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sabato 22 marzo 2014

Pirlo, l'artista delle punizioni


Nel suo libro “Juventus. Quei derby che una signora non dimentica”, pubblicato nel 2007, Roberto Beccantini - noto giornalista sportivo e tifoso bianconero - aveva riportato un curioso aneddoto legato ad una confessione rilasciata tempo prima da Dino Zoff: “Quando prendevo un gol da Platini in Nazionale o in allenamento non mi lamentavo né mi incavolavo mai. Sono gol che un portiere deve accettare. Perché? Non sono imparabili, sono perfetti”.

Passano gli anni, Madama saluta o dà il benvenuto a nuovi fuoriclasse, ma la storia si ripete. Buffon, all'alba del primo campionato disputato dalla Vecchia Signora dentro la sua nuova casa (2011/12), per celebrare la grandezza di un altro maestro nelle punizioni, Andrea Pirlo, diventò addirittura mistico: “Quando Andrea mi ha detto che sarebbe venuto alla Juve, la prima cosa che ho detto è stata "Meno male". Credo che un giocatore del suo livello e del suo valore, per lo più gratis, sia stato l'affare del secolo. E ieri quando l'ho visto giocare ho pensato "Dio c'è", perché è veramente imbarazzante la sua bravura calcistica".

Davanti a quella classe anche Michel Platini lo scorso 18 giugno 2013 si era tolto pubblicamente il cappello: “Stiamo parlando di un grande giocatore, perché dà un valore aggiunto alle sue squadre sia per tecnica che per organizzazione. La sua sfortuna è che nella storia rimangono più nella mente dei tifosi i grandi goleador perché le tv fanno vedere soprattutto i gol. Nella Juve infatti ci si ricorda di più di Del Piero che di altri. È lo stesso problema di portieri, difensori e centrocampista di fatica. È un giocatore eccezionale, con grandi qualità e devo dire che lo ammiro moltissimo. Mi tolgo il cappello di fronte a lui”.

Ultimo tra gli ultimi, ma solo in ordine cronologico, anche Luigi Garlando, prima firma della “Gazzetta dello Sport”, nel celebrare l'opera d'arte con la quale Pirlo ha regalato la qualificazione ai quarti di Europa League alla Juventus, sulla rosea ha scritto: “L'habitat naturale di Andrea Pirlo è il Pallone d'Oro. Non l'ha mai vinto? Colpa di chi vota, mica sua”. Amen.

Finite le celebrazioni, per i bianconeri adesso è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e portare a compimento due missioni all'interno di una stagione, quella che porterà molti di loro a partecipare ai mondiali brasiliani, sempre più densa di impegni.

Aumenta il numero dei minuti accumulati nelle gambe dalla truppa di Conte, iniziano ad affiorare con frequenza sempre maggiore gli infortuni, ogni tanto fioccano alcune squalifiche, ed ecco che Madama inizia a tirare la cinghia, facendo ricorso a qualche ragazzo della sua Primavera (Romagna e Matiello a Firenze, giusto per fare un esempio).

Il prossimo appuntamento in campionato è a Catania, laddove in campionato la Juventus non perde dal lontano 27 settembre 1964. All'epoca dei fatti vinsero i padroni di casa per 3-1, la Vecchia Signora era guidata in panchina da Heriberto Herrera. Quella stagione si concluse con un quarto posto in serie A, un successo in coppa Italia (il quinto per i bianconeri), ed una finale di Coppa delle Fiere, la mamma della vecchia Coppa Uefa (e la nonna dell'attuale Europa League), persa contro gli ungheresi del Ferencvaros nella gara secca disputata allo stadio “Comunale” di Torino.

A questo punto, vista e considerata qualche ipotetica analogia col passato, per Madama è meglio cercare di portare a casa un'altra vittoria in campionato... 

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domenica 13 ottobre 2013

Le punizioni vincenti di un derby della Mole


"Nel Torino, la smania di vincere potrebbe portare a conclusioni amarissime. Si lascino attaccare i più forti, se proprio vogliono rischiare: oppure, ci si rassegni al peggio. La divertente teoria secondo cui il derby toccherebbe sempre alla meno favorita è proprio nata dalla presunzione dei più forti. Illudendosi, lo stesso Trap ha già provato sorprese molto sgradevoli: non credo voglia correre il minimo rischio. E' dunque possibile che il derby di oggi non vada oltre le schermaglie introduttive, e annoi la sua parte". Con queste parole Gianni Brera fotografava una stracittadina, il derby della Mole previsto per il 13 ottobre 1985 (esattamente ventotto anni fa), che le due contendenti non avevano ancora disputato. Se analizzare un incontro a giochi fatti è un esercizio dialettico relativamente semplice, è sicuramente più complicato prevedere l'andamento di una partita quando l'arbitro non ha ancora fischiato il calcio d'inizio. E, soprattutto, azzeccarne il pronostico.

Dopo solo mezz'ora di gioco, proprio in quelle che il popolare giornalista definiva "schermaglie introduttive", la Juventus si era già portata sul 2-0. Due calci di punizione, il primo deviato in rete da Aldo Serena su tiro scagliato da Cabrini ed il secondo ad opera di Michel Platini, le avevano consentito di prendere velocemente il largo. A quel punto non restava che piazzare il muro difensivo a protezione di Tacconi in attesa della prevedibile reazione dei granata. Che in effetti arrivò, ma produsse soltanto il goal dell'1-2 per effetto della marcatura di Junior. Su calcio di punizione, ovviamente, la cui traiettoria venne deviata anch'essa in rete dal gomito sinistro di Scirea.

Si trattava della sesta giornata del campionato 1985/86, la Juventus in quella stagione era riuscita a vincere le prime otto gare consecutive. Da Napoli, intanto, Diego Armando Maradona lanciava messaggi minacciosi alla Signora: "Aspetto la Juve al "San Paolo". Solo allora sapremo se è davvero la squadra più forte". Alla nona tappa del torneo Madama effettivamente cadde a causa di una rete segnata dal numero dieci argentino. Su punizione, naturalmente. Ma lo scudetto, il numero ventidue della sua storia, andò ancora una volta al club torinese.

Tornando al derby della Mole, nella pancia dello "Stadio Olimpico" Michel Platini non mostrava particolare entusiasmo per la sua prima rete stagionale (la settima in altrettante stracittadine): "Ok, ho rotto il ghiaccio, lo metto nel whisky... E' facile dire che il pareggio poteva essere il risultato più giusto". Luigi Radice, il tecnico dei granata, era della stessa idea del francese: "La media di realizzazione del bianconeri è stata elevata. Il cento per cento. Indubbiamente, almeno contro di noi, un pizzico di fortuna l'hanno anche avuto. Però non bisogna dimenticare chi è la Juventus: ha ottenuto il vantaggio eppoi è stata capace di difenderlo. Noi abbiamo tenuto in mano la partita per tutto il secondo tempo però non slamo riusciti a concretizzare tutto quello che si faceva, a buttar dentro il pallone, che è poi quello che conta".

