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sabato 25 giugno 2011

Considerazioni di inizio estate


Non sono mai stata brava a far di conto. Infatti ieri, leggendo gli articoli che riguardavano l’assemblea del CdA della Juventus, poco ho compreso di tutte quelle cifre rovesciate in poche righe.

Aumento di capitale, piano quinquennale, ripianamento del debito, prestito oneroso. Ho cercato di capire quanti fossero i denari a disposizione per il rafforzamento della squadra e mi è sembrato che non siano poi così tanti.

Intanto l’aumento di capitale copre un lungo periodo e servirà per gli acquisti anche delle prossime stagioni. Non dimentichiamo, innanzitutto, che c’è già un bel debito da ripianare. E poi 37 milioni sicuramente andranno via - scaglionati nei prossimi 3 anni - per pagare i prestiti con riscatto obbligatorio contratti la scorsa stagione. 10 milioni sono già stati spesi per Lichtsteiner, anche se 3 sono rientrati grazie a Giovinco (un po’ pochini, no?). Almeno altri 15 serviranno per Diarra (o Inler o Vidal o comunque per un centrocampista di peso).

I benefici dello stadio di proprietà, non credo si potranno sentire immediatamente, un po’ perché non è stato costruito con i risparmiucci tenuti nel materasso, ma con i soldi delle banche, che certo non fanno beneficenza, ed anche perché la sua manutenzione non è gratuita.(A proposito, ma si è trovato lo sponsor che gli darà il nome?)

Quindi solo l’ingresso sistematico in Champions League potrà portare una effettiva serenità nel bilancio societario e…. anche nel cuore dei tifosi. Certo si spera, per fare cassa, che nel frattempo si riesca anche a cedere qualcuno. Iaquinta, Amauri, Melo, Sissoko (?) forse ci potrebbero far incamerare circa una trentina di milioni.

E con questo siamo tornati alla campagna acquisti in corso. Vediamo un po’ a che punto siamo.

Per il ruolo di portiere titolare è confermatissimo Buffon. Ora si dovrà decidere se tenere in panchina il più che affidabile Storari oppure un giovane, nell’eventualità che Marco decida di giocarsi le sue carte in un’altra squadra.

La difesa probabilmente non vedrà altri arrivi. Sistemato, a quanto pare, il problema terzini con l’arrivo dei titolari della nazionale svizzera, i 3 centrali dello scorso anno saranno coloro che ogni domenica si giocheranno i due posti disponibili.

Per l’attacco si sta cercando il famoso top-player da 20-25 gol che, aggiunto a Matri, Quagliarella, Del Piero e Toni (sempre sperando che Amauri e Iaquinta riescano ad accasarsi altrove), dovrebbe essere più che sufficiente per una squadra che deve giocare solo il campionato.

La zona centrale di centrocampo - nonostante l’addio ad Aquilani (e questo personalmente mi dispiace molto) - al momento è piuttosto affollata, visto che si sono aggiunti anche Pirlo e Pazienza e si sta cercando un’ulteriore elemento.

Secondo me, invece, ciò che manca ancora a questa squadra sono gli esterni alti, essenziali per gli schemi di Conte. Considerando che per ora Bastos (che pare Conte consideri troppo difensivo) e Vucinic (che sembra essere uno che si irrita a giocare esterno e correre sulla fascia, come si sente dire qui a Roma) sono solo rumors, veramente Martinez, Pepe e Krasic dovrebbero essere il fulcro del gioco della nuova Juve?

A meno che non si sia chiamato il guru del 4-2-4 e gli sia stato chiesto di giocare con il 4-3-3!

Comunque è ovvio che ora è ancora presto per formulare giudizi, quindi le prossime considerazioni in merito le tengo per la fine dell’estate.



P.s. Avete visto l’intervista che John Elkann ha rilasciato ieri dopo il CdA?

E’ stata un’impressione tutta mia, o anche per voi le domande erano concordate e le risposte - scritte da chissà chi - imparate a memoria, battutina finale compresa? E poi alla fine - con alle spalle una scenografia perfetta! - quella faccetta da bimbo sorridente con lo sguardo interrogativo del “sono stato bravo, vero?”. Personalmente mi sono cadute le braccia!

Articolo pubblicato su Juvenews.net

Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero


domenica 19 giugno 2011

Adesso vediamo questo piano ambizioso...


Dalla "Gazzetta Sportiva" del 12 giugno sino ad arrivare a quella della data odierna sono trascorsi otto giorni: in questo arco di tempo per ben sette volte la prima pagina del quotidiano rosa è stata dedicata (quasi) interamente all’Inter.
Non che sussistessero dubbi sull’interesse del giornale in questione per le vicende nerazzurre, però passare dal famoso detto "tre indizi fanno una prova" ad un filotto simile ce ne passa.

L’inizio venne riservato a Wesley Sneijder, innamorato dell’Inter ma in attesa di sapere dal buon Dio se il suo futuro professionale sarà ancora a Milano oppure in un’altra città del continente europeo.
L’anticipazione di un’intervista in esclusiva a Gianluigi Buffon, ormai prossimo a sposarsi con Alena Seredova dopo aver confermato la solidità del legame che lo unisce alla Vecchia Signora, anticipò la "bomba" di martedì 14 giugno: nel corso del week end precedente Massimo Moratti aveva contattato telefonicamente Marcelo Bielsa, ex commissario tecnico di Argentina e Cile.

E perché mai avrebbe dovuto farlo? Bastava attendere un giorno per saperlo con assoluta certezza: Leonardo ha deciso di lasciare la panchina dei nerazzurri, attratto dall’offerta lavorativa del nuovo proprietario del Paris Saint Germain, lo sceicco Tamim Al Thani, con buona pace dei tifosi milanesi di entrambe le sponde del Naviglio.

Da quel momento in poi ha avuto inizio il "casting" di Moratti per la panchina dell’Inter: abbandonata immediatamente la pista Bielsa, quella più affascinante sembrava portare a Villas Boas. La clausola rescissoria che blinda il tecnico al Porto ammonta a 15 milioni di euro: pagare per credere, e per farlo arrivare a Milano. Le parole pronunciate oggi da Branca chiudono - di fatto - ogni scorciatoia per arrivare al nuovo oggetto del desiderio. Sono passati, ormai, i tempi in cui la società nerazzurra erogava a Benitez una cifra pari a 5,3 milioni di euro netti per meno di duecento giorni di lavoro (tra stipendio, premi e buonuscita). Almeno, questo è quello che si aspettano di vedere gli amanti del fair play finanziario.

Detto di Buffon, la settimana bianconera che si sta per concludere era cominciata con una dichiarazione d’amore (un’altra) di Melo alla Vecchia Signora, condita - però - di qualche dubbio in merito alla sua permanenza sotto la Mole: "Io voglio restare, amo la Juve, voglio vincere con questa maglia… Diciamo che la Juve non mi sta rispettando. O meglio, ho questa impressione… Perché vedo il mio nome inserito in ogni trattativa e non sento smentite da parte della società".

Il Real Madrid improvvisamente vira le proprie attenzioni sul giovane talento brasiliano Neymar, mollando la presa sull’argentino Aguero e riaprendo i discorsi per un futuro del calciatore lontano dalla capitale spagnola. Madama intanto blocca Lichtsteiner, corteggia Vucinic, presenta Pazienza e pubblicizza il suo nuovo stadio alla stazione Centrale di Milano con un enorme manifesto dove campeggia l’immagine di Milos Krasic.

La Commissione Disciplinare della Federcalcio decide per la radiazione di Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Innocenzo Mazzini e la loro preclusione da qualsiasi incarico nel mondo del pallone, ora finalmente pulito e onesto sino a prova contraria. Quella che potrebbe arrivare dal processo penale in corso a Napoli, dove dall’aula 216 del Tribunale nel prossimo mese di settembre (se non si dovesse ripartire nuovamente da capo) dovrebbe arrivare l’annunciata sentenza.

E così, mentre Abete "auspica" che venga fornita una risposta alla revoca richiesta dalla Juventus dello scudetto assegnato a tavolino all’Inter entro il prossimo 30 giugno, nella giornata di giovedì prossimo si terrà l’ormai celebre Cda straordinario di Madama, dove verrà definito il piano industriale del club con annesso aumento di capitale.

Lo scorso 7 maggio, in occasione della partenza della "Fight for pink" (la pedalata vip che precede il Giro d’Italia), John Elkann parlò di un piano ambizioso per la Juventus del futuro che sarebbe stato presentato a fine giugno. "Sosterremo questo piano, se ce n’è bisogno", disse in quell’occasione.
Dalle parole ai fatti: sì, ce ne sarà sicuramente bisogno, anche perché senza Europa e con una squadra attesa da un’altra ricostruzione partendo dalle sue fondamenta, per attirare i campioni promessi serviranno motivazioni importanti che vadano oltre le semplici parole.
Al netto di tutte le considerazioni che accompagneranno i momenti successivi a quella giornata, ciò che conterà maggiormente sarà l’effettivo arrivo di veri fuoriclasse alla corte della Vecchia Signora.
In caso contrario, aumento o non aumento, si tratterebbe di un nuovo fallimento. Stavolta (ancor più) annunciato.

Per una serie A che accoglierà il ritorno del Novara dopo un’attesa di 55 anni, c’è una serie B che saluta Emiliano Mondonico: messo in salvo l’AlbinoLeffe dalla retrocessione in Lega Pro Prima Divisione, adesso l’allenatore originario di Rivolta d’Adda dovrà affrontare una battaglia ancora più importante, quella per la sua sopravvivenza.
In poche parole: in bocca al lupo, mister.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Ringrazio Rafael, nuovo amico brasiliano, per avermi inviato questa foto. Che inserisco volentieri nel blog

martedì 3 maggio 2011

La Juve si rilancia a Roma. E quella frase di Moratti...


