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sabato 2 marzo 2013

La Juve manca il colpo del kappaò


Tanto tuonò che alla fine non piovve. Quello era già capitato nella scorsa stagione quando la gara al “San Paolo” tra Napoli e Juventus, originariamente fissata per il 6 novembre 2011, venne poi spostata al successivo 29 dello stesso mese dopo un diluvio di polemiche. La partita si concluse con un pareggio (3-3), così come è accaduto nel recente scontro tra le due formazioni avvenuto in questa ventisettesima giornata di campionato. Lo scudetto, ora, inizia a tingersi sempre più di bianconero.

Madama torna a Torino senza quella vittoria che sotto il Vesuvio le manca dal lontano 30 settembre 2000 (2-1). Il gol decisivo lo aveva messo a segno un certo Alessandro Del Piero, numero dieci di maglia e di fatto. Quella divisa è ancora in attesa di un nuovo proprietario, di un campione decisivo come lo è stato per tanti anni il fantasista di Conegliano.

Nella settimana che ha visto il ritorno di Maradona nella sua Napoli le contendenti si sono sfidate in una partita che, alla fine, ha lasciato intatta la distanza che le separa in classifica. In realtà la Juventus adesso può fruire di un vantaggio a proprio favore negli scontri diretti che dovrà stare attenta a non sperperare nel prossimo futuro. Le restano da giocare undici incontri e tra questi ci saranno quelli con Inter, Milan e Lazio. Contro queste tre squadre, per inciso, durante il girone di andata la Juventus aveva guadagnato un misero punticino.

Uno dei protagonisti principali della gara, Giorgio Chiellini, prima del fischio d’inizio aveva riassaporato le emozioni del precedente appuntamento tra le due formazioni al “San Paolo”: “È cresciuta la nostra consapevolezza. Fu proprio quella partita a darci la carica per credere in un sogno come lo scudetto, che però era ancora molto lontano. Poi si è realizzato, abbiamo vinto e ora vogliamo rivincere”. Si tratta, in pratica, dello stesso concetto ribadito al termine degli ultimi novanta minuti (e più) di gioco: “Era una partita chiave. Abbiamo dimostrato di voler vincere questo campionato e di meritare il primato”.

Il difensore bianconero ha messo a segno la rete del momentaneo vantaggio juventino (prima che Inler lo annullasse), si è attaccato alla criniera di Cavani per tutta la durata del match consentendogli solo una bella conclusione di testa e qualche gomitata. Una di queste l’ha centrato in pieno, ma Orsato ha preferito tirare fuori dal taschino il cartellino meno “pesante”.

Alla Juventus è mancato il colpo del kappaò (con Vucinic) per chiudere l’incontro e, forse, il campionato. Al Napoli, viceversa, quello per riaprirlo (con Dzemaili). Adesso non avranno più occasioni per guardarsi dritte negli occhi sino al prossimo campionato dato che anche in Supercoppa Italiana, comunque andrà a finire questa stagione, non potranno contendersi il trofeo in palio. Ancora una curiosità: l’ultimo incontro di serie A terminato 1-1 tra le due squadre in Campania risale al lontano 12 maggio 1991. Alla rete di Silenzi rispose, nella seconda frazione di gioco, Angelo Alessio, l’attuale vice-allenatore di Conte. Sulla panchina della Juventus era seduto, ancora per pochi giorni, Luigi Maifredi.

Quella Vecchia Signora fallì miseramente l’obiettivo che si erano preposti i suoi dirigenti quando le avevano disegnato un nuovo vestito: vincere giocando un “calcio champagne”. Tra cadute e risalite susseguitesi nel corso di questi anni, questa costruita da Andrea Agnelli ed il suo staff sembra invece in grado di poter lasciare aperta la bacheca dei trofei per un bel po’ di tempo.

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domenica 19 febbraio 2012

Milan-Juventus è già iniziata

L’espulsione rimediata sabato sera a Torino non rappresenta la prima ingenuità compiuta da Marco Motta nell’arco della sua carriera. Questa volta, però, a “beneficiarne” sono stati coloro i quali erano i suoi compagni di squadra sino a poco tempo fa: passato dalla Juventus al Catania durante la recente sessione invernale del calciomercato, proprio in occasione del primo incontro in cui si è trovato opposto a Madama ha collezionato i due cartellini gialli che lo hanno costretto ad uscire anzitempo dal campo, spianando così la strada alla vittoria bianconera.

La storia professionale del difensore rappresenta il classico esempio in cui le “promesse” non hanno rispettato le “premesse”: ha indossato la maglia della nazionale in tutte le categorie giovanili, è stato presente alla spedizione Olimpica di Pechino per poi esordire in quella maggiore nel giorno stesso in cui Cesare Prandelli iniziò la sua avventura da commissario tecnico dell’Italia (10 agosto 2010, Italia – Costa d’Avorio, amichevole disputata a Londra), dopodiché ha iniziato un lento declino.

Il suo arrivo a Torino è coinciso con un momento particolarmente importante nel mondo del calcio nostrano: fu il primo giocatore a firmare un contratto con un club stipulato e depositato in Lega attraverso l’utilizzo di un “modulo libero” (luglio 2010).

Per approfondire meglio la questione può essere utile riavvolgere il nastro: in quell’occasione divenne realtà la proposta dell’avvocato della Juventus Michele Briamonte di introdurre una nuova forma di accordi con i calciatori, in cui i compensi economici cosiddetti “variabili” avrebbero potuto superare il limite precedentemente imposto del 50% del totale da remunerare.
In più, era prevista l’aggiunta di alcune clausole innovative in merito al comportamento che gli stessi atleti avrebbero dovuto tenere lontano dal campo di gioco. L’assemblea delle serie A diede il suo assenso, proprio pochi giorni dopo la scadenza dell’accordo collettivo Lega-Aic avvenuta il 30 giugno.

