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venerdì 1 aprile 2011

Platini, Brio e la rimonta vincente sulla Roma



"Saranno loro a doversi preoccupare e non certo noi, anche perdendo avremmo sempre tre punti di vantaggio. Mercoledì è stato per la Roma solo un episodio negativo che tuttavia va ridimensionato, considerando che abbiamo incontrato una delle formazioni più forti d'Europa. La Juve sappia che il campionato è tutt'altra cosa". Con queste parole Franco Tancredi, portiere dei giallorossi, mise in guardia la Vecchia Signora in vista dell'imminente incontro che avrebbe opposto le due squadre allo stadio "Olimpico" domenica 6 marzo 1983. Reduce dalla sconfitta infrasettimanale contro il Benfica nella gara valida per i quarti di finale della coppa UEFA, la squadra di Nils Liedholm era finita nel mirino della critica. Al contrario di quanto era accaduto a Madama, vincente e convincente nella trasferta inglese in Coppa dei Campioni contro l'Aston Villa.

La Juventus, con nove gare ancora da disputare prima della conclusione del campionato, si trovava a cinque lunghezze di distanza dalla Roma prima della classe, all'epoca in cui per ogni successo venivano assegnati due punti. Un margine, questo, che consentiva al club giallorosso di conservare una relativa tranquillità in previsione del match clou della ventiduesima giornata. La capitale era pronta ad ospitare la sfida tra le due regine incontrastate del calcio italiano dei primi anni ottanta del vecchio secolo, una vera e propria sfilata di fuoriclasse ed un “duello nel duello” che stuzzicava la fantasia delle rispettive tifoserie: quello tra il brasiliano Falcao da una parte ed il francese Platini dall'altra. Il pareggio ottenuto in rimonta nella trasferta a Cesena all'inizio del girone di ritorno (dopo essersi trovata in svantaggio di due reti) dava alla Vecchia Signora la piena consapevolezza delle sue enormi potenzialità. Trapattoni si era convinto di poter schierare contemporaneamente Bettega, Paolo Rossi, Boniek e lo stesso Platini senza che ne risentisse l'equilibrio in campo della squadra. Il compito di proteggere la difesa, che poi era anche quella titolare della Nazionale azzurra fresca campione del mondo con la sola esclusione di Sergio Brio, era demandato a Tardelli e Bonini.

L’incontro si mostrò subito avaro di spunti degni di nota, fatta eccezione per una conclusione di Bruno Conti da fuori area, con Zoff a deviare in calcio d'angolo spingendo il pallone oltre la traversa. Per riassumere in poche parole la totale mancanza di emozioni che caratterizzò i primi quarantacinque minuti della partita può bastare la dichiarazione che Enzo Bearzot, c.t. dell'Italia Mundial, rilasciò durante l'intervallo ad un cronista: "Speriamo che la gara si accenda. Capisco che l'importanza della posta in palio è molto alta. Vedo che c'è molta volontà a centrocampo, buona anche qualche triangolazione. Però nessuna delle due squadre affonda con convinzione". Alla ripresa delle ostilità la Juventus rientrò sul campo con un atteggiamento decisamente più aggressivo, tanto che Platini al 13' finì per mettere involontariamente fuori causa Pruzzo a seguito di un duro contrasto di gioco. Al posto del bomber giallorosso entrò Iorio, cui Gentile diede subito il “benvenuto” con un rude intervento dopo pochi istanti dal suo ingresso. In occasione del conseguente calcio di punizione, mentre Madama preparava il cambio tra Boniek e Marocchino, un attimo di esitazione di Barbaresco, il direttore di gara, costò caro alla Vecchia Signora: dubbioso se procedere immediatamente alla sostituzione, diede il tempo a Conti di agire di sorpresa, calciando il pallone nella direzione di Falcao che di testa battè l'incredulo Zoff.