Punzecchiato da Walter Schachner ("La novità tattica del bianconeri è quella di giocare con una punta (Serena) e cinque centrocampisti"), Trapattoni rispondeva alle critiche con i numeri: "Ma se Laudrup ha segnato tre gol... E' chiaro che la squadra assume differenti atteggiamenti tattici a seconda delle circostanze, ci sono partite che richiedono due punte, altre in cui anche avendone quattro non riesci a sfruttarle".

Il ritmo elevatissimo che in campionato la Juventus stava imponendo alle avversarie stimolava confronti importanti con altre sue versioni precedenti. Renato Zaccarelli, capitano del Torino, su questo tema espresse la propria opinione: "Sento paragoni con la Juve dei 51 punti che secondo me non stanno in piedi. Quella ti metteva sotto per novanta minuti e creava dieci occasioni, questa vince facendo un tiro in tutto. Può anche darsi che questa Juve di punti ne faccia sessanta, ma da quella là le prenderebbe".
Presto, però, le discussioni nel merito sarebbero finite: Trapattoni avrebbe abbandonato Torino a fine stagione, mentre Platini fece altrettanto a distanza di un anno. Quel ciclo favoloso, ormai, era arrivato agli sgoccioli.
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sabato 20 luglio 2013

Boniek, il “bello di notte” a Torino


Il 20 luglio 1982, esattamente trentuno anni fa, Zbigniew Boniek iniziava a tutti gli effetti la sua nuova avventura con la maglia della Juventus. Le prime parole da lui pronunciate nel corso della consueta conferenza stampa di presentazione davanti ai giornalisti furono queste: "Sono molto stanco, non tanto per i mondiali, che sono oramai un ricordo, ma per tutte le faccende che ho dovuto sbrigare in Polonia. Ho dato l'ultimo esame per il diploma di insegnante di educazione fisica, ho chiuso casa, ho sistemato i miei affari. Ora sono qui a disposizione della Juventus. Sono felice di far parte della più famosa squadra italiana".

Partito in aereo da Varsavia, una volta atterrato a Milano con il volo proveniente dalla Polonia aveva poi raggiunto Torino in auto. Barcellona, Paris Saint-Germain e Roma erano soltanto alcune delle società che avrebbero fatto carte false pur di assicurarsi le sue prestazioni sportive. Campione già formato e affermato, Boniek non aveva mostrato alcun segno di paura di fronte all'esperienza che stava per intraprendere: "Sono un calciatore professionista e sono venuto per giocare bene. Non credo di portare nulla di nuovo al calcio italiano perché il calcio di quaggiù ha tutto per prevalere anche in campo mondiale. Se mi adatterò al vostro calcio? In Italia giocate come piace a me: con prudenza e con determinazione, con grinta e con classe. Non ci saranno problemi. Io sono molto allegro prima e dopo le partite. In campo sono molto meno allegro, perché voglio vincere".

Di lì a pochi giorni sarebbe andato ad integrare un gruppo di  valore assoluto, costituito dallo zoccolo duro della nazionale azzurra che si era appena laureata campione del mondo in Spagna e dall'altro neo acquisto bianconero, il francese Michel Platini. Il "bello di giorno", così come lo aveva  definito l'avvocato Agnelli di fronte ad Henry Kissinger pochi istanti prima di soprannominare lo stesso Boniek "il bello di notte". Nella memoria collettiva degli sportivi resteranno impresse soltanto queste ultime parole.

Stuzzicato dai giornalisti in merito alle enormi potenzialità della Juventus che stava nascendo, il polacco aveva mostrato un atteggiamento prudente: "Si gioca in undici. Certo, mi sembra una Juve forte. Sulla carta, è forte. Sul campo vedremo. Brady era un grosso giocatore. Peccato che non ci sarà".

Anche Marco Tardelli, che proprio in quei momenti si trovava in vacanza con la famiglia in Costa Smeralda, concordava con quanto affermato da Boniek: "Mi auguro che la Juventus possa dominare il campionato, ma non lo credo. Molte squadre si sono rinforzate e credo che anche quest'anno dovremo lottare fino alla fine. Roma, Fiorentina, Inter e anche il Torino hanno messo insieme dei buoni complessi: non ci sarà niente da ridere".

Passando da un campione del mondo ad un altro, Gaetano Scirea, diventato cittadino onorario di Ceriale, aveva scherzato con i cronisti presenti nel piccolo comune ligure in merito agli obiettivi di Madama per la stagione successiva: "Campionato o Coppa dei Campioni? Uno e l'altro...".
Boniek, invece, non aveva mostrato alcun interesse nel diventare il marcatore principe della Vecchia Signora: "Che importa segnare o non segnare? Io voglio vincere la Coppa Italia, il campionato e la Coppa dei Campioni. Segni chi vuole".
Nel corso dei tre anni trascorsi sotto la Mole sarebbe riuscito a conquistare tutti quei trofei.
Lo scudetto, però, non arrivò al primo colpo: fu la Roma, la squadra nella quale si sarebbe poi accasato una volta lasciata la Juventus, a trionfare.
Anche nella capitale ebbe modo di mostrare il proprio talento al suo nuovo pubblico.
Il "bello di notte", comunque, era rimasto a Torino.

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sabato 15 giugno 2013

Laudrup, la classe che non tramonta

Oggi compie quarantanove anni Michael Laudrup, stella del calcio danese nel periodo compreso tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Arrivato giovanissimo in Italia e parcheggiato alla Lazio dalla Juventus bonipertiana, dopo due campionati disputati nella capitale si era poi trasferito sotto la Mole. Zbigniew Boniek, nel frattempo, aveva compiuto il percorso contrario, spostandosi dalla Torino bianconera alla Roma, liberando – di fatto – l’ultimo posto disponibile per il tesseramento di un calciatore straniero secondo le regole vigenti all’epoca nel nostro paese.