Uscendo dalla storia per tornare alla cronaca attuale, dopo l’espulsione di Motta il Catania di Montella ha provato nuovamente a passare in vantaggio grazie ad un’occasionissima capitata tra i piedi di Almiron: di fronte a lui, però, si è trovato il miglior Buffon. Da un fuoriclasse all’altro, così come il portiere bianconero ha evitato che Madama dovesse recuperare nuovamente un goal di svantaggio (il primo lo aveva segnato Barrientos), Andrea Pirlo ha preso per mano la squadra realizzando direttamente da calcio di punizione la rete del pareggio, per poi condurla sotto la sua guida alla tredicesima vittoria stagionale in campionato. Chiellini e Quagliarella, dal canto loro, hanno completato l’opera fissando con le loro marcature il risultato finale sul 3-1.

Il menù della prossima giornata prevede il piatto più prelibato: Milan-Juventus, anticipo serale e spartiacque della stagione per entrambi i club. Ripensando alle recenti dichiarazioni provenienti tanto da Torino quanto da Milano, in settimana potrebbe cominciare nuovamente il balletto della “favorita” per la conquista dello scudetto (“Sono loro”, “Non è vero, sono loro”), in una corsa a due dove gli altri avversari, ormai, hanno perso il passo delle prime della classe.

L’equilibrio è rimasto soltanto al vertice, così come lo stesso Buffon aveva previsto mesi fa: “Quando Andrea (Pirlo, ndr.) mi ha detto che sarebbe venuto alla Juve, la prima cosa che ho detto è stata 'Meno male'. Credo che un giocatore del suo livello e del suo valore, per lo più gratis, sia stato l'affare del secolo. Poi quando l'ho visto giocare ho pensato 'Dio c'è' perché è veramente imbarazzante la sua bravura calcistica. Quest'estate quando ho visto Galliani a Forte dei Marmi l'ho ringraziato. Gli ho detto: 'Ti ringrazio perché davvero cercate di rendere il campionato più equilibrato' ".
Adesso spetta ad uno dei due club il compito di spezzarlo.

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domenica 12 febbraio 2012

Le vie della Juve passano dall'Emilia

"Buffetto" o "schiaffetto"? Erano rimaste così, Juventus e Milan, dopo la gara d’andata delle semifinali di coppa Italia giocata lo scorso mercoledì allo stadio "San Siro".
La disputa tra i due club, ormai, si è allargata al di fuori dei campi di calcio, dato che è diventata troppo alta la posta in palio per rimanere circoscritta al solo rettangolo verde.

Per rinfrescare la memoria basta tornare indietro nel tempo sino agli istanti immediatamente successivi la conclusione della partita in questione: Zlatan Ibrahimovic si avvicina a Storari, portiere bianconero di coppa, per discutere animatamente su un pallone toccato – a suo modo di dire - dall’estremo difensore juventino, il quale – invece – qualche minuto prima aveva negato il fatto di fronte all’arbitro; dalla mancata concessione del corner era cominciata a maturare e crescere l’ira dello svedese, culminata con l’ormai consueto utilizzo delle mani per portare avanti le proprie ragioni (e intenzioni) laddove non è in grado di sostenerle con la forza delle parole.

Se sulla deviazione di Storari si poteva argomentare in termini squisitamente tecnici, sul dito dell’attaccante rossonero appoggiato sulla guancia del portiere ne è nato un caso diplomatico: dalle proteste di Chiellini davanti alle telecamere, alla successiva difesa d’ufficio della punta ad opera di Galliani e Ambrosini, il successo della Juventus “di riserva” è finito col passare in secondo piano. Grazie a quello, adesso Madama è diventata la favorita d’obbligo per l’accesso alla finale della manifestazione.

Sino alla scorsa domenica proprio la parola “favorita” rappresentava il principale oggetto del contendere tra le due società: da Torino a Milano, così come da Milano a Torino, il ruolo di candidato alla vittoria dello scudetto rimbalzava da una città all’altra, al pari di una patata bollente che nessuno voleva tenere in mano per la paura di scottarsi.

Nella giornata di campionato numero ventidue, la scorsa, quella del ritorno all’antica con la contemporaneità delle gare alle 15.00 della domenica pomeriggio, sono esplose definitivamente le polemiche: Ibrahimovic tira uno schiaffo al napoletano Aronica (cui fa seguito un suo buffetto a Nocerino) lasciando in dieci i rossoneri dopo essere stato espulso dall’arbitro Rizzoli; la Juventus, dal canto suo, protesta per un evidente tocco di braccio del senese Vergassola non ravvisato da Peruzzo, che in quel momento – peraltro non aiutato dai propri collaboratori – stava guardando in un’altra direzione.

Giuseppe Marotta dà il via ad un botta e risposta a distanza con Stefano Braschi, designatore degli arbitri, mentre lo svedese si prende tre giornate di squalifica da Tosel, il giudice sportivo, dimostrando appieno la sua recidività in materia: lo scorso anno ne aveva accumulate altrettante in occasione di Milan – Bari (13 marzo 2011, diventate poi due con lo “sconto di pena”) e di Fiorentina – Milan (10 aprile 2011).

Alla vigilia della recente gara di coppa Italia Massimiliano Allegri aveva preso le distanze dalle proteste juventine (“Si parla tanto di aiutare gli arbitri e invece alla prima decisione sfavorevole si solleva un polverone: più sereni li lasciamo e meglio è”), mentre Antonio Conte ha manifestato stima e rispetto verso il collega milanista mettendo da parte le punzecchiature quotidiane (“In coppa gli episodi e la fortuna possono fare la differenza, e così credo che noi e il Milan abbiamo le stesse possibilità di qualificarci per la finale”).