Passata in svantaggio in maniera rocambolesca, la Juventus scaricò tutta la rabbia accumulata riversandosi nella metà campo giallorossa: a Paolo Rossi e Platini vennero negati due possibili calci di rigore, mentre Tardelli e Scirea sfiorarono il goal dell’1-1. Sull'altro versante Iorio, servito da Ancelotti, venutosi a trovare a tu per tu con Zoff in posizione defilata, calciò a botta sicura, con la sfera che sfilò davanti a tutta la linea della porta senza entrare. Al 38' Platini impresse il suo marchio di fabbrica sulla partita. A seguito di un contrasto con Falcao e Conti ottenne la concessione di un calcio di punizione a ridosso dell'area di rigore dei padroni di casa: dalla sua zona prediletta disegnò un capolavoro che portò il pallone ad oltrepassare la barriera e ad infilarsi sotto l'angolo opposto a quello difeso da Tancredi. Ottenuto il pareggio, Madama non si accontentò: ancora il francese, elusa la tattica del fuorigioco messa in atto dagli uomini di Liedholm, si girò su se stesso a pochi metri dal numero uno giallorosso per crossare a centro area, dove Brio riusciva a spingere di testa il pallone in rete per l'incredibile vittoria in rimonta della Vecchia Signora. Sullo stadio calò il gelo: bissando il successo ottenuto al “Comunale” nel girone d’andata con lo stesso risultato, la Juventus era riuscita ad avvicinarsi in classifica a soli tre punti di distanza dalla Roma. Questo non servì ad impedire che lo scudetto si trasferisse nella capitale a fine campionato, salvo poi tornare nel capoluogo piemontese la stagione immediatamente successiva.

L'ultima annotazione della giornata riguardò l'autore del goal decisivo: a gara conclusa, mentre si dirigeva verso gli spogliatoi, Brio venne azzannato ad una coscia da un cane al guinzaglio di un agente del servizio d’ordine posizionato oltre i tabelloni pubblicitari. L'episodio gli provocò - fortunatamente - soltanto una ferita superficiale. Nelle interviste del dopo partita, stuzzicato su un possibile errore dell’arbitro in occasione del momentaneo pareggio bianconero, il presidente dei giallorossi Dino Viola chiuse con eleganza la questione: “No, non direi, anche se onestamente nessuno ha visto il fallo che ha portato alla punizione vincente di Platini. Tuttavia non intendo prendermela con nessuno. Si parla troppo di potere della Juventus e si dimentica una cosa importantissima: che la Juventus il potere ce l'ha qui, nella testa”.
Quella di una squadra vincente.

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sabato 6 marzo 2010

Cesare Prandelli tra Felipe Melo e il richiamo della Juve


Interrotto il cammino intrapreso con Zaccheroni, la Juventus deve rialzarsi e riprendere a vincere. Da subito. Perché se è vero che l’andatura di chi occupa le posizioni della parte medio-alta della classifica non è spedita come quella di chi la comanda, è altrettanto vero che le altre squadre non possono più aspettare i bianconeri: nonostante le 9 sconfitte accumulate sotto la guida dei due mister (8 con Ferrara), la Juventus è ancora in corsa per il quarto posto. A patto che la smetta di fare passi falsi. A cominciare da Firenze.

Dove si ritroveranno di fronte (dopo la gara del girone di andata) Felipe Melo e Prandelli. Questa volta in Toscana. Nella città che ha accolto il brasiliano lo scorso anno (accompagnandolo nel suo praticantato nel campionato italiano) e che ha adottato l’allenatore, stringendosi attorno a lui nel momento più difficile della sua vita extra-calcistica.
"No, consigli non ne voglio dare. Vi dico però che noi l'anno scorso avevamo creato un gioco che per Melo era possibile: non è un regista, ha visione ma non abbastanza. E così avevamo creato meccanismi di gioco facendolo giocare come mezzo destro del 4-2-3-1, con movimenti delle ali che facilitavano il suo gioco". Queste le opinioni espresse da Prandelli, lo scorso fine novembre, in merito al difficile ambientamento di Felipe Melo a Torino. Consigli (a Ferrara) non ne voleva dare, ma le sue indicazioni non sarebbero dovute passare inosservate: ecco come ci si comporta quando si vuol far rendere al massimo un calciatore. Lo si inserisce negli schemi di una squadra e, se non dovesse rendere al meglio, ci si interroga sui "perché". Prima di bocciarlo e cederlo a prezzo di saldo. Titolare nel Brasile, guidato da un Ct (Dunga) che - in alcuni frangenti - si rivede in quel giocatore. Venduto dai viola ad un prezzo altissimo (si tratta pur sempre di un mediano), tuttora ricercato da grandi squadre europee. Lasciato tra le braccia di chi cercava un regista e si è trovato un altro tipo di centrocampista: normale, per chi non è in grado di distinguere il prato verde del torneo di Wimbledon da quello del terreno di gioco dello stadio Olimpico.