Giocatore dotato di un talento cristallino e uomo serio, di lui Michel Platini aveva detto: “Laudrup? È il miglior giocatore del mondo. In allenamento”. Incisivo come è sempre stato solito fare con le sue battute fulminanti, “Le Roi” era riuscito a sintetizzare in pochissime parole pregi e difetti di Laudrup. Alla Juventus il danese aveva vissuto l’ultimo splendido anno del primo ciclo trapattoniano, salutando Madama dopo aver giocato per lei nelle tre difficili stagioni successive. In Spagna, prima a Barcellona e successivamente al Real Madrid, finalmente la sua classe era riuscita a manifestarsi in tutta la grandezza. La timidezza aveva lasciato spazio alla maturità di un ragazzo diventato ormai uomo. Dopo la veloce appendice in Giappone (Vissel Kobe), nell’Ajax aveva disputato la sua ultima, eccezionale annata come calciatore.

Con la maglia della Danimarca, pur avendo lasciato una traccia importante del suo passaggio, non aveva partecipato alla vittoriosa spedizione in Svezia nell’Europeo del 1992 a causa delle divergenze insorte con l’allora selezionatore Richard Møller Nielsen. Proprio nella nazionale danese aveva iniziato la nuova carriera da allenatore, come vice del C.T. Morten Olsen.

Proseguì successivamente la propria strada in solitudine guidando diversi club: Brøndby, Getafe, Spartak Mosca, Maiorca e Swansea City. Le vittorie, più o meno prestigiose, non mancarono anche nella seconda parte della sua carriera calcistica. Proprio nel corso dell’ultima esperienza nella società gallese ottenne uno storico successo nella Coppa di Lega inglese che lo portò agli onori della cronaca, tanto che anche il danaroso Paris Saint-Germain ha pensato a lui per la successione del partente Carlo Ancelotti.

Una curiosità: il 13 novembre del 2006 Michael Laudrup ottenne il riconoscimento di miglior giocatore danese di tutti i tempi. Ricevette il premio, nella cerimonia svoltasi a Copenaghen, dalle mani di un suo ex-compagno di squadra.
Il suo nome? Michel Platini. Naturalmente.

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venerdì 18 gennaio 2013

Juve a caccia dei primi 3 punti del 2013

 
La coppa Italia 2012-13 prosegue il suo cammino verso la finalissima all'insegna della tradizione. Nelle semifinali della manifestazione, le cui gare di andata sono previste per la prossima settimana, si incroceranno infatti Juventus, Lazio, Roma e Inter. Scorrendo l'albo d'oro del torneo e contando il numero dei trofei conquistati da ogni singolo club, nella speciale classifica delle società più titolate primeggiano Juventus e Roma con nove successi, l'Inter è ferma a quota sette, la Fiorentina (eliminata nei quarti dai giallorossi) a sei, la Lazio a cinque (a pari merito con Milan e Torino). Nell'attuale edizione, quindi, sono rimaste in lizza quasi tutte le squadre che ne hanno fatto la storia.
 
Anche quella recente, considerando che l'Inter ha trionfato cinque volte negli ultimi otto anni mentre due sono le coppe vinte dalla Roma ed una dalla Lazio. Nel periodo citato l'unico "intruso" è il Napoli, che lo scorso 20 maggio ha sconfitto la Juventus in finale per 2-0. Per concludere l'argomento non va dimenticato che - sempre dal 2005 in avanti - sono state ben cinque le occasioni nelle quali nerazzurri e giallorossi si sono trovati gli uni di fronte agli altri nell'appuntamento decisivo di questa competizione.
 
Prima dell'inizio delle semifinali, però, ci sarà una nuova giornata di campionato, la ventunesima del calendario. In vetta alla serie A la Juventus ospiterà a Torino l'Udinese del "vecchio" Di Natale e del "giovane" Muriel, alla ricerca di quei tre punti che nel 2013 non è ancora riuscita a conquistare. Su un totale di sei a disposizione, la Vecchia Signora ne ha lasciati ben cinque per strada, consentendo a Lazio e Napoli di avvicinarsi pericolosamente a lei in classifica. Dato che gli uomini di Petkovic giocheranno a Palermo nell'anticipo pomeridiano di sabato prossimo, la squadra di Conte affronterà in serata i friulani conoscendo l'esito dell'incontro dei biancazzurri, beneficiando - quindi - di un piccolo vantaggio a suo favore.
 
Nelle sole tre partite disputate dall'inizio del nuovo anno Madama ha offerto due versioni di sé: una è quella che in campionato si è fatta rimontare dopo essere passata in vantaggio, che si è scoperta debole sul suo fianco sinistro (dove si avvertono chiaramente le assenze di Chiellini e Asamoah) e che segna soltanto su calci piazzati; l'altra è quella “di Coppa Italia”, in grado di ribaltare il risultato anche se colpita a freddo, di realizzare gol pure su azione mostrando, però, lacune sul versante destro della propria linea difensiva.
 
Non ci troviamo di fronte al classico esempio dei tre indizi che fanno una prova, quanto ad una realtà che vede la Juventus ancora in rodaggio dopo i pesanti carichi di lavoro svolti durante la sosta natalizia. Attualmente sembra essere la brutta copia di quella macchina da punti che era diventata verso la fine 2012. Il calendario della serie A le prospetta un doppio impegno casalingo consecutivo non proibitivo (dopo gli uomini di Guidolin sarà la volta dei rossoblù genoani), ma comunque impegnativo.
 
Dal canto suo l'Udinese è diventata una realtà consolidata del calcio italiano. Ad ulteriore riprova di questo basti considerare che la maggior parte delle sue vittorie a Torino (sei, in totale) sono maturate soltanto negli ultimi anni: dopo le prime ottenute nel 1956 e nel 1962 sono infatti arrivate quelle del 1997 (che battezzò la nascita del 3-4-3 di Alberto Zaccheroni), 2000, 2007 e 2011.
 
Non riuscì nell'impresa, invece, durante il periodo storico in cui i friulani finirono al centro delle cronache mondiali per aver tesserato Zico, il fuoriclasse proveniente dal Flamengo: in entrambe le gare l'Udinese venne sconfitta per 3-2. Le doppiette messe a segno da Vignola (21 aprile 1984) e Boniek (14 aprile 1985) resero infatti vane le reti del “Galinho”.
In quei tempi, in mezzo al campo, negli scontri tra le due formazioni giocavano campioni del calibro dello stesso brasiliano e di Platini. Al giorno d'oggi, visti i suoi problemi offensivi, alla Juventus sarebbe utile anche un “semplice” Vignola.
 
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sabato 18 agosto 2012

Intervista a Darwin Pastorin


Darwin Pastorin, scrittore e giornalista sportivo di lunga militanza con esperienze dirigenziali maturate all'interno di alcune tra le principali redazioni giornalistiche e televisive italiane, ha concesso un'intervista in esclusiva per "Pagina". I temi affrontati? Diversi, con un unico comune denominatore: il calcio. Da quello "parlato" a quello "giocato", passando attraverso la sua Juventus e le emozioni che questo sport meraviglioso continua a regalare.