"Il nostro dovere è di non lasciare nulla di intentato e l’obiettivo quindi è di fare il massimo dei punti nelle ultime quattro partite". Con queste dichiarazioni Del Neri descrisse lo spirito che animava la Juventus prima dell’incontro disputato ieri sera a Roma contro la Lazio.
Così espresse, in tutta sincerità, sembravano dare origine ad una versione "mascherata" del famoso concetto delle quattro finali consecutive da vincere, senza che comunque venisse stravolto il significato.

Nella sostanza, in effetti, variava poco: per dare un senso alla parte conclusiva della propria stagione alla Vecchia Signora non restava altro da fare se non provare a cogliere successi in tutte le gare rimaste a disposizione, per poi guardare - di volta in volta - cosa sarebbero state in grado di combinare le squadre davanti a lei in classifica.

Indossati i panni della sfavorita, espugnando lo stadio "Olimpico" la Juventus è riuscita a rilanciarsi, rovinando - nel contempo - i piani dei biancocelesti: senza i tre punti della mancata vittoria contro Madama la trasferta che dovranno affrontare ad Udine domenica prossima è diventata estremamente delicata. In caso di sconfitta verrebbero superati dai friulani; con un pareggio dovrebbero sperare in un risultato positivo del Milan contro la Roma per mantenere il quarto posto. In ogni caso adesso alla Lazio manca quel distacco necessario sulle dirette contendenti per giocarsi le ultime due giornate del torneo con relativa tranquillità, lasciando loro i posti disponibili per partecipare all’Europa League. Gli spiccioli, in pratica.

Madama era arrivata nella capitale forte di un miniciclo di sei risultati utili consecutivi, frutto di tre vittorie e altrettanti pareggi: troppo poco per fare salti in alto in classifica, abbastanza per rimanere nei dintorni degli obiettivi minimi ed alimentare ogni tanto nell’ambiente speranze di un balzo finale che le potesse consentire di dare (come detto) un senso alla stagione.
Le capitò una cosa simile anche ad inizio campionato, quando dalla sconfitta casalinga contro il Palermo (23 settembre 2010) a quella col Parma (sempre a Torino, 6 gennaio 2011) passarono tre mesi e mezzo e tredici incontri, di cui soltanto sette vinti. Quello, però, era il momento buono per cavalcare l’onda dei risultati positivi e raccogliere il più possibile, a fronte di momenti difficili che prima o poi, così come successo, sarebbero arrivati.

Sommati i (pochi) punti conquistati ad oggi dalla Juventus con quelli (molti) dilapidati nel corso dell’anno, è aumentato il rammarico per quanto poteva essere e non è stato. Non si sta certamente parlando di scudetto, quanto di poter accedere alla prossima edizione della Champions League entrando dalla porta di servizio, se non - addirittura - da quella principale. Infortuni a parte, una delle principali cause che hanno portato alla situazione attuale è la carenza di campioni di elevato spessore tecnico nella rosa a disposizione di Del Neri, quelli che aiutano non soltanto ad aumentare la qualità del gioco in mezzo al campo, ma consentono anche di avere a disposizione la personalità indispensabile per vincere quelle gare il cui risultato rimane in equilibrio sino al novantesimo minuto.
I campioni, quelli veri, oltre alla classe aggiungono la voglia di imporsi tipica di chi non si arrende (e non si accontenta) mai. Ovviamente non è un caso se nel corso delle ultime due stagioni la Juventus è riuscita ogni tanto a tirare fuori la testa dalla sabbia in concomitanza con le giornate in cui Del Piero l’ha presa per mano.

Prima dell’infortunio di Quagliarella si diceva che le mancasse una punta di peso fisico e specifico che potesse consentirle di "chiudere" quelle partite nelle quali era indispensabile il classico colpo del kappaò per avere ragione dell’avversario di turno; a seguito di quanto capitato all’attaccante di Castellammare di Stabia la Vecchia Signora rimase con poche munizioni nel reparto offensivo per due settimane (e tre gare: Bari, Sampdoria, Udinese) anche a causa dello stop forzato di Toni trascorsi pochi giorni dal suo arrivo a Torino, raccogliendo la miseria di quattro punti.

Il successivo innesto di Matri non bastò per colmare le lacune che - nel frattempo - si erano manifestate in altre zone del campo. Una squadra come la Juventus che in trentacinque gare di campionato non è in grado di vincerne sette dopo essere passata in vantaggio, accumula nove sconfitte, ha una media inglese di "- 13", subisce quarantadue goals (contro i ventitré del Milan o i trentatré della stessa Lazio) e totalizza due punti in più di quanto realizzato lo scorso campionato, più che di rimpianti deve parlare di errori. Di programmazione e di gestione, senza dimenticare come la sfortuna - per diverso tempo - è stata una cattiva compagna di viaggio.

Anche se, come ha correttamente osservato Del Neri al termine della gara disputata ieri sera, nell’arco di un’intera stagione ci sono pure situazioni nelle quali si riesce ad ottenere più di quanto si meriti: sempre la Lazio, giusto per fare il nome di una "vittima" dei bianconeri tanto all’andata quanto al ritorno, nonostante le buone prestazioni non è riuscita a racimolare contro la Juventus neanche un punticino a causa della sconfitta di Roma e di un goal a tempo abbondantemente scaduto di Krasic con la complicità di Muslera a Torino.

Adesso rimangono tre giornate (e nove punti) per sperare in un quarto posto difficile, ma ancora non impossibile. Nel frattempo il presidente dell’Inter Massimo Moratti "scuce" il tricolore dalle maglie della sua squadra per porgerlo al Milan: "Chi vince lo scudetto lo merita sempre". Chissà se lo avrà detto anche davanti al procuratore federale Palazzi nell’incontro che ebbero poco più di un mese fa, quando discussero degli anni in cui era la Juventus a fare raccolta di tricolori.
Queste parole non avranno certamente fatto piacere ad Andrea Agnelli, mentre John Elkann ha già fatto sapere di essere proiettato nel 2014: "I miei sentimenti sono legati alle cose che faremo in futuro. Non ho nessun tipo di attitudine nostalgica".
Solo chi è juventino può capire…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 25 agosto 2010

La Juventus a Villar Perosa: quest'anno è stato diverso...


Una volta l'appuntamento estivo a Villar Perosa era particolarmente gradito ai tifosi juventini: in molti accorrevano nella località piemontese per assistere alla passerella dei giocatori bianconeri nel campo di casa Agnelli, sotto gli occhi di Gianni e Umberto. Venivano studiati i "nuovi" acquisti e salutati i "vecchi". Una frase dell'Avvocato, in quell'occasione, si sapeva già che sarebbe entrata nella storia giornalistica di questo sport prima ancora che iniziasse a pronunciarla.

Col tempo ha finito col perdere un pò del suo fascino, incastrato tra una miriade di amichevoli di lusso e triangolari di prestigio (con relativi "ritorni" economici): il calcio estivo, poco alla volta, invase le televisioni quanto (e forse più) di quello "invernale". Si discusse anche della convenienza di continuare questa tradizione.

Negli ultimi anni, senza gli Agnelli e caduta (fatta cadere) la Triade, è venuta a mancare anche "la" Juventus. Dovevano bastarne cinque, a partire dal 2006, per farla rinascere e tornare ad essere competitiva ad altissimi livelli. Ne sono stati sufficienti quattro per affondarla.
La serie A, nel frattempo, ha perso il suo fascino; il calcio sotto l’ombrellone - tranne qualche eccezione - è diventato un piacere per pochi: per un "Trofeo Luigi Berlusconi" che da criptato torna in chiaro, ci sono moltissime altre amichevoli che ora si possono vedere solo a pagamento.

La prima partitella estiva in famiglia della Vecchia Signora del nuovo corso di un Agnelli, Andrea, non poteva passare inosservata. Krasic che si paga un aereo privato pur di non mancare all'appuntamento con l’esordio (in allenamento) con la maglia bianconera; lo stesso Presidente e John Elkann che rispondono per le rime alle (allucinanti) esternazioni di Massimo Moratti; da un momento all'altro si materializza il figlio di Antonio Giraudo, Michele, immortalato mentre abbraccia Andrea e stringe la mano al cugino; Diego viene acclamato dai tifosi bianconeri negli stessi momenti in cui circola sempre più insistente la voce della sua cessione al Wolfsburg, così come Trezeguet che viene dato - all’improvviso - per sicuro partente; dal nulla spunta fuori una trattativa in via di definizione con Di Natale che nessuno si aspettava.

Quante altre volte è capitato che nel giorno della classica "sgambata" di Villar Perosa accadessero così tanti fatti di una certa rilevanza in contemporanea?
Nel prossimo futuro, almeno, non si potrà dirà che anche quest’anno si è trattato della solita giornata all’insegna dei ricordi. Ma per iniziare a scrivere nuove pagine di una storia ferma dal 2006, questo può essere considerato soltanto un piccolo passo. Se in avanti, poi, lo si potrà vedere soltanto in un secondo momento.

Domani ci sarà il ritorno dello spareggio per accedere all’Europa League contro lo Sturm Graz. Non ne parla quasi nessuno: il goal decisivo di Amauri nel corso della gara di andata è riuscito ad evitare un pericoloso carico di tensioni in vista del ritorno a Torino. Ci sono già troppi fantasmi da scacciare: vincere aiuta a vincere (Del Piero dixit). E questa squadra, per ritrovare se stessa, ha necessità di riprendere a farlo il più presto possibile. Oltre ad una buona dose di giocatori di qualità da inserire nella rosa: con Krasic e Aquilani ci si è mossi in questa direzione. Ma si può - e si deve - fare di più.