Cremonese e Atalanta, prima di fare il grande salto verso la Juventus: così nacque (e maturò) il Prandelli calciatore. Quello che arrivò nella Torino dei fine anni settanta era un calciatore duttile come lo sarebbe diventato da allenatore. In panchina, effettivamente, trascorse la gran parte delle stagioni in maglia bianconera. Davanti a sé il Trap, dal quale aspettava un segnale per andare a riscaldarsi. Ed entrare quando la storia della partita, in buona parte, era già stata scritta: si trattava di mettere la firma o cambiarne il finale. Centrocampista, difensore: buono all’uso. Di quella adattabilità alle diverse situazioni ne ha fatto tesoro per la carriera successiva.
Tornato all’Atalanta, appese - dopo pochi anni - le scarpette al chiodo, chiudendo - di fatto - la sua prima vita dentro il mondo del calcio. Dopo aver raccolto scudetti (3) e coppe (Campioni, delle Coppe, Supercoppa Europea e Italia), il tutto con la maglia bianconera addosso.

Iniziò ad allenare a Bergamo, nel settore giovanile: un torneo di Viareggio, vinto nel 1993, fu il trampolino di lancio per il calcio professionistico. Lecce, Verona (1° in serie B nel 1999), Venezia e Parma. Qui continuò il suo lavoro sui giovani, forze fresche che dovevano sostituire quei campioni (Cannavaro, Thuram, Buffon, Crespo, Veron, Chiesa, …) che - poco alla volta - stavano abbandonando quella che era considerata, da anni, un’isola (calcistica) felice. Due volte al quinto posto, con gli attacchi prolifici di Mutu e Adriano (18 e 15 reti) e con Gilardino (23 goals), rimasto orfano del brasiliano passato a metà stagione all’Inter (Mutu si accasò al Chelsea).

Dopo, il salto alla Roma. Nel 2004. E la scelta di vita: abbandonare il calcio per stare accanto alla moglie gravemente malata. Non iniziò neanche il campionato alla guida dei giallorossi: l’altro, il suo, era più importante. Senza ombra di dubbio. L’anno successivo il ritorno in panchina, a Firenze. Da quel momento in poi, è storia attuale: dal Toni capocannoniere del 2006 (31 reti) al ritorno di Mutu, dal lancio di Montolivo all’addio a Pazzini, dall’arrivo di Jovetic al rilancio di Gilardino ai riconoscimenti personali del mondo del calcio per il suo lavoro. Tutto sempre puntando sui giovani, seguendo un progetto (vero) disegnato dai Della Valle e messo in pratica da Pantaleo Corvino. L’approdo in Champions League, il richiamo della Juventus: leggero nell’ottobre 2008 (primo vero periodo di crisi di Claudio Ranieri), più intenso l’anno successivo (arrivò Ciro Ferrara), forte e chiaro oggi.
Una scelta di vita da compiere. Un’altra, senza Manuela. Nel dicembre del 2007 lasciò Cesare a portare avanti la crescita dei due figli. Giovani, anche loro. Come quelli che hanno caratterizzato la vita calcistica di Prandelli. Tre strade: continuare in viola, approdare nella nazionale maggiore, tornare alla Juventus.