Il Paris Saint-Germain ha stravolto il mercato del pallone con una campagna acquisti faraonica, Real Madrid e Barcellona stanno puntellando le rose stellari a loro disposizione con innesti mirati, Chelsea e Manchester United si sono ulteriormente rafforzate. Senza contare che presto arriverà il turno del City e del Bayern Monaco... Secondo lei di quanto è aumentato il divario tra i maggiori club europei e quelli italiani?

Di molto, anche perché da tempo l’Italia non rappresenta più l’elettorato del calcio. Se penso agli anni ’80 vedo un’Italia in grado di dominare l’Europa dal punto di vista del pallone. In quel periodo, tanto per fare qualche esempio, arrivarono da noi Maradona, Zico, Platini, Falcao e Rummenigge. Senza dimenticare che nella serie A giocavano i nostri nazionali campioni del mondo. Quello era un paese che poteva garantire da un lato la qualità e dall’altro una forza economica senza precedenti. Col tempo le cose sono cambiate, ed altre nazioni hanno preso quell’egemonia. A cominciare, come hai detto tu, dall’Inghilterra, dalla Spagna e ora anche da questo fenomeno che è il Paris Saint-Germain. Con una nota, però…

Quale, mi scusi?

Non basta comprare grandi giocatori per fare una grande squadra. Ricordo, per citare un caso, che la Juventus vinse uno scudetto guidata da Trapattoni con buoni calciatori e qualche fuoriclasse, presentando in attacco Fanna, Virdis e Marocchino. Nella prima partita del campionato francese il Paris Saint-Germain, in casa, ha pareggiato a fatica 2-2. E’ ovvio che la situazione del nostro paese dal punto di vista sociale ed economico incide anche sul calcio: nessuno si può più permettere quelle “follie” che – oltretutto - striderebbero con le fatiche che fanno gli italiani comuni ad arrivare a fine mese. I nuovi investitori sono diventati i russi, gli arabi, i quali investono sul “giocattolo” calcio, fenomeno che da noi oggi non esiste.

Gianluigi Buffon, nella giornata dedicata al tradizionale vernissage bianconero a Villar Perosa, ha dichiarato: "Rispetto alle altre Juventus in cui ho giocato questa in Champions League parte avvantaggiata perché gioca un bel calcio, ed in Europa è un aspetto che conta molto. E siamo più forti dell'anno scorso". A suo modo di vedere quali potrebbero essere le prospettive della Vecchia Signora nella prossima edizione della massima competizione continentale?

Io do ragione a Buffon. La Juventus ha appena vinto uno scudetto senza mai perdere una partita, visto che l’unica sconfitta è avvenuta in Coppa Italia contro il Napoli. Si è rinforzata e - lasciando perdere per un attimo la serie A - mi ripeto: non basta comprare grandi giocatori per essere vincenti e potersi assicurare una gloria infinita. La finale della scorsa Champions League è stata disputata da Chelsea e Bayern Monaco, non da Real Madrid e Barcellona. Credo che la Juventus abbia buone possibilità: ha un allenatore che può garantire gioco e spettacolo, che è riuscito ad amalgamare bene anziani e giovani ed i nuovi arrivati – come Asamoah – promettono bene. Teniamo conto, poi, che il mercato non è finito: potrebbero esserci delle sorprese.

Torniamo in Italia, ai fatti di casa nostra e a quanto è recentemente accaduto a Pechino. Mi può dare la sua opinione circa l'assenza dei tesserati del Napoli al momento della premiazione della Juventus per la vittoria nella Supercoppa Italiana?

E’ stata una figuraccia a livello mondiale. Oltretutto a non meritare questa pessima figura sono sia il Napoli che Napoli, intesa come città. Puoi recriminare quanto ti pare, questo fa parte delle regole del gioco, però proprio le Olimpiadi hanno dimostrato che anche con il diavolo in corpo ti devi presentare alla cerimonia della premiazione. Si tratta di una forma di rispetto universale. Abbiamo dato un’immagine negativa a Pechino, di fronte agli occhi del mondo intero. Mi aspettavo delle scuse da parte di De Laurentiis, ma a quanto pare non sono ancora arrivate.

Andrea Agnelli ha recentemente definito la giustizia sportiva "inadeguata, vetusta e contraddittoria", parlando di un "sistema dittatoriale che priva la società e i suoi tesserati di qualsivoglia diritto alla difesa e all'onorabilità". Sono parole molto forti. Al suo posto si sarebbe espresso in questa maniera?

Capisco la presa di posizione di Andrea Agnelli. Si tratta di un presidente che ha saputo dare alla Juventus un volto nuovo, positivo, ha fatto sì che con lo stadio di proprietà il club diventasse un esempio in campo internazionale (visto che molti ora lo vogliono copiare, non soltanto in Italia). Il museo, poi, è diventato un punto di riferimento anche per tanti turisti che vengono a Torino. Deve fare i conti col passato, col 2006 e con la situazione che vede coinvolto non il club bianconero quanto alcuni suoi tesserati, per fatti accaduti quando militavano in altre società. Per arrivare al punto, parto da una considerazione molto semplice: bisogna avere fiducia nella giustizia e affrontare i processi a testa alta. Alla fine la verità verrà fuori. Abbiamo visto scagionati Bonucci e Pepe…

E Antonio Conte?

Alla fine riuscirà ad uscire bene anche Antonio Conte. Lo conosco da quando era giocatore: è sempre stata una persona dotata di carattere, determinata, sempre nel rispetto delle regole del gioco. Ha sempre voluto vincere, lealmente.

Poco meno di un anno fa, nel corso di un'intervista rilasciata al sito "Obiettivo Sport", lei aveva dichiarato: "Continuo a credere nella nuova Juve e nel carattere e nella competenza di Antonio Conte, bianconero nel cuore, nelle vene, nell’anima. E’ una Juventus da scudetto. Senza ‘se’ e senza ‘ma’". Dopo i due precedenti settimi posti consecutivi cosa la spingeva a riporre così tanta fiducia nelle possibilità di successo del club juventino?

Ho visto nascere la nuova Juventus mattone dopo mattone, con Andrea Agnelli nel nome del padre e dello zio, con la scelta di un allenatore come Conte, con la forza di quei giocatori rimasti anche dopo il 2006… Ho avuto la sensazione, più che una chiaroveggenza, di una squadra che potesse lasciare un segno in quel campionato. Ho notato di nuovo una società con la voglia di vincere, senza fare progetti triennali. Anche la vicinanza espressa più volte in questi momenti difficili al tecnico è una chiara dimostrazione della forza ritrovata.