Da "Twitter" a "Facebook": alcuni giocatori manifestano i loro stati d'animo al mondo intero utilizzando gli strumenti che la questa epoca mette a loro disposizione. Proprio come fossero ragazzi qualsiasi. A volte, andando un pò al di sopra delle righe, tirando in ballo argomenti che - data la loro delicatezza, visto che si parla anche della loro professione - meriterebbero una maggiore riservatezza.
Campioni si nasce o si diventa? La maggior parte di loro (mediamente) ha una quindicina di anni per dimostrarlo sui campi di gioco, in Italia e all'estero.
Per comportarsi da persone serie, invece, non è necessario aspettare tutto questo tempo.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

lunedì 24 maggio 2010

John, ne valeva la pena?


Mentre girovagavo su internet, mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo, scritto da Del Re (qui il link sul sito di GIU'leMANIdallaJUVE).
Il minimo che potessi fare, era riportarlo nel mio blog. Complimenti vivissimi all'autore.


Un Agnelli torna alla Presidenza della Juventus. Così come il padre Umberto, anche Andrea ha nel destino il dovere di rilanciare le sorti del gioiello di famiglia; egli, il padre, ci riuscì per ben due volte, in due ere calcistiche ben distinte.

Ad Andrea va un caloroso “in bocca al lupo”, viste le premesse elkaniane di quello che fino a due giorni fa era il “projettò” e che alla resa dei conti si è rivelato il più grande imbarazzo della storia juventina ultracentenaria.

Ma il presente articolo non è dedicato all’erede Agnelli che la tifoseria bianconera ha sempre sostenuto e fortemente voluto; no, il presente articolo è indirizzato a mò di lettera aperta all’altro erede Agnelli, quello “per caso”, il diafano John Jacob Philip Elkann, il cosiddetto nipote dell’Avvocato.

Già, colui che in soli quattro anni è riuscito a disintegrare la storia del club come e meglio avrebbe potuto fare il più feroce degli antijuventini, che so: uno Zeman o un Moratti qualsiasi.

Qui ed ora è perfettamente inutile stare a ricordare la storia di tale scempio: ad esempio quando e perché il padre di Leone e Oceano decise di cooptare Jean Claude Blanc nel CDA Juve, novello cavallo di troia per il ribaltone farsopolista, oppure come si fosse rifiutato di difendere i suoi straordinari dirigenti, che, nuove inter-cettazioni alla mano, risultavano nuotare più o meno con stile insieme a tutti gli altri pesci dello stagno pallonaro italiota, santi subitanei compresi; inutile anche soffermarsi sulla sua totale inettitudine che portò alla scelta di un gruppo dirigente non adeguato per qualità imprenditoriali, sportive, di comunicazione e di rispetto verso coloro che sostengono il “core business” bianconero: i suoi tifosi.

Qui ed ora voglio solo chiedere al protetto del quadrumvirato Montezemolo – Grande Stevens –Sant’Albano – Gabetti se, a distanza di quattro schifosissimi anni, visto quanto ha prodotto, e non solo a Torino, ma in proporzione direttamente inversa anche a Milano, sponda nerazzurra, ne valesse davvero la pena.

Ingegnere, valeva la pena sacrificare quel piccolo fastidioso asset della Exor per riequilibrare a Suo favore i delicati rapporti di forza all’interno della famiglia? Soprattutto visto che a quattro anni di distanza la Juve torna in mano al suo “legittimo reggente”, al quale era stata così volgarmente strappata.

Ingegnere, valeva la pena tentare questo “putsch” in salsa ferrarista, visto l’esito catastrofico dello stesso? Mi spiego meglio: il suo capo tutor, Montezemolo, Le avrà spiegato che la ribalta mediatica sportiva è un mezzo di propaganda straordinario; ma Le avrà spiegato anche che lo è solo ed esclusivamente se si ottengono risultati. Le ha spiegato, e lui dopo Italia ’90 e l’anno successivo alla Juve dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro, che le sconfitte comportano mediaticamente l’effetto contrario? Soprattutto se tali sconfitte sono condite da tutti i record negativi pensabili ed immaginabili, siano essi sportivi che di bilancio?

Ingegnere, valeva la pena lasciare che dall'interno della società venissero dichiarate tante falsità sull’operato manageriale della Triade, al solo fine di dimostrare la bontà delle scelte da Lei intraprese in quel Maggio 2006? Mi rispiego meglio: valeva la pena raccontare la fandonia dell’insostenibilità dei bilanci dell’ex (purtroppo!) AD Giraudo rispetto a quelli simpatici del nuovo (purtroppo!) AD Blanc? Oppure avallare la denuncia contro gli ignoti Moggi, Giraudo e Bettega alla Procura di Torino per false comunicazioni sociali? Le ricordo che il giudice ha assolto con formula piena i suddetti.

Ingegnere, valeva la pena dichiarare che la Juventus sarebbe stata una società nuova, trasparente, onesta e simpatica, sostenibile sul piano sportivo e soprattutto finanziario? Mi ri-rispiego: per essere onesti e simpatici, nonché trasparenti Lei aveva promesso che mai e poi mai tre uomini soli avrebbero avuto tutto il potere nelle loro mani; ma allora mi spieghi perché Blanc ha ricoperto per tre anni sia il ruolo di AD che di DG e da quest’anno persino quello di Presidente. Ma soprattutto mi spieghi perché ad oggi la Juve onesta e simpatica, non quella vera e vincente pre 2006, ma la Sua, quella ridanciana e perdente, abbia l’ex (per fortuna!) Presidente, l’AD ed il DG tutti indagati per reati finanziari; senza contare che anche uno dei Suoi tutor è sotto processo per la questioncina “Equity Swap”.

In fine, e concludo, Ingegnere, valeva la pena farsi odiare in maniera così viscerale da un quinto del popolo italiano? Crede davvero che l’aver ricondotto questo ignobile surrogato della nostra Juventus nelle legittime mani di Suo cugino Andrea attenuerà quel senso di giusto disprezzo che ogni juventino vero proverà sempre nei suoi confronti?

John, ne valeva la pena?


Ps: così... solo per scrivere altre due righe in croce...
Riporto giusto il contenuto di questa intercettazione fresca fresca...
Roma, 24 mag (Il Velino) - La sera del 12 maggio 2005, al termine della partita Cagliari-Inter (1-1), l’arbitro Paolo Bertini chiama il designatore Paolo Bergamo per lamentarsi delle pressioni di Giacinto Facchetti prima dell’inizio dell’incontro. “Sa, questa è la tredicesima partita, eh? - dice l’ex calciatore all’arbitro negli spogliatoi -. Per ora siamo in perfetta parità: quattro perse, quattro vinte e quattro pareggiate. Eh, sa, per l’Inter non è che sia un grande score…”. “Non è stato piacevole - commenta Bertini con Bergamo -. A volte è imbarazzante una premessa del genere…”

BERGAMO - Pronto?
BERTINI - Sei a letto, Paolo eh?
BERGAMO - No, se… Allora?
BERTINI - Com’è andata, che mi dici?
BERGAMO - Mah, ho visto l’ultima mezz’ora perché m’avevano avvertito di questo fallo di mano che… no, non è mica espulsione comunque…
BERTINI - Quella non è espulsione!?
BERGAMO - No… non è mica… una chiara occasione da rete…
BERTINI - Ma poi si può fare una disposizione di carattere tecnico su tutto ma non c’ha… forse la mancata percezione di dove fosse come posizione ma non può essere ritenuta una occasione di…
BERGAMO - No, assolutamente.
BERTINI - È stato quello che… l’unica cosa…
BERGAMO - Protestavano un po’ quelli dell’Inter, so’ un po’ insofferenti, quando…
BERTINI - Eh, me ne so’ accorto. È stata una remata dal primo minuto, poi, eh? Non capisco, non capisco perché. Tra l’altro c’è stato Facchetti a inizio partita, è venuto dentro lo spogliatoio a salutare con quel fare sempre… “Ah, sa questa è la tredicesima partita, eh? Per ora siamo in perfetta parità: quattro perse, quattro vinte e quattro pareggiate. Eh, sa, per l’Inter non è che sia un grande score”, ha detto. Quindi l’abbiamo preparata in questo modo la partita.
BERGAMO - Mh, mh…
BERTINI - Eh, non è stato piacevole, non è stato piacevole…
BERGAMO - E bisogna che ci parli, sì. …(incomprensibile) …più tranquillo in campo… C’avevo già parlato, gliel’avevo già detto, ma questo non capisce un ca**o…
BERTINI - No, ma ho l’impressione… non so nemmeno l’interlocuzione più giusta quale possa essere perché questa veramente…. A volte è imbarazzante. Una premessa del genere… ci siamo guardati tutti, ci siamo guardati tutti prima della partita…
BERGAMO - Ascoltami, quando avrai buttato giù con me, dopo chiama Gigi (probabilmente Pairetto, ndr) che si è accorto che m’hai chiamato…
BERTINI - Dici? Sì, sì certo.
BERGAMO - Capiscimi…
BERTINI - E quindi, niente, insomma, questa situazione te l’ho detta appunto.
BERGAMO - Grazie, comunque la partita, a parte il clima…
BERTINI - Al di là di questo, insomma la partita è poi andata bene.
BERGAMO - Per quella parte lì che ti diceva ti ci penso io, dai...
BERTINI - Sì, perché tra l’altro non ha neanche senso. Non mi sembra di avere fatto… Anzi, anzi… Vabbuò.
BERGAMO - Buonanotte, ci sentiamo.
BERTINI - Ci sentiamo domani, va…
BERGAMO - Vabbè grazie, ciao.
BERTINI – Ciao.

