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sabato 6 ottobre 2012

Eduard Streltsov, il fuoriclasse che vinse anche dopo il gulag


Con i goals avrebbe potuto segnare un'intera epoca del calcio, il suo colpo di tacco - celebre tuttora in Russia - era diventato un marchio di fabbrica, sui campi da pallone incantava le folle. Però beveva, fumava e amava la bella vita, nel contesto di un paese come l’Unione Sovietica dove le regole di comportamento le stabiliva una dittatura.

Il talento di Eduard Streltsov era sbocciato precocemente. Giostrava da attaccante, nonostante nelle prime esibizioni lo avessero confinato sulla fascia destra. Ha legato la sua vita professionale alla Torpedo Mosca, la squadra legata alla fabbrica automobilistica Zis (Zavod Imeni Stalina, poi denominata Zil), rifiutando le proposte della Dinamo e del Cdsa (l’attuale Cska), club legati all'apparato militare russo nella seconda metà degli anni cinquanta del vecchio secolo.

Proprio in quel periodo era pronto a sfidare un altro astro nascente del football, Pelé, nel corso dei campionati mondiali che si erano tenuti in Svezia nel 1958. A quella manifestazione, però, non aveva preso parte: accusato di violenza carnale, consumata ai danni di una donna nel corso di una festa svoltasi qualche giorno prima dell'avvio del torneo, era finito in prigione e poi nel gulag, dove aveva trascorso cinque anni. Il processo a suo carico era stato sommario, veloce e pieno di buchi vuoti. Compreso quello creato da un altro "rifiuto", riservato all'offerta di sposare la figlia di una potente donna membro del Politbjuro, l’organo esecutivo del PCUS, il Partito Comunista Sovietico. Interrogato nel carcere di Butyrki, era stato spinto a confessare di aver compiuto il reato dietro la promessa di poter così raggiungere i compagni di nazionale. Ovviamente quel foglio di carta era poi diventato la conferma della veridicità delle accuse contro di lui.

Quanto era accaduto in quei frangenti non lo si poteva considerare un fulmine a ciel sereno: Streltsov da tempo era nel mirino della stampa del regime. Bastava un minimo errore compiuto dentro il prato verde, il suo regno, perché nei suoi confronti si scatenasse l'inferno. Eppure era un giocatore di tutto rispetto: a soli 19 anni, durante la semifinale dei giochi olimpici di Melbourne del 1956, con l'URSS sotto per 1-0 al cospetto della Bulgaria e con due uomini fuori uso (all'epoca non c'erano le sostituzioni) aveva guidato la sua nazionale ad un’incredibile rimonta avvenuta negli ultimi minuti dei tempi supplementari.

Era stato escluso dalla finalissima a causa di un'assurda scelta tecnica: infortunato il compagno d'attacco e amico Valentin Ivanov, era finito in panchina per fare spazio alla coppia offensiva dello Spartak Mosca. A lui, tanto per gradire, non era stata consegnata la medaglia d'oro: gli organizzatori la riservarono soltanto a chi aveva disputato l’ultima gara del torneo. Nikita Simonjan, il suo sostituto, aveva provato inutilmente ad offrirgliela.

E' diventato il più giovane marcatore di sempre nella storia della lega sovietica (16 anni, 8 mesi e 24 giorni ), era arrivato al settimo posto nella graduatoria del pallone d’Oro nel 1957 e aveva esordito in nazionale realizzando una tripletta alla Svezia nel corso di un'amichevole terminata con un tennistico 6-0. I gialloblù si vendicarono, poi, nel mondiale disputato tra le mura amiche: nei quarti di finale eliminarono i russi battendoli per 2-0. Nils Liedholm, il capitano dei padroni di casa, prima dell’incontro aveva sottolineato il loro punto debole: "L’URSS sta accusando nettamente l’assenza di un campione come Streltsov".

Tornato alla libertà nel 1963, ad ottobre dell'anno successivo gli venne revocata la squalifica a vita da Leonid Brežnev. Indossata di nuovo la maglia dell'amata Torpedo Mosca, che anche durante gli anni di prigionia non l'aveva mai fatto sentire solo, era riuscito a dimostrare che la sua classe era rimasta intatta, mentre il fisico – ovviamente - risentiva degli anni di stop forzato. Gli stadi avevano ripreso a ribollire dall'entusiasmo per lui. Questa, a detta di molti, è stata la sua colpa più grande. Nel 1965, come per miracolo, era arrivata la vittoria: la Torpedo Mosca trionfava in campionato, per la seconda volta nella propria storia. L’ostruzionismo nei suoi confronti, però, non era ancora terminato.