In diverse occasioni, nel passato, ha definito Diego Armando Maradona "il più grande giocatore di tutti i tempi". Avendo avuto l'occasione di conoscerne tantissimi dal vivo, ce n'è qualcuno in particolare al quale è rimasto maggiormente affezionato dal punto di vista umano? Se sì, per quale motivo?

Mi ripeto: Maradona, che ho avuto modo di conoscere anche al di fuori del campo. L’ho definito “il Borges del calcio”. Ma poi ce ne sono altri… Ad esempio Pietro Anastasi, che era l’idolo della mia giovinezza, ed ora è diventato un amico ed un’opinionista a “Quartarete TV” assieme a José Altafini. Ci sono pure i miei connazionali Junior e Zico, campioni di classe, simpatia, professionisti esemplari. Per non parlare di tutta la generazione di miei coetanei che hanno vinto in Spagna nel 1982. Soprattutto di chi non c’è più, come Gaetano Scirea, che per me rimane l’esempio da seguire nei secoli dei secoli: non è mai stato espulso, ed è stato ammonito una sola volta per essersi mosso in barriera.

Scirea…

E’ un’assenza che sento ancora molto, perché era veramente una persona speciale. Sono rimasto legato alla moglie Mariella e al figlio Riccardo. Dico che Scirea dovrebbe entrare nei libri di scuola. Quando vogliamo raccontare i personaggi che hanno fatto bella l’Italia… ecco, secondo me bisognerebbe ricordare Gaetano.

Lei è sempre stato un difensore del calcio romantico. Quanto spazio ritiene possa ancora ritagliarsi un sentimento così nobile in un mondo del pallone come quello attuale?

Ogni volta che ricomincia la partita si riaccende la magia del calcio: un giovane che riesce a farsi valere, un debuttante che si fa onore, un dribbling riuscito, la parata all’incrocio dei pali, la rovesciata che sembrava impossibile… Ecco, il calcio ha la fortuna di rinnovarsi sempre, al di là delle malefatte di alcuni. Quando parliamo del marcio in questo sport discutiamo di un ristretto numero di persone, non della maggior parte, ma di gente che ha barato al gioco più bello. Per il resto, il calcio rimane per me la giovinezza ripresa per mano. Durante una partita ripenso a quando ero bambino e andavo a vedere la Juventus in curva Filadelfia con la bandierina in mano, le ore di attesa sotto la pioggia, con il vento, la neve… E poi, quando i giocatori entravano in campo, cominciava quel “miracolo” chiamato calcio. Oppure le partite ascoltate alla radio, se la tua squadra giocava in trasferta… Le voci di “Tutto il calcio minuto per minuto”: Sandro Ciotti, Enrico Ameri…

Bei tempi…

Per me resta sempre lo stesso sport, anche con l’avvento delle televisioni, delle telecamere nello spogliatoio, dei primi piani sugli allenatori. Il calcio per me significa ritornare giovani, mantenere fede a quello che sei stato, alle tue passioni, alle tue emozioni, alla tua gioia di vivere, ai tuoi sogni.

Date le sue origini brasiliane, ed escludendo Sua Maestà Pelé, quale giocatore considera il più rappresentativo della storia della Nazionale verdeoro?

Il giocatore simbolo del calcio brasiliano in senso universale per me è stato Garrincha, al quale dedicai un libro (“Ode per Mané. Quando Garrincha parlava ai passeri”, ndr). Era un calciatore straordinario: nato con la poliomelite, ingenuo, capace con una finta sola di ingannare qualsiasi rude difensore. Ancora oggi, pensa, i poveri brasiliani al nome di Garrincha si commuovono, perché rappresentò il riscatto dalla povertà. Il presidente Lula, nel momento in cui venne eletto, nel suo primo discorso tra i grandi del Brasile ricordò proprio Garrincha.

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giovedì 26 aprile 2012

Michel Platini e quel sogno sulla Juventus...

Conquistata la settima vittoria consecutiva in quel di Cesena alla Juventus adesso ne mancano soltanto tre per laurearsi campione d'Italia. Utilizzando lo stesso linguaggio caro ad Antonio Conte si potrebbe dire "per coronare quel sogno che ad inizio anno sembrava roba da pazzi".

La bellezza del calcio risiede anche nell'imprevedibilità che spesso lo contraddistingue da molti altri sport: a questo proposito, limitatamente alla serie A, basterebbe citare i nomi di Amauri e Borriello per averne due esempi immediati.

Il centravanti italo-brasiliano, in forza alla Fiorentina ed attualmente infortunato, ha vissuto per diversi mesi a Torino da "separato in casa", tanto da maturare un risentimento nei confronti di Madama che lo indusse a promettere un giro di corsa dello stadio "Artemio Franchi" da compiere nel momento stesso in cui l'avrebbe punita con un goal. L'appuntamento era fissato per il 17 marzo: quella sera, però, di reti ne arrivarono cinque, e finirono tutte nella porta dei viola.

In un testa a testa come quello che vede protagoniste Juventus e Milan una semplice disattenzione da parte delle contendenti potrebbe risultare fatale per le loro ambizioni: curiosamente proprio un goal di Amauri nel successo esterno conseguito dalla Fiorentina a "San Siro" (7 aprile) ha finito con lo spianare la strada ai bianconeri per il sorpasso in vetta alla classifica.

Il recente arrivo sotto la Mole di Borriello, invece, sembrava non aver portato alcun beneficio al reparto offensivo della Vecchia Signora, laddove le cifre in termini di realizzazioni erano impietose. A maggior ragione, oltretutto, se messe al confronto con le marcature messe a segno in questo campionato dal solo Ibrahimovic.

Poi accade che l'attaccante di origine napoletana si sblocchi proprio nel momento in cui la Juventus ha un bisogno disperato di una rete per mantenere inalterato il vantaggio accumulato sul Milan, ed ecco che a Cesena Madama scopre di avere una freccia in più nel proprio arco.

Nei mesi scorsi alla formazione guidata da Massimiliano Allegri è stata imputata più volte la colpa di comportarsi da "grande" soltanto contro le cosiddette "piccole", mentre - viceversa - a quella di Conte capitava l'esatto opposto. La Vecchia Signora, infatti, pur mantenendo fede alla propria imbattibilità pareggiava spesso incontri che avrebbe meritato di vincere.

