andrebbe onorata".

Il fantasista dell'Inter non si è perso d'animo, trovando il modo di far parlare di sé: ospite della trasmissione “Che tempo che fa”, condotta da Fabio Fazio, ha motivato il suo mancato passaggio alla Juventus affermando di averla "rifiutata" in tre diverse occasioni. Perché? "Ho l’idea che lì vogliano solo soldatini che vadano diritti sul binario". Leonardo Bonucci, tramite il proprio profilo ufficiale di twitter, gli ha risposto usando meno dei 140 caratteri disponibili: "Più che soldatini... professionisti!".

Punto e a capo.

De Rossi e Osvaldo, momentaneamente accantonati da Zeman alla Roma, si sono tolti qualche soddisfazione in nazionale: con una rete a testa hanno spinto l'Italia alla vittoria ottenuta in Armenia (3-1, a Yerevan). In vantaggio grazie al rigore realizzato da Pirlo (il migliore in campo), gli azzurri - infatti - erano stati momentaneamente raggiunti da Henrikh Mkhitaryan, l'uomo di spicco dello Shakhtar Donetsk di Lucescu. Prandelli, contento in un primo momento per l'esito della gara ("Ho visto una grande partita di una squadra con grande personalità. Non voglio parlare di svolta, ma avevamo bisogno di una partita così"), ha poi cambiato improvvisamente umore dopo aver letto i giornali ("Avevamo pensato di aver fatto una buona gara e il clima nello spogliatoio alla fine lo confermava, ma leggendo i giornali abbiamo letto qualcosa di diverso. A parte la Spagna, non ci sono squadre che dettano legge in ogni partita o vincono ancora prima di iniziare").

Contro la Danimarca, a Milano, De Rossi è stato nuovamente protagonista, segnando il goal del raddoppio dopo la prima rete messa a segna da Montolivo. Di Kvist e Balotelli (ottima la sua prestazione) le altre marcature della serata (3-1 il risultato finale). Osvaldo, espulso all'inizio della seconda frazione di gioco, è finito dietro la lavagna. Stavolta Prandelli era visibilmente soddisfatto: "In 10 abbiamo lottato con ordine e determinazione. Ora siamo in po’ più sereni ma dobbiamo migliorare. La rete subita alla fine del primo tempo poteva costarci cara. Ma in dieci siamo stati molto ordinati anche se abbiamo speso molto".

La settimana azzurra si chiude con il lieto fine, con la ciliegina sulla torta rappresentata dai complimenti che Lionel Messi ha riservato ad Andrea Pirlo. Subito dopo la gara vinta dall'Argentina contro l'Uruguay, dove ha segnato l'ennesima doppietta della carriera, ha infatti dichiarato: "La mia punizione è nata guardando quella che Andrea ha fatto contro il Siena, facendo passare la palla sotto la barriera avversaria". La risposta dello juventino non si è fatta attendere: "Davvero ha detto così? Non lo sapevo, mi fa piacere".
Tutto bello, nella speranza che duri.
Perché sabato prossimo ci sarà Juventus-Napoli, ed è forte il sospetto che le polemiche che l’accompagnano possano rovinare un simile momento di festa.
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martedì 14 agosto 2012

Supercoppa Italiana 2012: dalla Cina con furore


Dallo scorso sabato pomeriggio alla Juventus manca ancora una Supercoppa Italiana per raggiungere lo stesso numero di successi del Milan, primatista nelle vittorie in quella competizione (sei). Adesso si è portata a quota cinque, pareggiando così il conto con l'Inter e completando un percorso che l'ha portata a sollevare il trofeo in Italia (a Torino, in due occasioni), Libia (a Tripoli nel 2002), America (a East Rutherford, nello stato del New Jersey, nel 2003) e Cina (a Pechino, nella recente edizione).

Proprio a Pechino, laddove lo spirito olimpico è stato di casa quattro anni or sono, Madama ha potuto celebrare la sua ultima conquista lontana da occhi indiscreti: quando capitan Buffon ha alzato la coppa nessun avversario era presente sul terreno di gioco per rendere omaggio ai vincitori. Sino a quando tedeschi e spagnoli non inizieranno a disputare le rispettive Supercoppe in terra orientale questi spettacoli potranno continuare a beneficiare dell'onore dell'esclusività.

