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domenica 29 gennaio 2012

Dalla neve di Poznan a quella di Torino: storia di due Juventus diverse

Nei campionati di serie A, solitamente dalla prima giornata del girone di andata a quella di ritorno trascorre un periodo compreso tra i quattro e i cinque mesi di attesa.
Lo vuole la tradizione e lo indica chiaramente il calendario, indipendentemente dal numero dei club iscritti: sedici, diciotto o venti che siano.

Poi, certo, esistono le eccezioni: nella stagione 2002/03, ad esempio, si cominciò con la seconda gara (14 settembre 2002), mentre la partita d’esordio fu recuperata il 6 novembre. Al termine di quella manifestazione lo scudetto venne vinto dalla Juventus (si trattava del ventisettesimo tricolore della sua storia).

Nell’attuale campionato lo slittamento della prima giornata, con la conseguente disputa di quegli incontri a ridosso delle festività natalizie, ha partorito una situazione anomala: a distanza di poco più di trenta giorni le formazioni partecipanti si sono nuovamente ritrovate una di fronte all’altra, ovviamente a campi invertiti.

Sconfitta l’Udinese subito dopo aver completato il giro di boa, in una gara condizionata dalla presenza della neve, la neonata Juventus di Conte resta solitaria in vetta alla classifica.
Visto che la partita si è svolta a Torino è doveroso – oltretutto - sottolineare coma la nuova casa bianconera abbia retto bene al primo impatto con una serata caratterizzata dalle difficili condizioni metereologiche.
2-1 per la Vecchia Signora, quindi, in una gara decisa dalla doppietta di Matri che ha reso inutile, ai fini del risultato finale, il goal realizzato da Floro Flores.

Entrambi i marcatori di questa sfida durante la scorsa sessione del calciomercato invernale si sono trovati al centro delle operazioni di mercato di Madama: l’attuale punta della Juventus arrivò sotto la Mole per poi mettere a segno nove goals nella restante parte della stagione (la stessa cifra raggiunta in questo campionato); l’attaccante dell’Udinese, invece, venne duramente contestato dai tifosi della Vecchia Signora nel momento in cui le notizie della conclusione della trattativa con i friulani iniziarono a farsi sempre più insistenti.

Terminato l’anno tra le file del Genoa, Floro Flores trafisse Storari allo stadio “Olimpico” lo scorso 10 aprile per il momentaneo 2-1 a favore dei liguri: Matri (ancora lui) e Toni ribaltarono poi il risultato, portandolo sul 3-2 con il quale la Juventus vinse la gara. A conti fatti anche quella sua rete si rivelò ininfluente per le sorti del match.

Dal mercato di riparazione Marotta tirò fuori dal cilindro Barzagli, preso “per un tozzo di pane” (come disse una volta l’Avvocato Agnelli in merito all’acquisto di Platini) e diventato col tempo un autentico affare per Madama.
Chiusi i battenti e rinforzata la squadra, quella Juventus dovette far fronte alla quinta sconfitta rimediata da poco in campionato, guarda caso dall’Udinese, a Torino, per 2-1.

Ancora in corsa per una vittoria in coppa Italia, l’undici di Del Neri aveva già salutato l’Europa League nel freddo della Polonia, dove si decise di giocare la gara decisiva per le sorti bianconere contro il Lech Poznan nonostante la presenza di una temperatura glaciale: -11°. Nessuno accese l’impianto di riscaldamento sotterraneo e il termometro venne posizionato in una zona riparata: arrivati a -15°, il regolamento avrebbe impedito lo svolgimento del match.

Luigi Del Neri, dopo l’incontro, non si perse d’animo: “Questo è un giorno amaro, il più amaro da quando sono qui, ma la Juve è cresciuta e credo che rientrerà in Europa dalla porta principale”.
Rileggendo oggi quelle parole, più che considerarle una promessa si può pensare ad una profezia: a distanza di un anno quello è il percorso che sembra aver intrapreso la truppa di Conte.
E la neve, stavolta, lascia un bel ricordo.

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domenica 24 luglio 2011

Le promesse della vecchia e della nuova Juventus


"Le ultime due stagioni vanno dimenticate, o meglio vanno tenute presente per non incorrere di nuovo in determinati errori". Dalla lontana Philadelphia Gianluigi Buffon svela uno dei comandamenti della Juventus di Antonio Conte.
Al portiere e ad Alessandro Del Piero il nuovo tecnico chiede un importante contributo alla causa bianconera, così come aveva ammesso in quel di Bardonecchia qualche giorno addietro: "Con loro sono molto severo sotto tutti i punti di vista. Sono stati compagni di mille battaglie. Adesso ho bisogno che mi diano un grande aiuto. E lo avrò, ne sono certo. Parliamo di gente, come Pirlo, che ha carisma e sa come si vince. Devono prendersi delle responsabilità e lo faranno".

Volendo fare i pessimisti, o comunque cercando di non abbandonarsi con troppa facilità all’ottimismo, verrebbe da dire che si tratta di buoni propositi già letti o sentiti nel passato. Quello recente, naturalmente, fatto di acquisti milionari e condito da promesse poi non mantenute sul campo.

"La mia intenzione, l’intenzione comunque dei ragazzi, è quella che la Juve non vuole e non vorrà perdere nessuna partita: che siano partite di Champions, di campionato, ma che siano anche le semplici amichevoli. Questo rientra nel DNA di questa squadra". Così parlò Ciro Ferrara all’alba del mese di luglio del 2009, quando - con un microfono in mano - spiegò ai giornalisti e agli spettatori riuniti dentro i capannoni delle "Officine Grandi Riparazioni" di Torino con quali motivazioni avrebbe guidato la sua truppa nell’anno della rivoluzione bianconera. La Vecchia Signora, stanca per il fatto di non riuscire più a vincere, sembrava ormai prossima (e pronta) a riprendere la strada del successo interrotta bruscamente nel 2006.

L’occasione propizia per svelare piani e progetti societari fu rappresentata dalla presentazione delle maglie per la stagione 2009-10, dove la curiosità generale venne catturata dalla seconda, quella color grigio. Acciaio, per la precisione. Erano state le parole pronunciate dall’Avvocato Agnelli prima della finale di Champions League disputata a Roma dai bianconeri contro l’Ajax (22 maggio 1996) a suggerire la scelta originale ad opera degli addetti della Nike: "Se loro sono una squadra di pittori fiamminghi, noi saremo undici piemontesi tosti". Duri, quindi, come l’acciaio.

Così come lo erano state le certezze di Jean Claude Blanc, snocciolate attraverso numeri e conti, quelli che poi avrebbe ereditato Andrea Agnelli. Un’altra botta pesante alle casse bianconere l’avrebbe assestata l’acquisto di Felipe Melo, che si sarebbe concretizzato di lì a poco. Il tutto mentre Andrea Pirlo (oggi a Torino) sembrava in procinto di passare al Chelsea di Carlo Ancelotti, con i rossoneri che individuarono in Gaetano D’Agostino, oggetto dei desideri di Madama, uno dei suoi naturali (e possibili) sostituti.

A distanza di un anno, con interpreti diversi ed un calciomercato vissuto su ritmi più bassi rispetto al precedente, costellato di diversi movimenti in entrata ed in uscita ma senza che ancora si fosse concretizzata qualche trattativa con calciatori importanti, la musica fu più o meno la stessa. Il ruolo del direttore d’orchestra, questa volta, venne ricoperto da Luigi Del Neri (10 luglio 2010): "Non ci è precluso nulla, abbiamo tutti i mezzi per inseguire gli obiettivi anche se poi alla fine vince una sola squadra"; "Sono per il fare più che per il parlare"; "Il passato non mi interessa".

Qualche timore per il ripetersi di una stagione quantomeno difficile è riemerso al termine dell’amichevole disputata fra Juventus e Sporting Lisbona, frutto - ovviamente - delle ricorrenti delusioni subite in casa bianconera.
Le attenuanti per gli uomini di Conte erano (e sono) moltissime: ciò non basta, però, per soddisfare le attese di chi si aspettava, già alla data odierna, di assistere ad una decisa inversione di tendenza rispetto alle ultime annate. Questo vale tanto per quanto accade sul campo di gioco che per ciò che si sviluppa sui tavoli del calciomercato.

Dove si continuano a rincorrere voci di possibili acquisti nel reparto offensivo e sulla fascia sinistra della linea mediana, mentre sulla difesa si registrano ancora poche indiscrezioni. A parlare, come sempre, saranno i fatti. E i numeri: quelli dicono che nei due precedenti campionati di serie A la Juventus ha subito la bellezza di 103 reti, delle quali soltanto 7 sono arrivate direttamente da calci di rigore.

Per ora non rimane che attendere l’evolversi degli eventi, (ri)ascoltando le parole pronunciate quasi due settimane orsono da Conte: "Ai miei lo dico sempre: non dobbiamo pensare a quello che eravamo, ma a quello che la Juve deve essere. Sempre".
Speriamo le abbiano sentite tutti, ma proprio tutti, in casa bianconera.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Due video: il primo riguarda la presentazione delle maglie per la stagione 2009-10



Il secondo, è un omaggio ad Alessandro Del Piero, per la rete (straordinaria, ormai è diventato un classico) realizzata contro lo Sporting Lisbona

martedì 17 maggio 2011

Adesso si cambia di nuovo, alla ricerca della vecchia Juve



Adesso è quasi certo: la Vecchia Signora nella prossima stagione non giocherà in Europa. Neanche in quella minore, la famosa Europa League diventata lo scorso anno l’obiettivo principale della società nel momento stesso in cui le erano scivolati via dalle mani tutti gli altri.
Ora non le resta che una flebile speranza, legata al verificarsi di una sua vittoria nella prossima partita contro il Napoli unita ad un contemporaneo successo della Sampdoria a Roma contro i giallorossi. Ad oggi, capire quale dei due eventi abbia la maggiore possibilità di verificarsi è realmente difficile. Proprio nel giorno in cui Madama si è lasciata sfuggire l’ultimo treno per dare un significato a questa stagione (e mentre a Catania la squadra di Montella perdeva…), i liguri allenati lo scorso campionato da Luigi Del Neri retrocedevano matematicamente in serie B dopo essere stati superati in casa dal Palermo.

Tralasciando le sconfitte a tavolino, l’ultima volta nella quale la Juventus fallì l’obiettivo minimo di guadagnare l’accesso ad una manifestazione europea capitò nel 1991, vent’anni fa. Proprio allo stadio “Luigi Ferraris” le reti realizzate da Branco e Skuhravy impedirono ai bianconeri la possibilità di raggiungere la qualificazione alla coppa UEFA, a favore di Parma e Torino che – dal canto loro - pareggiarono 0-0 le gare che le vedevano come protagoniste. Era il 26 maggio, si trattava della domenica in cui Enrico Ameri fece la sua ultima radiocronaca raccontando agli ascoltatori il successo del Genoa, la squadra del cuore, sulla Vecchia Signora.

Una settimana prima la Sampdoria di Vialli e Mancini si era aggiudicata lo scudetto su quello stesso terreno di gioco battendo il Lecce con il risultato di 3-0, condannandolo così alla discesa nella serie cadetta. Caso vuole che gli stessi salentini, vincendo domenica scorsa il derby contro il Bari, sono riusciti adesso a salvarsi e a rimanere in serie A proprio a scapito dei blucerchiati.

Le parole che Stefano Tacconi pronunciò a suo tempo nell’immediato dopo gara contro i grifoni sono simili a quelle espresse nelle dichiarazioni rese dai giocatori bianconeri più volte nel corso di questa stagione: “Il sorriso bisogna meritarselo. Oggi tocca al Genoa e a chi ha finito il campionato davanti a noi. E’ inutile rimpiangere ora le occasioni sciupate. Anche il rigore non segnato a Firenze potrebbe essere un alibi, ma sarebbe assurdo legarsi ad episodi. Anche perché perfino a Genova un pari ci sarebbe bastato, visti i risultati di Parma e Torino. Ma abbiamo sbagliato tutto. Il secondo gol ci ha tagliato le gambe, è stata la sintesi di una stagione storta. Per strada abbiamo perso troppi punti e siamo arrivati al finale che non ci aspettavamo”.

In tribuna a Marassi, seduto con un amico, Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico, quel pomeriggio osservava sconsolato la prestazione della Vecchia Signora. Quando l’incontro stava volgendo al termine, domandò alla persona accanto a lui: “Ma questa è la Juve o l’Ascoli?”.
A distanza di tanti anni, con ogni probabilità potrà ora festeggiare da ex giocatore dell’Udinese il raggiungimento del quarto posto nella classifica finale dei friulani. Un solo punto li separa, infatti, dall’ottenere il pass per l’Europa che conta, quello che all’inizio di questa stagione era l’obiettivo della squadra bianconera italiana per antonomasia: la Juventus.

Nel caso ipotetico (e utopistico) in cui la formazione allenata da Guidolin dovesse perdere contro il Milan e gli uomini di Del Neri subire l’undicesima sconfitta contro il Napoli, ecco che la distanza in classifica tra la Vecchia Signora ed il club rossonero vincitore dello scudetto raggiungerebbe i ventisette punti. Si tratterebbe dello stesso margine accumulato nello scorso (disastroso) campionato nei confronti dei nerazzurri allora guidati da Mourinho, con la sola differenza che all’epoca il settimo posto consentì alla Juventus di entrare in Europa League attraverso i preliminari, mentre adesso non basta più.

Con il campionato che si appresta a vivere i suoi ultimi novanta minuti il pensiero del popolo juventino è rivolto alla prossima stagione, quella nella quale Madama cambierà nuovamente abito e sarto alla disperata ricerca di se stessa. L’intelaiatura della squadra costruita qualche mese fa si è rivelata troppo fragile: ora è chiaro come non sarebbe sufficiente inserirvi due o tre elementi di spessore per renderla vincente. L’incidenza positiva delle scelte operate da Allegri nel Milan fresco campione d’Italia hanno evidenziato una volta di più l’importanza di una guida valida cui affidare una rosa di calciatori che per raggiungere determinati obiettivi deve necessariamente essere competitiva.
Anche perché è ovvio che senza giocatori di livello non si va da nessuna parte: sono loro che fisicamente entrano in campo e decidono le sorti delle gare. Spesso, anche quelle di un tecnico.

Come già evidenziato in passato, Massimo Giletti (conduttore televisivo e noto tifoso juventino) scrisse sulle pagine della "Gazzetta sportiva" dello scorso 20 giugno 2010 un aneddoto importante in merito: "Pochi giorni fa Pavel Nedved mi confidò che quando segnò il gol del pareggio in una partita importante pochi compagni lo abbracciarono. In quel momento capì che la squadra giocava contro l’allenatore. Così finì la storia juventina di Claudio Ranieri".

Quando Madama era realmente una Vecchia Signora, difficilmente si verificavano episodi simili. E a chi afferma che Buffon "E’ circa un anno e mezzo che non sta giocando" verrebbe spontaneo chiedere, piuttosto, dove sia finita la Juventus, visto che sono cinque anni che è letteralmente scomparsa dal panorama nazionale.
Adesso, anche da quello internazionale.
Sarebbe in grado di rispondere con la stessa franchezza?

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 14 maggio 2011

Il "piano di rilancio" della Juve e i 200 milioni di euro


Nell'ultima gara di campionato la Juventus ha subito un'altra rimonta dopo essere passata in vantaggio per due reti a zero, la terza in tre mesi: lo scorso 12 marzo accadde a Cesena, il 23 aprile a Torino contro il Catania per finire a lunedì scorso (9 maggio), sempre allo stadio "Olimpico", con il Chievo. A quanto pare a questa squadra non bastano Del Piero e Matri per vincere: quello che loro creano, gli altri distruggono.

Nelle partite prese in considerazione i due attaccanti hanno realizzato tre goals a testa, senza che ciò servisse per portare a casa quei sei punti in più che ora consentirebbero alla Vecchia Signora di trovarsi in classifica davanti a Udinese, Roma e Lazio nella corsa al quarto posto. Partendo, oltretutto, dal vantaggio derivante dai risultati ottenuti nei confronti diretti, ulteriore prova di una formazione che in questa stagione si è spesso comportata da "grande" contro le "grandi" e da "piccola" con le "piccole". "Ciofeca" di Gattuso a parte.

I giocatori hanno recentemente fatto gruppo intorno al proprio allenatore, quel Luigi Del Neri che si trova sulla graticola da mesi e che ciononostante conservava fino a poche ore fa buone possibilità di una conferma alla guida della Juventus anche per il prossimo campionato. Sino all'incontro col Chievo, ovviamente: da quel momento in poi la percentuale in tal senso si è (quasi) azzerata.

Una difesa, quella dei calciatori juventini, costruita con le parole più che con i fatti: se al tecnico di Aquileia si possono imputare errori di diversa natura e durata nell'arco della sua permanenza sotto la Mole, nell'attimo di follia che ha consentito ai gialloblù di Pioli di segnare due goals in un minuto a Buffon c'è stata una buona dose di compartecipazione da parte di chi si trovava in quegli istanti in campo. Non si è trattato dell'unico "scivolone" dei bianconeri avvenuto nel corso della gara, ma ha rappresentato comunque il momento decisivo per le sorti del match. La successiva rete per gli ospiti incredibilmente fallita da Uribe ha impedito loro di ottenere un successo che non avrebbe sostanzialmente intaccato il rammarico dei tifosi della Vecchia Signora per l'ennesima vittoria buttata al vento.

Madama nella prossima stagione cambierà nuovamente allenatore, alla ricerca della persona giusta cui affidare la guida di una rosa che necessariamente verrà cambiata, se non stravolta, rispetto all'attuale. Che poi si voglia chiamare quest'operazione "progetto", "piano ambizioso", "correzione", "rivoluzione" o "evoluzione", poco cambia. L'importante è la "sostanza", quella che è mancata negli ultimi anni dietro a (quasi) tutti gli interventi della società, così come della proprietà. L'unico pezzo del club che - considerando anche quanto accaduto recentemente - non è ancora mutato.

Ad oggi i sostenitori bianconeri stanno assistendo sconcertati al comportamento di un club che cambia pelle e connotati ogni estate, salvo ritrovarsi nella primavera successiva al punto di partenza. Lo scorso 15 aprile 2010, giusto per fare un esempio, alla vigilia di Inter-Juventus di campionato disputato al "Meazza" e vinto dai nerazzurri col risultato di 2-0, la "Gazzetta dello Sport" in prima pagina titolò: "Juve, 200 milioni per lo scudetto". Di Benitez si diceva che avesse nove giorni di tempo a disposizione per accettare il progetto (ancora...) triennale della Vecchia Signora. Nel caso in cui la sua risposta fosse stata negativa, erano già pronte due alternative: Prandelli e Allegri. Mascherano e Dzeko (o Torres), invece, erano le soluzioni possibili indicate dal quotidiano per rinforzare la squadra.
Quello che accadde nella realtà dei fatti, è ormai cosa nota.

Giovedì 12 maggio 2011, sempre il giornale in questione ha riportato la notizia: "Juve da 200 milioni". Il "piano di rilancio" (questo è nuovo... ) prevede adesso un percorso di quattro anni, e i giocatori sui quali la società punterà forte saranno Pirlo (a parametro zero), Fernando, Pastore e Pinilla (oppure uno fra Tevez, Aguero e Benzema). Sull'allenatore c'è ancora incertezza, anche se i nomi più accreditati sono quelli dei soliti noti: Villas Boas, Antonio Conte o Mazzarri.

A differenza di quanto accaduto nel corso degli ultimi due anni il tecnico bianconero che ha iniziato la stagione ha poi avuto modo di completarla. Questo non è servito a risollevare le sorti di un'annata che la Vecchia Signora ha visto compromettersi proprio a partire dalla gara interna disputata contro il Parma, il suo prossimo avversario, nel giorno dell'Epifania. Le parole pronunciate da Del Neri negli attimi successivi all'incontro con il Chievo rendono l'idea della rassegnazione di un ambiente che ora ha davvero poco (nulla) da chiedere a questo campionato: "Ci manca l'esperienza, l'equilibrio. Falliamo gli appuntamenti emotivi e finiamo vittima di situazioni paradossali".

"Siamo un enorme cantiere dove quasi tutto è cambiato, dall'autista del pullman ai vertici amministrativi e tecnici. Abbiate pazienza, aspettateci", disse Marcello Lippi nel lontano 1994, all'alba di un nuovo ciclo di vittorie bianconere. Dietro a quella Juventus c'erano due Agnelli, Giovanni e Umberto, e al suo timone un trio composto da Luciano Moggi, Roberto Bettega e Antonio Giraudo.
L'amore verso il club da parte della proprietà e la massima competenza di chi la guidava: questa era la ricetta vincente.
Con i 200 milioni di euro (o 120, 100...) si fanno solo i titoli da prima pagina.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 3 maggio 2011

La Juve si rilancia a Roma. E quella frase di Moratti...


"Il nostro dovere è di non lasciare nulla di intentato e l’obiettivo quindi è di fare il massimo dei punti nelle ultime quattro partite". Con queste dichiarazioni Del Neri descrisse lo spirito che animava la Juventus prima dell’incontro disputato ieri sera a Roma contro la Lazio.
Così espresse, in tutta sincerità, sembravano dare origine ad una versione "mascherata" del famoso concetto delle quattro finali consecutive da vincere, senza che comunque venisse stravolto il significato.

Nella sostanza, in effetti, variava poco: per dare un senso alla parte conclusiva della propria stagione alla Vecchia Signora non restava altro da fare se non provare a cogliere successi in tutte le gare rimaste a disposizione, per poi guardare - di volta in volta - cosa sarebbero state in grado di combinare le squadre davanti a lei in classifica.

Indossati i panni della sfavorita, espugnando lo stadio "Olimpico" la Juventus è riuscita a rilanciarsi, rovinando - nel contempo - i piani dei biancocelesti: senza i tre punti della mancata vittoria contro Madama la trasferta che dovranno affrontare ad Udine domenica prossima è diventata estremamente delicata. In caso di sconfitta verrebbero superati dai friulani; con un pareggio dovrebbero sperare in un risultato positivo del Milan contro la Roma per mantenere il quarto posto. In ogni caso adesso alla Lazio manca quel distacco necessario sulle dirette contendenti per giocarsi le ultime due giornate del torneo con relativa tranquillità, lasciando loro i posti disponibili per partecipare all’Europa League. Gli spiccioli, in pratica.

Madama era arrivata nella capitale forte di un miniciclo di sei risultati utili consecutivi, frutto di tre vittorie e altrettanti pareggi: troppo poco per fare salti in alto in classifica, abbastanza per rimanere nei dintorni degli obiettivi minimi ed alimentare ogni tanto nell’ambiente speranze di un balzo finale che le potesse consentire di dare (come detto) un senso alla stagione.
Le capitò una cosa simile anche ad inizio campionato, quando dalla sconfitta casalinga contro il Palermo (23 settembre 2010) a quella col Parma (sempre a Torino, 6 gennaio 2011) passarono tre mesi e mezzo e tredici incontri, di cui soltanto sette vinti. Quello, però, era il momento buono per cavalcare l’onda dei risultati positivi e raccogliere il più possibile, a fronte di momenti difficili che prima o poi, così come successo, sarebbero arrivati.

Sommati i (pochi) punti conquistati ad oggi dalla Juventus con quelli (molti) dilapidati nel corso dell’anno, è aumentato il rammarico per quanto poteva essere e non è stato. Non si sta certamente parlando di scudetto, quanto di poter accedere alla prossima edizione della Champions League entrando dalla porta di servizio, se non - addirittura - da quella principale. Infortuni a parte, una delle principali cause che hanno portato alla situazione attuale è la carenza di campioni di elevato spessore tecnico nella rosa a disposizione di Del Neri, quelli che aiutano non soltanto ad aumentare la qualità del gioco in mezzo al campo, ma consentono anche di avere a disposizione la personalità indispensabile per vincere quelle gare il cui risultato rimane in equilibrio sino al novantesimo minuto.
I campioni, quelli veri, oltre alla classe aggiungono la voglia di imporsi tipica di chi non si arrende (e non si accontenta) mai. Ovviamente non è un caso se nel corso delle ultime due stagioni la Juventus è riuscita ogni tanto a tirare fuori la testa dalla sabbia in concomitanza con le giornate in cui Del Piero l’ha presa per mano.

Prima dell’infortunio di Quagliarella si diceva che le mancasse una punta di peso fisico e specifico che potesse consentirle di "chiudere" quelle partite nelle quali era indispensabile il classico colpo del kappaò per avere ragione dell’avversario di turno; a seguito di quanto capitato all’attaccante di Castellammare di Stabia la Vecchia Signora rimase con poche munizioni nel reparto offensivo per due settimane (e tre gare: Bari, Sampdoria, Udinese) anche a causa dello stop forzato di Toni trascorsi pochi giorni dal suo arrivo a Torino, raccogliendo la miseria di quattro punti.

Il successivo innesto di Matri non bastò per colmare le lacune che - nel frattempo - si erano manifestate in altre zone del campo. Una squadra come la Juventus che in trentacinque gare di campionato non è in grado di vincerne sette dopo essere passata in vantaggio, accumula nove sconfitte, ha una media inglese di "- 13", subisce quarantadue goals (contro i ventitré del Milan o i trentatré della stessa Lazio) e totalizza due punti in più di quanto realizzato lo scorso campionato, più che di rimpianti deve parlare di errori. Di programmazione e di gestione, senza dimenticare come la sfortuna - per diverso tempo - è stata una cattiva compagna di viaggio.

Anche se, come ha correttamente osservato Del Neri al termine della gara disputata ieri sera, nell’arco di un’intera stagione ci sono pure situazioni nelle quali si riesce ad ottenere più di quanto si meriti: sempre la Lazio, giusto per fare il nome di una "vittima" dei bianconeri tanto all’andata quanto al ritorno, nonostante le buone prestazioni non è riuscita a racimolare contro la Juventus neanche un punticino a causa della sconfitta di Roma e di un goal a tempo abbondantemente scaduto di Krasic con la complicità di Muslera a Torino.

Adesso rimangono tre giornate (e nove punti) per sperare in un quarto posto difficile, ma ancora non impossibile. Nel frattempo il presidente dell’Inter Massimo Moratti "scuce" il tricolore dalle maglie della sua squadra per porgerlo al Milan: "Chi vince lo scudetto lo merita sempre". Chissà se lo avrà detto anche davanti al procuratore federale Palazzi nell’incontro che ebbero poco più di un mese fa, quando discussero degli anni in cui era la Juventus a fare raccolta di tricolori.
Queste parole non avranno certamente fatto piacere ad Andrea Agnelli, mentre John Elkann ha già fatto sapere di essere proiettato nel 2014: "I miei sentimenti sono legati alle cose che faremo in futuro. Non ho nessun tipo di attitudine nostalgica".
Solo chi è juventino può capire…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 9 aprile 2011

Buffon e il suo addio alla Juventus



"Se c’è un rischio anche minimo, Milos non gioca. E in questo caso andrebbe in panchina". Alla vigilia dell’incontro del girone di andata tra Genoa e Juventus, Luigi Del Neri spiegò in maniera chiara il criterio con il quale avrebbe deciso se impiegare o meno Krasic nell’imminente partita contro i rossoblù.

La gara si disputò all’ora di pranzo: era la prima volta per la Vecchia Signora nel corso di questo campionato, mentre ne erano già state giocate nove dall’inizio della stagione in serie A considerando gli scontri delle altre squadre. Il giorno precedente il Milan aveva battuto a "San Siro" di misura la Fiorentina con una rete del solito Ibrahimovic, mentre Menez guidò la Roma nel successo casalingo per 2-0 contro l’Udinese (il secondo goal venne realizzato da Borriello).

I rossoneri staccarono momentaneamente la Juventus di nove punti in classifica, salvo poi ritrovarsela a sei lunghezze di distanza dopo la vittoria ottenuta al "Luigi Ferraris" dalla formazione guidata dal tecnico di Aquileia. Che, a fine incontro, dichiarò: "Inseguiamo la Champions. Prima non sapevamo per cosa avremmo lottato, adesso abbiamo quest’obiettivo, poi vediamo cosa succederà". Il protagonista della partita fu, manco a dirlo, Milos Krasic. "E’ il nostro Ibra", disse di lui Felipe Melo. Un goal, dribbling in continuazione sugli avversari, accelerazioni devastanti: costretto a rimanere fermo ai box per una quindicina di giorni a causa di uno stiramento di primo grado all’adduttore, il serbo dimostrò sul campo di essere guarito. Criscito, il terzino genoano che se lo vide sbucare da ogni direzione per un’ora abbondante di gioco (poi uscì precauzionalmente prima della fine del match) lo poté testimoniare in prima persona. Il biondo centrocampista bianconero incantò tutti, anche Storari: "E’ semplicemente devastante".

Il portiere juventino, autore di un’ottima prestazione, al termine dei novanta minuti di gioco era raggiante: "Credo di aver dimostrato di essere un portiere da grande squadra. Buffon? Sono stato preso per non farlo rimpiangere, è questo il mio dovere, cerco di farlo al meglio, senza pensare ad altro". Il momento del rientro sui campi di calcio dell’estremo difensore della nazionale era ancora lontano: nel frattempo Madama era stata brava a reperire un validissimo sostituto cui affidarsi nell’attesa del suo ritorno. Che sarebbe arrivato, prima o poi, così come era palese che il passaggio del testimone tra i due numeri uno non sarebbe potuto avvenire senza strascichi polemici.

Il momento di convivenza più difficile, curiosamente, è capitato nella settimana che precede la gara di ritorno tra la Juventus e il Genoa, che si disputerà nuovamente all’ora di pranzo. Senza Gianluigi, così come era accaduto nel girone di andata. Questa, più di altre, era la "sua" partita: tifoso rossoblù (sin) da ragazzo e amante della Vecchia Signora da professionista.

Come tutte le storie sportive anche quella tra Buffon e la Vecchia Signora sembra stia per giungere al capolinea. Venne prelevato dal Parma nell’estate del 2001 per una cifra monstre di 105 miliardi di lire (comprensiva del cartellino del bianconero Jonathan Bachini). La Triade scelse di fare un investimento del genere su di lui per il semplice fatto che nel suo ruolo era il più forte giocatore del mondo.

Quando nel 2006 scoppiò il terremoto che si abbatté sul club, azzerandone la dirigenza, privandolo delle ultime vittorie ottenute sul campo e facendolo retrocedere nell’inferno della serie B, non abbandonò la barca che stava affondando, a differenza di molti altri compagni di squadra dell’epoca. Nonostante si fosse appena laureato campione del mondo con la nazionale di Marcello Lippi. Durante gli incontri disputati l’anno successivo i sostenitori juventini presenti allo stadio "Olimpico" gli chiesero a più riprese di saltellare con loro implorandolo di non trasferirsi all’Inter o al Milan. L’intero mondo bianconero attendeva la conferma della permanenza del portiere come un segnale di speranza per un futuro della società degno del suo passato. L’incubo svanì i primi giorni del mese di giugno del 2007, quando Buffon firmò il prolungamento del contratto con Madama sino al 2012. "Perché sono rimasto? Ho pensato che le vittorie non sono tutte uguali. Io ne ho tante, a Parma, in bianconero, in nazionale. E non sono più famelico come prima, ma posso puntare al valore. Uno scudetto, ora, sarebbe qualcosa di inestimabile, non sarebbe uguale in nessun altro posto. Come il primo nella storia della Juve. Non ho preteso garanzie, ma era un’esigenza legittima vedere come questa squadra sarebbe diventata competitiva". Il resto della storia è noto a tutti.

Alla Juventus conta soltanto vincere. Neanche il tempo di alzare la Champions League da protagonisti, che Vialli e Ravanelli dovettero abbandonare Torino: squadra che vince si cambia. Per migliorarla. Roberto Baggio lasciò Madama quando in casa bianconera si accorsero che era sbocciato un nuovo fenomeno di nome Del Piero. Passano i calciatori, ma il club rimane. Non tutti sono uguali, però: c’è chi, nel periodo di militanza sotto la Mole, dimostra di possedere qualità umane che vanno di pari passo con quelle sportive. In alcuni casi, anche "oltre".
Buffon è uno di quelli.
Se, come sembra, a fine stagione lascerà la Vecchia Signora al termine di un’annata che definire difficile è dire poco, l’augurio è che ciò possa avvenire nella maniera meno traumatica possibile. Nel calcio moderno i tifosi sono ormai abituati ad ogni tipo di situazione, compresi gli addii più duri da digerire. Non è il caso di montare teatrini per difendere le rispettive posizioni contrattuali: non porta benefici a nessuno e inasprisce un bellissimo rapporto tra giocatore e sostenitori. Con i tempi che corrono è una merce sempre più rara. Il momento per dirsi "ciao e grazie di tutto" arriverà, prima o poi. Forse a breve.
E Gianluigi, nel caso, meriterà il giusto tributo da parte di quello che per dieci anni è stato il suo popolo.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 6 aprile 2011

Dall'appello ai tifosi di Marotta alla Juve che verrà



Ad osservare l’andamento delle ultime gare della Juventus verrebbe spontaneo dire "non c’è due senza tre". Il problema è che nell’arco dell’intero campionato non è mai capitato che Madama vincesse tre partite consecutivamente: dopo Brescia e Roma adesso non resta che attendere la prossima giornata per capire se una volta per tutte la squadra di Del Neri riuscirà a sfatare questo tabù.

Prima dell’incontro disputato domenica scorsa nella capitale era idea diffusa che nell’appuntamento conclusivo del week end pallonaro alla Vecchia Signora spettasse il ruolo della vittima sacrificale. Oltre ai problemi maturati dall’inizio del 2011 anche i precedenti negli scontri diretti con i giallorossi in questa stagione, entrambi giocati a Torino, non erano confortanti: un pareggio in serie A (1-1, il 13 novembre 2010) e una sconfitta in coppa Italia, con la conseguente eliminazione dalla manifestazione (0-2, 27 gennaio 2011).

Proprio in quella partita la Juventus diede il peggio di sé: soltanto un tiro in porta di Del Piero in novanta minuti di gioco e la mancata assegnazione di un calcio di rigore per fallo di Mexes sullo stesso numero dieci bianconero furono gli unici spunti degni di nota che giustificarono la presenza sul campo della formazione guidata dal tecnico di Aquileia. Per quanto riguarda il resto, si trattò di un vero e proprio incubo: dalla curva che inneggiava Trezeguet non potendone più di Amauri, agli ospiti che passeggiarono sulle macerie di una squadra che stava vedendo svanire l’unico obiettivo per il quale poteva ancora considerarsi in corsa. A complicare la situazione si misero di mezzo anche gli infortuni, quelli che in una sola serata la privarono di tre calciatori: lo stesso Amauri (ormai prossimo a trasferirsi al Parma), Pepe e Motta.

Curiosamente al laterale difensivo destro di Madama è toccata un’identica sorte durante la recente gara di Roma, con la conseguenza che Del Neri ha dovuto fare a meno di un altro giocatore dopo le conclamate indisposizioni dei giorni precedenti l’incontro di molti elementi della rosa, tra i quali figuravano i nomi di alcuni pezzi da novanta dello scacchiere bianconero (Buffon, Chiellini e Del Piero su tutti). Quello che una volta veniva considerato l’appuntamento tra le regine del calcio italiano attualmente si è trasformato in una semplice contesa tra la sesta e la settima in classifica, tra due ambienti con uno stato d’animo ben diverso: pieno d’entusiasmo per un cambio di proprietà in dirittura d’arrivo dalla parte dei padroni di casa, deluso e arrabbiato per un’altra stagione buttata al vento per i torinesi.

Poi è accaduto che la Juventus per una sera è tornata la Vecchia Signora, ed il 2-0 è stato restituito al domicilio dei diretti interessati. Nelle parole di Del Neri del dopo gara, intervistato in merito ad un eventuale raggiungimento del quarto posto prima della conclusione del torneo, c’è la sintesi del comportamento della sua formazione nel corso dell’anno: "Non so se arriviamo a recuperare tanti punti, perché ne abbiamo persi parecchi, ma la squadra ha dimostrato di essere capace di tutto: di battere le grandi e di avere difficoltà con le piccole".

Dato che la storia della serie A insegna che i campionati si vincono (anche e soprattutto) racimolando il maggior numero possibile di punti contro i club considerati medio-piccoli, il problema evidenziato dal tecnico non lo si può ovviamente liquidare con una semplice battuta nella speranza che le cose possano cambiare da un momento all’altro.

L’appello ai tifosi di Giuseppe Marotta dei giorni scorsi ("Domenica spero lo stadio sia tutto con noi, vorrei un pubblico fantastico come quello che ci ha incitato dal primo all’ultimo secondo contro i giallorossi") è condivisibile, così come è comprensibile l’atteggiamento tenuto dagli stessi sostenitori bianconeri nel corso dell’ultima gara casalinga contro il Brescia.

In quell’occasione, al verificarsi del momentaneo vantaggio siglato da Krasic cantarono: "Vinceremo il tricolor". Subito dopo il pareggio realizzato delle "rondinelle" esposero uno striscione ironico: "Del Neri, anche oggi miglioramenti?". I fischi furono la colonna sonora di buona parte della partita, interrotti dai cori a favore di Del Piero: soltanto lui diede la possibilità alla Juventus di piegare una formazione penultima in classifica e priva di otto calciatori tra infortuni e squalifiche.

Il pubblico di fede bianconera non ha mai abbandonato la sua Signora, ma di fronte a certe prestazioni - al netto dei limiti tecnici della rosa - come si può non esprimere il proprio dissenso? Nel giorno immediatamente successivo la disfatta a Lecce, quando Madama rimediò una figuraccia, non fu il suo Presidente (e primo tifoso) Andrea Agnelli a pronunciare la fatidica frase "Dopo la gara i giocatori non si sono nemmeno dovuti fare la doccia"?

La "vera" Juventus non guardava al blasone dell’avversario di turno o alle prospettive di classifica: pensava soltanto a vincere. Domenica prossima giocherà contro il Genoa conoscendo il risultato dell’incontro tra Udinese e Roma: l’esito di quella gara potrebbe diventare un ulteriore stimolo per raggiungere questa benedetta terza vittoria consecutiva. Nel frattempo, incapaci di capire un "progetto" (per quello parlano i risultati degli ultimi anni), i sostenitori bianconeri sono in attesa di conoscere i nomi dei campioni che arriveranno a Torino la prossima estate: ad oggi, dopo decenni di vittorie, sono ancora in grado di distinguere un fuoriclasse da un discreto giocatore.
Lì non si possono fare giri di parole.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 13 marzo 2011

Marotta, non ci parli delle indicazioni positive...

Ad essere sinceri non si può non dire che i segnali per un’altra serata negativa per la Vecchia Signora non ci fossero tutti. Un esempio preso a caso? Gli ultras del Cesena che, prima dell’incontro del "Dino Manuzzi", hanno esposto uno striscione beneaugurante durante l’ultimo allenamento dei padroni di casa con la scritta: "La strada è quella giusta: asfaltiamoli". Ecco il segno dei tempi andati: una volta la preghiere erano rivolte a chi fosse in grado di fermare quelle furie bianconere di Torino perché non impallinassero la provinciale di turno; adesso c’è la forte convinzione in loro di riuscire non soltanto a batterle, ma di stravincere. E se Giaccherini non avesse graziato un grande Buffon (oltre a quanto farà poi "l’ottimo" Bergonzi) sbagliando un goal ormai fatto, la partita avrebbe potuto prendere una piega diversa, magari in una direzione non troppo lontana da quella indicata nel messaggio scritto dai sostenitori romagnoli.