Considerando i recuperi e le gare già decise dal calendario, prima del match allo stadio "Dino Manuzzi" la Juventus aveva disputato ben sette partite di campionato in mezzo alla settimana: il bilancio era stato di due sole vittorie (Fiorentina e Lazio in casa) e cinque pareggi (Bologna a Torino e Napoli, Udinese, Parma e ancora Bologna in trasferta).

Con la progressiva riduzione del numero degli incontri, e non appena il traguardo finale è comparso all'orizzonte, la squadra di Antonio Conte ha incominciato a pigiare sull’acceleratore, mietendo successi contro ogni tipo di avversario ed indipendentemente dal giorno della settimana nel quale era prevista la partita. Nella quart’ultima tappa della serie A la Juventus sarà impegnata sul campo di Novara, con Michel Platini graditissimo ospite sugli spalti del "Silvio Piola".

Intervistato nel settembre del 2009 dal giornalista Roberto Beccantini per il quotidiano "La Stampa" in merito alla Champions League, la massima competizione europea, alla domanda "Sogna sempre di consegnare la coppa alla Juventus?" lo stesso Platini rispose: "Non ci casco più. Nel senso che dormo poco e ho smesso di sognare...". A distanza di poco più di due anni (giugno 2011) sullo stesso tema affermò di aver "prolungato di quattro anni il contratto dell'Uefa per avere la possibilità di non premiare solo Milan e Inter, ma anche la Juve...".

Domenica prossima, comunque sia, avrà modo di osservare una squadra che sta cercando di trasformare un sogno in realtà.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

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sabato 12 marzo 2011

Il pareggio al "Dino Manuzzi" della Juve mundial

"E' necessario cercare il risultato pieno. Sarebbe importantissimo anche sotto l'aspetto psicologico. Una vittoria consentirebbe alla squadra di sbloccarsi e di uscire da questo momento di impasse. La condizione non ci manca, però finora inspiegabilmente non siamo riusciti a tradurla in risultati. Purtroppo Cesena è un campo difficile. Giocheremo contro una formazione temibile, che 'morde' e sa farsi valere agonisticamente". Trapattoni espresse con queste parole le sue preoccupazioni circa l'esito dell'imminente partita della sua Juventus contro i romagnoli, prevista allo stadio "Dino Manuzzi" il 23 gennaio 1983.
Ormai distante dalla Roma in classifica, da quel club che poi si sarebbe aggiudicato a fine stagione il secondo tricolore della sua storia, la Vecchia Signora era incappata in un periodo negativo dal quale faceva fatica ad uscire. Tre pareggi ed una sconfitta nelle ultime quattro gare di serie A rappresentavano un qualcosa di più di un semplice campanello d'allarme. Soprattutto se ad accumulare questi risultati era una formazione che tra le proprie fila poteva annoverare ben sei campioni del mondo in carica (i reduci dalla vincente spedizione spagnola della nazionale azzurra guidata da Enzo Bearzot), oltre a Michel Platini e Zbigniew Boniek, i due fuoriclasse stranieri arrivati a Torino l'estate precedente.
Ancora alla ricerca della giusta quadratura in campo della sua squadra nonostante il campionato fosse ormai arrivato alla diciassettesima giornata, Trapattoni lasciò in panchina Furino e Bettega per dare spazio a Bonini (a centrocampo) ed avanzare il neoacquisto polacco in una posizione maggiormente offensiva rispetto al solito, tra le reticenze dello stesso giocatore che si sentiva più a proprio agio nel ruolo di playmaker. L'intento del tecnico bianconero era chiaro: al fine di invertire la rotta per allontanarsi dal momento di crisi, aveva deciso di proporre un undici di base più attendista del recente passato, ma allo stesso tempo pronto a ripartire velocemente in attacco una volta entrato in possesso del pallone. "Il Cesena è pericoloso. In particolare, il contropiede di Schachner e Carlini, due attaccanti veloci. In passato abbiamo sofferto contro squadre che praticano questo tipo di gioco, quindi occorre stare molto attenti a non scoprirsi", affermò l'allenatore pochi istanti prima dell'incontro. A Sergio Brio venne affidata la marcatura della punta austriaca, mentre Claudio Gentile si prese cura del suo compagno di reparto.

Le difficoltà mostrate dalla Juventus durante i primi istanti dell'incontro non fecero altro che dare ragione alle critiche dell'opinione pubblica in merito alle sue ultime prestazioni. Schachner realizzò due reti in soli 27': la prima (al 17') bruciando Brio sullo scatto e colpendo il pallone in controbalzo di destro per trafiggere un incolpevole Zoff; la seconda, invece, originata da un errato di disimpegno di Scirea, che permise a Piraccini di lanciare a rete l'attaccante abile a liberarsi ancora del suo marcatore diretto, a resistere all'intervento di Gentile e ad anticipare quello di Cabrini, per poi dribblare il numero uno bianconero e batterlo nuovamente.
Il raddoppio del Cesena scatenò le vivacissime proteste di tutti i giocatori juventini, i quali accorsero in gruppo verso il guardalinee reo di non aver alzato la bandierina per segnalare una chiara situazione di fuorigioco. In quei concitati momenti Tardelli venne sfiorato da una radiolina piovuta dagli spalti, nel contesto di un ambiente divenuto tutto ad un tratto ostile nei confronti di Madama. Un'atmosfera difficile da immaginare ad inizio gara, prova ne sia che lo speaker del "Dino Manuzzi" aveva accompagnato l'ingresso in campo delle due formazioni al grido di "Viva la Romagna, viva la Juventus". La netta sensazione di aver subito un torto fece scuotere la Vecchia Signora dal suo torpore, provocando una feroce reazione degli uomini di Trapattoni. Brio dimezzò il distacco dopo due soli minuti (al 29'): un assist di testa di Boniek (a seguito di un traversone proveniente da una punizione calciata da Cabrini) fece arrivare il pallone al difensore che - all'interno dell'area di rigore - lo controllò col petto ed evitò un avversario per poi realizzare il primo goal della giornata per gli ospiti.
Le squadre andarono al riposo con i padroni di casa in vantaggio per 2-1. Boniperti, che come sua abitudine consolidata aveva abbandonato lo stadio dopo i primi 45' di gioco, fu abile ad evitare un tentativo di aggressione di un anziano tifoso romagnolo che aveva provato a colpirlo con un pugno. Alla ripresa del gioco, Trapattoni mischiò le carte a sua disposizione, togliendo dal campo un evanescente Marocchino per inserire Bettega e presentare una formazione a trazione anteriore, data la contemporanea presenza - oltre all'attaccante - di Platini, Boniek e Paolo Rossi. Nell’intenzione di non lasciare troppo scoperta la difesa, poi, le sistemò davanti i due soli uomini rimasti a vigilare sulla linea mediana: Bonini e Tardelli.
La Juventus s’impossessò del predominio dell’incontro, pressando gli avversari soprattutto sulla fascia laterale destra, dove Gentile spinse come un forsennato per tutta la restante parte di gara. L'ingresso di Bettega consentì alla Vecchia Signora di avere un punto di riferimento importante nel reparto offensivo. Fu lo stesso attaccante a consentirle di pervenire a pareggio al 16', stoppando di petto e girando violentemente di destro a rete un pallone recapitatogli da Platini con un delizioso lancio. Nonostante il forcing finale di Madama, il risultato non cambiò più. La partita terminò 2-2, ma continuarono le polemiche, che indussero il club torinese al silenzio stampa in merito all'episodio che aveva portato alla seconda rete dei romagnoli.