Cina sì? Cina no? Una finale secca allo "Juventus Stadium" oppure uno sdoppiamento della stessa partita in due gare (andata e ritorno) da disputare a Torino e Napoli? Fino a pochi giorni dal fischio d'inizio dell'incontro se ne sono sentite di tutti i colori.

Come nelle migliori trame di un film d'azione non poteva mancare il colpo di scena: Claudio Nitti ed Enzo Concina, due tesserati del club campano, si sono nascosti dentro una palestra adiacente il campo d'allenamento della Juventus per spiare le intenzioni di Antonio Conte. Traditi dai flash di una macchina fotografica, hanno reso più ancor più comica del previsto la trasferta asiatica del calcio italiano.

La Vecchia Signora ha quindi iniziato la nuova stagione allo stesso modo della precedente: vincendo e segnando quattro reti.
L'11 settembre 2011 aveva travolto il Parma nel suo primo incontro disputato allo "Juventus Stadium" (4-1 il risultato finale), l'11 agosto 2012 ha piegato il Napoli ai tempi supplementari dopo aver rimontato un doppio svantaggio patito nel corso dei primi novanta minuti di gioco (Asamoah e Vidal, su rigore, hanno risposto alle realizzazioni del duo Cavani-Pandev).

Antonio Conte (in tribuna) e Massimo Carrera (sulla panchina bianconera) sono stati la mente e il braccio operativo di un lavoro che continua a dare i suoi frutti: dallo scudetto conquistato all'insegna dell'imbattibilità si è passati alla prima finale "secca" vinta dal lontano 2003, anno in cui la Juventus aveva sconfitto il Milan Ancelottiano. La Vecchia Signora, all’epoca dei fatti, era guidata da quel Marcello Lippi che adesso, guarda caso, si trova proprio in Cina ad allenare lo Guangzhou Evergrande.

Madama è riuscita ad avere la meglio sull'unica avversaria in grado di batterla lo scorso anno (in Coppa Italia), in una partita dove entrambe le contendenti hanno mostrato lacune da colmare al più presto.
Cose che capitano, soprattutto quando un match del genere viene disputato in piena estate, a quattordici giorni dal via del prossimo campionato di serie A.

Vucinic è entrato (al posto di Matri) nel momento giusto della partita, mentre Hamsik e Paolo Cannavaro sono stati sostituiti da Mazzarri in quello sbagliato. Le tre espulsioni in casa del Napoli (Pandev, Zuniga e lo stesso tecnico) hanno indirizzato le sorti della gara su un binario favorevole ai bianconeri. L'autorete di Maggio e l'ultimo goal di Vucinic, poi, hanno chiuso definitivamente la disputa.

Calato il sipario sul primo appuntamento stagionale resta da domandarsi quanti e quali strascichi possano avere le polemiche nate in Oriente. Leggendo le recenti dichiarazioni di Aurelio De Laurentiis sembra che questo pericolo sia scongiurato: "Arrabbiato? Ma no, già cinque minuti dopo la fine della partita ero tranquillo. Sapete cosa ho fatto dopo cena? Ho radunato la squadra, l'ho portata in discoteca e abbiamo brindato lo stesso con dieci bottiglie di champagne. Ho detto ai ragazzi di cancellare immediatamente questa finale di Supercoppa e di pensare all'amichevole che giocheremo, domenica, contro i campioni di Grecia dell'Olympiakos e all'esordio in campionato, a Palermo. Inoltre ho deciso di dare a ciascuno di loro un premio di 20 mila euro, perché i vincitori morali di questa Supercoppa siamo noi".
Buon calcio a tutti.

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giovedì 2 agosto 2012

La Supercoppa nell'Italia degli scandali


Se n’erano già accorti in tanti della loro esistenza, ma chi aveva usato - la scorsa estate - le parole più dure per esprimere le debolezze del calcio italiano era stato Adriano Galliani, amministratore delegato del Milan: “Da ristorante di lusso siamo passati a pizzeria: il grande problema sono gli stadi. E vi faccio una previsione: fra un po’, grazie ai nuovi stadi di Euro 2016, anche i francesi ci sorpasseranno. Diventeremo i quinti d’Europa”. Era il 3 agosto 2011, esattamente un anno fa.

Che cosa non funziona nell’Italia del pallone? Ecco un veloce riepilogo: spese che superano i guadagni nei bilanci di molti club italiani, stipendi troppo elevati in proporzione al fatturato, gli introiti delle società che dipendono quasi esclusivamente dai diritti televisivi, grandi investitori stranieri che preferiscono i campionati esteri al nostro (tranne qualche eccezione, comunque ancora poco significativa), mancanza degli stadi di proprietà (Juventus a parte), un merchandising senza anima, la necessità di reperire soldi da quei paesi attratti dalla nostra serie A.