Il Kgb aveva deciso di non concedergli il visto per recarsi all’estero per disputare i mondiali inglesi del 1966. Due anni dopo, in compenso, conquistava la coppa nazionale. Nel 1967 e 1968 Streltsov era stato votato miglior calciatore sovietico, tornando a vestire la maglia dell’URSS, con la quale – in totale – aveva poi realizzato 24 reti su 38 presenze. Nel 1967 il suo nome era comparso nuovamente nella classifica del pallone d’Oro (al tredicesimo posto). E' morto all'età di 53 anni, nel 1990, a causa di un tumore ai polmoni provocato, con ogni probabilità, dalle esalazioni nelle miniere del gulag.

Marco Iaria, giornalista della "Gazzetta dello Sport", dopo accurate ricerche ha raccontato con dovizia di particolari la vita del calciatore nel libro "Donne, vodka e gulag. Eduard Streltsov, il campione".
Compreso quello legato agli ultimi istanti della sua vita, allorquando aveva abbracciato la donna che gli aveva donato piccolo Igor’ per confessarle di non aver mai fatto niente di tutto quello per il quale era stato accusato.

Articolo pubblicato su Lettera43

sabato 1 ottobre 2011

Juventus e Milan: la storia infinita


Il Milan che mercoledì scorso ha affrontato in Champions League il Viktoria Plzen aveva, oltre al successo, un obiettivo suggestivo da centrare: raggiungere il goal numero 2000 dell’era Berlusconi. Ne mancavano soltanto due: Ibrahimovic prima e Cassano poi gli hanno consentito di tagliare quel suggestivo traguardo. Il secco 2-0 con il quale il Diavolo ha liquidato la squadra campione della Repubblica Ceca ha permesso alla formazione allenata da Allegri di portarsi in testa alla classifica del gruppo H della massima competizione europea, a pari punti con il Barcellona (quattro, frutto di un pareggio e di una vittoria).

Sistemata momentaneamente la situazione al di fuori dei confini italici adesso i rossoneri si concentreranno sul campionato di serie A, pronti a misurarsi contro l’avversaria di una vita: la Juventus, guidata attualmente da Antonio Conte, uno dei suoi ex giocatori più rappresentativi.

Sono innumerevoli gli episodi che legano a doppio filo le storie dei due club, nati entrambi prima che iniziasse il ventesimo secolo e protagonisti a più riprese di cicli vittoriosi passati ormai alla leggenda di questo sport. A riprova di ciò basta considerare il fatto che in alcune occasioni la rinascita di uno dei due, avvenuta dopo inevitabili periodi di flessione, sia coincisa con duelli all’ultimo goal con l’altro contendente.

Una di queste accadde, ad esempio, nella stagione 1949-50: all’epoca la Juventus era ancora ferma ai successi del quinquennio d’oro degli anni trenta, dato che dal lontano 1935 non era stata più in grado di conquistare uno scudetto (si aggiudicò, invece, due coppe Italia). Soltanto la tragedia di Superga (4 maggio 1949) riuscì a fermare il Grande Torino dominatore degli ultimi campionati: proprio alla Vecchia Signora e al Milan spettò - quindi - il compito di giocarsi quel tricolore.

Alla quarta giornata del girone di ritorno le due squadre vennero a trovarsi di fronte allo stadio "Comunale", teatro dei futuri trionfi di Madama (5 febbraio 1950). Guidati da un giovane Boniperti e dal duo danese formato da Karl Aage Præst e John Hansen i bianconeri passarono in vantaggio con una rete di quest’ultimo, salvo poi subirne sette dagli scatenati rossoneri, la cui ossatura di squadra - di stampo svedese - era invece composta dal trio Gren, Nordahl e Liedholm (il famoso "Gre-No-Li").

Proprio Nils Liedholm, soprannominato "il Barone", fu avversario più volte della Juventus negli anni a venire tanto sui campi da gioco quanto seduto (a più riprese) sulle panchine del suo amato Milan, della Fiorentina e della Roma. Centrocampista (mediano e interno) e all’occorrenza difensore, dotato di una grandissima facilità di corsa, Liedholm sviluppò la sensibilità nel tocco al pallone in maniera originale: "Mi allenavo scartando due cani: bisogna essere rapidissimi, perché loro guardano la palla, non abboccano alle finte!". A chi gli domandò il perché smise di farlo, rispose con il suo proverbiale stile: "Non è per l’età, è che sono morti i cani".

Avversari con le scarpette ai piedi, lui e Boniperti avrebbero potuto lavorare insieme per riempire di trofei la bacheca di Madama, visto che il Presidentissimo lo avrebbe voluto alla guida della sua squadra. La trattativa non andò a buon fine, e lo svedese si limitò a descriverla con l’uso di semplici parole: "Non vado a Torino per lealtà verso il campionato. La Juve e io, insieme, lo uccideremmo". Curiosamente capitò poi a Giovanni Trapattoni l’occasione di scrivere la storia di un milanista vincente sul campo che poi avrebbe continuato a mietere successi da tecnico della Juventus.
In precedenza, nel corso della stagione 1969-70, lo stesso Liedholm aveva allenato il Varese in serie B portandolo alla promozione grazie anche ai goals realizzati da un giovane attaccante di razza da lui svezzato, arrivato in prestito dalla Vecchia Signora ed in grado di laurearsi capocannoniere con tredici reti in trenta presenze all’attivo: Roberto Bettega.

"Nei momenti difficili di una partita, c’è sempre nel mio subconscio qualcosa a cui mi appello, a quella capacità di non arrendersi mai. E questo è il motivo per cui la Juventus vince anche quando non te l’aspetti". All’Avvocato Agnelli gli spunti per pronunciare frasi simili venivano dati da avvenimenti realmente accaduti: persa per 1-7 la gara interna contro i rossoneri, la Vecchia Signora si dimostrò in grado di vincere le otto partite successive, accumulando un vantaggio in classifica tale da consentirle di conquistare lo scudetto nella stagione 1949-50. L’ottavo della propria storia.

Una storia che ultimamente è piena di pagine vuote, senza trionfi da raccontare e con qualche macchia. Fatto lo stadio, nuovo bellissimo, teatro degli scontri che verranno, ora bisogna metterci dentro la Juventus. La prima sfida di prestigio nella sua nuova casa Madama la sosterrà proprio contro il Milan: il caso vuole che l’arma in più dei rossoneri sia quello Zlatan Ibrahimovic (uno svedese, oltretutto) che mise la propria firma nelle ultime vittorie bianconere, mentre sulla sponda juventina la scorsa estate è approdato Andrea Pirlo, un altro ex dell’incontro, che si è immediatamente impadronito delle redini del gioco di Madama.

Il derby d’Italia, quindi, è servito. Chi vincerà? "Mi chiedete: Vinca la Juve o vinca il migliore? Vi rispondo: sono fortunato, spesso le due cose coincidono", amava ripetere l’Avvocato.
Si spera sia arrivata l’ora in cui queste coincidenze possano fare il proprio rientro a casa.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

venerdì 1 aprile 2011

Platini, Brio e la rimonta vincente sulla Roma



"Saranno loro a doversi preoccupare e non certo noi, anche perdendo avremmo sempre tre punti di vantaggio. Mercoledì è stato per la Roma solo un episodio negativo che tuttavia va ridimensionato, considerando che abbiamo incontrato una delle formazioni più forti d'Europa. La Juve sappia che il campionato è tutt'altra cosa". Con queste parole Franco Tancredi, portiere dei giallorossi, mise in guardia la Vecchia Signora in vista dell'imminente incontro che avrebbe opposto le due squadre allo stadio "Olimpico" domenica 6 marzo 1983. Reduce dalla sconfitta infrasettimanale contro il Benfica nella gara valida per i quarti di finale della coppa UEFA, la squadra di Nils Liedholm era finita nel mirino della critica. Al contrario di quanto era accaduto a Madama, vincente e convincente nella trasferta inglese in Coppa dei Campioni contro l'Aston Villa.

La Juventus, con nove gare ancora da disputare prima della conclusione del campionato, si trovava a cinque lunghezze di distanza dalla Roma prima della classe, all'epoca in cui per ogni successo venivano assegnati due punti. Un margine, questo, che consentiva al club giallorosso di conservare una relativa tranquillità in previsione del match clou della ventiduesima giornata. La capitale era pronta ad ospitare la sfida tra le due regine incontrastate del calcio italiano dei primi anni ottanta del vecchio secolo, una vera e propria sfilata di fuoriclasse ed un “duello nel duello” che stuzzicava la fantasia delle rispettive tifoserie: quello tra il brasiliano Falcao da una parte ed il francese Platini dall'altra. Il pareggio ottenuto in rimonta nella trasferta a Cesena all'inizio del girone di ritorno (dopo essersi trovata in svantaggio di due reti) dava alla Vecchia Signora la piena consapevolezza delle sue enormi potenzialità. Trapattoni si era convinto di poter schierare contemporaneamente Bettega, Paolo Rossi, Boniek e lo stesso Platini senza che ne risentisse l'equilibrio in campo della squadra. Il compito di proteggere la difesa, che poi era anche quella titolare della Nazionale azzurra fresca campione del mondo con la sola esclusione di Sergio Brio, era demandato a Tardelli e Bonini.

L’incontro si mostrò subito avaro di spunti degni di nota, fatta eccezione per una conclusione di Bruno Conti da fuori area, con Zoff a deviare in calcio d'angolo spingendo il pallone oltre la traversa. Per riassumere in poche parole la totale mancanza di emozioni che caratterizzò i primi quarantacinque minuti della partita può bastare la dichiarazione che Enzo Bearzot, c.t. dell'Italia Mundial, rilasciò durante l'intervallo ad un cronista: "Speriamo che la gara si accenda. Capisco che l'importanza della posta in palio è molto alta. Vedo che c'è molta volontà a centrocampo, buona anche qualche triangolazione. Però nessuna delle due squadre affonda con convinzione". Alla ripresa delle ostilità la Juventus rientrò sul campo con un atteggiamento decisamente più aggressivo, tanto che Platini al 13' finì per mettere involontariamente fuori causa Pruzzo a seguito di un duro contrasto di gioco. Al posto del bomber giallorosso entrò Iorio, cui Gentile diede subito il “benvenuto” con un rude intervento dopo pochi istanti dal suo ingresso. In occasione del conseguente calcio di punizione, mentre Madama preparava il cambio tra Boniek e Marocchino, un attimo di esitazione di Barbaresco, il direttore di gara, costò caro alla Vecchia Signora: dubbioso se procedere immediatamente alla sostituzione, diede il tempo a Conti di agire di sorpresa, calciando il pallone nella direzione di Falcao che di testa battè l'incredulo Zoff.

Passata in svantaggio in maniera rocambolesca, la Juventus scaricò tutta la rabbia accumulata riversandosi nella metà campo giallorossa: a Paolo Rossi e Platini vennero negati due possibili calci di rigore, mentre Tardelli e Scirea sfiorarono il goal dell’1-1. Sull'altro versante Iorio, servito da Ancelotti, venutosi a trovare a tu per tu con Zoff in posizione defilata, calciò a botta sicura, con la sfera che sfilò davanti a tutta la linea della porta senza entrare. Al 38' Platini impresse il suo marchio di fabbrica sulla partita. A seguito di un contrasto con Falcao e Conti ottenne la concessione di un calcio di punizione a ridosso dell'area di rigore dei padroni di casa: dalla sua zona prediletta disegnò un capolavoro che portò il pallone ad oltrepassare la barriera e ad infilarsi sotto l'angolo opposto a quello difeso da Tancredi. Ottenuto il pareggio, Madama non si accontentò: ancora il francese, elusa la tattica del fuorigioco messa in atto dagli uomini di Liedholm, si girò su se stesso a pochi metri dal numero uno giallorosso per crossare a centro area, dove Brio riusciva a spingere di testa il pallone in rete per l'incredibile vittoria in rimonta della Vecchia Signora. Sullo stadio calò il gelo: bissando il successo ottenuto al “Comunale” nel girone d’andata con lo stesso risultato, la Juventus era riuscita ad avvicinarsi in classifica a soli tre punti di distanza dalla Roma. Questo non servì ad impedire che lo scudetto si trasferisse nella capitale a fine campionato, salvo poi tornare nel capoluogo piemontese la stagione immediatamente successiva.

L'ultima annotazione della giornata riguardò l'autore del goal decisivo: a gara conclusa, mentre si dirigeva verso gli spogliatoi, Brio venne azzannato ad una coscia da un cane al guinzaglio di un agente del servizio d’ordine posizionato oltre i tabelloni pubblicitari. L'episodio gli provocò - fortunatamente - soltanto una ferita superficiale. Nelle interviste del dopo partita, stuzzicato su un possibile errore dell’arbitro in occasione del momentaneo pareggio bianconero, il presidente dei giallorossi Dino Viola chiuse con eleganza la questione: “No, non direi, anche se onestamente nessuno ha visto il fallo che ha portato alla punizione vincente di Platini. Tuttavia non intendo prendermela con nessuno. Si parla troppo di potere della Juventus e si dimentica una cosa importantissima: che la Juventus il potere ce l'ha qui, nella testa”.
Quella di una squadra vincente.

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