Terminati i novanta minuti di gioco sono invece continuate le discussioni: Marotta ha preso le difese di Chiellini (“è un professionista serio, un uomo di grandi principi e valori”) e Allegri ha fatto altrettanto con il suo operato (“In questo periodo veniamo puniti al primo errore”). In aggiunta, il tecnico rossonero aveva lanciato un messaggio alla diretta rivale: “Sento dire che loro avrebbero più rabbia di noi. Non è vero, nel cercare il risultato ne ha più il Milan”.

Sotto di un goal a Udine nell’anticipo della ventitreesima giornata di serie A, il Diavolo ha avuto la forza di rimontare e vincere laddove nessuno, in questa stagione, era ancora riuscito. Oltretutto, senza l’apporto di Ibrahimovic. La risposta della Juventus inevitabilmente si farà attendere: anche la sua gara di Bologna, così come la precedente in Emilia-Romagna col Parma, è stata rinviata a causa delle copiose nevicate di questo periodo.

Proprio da Parma, condizioni metereologiche permettendo, riprenderà il cammino della Vecchia Signora. Favorita o meno per lo scudetto, se vorrà continuare a sognare non dovrà più sbagliare un colpo.

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domenica 28 agosto 2011

La Juventus tra lo sciopero e l'esordio col Parma


Per un calcio italiano che continua a fare la conta dei suoi problemi e che misura ripetutamente la distanza che lo separa da chi l’ha superato nel corso degli ultimi anni in termini di competitività, credibilità, audience e spettacolarità, non poteva certo mancare lo sciopero come ciliegina finale su una torta indigesta.

Il fatto, poi, che venga (spesso) utilizzata quella parola per definire lo slittamento della prima giornata della serie A provoca ancora più rabbia in quei tifosi innamorati del pallone costretti da tempo a sopportare e subire passivamente ogni tipo di delusioni e decisioni, e che poche volte vengono realmente ricompensati da "quel mondo" per la loro passione.

Cresce il disgusto tra gli amanti di questo sport, inizia il tam tam tra i sostenitori delle varie squadre per organizzare forme di protesta unitarie, un intero paese si indigna per quanto accaduto, e quando capita sotto mano la prima occasione per dare una dimostrazione di tutto ciò uno stadio intero si riempie di tifosi pronti ad acclamare i loro beniamini: è accaduto a Napoli, dove gli striscioni contro i milionari scioperanti hanno fatto da cornice ad un’amichevole tra il club campano e il Palermo di Maurizio Zamparini. L’ingresso era gratuito, c’erano 60.000 persone festanti sugli spalti, non sono mancati i fuochi d’artificio, una benedizione ad opera del cardinale Sepe e la presentazione del nuovo acquisto Goran Pandev. A Milano, intanto, altre 8.000 (paganti) erano presenti a Monza per studiare la nuova Inter di Gasperini, un migliaio si trovavano nel centro sportivo di Casteldebole per l’amichevole del Bologna, e via discorrendo. Il risultato? Di questo passo verrà ingoiato presto anche l’ennesimo boccone amaro.

"Ripartiamo da zero, ripartiamo dalle ceneri". Queste parole potrebbero essere usate come slogan per sintetizzare la situazione attuale, in realtà Gianluigi Buffon le ha pronunciate pochi giorni fa per mettere in chiaro ciò che ormai è noto a tutti da tempo: i settimi posti collezionati da Madama nelle ultime due stagioni sconsigliano proclami e impongono realismo.

Verso la metà del mese di luglio, durante il ritiro di Bardonecchia, raccolta la richiesta di aiuto da parte di Antonio Conte che individuò in lui, Del Piero e Pirlo quei campioni carismatici e vincenti in grado di prendersi le maggiori responsabilità nei momenti difficili all’interno del gruppo bianconero, lanciò la carica: "Il fatto che gli ultimi due campionati dicano che ci sono sei squadre più forti della Juve deve far scattare dentro di noi la molla giusta per tornare ad essere competitivi e dimostrare che prima è stata soltanto sfortuna".

Sottinteso che due fallimenti consecutivi non possono essere addebitati alla sola malasorte, anche lo stesso portiere juventino ha vissuto di recente una situazione personale particolarmente difficile a Torino. Risale allo scorso 14 maggio una dichiarazione di John Elkann che, rispondendo ad una domanda circa le probabilità della permanenza sotto la Mole del giocatore posta da uno studente durante il convegno "Crescere tra le righe" (organizzato alle porte di Siena), disse: "Buffon? E’ un anno e mezzo che non sta giocando". Il portavoce del numero uno di Fiat ed Exor si affrettò a precisare che alla frase mancava la parola "purtroppo", il numero uno bianconero prese atto della sostanza della stessa: passata la tempesta si è poi "risposato" con la Vecchia Signora, continuando - così - il matrimonio decennale con il club.

Quelli erano i momenti che precedevano la gara disputata dalla Juventus al "Tardini" contro il Parma di Giovinco, penultima tappa del martirio, monopolizzati dalle ferme convinzioni di Luigi Del Neri ("Non c’è la controprova che agendo in modo diverso le cose sarebbero cambiate"), alle quali susseguirono - racimolata la decima sconfitta in serie A - le parole di resa di Chiellini: "Non siamo mai stati una squadra".

L’analisi più dura, però, fu quella del Presidente Andrea Agnelli: "C’è tanta delusione perché alla fine di questo campionato è emerso che una serie di giocatori arrivati non hanno capito cos’è la Juventus e i giocatori che avevamo lo hanno dimenticato".