Quest’ultimo, oltretutto, è il motivo principale per il quale la Supercoppa Italiana viene sempre più spesso disputata all’estero. La competizione, nata da un’intuizione del compianto presidente sampdoriano Paolo Mantovani, dal 1988 ad oggi si è tenuta per ben cinque volte al di fuori dei confini italici: due in America, una in Libia, due in Cina. La prossima, come risaputo, si svolgerà ancora a Pechino l’11 agosto e metterà di fronte la Vecchia Signora nuovamente scudettata contro il Napoli vincitore della coppa Italia.

Il Milan è il club che detiene il maggior numero di successi del torneo (sei), seguito da Inter (cinque) e Juventus (quattro). L’unica vittoria del Napoli risale al 1990, allorquando Maradona e soci sculacciarono Madama con un sonoro 5-1 al “San Paolo” (1° settembre). Quella sarebbe dovuta diventare una “Juventus da bere” (grazie al “calcio champagne” di Luigi Maifredi), in realtà si era rivelata un fallimento sin dal suo esordio ufficiale.

La scorsa stagione si è chiusa il 20 maggio 2012 proprio con uno scontro tra bianconeri e campani a Roma, nella finalissima della coppa nazionale: vinse il Napoli per 2-0, con le reti di Cavani (su rigore) e Hamsik. Segnarono, quindi, due dei tre “tenori” partenopei. Il terzo, l’argentino Lavezzi, era stato comunque protagonista di un’ottima gara. Al 27’ del secondo tempo Mazzarri lo aveva sostituito con Pandev, sulla falsariga di quello che poi ha fatto il club nel corso dell’estate: Lavezzi è emigrato a Parigi, mentre il macedone – arrivato in prestito dall’Inter – è stato successivamente acquistato a titolo definitivo.

Walter Mazzarri, che alla guida della Sampdoria aveva sfiorato il titolo nel 2009, poteva così alzare il primo trofeo importante della propria carriera da allenatore. Antonio Conte, dal canto suo, perdeva l’ultima partita della stagione dopo essere riuscito a restare imbattuto per tutto l’anno.
Quel 20 maggio è stato un giorno importante anche per altri motivi: sanciva l’addio di Del Piero dalla sua Signora ed i ritorni in serie A del Torino e di Zdenek Zeman, arrivato primo nel campionato cadetto con il Pescara.

Conquistata la promozione l’allenatore boemo aveva lasciato una speranza ai dirigenti del club abruzzese in merito ad una sua permanenza per l’anno prossimo: “Possiamo sederci a parlare del futuro. Qui sono stato benissimo, mi hanno messo nelle condizioni ideali per lavorare, ora serve un programma”. Il 4 giugno 2012 la Roma annunciava la firma di un contratto biennale che legherà Zeman alla società giallorossa per le due prossime stagioni.

Una sorte simile è capitata a Marco Verratti, il gioiellino del centrocampo biancazzurro: desideroso di crescere gradualmente in provincia (“Dopo la nazionale penserò al futuro: ma sono pescarese, vorrei davvero proseguire qui”) era diventato oggetto di una trattativa che lo avrebbe dovuto portare alla corte della Vecchia Signora. Alla fine, però, al pari di Lavezzi ha ceduto di fronte alle lusinghe del Paris Saint-Germain.

Bastava aspettare qualche altro giorno (29 maggio) per ascoltare il “desiderio” che Mario Monti, il presidente del Consiglio, “a volte sente” dentro di sé: “Fermare il calcio per due o tre anni”.
Memore delle battaglie disputate con “quel” mondo qualche anno prima, aveva tirato fuori il suo cavallo di battaglia: “Trovo inammissibile, io me ne sono occupato una volta da commissario europeo, che periodicamente si usino i soldi dei contribuenti per ripianare perdite delle società di calcio”.
Apriti cielo: come se non ci fossero state polemiche e scandali che già accompagnavano la quotidianità degli amanti del pallone, ci mancava anche quella.