CIAO A TUTTI.....

giovedì 22 aprile 2010

Quanto vorrei che ci fosse qui mio nonno...


A Roma, vicino a Ponte Milvio, quello degli innamorati e dei loro lucchetti, a due passi dall’Olimpico, domenica scorsa si è vissuta un’altra giornata di (ordinaria) follia all’italiana: i goals di Vucinic sono finiti in secondo piano di fronte alle asce, ai coltelli, alle mazze e alle bottiglie molotov sequestrate dalla Polizia nei dintorni dello stadio. Fuori, due tifoserie a confronto, con il contorno di un razzo che ha finito per bruciare un’auto; dentro, nel rettangolo di gioco, il siluro del montenegrino ha annientato i biancocelesti e ha riportato i giallorossi in testa alla classifica del campionato di serie A. I cori razzisti a Juan valgono quanto quelli riservati al Meazza a Sissoko (in pratica, niente); gli strascichi polemici si sono concentrati per quanto successo nel dopo gara: dai pollici versi di Totti allo sgambetto rimasto impunito di Radu a Perrotta, sino ad arrivare alla pallonata di Zarate ad un romanista.

Ranieri guida la sua Roma con un punto di vantaggio sull’Inter, mantenuto in una delle giornate più difficili. Ora, alla quart’ultima, sempre all’Olimpico, arriverà la Sampdoria di Cassano. Un "ex", genio e sregolatezza, avanti con gli anni rispetto ad un altro talento che, come lui, sta percorrendo ad alta velocità la corsia della dispersione del proprio talento calcistico: Mario Balotelli. "Super", per i tifosi nerazzurri. Sino a poco tempo fa. E per quella stampa che ne invocava in continuazione la convocazione, al pari del giocatore sampdoriano, in nazionale azzurra per i prossimi mondiali in Sudafrica. "Un’Italia per vecchi", "Lippi non crede nei giovani". Solita musica: a bocce ferme, tutti contro il commissario tecnico. Poi, però, quando il carro dei vincitori riprende il suo cammino, eccoli pronti a salire "in corsa". Adesso, naturalmente, nessuno che rettifichi quanto scritto in precedenza e che si schieri apertamente a favore di Marcello Lippi per aver visto giusto (nel merito) ed essere stato coerente nelle sue decisioni.

Nella serata della vittoria memorabile in Champions League contro il Barcellona, la luce del giovane attaccante si "spegne" del tutto. Era andata ad intermittenza in tutti gli stadi d’Italia: a Milano, s’è persa definitivamente. Il lancio della maglia a terra rimarrà, nel tempo, il simbolo di un divorzio annunciato da mesi, e consumato con l’ingaggio, come procuratore, di Mino Raiola (lo stesso di Ibrahimovic).
I blaugrana scendono dal pullman a 5 stelle con il quale sono arrivati al Meazza con l’atteggiamento di chi si trova ad affrontare una gita di piacere, per sbrigare una pratica veloce in attesa della passerella al Camp Nou il prossimo 28 aprile. Ultima tappa prima della finalissima al Bernabeu di Madrid prevista per il 22 maggio, nella tana degli avversari di una vita.
Il goal di svantaggio non ferma l’Inter che, in un colpo solo, ritrova coraggio, intensità di gioco e arbitro.
Ora, in Spagna, dovrà preoccuparsi di fermare la (prevedibile) furia dei catalani.
Ultimo (o penultimo) sforzo di una stagione intensissima, dove le energie andranno divise (e gestite) anche con il finale di campionato e con quella Coppa Italia che il 5 maggio (toh?) la riproporrà davanti alla stessa Roma.

(Ad oggi) Buffon resterà anche il prossimo anno in maglia bianconera: tanto l’agente Silvano Martina quanto lo stesso Roberto Bettega lo hanno confermato a più riprese. Su Del Piero iniziano a circolare le prime voci di una possibile esperienza (anticipata di un anno) negli Stati Uniti; per Caceres si lavora per un’altra stagione in prestito (oneroso), per poi acquistarlo dal Barcellona ad un prezzo ridotto tra due estati; su Trezeguet si vocifera di un nuovo (forse decisivo) contatto con il Milan; Benitez, come allenatore, è più di un’idea; il nome di Giuseppe Marotta riprende a circolare per la funzione di direttore generale.
Si lavora, nonostante tutto. Oltre le delusioni di una stagione incredibilmente negativa, di una qualificazione alla prossima Champions League quasi impossibile, sull’onda di un entusiasmo in casa Elkann per la nomina del giovane John a presidente della FIAT. A soli 34 anni.
"Quanto vorrei che ci fosse qui mio nonno". Queste le sue parole, pronunciate nella giornata di martedì, in uno stato d’animo visibilmente emozionato.
Fosse mai stato possibile, avrebbe dovuto rispondere alla prima, (quasi) sicura domanda dell’Avvocato: "ma chi ha ridotto così la Juventus?"

Mentre Zeman querela Moggi per aver sintetizzato in tre sole parole la sua carriera in panchina ("non sa allenare"), i "quattro barboni" (parole e musica del figlio Gianfelice, complimenti per la signorilità) accusati di aver cercato di minare la credibilità di Giacinto Facchetti, in realtà hanno portato alla luce fatti, intercettazioni e materiale in grado di aprire una nuova indagine sul mondo del calcio. Calciopoli, questa volta. Non più Farsopoli. Tempi e modi diversi, interrogazioni in ambito sportivo che in alcuni casi dovrebbero seguire, parallelamente, quelle previste nel processo penale di Napoli. Chi proverà a bluffare da un lato, potrebbe venire presto scoperto dall’altro.
Vero Zamparini?

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 28 marzo 2010

Juve-Atalanta. E la storia si ripete...



"Vogliamo dare una scossa alla squadra e mettere i giocatori davanti alle loro responsabilità. Contro l'Atalanta per noi era un "match ball" in chiave secondo posto".
Con queste parole Jean Claude Blanc spiegò alla stampa e ai tifosi bianconeri la scelta di Ciro Ferrara quale traghettatore della Juventus per le ultime partite dello scorso campionato. Servivano sei punti, vale a dire due vittorie, per arrivare secondi. Ferrara promise di chiederne sette ai giocatori. Era il 18 maggio 2009. Il giorno prima, all’Olimpico di Torino, si giocò Juventus-Atalanta, in uno stadio vuoto a causa della squalifica per i cori contro Balotelli.
Il risultato finale fu 2-2 (Iaquinta e Cristiano Zanetti per i bianconeri, Cigarini e Pellegrino per i bergamaschi).
Da Luis Carniglia a Claudio Ranieri: dal 1969 al 2009, quarant’anni di attesa per trovare un altro esonero in corso d’annata in casa Juventus, con l’aggravante di averlo fatto a due sole giornate dalla conclusione del torneo. Una società che aveva perso il controllo della situazione, lasciando l’allenatore solo di fronte alle critiche pesantissime e ad uno spogliatoio dove - da tempo - diversi giocatori importanti avevano perso il feeling con lui.
Un anno (calcistico) o dieci mesi (effettivi): si prenda l’unità di misura preferita, ma la sostanza è che la storia si è ripetuta. Un altro Juventus-Atalanta come cornice di un (nuovo) fallimento.
La storia è fatta di corsi e ricorsi: vale per i vincitori, ma anche per i vinti.
Vale per i vincenti, ma anche per i perdenti.

"Abbiamo deciso di affidare la guida della Juventus a Ciro Ferrara dopo gli ultimi risultati, in particolare dopo il pareggio contro l'Atalanta. Una scelta ponderata, condivisa da società, cda e proprietà. In queste ultime due giornate ci giochiamo questa e un pezzo della prossima stagione, siamo consapevoli che non sarà facile per Ciro, ma la sua missione è conquistare la qualificazione diretta in Champions".
Solo in campionato, compreso l’incontro giocato con l’Atalanta, la Juventus veniva da 6 pareggi e una sconfitta nelle ultime sette gare giocate. C’era il pericolo di essere scavalcati da Fiorentina e/o Genoa (quello di Milito e Thiago Motta), e di dover arrivare in Champions League passando per i preliminari. Quelli che oggi, se raggiunti, rappresenterebbero un sogno diventato realtà.

Blanc: "Sappiamo che mandare via un allenatore non rientra nello stile Juve, l'ultimo esonero a stagione in corso risale al 1969. Ma da 3 anni siamo in una situazione diversa dal passato. Non è nemmeno stile Juve giocare i preliminari di Champions e finire le stagioni in questo modo".
Quest’anno, invece, si è riusciti a fare decisamente peggio…
L’accesso diretto alla massima competizione europea veniva considerato come la garanzia di poter disporre del denaro liquido necessario a rinforzare ulteriormente la squadra. Quel denaro, poi, investito - soprattutto - negli acquisti di Diego e Felipe Melo.

Giovedì 25 marzo 2010. Blanc: "Siamo ancora in ballo (per i preliminari di Champions League), ma una società gestita in modo professionale e oculato potrebbe, in teoria, gestire anche una eventuale esclusione".
John Elkann, il giorno dopo: "Manca grinta a tutti i livelli, bisogna reagire (allusione al quarto posto) per costruire una Juventus più forte".
Delle due, l’una: o i soldi si investono comunque (a prescindere dalla posizione al termine dell’attuale campionato), oppure la Juventus è vicina ad un vero e proprio (temporaneo) ridimensionamento.