Più che la semplice presa di coscienza del settimo posto conclusivo, agli uomini di Conte sono queste le considerazioni che dovranno servire da monito (e da stimolo) per iniziare al meglio la loro nuova avventura. Che, con ogni probabilità, comincerà nel nuovo stadio torinese proprio (e ancora) contro il Parma. Sciopero permettendo, ovviamente.

Tra i cinquanta campioni bianconeri scelti dai tifosi ai quali sono state dedicate altrettante stelle presenti nell’impianto che verrà inaugurato a breve, figura anche il nome di Gaetano Scirea. Anni fa, dopo aver festeggiato in discoteca con i compagni la conquista del sedicesimo scudetto della Vecchia Signora, il libero uscì dal locale all’alba per cercare un’edicola. Ne vide una accanto alla fermata di un tram, dove gli operai attendevano il mezzo per andare a lavorare. Lui indossava ancora l’abito da sera, e per pudore e rispetto verso quelle persone fece marcia indietro e tornò a casa.

Nel descrivere Scirea la moglie raccontò che in molte occasioni il marito tornava a casa con persone sconosciute: "Mariella, questi signori hanno fatto centinaia di chilometri per venire a vedere la Juve e ho pensato che dovevano pur mangiare qualcosa".
Non serve aggiungere altro. Chi vuol capire, capisca.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


venerdì 29 luglio 2011

La nuova Juventus, da Aguero a Vucinic


Se per il calcio nostrano tutto quanto accaduto a distanza di sole ventiquattro ore viene catalogato alla voce "storia", se si provasse ad utilizzare lo stesso parametro temporale per quanto concerne il calciomercato si potrebbe parlare a ragion veduta di "preistoria".

Andando a rovistare nell’archivio dei ricordi di questa sessione estiva di trattative tinte di bianconero, basta fare un salto indietro nel tempo di un mese esatto per rileggere il contenuto dell’offerta confezionata dalla Juventus all’Atletico Madrid per acquisire le prestazioni dell’argentino Sergio Aguero: 35 milioni di euro per il suo cartellino, a fronte di una richiesta della società spagnola ferma a 45, vale a dire l’importo della clausola rescissoria.

Per il giocatore erano pronti 6,5 milioni di euro netti a stagione, che potevano incrementare sino ad arrivare ad un massimo di un ulteriore milione grazie ai premi legati ai risultati del club torinese. In totale, occhio e croce, si parlava di un investimento quinquennale (tutto compreso) per la Vecchia Signora pari a circa un centinaio di milioni.

Il Real Madrid sembrava aver mollato la presa sull’attaccante (attratto dal brasiliano Neymar), così come Chelsea e Manchester City che si erano catapultate senza badare a spese su Alexis Sanchez, il quale - però - aveva già scelto la squadra per il suo futuro: "O vado al Barcellona o resto all’Udinese". Con buona pace delle due società inglesi, della Juventus e dell’Inter. Quest’ultima, oltretutto, da mesi sembrava essere riuscita ad entrare nelle grazie del cileno: all’inizio dello scorso mese di gennaio soltanto l’elevata quotazione del giocatore stabilita da Pozzo (25 milioni) aveva fermato sul più bello il corteggiamento nerazzurro; ai primi di giugno il matrimonio pareva essere ormai ad un passo dall’essere celebrato. Alla fine, però, l’hanno spuntata i catalani, per la felicità delle tre parti in causa.

Quella di Barcellona sembrava essere invece la destinazione di Giuseppe Rossi, in partenza dal Villarreal, per conto del quale - qualche giorno addietro - parlò Federico Pastorello, il suo procuratore: "Siamo ancora all’inizio. Sarebbe interessante ricevere qualche segnale dal Barça, perché finora si è parlato molto e concretizzato poco" (14 giugno 2011).

Nel frattempo Madama continuava a flirtare con Vucinic: i primi contatti concreti risalgono - anche in questo caso - all’alba del 2011, allorquando l’infortunio occorso a Quagliarella e l’apporto insufficiente alla causa bianconera offerto da Amauri e Iaquinta avevano spinto la Juventus a non fermarsi all’arrivo del solo Luca Toni per rinforzare (e rimpolpare) il proprio reparto offensivo. I problemi sorti tra l’allora tecnico dei giallorossi Claudio Ranieri ed alcuni suoi giocatori (tra i quali lo stesso attaccante) le avevano permesso di avvicinarsi al montenegrino, anche se l’allenatore romano era stato chiarissimo, al proposito: "Resta al 100%. La società ed io lo vogliamo sopra ogni misura, anche se con lui dopo Cesena non ho parlato. Non dovevo farlo io" (18 gennaio 2011).

Con il trasferimento di Aguero alla corte di Roberto Mancini, nel castello ricco di soldi di Manchester (sponda City, per una cifra non lontana dai famosi 45 milioni di euro richiesti ed uno stipendio da star del pallone) ed il blocco delle partenze eccellenti imposto a Villarreal, che di fatto impedisce (momentaneamente?) lo spostamento di Giuseppe Rossi dalla Spagna, la Juventus si è così concentrata con profitto sull’operazione Vucinic, per poi attendere l’ultimo mese di trattative per perfezionare la rosa.

La linea seguita da Madama in questa sessione di calciomercato è quella tracciata da Andrea Agnelli nel giorno della presentazione della maglie per la stagione 2011-12: "Noi abbiamo oggi i mezzi per partecipare anche ad aste importanti, ma non vogliamo. Puntiamo ad acquistare giocatori al giusto prezzo, con la giusta retribuzione"; "…le condizioni devono essere le nostre condizioni e non quelle di un’asta scriteriata, che può far saltare il mercato in cui operiamo" (6 luglio 2011).