Nonostante tutto, il prossimo 11 agosto il calcio italiano riaprirà ufficialmente i battenti. Per il momento senza alcuni dei suoi protagonisti, fermati dalla giustizia sportiva. Con la garanzia, però, che chi lo ha governato in questo modo sino ad oggi continuerà a rimanere saldamente seduto sulla propria poltrona.
Come se nel frattempo non fosse accaduto nulla.

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martedì 3 aprile 2012

La rincorsa Juve "non è finita finchè non è finita"

Juventus - Napoli non è ancora finita: all’appello manca la finalissima di coppa Italia che verrà disputata il prossimo 20 maggio a Roma, dove i due club si troveranno nuovamente uno di fronte all’altro. Il campionato prima di allora sarà già terminato, così come la lotta tra Madama ed il Milan per cucirsi sulle maglie un nuovo scudetto.

Una curiosità: la Vecchia Signora si aggiudicò la sua ultima coppa nazionale nel 1995, nello stesso anno in cui vinse il tricolore cominciando in questo modo un ciclo trionfale che si sarebbe concluso nel 2006; sotto l’ombra del Vesuvio la squadra campana fece altrettanto nel 1987, allorquando conquistò entrambi i trofei. I primi dell’era Maradona.

Così come nel passato di Juventus e Napoli è già capitato che un successo in coppa Italia rappresentasse un momento importante della loro storia, altrettanto potrebbe accadere nella stretta attualità. Nel caso dei bianconeri, poi, acquisirebbe un valore ancora maggiore se venisse affiancato dalla vittoria di uno scudetto.

Per tagliare il traguardo finale della serie A davanti a tutte le avversarie la squadra di Antonio Conte dovrà recuperare i due punti di ritardo che oggi la separano dal Milan: da qui alla conclusione del campionato restano da disputare ancora otto partite, che ne metteranno a disposizione un massimo di ventiquattro.

Andando a rileggere i risultati delle ultime otto gare previste dal calendario per il girone d'andata (esclusi, quindi, i recuperi) si può notare come la Juventus sia riuscita a racimolare venti punti contro i diciassette dei rossoneri: se a campi invertiti la storia dovesse ripetersi, il finale di stagione potrebbe riservare una dolce sorpresa per i sostenitori bianconeri. Sulla propria strada il Milan troverà anche l'Inter, contro la quale subì una delle quattro sconfitte accumulate in campionato (0-1, 15 gennaio 2012).

La squadra nerazzurra, oggi nelle mani del giovane Andrea Stramaccioni, allora era guidata in panchina da Claudio Ranieri, il secondo dei tre tecnici ai quali quest'anno Moratti ha affidato la sua squadra. La Juventus che espugnò per l'ultima volta il "Renzo Barbera", teatro della sua prossima sfida contro il Palermo, era allenata dallo stesso Ranieri: accadde il 21 febbraio 2009, Sissoko e Trezeguet segnarono le due reti decisive per conto di una Vecchia Signora che a fine stagione arrivò seconda alle spalle dell'Inter.

A chiudere l'emorragia di risultati negativi contro i rosanero (quattro sconfitte consecutive da quella gara in avanti) pensò la Juventus di Antonio Conte: lo scorso 20 novembre 2011 Pepe, Matri e Marchisio misero la firma in una vittoria che portò altri tre punti a Madama, in quel momento in vetta alla classifica in compagnia della Lazio (ventidue punti, con una partita da recuperare) mentre il Milan era distanziato di una sola lunghezza. Terminati i novanta minuti di gioco lo stesso Conte cercò di frenare il crescente entusiasmo all’interno dell'ambiente bianconero: “Alla fine del girone d’andata tireremo le somme e capiremo dove possiamo arrivare”.

Diventata campione d'inverno con pieno merito la Vecchia Signora ha così parzialmente confermato la bontà della scelta estiva di quei giocatori di spessore che preferirono la Torino bianconera ad altre piazze importanti. Andrea Pirlo è uno di questi, così come quell'Arturo Vidal che ad agosto del 2011 - con il campionato ancora fermo - spiegò chiaramente il motivo del suo matrimonio con la Juventus (rifiutando le avances del Bayern Monaco): “Perché la Juventus è un’istituzione, è il massimo per qualsiasi calciatore”.

Blindato il secondo posto grazie ad un vantaggio considerevole sulla terza in classifica, Madama potrà continuare la rincorsa al Milan capolista ricordando la massima di Lawrence Peter "Yogi" Berra, leggendario giocatore di baseball statunitense: "Non è finita finché non è finita".
Appunto.