A parlare, questa volta in questo articolo, non è chi scrive, ma chi promette. E illude. O pensa di farlo. Perché chi si sente tradito nell’amore, non dimentica.
Le frasi pronunciate da parte di chi occupa posizioni importanti in seno alla Juventus non sono mai parole buttate al vento: rimangono scolpite nella memoria dei tifosi. Dura come la pietra. Solo in campionato: 11 sconfitte in 30 partite. Questi sono i fatti. E’ difficile parlare di tattica, quando da mesi hai un mediano pagato a peso d’oro che viene messo a fare il regista e quando anche i muri hanno capito che il rombo a centrocampo, con i giocatori a disposizione, non funziona. E’ impensabile parlare di condizione fisica, quando i calciatori delle altre squadre dimostrano di correre (almeno) il doppio di quelli bianconeri. E’ fastidioso discutere di infortuni, quando ormai quelli non fanno neanche più notizia. Non te la puoi neanche prendere con l’allenatore, perché hai un "traghettatore".

L’invito a proprietà e dirigenza è quello di scendere in campo, domenica, qualche minuto prima dell’inizio della gara, ed osservare gli spalti intorno a loro. Anche questa volta, così come accadde lo scorso 17 maggio 2009, alcuni settori dello stadio saranno vuoti. Per scelta, non per costrizione.
Il progetto nato a Marrakech, il lontano 31 dicembre 2004, è finalmente giunto a compimento. A chi li seguirà, poi, verso l’uscita dello stadio, si rivolge l’invito a voler chiudere la porta dietro di loro. A chiave. A doppia mandata.
Per non avere, il prossimo anno, un altro Juventus-Atalanta come contorno di un (nuovo) fallimento.
La Juventus tornerà ad essere grande. E’ solo questione di tempo. Lo vuole la storia, lo impone il blasone, lo reclama l’immenso bacino d’utenza dei tifosi. "Quando" accadrà, dipenderà solo da "quando" cambieranno le persone al suo timone. "Prima" accadrà, meglio sarà. Per tutti.


Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 20 marzo 2010

Noi siamo la Juventus. Voi chi siete?

Un foglio bianco, vuoto, da riempire. Le idee che partono dalla testa, ma vengono stravolte quando passano attraverso il cuore. Che piange lacrime di rabbia e disegna uno dei soliti articoli, pieni di livore, voglia di contestazione, richieste di aiuto verso chi non vuole (o non può ancora) ascoltare.
I biglietti per la prossima partita della Vecchia Signora, a Genova, accanto al computer. La voglia di strapparli, gettarli dalla finestra e farla finita. Basta calcio. Basta Juventus. Quella non c’è più. E’ durata 109 anni. Dal 2006 è diventata la "nuova Inter". Nella sua versione da "perdente di successo".

La corsa per rientrare dal lavoro, tra treni, ritardi, traffico ed altri impegni per assistere all’ennesima figuraccia. Unica differenza col passato: stavolta si giocava alle 19.00. Questa mancava. Per le altre ore, compreso quelle al sabato durate la permanenza in serie B, avevamo già dato. Adesso i ceffoni vengono presi anche dall’allenatore che "preferiva Pistone a Roberto Carlos" (Mr. Roy Hodgson) e dal suo Fulham. Da società di calcio a organo di beneficienza calcistica: chiunque può passare, prendere i tre punti (o buttarci fuori da una coppa) e andarsene. Anche senza dire nulla. L’importante, però, è salutarli sempre con il sorriso sulle labbra.

Una società senza cuore, una dirigenza senz’anima, una squadra composta da un gruppo di ragazzini che cercano l’autostima prima della vittoria. Non si possono contestare: anche dagli spalti bisogna tenere un atteggiamento consono al nuovo stile. Se qualcuno prova a fischiarli, si viene mandati a quel paese. Se si accenna a qualche critica, ti viene fatto il dito medio.

Dalla grinta di Furino alle corse rabbiose di Davids, dai baffi di Benetti agli "schizzi" di Tardelli, dai tackle di Deschamps alla zazzera bionda di Nedved, da "Combi-Rosetta-Caligaris" a "Zoff-Gentile-Cabrini", da Boniperti a Scirea, da Sivori a Platini e Zidane, da Trapattoni a Lippi e Capello.
Un foglio bianco che si sta riempiendo. Il cuore che smette di scaricare rabbia e inizia a comporre odi di epiche imprese, di eroi calcistici passati alla storia per vittorie leggendarie. La lista è lunga, una chiavetta USB non basterebbe a conservarle tutte. Le consonanti e le vocali diventano note, la tastiera un pianoforte, per riproporre una musica diventata tradizione. Ma rimasta tale.

Negli sguardi dei giocatori juventini lo sconforto, il non riuscire a fare qualcosa di positivo. La paura di un vero contrasto, la voglia di prendere il pallone (e di non lasciarlo più) rimasta solo nelle intenzioni.
Fa male, se contrapposto allo spirito di chi indossava una maglietta che una volta era un’armatura, quando si aspettava che l’ultimo degli avversari entrasse in campo per chiudere la porta a chiave. E buttarla via. Solo allora la corrida poteva avere inizio. Già dai loro occhi si capiva che sarebbe stata dura: erano la vittima predestinata. Una sola frase: "noi siamo la Juventus. Voi chi siete?". Il pallone tra i piedi come unico obiettivo. Pur di averlo, si prendeva tutto quello che gravitava in zona: gambe, caviglie, stinchi. Le tibie degli avversari, una volta finito di "sbranarli", usate come filo interdentale.

Il silenzio prima delle partite come strumento per conservare la rabbia da sfogare in campo. Leoni, quelli di una volta, contrapposti ai gattini che oggi fanno le fusa ai tifosi. Proclami che nascondono insicurezze, figlie di una proprietà che immagina bastino 50 milioni di euro ogni estate da spendere per zittire quei tifosi nostalgici di una Juventus vincente e antipatica. Una dirigenza senza capo né coda, scelte di mercato insensate figlie di progetti immaginari e condite da consulenze inappropriate. Allenatori su cui scaricare le colpe di fallimenti continui.

Tifosi, milioni di tifosi, che devono tenere duro. Perché finirà: si tratta solo di certificarne la data.
La Vecchia Signora come amante, fidanzata, moglie, confidente, sorella, migliore amica, ragione di vita. Emozioni continue. Sofferenze, anche quando si vince. Momenti della vita di ognuno scanditi da partite, giocatori che vengono visti nascere e poi passare. A volte: a guardare gli incontri dall’ultimo anello, su in cielo. Accanto all’Avvocato. Che non ne dimenticava uno.

Un esercito di sostenitori confuso, guidato da comandanti che non hanno la più pallida idea di dove si trovi la porta per uscire dalla caserma. E non sanno da che parte leggere le mappe. Troppo brutto per essere vero. Infatti: non è vero. Continuerà così sino a quando le persone che lo guidano non cambieranno. E non saranno un Ribery o un Fabregas di turno a modificare lo stato delle cose. Messaggio per gli illusi: chi vuol capire, capisca.

Il foglio bianco è pieno di ricordi, messaggi, siluri, amare constatazioni.
E anche amore. Di un semplice soldato di frontiera, orgoglioso di essere juventino.
Il computer si spegne, l’articolo è stato ormai inserito. I biglietti finiscono nel portafoglio.
Vìa, verso lo stadio Luigi Ferraris. Avanti, incontro alla prossima umiliazione. A testa alta.
Urlando "noi siamo la Juventus. Voi chi siete?".
Rivolto, naturalmente, a chi - attualmente - dirige la truppa bianconera. Prima di mettere gli avversari nel mirino, si guardino i veri nemici. A quelli che sono in casa. Dopo, si penserà ad altro.
Come a far ripartire una storia ferma dal 2006.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Questa volta, a differenza delle altre, anche su “Tutto Juve.com” ho inserito un video creato da me, lo scorso 21 giugno 2009. Ringrazio la redazione del sito per avermi concesso la possibilità di farlo. Il titolo, manco a dirlo, è “Noi siamo la Juventus”. Spero che stavolta venga visto anche dalle persone che devono fare i bagagli e andarsene. Buona visione

domenica 7 febbraio 2010

Liberateci da loro... Vi prego...

Alain Elkann: "la Juventus è nel cuore di molti..."
Thomas: "... MILIONI di tifosi..."

Alain Elkann: "non è che uno può sempre sempre vincere..."
Thomas: "ma neanche SEMPRE SEMPRE PERDERE!!!!!!! "

Alain Elkann: "può darsi che in un avvicendamento sportivo ci siano dei momenti di consolidamento, di cambiamento..."
Thomas: "... voleva dire di MERDA?"

Alain Elkann: "...ma io sono molto ottimista..."
Thomas: "... ah, beh... Ora posso dormire sonni tranquilli..."

Alain Elkann: "...tenevo la Juve già fin da bambino..."
Thomas: "... eccoci... Lo sapevo..."

Alain Elkann: "...io mangiavo a Sivori e Charles..."
Thomas: "... da quando c'è suo figlio alla guida della Juventus, io sto mangiando solo mer..."

Alain Elkann: "...quando le cose non vanno bene, in generale, è già un passo avanti..."
Thomas: "... ecco da chi ha preso John..."

mercoledì 3 febbraio 2010

Il pareggio con la Lazio e la solita società "silente"…



Un pareggio, così come non se ne vedeva dal 17 ottobre 2009 (anticipo con la Fiorentina): da quel momento in avanti, solo sconfitte (molte) e vittorie (poche). Un punto, abbastanza per smuovere la classifica ma inutile per tenere il passo della Roma vittoriosa col tacco di Okaka. Nonostante tutto, e con 6 sconfitte negli ultimi 9 incontri di campionato, la Juventus è ancora in zona Europa League (ad oggi sarebbe qualificata, al Cagliari manca però una gara) e guarda ancora - seppur non da vicino - alla possibilità di raggiungere quella della Champions League. Basti pensare che il posticipo di domenica prossima potrebbe regalare un successo della Fiorentina sulla Roma. Certo che se i bianconeri continuano a non vincere… Ad essere pessimisti, si può semplicemente raccontare la realtà attuale; a cercare di intravedere la luce in fondo al tunnel, si può leggere la classifica e sperare che il cambio alla guida della panchina della Juventus possa portare con sé effetti benefici dai punti di vista psicologico, atletico e tattico. Per vedere un futuro roseo, bisognerà attendere che venga fatta tabula rasa in società: sino a quel momento ogni obiettivo prestigioso resterà una semplice chimera. Roma non è stata costruita in un giorno, e per distruggere una leggenda ci sono voluti quattro anni: Calciopoli è stata la prima spallata, forte ma non definitiva. Una scelta sbagliata degli uomini cui affidare la ricostruzione, il vero colpo di grazia.

