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venerdì 1 aprile 2011

Platini, Brio e la rimonta vincente sulla Roma



"Saranno loro a doversi preoccupare e non certo noi, anche perdendo avremmo sempre tre punti di vantaggio. Mercoledì è stato per la Roma solo un episodio negativo che tuttavia va ridimensionato, considerando che abbiamo incontrato una delle formazioni più forti d'Europa. La Juve sappia che il campionato è tutt'altra cosa". Con queste parole Franco Tancredi, portiere dei giallorossi, mise in guardia la Vecchia Signora in vista dell'imminente incontro che avrebbe opposto le due squadre allo stadio "Olimpico" domenica 6 marzo 1983. Reduce dalla sconfitta infrasettimanale contro il Benfica nella gara valida per i quarti di finale della coppa UEFA, la squadra di Nils Liedholm era finita nel mirino della critica. Al contrario di quanto era accaduto a Madama, vincente e convincente nella trasferta inglese in Coppa dei Campioni contro l'Aston Villa.

La Juventus, con nove gare ancora da disputare prima della conclusione del campionato, si trovava a cinque lunghezze di distanza dalla Roma prima della classe, all'epoca in cui per ogni successo venivano assegnati due punti. Un margine, questo, che consentiva al club giallorosso di conservare una relativa tranquillità in previsione del match clou della ventiduesima giornata. La capitale era pronta ad ospitare la sfida tra le due regine incontrastate del calcio italiano dei primi anni ottanta del vecchio secolo, una vera e propria sfilata di fuoriclasse ed un “duello nel duello” che stuzzicava la fantasia delle rispettive tifoserie: quello tra il brasiliano Falcao da una parte ed il francese Platini dall'altra. Il pareggio ottenuto in rimonta nella trasferta a Cesena all'inizio del girone di ritorno (dopo essersi trovata in svantaggio di due reti) dava alla Vecchia Signora la piena consapevolezza delle sue enormi potenzialità. Trapattoni si era convinto di poter schierare contemporaneamente Bettega, Paolo Rossi, Boniek e lo stesso Platini senza che ne risentisse l'equilibrio in campo della squadra. Il compito di proteggere la difesa, che poi era anche quella titolare della Nazionale azzurra fresca campione del mondo con la sola esclusione di Sergio Brio, era demandato a Tardelli e Bonini.

L’incontro si mostrò subito avaro di spunti degni di nota, fatta eccezione per una conclusione di Bruno Conti da fuori area, con Zoff a deviare in calcio d'angolo spingendo il pallone oltre la traversa. Per riassumere in poche parole la totale mancanza di emozioni che caratterizzò i primi quarantacinque minuti della partita può bastare la dichiarazione che Enzo Bearzot, c.t. dell'Italia Mundial, rilasciò durante l'intervallo ad un cronista: "Speriamo che la gara si accenda. Capisco che l'importanza della posta in palio è molto alta. Vedo che c'è molta volontà a centrocampo, buona anche qualche triangolazione. Però nessuna delle due squadre affonda con convinzione". Alla ripresa delle ostilità la Juventus rientrò sul campo con un atteggiamento decisamente più aggressivo, tanto che Platini al 13' finì per mettere involontariamente fuori causa Pruzzo a seguito di un duro contrasto di gioco. Al posto del bomber giallorosso entrò Iorio, cui Gentile diede subito il “benvenuto” con un rude intervento dopo pochi istanti dal suo ingresso. In occasione del conseguente calcio di punizione, mentre Madama preparava il cambio tra Boniek e Marocchino, un attimo di esitazione di Barbaresco, il direttore di gara, costò caro alla Vecchia Signora: dubbioso se procedere immediatamente alla sostituzione, diede il tempo a Conti di agire di sorpresa, calciando il pallone nella direzione di Falcao che di testa battè l'incredulo Zoff.

Passata in svantaggio in maniera rocambolesca, la Juventus scaricò tutta la rabbia accumulata riversandosi nella metà campo giallorossa: a Paolo Rossi e Platini vennero negati due possibili calci di rigore, mentre Tardelli e Scirea sfiorarono il goal dell’1-1. Sull'altro versante Iorio, servito da Ancelotti, venutosi a trovare a tu per tu con Zoff in posizione defilata, calciò a botta sicura, con la sfera che sfilò davanti a tutta la linea della porta senza entrare. Al 38' Platini impresse il suo marchio di fabbrica sulla partita. A seguito di un contrasto con Falcao e Conti ottenne la concessione di un calcio di punizione a ridosso dell'area di rigore dei padroni di casa: dalla sua zona prediletta disegnò un capolavoro che portò il pallone ad oltrepassare la barriera e ad infilarsi sotto l'angolo opposto a quello difeso da Tancredi. Ottenuto il pareggio, Madama non si accontentò: ancora il francese, elusa la tattica del fuorigioco messa in atto dagli uomini di Liedholm, si girò su se stesso a pochi metri dal numero uno giallorosso per crossare a centro area, dove Brio riusciva a spingere di testa il pallone in rete per l'incredibile vittoria in rimonta della Vecchia Signora. Sullo stadio calò il gelo: bissando il successo ottenuto al “Comunale” nel girone d’andata con lo stesso risultato, la Juventus era riuscita ad avvicinarsi in classifica a soli tre punti di distanza dalla Roma. Questo non servì ad impedire che lo scudetto si trasferisse nella capitale a fine campionato, salvo poi tornare nel capoluogo piemontese la stagione immediatamente successiva.

L'ultima annotazione della giornata riguardò l'autore del goal decisivo: a gara conclusa, mentre si dirigeva verso gli spogliatoi, Brio venne azzannato ad una coscia da un cane al guinzaglio di un agente del servizio d’ordine posizionato oltre i tabelloni pubblicitari. L'episodio gli provocò - fortunatamente - soltanto una ferita superficiale. Nelle interviste del dopo partita, stuzzicato su un possibile errore dell’arbitro in occasione del momentaneo pareggio bianconero, il presidente dei giallorossi Dino Viola chiuse con eleganza la questione: “No, non direi, anche se onestamente nessuno ha visto il fallo che ha portato alla punizione vincente di Platini. Tuttavia non intendo prendermela con nessuno. Si parla troppo di potere della Juventus e si dimentica una cosa importantissima: che la Juventus il potere ce l'ha qui, nella testa”.
Quella di una squadra vincente.

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sabato 12 marzo 2011

Il pareggio al "Dino Manuzzi" della Juve mundial

"E' necessario cercare il risultato pieno. Sarebbe importantissimo anche sotto l'aspetto psicologico. Una vittoria consentirebbe alla squadra di sbloccarsi e di uscire da questo momento di impasse. La condizione non ci manca, però finora inspiegabilmente non siamo riusciti a tradurla in risultati. Purtroppo Cesena è un campo difficile. Giocheremo contro una formazione temibile, che 'morde' e sa farsi valere agonisticamente". Trapattoni espresse con queste parole le sue preoccupazioni circa l'esito dell'imminente partita della sua Juventus contro i romagnoli, prevista allo stadio "Dino Manuzzi" il 23 gennaio 1983.
Ormai distante dalla Roma in classifica, da quel club che poi si sarebbe aggiudicato a fine stagione il secondo tricolore della sua storia, la Vecchia Signora era incappata in un periodo negativo dal quale faceva fatica ad uscire. Tre pareggi ed una sconfitta nelle ultime quattro gare di serie A rappresentavano un qualcosa di più di un semplice campanello d'allarme. Soprattutto se ad accumulare questi risultati era una formazione che tra le proprie fila poteva annoverare ben sei campioni del mondo in carica (i reduci dalla vincente spedizione spagnola della nazionale azzurra guidata da Enzo Bearzot), oltre a Michel Platini e Zbigniew Boniek, i due fuoriclasse stranieri arrivati a Torino l'estate precedente.
Ancora alla ricerca della giusta quadratura in campo della sua squadra nonostante il campionato fosse ormai arrivato alla diciassettesima giornata, Trapattoni lasciò in panchina Furino e Bettega per dare spazio a Bonini (a centrocampo) ed avanzare il neoacquisto polacco in una posizione maggiormente offensiva rispetto al solito, tra le reticenze dello stesso giocatore che si sentiva più a proprio agio nel ruolo di playmaker. L'intento del tecnico bianconero era chiaro: al fine di invertire la rotta per allontanarsi dal momento di crisi, aveva deciso di proporre un undici di base più attendista del recente passato, ma allo stesso tempo pronto a ripartire velocemente in attacco una volta entrato in possesso del pallone. "Il Cesena è pericoloso. In particolare, il contropiede di Schachner e Carlini, due attaccanti veloci. In passato abbiamo sofferto contro squadre che praticano questo tipo di gioco, quindi occorre stare molto attenti a non scoprirsi", affermò l'allenatore pochi istanti prima dell'incontro. A Sergio Brio venne affidata la marcatura della punta austriaca, mentre Claudio Gentile si prese cura del suo compagno di reparto.

Le difficoltà mostrate dalla Juventus durante i primi istanti dell'incontro non fecero altro che dare ragione alle critiche dell'opinione pubblica in merito alle sue ultime prestazioni. Schachner realizzò due reti in soli 27': la prima (al 17') bruciando Brio sullo scatto e colpendo il pallone in controbalzo di destro per trafiggere un incolpevole Zoff; la seconda, invece, originata da un errato di disimpegno di Scirea, che permise a Piraccini di lanciare a rete l'attaccante abile a liberarsi ancora del suo marcatore diretto, a resistere all'intervento di Gentile e ad anticipare quello di Cabrini, per poi dribblare il numero uno bianconero e batterlo nuovamente.
Il raddoppio del Cesena scatenò le vivacissime proteste di tutti i giocatori juventini, i quali accorsero in gruppo verso il guardalinee reo di non aver alzato la bandierina per segnalare una chiara situazione di fuorigioco. In quei concitati momenti Tardelli venne sfiorato da una radiolina piovuta dagli spalti, nel contesto di un ambiente divenuto tutto ad un tratto ostile nei confronti di Madama. Un'atmosfera difficile da immaginare ad inizio gara, prova ne sia che lo speaker del "Dino Manuzzi" aveva accompagnato l'ingresso in campo delle due formazioni al grido di "Viva la Romagna, viva la Juventus". La netta sensazione di aver subito un torto fece scuotere la Vecchia Signora dal suo torpore, provocando una feroce reazione degli uomini di Trapattoni. Brio dimezzò il distacco dopo due soli minuti (al 29'): un assist di testa di Boniek (a seguito di un traversone proveniente da una punizione calciata da Cabrini) fece arrivare il pallone al difensore che - all'interno dell'area di rigore - lo controllò col petto ed evitò un avversario per poi realizzare il primo goal della giornata per gli ospiti.
Le squadre andarono al riposo con i padroni di casa in vantaggio per 2-1. Boniperti, che come sua abitudine consolidata aveva abbandonato lo stadio dopo i primi 45' di gioco, fu abile ad evitare un tentativo di aggressione di un anziano tifoso romagnolo che aveva provato a colpirlo con un pugno. Alla ripresa del gioco, Trapattoni mischiò le carte a sua disposizione, togliendo dal campo un evanescente Marocchino per inserire Bettega e presentare una formazione a trazione anteriore, data la contemporanea presenza - oltre all'attaccante - di Platini, Boniek e Paolo Rossi. Nell’intenzione di non lasciare troppo scoperta la difesa, poi, le sistemò davanti i due soli uomini rimasti a vigilare sulla linea mediana: Bonini e Tardelli.
La Juventus s’impossessò del predominio dell’incontro, pressando gli avversari soprattutto sulla fascia laterale destra, dove Gentile spinse come un forsennato per tutta la restante parte di gara. L'ingresso di Bettega consentì alla Vecchia Signora di avere un punto di riferimento importante nel reparto offensivo. Fu lo stesso attaccante a consentirle di pervenire a pareggio al 16', stoppando di petto e girando violentemente di destro a rete un pallone recapitatogli da Platini con un delizioso lancio. Nonostante il forcing finale di Madama, il risultato non cambiò più. La partita terminò 2-2, ma continuarono le polemiche, che indussero il club torinese al silenzio stampa in merito all'episodio che aveva portato alla seconda rete dei romagnoli.

A fine stagione la bacheca della società torinese si arricchì soltanto di una coppa Italia, a causa del secondo posto ottenuto in campionato alle spalle dei giallorossi e della finale di coppa dei Campioni persa ad Atene contro i tedeschi dell'Amburgo. La strada, però, era ormai tracciata: stava nascendo quella grandissima squadra che già a partire dall’anno successivo avrebbe ripreso a vincere trofei prestigiosi, sedendosi - di volta in volta - sui troni di Italia, d'Europa e del mondo.

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venerdì 4 febbraio 2011

Zoff, compleanno con vittoria


Dedico questo mio articolo ad Antonio, e al suo blog Parata di Zoff

Per Dino Zoff quel Cagliari-Juventus in programma allo stadio "Sant'Elia" il 28 febbraio 1982 non poteva rappresentare una gara qualsiasi, visto che si trattava del giorno in cui avrebbe festeggiato il suo quarantesimo compleanno. "Non so cosa organizzeranno in campo per me", disse, "magari prima mi faranno una festa con i fiori, poi la festa con i gol. Otto anni fa giocai a Cagliari dopo tanti brindisi, a Torino mi era nato il figlio, l'antivigilia, perdemmo per due a uno, un tiro di Riva su punizione mi piegò le mani".
Alcuni bianconeri, tra i quali lo stesso portiere, avevano preso parte all'amichevole tra Italia e Francia disputata il mercoledì precedente la trasferta in Sardegna, una gara persa dagli azzurri per 2-0 (le reti furono realizzate da Platini e Bravo). Il conto alla rovescia per il Mondiale di calcio che si sarebbe disputato in Spagna era già iniziato, così come le critiche per una Nazionale troppo poco convincente per poter ambire ad una vittoria finale. Zoff le allontanò con decisione: "Noi non siamo quelli di Parigi, noi quando siamo veri, voglio dire. Adesso la nostra reazione sarà positiva, faremo gruppo, faremo quadrato, faremo famiglia con Bearzot, è accaduto anche nel passato. Prima dell'Argentina, nel 1978, ci furono gli stessi brutti risultati con lo stesso pessimismo e la stessa polemica".

Paolo Carosi, tecnico del Cagliari, per l’occasione dovette fare a meno di Selvaggi e Marchetti, veri e propri punti di forza dell’attacco e del centrocampo degli isolani; di contro la Juventus ovviò all’assenza dello squalificato Gentile schierando al suo posto Osti. Sergio Brio annullò sin dai primi minuti dell’incontro Piras, il terminale offensivo del gioco dei padroni di casa, mentre Furino - sulla linea mediana del campo - sopperì con la propria furia agonistica alla mancanza di freschezza atletica di alcuni compagni di squadra, specialmente quelli reduci dalla gara infrasettimanale con la maglia della Nazionale.
Il Cagliari avvertì subito di trovarsi di fronte ad una Vecchia Signora opaca e svogliata, reduce da tre vittorie consecutive in campionato e forse distratta dall’imminente derby con il Torino previsto per la domenica successiva. La aggredì, sospinto dal pubblico locale e guidato in campo da un ottimo Brugnera, ma nel momento di maggior pressione venne punita dagli ospiti al 27’ della prima frazione di gioco: da una punizione calciata dalla fascia sinistra da Cabrini scaturì un cross diretto verso l’area di rigore dei sardi, Virdis lasciò scorrere la sfera che finì a Tardelli pronto a battere Corti con un potente colpo di testa, con il pallone che passava sotto le gambe del portiere avversario.
I padroni di casa si riversarono nella metà campo bianconera nell’intento di arrivare immediatamente al pareggio. Con il trascorrere dei minuti, però, apparve sempre più evidente l’inconsistenza dei loro attacchi, tanto che Zoff non dovette eseguire un solo intervento in tutto l’arco della partita (“Mi hanno regalato — disse a fine gara — una giornata di riposo, mi sembra il minimo che potessero fare per un vecchietto come me, adesso spero che continuino così”). L’unico giocatore che provò ad impensierirlo seriamente fu Osellame, il centrocampista del Cagliari che al 10’ della ripresa provò ad imitare Tardelli, compiendo però l’errore di colpire con troppa forza la sfera che, una volta toccato il terreno di gioco, si impennò sorvolando la porta bianconera, con lo stesso Zoff che si limitava ad osservarne la traiettoria. E così, mentre dall’altra parte Galderisi e Virdis non riuscivano ad essere incisivi nelle loro sortite offensive e Marocchino continuava ad andare a corrente alternata, sempre Osellame - quando ormai si era arrivati a cinque minuti dalla fine della partita - con un potente rasoterra colpì il palo esterno, senza però preoccupare eccessivamente il numero uno bianconero attento nel seguire la direzione del tiro.

Terminato l’incontro, mentre i giocatori del Cagliari reclamavano nelle consuete interviste post gara l’assenza di fortuna a loro favore (alla quale addebitavano il mancato pareggio), un Furino ancora 'carico' di adrenalina rispose a tono: “Si vince, si prendono i due punti e si mettono in saccoccia. Non mi sembra che il Cagliari meritasse il pareggio. Quali occasioni da gol ha avuto? Quella di Osellame non conta perché c'era un fallo su Cabrini. Fortunati? La fortuna aiuta i forti, no?”
Dopo aver sgomitato con la Roma ad inizio campionato, la Juventus si rese protagonista di un avvincente testa a testa con la Fiorentina: la situazione di equilibrio si ruppe all’ultima giornata, allorquando i viola pareggiarono proprio al 'Sant’Elia' per 0-0 e William 'Liam' Brady, su calcio di rigore, regalò a Catanzaro lo scudetto numero venti alla Vecchia Signora. Quello rappresentò l’ultimo dono di un gentiluomo del pallone prima che fosse costretto a lasciare Torino per far posto a Michel Platini e Zbigniew Boniek.
Nel giorno del suo quarantesimo compleanno a Zoff vennero elargite belle parole da tutto il mondo calcistico. Gilmar, portiere brasiliano, dichiarò: “Zoff tra i più grandi del mondo, se non il più grande, anche per come ha reagito alle critiche dopo il 'Mundial' in Argentina”. Il numero uno bianconero, lusingato per il giudizio, raccolse i complimenti e 'rilanciò': “Questo è niente, vedrete come reagirò alle critiche dopo il 'Mundial' in Spagna”.
Quel campionato che ancora non era iniziato, ma del quale aveva già previsto le roventi polemiche che si sarebbero scatenate.
E, forse, la vittoria finale dell’Italia.

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venerdì 14 gennaio 2011

Platini e la sua prima tripletta italiana al Bari

La stagione 1985-86 fu per la Juventus l’ultima con Trapattoni allenatore e la penultima di Michel Platini in campo con la maglia bianconera. Soprannominato “le Roi”, il francese era arrivato a Torino nell'estate del 1982 al tramonto del Mondiale spagnolo vinto dall’Italia, appropriandosi dello scettro di miglior realizzatore della serie A per i suoi tre primi campionati e spodestando così dal trono il precedente capocannoniere Roberto Pruzzo, “O' Rey di Crocefieschi” (il quartiere di Genova dove è nato). Per vedere una tripletta di Michel, però, si dovette attendere sino al 20 ottobre 1985, quando allo stadio "Comunale" la Vecchia Signora sconfisse il Bari per 4-0, inanellando la settima vittoria consecutiva in tutte le gare da lei disputate dall'inizio dell'anno ed uguagliando in tal modo il suo precedente record risalente alla stagione 1976-77, conclusa con le conquiste dello scudetto (51 punti accumulati dai bianconeri sui 60 disponibili, quando ancora ne venivano assegnati due per ogni successo) e della prima coppa UEFA vinta a Bilbao.

La squadra pugliese allenata da Bruno Bolchi quella domenica si presentò al cospetto della Juventus con un atteggiamento sin troppo prudente, comprovato dalle marcature a uomo sull’avversario diretto scelte dal suo tecnico in quasi tutte le zone del campo. Madama, campione d'Europa in carica e prossima a diventarlo anche del mondo, iniziò da subito un vero e proprio tiro al bersaglio verso la porta difesa da Pellicanò. Riuscì a raccogliere i risultati di quanto seminato quando ormai si era giunti al termine della prima frazione di gioco: un lancio di Cabrini dalla metà campo sfuggì in maniera goffa al controllo del barese Sola, lasciando la possibilità a Platini di scoccare un destro imparabile. Tacconi, spettatore non pagante per tutta la durata dell'incontro, dovette compiere un unico intervento in un’ora e mezza di gioco, una semplice uscita di pugno per anticipare un tentativo di conclusione di Rideout su un cross effettuato da Sclosa.
Un’autorete di Gridelli aprì le danze nella ripresa, consentendo alla Juventus di camminare sul velluto per tutta la restante parte della gara. Sfortunato protagonista per gli ospiti, il difensore venne sostituito di lì a poco da Bolchi con Carboni, senza che la mossa potesse sortire effetti particolari nel prosieguo dell'incontro. Platini, nel frattempo, continuò il suo show: al 63’ Mauro indirizzò verso l’area di rigore barese un pallone che, grazie ad un velo di Serena, arrivò al francese il quale con una finta rientrò di destro liberandosi di Loseto per poi trafiggere Pellicanò col piede sinistro. Scirea dovette abbandonare il campo a causa di una fastidiosa tendinite divenuta insopportabile col trascorrere dei minuti; Favero andò così ad occupare il ruolo di libero rimasto vacante, con il neo entrato Pioli che si francobollò a Bivi, autore di una partita anonima tanto quanto il compagno di reparto Rideout, tenuto a bada da Brio.
Quando ormai mancavano pochi minuti al termine dell’incontro un cross di Cabrini divenne preda nuovamente del numero dieci bianconero dopo uno scontro di gioco tra Pacione (subentrato a Laudrup) e Pellicanò, che impedì ad entrambi di impossessarsene: stavolta la soluzione vincente scelta dal fuoriclasse fu una mezza rovesciata, con la quale indirizzò la palla nella porta rimasta sguarnita.
Autore di una prestazione eccellente, nell’intervista post-gara Platini si mostrò prudente sul futuro di Madama nel campionato: “Questi record non hanno importanza. Adesso ci aspettano partite difficilissime e sarà proprio in occasione di quelle verifiche che dovremo confermare tutte le nostre doti”.
La Vecchia Signora in estate si era rifatta completamente il look, tanto da rendere difficilmente ipotizzabile la possibilità che Trapattoni riuscisse ad amalgamare molti elementi nuovi in così poco tempo: arrivarono contemporaneamente Massimo Mauro, Lionello Manfredonia, Michael Laudrup e Aldo Serena, con l’attaccante di Montebelluna che prese il posto di Paolo Rossi trasferitosi al Milan. Sbancando Udine la domenica successiva Madama portò il numero delle vittorie consecutive iniziali ad otto, per poi cadere a Napoli il 3 novembre 1985 in occasione del confronto diretto tra l’asso transalpino e il futuro re del calcio: Diego Armando Maradona.

I timori di Platini avrebbero avuto un loro riscontro a stagione inoltrata, visto che la Juventus sarebbe stata raggiunta dalla Roma di Eriksson a due sole giornate dalla conclusione del campionato. L’ombra dello spareggio sembrava essere ormai sempre più lunga, quando il 20 aprile 1986 accadde che un incredibile harakiri dei giallorossi in casa contro il Lecce spianò la strada verso il ventiduesimo tricolore agli uomini di Trapattoni, usciti nel frattempo vittoriosi dall’incontro al “Comunale” con il Milan. Giunse così un altro trionfo per la Vecchia Signora, per la gioia dei milioni di tifosi bianconeri sparsi per il mondo e la rabbia di chi, come Franco Zeffirelli, proprio non riusciva a digerirne i successi.
Proprio in occasione dell’incontro con il Bari dalla curva Filadelfia stracolma di sostenitori juventini comparvero striscioni e si levarono cori irriverenti nei confronti del regista fiorentino, condannato pochi giorni prima dal tribunale a pagare una multa di trentadue milioni di lire (risarcimento danni e multa) per le calunnie rivolte al club torinese. L’Avvocato Agnelli, intervistato durante l’intervallo di quella gara, si disse dispiaciuto per l’accaduto. La stima che nutriva verso l’uomo era nota a tutti, tanto quanto il disappunto per le sue considerazioni in ambito sportivo. Così come ebbe modo di sostenere in una delle dichiarazioni passate ormai alla storia: “È un grande regista. Ma quando parla di calcio non lo sto nemmeno a sentire

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sabato 6 novembre 2010

Sanguin, il petardo e la vittoria a tavolino del Cesena sulla Juve

La storia è fatta di corsi e ricorsi, di episodi che a volte - nel momento stesso in cui si verificano - sembrano assumere un valore insignificante, salvo poi entrare di diritto nella galleria dei ricordi difficili da dimenticare.
Uno di questi accadde il 22 novembre del 1987 a Torino, in una domenica (apparentemente) qualsiasi, nella quale era previsto lo svolgimento della partita tra la Juventus ed il Cesena, valida per la nona giornata del girone di andata del campionato di serie A.
Una "grande" squadra contro una "piccola", la Vecchia Signora del calcio italiano abituata da sempre a lottare per il titolo contro una società che tradizionalmente fa della salvezza il suo scudetto.

Quella che si era presentata ai nastri di partenza del campionato 1987-88 era una Juventus decisamente inferiore rispetto ai consueti livelli di eccellenza: al termine della stagione precedente, già orfana di Giovanni Trapattoni (trasferitosi all'Inter), aveva dovuto tristemente salutare anche Michel Platini.
Per compensare l'enorme vuoto lasciato dalla partenza del francese, Boniperti aveva deciso di sfidare l'impossibile provando a sostituire Michel con un serio professionista come Marino Magrin, cui venne affidato il compito di rifornire l'acquisto-monstre del mercato estivo, il bomber gallese Ian Rush, che nei sette anni trascorsi a Liverpool aveva vinto tutto e segnato più di duecento gol con i "Reds".
Com'era prevedibile, la scelta dell'ex atalantino si sarebbe rivelata un azzardo, e la stagione della Juve (quella dei novant'anni dalla fondazione) fu deludente, con la squadra lontana dagli obiettivi che contavano, vuota di contenuti e al tempo stesso piena di polemiche. Una battuta dell'Avvocato Agnelli, pronunciata a campionato in corso (1° marzo 1988), può servire più di ogni altra considerazione a disegnare il quadro di quel particolare momento storico della Vecchia Signora: "Per salvare questa Juve non basterebbe tutto l'entusiasmo che si è creato intorno a Tomba".

E anche quel fatidico 22 novembre non si sottrasse ad un destino che per la Juventus, in quel campionato, sembrava già scritto.
Un petardo lanciato dagli spalti dello stadio "Comunale" scoppiò accanto al tunnel posto sotto la curva Filadelfia, nel momento in cui le due formazioni stavano raggiungendo gli spogliatoi per l'intervallo della partita.
Il centrocampista dei romagnoli Sanguin, a causa del trauma uditivo subìto dopo l’episodio in questione, non fece rientro sul rettangolo di gioco per riprendere il match.
A nulla valse la doppietta realizzata da Sergio Brio, cui rispose il cesenate Rizzitelli a quindici minuti dal termine dell'incontro. Il risultato non venne omologato e il Cesena presentò reclamo al giudice sportivo Barbè, che decise per la vittoria a tavolino per 2-0 a favore dei romagnoli.

Già nell'immediato dopo partita scoppiarono forti polemiche, con la Juventus convinta che Sanguin avesse accentuato gli effetti provocati dello scoppio, approfittando dell'accaduto per influenzare la decisione del giudice sportivo e guadagnare preziosi (quanto insperati) punti-salvezza.
Antonio Cabrini, a pochi passi dal giocatore avversario in quei concitati momenti, intervistato pronunciò queste parole: "Eravamo in cinque lì vicino, ma soltanto Sanguin si è sentito male. Il suo comportamento è stato esagerato".
Con l'intervento in prima persona dell'avv. Chiusano, legale (e vicepresidente) della Juventus e di Giampiero Boniperti, la società torinese provò con tutte le proprie forze a ribaltare il primo verdetto negativo, ma né la Disciplinare né la Caf (gli ultimi due gradi di giudizio) cambiarono idea: nonostante la vittoria ottenuta sul campo, la tanto temuta e "potentissima" Juventus venne quindi sconfitta in sede giudiziaria, e fu così costretta ad accettare il ribaltamento del risultato a favore del Cesena.

Il silenzio stampa imposto ai giocatori da Boniperti venne disatteso soltanto da Stefano Tacconi, che si limitò a dire: “Al prossimo petardo ci provo anch'io a buttarmi a terra".
Ad ogni vittoria, all’epoca dei fatti, venivano assegnati due punti (al posto dei tre attuali): con quelli la Juventus avrebbe potuto evitare lo spareggio per accedere alla coppa UEFA, disputato a fine stagione contro il Torino (23 maggio 1988), in virtù della medesima posizione in classifica (la sesta) ottenuta da entrambe le squadre.
La Vecchia Signora tuttavia vinse, ai rigori (4-2), dopo che i tempi regolamentari e i supplementari si erano conclusi con un nulla di fatto. Sergio Brio, ironia della sorte, sbagliò il penalty.

Una nota conclusiva: l’arbitro di quel famoso Juventus-Cesena, nonché autore del referto dell’episodio dello scoppio del petardo che – così come redatto – mise in difficoltà la linea difensiva della società torinese, era Romeo Paparesta, padre di Gianluca Paparesta.
La storia, come detto, è fatta di corsi e ricorsi.
A volte anche di curiose coincidenze.

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