Dopo aver abbracciato Vidal, salutato Melo e Sissoko e preso atto della volontà della società di non lasciare sguarnita la difesa di fronte alle proprie lacune, Antonio Conte ha recentemente analizzato la situazione della rosa attualmente a sua disposizione: "Per essere competitivi abbiamo bisogno di diversi innesti".

L’allenatore è perfettamente conscio delle proprie capacità, della validità delle sue idee e della loro efficacia, ma avendo indossato per diversi anni la maglietta della Juventus, quando Madama si sporcava le scarpette soltanto per vincere, è in grado di "leggere" chiaramente la distanza (il "gap", come si usava dire sino a poco tempo fa) che la separa dalle prime della classe negli ultimi campionati disputati.

Un concetto simile lo aveva espresso tempo addietro anche Giorgio Chiellini: "Il nuovo tecnico mi incuriosisce, sembra trasmettere entusiasmo, ma non basta solo questo. Mi aspetto almeno un paio di colpi, mi sorprenderei se alla fine del mercato non arrivassero nomi che creino entusiasmo" (1 giugno 2011).
Andrea Pirlo, all’epoca, aveva già firmato per la Juventus.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


mercoledì 9 febbraio 2011

Juve, è arrivato il momento di cambiare marcia

Il bilancio, ora, è in perfetta parità: l’anno scorso, arrivati alla ventiquattresima gara, la Juventus del "traghettatore" Zaccheroni aveva toccato quota 38 punti in classifica, la stessa raggiunta dalla formazione allenata da Luigi Del Neri. Nelle prime cinque giornate dell’attuale campionato, invece, Madama ha totalizzato due vittorie, due sconfitte ed un pareggio, un percorso identico a quello compiuto all’inizio di questo girone di ritorno. Non si tratta di numeri confortanti, proseguendo con un ritmo simile non andrà molto lontano. Urge un cambio di marcia, già a partire dalla prossima partita. Quella con l’Inter.

La Vecchia Signora arrivò al match contro i nerazzurri del 3 ottobre 2010 dopo la vittoria interna contro il Cagliari ed il pareggio in Inghilterra con il Manchester City nell’incontro valevole per l’Europa League. Si può dire, a posteriori, che lì nacque la Juventus di Del Neri, quella dei 18 risultati utili consecutivi che diede a molti l’illusione di poter competere ad altissimi livelli già a partire da questa stagione.

Reduce dalla sconfitta allo stadio "Olimpico" con il Palermo, nella gara contro i sardi esplose il talento di Milos Krasic: tre goals e gli applausi in tribuna di Pavel Nedved, a coronamento di una prestazione sontuosa che aiutò a mascherare le sbavature di un "cantiere" che non poteva ancora considerarsi chiuso. Matri realizzò una doppietta che non cambiò le sorti del risultato finale (terminò 4-2 per i bianconeri), ma fu importante per farsi riconoscere una volta di più da quelli che poi sarebbero diventati i suoi nuovi tifosi. Per il momento del perdono, invece, è bastato attendere sino a sabato scorso, allorquando al "Sant’Elia" la punta ha restituito al Cagliari le due reti a domicilio. L’arbitro Brighi regalò al fratello "bravo" di Felipe Melo un cartellino giallo con tanto di dedica, mentre la Juventus potè finalmente gustarsi un successo a Torino che le mancava addirittura dal 25 aprile, grazie al 3-0 inflitto al Bari nel campionato precedente.

Del Neri si disse soddisfatto della crescita della sua squadra ed ottimista per i margini di ulteriore miglioramento che faceva intravedere. La speranza era quella di "esserci a marzo per lottare con gli altri, è quello che conta".
Poi arrivò l’Epifania, che - come sostiene il popolare proverbio - "tutte le feste porta via": si ruppe Quagliarella e tornò il fratello "cattivo" del centrocampista brasiliano. Una Vecchia Signora spuntata ha dovuto attendere quasi un mese (5 febbraio) per rivedere le reti di un attaccante che potesse consentire al tecnico bianconero di affermare: "Ma alla fine conta fare gol: è dall’inizio di gennaio che ci mancava un finalizzatore. Adesso che ce l’abbiamo, tutto ha di nuovo ha un senso".

Ora ci sono le condizioni per provare a ripartire, anche se non basta riavvolgere il nastro per farlo: i punti di distacco dalla prima della classe sono passati dai tre di fine settembre agli undici attuali; sono diminuite le giornate che mancano alla conclusione del campionato; nel proprio cammino la Vecchia Signora ha già perso l’Europa League e la coppa Italia; il quarto posto verrebbe considerato oggi un buon risultato, mentre prima ci si scandalizzava al solo sentirlo nominare.

I nerazzurri prossimi avversari nel posticipo previsto nella serata di domenica, poi, saranno completamente diversi da quelli incontrati ad inizio ottobre al "Meazza": liberati dal peso di Benitez e accolto con un sorriso Leonardo, dopo aver vivacchiato a distanze siderali dalle zone alte della classifica per qualche tempo ora vedono nuovamente da vicino il Milan primo della classe, con la conseguente concreta possibilità di puntare allo scudetto. Per un Milito che si mangiava quei goals che l’anno precedente segnava ad occhi chiusi c’è adesso Pazzini, pronto a sostituirlo per tutte quelle partite che l’argentino dovrà saltare a causa dell’infortunio patito al bicipite femorale sinistro. Eto’o continua a caricarsi il peso dell’attacco sulle proprie spalle nel contesto di una squadra diventata ora più "italiana" (anche) grazie all’arrivo di Ranocchia ed alla prima convocazione in maglia azzurra di Thiago Motta. Mancherà Chivu, vittima nella gara di andata delle scorribande di Krasic e nel prosieguo della stagione di quel momento di follia che lo ha portato a colpire con un pugno Marco Rossi, prendendosi così una meritata squalifica.