A Torino, trent’anni dopo, con Bettega alle porte della città ad aspettarlo, se la Juventus tornerà ad essere la Vecchia Signora. Con un altro proprietario ed altri dirigenti in grado di ricostruirla come quando lui era in panchina, ad aspettare un segnale dal Trap.
Ora che si è rifatta bella dopo le Olimpiadi invernali del 2006 e che si sta mettendo il trucco per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (2011), il capoluogo piemontese ha perso il gioiello più luminoso da esporre: la Juventus. Questione di tempo, tornerà.
Piazza San Carlo è pronta ad essere inondata di tifosi bianconeri, come una volta.
Con Cesare alla guida dei bianconeri, magari.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 6 febbraio 2010

Le 444 presenze di Del Piero e il "peso" della maglia bianconera...


Una vittoria a Livorno. Nulla di più. Una sola vittoria per trascorrere finalmente una domenica serena. Simile a tante trascorse in passato, anche se diverse nei contorni. I limiti e gli errori dell’attuale proprietà, della dirigenza e della squadra ormai sono stati vivisezionati in ogni singolo punto: adesso spazio al campo. Una vittoria per infilare nello zainetto tre punti e guardare con animo interessato allo scontro di domani sera tra Fiorentina e Roma. Una vittoria per poter permettere a Zaccheroni e Bettega di iniziare un percorso da traghettatori tra questa Juventus e quella che prenderà corpo il prossimo maggio, allorquando qualcosa dovrà cambiare.
Difesa a tre o a quattro, centrocampo a quattro o a tre, attacco scontato (non ci sono alternative): la speranza che i numeri servano a creare un gioco, oltre i risultati. Indispensabili i secondi, necessari i primi. Perché senza gioco non si va da nessuna parte. A meno che non si decida di affidarsi ai colpi dei singoli: ma questa squadra, al momento, non se lo può permettere. Non solo per le numerose assenze.

La maglia della Juventus pesa chili, non grammi. Il senso di responsabilità che assale un giocatore quando la indossa, deriva dalla leggenda che ha accompagnato quel nome negli anni. Si può dire, a ragione, anche nei secoli (uno, ma sempre secolo è). Milioni di tifosi che riconoscono in quei colori la nobiltà del calcio, e che chiedono alla società di essere competitiva sino in fondo in tutte le competizioni: la vittoria come normalità; il pareggio come un senso di disagio; la sconfitta come un’onta da cancellare al più presto.
Se da questo peso si finisce con l’essere schiacciati, si rischia l’assuefazione a tutto: anche alle brutte figure. Perché diventa difficile uscire dalle situazioni critiche quando sai sempre di essere all’ultima spiaggia, quando il tuo unico compito rimane quello di prevalere sull’avversario e non puoi avere alternative.
Se la società - poi - inizia a sbandare, a nascondersi dalle responsabilità e fa (intra)vedere segni di debolezza anche dall’interno, rischi di trovarti solo contro il mondo intero: perfino nei confronti di chi dovrebbe stare dalla tua parte.

Ben venga la figura di Zaccheroni, che non potrà fare miracoli ma è dotato di buonsenso, che possiede la praticità di chi ha fatto anni di gavetta, ha maturato esperienze importanti in ambienti difficili e vinto. "Sollevato" dall’incarico Ferrara, Felipe Melo si è sentito "sollevato" da un problema: l’alibi principale delle sue prestazioni negative non è più seduto sulla panchina. Ora non ha più scuse. In realtà, un’altra l’avrebbe: una società che cercava un regista e ha comprato lui. Ad un prezzo altissimo.
Al nuovo traghettatore il compito di disegnargli una zona di campo dove permettergli di esprimere al massimo le sue potenzialità; al giocatore l’invito di smetterla di parlare fuori dal rettangolo verde e di iniziare a giocare a pallone come è in grado di fare con la maglia della sua nazionale.
Questo vale per lui così come per tutti gli altri attori in campo: basta parlare, ora spazio ai fatti.