A fine stagione la bacheca della società torinese si arricchì soltanto di una coppa Italia, a causa del secondo posto ottenuto in campionato alle spalle dei giallorossi e della finale di coppa dei Campioni persa ad Atene contro i tedeschi dell'Amburgo. La strada, però, era ormai tracciata: stava nascendo quella grandissima squadra che già a partire dall’anno successivo avrebbe ripreso a vincere trofei prestigiosi, sedendosi - di volta in volta - sui troni di Italia, d'Europa e del mondo.

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venerdì 28 gennaio 2011

Sfida Platini-Zico. Poi spuntò Vignola...

"Arrivai alla Juve e mi trovai davanti Michel Platini. Fate un po’ voi...". Questo è stato il triste destino bianconero di Beniamino Vignola, talentuoso centrocampista acquistato nell'estate del 1983 da Madama quando ancora militava tra le fila dell'Avellino. "Temevo di marcire in panchina, ma riuscii lo stesso a graffiare. Segnai il primo gol nella finale di coppa Coppe ’84, a Basilea contro il Porto. Contribuii allo scudetto dello stesso anno e poi alla coppa Campioni ’85. Ora mi godo il ricordo di essere stato il vice-Platini e di averci più volte giocato assieme. Non è poco".
In una di queste occasioni rubò le luci della ribalta al fuoriclasse transalpino. Accadde il 21 aprile 1984, allo stadio "Comunale" di Torino. La gara metteva di fronte la Juventus del francese all'Udinese di Zico. Sfida per palati fini, uno spettacolo nello spettacolo nel contesto di un momento delicato del campionato, dato che si trattava della quartultima gara con la Vecchia Signora ormai prossima a scucire lo scudetto dalle maglie della Roma per aggiudicarsi il ventunesimo tricolore della sua storia. Con il pareggio a reti inviolate ottenuto in trasferta proprio contro i giallorossi la domenica precedente quell'incontro, la strada verso il successo finale sembrava in discesa. Ma c'era un avversario ostico da superare, visto che tra le sue file spiccavano nomi importanti: Virdis, Causio, lo stesso Zico, Mauro, Edinho, Miano (per il quale si parlava da tempo di un interessamento da parte della stessa Juventus), De Agostini... Sottovalutare una squadra come quella friulana sarebbe potuto costare caro a Madama, che si era quindi posta l'imperativo di non abbassare la guardia proprio nel momento in cui il traguardo si trovava ormai a portata di mano.

Paolo Rossi, imbeccato da Claudio Gentile al 15' minuto, portò in vantaggio i bianconeri di Torino. Fu proprio in quel momento che la rilassatezza tanto temuta alla vigilia dell’incontro finì per impadronirsi degli uomini di Trapattoni. Il gioco scivolò lentamente tra le mani dell'Udinese, che iniziò a premere la Juventus costringendola sulla difensiva: Zico salì in cattedra, Mauro gettò al vento un delizioso assist del brasiliano, Bonini respinse con una mano un cross di Virdis facendo gridare al rigore e allo scandalo il numero 10 carioca (che a fine gara dichiarò: "Ho capito che in Italia non c' è giustizia, alle piccole squadre non viene mai concesso il dovuto"). E fu così che, dopo una bellissima parata di Tacconi su colpo di testa di Gerolin, l'Udinese raccolse quanto seminato sino a quel momento quando ormai si era arrivati alla fine della prima frazione di gioco: Mauro, servito da un eccellente Causio, realizzò la rete del momentaneo pareggio; un minuto dopo Zico portò a due le reti degli ospiti con un gran tiro di destro che trafisse il portiere juventino.
All’inizio della ripresa Trapattoni decise di lasciare negli spogliatoi uno spento Boniek per sostituirlo con Vignola, e dopo sei minuti la sua scelta venne premiata dal goal del biondo centrocampista: dopo essersi inserito pericolosamente nel cuore della difesa friulana, ricevette da Tardelli un pallone che fu in grado di controllare in corsa col piede destro per poi battere l’incolpevole Brini con un forte diagonale di sinistro.
In quel preciso momento Zico capì che non avrebbe dovuto vedersela soltanto contro “le Roi” Platini, ma anche con il talento di quel ragazzo con il numero 15 sulla schiena che due domeniche prima si era già dimostrato decisivo per la Vecchia Signora realizzando (su rigore) a Firenze il goal del successo contro i padroni di casa al novantesimo minuto.
Il brasiliano diventò ancor più protagonista della partita, lanciando prima Virdis solitario verso la porta di Tacconi (fermato in fuorigioco, una segnalazione che fece infuriare i friulani) e iniziando poi un vero e proprio tiro al bersaglio contro l’estremo difensore juventino, autore di parate fondamentali per la vittoria di Madama. Che si concretizzò al 67’ di gara: Vignola (ancora lui) ricevette un pallone da Cabrini poco dopo aver oltrepassato la metà campo dell’Udinese, puntò la porta avversaria e, dopo un affondo lungo quaranta metri, trafisse Brini con un potente destro. Un tiro a fil di palo di Zico fu l’ultima occasione per gli ospiti, usciti battuti dal campo ma comunque protagonisti di una grandissima gara.