Ma anche la Juventus, dal canto suo, non sarà la stessa, visto che si è già dimostrata capace di abbandonare quel 4-4-2 che sembrava fosse scolpito nel suo animo. Chiellini è tornato sulla fascia nella quale era cresciuto come calciatore, laddove - tra non molto - tornerà a disposizione anche De Ceglie, per una difesa che sembra essersi effettivamente rinforzata con l’arrivo di Barzagli. Il parco attaccanti dell’Inter, oltretutto, sarà la classica prova del nove per verificare eventuali miglioramenti del reparto difensivo. Il centrocampo così come è stato ridisegnato da Del Neri sembra calzare a pennello per Claudio Marchisio, non a caso diventato goleador nelle ultime tre gare (due reti realizzate tra Palermo e Udinese). Ora la speranza è quella di averlo disponibile per la partita di domenica.

Grazie alla vittoria di Cagliari l’ambiente bianconero ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Ma ci sono ancora da scacciare i fantasmi di un ulteriore fallimento, affidandosi (anche) all’istinto di Matri, il nuovo goleador di Madama. Per evitarlo è necessario un cambio di marcia, da subito, già a partire dalla prossima gara. Quella contro l’Inter. Non un’avversaria qualsiasi. E non soltanto per quanto è capitato dopo il 2006, ma anche per quello successo negli anni precedenti.
In occasione del 5 maggio 2002, per esempio. Una data che solo a sentirla pronunciare qualcuno avverte un profondo dispiacere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 12 dicembre 2010

sabato 27 novembre 2010

Del Neri e l'appoggio di Andrea Agnelli


Finalmente si gioca, di nuovo. I tour de force a cui sono sottoposte le formazioni di vertice in questo periodo, con molte gare previste in calendario in un arco di tempo ristretto e pochi attimi di pausa tra una e l’altra, comportano un notevole dispendio di energie fisiche per i calciatori ed un tentativo da parte degli allenatori di dosare forze, stimoli e concentrazioni degli atleti tra le diverse manifestazioni a cui i club partecipano. Ma sono quelli che poi, alla fine, piacciono alla maggior parte dei tifosi. Dipendesse da loro si giocherebbe un giorno sì e l’altro pure.

La momentanea interruzione della serie A prevista per il periodo natalizio consentirà agli stessi giocatori di rifiatare, ai club di rivedere sul campo qualche calciatore attualmente in infermeria e di ridisegnare la rosa in sede di mercato, mentre ai sostenitori non rimarrà che attendere il nuovo anno per assistere ad altri incontri. Il tifoso vive di emozioni e si nutre di partite: se ne può parlare quanto si vuole, ma il centro dell’attenzione è rivolto al rettangolo di gioco, laddove si crea la storia di questo sport.

Poi, si sa: ci sono tifosi e tifosi. Come il sindaco di Firenze Matteo Renzi, quello che a furia di fare doppi passi con le parole tutti i giorni ha finito per inciampare sul pallone, sul concetto principale che voleva esprimere attraverso alcune dichiarazioni inerenti la gara di stasera tra la Juventus e i viola: ha scambiato la Vecchia Signora per la Fiorentina, definendola una "squadretta", con tanto di descrizione dettagliata della maglia con i colori bianco e nero a bande verticali. Succede, soprattutto quando rischi di passare alla storia come il primo cittadino che ha visto la squadra del capoluogo toscano trasferirsi in una località vicina, magari a Sesto Fiorentino: perché c’è una Cittadella da costruire, e se non si trova uno spazio in città da destinarle, si emigra. Siamo ancora lontani dal "fare", adesso ci si trova ancora nel momento del "dire", ed è una fase - a quanto pare - ritenuta politicamente buona per lasciarsi andare a considerazioni simili. In controtendenza - comunque - con quanto detto da Andrea Della Valle, l’azionista di riferimento dei gigliati, in merito ai buoni rapporti esistenti con la famiglia Agnelli. La forte rivalità tra le tifoserie, ad oggi, non aveva bisogno delle esternazioni di Renzi.

Il suo stadio la Juventus lo avrà, a breve, ed è bello pensare che il Presidente che lo inaugurerà è una persona che non ha certo preso la distanze da chi - alla guida della Vecchia Signora - in passato ne aveva concepito l’idea. Ancora una volta, così come in altre occasioni non necessariamente legate al calcio giocato, la società bianconera si troverà nella condizione di essere un passo in avanti rispetto agli altri club italiani. Nell’attesa di tornare ad esserlo anche sul campo.

E dopo il (primo) contratto a rendimento stipulato la scorsa estate dalla società torinese con Marco Motta, ecco - in settimana - la notizia del rinnovo di Giorgio Chiellini, con una serie di clausole innovative che potrebbero fare da apripista ai nuovi accordi che in futuro reggeranno i rapporti tra le società ed i loro giocatori: onori sì, ma anche oneri; professionisti quanto si vuole, ma pur sempre dipendenti.

Dopo aver recuperato nell’incontro di domenica scorsa a Genova Krasic, la Juventus ha rischiato di perdere nella stessa gara Aquilani: la diagnosi, in settimana, è stata "affaticamento muscolare all’adduttore destro", e stasera dovrebbe essere nell’undici di base che affronterà i viola. Ora l’attenzione è spostata sulle diffide che pendono (da diverse giornate a questa parte) sul capo di Felipe Melo e Marchisio: alla prossima ammonizione scatterà la squalifica. Il centrocampo monstre di Madama contro Ibrahimovic: nell’attesa di puntellare l’attacco nella sessione invernale del calciomercato, attraverso il suo reparto più forte (così come plasmato da Del Neri) la Juventus si lancerà all’assalto al Diavolo rossonero nel tentativo di accumulare quanti più punti sarà possibile attraverso le quattro partite di campionato che dovrà disputare da qui sino a fine anno: Fiorentina e Lazio in casa, Catania e Chievo fuori.

Ha fatto bene lo stesso tecnico di Aquileia, nella consueta conferenza stampa del giorno precedente gli incontri, ad alzare l’asticella delle ambizioni: con la stessa umiltà con la quale lui stesso è entrato in punta di piedi a Vinovo, la sua squadra ha aspettato di confrontarsi con le altre formazioni di vertice della serie A per capire le proprie reali potenzialità. Adesso bisogna proseguire su questa strada.

Purtroppo non basta chiamarsi Juventus per vincere: basta andare a rivedersi il film dell’orrore dello scorso campionato per ricordarlo. Ma quando Del Neri, parlando di Andrea Agnelli, dice "è sempre stato un punto di riferimento importante per me e per la squadra. Il suo appoggio è stato totale in ogni momento, ci ha protetto, e se un tecnico ha dietro la società il più è fatto", si capisce chiaramente che la musica, nella Torino bianconera, è cambiata.
Ora non resta che tornare a vincere sul campo, ovunque e dovunque la Vecchia Signora dovrà giocare. Nell’attesa di riprendersi, fuori dal rettangolo di gioco, quello che le è stato tolto quattro anni fa.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 5 ottobre 2010

Del Neri e il "crediamo in quello che facciamo"


"Crediamo in quello che facciamo". Queste parole sono state pronunciate da Del Neri, ai microfoni di "Sky Sport", nell'immediato dopo gara tra la Juventus e l'Inter.

Analizzando le prime partite della stagione bianconera, ciò che aveva maggiormente colpito era stato il numero delle reti subite: nove in cinque incontri di serie A, tre nell’unica gara di Europa League (preliminari e spareggio a parte), con il lettone Artjoms Rudnevs a fare da mattatore nella gara d’esordio della manifestazione con una tripletta all’Olimpico di Torino.

La vigilia del doppio confronto esterno con Manchester City e Inter non poteva non essere condizionata dai timori relativi alla tenuta di un reparto difensivo troppo ballerino, e dalla consapevolezza che può capitare di realizzare tre reti ai polacchi del Lech Poznan e alla Sampdoria o quattro all’Udinese e al Cagliari, ma che sarebbe stato certamente più arduo ribaltare le sorti di un incontro se quelle segnature fossero arrivate da un Carlos Alberto Tévez o da un Samuel Eto'o.

Nel mezzo c'era la necessità di diventare "squadra" il più velocemente possibile, di trovare il giusto equilibrio sul campo di gioco tra i reparti, di accumulare punti. Ritrovarsi con un pareggio soltanto in Europa League dopo due gare o con sette punti in campionato dopo sei incontri, avrebbe (quasi) certamente creato ulteriori difficoltà nel processo di crescita della gruppo juventino.

Prima dell'incontro con il City era stato Giorgio Chiellini a dirlo: "Ancora dobbiamo trovare un equilibrio tra le due fasi, ci vuole un pò di tempo. Tutte le squadre del mister hanno avuto bisogno un pò di tempo all'inizio, piano piano ci riusciremo anche noi".

Tra Manchester e Milano sono arrivati due pareggi. Pesanti. Quello ottenuto in Inghilterra aveva trasmesso buone sensazioni, il timore più grande prima dell'incontro di domenica sera era legato ai dubbi circa la capacità dei giocatori bianconeri di riuscire a smaltire in fretta la stanchezza (fisica e mentale) in tempo utile per l'appuntamento al "Meazza".

Questa volta Del Neri non ha dovuto usare metafore per mostrare i lati positivi della sua creatura, e non è dovuto ricorrere a dribbling dialettici per invitare tutti a vedere il bicchiere "mezzo pieno".
Grygera al posto di Motta (entrato all’inizio della ripresa), Iaquinta e non Del Piero (per lasciare spazio a Quagliarella), Aquilani in campo con Pepe fuori: ecco, queste sono le uniche differenze tra la formazione che la Juventus ha schierato in campo a Bari, nella prima giornata di campionato, e quella scesa domenica sera a Milano.

Mettendo a confronto le due prestazioni offerte dagli uomini di Del Neri si possono notare ad occhio nudo i progressi della Vecchia Signora da quando il cartello con la scritta “lavori in corso” è stato appeso a Vinovo.
Cartello che, beninteso, è corretto lasciare lì dove si trova. Non è ancora il momento di porsi degli obiettivi, sembra – invece - più opportuno continuare su una strada che, come ripetuto da più parti, pare essere veramente quella giusta.

Krasic, a Bari, era stato “assente” con tutte le giustificazioni possibili. Ma la paura che di Nedved avesse soltanto i capelli, era forte in tutti. Il dubbio principale, al termine di quell’incontro, era se l’esperienza e le capacità di Del Neri potessero essere sufficienti per rendere competitiva una squadra che – al momento – sembrava lontana dai livelli di quella di Ventura, piuttosto che di un Inter o di un Milan. Mancavano ancora pochi giorni alla chiusura della sessione estiva del calciomercato, e si pensava che – comunque – un attaccante a Torino sarebbe arrivato. Il resto della storia, è nota.

Del Neri chi? Quello che non ha mai vinto niente e che ogni volta che ha toccato con mano una realtà importante ha avuto delle difficoltà? Sì, proprio lui. Ora è giusto che si prenda i meriti di una creatura che sta facendo crescere di partita in partita, con professionalità e umiltà.

Adesso Krasic ha confermato di essere un giocatore di livello, la squadra sta crescendo di intensità e – si può provare a dirlo – anche in qualità. Da questo punto di partenza all’obiettivo concreto di vincere un qualcosa di importante, la strada da compiere è ancora lunga. Il prossimo esame sarà quello di domenica 17 ottobre, quando la Juventus – nell’incontro casalingo di campionato contro il Lecce – dovrà dimostrare di saper superare un altro tipo ostacolo: quello di portare a casa i tre punti ad ogni costo. Senza scuse, senza ricadute negative dopo gli ultimi progressi, senza il timore di dover impedire ad un avversario di vincere ma con l’imperativo di aggredirlo dall’inizio alla fine.

Certo, come cambiano le prospettive quando si passa dal parlare di calcio sotto gli ombrelloni al mare ai momenti in cui si commenta la crescita di una squadra che sta stupendo un pò tutti. E che a gennaio potrebbe essere ulteriormente rinforzata. Proprio le stesse persone che esaltavano la Juventus la scorsa estate e che la consideravano spacciata in questa appena terminata, adesso – nella fase positiva che sta attraversando – cercano di porre l’attenzione generale sul fair play mostrato in campo dai giocatori (bravi) e dagli allenatori in momenti delicati come quelli che circondano ogni partita tra i bianconeri e l’Inter.
Tranquilli, abbiamo capito: dovremmo dimenticarci del processo di Napoli, di Calciopoli, Moggiopoli e via dicendo. Tanto non succederà: la strada per riprenderci quello che è nostro è già incominciata. Anche quella. “Crediamo in quello che facciamo”. Piaccia o non piaccia.

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giovedì 16 settembre 2010

Chiellini e Del Piero non bastano: la "banda del buco" pareggia ancora

Almeno in Europa League, quest’anno, la Juventus vinceva.
Ad essere pignoli: nell’anticamera di quella manifestazione. Tra il terzo turno dei preliminari e lo spareggio: quattro vittorie su quattro, in casa come in trasferta, a Dublino come a Modena, Graz e Torino.
Proprio Dublino ospiterà la finalissima, in programma il prossimo 18 maggio. Ma con una squadra che non regala certezze, ma soltanto amnesie in campo miste a fiammate d’orgoglio, non si possono fare programmi a lunga scadenza. Anche perché, ad oggi, non converrebbe. Meglio vivere alla giornata.

Del Neri lo aveva detto, nella conferenza stampa che anticipava la gara di stasera: “Il Lech Poznan è una squadra temibile, da rispettare”. Ma sembrava la più classica tra le dichiarazioni di un allenatore che ha il timore di un calo di concentrazione da parte dei suoi calciatori, in un momento in cui quelli - di certo - non mancano. Invece...

Stilic è la mente, Rudnevs il braccio e l’esecutore materiale di una tripletta che consente ai polacchi di riportare il punteggio finale del tabellone esattamente dove si era fermato domenica scorsa, al termine della gara contro la Sampdoria: 3-3. Gli uomini non sono gli stessi, il film della partita regala la sensazione di una proiezione già vista: primo tempo negativo dei bianconeri, reazione nella ripresa, rete subita quando la gara sembrava ormai conclusa.

Il 4-4-2 di Del Neri è fisso, la parte variabile è legata agli uomini che scendono in campo: in mezzo, a formare la diga davanti alla difesa, è stata scelta la coppia Sissoko-Felipe Melo. Che tra di loro agiscono in perfetta sincronia: quando uno avanza, l’altro lo segue. Lasciando scoperta la retroguardia.

Sotto di due goals, è Chiellini a riportare la situazione in parità, spingendosi nei territori dove le punte ancora non riescono ad essere incisive e decisive. La prima tra le sue due reti ha un’importanza particolare: segnata quando il primo tempo era agli sgoccioli, ha permesso alla squadra di andare negli spogliatoi con lo svantaggio dimezzato. Il modo migliore per cercare di ribaltare il risultato nella ripresa.

Dove finalmente la Juventus decide di giocare: gli esterni a centrocampo sono più vicini ai centrali, i due nel mezzo si dividono i compiti, la squadra sembra più equilibrata. La partita viene riportata sul binario di un giusto equilibrio, sino a quando Del Piero non decide di tirare fuori uno dei tanti conigli dal suo cilindro, esplodendo un sinistro da una trentina di metri che porta la Juventus in vantaggio. Il problema è che poi, dall’altra parte del campo, Rudnevs lo imita alla perfezione.

Via Camoranesi, Giovinco dirottato a Parma (dove ha ritrovato Candreva), Diego spedito in Germania tra le braccia di Dieter Hoeness (che si è tenuto stretto Dzeko), Martinez – guarito dai primi malanni fisici della stagione – che adesso dovrà giustificare la spesa e la fiducia riposta in dosi massicce da parte della società nei suoi confronti: ad oggi, l’unico membro della tribù dei piedi buoni che sembra parlare la stessa lingua di Del Piero è Krasic. Dove non arriva la classe, il serbo aggiunge la corsa e l’impegno.
Ma è poco, troppo poco. Soprattutto se nell’interpretazione delle partite da parte della squadra vengono a mancare “quantità” e “intensità”.

Ben venga Aquilani, nella speranza che torni ad essere il giocatore ammirato a Roma.
E pensare che proprio ieri Carlos Alberto Tévez, l’attaccante del Manchester City prossimo avversario della Vecchia Signora in Europa League, aveva detto che per lui “la Juventus è la favorita del girone, una grande avversaria e per questo non dobbiamo perdere un colpo. I bianconeri finiranno al primo posto, qualsiasi altra classifica sarebbe una sorpresa”.
Questa volta annunciata.

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