Smontato un progetto mai nato, alle ricorrenti notizie sui calciatori e allenatori accostati alla Juventus si sono aggiunte quelle sulle figure dirigenziali: lì si costruirà la nuova società. Da quelle scelte si capirà - ad occhio - se la nuova creatura potrà essere vincente o meno. Perchè anche al di fuori del campo di gioco non contano gli schemi: sono i nomi che fanno la differenza. Così come la qualità: quella delle persone giuste da posizionare dietro la scrivania. A loro, poi, il compito di scegliere i futuri protagonisti da mandare in campo.
Con addosso quella maglia bianconera che pesa chili, non grammi. E che Alessandro Del Piero, al fischio d’inizio dell’incontro con il Livorno, avrà indossato per un totale di 444 volte nei campionati italiani (inferno della serie B compreso).
Auguri, Capitano. E grazie per le tante domeniche "normali" che ci hai permesso di trascorrere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com



mercoledì 3 febbraio 2010

Il pareggio con la Lazio e la solita società "silente"…



Un pareggio, così come non se ne vedeva dal 17 ottobre 2009 (anticipo con la Fiorentina): da quel momento in avanti, solo sconfitte (molte) e vittorie (poche). Un punto, abbastanza per smuovere la classifica ma inutile per tenere il passo della Roma vittoriosa col tacco di Okaka. Nonostante tutto, e con 6 sconfitte negli ultimi 9 incontri di campionato, la Juventus è ancora in zona Europa League (ad oggi sarebbe qualificata, al Cagliari manca però una gara) e guarda ancora - seppur non da vicino - alla possibilità di raggiungere quella della Champions League. Basti pensare che il posticipo di domenica prossima potrebbe regalare un successo della Fiorentina sulla Roma. Certo che se i bianconeri continuano a non vincere… Ad essere pessimisti, si può semplicemente raccontare la realtà attuale; a cercare di intravedere la luce in fondo al tunnel, si può leggere la classifica e sperare che il cambio alla guida della panchina della Juventus possa portare con sé effetti benefici dai punti di vista psicologico, atletico e tattico. Per vedere un futuro roseo, bisognerà attendere che venga fatta tabula rasa in società: sino a quel momento ogni obiettivo prestigioso resterà una semplice chimera. Roma non è stata costruita in un giorno, e per distruggere una leggenda ci sono voluti quattro anni: Calciopoli è stata la prima spallata, forte ma non definitiva. Una scelta sbagliata degli uomini cui affidare la ricostruzione, il vero colpo di grazia.

Un’invenzione di Saccani, per una volta favorevole ai colori bianconeri (recidivo in negativo, in passato), mette un rigore a disposizione di Del Piero ed apre le porte ad un successo. Mauri, e la solita disattenzione difensiva, la richiudono prontamente. Difficile trovare una squadra che giochi peggio della Juventus attuale: la Lazio è una di quelle. Una linea Maginot davanti al portiere: l’unico modo di sorprenderla era quello di aggirarla. Ma i bianconeri hanno perso l’abitudine ad utilizzare le fasce (a dire la verità, a giocare la palla…): a destra fuori causa quasi tutti per infortuni, a sinistra - partito Molinaro - Grosso (comunque squalificato) non corre, non affonda e crossa dalla mediana, De Ceglie affonda ma crossa (per ora) poco. Più dinamismo all’inizio, poi la lancetta della benzina è finita sul rosso: ce n’è poca già di per sé, la vicina gara giocata contro l’Inter (giovedì scorso) ha finito col pesare più del lecito. La mancanza di turnover (troppi giocatori assenti) non aiuta. Una contestazione continua dagli spalti verso i soliti bersagli, la stessa musica triste che accompagna la Juventus da qualche mese a questa parte.