Un’invenzione di Saccani, per una volta favorevole ai colori bianconeri (recidivo in negativo, in passato), mette un rigore a disposizione di Del Piero ed apre le porte ad un successo. Mauri, e la solita disattenzione difensiva, la richiudono prontamente. Difficile trovare una squadra che giochi peggio della Juventus attuale: la Lazio è una di quelle. Una linea Maginot davanti al portiere: l’unico modo di sorprenderla era quello di aggirarla. Ma i bianconeri hanno perso l’abitudine ad utilizzare le fasce (a dire la verità, a giocare la palla…): a destra fuori causa quasi tutti per infortuni, a sinistra - partito Molinaro - Grosso (comunque squalificato) non corre, non affonda e crossa dalla mediana, De Ceglie affonda ma crossa (per ora) poco. Più dinamismo all’inizio, poi la lancetta della benzina è finita sul rosso: ce n’è poca già di per sé, la vicina gara giocata contro l’Inter (giovedì scorso) ha finito col pesare più del lecito. La mancanza di turnover (troppi giocatori assenti) non aiuta. Una contestazione continua dagli spalti verso i soliti bersagli, la stessa musica triste che accompagna la Juventus da qualche mese a questa parte.

Commenti post-partite che iniziano ad assomigliarsi tutti: c’è da poco da scrivere di diverso se le prestazioni della squadra non aiutano in tal senso. A monte, non è (stato) un problema di investimenti economici: quelli non sono mancati, e si spera non mancheranno in futuro. E’ (soltanto, purtroppo) una questione di mancanza di competenza. Il dubbio principale è cosa si deciderà di fare di questa società: impensabile continuare in questa maniera. Oltretutto, con questo silenzio. Proprietà silente, il presidente (e non solo) Blanc che parla solo per difendere le sue poltrone, Bettega che fa da frangiflutti per gli errori altrui… Ma sino a quando si dovrà andare avanti così? Dall’ex-Cobolli Gigli che andava alla ricerca dei cronisti che lo intervistassero ai giocatori sempre in prima linea a fare proclami: nel mezzo, il vuoto. La situazione è questa: ma domani? Più su, in cima alla società, sino a quando verrà lasciato così tanto potere decisionale in mano ad una persona che non riesce a distinguere un Nocerino da un Palladino? Ma se basta una semplice punzecchiatura di Maurizio Pistocchi (31 ottobre 2009) sul numero di scudetti vinti dalla precedente gestione - e riconosciuti a fasi alterne da quella attuale - per mettere in crisi Blanc, incapace di rispondergli con prontezza davanti alle telecamere, dove si vuole andare?

Quando si arriva ad ottenere un ruolo delicato in una società importante, esistono due poltrone: quella dei problemi, e quella "di chi risolve i problemi". Un vero uomo d’azienda deve essere in grado di sedersi su entrambe. Nella Juventus attuale, la prima è occupata. La seconda, è desolatamente vuota.
L’organizzazione, in ogni ambiente, è "tutto". Anche nel calcio i risultati, sia positivi che negativi, rappresentano lo specchio di una società.
Dal 2006 in avanti, il club è stato (volutamente) lasciato in balìa del mondo intero, senza che nessuno lo difendesse: dal processo sportivo (?) ai continui attacchi mediatici (carta stampata, internet e televisione), a quelli provenienti dai dirigenti delle squadre avversarie sino ad arrivare alle stilettate degli ultimi tra gli addetti ai lavori. Silenzio, silenzio totale. Neanche per difendersi in prima persona. Sino a quando si andrà avanti così? Al di là del fatto che al termine di questa stagione potrebbe anche verificarsi una (sognata, da milioni di tifosi) rivoluzione in ambito societario, sino a quando gli attuali fautori di questa situazione continueranno a tenere questo comportamento? L’input (o la concessione) della proprietà a chi la dirige in prima persona è quello di gonfiare il petto solo quando si vince una partita ed andare davanti alle telecamere a parlare di progetti, oppure quello di gestire un club di calcio tra i più gloriosi al mondo rispettando i vincoli dei bilanci di una società quotata in borsa e di coniugarli con i risultati sportivi? Perché questo era tutto quanto faceva la precedente gestione. Quella vincente, che per plusvalenza intendeva la cessione di Zidane, pagato poco e rivenduto a peso d’oro, per sostituirlo con gli acquisti di Buffon, Nedved e Thuram. Quella che dava fastidio perché era la migliore, perché era competente, perché aveva creato un futuro solido al club. E perché era legata ad Andrea Agnelli.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 27 gennaio 2010

Dalla panchina di corso Re Umberto ai ristoranti di Blanc


E’ nata da un’idea concepita su una panchina di corso Re Umberto, a Torino, da parte di alcuni studenti del liceo Massimo D’Azeglio. La stanno distruggendo dai tavoli dei ristoranti, più di cent’anni dopo. Una storia gloriosa, leggendaria, quella della Vecchia Signora del calcio. Del "calcio", s’intende, non solo quello italiano. Vittorie epiche, sconfitte storiche, giocatori consegnati agli album delle imprese di questo sport. Un nome "diverso" dagli altri: Juventus. A qualcuno bastava soltanto leggere la lettera "J" in qualche titolo di giornale per emozionarsi.
Dalla cenetta romantica di John Elkann con Blanc nel dicembre del 2004 a Marrakech a quella goliardica dello stesso francese con Lippi a Recco: due innamoramenti fulminei, che stanno rovinando una poesia durata più di un secolo. La passeggiata nell’inferno (altro che purgatorio) della serie B doveva essere "l’inizio della fine" delle sofferenze: ne è stata solo l’antipasto. Questa è un’agonia: pura, vera, senza mezzi termini. Milioni di euro buttati al vento, giocatori deprezzati, "marchio" svalutato.
Lo scorso luglio sembrava fosse finalmente risorta dalle ceneri di Calciopoli; da novembre in poi si è capito come si fosse trattato soltanto di una pia illusione. Non c’è grande squadra senza una grande società alle spalle: è una regola non scritta, (quasi) naturale (Inter esclusa). A nulla serve acquistare buoni (o ottimi) giocatori: nel caos più totale, sfigurano tutti. Se poi ci si aggiungono dei bidoni… Di leader veri ne sono rimasti pochi. Uno, Nedved, non ne vuole sapere di tornare ora, anche se in altre vesti. Non è un caso.
Passano tutti, sui resti bianconeri: in casa come fuori, dalle grandi alle piccole squadre. Oltre il Parma, solo l’Inter - nelle ultime partite - non c’è riuscita: c’è sempre tempo, spazio alla Coppa Italia. In campionato, l’eccezionale rivalità tra le due squadre è stata la spinta indispensabile per vincere la gara. Così tanto forte da lasciare "scarichi" i giocatori nel successivo incontro con il Bayern Monaco. L’importante era battere i nerazzurri: bene, risultato ottenuto. Poi, se si perde anche le altre gare, fa lo stesso. Pazienza. Spirito da provinciali: questa non è mentalità da Juventus. Ma questa "non è" la Juventus.
Si rimpiange Ranieri: non Lippi (allenatore), Capello o Trapattoni. Anche questo è un segno dei tempi che cambiano. Un conto è il comportamento tenuto dalla società (Blanc, nulla più) nei suoi confronti, un altro sono gli errori che il tecnico romano ha commesso nel suo percorso in bianconero ed i limiti che ha fatto (intra)vedere. Sino agli ultimi due mesi della sua permanenza a Torino: fino a quando, in campo, (alcun)i giocatori hanno iniziato a mollare la presa, mentre gli avversari imperversavano - senza pietà - da ogni dove. Perché anche i calciatori hanno le loro colpe. Quando un management è debole, o più semplicemente assente, vige l’anarchia più totale. I risultati, di conseguenza, sono quelli sotto gli occhi di tutti.
Inter-Juventus, quarti di finale di Coppa Italia: da una parte un allenatore (Mourinho) gasato dalla recente vittoria nel derby e desideroso di farsi un regalo di compleanno battendo un’acerrima rivale (dei suoi tifosi); dall’altra, il giovane Ferrara, vittima della sua stessa voglia di non arrendersi di fronte all’evidenza dei risultati negativi conseguiti e di una dirigenza che si è fatta trovare impreparata all'impossibilità di concretizzare un “progetto” senza capo né coda.
Un’assurdità: Ferrara in panchina quando non è (ormai) più allenatore della sua squadra. Non perché la stagione sta per volgere alla sua naturale conclusione, ma per semplice mancanza di immediate alternative. Un’altra, che si va a sommare a quella dello scorso anno: se già era anomalia - per i bianconeri - esonerare un allenatore in corso d’anno, farlo a due giornate dalla fine del campionato, cos’era?
Si cambiano gli allenatori, ma i veri responsabili di questo scempio continuano a rimanere saldamente ancorati nelle loro posizioni.
Nel 1897 nacque una leggenda, di nome Juventus. La sua storia è rimasta ferma al 2006. E non sarà soltanto un nuovo allenatore a scriverla. Ci vuole, soprattutto, una società.
Charles D'Hericault: "Signore, difendimi dagli amici: ai nemici posso pensarci io". A buon intenditor…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 20 gennaio 2010