Per dirla alla Del Neri, la gara di ieri sera doveva essere la prima delle "dieci finali da non fallire, per sperare nel traguardo oggi massimo, per chiudere con dignità". D’altronde, sempre per sua ammissione, il "gruppo ha reagito bene in settimana, l’ho visto peggio dopo la sconfitta di Lecce". Questa è la teoria del "bicchiere mezzo pieno", di quel refrain che da inizio anno calcistico viene ripetuto alla conclusione di ogni incontro di Madama. Chiedere di portare pazienza ad un tifoso juventino dopo tutto quello che ha dovuto patire dal 2006 ad oggi è un compito arduo; viceversa, per chi è costretto a dover sentir parlare in continuazione di "progetti", "rivoluzioni", "evoluzioni", "transizioni" e poi scoprire amaramente che nella Torino bianconera sono tutti sinonimi della parola "fallimento", adesso la misura è davvero colma.

C’è modo e modo di vincere, di perdere, ma anche di affrontare le gare ed analizzarle nei momenti immediatamente successivi. Non si può limitare il resoconto di una partita negativa restringendolo al concetto "in campo ci sono anche gli avversari": è sconfiggendo tutti quelli che ha trovato sulla strada nel corso della propria storia ultracentenaria che la Juventus ha costruito negli anni la sua leggenda.

In un contesto diverso, in un campionato vissuto e combattuto nelle zone più nobili della classifica, un pareggio come quello ottenuto al "Dino Manuzzi" ci poteva anche stare. Ma non ora, in una situazione così disastrosa, con una squadra reduce da tre sconfitte consecutive che non segnava reti da più di 330 minuti prima dell’incontro col Cesena, capace di peggiorare il disastro combinato nel campionato passato (ad oggi ha accumulato tre punti in meno a parità di incontri disputati) e ormai lanciata verso tutti i record negativi accumulati nella stagione 1961-62, allorquando la Vecchia Signora riuscì a perdere tutte le ultime sette gare della stagione.

Una Juventus costruita attraverso una programmazione estiva "incompleta", nella quale sono state gettate le basi per la creazione di uno "zoccolo duro", rileggendo i concetti ribaditi recentemente da Giuseppe Marotta, suo amministratore delegato. Lo spirito da imitare, nel percorso di un campionato che si sapeva sarebbe stato difficile, era quello della Juventus "trapattoniana" degli anni settanta, una formazione "made in Italy" capace di vincere sia nel nostro paese che in Europa. Gente che non mollava mai, che univa la classe alla grinta.
Se venisse posta la domanda a qualche campione di quella squadra sulle difficoltà che può incontrare un giocatore bianconero in preda ad un "blocco psicologico", probabilmente risponderebbero soltanto per un mero fatto di educazione.
I vari Furino, Benetti e Tardelli sul campo non avevano il tempo di pensare a queste cose.

"La Champions League? Vediamo cosa succede. Ci sono ancora trenta punti in palio e una serie di scontri diretti sparsi qua e là". Così Del Neri nella conferenza stampa dell’immediata vigilia dell’incontro pareggiato a Cesena. E’ lecito domandarsi se la risposta fosse connessa realmente a quella domanda oppure a quali "scontri diretti" si riferisse il tecnico di Aquileia.
Anche perché è fin troppo facile stilare un resoconto del comportamento della sua formazione in questo 2011: ha perso sette partite sulle undici disputate prima di Cesena (vincendone soltanto tre); nel periodo considerato è stata umiliata da Parma, Bologna, Udinese, Napoli e Lecce; si è potuta aggrappare all’arbitraggio di Morganti per giustificare la disfatta col Palermo al "Renzo Barbera" (a conti fatti immeritata); ha perso un incontro casalingo contro un Milan non certo irresistibile grazie ad una "ciofeca" di Gattuso (che non segnava da tre anni), "accompagnata" in porta da Buffon, senza che l’altro portiere in campo (Abbiati) avesse dovuto compiere un intervento solo in 90 minuti di gioco.

"Di solito parlo dopo le sconfitte, ma questo pareggio ci lascia indicazioni positive". Con queste parole è intervenuto Marotta al termine della gara di ieri sera.
Il pareggio ottenuto al "Dino Manuzzi", per i motivi sopracitati e per l’andamento della partita (la Juventus si trovava in vantaggio di due reti), in realtà equivale ad una sconfitta. Quindi, i motivi del suo intervento sono più che giustificabili, se quella è la linea scelta dalla società.
Per ciò che concerne le "indicazioni positive", la speranza è che non vengano mai rese note ai sostenitori juventini.
Sarebbe davvero troppo…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 6 marzo 2011

Metamorfosi

La cosa che più mi è dispiaciuta ieri non è stata la sconfitta.
Non è stato neppure il “come si è perso”, senza un tiro in porta ed un’azione degna di questo nome.
Non è stata l’incomprensibile lentezza di questa squadra, che riesce a stare in 11 dietro la linea della palla, ma che mai riesce a ripartire in velocità. Si aspetta sempre l’avanzamento di tutti, passando la palla indietro od orizzontalmente, lasciando tutto il tempo agli avversarsi di riposizionarsi.
Non sono stati i sorrisi e gli abbracci con gli avversarsi alla fine, che va bene l’educazione ed il rispetto, ma quasi sembravano contenti di aver perso, o comunque che non gli importasse della sconfitta.
Non è stato il comprendere come si possa avere una squadra di serie A dove nessun terzino e nessuna ala, una volta arrivato vicino al fondo, sia in grado di fare un cross in area.
Non è stato constatare che da 3 partite non facciamo un gol. Eppure ora il centravanti ce lo abbiamo (cit.)!
Non è stata la consapevolezza che questa squadra è incapace di vincere 3 partite di seguito, ma è bravissima a perderne 3 consecutivamente.
Non è stato il prendere atto come questo gruppo non sia in grado quasi di competere neppure per un posto in EL, pur non avendo una rosa inferiore a molte delle squadre che la precedono in classifica.
Ciò che mi è dispiaciuto di più ieri sera sono state le dichiarazioni a fine partita.
Praticamente tutti hanno ripetuto, molto serenamente, la stessa cosa : “Ma che potevamo fare? Abbiamo perso contro la prima in classifica, ci sta!”. Alla Juve, ci sta un corno! (e scusate l’espressione).
Più di qualche volta nelle pagine di questo blog, abbiamo ricordato come la vera Juve vinceva le partite già all’ingresso del tunnel, prima di entrare in campo. Il carattere, la voglia di vincere, la consapevolezza della propria superiorità si respiravano nell’aria prima ancora del fischio d’inizio. Ora siamo diventati “l’altra squadra”, quella che nel tunnel vede l’avversario quotato e si cala le braghe prima ancora di cominciare la partita, tanto perdere con i primi ci sta!
Il processo di provincializzazione si è completato.
Ed è palese anche dal fatto che nessun giornalista ha pensato che la panchina di Delneri fosse in pericolo sabato notte, era tutta la settimana che si ripeteva che il lavoro del friulano non poteva essere giudicato dopo la partita con il Milan, perché perdere con la prima in classifica, ci sta! Considerazioni tipiche per le squadre di media/bassa classifica.
Non è bastato, come molti tifosi si auspicavano (me compresa!) l’arrivo, dietro le scrivanie, di Andrea Agnelli e di Nedved a ricordare di che pasta è fatta la Juve. Anche loro sono stati travolti dalla “mediocrizazzione” della società?
Comunque Moggi e Lippi o Capello mai, al termine di una partita avrebbero detto con quella seraficità: “Ma che potevamo fare? Abbiamo perso contro la prima in classifica, ci sta!”. E sentirlo, invece, pronunciare da Marotta o Delneri dispiace ma non spaventa, perché in fondo loro lo hanno detto per tutta la loro vita professionale.
E’ sentirlo dire da Del Piero che terrorizza, perché 4 anni fa lui non l’avrebbe detto!

Articolo pubblicato su Juvenews.net

Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero

venerdì 4 marzo 2011

Juve-Milan tra rispetto e onore

"La partita di sabato sarà decisiva per scongiurare una stagione come quella precedente. Il Milan può essere il grimaldello per cambiare rotta e inanellare risultati positivi". Così si è espresso Gianluigi Buffon il 28 febbraio (mentre presenziava al "7° torneo Amici dei Bambini", tenutosi a Milano) in riferimento alla gara che domani sera vedrà contrapposta la sua Juventus ai rossoneri.
Dopo aver collezionato record negativi in serie nello scorso campionato, per Madama questo doveva essere l’anno in cui si sarebbero dovute gettare le basi per un futuro più consono alla propria storia, al suo blasone, a quel nome così importante quanto quella maglia bianconera sotto il cui peso alcuni giocatori rimangono inesorabilmente schiacciati.

La Juventus ripartiva da "-27", dal freddo numero dei punti che indicava il distacco accumulato nei confronti dell’Inter vincitrice dell’ultimo tricolore, con l’obiettivo dichiarato di ridurlo alla conclusione di questa stagione. Ma i risultati, strada facendo, non sono stati in linea con le aspettative. Adesso il gap si è semplicemente accorciato a "-17", quando ancora si devono disputare undici partite e con il rischio concreto di arrivare a "-20" già da domani sera, visto che proprio i rossoneri sono attualmente i primi della classe.

Per diversi mesi si è fatto un gran discutere sull’incapacità della Vecchia Signora di riuscire ad ottenere tre vittorie consecutive in serie A, dato che la benzina nella macchina di Del Neri puntualmente finiva al raggiungimento di due successi di fila. Rimanendo nella stretta attualità e guardando il bicchiere mezzo vuoto cresce, viceversa, la preoccupazione per l’arrivo di un’altra disfatta dopo le ultime capitate contro Lecce e Bologna, che comporterebbe il verificarsi di un imbarazzante filotto di tre sconfitte in altrettante gare.

Si tratterebbe, nel caso, di un altro evento negativo che farebbe somigliare sempre di più l’attuale Juventus a quella della passata stagione. Al giro di boa di quel campionato fu proprio la vittoria del Milan contro i bianconeri allo stadio "Olimpico" di Torino il 10 gennaio 2010 (3-0 grazie alla doppietta messa a segno da Ronaldinho e alla rete realizzata da Nesta) che diede il via ad una sequenza di sconfitte che continuò nella successiva trasferta a Verona contro il Chievo e nella partita interna contro la Roma di Ranieri, capolinea della prima esperienza di Ciro Ferrara in serie A. Un pareggio ottenuto dal "traghettatore" Zaccheroni al suo esordio davanti ai sostenitori juventini fermò quell’emorragia di risultati negativi.

La marcia della Vecchia Signora di quest’anno ha un ritmo ancora più lento di quella che l’ha preceduta (tre punti in meno in classifica). La formazione allenata dal duo Ferrara-Zaccheroni terminò il campionato in settima posizione, la stessa occupata attualmente dalla squadra diretta da Del Neri. A fine stagione Madama si ritrovò davanti a sè più o meno gli stessi club che l’hanno superata adesso, fatta eccezione per Udinese e Lazio che hanno preso il posto della Sampdoria di Marotta e del Palermo di Maurizio Zamparini. Al patron dei rosanero in questo momento potrebbe servire quel lacrimatoio che avrebbe voluto regalare alla Juventus circa un mese fa "per riversare tutti i pianti per le ingiustizie subite dagli arbitri": esonerare 28 allenatori in 24 anni di presidenza (tra Venezia e Palermo) non è certo un risultato da mostrare con orgoglio, con l’aggravante che l’ultimo di questi è scaturito a seguito di una tremenda umiliazione casalinga con un passivo di sette reti.

Fu proprio la squadra siciliana ad interrompere l’unica serie positiva della Juventus negli ultimi due anni (quattro vittorie consecutive, oltre a due pareggi, ad inizio della scorsa stagione) il 4 ottobre 2009 allo stadio "Renzo Barbera", superando i bianconeri con il risultato di 2-0. Se anche la formazione diretta da Del Neri dovesse riuscire a ripetere una simile sequenza di risultati difficilmente si modificherebbe il destino del tecnico di Aquileia, che pare ormai già segnato.
Viceversa, una nuova sconfitta contro il Milan potrebbe portare a scenari impensabili sulla panchina juventina sino a poche settimane fa.

Milan e Juventus si fronteggiarono allo stadio "San Siro" nel corso del girone di andata il 30 ottobre 2010. Vinse Madama per 2-1, grazie ad un bellissimo goal di testa di Quagliarella su un cross di De Ceglie ed alla rete numero 179 in campionato con la maglia della Vecchia Signora di Alessandro Del Piero, abile a concludere un’azione maldestramente portata avanti prima di lui da Sissoko.
Dei quattro giocatori citati nessuno prenderà parte all’incontro di domani, fatto salvo il numero dieci bianconero che con ogni probabilità inizierà la gara seduto tra le riserve.

Alla fine di quella partita, comprensibilmente euforico per il successo appena conseguito dai suoi uomini, Del Neri dichiarò: "Abbiamo lo spirito per stare lassù sino a maggio e poi vedremo cosa succede". Lo seguì a ruota libera Felipe Melo: "Sappiamo che Inter e Milan hanno più qualità di noi, ma la Juve dà il massimo. Se lavoriamo bene, ce la giochiamo con tutti e adesso i tifosi possono sognare lo scudetto".
Più che sognare il tricolore, quei sostenitori adesso chiedono rispetto. Per loro stessi, e per una maglia bianconera da onorare.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Un pò di vera Juventus "made in Italy"



domenica 27 febbraio 2011

Pavel Nedved e l'orgoglio bianconero

"Capello mercenario, Del Piero leggendario". Queste erano le parole riportate in uno striscione che campeggiava sugli spalti dello stadio "San Nicola" di Bari il 19 agosto 2006.
La Juventus, al momento destinata alla serie B con una penalizzazione di 17 punti (poi ridotta a 9), ironia della sorte doveva ripartire proprio dalla stessa località dove aveva concluso la sua meravigliosa storia, dal luogo in cui soltanto pochi mesi prima (il 14 maggio) aveva sconfitto la Reggina (in campo neutro) e conquistato il suo ultimo scudetto, il numero ventinove.

L’avversario era il Martina Franca, società che avrebbe dovuto affrontare il campionato di serie C1 senza soldi e - all’epoca - senza allenatore. In panchina si sedette tal Mimmo Trentadue, il loro preparatore atletico.
Davanti a 6.760 spettatori le due formazioni si incrociarono per disputare i sessantaquattresimi di finale della coppa Italia: vinsero i bianconeri, con le reti di Marchionni, Bojinov e Nedved.

Il biondo ceco, nel corso della gara, già ammonito rischiò seriamente l’espulsione a seguito di un duro contrasto con un avversario dovuto ad un suo eccesso di foga agonistica. Rizzoli, l’arbitro, fece finta di non vedere. Pochi minuti dopo Nedved realizzò la terza e ultima rete dell’incontro. Il popolo bianconero ebbe l’ennesima riprova che anche in quel difficilissimo periodo della storia del club l’impegno di un campione del suo calibro non sarebbe venuto a mancare. Una minima consolazione, nel contesto generale. Ma importantissima.
Il fondo Nedved era sempre lui: che si trattasse di una gara di coppa Italia lontana anni luce dalla finale, di un incontro disputato in allenamento o di un match valevole per la Champions League il suo approccio alle sfide era sempre lo stesso, non cambiava nulla.

Sempre il 14 maggio, ma del 2003, la Juventus eliminò al "Delle Alpi" di Torino il Real Madrid dalla massima competizione europea vincendo la gara di ritorno delle semifinali di quella manifestazione con il risultato di 3-1 (all’andata aveva perso per 2-1). Meier, il direttore di gara, in quell’occasione non fece come Rizzoli e sanzionò un intervento di gioco (istintivo) di Nedved su McManaman con un cartellino giallo, facendo scattare l’inevitabile squalifica data la diffida che pendeva sul giocatore. Anche in quella partita Nedved realizzò una rete: la terza, quella decisiva. Niente finalissima a Manchester, sul prato verde dello stadio rimasero soltanto le sue lacrime di disperazione.

Ad abbracciarlo in mezzo al campo a fine incontro andò Marco Di Vaio, attaccante bianconero di scorta alle spalle dei titolarissimi Del Piero e Trezeguet. Lo stesso Di Vaio che ieri sera, grazie alla doppietta realizzata contro Madama con la maglia del Bologna, ha contribuito ad infliggere l’ultima (in ordine cronologico) umiliazione ad una formazione che - al pari di quella dello scorso campionato - a questo punto si può serenamente affermare che con la Vecchia Signora e la sua meravigliosa storia non ha nulla a che fare.

Giuseppe Marotta, il 20 maggio 2010, dichiarò: "Alla Juventus serve un processo evolutivo, non una rivoluzione".
Luigi Del Neri, dovendo affrontare in questi giorni una difficilissima crisi di gioco e risultati, parlò di "rivoluzione mentale", riferendosi ad un approccio sbagliato dei suoi uomini nella precedente gara persa contro il Lecce ed alla necessità di entrare in campo sempre con la necessaria grinta da contrapporre agli avversari di turno.
Andrea Agnelli, nella prima lettera indirizzata ai tifosi bianconeri (18 giugno 2010), a proposito del tecnico di Aquileia scrisse: "A lui spetterà il delicato compito di riportare cultura e disciplina sportiva nello spogliatoio".

Sempre nel mese di maggio, il 31 dell’anno 2009, Pavel Nedved diede l’addio al calcio giocato nell’incontro di campionato disputato allo stadio "Olimpico" di Torino contro la Lazio, l’altra squadra nella quale il ceco aveva militato nella nostra serie A nel corso della sua carriera da professionista. Uno dei tanti striscioni dei tifosi, in quel pomeriggio di commozione generale, recitava: "I giocatori passano, l’uomo resta".

L’uomo Pavel è recentemente entrato nel CDA della società torinese su richiesta dell’amico Andrea Agnelli. Nell’attesa di trovare una sua precisa collocazione in seno al club, all’indomani della sconfitta di Lecce si è pensato di avvicinarlo sempre di più al campo di allenamento per metterlo a contatto con i giocatori e trasmettere loro il suo carisma, la juventinità e la voglia di vincere di un combattente con il pallone che avrebbe ancora molto da dare alla causa bianconera.

Si può distruggere un qualcosa già rotto? Sì. La Juventus degli ultimi cinque anni ne è la (continua) riprova.
In attesa dell’ennesima rivoluzione e delle (inevitabili, attese) nuove promesse, la cortesia che chi scrive chiede al campione ceco è quella di lasciar perdere la scrivania e di rimettersi le scarpe da gioco.
Non reggerà per tutti i novanta minuti? Stia tranquillo: non sarebbe l’unico, visto quello che combinano i calciatori attuali. Ormai la Vecchia Signora è virtualmente salva. Perdere per perdere, tanto vale affrontare le prossime sfide schierando esclusivamente chi ha la Juventus nel cuore, è un vincente nato, non fa differenza tra un allenamento e una semifinale di Champions League ed esce dal campo senza più energia nelle gambe.

E gli esclusi? Stiano pure a giocare con i social network.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 20 febbraio 2011

Juventus e Lecce tra andata e ritorno

Juventus e Lecce si fronteggiarono allo stadio "Olimpico" nel girone di andata lo scorso 17 ottobre, in una gara che i bianconeri vinsero agevolmente con il risultato di 4-0. Aquilani, Felipe Melo, Quagliarella e Del Piero regolarono i salentini, consentendo alla Vecchia Signora di aggiungere un altro successo convincente dall’inizio del campionato dopo quelli ottenuti contro Udinese (in trasferta) e Cagliari (in casa). Curiosamente anche questi arrivarono con quattro marcature degli uomini di Del Neri, con la sola differenza che - mentre a Udine la porta di Storari rimase inviolata - a Torino i sardi riuscirono a battere il numero uno bianconero per due volte con le reti di Matri, passato alla corte di Madama con la riapertura della sessione invernale del calciomercato.

Su Alberto Aquilani il tecnico di Aquileia aveva già speso parole importanti il giorno precedente l’incontro: "In effetti è un giocatore unico in mezzo al campo, il più tecnico dei quattro che ho a disposizione". Lo stesso calciatore ex Liverpool si divertì poi a prendere amichevolmente in giro Felipe Melo, autore di un goal "particolare" su penalty: "Mai visto un cucchiaio rasoterra…". Il terzo marcatore della giornata, Quagliarella, battè Rosati (estremo difensore degli ospiti) con un colpo di testa "rasoterra" (anche lui), a distanza di pochi metri dal punto in cui si infortunò seriamente lo scorso 6 gennaio nella partita disputata dalla Juventus contro il Parma.
A chiudere definitivamente il conto di una gara il cui esito finale appariva scontato già al termine della prima frazione di gioco ci pensò Alessandro Del Piero, entrato al 33' del secondo tempo proprio in sostituzione dell’attaccante di Castellammare di Stabia, con un bellissimo sinistro grazie al quale raggiunse quota 178 reti segnate in serie A con la maglia bianconera, eguagliando così il precedente record ottenuto da Giampiero Boniperti.

In una Juventus schierata in campo con un 4-4-2 "elastico", che durante l’incontro si trasformò all’occorrenza in 4-3-3 e 4-5-1, Milos Krasic giocò una bellissima partita. Impadronitosi della fascia destra della linea mediana juventina, allargò successivamente il proprio raggio d’azione su tutto il rettangolo di gioco senza che venisse meno la sua pericolosità. Un palo, due assist, un rigore procurato e tre giocatori avversari ammoniti nel tentativo (invano) di fermarlo: questo il bottino del serbo a fine gara.
Del Neri, ovviamente contento della prova dei suoi uomini, non nascose la propria felicità: "Sono felice perché continuiamo a crescere. I ragazzi stanno dando il meglio".

Con la vittoria appena conquistata la Juventus si posizionò al quinto posto in classifica (a pari punti con il Palermo), a cinque lunghezze di distanza dalla Lazio all’epoca prima della classe davanti a tutte le altre squadre.
A distanza di poco più di quattro mesi gli obiettivi sono cambiati: uscita anticipatamente dall'Europa League e dalla coppa Italia adesso vive alla giornata, nella speranza di agganciare il più presto possibile la quarta posizione. Dove attualmente si trova la Lazio. Ancora lei.
I punti che separano le due formazioni sono diventati quattro, la Vecchia Signora è ora sesta nell’attesa del recupero della gara tra Roma e Bologna che potrebbe consentire ai giallorossi di scavalcarla in caso di vittoria. A Lecce Madama dovrà continuare la rincorsa all’unico obiettivo che le è rimasto in questa stagione, evitando di perdere ulteriore terreno nei confronti delle dirette avversarie così come accaduto nel girone di andata. Anche a causa degli incidenti di percorso avvenuti negli incontri con le cosiddette "piccole".
La vittoria vale tre punti pure nelle partite contro di loro.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 19 febbraio 2011

Andrea Agnelli, Matri e la benzina nel motore Juve

Andrea Agnelli lo aveva detto, lo scorso 1° febbraio: "Con l’arrivo di Matri abbiamo messo benzina nel motore, abbiamo fatto il pieno". Nello stesso giorno Amauri, presentato a stampa e tifosi a Parma, dichiarò: "La mia partenza da Torino? Non riguarda la contestazione dei tifosi bianconeri. C’è sempre stata da quando ho vissuto in Piemonte. Ora vedremo se il colpevole sono io".

Sconfitta a Palermo in occasione del debutto del nuovo attaccante juventino, la Vecchia Signora ha ripreso confidenza con la vittoria nelle due successive gare con Cagliari e Inter, portandosi dall’ottavo posto in classifica all’attuale sesto. Virtuale, però: la Roma, indietro di due lunghezze rispetto ai bianconeri, deve ancora disputare il recupero della partita con il Bologna, sospesa a seguito della copiosa nevicata che impedì il regolare svolgimento del match iniziato lo scorso 30 gennaio allo stadio "Renato Dall’Ara" ed interrotto al 16' del primo tempo. Completato anche questo incontro si potrà finalmente avere una visione "reale" delle zone nobili della seria A. Sarà proprio il Palermo (attualmente a quota 40 punti, uno in meno di Madama), caso vuole a Bologna, ad inaugurare la ventiseiesima giornata.

Prima del successo con i nerazzurri Del Neri si era mostrato fiducioso per il prosieguo della stagione juventina: "Stiamo bene, abbiamo recuperato alcuni giocatori e la rosa è equilibrata. L’Inter è in gran forma, ma una vittoria ci darebbe molta fiducia per le prossime gare". Gli innesti del mercato invernale hanno ridato nuova linfa ai bianconeri, insieme allo spostamento di Chiellini sulla fascia sinistra e ad alcuni accorgimenti tattici messi in atto dal tecnico di Aquileia. Che, dopo l’incontro di domenica sera, ha dichiarato: "Al di là dei risultati che abbiamo fatto e che faremo, abbiamo ritrovato la nostra credibilità, oltre che la serenità. Il salto di qualità, però, lo avevamo già fatto prima del 6 di gennaio. Ho soltanto bisogno di tempo: non so a voi, ma a me non bastano due giorni per tirare su una casa".

Prima del giorno dell’Epifania la Vecchia Signora aveva accumulato soltanto un punto in più rispetto alla brutta copia di se stessa, alla formazione che nel precedente campionato fu in grado di collezionare delusioni e record negativi in serie. Il 16 dicembre 2010 Ciro Ferrara, uno dei due allenatori di quella squadra (ed ora commissario tecnico della nazionale under 21), disse: "La Juve sta facendo bene, ma ha gli stessi punti della scorsa stagione. Quindi, forse, stava facendo bene anche un anno fa. Gli stessi risultati hanno un peso diverso, perché diverse sono le aspettative: a me si chiedeva di vincere e di giocare bene". A lui rispose immediatamente lo stesso Del Neri: "Noi cerchiamo di migliorare, e la Juve di quest’anno mi sembra abbia un altro spessore caratteriale".

Se il raffronto tra le due stagioni non è ancora confortante (ad oggi i punti totalizzati sono gli stessi dell’era Ferrara-Zaccheroni), rispetto alle prime sei giornate del girone di andata del campionato in corso Madama è riuscita a migliorarsi (dieci punti in sei gare contro gli otto di inizio anno). E’ ancora troppo poco, però, per poter ambire ad obiettivi importanti. Ma può (e deve) diventare una sorta di trampolino di lancio per recuperare il terreno perduto nei rimanenti incontri ancora da disputare, già a partire da quello di domani contro il Lecce.

Partito Trezeguet e confermati Amauri e Iaquinta, l’infortunio occorso a Quagliarella nella partita contro il Parma (6 gennaio) ha messo a nudo i limiti (di per sé già evidenti) del reparto offensivo della Juventus, nonostante l’anomalia di una formazione che - paradossalmente - era riuscita a segnare sino a quel momento più goals di tutte le altre squadre di serie A.
Il peso delle speranze bianconere, come già accaduto più volte nel passato, è così finito per quasi un mese sulle spalle di Del Piero. Poi le cose sono cambiate: dal pieno recupero fisico del neo acquisto Luca Toni alla partenza di Amauri, per arrivare all’innesto di Alessandro Matri. Che, dall’alto delle sue 11 reti realizzate in questo campionato prima di approdare a Torino, ne ha aggiunto tre in altrettante gare giocate con la maglia juventina.
Ora Del Neri ha la possibilità di compiere delle scelte in un settore che gli offre, finalmente, diverse alternative. Forte di avere nuovamente tra le mani un goleador di razza e nell’attesa (inevitabilmente lunga) di rivedere Quagliarella calcare i terreni di gioco.
In coppia con Matri, la nuova "benzina" nel motore bianconero.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 13 febbraio 2011

Juventus e Inter: ora spazio al campo

Adesso è arrivato il momento del campo, giudice supremo di tutti i risultati. Lì si affronteranno Juventus-Inter, in una gara che sino a qualche anno fa rappresentava il punto di incontro della forte rivalità tra i due club, mentre ora è diventato una delle occasioni nelle quali entrambe le società entrano in rotta di collisione. Importante, ma non l’unica.

Alla luce delle parole pronunciate da Andrea Agnelli durante la conferenza stampa del 29 gennaio scorso ("Moratti mi annoia sul tema Calciopoli"), le successive risposte di Massimo Moratti ("Il Giovin Signore… Non volevo annoiarlo… Mi dispiace") e di Ernesto Paolillo, amministratore delegato dell’Inter ("Ogni volta a parlare per primi non siamo stati noi, ricordo che a parlare per primi sono altri, ricordo che per aver risposto prima della partita di Torino, della Juve, sono stato tacciato di voler fomentare la tifoseria, noi non fomentiamo niente, vedo che altri stanno iniziando a fomentarla prima della partita Juve-Inter"), hanno dato il via ad una sequela di dichiarazioni destinate ad interrompersi soltanto con il fischio d’inizio della partita da parte di Paolo Valeri, l’arbitro designato per la gara.

Dopo, ovviamente, si riprenderà a discutere sullo stesso tema. Nell’attesa che arrivino riscontri all’esposto presentato dal Presidente bianconero in merito alla revoca dello scudetto assegnato al club milanese nel 2006, basato sulla successiva scoperta di una rete di contatti tra i tesserati della società nerazzurra ed esponenti del settore arbitrale che portò il club torinese a scrivere sul proprio sito: "E’ convinzione della Juventus, pertanto, che venga meno il presupposto della decisione assunta dal Commissario Straordinario della Federcalcio nel 2006: l’inesistenza, cioè, di «comportamenti poco limpidi» addebitabili alla squadra che risultò prima classificata dopo la penalizzazione delle altre" (10 maggio 2010).
Si tratta di un passato, questo, che "non" annoia mai, da riscrivere, che non può essere cancellato con una semplice scrollata di spalle. E’ una ferita aperta che non si rimarginerà sino a quando i fatti processati all’epoca non verranno nuovamente giudicati con equità e con gli strumenti (e le prove) attualmente a disposizione.

Poi c’è il campo. Il Milan vince nell’anticipo del pomeriggio di questa venticinquesima giornata contro il Parma di Amauri, Giovinco e di tutti quegli ex juventini che avranno pure scoperto nella città emiliana la località dei loro sogni, ma ciò non toglie che ora si trovano a pochi punti dalla zona retrocessione. I rossoneri preparano la fuga verso il tricolore attendendo curiosi l’esito della sfida tra bianconeri e nerazzurri allo stadio "Olimpico" di Torino. Se Madama riuscirà a riversare sul rettangolo di gioco tutti i buoni propositi della vigilia, ecco che la formazione allenata da Allegri potrà continuare tranquilla la propria marcia solitaria. Fermo restando che tra non molto dovranno passare pure loro da Torino in una gara che faranno bene a non sottovalutare, visto il risultato di quella del girone di andata.

La vittoria esterna del Napoli (a Roma) consente alla società partenopea di avvicinarsi al Milan e di allontanare le altre contendenti alle prime tre posizioni utili per accedere alla prossima Champions League senza dover passare attraverso i preliminari. Viceversa, la sconfitta dei giallorossi impedisce alla formazione di Ranieri di smuoversi da quota 39 punti, restando così ad una lunghezza soltanto dalla Juventus attualmente ottava in classifica. Al di là di ogni aspetto puramente sentimentale ed emotivo legato alla rivalità tra bianconeri e nerazzurri, la partita di stasera è molto importante anche ai fini di un ritorno della Vecchia Signora verso le zone più nobili della serie A.

Nell’incontro disputato con l’Inter il 3 ottobre scorso al "Meazza" (3 ottobre 2010) Del Neri cercò, attraverso l'utilizzo di alcuni accorgimenti tattici, di creare un argine come protezione per la sua difesa dalle incursioni di Maicon: "Praticamente un 4-5-1", disse a fine partita, "Volevo limitare l’azione di Maicon e in questo senso Quagliarella è stato bravissimo, così come Marchisio che in un ruolo non proprio suo è stato perfetto. Per me la chiave più importante della gara è proprio lì. Maicon è straordinario, decisivo, dovevo trovare una soluzione per evitare guai da quella parte".
Nella partita odierna il tecnico bianconero - assente Quagliarella - con ogni probabilità sposterà sulla fascia sinistra Chiellini, davanti al quale opererà nuovamente Marchisio.

Gli incroci pericolosi, comunque, non mancheranno in tutte le zone del campo. Sarà così anche sull’altro versante, laddove sarà Krasic - che ad ottobre fece trascorrere una bruttissima serata a Chivu - a vedersela con Javier Zanetti. Per quanto riguarda il resto: sono numeri, schemi, parole, considerazioni varie che verranno superate soltanto dal risultato finale. Il punto dal quale la Juventus ripartirà domenica prossima contro il Lecce, alla ricerca di una migliore posizione in classifica e di se stessa, l’obiettivo più difficile da raggiungere per la nuova gestione di Andrea Agnelli.
Con una consapevolezza: quella che il bonus "Calciopoli" è già stato usato.
Male.

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mercoledì 9 febbraio 2011

Juve, è arrivato il momento di cambiare marcia

Il bilancio, ora, è in perfetta parità: l’anno scorso, arrivati alla ventiquattresima gara, la Juventus del "traghettatore" Zaccheroni aveva toccato quota 38 punti in classifica, la stessa raggiunta dalla formazione allenata da Luigi Del Neri. Nelle prime cinque giornate dell’attuale campionato, invece, Madama ha totalizzato due vittorie, due sconfitte ed un pareggio, un percorso identico a quello compiuto all’inizio di questo girone di ritorno. Non si tratta di numeri confortanti, proseguendo con un ritmo simile non andrà molto lontano. Urge un cambio di marcia, già a partire dalla prossima partita. Quella con l’Inter.

La Vecchia Signora arrivò al match contro i nerazzurri del 3 ottobre 2010 dopo la vittoria interna contro il Cagliari ed il pareggio in Inghilterra con il Manchester City nell’incontro valevole per l’Europa League. Si può dire, a posteriori, che lì nacque la Juventus di Del Neri, quella dei 18 risultati utili consecutivi che diede a molti l’illusione di poter competere ad altissimi livelli già a partire da questa stagione.

Reduce dalla sconfitta allo stadio "Olimpico" con il Palermo, nella gara contro i sardi esplose il talento di Milos Krasic: tre goals e gli applausi in tribuna di Pavel Nedved, a coronamento di una prestazione sontuosa che aiutò a mascherare le sbavature di un "cantiere" che non poteva ancora considerarsi chiuso. Matri realizzò una doppietta che non cambiò le sorti del risultato finale (terminò 4-2 per i bianconeri), ma fu importante per farsi riconoscere una volta di più da quelli che poi sarebbero diventati i suoi nuovi tifosi. Per il momento del perdono, invece, è bastato attendere sino a sabato scorso, allorquando al "Sant’Elia" la punta ha restituito al Cagliari le due reti a domicilio. L’arbitro Brighi regalò al fratello "bravo" di Felipe Melo un cartellino giallo con tanto di dedica, mentre la Juventus potè finalmente gustarsi un successo a Torino che le mancava addirittura dal 25 aprile, grazie al 3-0 inflitto al Bari nel campionato precedente.

Del Neri si disse soddisfatto della crescita della sua squadra ed ottimista per i margini di ulteriore miglioramento che faceva intravedere. La speranza era quella di "esserci a marzo per lottare con gli altri, è quello che conta".
Poi arrivò l’Epifania, che - come sostiene il popolare proverbio - "tutte le feste porta via": si ruppe Quagliarella e tornò il fratello "cattivo" del centrocampista brasiliano. Una Vecchia Signora spuntata ha dovuto attendere quasi un mese (5 febbraio) per rivedere le reti di un attaccante che potesse consentire al tecnico bianconero di affermare: "Ma alla fine conta fare gol: è dall’inizio di gennaio che ci mancava un finalizzatore. Adesso che ce l’abbiamo, tutto ha di nuovo ha un senso".

Ora ci sono le condizioni per provare a ripartire, anche se non basta riavvolgere il nastro per farlo: i punti di distacco dalla prima della classe sono passati dai tre di fine settembre agli undici attuali; sono diminuite le giornate che mancano alla conclusione del campionato; nel proprio cammino la Vecchia Signora ha già perso l’Europa League e la coppa Italia; il quarto posto verrebbe considerato oggi un buon risultato, mentre prima ci si scandalizzava al solo sentirlo nominare.

I nerazzurri prossimi avversari nel posticipo previsto nella serata di domenica, poi, saranno completamente diversi da quelli incontrati ad inizio ottobre al "Meazza": liberati dal peso di Benitez e accolto con un sorriso Leonardo, dopo aver vivacchiato a distanze siderali dalle zone alte della classifica per qualche tempo ora vedono nuovamente da vicino il Milan primo della classe, con la conseguente concreta possibilità di puntare allo scudetto. Per un Milito che si mangiava quei goals che l’anno precedente segnava ad occhi chiusi c’è adesso Pazzini, pronto a sostituirlo per tutte quelle partite che l’argentino dovrà saltare a causa dell’infortunio patito al bicipite femorale sinistro. Eto’o continua a caricarsi il peso dell’attacco sulle proprie spalle nel contesto di una squadra diventata ora più "italiana" (anche) grazie all’arrivo di Ranocchia ed alla prima convocazione in maglia azzurra di Thiago Motta. Mancherà Chivu, vittima nella gara di andata delle scorribande di Krasic e nel prosieguo della stagione di quel momento di follia che lo ha portato a colpire con un pugno Marco Rossi, prendendosi così una meritata squalifica.

Ma anche la Juventus, dal canto suo, non sarà la stessa, visto che si è già dimostrata capace di abbandonare quel 4-4-2 che sembrava fosse scolpito nel suo animo. Chiellini è tornato sulla fascia nella quale era cresciuto come calciatore, laddove - tra non molto - tornerà a disposizione anche De Ceglie, per una difesa che sembra essersi effettivamente rinforzata con l’arrivo di Barzagli. Il parco attaccanti dell’Inter, oltretutto, sarà la classica prova del nove per verificare eventuali miglioramenti del reparto difensivo. Il centrocampo così come è stato ridisegnato da Del Neri sembra calzare a pennello per Claudio Marchisio, non a caso diventato goleador nelle ultime tre gare (due reti realizzate tra Palermo e Udinese). Ora la speranza è quella di averlo disponibile per la partita di domenica.

Grazie alla vittoria di Cagliari l’ambiente bianconero ha potuto tirare un sospiro di sollievo. Ma ci sono ancora da scacciare i fantasmi di un ulteriore fallimento, affidandosi (anche) all’istinto di Matri, il nuovo goleador di Madama. Per evitarlo è necessario un cambio di marcia, da subito, già a partire dalla prossima gara. Quella contro l’Inter. Non un’avversaria qualsiasi. E non soltanto per quanto è capitato dopo il 2006, ma anche per quello successo negli anni precedenti.
In occasione del 5 maggio 2002, per esempio. Una data che solo a sentirla pronunciare qualcuno avverte un profondo dispiacere.

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