Commenti post-partite che iniziano ad assomigliarsi tutti: c’è da poco da scrivere di diverso se le prestazioni della squadra non aiutano in tal senso. A monte, non è (stato) un problema di investimenti economici: quelli non sono mancati, e si spera non mancheranno in futuro. E’ (soltanto, purtroppo) una questione di mancanza di competenza. Il dubbio principale è cosa si deciderà di fare di questa società: impensabile continuare in questa maniera. Oltretutto, con questo silenzio. Proprietà silente, il presidente (e non solo) Blanc che parla solo per difendere le sue poltrone, Bettega che fa da frangiflutti per gli errori altrui… Ma sino a quando si dovrà andare avanti così? Dall’ex-Cobolli Gigli che andava alla ricerca dei cronisti che lo intervistassero ai giocatori sempre in prima linea a fare proclami: nel mezzo, il vuoto. La situazione è questa: ma domani? Più su, in cima alla società, sino a quando verrà lasciato così tanto potere decisionale in mano ad una persona che non riesce a distinguere un Nocerino da un Palladino? Ma se basta una semplice punzecchiatura di Maurizio Pistocchi (31 ottobre 2009) sul numero di scudetti vinti dalla precedente gestione - e riconosciuti a fasi alterne da quella attuale - per mettere in crisi Blanc, incapace di rispondergli con prontezza davanti alle telecamere, dove si vuole andare?

Quando si arriva ad ottenere un ruolo delicato in una società importante, esistono due poltrone: quella dei problemi, e quella "di chi risolve i problemi". Un vero uomo d’azienda deve essere in grado di sedersi su entrambe. Nella Juventus attuale, la prima è occupata. La seconda, è desolatamente vuota.
L’organizzazione, in ogni ambiente, è "tutto". Anche nel calcio i risultati, sia positivi che negativi, rappresentano lo specchio di una società.
Dal 2006 in avanti, il club è stato (volutamente) lasciato in balìa del mondo intero, senza che nessuno lo difendesse: dal processo sportivo (?) ai continui attacchi mediatici (carta stampata, internet e televisione), a quelli provenienti dai dirigenti delle squadre avversarie sino ad arrivare alle stilettate degli ultimi tra gli addetti ai lavori. Silenzio, silenzio totale. Neanche per difendersi in prima persona. Sino a quando si andrà avanti così? Al di là del fatto che al termine di questa stagione potrebbe anche verificarsi una (sognata, da milioni di tifosi) rivoluzione in ambito societario, sino a quando gli attuali fautori di questa situazione continueranno a tenere questo comportamento? L’input (o la concessione) della proprietà a chi la dirige in prima persona è quello di gonfiare il petto solo quando si vince una partita ed andare davanti alle telecamere a parlare di progetti, oppure quello di gestire un club di calcio tra i più gloriosi al mondo rispettando i vincoli dei bilanci di una società quotata in borsa e di coniugarli con i risultati sportivi? Perché questo era tutto quanto faceva la precedente gestione. Quella vincente, che per plusvalenza intendeva la cessione di Zidane, pagato poco e rivenduto a peso d’oro, per sostituirlo con gli acquisti di Buffon, Nedved e Thuram. Quella che dava fastidio perché era la migliore, perché era competente, perché aveva creato un futuro solido al club. E perché era legata ad Andrea Agnelli.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 27 gennaio 2010