Il difficile momento bianconero, Totò e la "Banda degli onesti"…


Non si può sempre vincere: le sconfitte fanno parte integrante dello sport, così come della vita. Si va avanti a momenti, a cicli: sia positivi, che negativi. Quando arrivano i tempi bui, una volta preso atto, non rimane che rimboccarsi le maniche e costruire, poco alla volta, un nuovo “futuro”. In quei frangenti a nulla serve buttare all’aria – ogni anno – quello che si è cercato di creare nei mesi precedenti. In casa Juventus, se si vuole finalmente dare corpo ad un “programma” serio, si facciano scelte decise (anche onerose) puntando su persone di spessore (calcistico). Ad ogni livello. E si vada avanti per quella strada, tenendo duro nelle difficoltà. Con i fatti, non solo con le parole dei CDA.
Bettega è rimasto solo al timone di una nave che sta affondando. Il comandante francesce “tridimensionale” (Blanc), dopo averla fatta speronare, è scappato con una scialuppa di salvataggio. Mantenendo onori e lasciando gli oneri a quello “con i capelli bianchi”. Quello che sino poco tempo fa veniva isolato a guardare le partite dalle tribune dell’Olimpico e che adesso è stato richiamato per salvare il salvabile. La persona che ha messo la propria faccia in un mese più di quanto abbiano fatto gli altri in tre anni e mezzo. Perché un conto è parlare di bilanci sani, accordi commerciali, progetti e idee sui nuovi Ronaldinho da costruire in casa, un altro è affrontare le telecamere quando sai che dall’altra parte ci sono milioni di tifosi inferociti. Per errori, oltretutto, commessi da altri. I jolly degli esoneri degli allenatori, adesso, stanno terminando.
Secco prende la macchina per andare a Parma e riportare Lanzafame alla casa madre, e torna con una piadina romagnola. Si richiama Paolucci in un contesto ancora tutto da capire: non tanto per le sue qualità, quanto perché – una volta recuperati gli infortunati in quel settore – diventa difficile capirne la sua collocazione. Da decifrare anche la situazione di Iaquinta: (forse) bisognerebbe chiedere lumi allo staff medico. Quello che non apre le raccomandate (e manco se le aspetta) e riesce a trasformare le punture di un’ape (Cannavaro) in altro (doping), scatenando ironie e sospetti da parte di chi non ha (e non avrà mai) in simpatia la Juventus. Nonostante i numerosi tentativi - in quella direzione - dell’attuale dirigenza e della proprietà.
Gennaro Sardo potrà raccontare ai nipotini di aver segnato un goal storico contro quella che una volta era una squadra gloriosa, ma oggi ne è solo un lontano ricordo. Due “buffetti” di Del Piero e Cannavaro (al portiere del Chievo) sono gli unici pericoli portati dai bianconeri in una gara giocata su campo (?) impraticabile. Gara fisica, in cui si è esaltato (troppo) Granoche: tre indizi (Grygera, Cannavaro e Zebina) fanno una prova. Non per l’arbitro Valeri: l’attaccante andava allontanato dal campo. Ci ha pensato Di Carlo, il suo allenatore, ad evitargli guai peggiori. Una cura-Montero gli sarebbe servita da insegnamento più di quanto non avrebbe potuto fare un’espulsione. Commentare le partite dei bianconeri delle ultime settimane diventa un esercizio (quasi) ripetitivo: si imposta un articolo su una sconfitta, si cambiano solo gli attori. E si lascia fisso il nome del migliore tra i peggiori: Chiellini, il futuro capitano. Degno erede dei (suoi) grandi predecessori.
Felipe Melo continua a giocare (e sbagliare) in un ruolo non suo; si sta penalizzando il talento di Marchisio spostandolo in tutte le posizioni del centrocampo; Diego si impegna ma non riesce ad incidere. Con l’arrivo di Candreva (benvenuto) ci si augura di aver trovato il giocatore giusto da “inserire nel posto giusto”. Sbrogliando la matassa di incomprensioni tattiche di cui il centrocampo bianconero è pieno. Ci si è dovuti anche concentrare sulla coppa d’Africa per gufare il Mali, nella speranza restituisse Sissoko prima del termine della manifestazione. Operazione riuscita: tifare a favore, di questi tempi, non porta nulla. Fare il contrario, a quanto pare, sì. Ma non è un bel vivere.
John Elkann assiste silenzioso al disarmo dei bianconeri, il fratello Lapo parla ma ne prende le distanze: le macchine e gli occhiali assorbono in toto i loro pensieri. Meglio ascoltare gli inviti dei milioni di sostenitori e lasciare in mano all’ultimo Agnelli rimasto, Andrea, quello che era il giocattolo di famiglia. Non garantirebbe alla Juventus un ritorno immediato alla vittoria: però la passione e l’amore con la quale verrebbe gestita basterebbe ai tifosi per potersi concentrare nuovamente (soltanto) sul calcio giocato. E’ la storia, oltretutto, che parla: il binomio vincente non è “Juventus-Fiat”, ma “Juventus-Agnelli”. In ricordo di Gianni, l’Avvocato, e per manifestare il loro dissenso per quanto sta accadendo, i tifosi si ritroveranno il 23 gennaio a Torino: chi non riuscirà ad esserci (come il sottoscritto) con il cuore marcerà pacificamente con loro da Piazzale Caio Mario sino sotto la Curva Sud dello stadio Olimpico.
Dopo, inizierà la partita: Juventus-Roma, Ferrara contro Ranieri, il “nuovo” che non ha funzionato contro il “vecchio” che non funzionava. E che si sta fregando le mani: se il sorpasso è cosa già avvenuta, l’allungo potrebbe essere la massima goduria. Nel mezzo, il Napoli: un punticino contro il Palermo in casa è bastato per lasciare la Juventus a quota 33. “Dica trentatré”: a Verona non ha risposto nessuno…
Nel posticipo della domenica, il derby di Milano: là dove si deciderà questo scudetto. L’elegante e sorridente Leonardo contro l’arrogante e minaccioso Mourinho. L’allegria del Milan contro il nervosismo dell’Inter, quello scoppiato prima ancora che la partita abbia avuto inizio: c’è da capirli, sono comparsi i veri avversari. La Juventus si è rivelata “l’anti” di se stessa; il Milan, preso a pallonate e umiliato 4-0 nella stracittadina d’andata, si è ripreso sino a diventare una squadra vera. Due attacchi fortissimi a confronto, come quello che potrebbe trovare la stessa Juventus sabato sera: Vucinic, Totti e Toni. Gli ultimi due, già soprannominati “To-To”.
“To-to”, variante del nome d’arte di Antonio de Curtis, Totò, il principe della risata. Da lunedì scorso (18 gennaio) la “Gazzetta dello Sport” ha iniziato una raccolta intitolata al grande attore di origini napoletane, da poter acquistare in abbinamento al quotidiano. Il primo dvd è intitolato “La Banda degli onesti”. Un altro modo, per il giornale rosa, di celebrare i successi dell’Inter…


Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 13 gennaio 2010

Quando John Elkann non era disposto a firmare per il secondo posto…


Da Napoli al Napoli. Dagli inizi della splendida carriera di calciatore nella sua città, alla (probabile, quasi certa) fine della prima esperienza da allenatore. Destino crudele, quello di Ferrara. Al di là dell’utopia di un progetto-Juventus che dopo poche giornate aveva dato segni di cedimento, tra lui e Leonardo (i due nuovi volti del "guardiolismo all’italiana") chi sembrava si trovasse in una situazione migliore alla partenza del campionato era il primo. Una campagna acquisti onerosa contro la cessione di Kakà e l’addio di Maldini; una squadra ritoccata nei settori dove era necessario intervenire (e con Cristiano Zanetti) in confronto ad un gruppo orfano di alcuni big e squilibrato verso l’attacco; tredici punti nelle prime cinque gare contro i sette dei rossoneri, conditi con uno 0-4 nel derby con l’Inter ed il contorno della sostituzione ritardata, mancata e polemica di Gattuso (poi espulso). Il giocatore che - in questi mesi - ha dato i maggiori segni di nervosismo a Milanello: grazie all’intervento della società (Galliani) tutto è stato risolto. La società: quella che è mancata a Ferrara e che invece ha sostenuto il brasiliano nei momenti peggiori.
Juventus-Milan: la quantità (attuale) contro la qualità. Ha vinto la seconda: pronostico rispettato. Si accumulano infortuni a ripetizione: anche la sfortuna si accanisce dove lo staff bianconero non ci mette del suo. Confermato (una volta tanto) lo schema utilizzato a Parma: 4-4-2. Più coperti, meno propensi - però - all’offensiva. Stavolta ai rossoneri non ci sono voluti tre calci di rigori per vincere (come contro il Genoa): sono bastati tre calci d’angolo. Il solo Chiellini si salva dalla desolazione generale. Marchisio, all’altezza dei guardalinee, serve poco. Meglio i brasiliani del Milan (e mancava Pato…) di quelli della Juventus. Sei sconfitte nelle ultime otto gare ufficiali: media da retrocessione (ed in Champions League è andata proprio così). Due "zuccherini" (le vittorie su Inter e Parma - più gustoso il primo) con il bonus di un pareggio ben retribuito: quello con gli arabi dell’Al Ittihad, in amichevole. Almeno lì non si è perso.
I risultati, alla fine, sono quelli che contano: in loro funzione e nella frenesia di non perdere contatto con l’Inter, non si è mai cercato la via del gioco. Se la bellissima partita contro la Sampdoria è stata in parte rivalutata dal crollo che i blucerchiati hanno subito nelle giornate successive, la gara a Marassi con il Genoa è rimasta quella della prima metà di stagione dove la Juventus ha mostrato più compattezza, atteggiamento aggressivo e fluidità di manovra.
A dodici punti di distanza dai nerazzurri e a quattro dal Milan non rimane che sgomitare con il Napoli e guardare dallo specchietto retrovisore Roma e Fiorentina. Nel recupero dei viola contro i rossoneri, a questo punto, è meglio augurarsi quantomeno un pareggio. Il risultato ideale? Un successo del Milan.
In vista dell’incontro di coppa Italia contro il Napoli si fa la conta dei superstiti: tra i pochi arruolabili anche Marchisio, che però è squalificato. Si aggregheranno i giovani: qualcuno, invece, dovrebbe arrivare dal mercato di riparazione. In una fascia sinistra dove Molinaro correva ma non crossava e Grosso non corre e non crossa più, Criscito sta crescendo bene a Genova: al momento attuale sarebbe più utile alla causa bianconera lui piuttosto di Palladino. Entrambi sono in comproprietà con il Genoa, così come il ricercato Lanzafame (in prestito al Parma) con il Palermo. Condivisibili le lamentele di Ghirardi sulle pressanti attenzioni della Juventus: non faccia però confronti con quello che era accaduto la scorsa estate. Allora non c’era Bettega, e chi potrebbe allenarlo adesso non sarà più Ferrara ma un tecnico a cui verranno consegnati giocatori con determinate caratteristiche.
Tolto Lavezzi entra Denis: potrebbe non bastare a fermare un Napoli che dal cambio dell’allenatore (Donadoni, grazie a chi di dovere per avercelo messo anche in nazionale) non si è più fermato. Nessuna sconfitta in dodici giornate, ventisei punti e l’aggiunta di Dossena dove si avvertiva la necessità di un acquisto: i cambi di rotta, sotto il Vesuvio, hanno portato beneficio. Anche se Pierpaolo Marino non era la causa di un inizio campionato sballato.
Superata, in un modo o nell’altro, la gara contro i partenopei si tornerà a giocare per il campionato. A Verona, casa Chievo, con un attacco spuntato: causa squalifiche e infortuni giocherà sicuramente Del Piero. Difficilmente verrà schierato dall’inizio il rientrante Iaquinta: in un terreno come quello dove ha vinto l’Inter (del pugno di Quaresma) nel giorno dell’Epifania, potrebbe rappresentare un rischio troppo grosso. Si tratterà, comunque, di una delle scelte difficili di cui si occuperà il nuovo allenatore bianconero. Di sicuro da noi non avrà modo di annoiarsi. L’obiettivo? John Elkann, a fine ottobre, aveva dichiarato che non avrebbe firmato per il secondo posto. Tutti avevano interpretato queste parole come una sfida lanciata all’Inter per la vittoria dello scudetto. Invece, con il passare del tempo, si è capito quale fosse il reale obiettivo della società: il terzo posto. Che perdoni i suoi tifosi: non avevano capito. Pensavano di tifare per la Juventus.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


martedì 12 gennaio 2010

Due righe a John Elkann...


Egregio Signor John Elkann,
immagino che Lei sia troppo impegnato per leggere i blog che parlano di Juventus, ma io queste righe le voglio scrivere ugualmente.
Mi rivolgo a Lei in quanto proprietario della squadra, e faccio finta di non sentire tutte le voci che la descrivono non solo poco interessato ai colori bianconeri, ma addirittura capace di tradire la storia ed il blasone di questa gloriosa formazione per interessi esterni al gioco del calcio.
E le scrivo - considerando che Lei stia cercando di fare il bene della Juve - per chiederle del perché di alcune scelte e soprattutto del perché persistere su quelle stesse scelte dopo i pessimi risultati raggiunti?
Prima di tutto, perché volere una squadra “simpatica”?
Che vuol dire nel calcio una squadra simpatica? Da quando in qua, ad un romanista deve stare simpatica la Fiorentina ed ad un sampdoriano l’Atalanta?
Una squadra di calcio deve rendere felici i propri sostenitori e tristi i tifosi avversari. E una squadra che vince non potrà mai essere simpatica ad un avversario. Tra l’altro noi (anche se c’è chi va in giro a dire il contrario!) simpatici non lo siamo stati neppure in serie B.
Ora mi permetto di chiederle di suo nonno, proprio perché è stato Lei ad accostarlo con orgoglio alla Juve poco più di un mese fa. E’ sicuro che suo nonno sarebbe stato orgoglioso di una Juve simpatica (e quindi perdente)?
E poi capisco, è l’inglese la sua lingua madre, allora Le consiglio di aprire un dizionario di italiano e leggere la differenza tra “simpatica” e “ridicola”.
Altra cosa, io non ho idea, in quella famosa cena di 5 o 6 anni fa in cui vi siete conosciuti, cosa possa averle detto il signor Blanc per farle credere che le idee che le stava proponendo fossero vincenti. Ma possibile che non l’abbia mai neppure sfiorata il pensiero che creare un’intera dirigenza di una squadra di calcio senza nessun esperto del settore, fosse di per se un’idea poco sensata? Smantellando, inoltre, un intero organigramma, costruito negli anni, e che aveva dimostrato di poter competere a livello mondiale
E’ sicuro che fosse questa una Juve di cui suo nonno sarebbe stato orgoglioso?
Non le è mai passato per la testa che, a parte la costruzione di uno stadio (peraltro già pianificata da altri) cambiare 3 allenatori (che mentre scrivo potrebbero già essere diventati 4) in 4 anni non può definirsi “progetto”?
Non ha mai pensato che dei dirigenti non in grado di difendere un allenatore - per ancora solo due partite! - dai titoli di un quotidiano e dai capricci dei propri giocatori, fossero dei dirigenti incapaci?
E’ sicuro che fosse questa la Juve di cui suo nonno sarebbe stato orgoglioso?
Non hai mai pensato che dei dirigenti non in grado di difendere le proprie scelte tecniche e di non acquistare un calciatore di una diretta rivale solo perché antipatico ai tifosi, fossero dei dirigenti incapaci?
Non ha mai pensato che dei dirigenti che svendono i pezzi pregiati a prezzi stracciati (e non mi riferisco a Ibrahimovic, che non voleva rimanere in b, ma a Mutu per esempio) fossero dei dirigenti incapaci?
Non ha mai pensato che dei dirigenti che non sanno che una squadra di calcio non è composta da 11 figurine (ma piuttosto è un puzzle formato da 11 tessere che devono incastrarsi perfettamente) e che acquistano giocatori senza una logica, che tra l’altro dovrebbe essere condivisa con il tecnico, fossero dei dirigenti incapaci?
Non ha mai pensato che dei dirigenti che non sanno governare una squadra che perde con tutti e si danna l’anima solo contro la squadra che indossa lo scudetto, come da un secolo fanno gli avversarsi contro di noi, e che non sanno controllare faide e lotte intestine allo spogliatoio fossero dei dirigenti incapaci?
Non ha mai pensato che dei dirigenti che decidono di puntare su un tecnico giovane, alla sua prima esperienza e dandogli una squadra non scelta da lui, e che alle prime difficoltà non sono in grado di difenderlo né dagli attacchi esterni né da quelli interni, fossero dei dirigenti incapaci?
E’ sicuro che fosse questa la Juve di cui suo nonno sarebbe stato orgoglioso?
Non ha mai pensato che vedere partita dopo partita giocatori, anche bravi, comportarsi come ragazzini, come dilettanti di fronte al Barcellona campione del mondo, quasi tutti senza carattere, senza mordente, senza grinta, senza un minimo di combattività, senza voglia, senza passione, preda di chissà quale problema psicologico, avesse necessità di un intervento a tempo debito?
E’ sicuro che fosse questa la Juve di cui suo nonno sarebbe stato orgoglioso?
Di sicuro ne Lei, ne nessuno della società, leggerà queste mie righe, ma di sicuro in migliaia hanno letto dalle pagine di Repubblica l’articolo di Maurizio Corsetti che così terminava “Perché la Juve, prima, poteva essere qualcosa da combattere e al limite da odiare, oppure da tifare e amare, ma era sempre qualcosa. Adesso è diventata niente.”
E’ proprio sicuro che fosse questa la Juve di cui suo nonno sarebbe stato orgoglioso?
E allora non pensa che questi dirigenti, pagati profumatamente per prendersi anche tutte le responsabilità, abbiano fatto sufficienti errori da essere finalmente licenziati?
Certo se Lei ha veramente interesse ad una Juve mediocre, per motivi esterni al calcio, il rischio è quello di ritrovarsi in un nuovo bellissimo stadio completamente deserto e con migliaia di abbonamenti televisivi disdetti. (Nel frattempo ci consoleremo con l’Eredivisie e con il campionato brasiliano che sono gratuiti!)
Ma se, invece, vuole veramente occuparsi della Juve, ne deleghi l’amministrazione finalmente a qualcuno competente.
Oppure se proprio non se ne vuole occupare passi la mano, e non si preoccupi che troverà qualcuno che vorrà farlo (magari nella sua stessa famiglia!) e vedrà che presto la Juve sarà di nuovo la Juve. Una squadra di cui suo nonno sarebbe veramente orgoglioso!

La saluto cordialmente
Roberta

p.s. : ah tanto per farglielo sapere …. Amministrare male la Juventus farà si che gli juventini acquisteranno Renault e Volkswagen per ripicca, e che gli antijuventini acquisteranno Renault e Volkswagen perché vi riterranno dei cattivi imprenditori.



Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero