Visualizzazione post con etichetta Le Roi Platini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Le Roi Platini. Mostra tutti i post

venerdì 1 aprile 2011

Platini, Brio e la rimonta vincente sulla Roma



"Saranno loro a doversi preoccupare e non certo noi, anche perdendo avremmo sempre tre punti di vantaggio. Mercoledì è stato per la Roma solo un episodio negativo che tuttavia va ridimensionato, considerando che abbiamo incontrato una delle formazioni più forti d'Europa. La Juve sappia che il campionato è tutt'altra cosa". Con queste parole Franco Tancredi, portiere dei giallorossi, mise in guardia la Vecchia Signora in vista dell'imminente incontro che avrebbe opposto le due squadre allo stadio "Olimpico" domenica 6 marzo 1983. Reduce dalla sconfitta infrasettimanale contro il Benfica nella gara valida per i quarti di finale della coppa UEFA, la squadra di Nils Liedholm era finita nel mirino della critica. Al contrario di quanto era accaduto a Madama, vincente e convincente nella trasferta inglese in Coppa dei Campioni contro l'Aston Villa.

La Juventus, con nove gare ancora da disputare prima della conclusione del campionato, si trovava a cinque lunghezze di distanza dalla Roma prima della classe, all'epoca in cui per ogni successo venivano assegnati due punti. Un margine, questo, che consentiva al club giallorosso di conservare una relativa tranquillità in previsione del match clou della ventiduesima giornata. La capitale era pronta ad ospitare la sfida tra le due regine incontrastate del calcio italiano dei primi anni ottanta del vecchio secolo, una vera e propria sfilata di fuoriclasse ed un “duello nel duello” che stuzzicava la fantasia delle rispettive tifoserie: quello tra il brasiliano Falcao da una parte ed il francese Platini dall'altra. Il pareggio ottenuto in rimonta nella trasferta a Cesena all'inizio del girone di ritorno (dopo essersi trovata in svantaggio di due reti) dava alla Vecchia Signora la piena consapevolezza delle sue enormi potenzialità. Trapattoni si era convinto di poter schierare contemporaneamente Bettega, Paolo Rossi, Boniek e lo stesso Platini senza che ne risentisse l'equilibrio in campo della squadra. Il compito di proteggere la difesa, che poi era anche quella titolare della Nazionale azzurra fresca campione del mondo con la sola esclusione di Sergio Brio, era demandato a Tardelli e Bonini.

L’incontro si mostrò subito avaro di spunti degni di nota, fatta eccezione per una conclusione di Bruno Conti da fuori area, con Zoff a deviare in calcio d'angolo spingendo il pallone oltre la traversa. Per riassumere in poche parole la totale mancanza di emozioni che caratterizzò i primi quarantacinque minuti della partita può bastare la dichiarazione che Enzo Bearzot, c.t. dell'Italia Mundial, rilasciò durante l'intervallo ad un cronista: "Speriamo che la gara si accenda. Capisco che l'importanza della posta in palio è molto alta. Vedo che c'è molta volontà a centrocampo, buona anche qualche triangolazione. Però nessuna delle due squadre affonda con convinzione". Alla ripresa delle ostilità la Juventus rientrò sul campo con un atteggiamento decisamente più aggressivo, tanto che Platini al 13' finì per mettere involontariamente fuori causa Pruzzo a seguito di un duro contrasto di gioco. Al posto del bomber giallorosso entrò Iorio, cui Gentile diede subito il “benvenuto” con un rude intervento dopo pochi istanti dal suo ingresso. In occasione del conseguente calcio di punizione, mentre Madama preparava il cambio tra Boniek e Marocchino, un attimo di esitazione di Barbaresco, il direttore di gara, costò caro alla Vecchia Signora: dubbioso se procedere immediatamente alla sostituzione, diede il tempo a Conti di agire di sorpresa, calciando il pallone nella direzione di Falcao che di testa battè l'incredulo Zoff.

Passata in svantaggio in maniera rocambolesca, la Juventus scaricò tutta la rabbia accumulata riversandosi nella metà campo giallorossa: a Paolo Rossi e Platini vennero negati due possibili calci di rigore, mentre Tardelli e Scirea sfiorarono il goal dell’1-1. Sull'altro versante Iorio, servito da Ancelotti, venutosi a trovare a tu per tu con Zoff in posizione defilata, calciò a botta sicura, con la sfera che sfilò davanti a tutta la linea della porta senza entrare. Al 38' Platini impresse il suo marchio di fabbrica sulla partita. A seguito di un contrasto con Falcao e Conti ottenne la concessione di un calcio di punizione a ridosso dell'area di rigore dei padroni di casa: dalla sua zona prediletta disegnò un capolavoro che portò il pallone ad oltrepassare la barriera e ad infilarsi sotto l'angolo opposto a quello difeso da Tancredi. Ottenuto il pareggio, Madama non si accontentò: ancora il francese, elusa la tattica del fuorigioco messa in atto dagli uomini di Liedholm, si girò su se stesso a pochi metri dal numero uno giallorosso per crossare a centro area, dove Brio riusciva a spingere di testa il pallone in rete per l'incredibile vittoria in rimonta della Vecchia Signora. Sullo stadio calò il gelo: bissando il successo ottenuto al “Comunale” nel girone d’andata con lo stesso risultato, la Juventus era riuscita ad avvicinarsi in classifica a soli tre punti di distanza dalla Roma. Questo non servì ad impedire che lo scudetto si trasferisse nella capitale a fine campionato, salvo poi tornare nel capoluogo piemontese la stagione immediatamente successiva.

L'ultima annotazione della giornata riguardò l'autore del goal decisivo: a gara conclusa, mentre si dirigeva verso gli spogliatoi, Brio venne azzannato ad una coscia da un cane al guinzaglio di un agente del servizio d’ordine posizionato oltre i tabelloni pubblicitari. L'episodio gli provocò - fortunatamente - soltanto una ferita superficiale. Nelle interviste del dopo partita, stuzzicato su un possibile errore dell’arbitro in occasione del momentaneo pareggio bianconero, il presidente dei giallorossi Dino Viola chiuse con eleganza la questione: “No, non direi, anche se onestamente nessuno ha visto il fallo che ha portato alla punizione vincente di Platini. Tuttavia non intendo prendermela con nessuno. Si parla troppo di potere della Juventus e si dimentica una cosa importantissima: che la Juventus il potere ce l'ha qui, nella testa”.
Quella di una squadra vincente.

Articolo pubblicato su


venerdì 28 gennaio 2011

Sfida Platini-Zico. Poi spuntò Vignola...

"Arrivai alla Juve e mi trovai davanti Michel Platini. Fate un po’ voi...". Questo è stato il triste destino bianconero di Beniamino Vignola, talentuoso centrocampista acquistato nell'estate del 1983 da Madama quando ancora militava tra le fila dell'Avellino. "Temevo di marcire in panchina, ma riuscii lo stesso a graffiare. Segnai il primo gol nella finale di coppa Coppe ’84, a Basilea contro il Porto. Contribuii allo scudetto dello stesso anno e poi alla coppa Campioni ’85. Ora mi godo il ricordo di essere stato il vice-Platini e di averci più volte giocato assieme. Non è poco".
In una di queste occasioni rubò le luci della ribalta al fuoriclasse transalpino. Accadde il 21 aprile 1984, allo stadio "Comunale" di Torino. La gara metteva di fronte la Juventus del francese all'Udinese di Zico. Sfida per palati fini, uno spettacolo nello spettacolo nel contesto di un momento delicato del campionato, dato che si trattava della quartultima gara con la Vecchia Signora ormai prossima a scucire lo scudetto dalle maglie della Roma per aggiudicarsi il ventunesimo tricolore della sua storia. Con il pareggio a reti inviolate ottenuto in trasferta proprio contro i giallorossi la domenica precedente quell'incontro, la strada verso il successo finale sembrava in discesa. Ma c'era un avversario ostico da superare, visto che tra le sue file spiccavano nomi importanti: Virdis, Causio, lo stesso Zico, Mauro, Edinho, Miano (per il quale si parlava da tempo di un interessamento da parte della stessa Juventus), De Agostini... Sottovalutare una squadra come quella friulana sarebbe potuto costare caro a Madama, che si era quindi posta l'imperativo di non abbassare la guardia proprio nel momento in cui il traguardo si trovava ormai a portata di mano.

Paolo Rossi, imbeccato da Claudio Gentile al 15' minuto, portò in vantaggio i bianconeri di Torino. Fu proprio in quel momento che la rilassatezza tanto temuta alla vigilia dell’incontro finì per impadronirsi degli uomini di Trapattoni. Il gioco scivolò lentamente tra le mani dell'Udinese, che iniziò a premere la Juventus costringendola sulla difensiva: Zico salì in cattedra, Mauro gettò al vento un delizioso assist del brasiliano, Bonini respinse con una mano un cross di Virdis facendo gridare al rigore e allo scandalo il numero 10 carioca (che a fine gara dichiarò: "Ho capito che in Italia non c' è giustizia, alle piccole squadre non viene mai concesso il dovuto"). E fu così che, dopo una bellissima parata di Tacconi su colpo di testa di Gerolin, l'Udinese raccolse quanto seminato sino a quel momento quando ormai si era arrivati alla fine della prima frazione di gioco: Mauro, servito da un eccellente Causio, realizzò la rete del momentaneo pareggio; un minuto dopo Zico portò a due le reti degli ospiti con un gran tiro di destro che trafisse il portiere juventino.
All’inizio della ripresa Trapattoni decise di lasciare negli spogliatoi uno spento Boniek per sostituirlo con Vignola, e dopo sei minuti la sua scelta venne premiata dal goal del biondo centrocampista: dopo essersi inserito pericolosamente nel cuore della difesa friulana, ricevette da Tardelli un pallone che fu in grado di controllare in corsa col piede destro per poi battere l’incolpevole Brini con un forte diagonale di sinistro.
In quel preciso momento Zico capì che non avrebbe dovuto vedersela soltanto contro “le Roi” Platini, ma anche con il talento di quel ragazzo con il numero 15 sulla schiena che due domeniche prima si era già dimostrato decisivo per la Vecchia Signora realizzando (su rigore) a Firenze il goal del successo contro i padroni di casa al novantesimo minuto.
Il brasiliano diventò ancor più protagonista della partita, lanciando prima Virdis solitario verso la porta di Tacconi (fermato in fuorigioco, una segnalazione che fece infuriare i friulani) e iniziando poi un vero e proprio tiro al bersaglio contro l’estremo difensore juventino, autore di parate fondamentali per la vittoria di Madama. Che si concretizzò al 67’ di gara: Vignola (ancora lui) ricevette un pallone da Cabrini poco dopo aver oltrepassato la metà campo dell’Udinese, puntò la porta avversaria e, dopo un affondo lungo quaranta metri, trafisse Brini con un potente destro. Un tiro a fil di palo di Zico fu l’ultima occasione per gli ospiti, usciti battuti dal campo ma comunque protagonisti di una grandissima gara.

Arrivato alla Juventus con l’approvazione di Michel Platini (che ne apprezzava il talento cristallino), Beniamino Vignola quella domenica riuscì a fornire ai bianconeri l’apporto che il francese solitamente garantiva loro proprio in concomitanza con un momento di appannamento del fuoriclasse transalpino, permettendo alla Vecchia Signora di opporsi alle straordinarie giocate di Zico e di far suo lo scudetto numero ventuno.
Ad una recente intervista, oggi che si trova fuori dal mondo del calcio, gli è stato chiesto: “Se Vignola giocasse oggi, in quale ruolo lo potrebbe fare?”. La sua risposta è stata “Non saprei, le mezze ali si sono estinte. Verrei retrocesso di trenta metri, penso. Regista davanti alla difesa come Pirlo”.
Lontano dalla zona di solito occupata da Platini…

Articolo pubblicato su

venerdì 14 gennaio 2011

Platini e la sua prima tripletta italiana al Bari

La stagione 1985-86 fu per la Juventus l’ultima con Trapattoni allenatore e la penultima di Michel Platini in campo con la maglia bianconera. Soprannominato “le Roi”, il francese era arrivato a Torino nell'estate del 1982 al tramonto del Mondiale spagnolo vinto dall’Italia, appropriandosi dello scettro di miglior realizzatore della serie A per i suoi tre primi campionati e spodestando così dal trono il precedente capocannoniere Roberto Pruzzo, “O' Rey di Crocefieschi” (il quartiere di Genova dove è nato). Per vedere una tripletta di Michel, però, si dovette attendere sino al 20 ottobre 1985, quando allo stadio "Comunale" la Vecchia Signora sconfisse il Bari per 4-0, inanellando la settima vittoria consecutiva in tutte le gare da lei disputate dall'inizio dell'anno ed uguagliando in tal modo il suo precedente record risalente alla stagione 1976-77, conclusa con le conquiste dello scudetto (51 punti accumulati dai bianconeri sui 60 disponibili, quando ancora ne venivano assegnati due per ogni successo) e della prima coppa UEFA vinta a Bilbao.

La squadra pugliese allenata da Bruno Bolchi quella domenica si presentò al cospetto della Juventus con un atteggiamento sin troppo prudente, comprovato dalle marcature a uomo sull’avversario diretto scelte dal suo tecnico in quasi tutte le zone del campo. Madama, campione d'Europa in carica e prossima a diventarlo anche del mondo, iniziò da subito un vero e proprio tiro al bersaglio verso la porta difesa da Pellicanò. Riuscì a raccogliere i risultati di quanto seminato quando ormai si era giunti al termine della prima frazione di gioco: un lancio di Cabrini dalla metà campo sfuggì in maniera goffa al controllo del barese Sola, lasciando la possibilità a Platini di scoccare un destro imparabile. Tacconi, spettatore non pagante per tutta la durata dell'incontro, dovette compiere un unico intervento in un’ora e mezza di gioco, una semplice uscita di pugno per anticipare un tentativo di conclusione di Rideout su un cross effettuato da Sclosa.
Un’autorete di Gridelli aprì le danze nella ripresa, consentendo alla Juventus di camminare sul velluto per tutta la restante parte della gara. Sfortunato protagonista per gli ospiti, il difensore venne sostituito di lì a poco da Bolchi con Carboni, senza che la mossa potesse sortire effetti particolari nel prosieguo dell'incontro. Platini, nel frattempo, continuò il suo show: al 63’ Mauro indirizzò verso l’area di rigore barese un pallone che, grazie ad un velo di Serena, arrivò al francese il quale con una finta rientrò di destro liberandosi di Loseto per poi trafiggere Pellicanò col piede sinistro. Scirea dovette abbandonare il campo a causa di una fastidiosa tendinite divenuta insopportabile col trascorrere dei minuti; Favero andò così ad occupare il ruolo di libero rimasto vacante, con il neo entrato Pioli che si francobollò a Bivi, autore di una partita anonima tanto quanto il compagno di reparto Rideout, tenuto a bada da Brio.
Quando ormai mancavano pochi minuti al termine dell’incontro un cross di Cabrini divenne preda nuovamente del numero dieci bianconero dopo uno scontro di gioco tra Pacione (subentrato a Laudrup) e Pellicanò, che impedì ad entrambi di impossessarsene: stavolta la soluzione vincente scelta dal fuoriclasse fu una mezza rovesciata, con la quale indirizzò la palla nella porta rimasta sguarnita.
Autore di una prestazione eccellente, nell’intervista post-gara Platini si mostrò prudente sul futuro di Madama nel campionato: “Questi record non hanno importanza. Adesso ci aspettano partite difficilissime e sarà proprio in occasione di quelle verifiche che dovremo confermare tutte le nostre doti”.
La Vecchia Signora in estate si era rifatta completamente il look, tanto da rendere difficilmente ipotizzabile la possibilità che Trapattoni riuscisse ad amalgamare molti elementi nuovi in così poco tempo: arrivarono contemporaneamente Massimo Mauro, Lionello Manfredonia, Michael Laudrup e Aldo Serena, con l’attaccante di Montebelluna che prese il posto di Paolo Rossi trasferitosi al Milan. Sbancando Udine la domenica successiva Madama portò il numero delle vittorie consecutive iniziali ad otto, per poi cadere a Napoli il 3 novembre 1985 in occasione del confronto diretto tra l’asso transalpino e il futuro re del calcio: Diego Armando Maradona.

I timori di Platini avrebbero avuto un loro riscontro a stagione inoltrata, visto che la Juventus sarebbe stata raggiunta dalla Roma di Eriksson a due sole giornate dalla conclusione del campionato. L’ombra dello spareggio sembrava essere ormai sempre più lunga, quando il 20 aprile 1986 accadde che un incredibile harakiri dei giallorossi in casa contro il Lecce spianò la strada verso il ventiduesimo tricolore agli uomini di Trapattoni, usciti nel frattempo vittoriosi dall’incontro al “Comunale” con il Milan. Giunse così un altro trionfo per la Vecchia Signora, per la gioia dei milioni di tifosi bianconeri sparsi per il mondo e la rabbia di chi, come Franco Zeffirelli, proprio non riusciva a digerirne i successi.
Proprio in occasione dell’incontro con il Bari dalla curva Filadelfia stracolma di sostenitori juventini comparvero striscioni e si levarono cori irriverenti nei confronti del regista fiorentino, condannato pochi giorni prima dal tribunale a pagare una multa di trentadue milioni di lire (risarcimento danni e multa) per le calunnie rivolte al club torinese. L’Avvocato Agnelli, intervistato durante l’intervallo di quella gara, si disse dispiaciuto per l’accaduto. La stima che nutriva verso l’uomo era nota a tutti, tanto quanto il disappunto per le sue considerazioni in ambito sportivo. Così come ebbe modo di sostenere in una delle dichiarazioni passate ormai alla storia: “È un grande regista. Ma quando parla di calcio non lo sto nemmeno a sentire

Articolo pubblicato su

sabato 16 ottobre 2010

Verso Juventus-Lecce, attraverso il racconto di quel meraviglioso 1986


Domani andrà in scena Juve-Lecce, una partita densa di significati per via degli intrecci calcistici fra le due squadre e le rispettive città.
Lecce ha prodotto alcune tra le più significative icone bianconere degli ultimi 40 anni: pensiamo a Franco Causio, il Barone, la fantasia e il Genio della Juve giovane e autarchica degli anni Settanta; a Sergio Brio, il granitico centrale dello squadrone a cavallo fra gli anni Settanta ed Ottanta; e infine ad Antonio Conte, "il Capitano", il cuore di una squadra passata dalla carestia dei primi anni Novanta alla Grande Abbuffata che ha abbracciato la fine del Vecchio e l'inizio del Nuovo Millennio.
Tre uomini diversissimi fra loro, tre anime calcistiche senza molte affinità ma che hanno caratterizzato gli ultimi quattro decenni bianconeri.
Il geniale Causio, l'uomo che inventava calcio sopraffino e faceva impazzire il proprio marcatore, l'uomo deputato a fornire assist o a concludere l'azione personalmente con intuizioni che i "normali" nemmeno avrebbero potuto immaginare, nell'ultimo triennio della sua esperienza juventina divenne compagno del giovane e roccioso Brio, l'opposto del Barone, ovvero colui che aveva il compito di stoppare il gioco offensivo, un metro e novantadue centimetri di forza e grinta senza alcuna concessione all'estetica, ma con uno spiccato senso del gol che tante volte ha risolto partite importanti.
Brio, passato dal campo alla panchina come secondo di Trapattoni, avrebbe poi avuto alle sue dipendenze un suo concittadino: Antonio Conte.
Arrivato grezzo e silenzioso, quello che per tutti è rimasto "Il Capitano" divenne presto l'anima del gruppo, nonostante i tanti infortuni che ne segnarono la carriera. Quante volte lo diedero per morto e quante volte il Capitano smentì i suoi detrattori?
Quanto al rapporto fra le squadre, l'U.S. Lecce porta bene alla Juventus, che dai salentini è stata sconfitta 3 volte in 34 confronti diretti, il primo dei quali risale al lontano 1976-77, in una partita di Coppa Italia, quando a Torino la stella di Causio era ancora fra le più splendenti.
Ma è inutile girarci intorno: nella memoria dei tifosi juventini il club pugliese evoca soprattutto una data, 20 aprile 1986; una partita, Roma-Lecce; e un risultato, 2-3.
Per chiarire ai più giovani cosa significò quella domenica, beh... chi ha vissuto il 5 maggio 2002 sappia che quella volta accadde la stessa cosa.
Leggendo i freddi numeri le due vicende sembrano apparentemente diverse: l'Inter di Cùper finì per suicidarsi da padrona del proprio destino, mentre Roma e Juve nel 1986 erano appaiate a due giornate dal termine.
In realtà, la Roma di Eriksson e del polacco ripudiato e in cerca di vendetta aveva compiuto una rimonta "monstre" su quella che sarebbe stata l'ultima grande Juve prima di un decennio di magre figure, esclusa la parentesi zoffiana.
La stagione vide la Juventus partire a razzo fra statistiche da primato e un gioco brillante e arioso, col senno di poi si capì che il lavoro estivo era stato finalizzato a privilegiare l'appuntamento con la Storia con la "s" maiuscola, quello con la Coppa Intercontinentale che Platini e soci avrebbero giocato e vinto in quella memorabile nottata (per noi italiani) a Tokyo l'8 dicembre 1985.
Di fatto, la stagione juventina subì un'improvvisa involuzione poco dopo, con l'arrivo del nuovo anno solare, e al calo di rendimento degli uomini di Trapattoni fece da contraltare il ritorno della Roma, strapotente sul piano fisico e oliata nei meccanismi gestiti da uno dei più giovani, brillanti e innovativi tecnici del periodo: Sven Goran Eriksson.
Lo svedese, che aveva condotto il Göteborg al primo storico successo in Coppa UEFA nell'82 e aveva immediatamente replicato la finale (perdendola) dello stesso torneo alla guida del Benfica, fu l'artefice della rimonta dei giallorossi, che recuperarono 8 punti in 13 partite, uno a partita nelle 5 gare precedenti l'aggancio: uno score che sembrava indicare chiaramente da che parte si fosse spostata l'inerzia del torneo, soprattutto alla luce del 3-0 subìto dai bianconeri nello scontro diretto appena un mese prima di quel famoso 20 aprile.
Ma il calcio è bello anche perché spesso sfugge alla logica, e la penultima giornata del campionato 1985-86 è uno di quegli esempi che non andrebbero mai dimenticati quando si cade nella tentazione di fare pronostici con troppa leggerezza...
In un Olimpico tutto romanista un Lecce già retrocesso sembrava rappresentare l'ideale vittima sacrificale per celebrare lo scudetto della Lupa, anche in virtù delle difficoltà che una Juventus in crollo verticale avrebbe sicuramente incontrato contro un Milan reduce da tre sconfitte consecutive ma ancora in lotta per un posto UEFA.
La regìa della giornata sembrò degna di un thriller: Roma avanti dopo una manciata di minuti con Graziani, e l'Olimpico esplose inneggiando al terzo titolo romanista.
La squadra di Eriksson mancò più volte il raddoppio, mentre a Torino fra Milan e Juve il risultato non si schiodava dallo 0-0 iniziale.
Improvvisamente, una leggerezza difensiva degli "ormai campioni d'Italia" permise ad Alberto Di Chiara, romano cresciuto nelle giovanili della Roma, di pareggiare, e pochi minuti dopo, quasi allo scadere del primo tempo, un rigore di Beto Barbas ribaltò il risultato.
Le radioline e il tabellone del Comunale torinese cominciarono a far nascere una speranza, il primo tempo si chiudeva con la Juve nuovamente in vantaggio di un punto sui rivali giallorossi, ma a Roma nessuno sembrava preoccuparsi del risultato maturato all'intervallo.
Ma all'inizio della ripresa ancora Beto Barbas si involava verso Tancredi e lo trafiggeva portando la squadra di Fascetti sul 3-1.
Ora sì che il sogno romanista iniziava ad infrangersi: e quando al minuto 17 della ripresa Briaschi servì Laudrup per il più comodo degli appoggi in rete, la Divina Provvidenza (per citare l'Avvocato) scelse la Juventus.
A nulla valse il gol di Pruzzo, che fissò il punteggio dell'Olimpico sul definitivo 2-3, e al termine delle partite fu chiaro a tutti che il campionato aveva vissuto la sua giornata decisiva, anche se mancava una partita che, per uno strano scherzo del destino, investiva ancora il Lecce del ruolo di arbitro dello scudetto, perché al "Via del Mare" arrivava la Juve, mentre una Roma moralmente distrutta avrebbe perso anche a Como.
E come finì quel Lecce-Juventus? Naturalmente 2-3, con i gol, tutti negli ultimi 20 minuti, di Mauro, Cabrini e Serena, intervallati dal momentaneo pari di Miceli.
Il Lecce onorò anche in quell'occasione il campionato e la firma di Alberto Di Chiara, colui che aveva dato il via alla girandola di eventi la domenica precedente, chiuse idealmente una stagione emotivamente indimenticabile.

Questo articolo è stato scritto da Claudio Amigoni, con il quale ho avuto il piacere di condividere l'idea. Ma il testo è tutta "roba" sua. Di classe...