Dalla panchina di corso Re Umberto ai ristoranti di Blanc


E’ nata da un’idea concepita su una panchina di corso Re Umberto, a Torino, da parte di alcuni studenti del liceo Massimo D’Azeglio. La stanno distruggendo dai tavoli dei ristoranti, più di cent’anni dopo. Una storia gloriosa, leggendaria, quella della Vecchia Signora del calcio. Del "calcio", s’intende, non solo quello italiano. Vittorie epiche, sconfitte storiche, giocatori consegnati agli album delle imprese di questo sport. Un nome "diverso" dagli altri: Juventus. A qualcuno bastava soltanto leggere la lettera "J" in qualche titolo di giornale per emozionarsi.
Dalla cenetta romantica di John Elkann con Blanc nel dicembre del 2004 a Marrakech a quella goliardica dello stesso francese con Lippi a Recco: due innamoramenti fulminei, che stanno rovinando una poesia durata più di un secolo. La passeggiata nell’inferno (altro che purgatorio) della serie B doveva essere "l’inizio della fine" delle sofferenze: ne è stata solo l’antipasto. Questa è un’agonia: pura, vera, senza mezzi termini. Milioni di euro buttati al vento, giocatori deprezzati, "marchio" svalutato.
Lo scorso luglio sembrava fosse finalmente risorta dalle ceneri di Calciopoli; da novembre in poi si è capito come si fosse trattato soltanto di una pia illusione. Non c’è grande squadra senza una grande società alle spalle: è una regola non scritta, (quasi) naturale (Inter esclusa). A nulla serve acquistare buoni (o ottimi) giocatori: nel caos più totale, sfigurano tutti. Se poi ci si aggiungono dei bidoni… Di leader veri ne sono rimasti pochi. Uno, Nedved, non ne vuole sapere di tornare ora, anche se in altre vesti. Non è un caso.
Passano tutti, sui resti bianconeri: in casa come fuori, dalle grandi alle piccole squadre. Oltre il Parma, solo l’Inter - nelle ultime partite - non c’è riuscita: c’è sempre tempo, spazio alla Coppa Italia. In campionato, l’eccezionale rivalità tra le due squadre è stata la spinta indispensabile per vincere la gara. Così tanto forte da lasciare "scarichi" i giocatori nel successivo incontro con il Bayern Monaco. L’importante era battere i nerazzurri: bene, risultato ottenuto. Poi, se si perde anche le altre gare, fa lo stesso. Pazienza. Spirito da provinciali: questa non è mentalità da Juventus. Ma questa "non è" la Juventus.
Si rimpiange Ranieri: non Lippi (allenatore), Capello o Trapattoni. Anche questo è un segno dei tempi che cambiano. Un conto è il comportamento tenuto dalla società (Blanc, nulla più) nei suoi confronti, un altro sono gli errori che il tecnico romano ha commesso nel suo percorso in bianconero ed i limiti che ha fatto (intra)vedere. Sino agli ultimi due mesi della sua permanenza a Torino: fino a quando, in campo, (alcun)i giocatori hanno iniziato a mollare la presa, mentre gli avversari imperversavano - senza pietà - da ogni dove. Perché anche i calciatori hanno le loro colpe. Quando un management è debole, o più semplicemente assente, vige l’anarchia più totale. I risultati, di conseguenza, sono quelli sotto gli occhi di tutti.
Inter-Juventus, quarti di finale di Coppa Italia: da una parte un allenatore (Mourinho) gasato dalla recente vittoria nel derby e desideroso di farsi un regalo di compleanno battendo un’acerrima rivale (dei suoi tifosi); dall’altra, il giovane Ferrara, vittima della sua stessa voglia di non arrendersi di fronte all’evidenza dei risultati negativi conseguiti e di una dirigenza che si è fatta trovare impreparata all'impossibilità di concretizzare un “progetto” senza capo né coda.
Un’assurdità: Ferrara in panchina quando non è (ormai) più allenatore della sua squadra. Non perché la stagione sta per volgere alla sua naturale conclusione, ma per semplice mancanza di immediate alternative. Un’altra, che si va a sommare a quella dello scorso anno: se già era anomalia - per i bianconeri - esonerare un allenatore in corso d’anno, farlo a due giornate dalla fine del campionato, cos’era?
Si cambiano gli allenatori, ma i veri responsabili di questo scempio continuano a rimanere saldamente ancorati nelle loro posizioni.
Nel 1897 nacque una leggenda, di nome Juventus. La sua storia è rimasta ferma al 2006. E non sarà soltanto un nuovo allenatore a scriverla. Ci vuole, soprattutto, una società.
Charles D'Hericault: "Signore, difendimi dagli amici: ai nemici posso pensarci io". A buon intenditor…

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martedì 19 gennaio 2010

Nel marasma generale, un pò di nostalgia dei metodi del Trap....

Questo brutto campo ci ha penalizzato.
Avevamo molte assenze.
Fiducia in Ferrara? Galliani ha spiegato come il Milan è venuto fuori dalla crisi, ossia attraverso la fiducia e la compattezza del gruppo. Questo è quello che cercheremo di fare anche noi.
In fondo quella di questo periodo non è la vera Juve. La vera Juve è quella di inizio campionato, quando nelle prime partite eravamo in testa alla classifica.


Questo è un piccolo sunto delle dichiarazioni di Bettega, dopo la sconfitta con il Chievo.
Oh mamma, non mi si starà blanchesizzando anche Bobbygol?
Preferisco stendere un pietoso velo sulle prime due considerazioni, visto che già prima della partita avevo qui scritto che le assenze non sarebbero potute diventare una scusa in caso di sconfitta.
Parliamo quindi della frase riferita alla conferma di Ferrara. La decisione è stata presa, d’accordo o non d’accordo è una decisione, e come tale va rispettata.
Tante possono essere le motivazioni: ritroviamo lo stile Juve; si crede veramente in Ferrara; un cambio sarebbe troppo oneroso; nessuna alternativa convince; c’è già un accordo con un nuovo tecnico per il prossimo giugno; etc.
Non è questo il luogo per individuarle, qui è il riferimento al Milan che non convince.
Il Milan ha come noi cambiato allenatore, ha fatto a meno di due pezzi da novanta come Maldini e Kakà, ha dovuto rigenerare Ronaldinho e assimilando nuovi schemi ha cercato di trovare un proprio modo di giocare. Certo non la si può definire una grande squadra, ed ha impiegato un po’ di tempo ad ingranare – forse anche di più di quello che ci si aspettasse – ma poi ha trovato una propria identità.
Insomma quello che successe anche al Cagliari lo scorso anno, dopo un avvio disastroso. Ci si conosce un po’, si studia, si prova, si oliano i meccanismi e “successivamente” si diventa una squadra. Non il contrario. E se una squadra non riesce neppure a fare 3 passaggi consecutivi dopo ben 6 mesi, forse c’è poco da trovare la compattezza. Io smetto di essere speranzosa, e penso che ci sia qualcosa che non va. (Ma questo credo che Bettega faccia solo finta di non saperlo.)
Altro punto. E’ vero siamo stati anche primi in classifica. Si all’inizio, quando c’è sempre un outsider che parte a razzo e nelle prime 4/5 giornate fa sognare i propri tifosi e poi, alla fine del girone d’andata, naviga intorno all’ottavo/decimo posto. C’è stato l’anno dell’Atalanta, quello del Chievo, quello dell’Udinese. Questo è stato l’anno della Sampdoria ….e della Juve!
E poi, visto che Bettega ci tiene a dire che il calcio non si vede con i numeri ma con gli occhi, andiamo a rivederla quella Juve vera, quella vincente.
A parte i pareggi: incolore con la Fiorentina e buono con il Genoa, l’unica vittoria convincente, è quella con la Sampdoria. Passando però per Palermo, dove avevamo già visto le avvisaglie di quella Juve che abbiamo tutti sotto gli occhi ora.
Nelle altre gare, quelle con il Chievo, la Lazio, il Livorno, il Bologna (anche qui pari!) ed il Siena è Buffon a salvare letteralmente il risultato. Si dice che sia un portiere che da solo fa 15-20 punti a stagione. Quest’anno ha completato il bonus già nelle prime dieci giornate.
E’ vero, con la Roma (in disarmo, alla vigilia delle dimissioni di Spalletti) abbiamo giocato abbastanza bene, ma non dimentichiamo che sempre Buffon appena prima della fine del primo tempo ha fermato Totti già sicuro del 2-1, e quest’anno andando sotto di un gol, non abbiamo mai – mai! - vinto una partita.
Insomma una Juve che avrà pure fatto un po’ di punti, ma non ha mai convinto.
Certo Ferrara non è il (solo) problema, anche i giocatori hanno i loro torti ….e allora che nostalgia del vecchio Trap, lui si che sarebbe stato in grado di trattarli tutti come uno Strunz qualsiasi e farli rigare dritti.


Questo articolo è di Roberta. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Una signora in bianconero