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lunedì 26 marzo 2012

Buffon e Del Piero, il valore aggiunto della Juventus

"L’Inter farà la partita della vita, questo è fuori di dubbio e nessuno me lo toglierà dalla testa. Vuoi o non vuoi, è una partita sentita anche per i loro tifosi". Antonio Conte si aspettava di affrontare un'Inter diversa da quella che in questo campionato ha recitato più volte un ruolo da comparsa, che ha cambiato l'allenatore con il quale aveva iniziato la stagione (Ranieri al posto di Gasperini) e dimostrato di essere la lontana parente della poderosa macchina vincente guidata in passato da José Mourinho.

La previsione del tecnico ha trovato un parziale riscontro sul campo, almeno sino all'ingenuità commessa dagli ospiti in occasione del goal realizzato da Caceres. Prima di allora i suoi uomini hanno dimostrato di saper soffrire nei momenti di difficoltà, per poi farsi trovare pronti nel rovesciare le sorti dell'incontro non appena è capitata loro l’occasione propizia.

A chi insegue solitamente spetta il compito di mettere pressione nei confronti di chi lo precede: nella corsa allo scudetto tra Milan e Juventus, invece, le parti si sono rovesciate. Da quando le due squadre si sono incontrate a "San Siro" (25 febbraio), escludendo la partita col Genoa Madama ha disputato tre gare su quattro conoscendo l'esito di quelle del Diavolo (con Chievo, Fiorentina e - appunto - Inter).
In aggiunta a queste ha recuperato il match di Bologna precedentemente non giocato a causa della neve.
Nel processo di crescita della sua creatura Conte aveva messo in preventivo la possibilità di conseguire risultati non all'altezza delle aspettative: succede, quando si cerca di riportare una mentalità vincente in un club che l'ha persa da tempo. L'imbattibilità maturata giornata dopo giornata e l'asticella delle ambizioni spinta sempre più verso l'alto hanno finito con accelerare la maturazione di un gruppo che doveva superare l'esame più difficile: quello di vincere sotto pressione.

Tra il conquistare punti spinti dall'entusiasmo di un ambiente motivato dalla prospettiva di una stagione positiva ed il doverli prendere a tutti i costi perché è la tua storia che te lo impone c'è una bella differenza.

Se con Chievo e Bologna la Juventus aveva perso quei quattro punti che ora la separano dal Milan, nelle successive gare contro Fiorentina e Inter ha portato a termine la missione in maniera convincente. E' cresciuta la consapevolezza nei propri mezzi così come è sensibilmente migliorata la condizione fisica generale, proprio sulla falsariga di quanto aveva garantito Angelo Alessio, il vice di Conte, dopo la semifinale di ritorno della coppa Italia disputata contro i rossoneri lo scorso martedì: "Benzina ne abbiamo ancora tanta, abbiamo trovato la brillantezza per affrontare la parte conclusiva della stagione".

Domenica prossima Madama ospiterà a Torino il Napoli con più di ventiquattro ore di ritardo rispetto alla trasferta dei rossoneri a Catania (prevista per sabato 31 marzo). Nel merito, è intervenuto anche Gianluigi Buffon negli attimi successivi la gara contro i nerazzurri: “A me piace tanto giocare dopo gli altri, soprattutto se vincono: mi dà qualche brivido, adrenalina in più”.

La tranquillità che traspare dalle dichiarazioni del portiere bianconero è tipica di un fuoriclasse dalla lunga esperienza, abituato alle sfide di ogni genere ed a svolgere il ruolo di guida verso i compagni più giovani, tanto sui campi da gioco quanto nello spogliatoio.

Nel giorno della firma del contratto che lo avrebbe nuovamente legato alla Vecchia Signora, parlando del rapporto che avrebbe instaurato con Buffon e Del Piero nella veste di allenatore Antonio Conte era stato chiaro: “Considero Gigi e Ale un valore aggiunto, dentro e fuori dal campo. Conoscono la juventinità, sanno cosa significa vincere e cosa bisogna fare per vincere. Da loro mi aspetto che non sbaglino su niente, a livello di comunicazione e di comportamenti. Sono un valore importante, devono essere decisivi al di là delle scelte tecniche”.

A proposito di Del Piero: adesso sta iniziando a crescere il minutaggio delle sue apparizioni anche in campionato, oltre che in coppa Italia.
I risultati, a quanto pare, iniziano ad intravedersi.

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