Arrivato alla Juventus con l’approvazione di Michel Platini (che ne apprezzava il talento cristallino), Beniamino Vignola quella domenica riuscì a fornire ai bianconeri l’apporto che il francese solitamente garantiva loro proprio in concomitanza con un momento di appannamento del fuoriclasse transalpino, permettendo alla Vecchia Signora di opporsi alle straordinarie giocate di Zico e di far suo lo scudetto numero ventuno.
Ad una recente intervista, oggi che si trova fuori dal mondo del calcio, gli è stato chiesto: “Se Vignola giocasse oggi, in quale ruolo lo potrebbe fare?”. La sua risposta è stata “Non saprei, le mezze ali si sono estinte. Verrei retrocesso di trenta metri, penso. Regista davanti alla difesa come Pirlo”.
Lontano dalla zona di solito occupata da Platini…

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venerdì 14 gennaio 2011

Platini e la sua prima tripletta italiana al Bari

La stagione 1985-86 fu per la Juventus l’ultima con Trapattoni allenatore e la penultima di Michel Platini in campo con la maglia bianconera. Soprannominato “le Roi”, il francese era arrivato a Torino nell'estate del 1982 al tramonto del Mondiale spagnolo vinto dall’Italia, appropriandosi dello scettro di miglior realizzatore della serie A per i suoi tre primi campionati e spodestando così dal trono il precedente capocannoniere Roberto Pruzzo, “O' Rey di Crocefieschi” (il quartiere di Genova dove è nato). Per vedere una tripletta di Michel, però, si dovette attendere sino al 20 ottobre 1985, quando allo stadio "Comunale" la Vecchia Signora sconfisse il Bari per 4-0, inanellando la settima vittoria consecutiva in tutte le gare da lei disputate dall'inizio dell'anno ed uguagliando in tal modo il suo precedente record risalente alla stagione 1976-77, conclusa con le conquiste dello scudetto (51 punti accumulati dai bianconeri sui 60 disponibili, quando ancora ne venivano assegnati due per ogni successo) e della prima coppa UEFA vinta a Bilbao.

La squadra pugliese allenata da Bruno Bolchi quella domenica si presentò al cospetto della Juventus con un atteggiamento sin troppo prudente, comprovato dalle marcature a uomo sull’avversario diretto scelte dal suo tecnico in quasi tutte le zone del campo. Madama, campione d'Europa in carica e prossima a diventarlo anche del mondo, iniziò da subito un vero e proprio tiro al bersaglio verso la porta difesa da Pellicanò. Riuscì a raccogliere i risultati di quanto seminato quando ormai si era giunti al termine della prima frazione di gioco: un lancio di Cabrini dalla metà campo sfuggì in maniera goffa al controllo del barese Sola, lasciando la possibilità a Platini di scoccare un destro imparabile. Tacconi, spettatore non pagante per tutta la durata dell'incontro, dovette compiere un unico intervento in un’ora e mezza di gioco, una semplice uscita di pugno per anticipare un tentativo di conclusione di Rideout su un cross effettuato da Sclosa.
Un’autorete di Gridelli aprì le danze nella ripresa, consentendo alla Juventus di camminare sul velluto per tutta la restante parte della gara. Sfortunato protagonista per gli ospiti, il difensore venne sostituito di lì a poco da Bolchi con Carboni, senza che la mossa potesse sortire effetti particolari nel prosieguo dell'incontro. Platini, nel frattempo, continuò il suo show: al 63’ Mauro indirizzò verso l’area di rigore barese un pallone che, grazie ad un velo di Serena, arrivò al francese il quale con una finta rientrò di destro liberandosi di Loseto per poi trafiggere Pellicanò col piede sinistro. Scirea dovette abbandonare il campo a causa di una fastidiosa tendinite divenuta insopportabile col trascorrere dei minuti; Favero andò così ad occupare il ruolo di libero rimasto vacante, con il neo entrato Pioli che si francobollò a Bivi, autore di una partita anonima tanto quanto il compagno di reparto Rideout, tenuto a bada da Brio.
Quando ormai mancavano pochi minuti al termine dell’incontro un cross di Cabrini divenne preda nuovamente del numero dieci bianconero dopo uno scontro di gioco tra Pacione (subentrato a Laudrup) e Pellicanò, che impedì ad entrambi di impossessarsene: stavolta la soluzione vincente scelta dal fuoriclasse fu una mezza rovesciata, con la quale indirizzò la palla nella porta rimasta sguarnita.
Autore di una prestazione eccellente, nell’intervista post-gara Platini si mostrò prudente sul futuro di Madama nel campionato: “Questi record non hanno importanza. Adesso ci aspettano partite difficilissime e sarà proprio in occasione di quelle verifiche che dovremo confermare tutte le nostre doti”.
La Vecchia Signora in estate si era rifatta completamente il look, tanto da rendere difficilmente ipotizzabile la possibilità che Trapattoni riuscisse ad amalgamare molti elementi nuovi in così poco tempo: arrivarono contemporaneamente Massimo Mauro, Lionello Manfredonia, Michael Laudrup e Aldo Serena, con l’attaccante di Montebelluna che prese il posto di Paolo Rossi trasferitosi al Milan. Sbancando Udine la domenica successiva Madama portò il numero delle vittorie consecutive iniziali ad otto, per poi cadere a Napoli il 3 novembre 1985 in occasione del confronto diretto tra l’asso transalpino e il futuro re del calcio: Diego Armando Maradona.

I timori di Platini avrebbero avuto un loro riscontro a stagione inoltrata, visto che la Juventus sarebbe stata raggiunta dalla Roma di Eriksson a due sole giornate dalla conclusione del campionato. L’ombra dello spareggio sembrava essere ormai sempre più lunga, quando il 20 aprile 1986 accadde che un incredibile harakiri dei giallorossi in casa contro il Lecce spianò la strada verso il ventiduesimo tricolore agli uomini di Trapattoni, usciti nel frattempo vittoriosi dall’incontro al “Comunale” con il Milan. Giunse così un altro trionfo per la Vecchia Signora, per la gioia dei milioni di tifosi bianconeri sparsi per il mondo e la rabbia di chi, come Franco Zeffirelli, proprio non riusciva a digerirne i successi.
Proprio in occasione dell’incontro con il Bari dalla curva Filadelfia stracolma di sostenitori juventini comparvero striscioni e si levarono cori irriverenti nei confronti del regista fiorentino, condannato pochi giorni prima dal tribunale a pagare una multa di trentadue milioni di lire (risarcimento danni e multa) per le calunnie rivolte al club torinese. L’Avvocato Agnelli, intervistato durante l’intervallo di quella gara, si disse dispiaciuto per l’accaduto. La stima che nutriva verso l’uomo era nota a tutti, tanto quanto il disappunto per le sue considerazioni in ambito sportivo. Così come ebbe modo di sostenere in una delle dichiarazioni passate ormai alla storia: “È un grande regista. Ma quando parla di calcio non lo sto nemmeno a sentire

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sabato 4 dicembre 2010

Quando il "Cibali" si inchinò davanti alla Juve del Trap

E dire che Angelo Massimino, l'allora presidente del Catania, aveva provato in tutti i modi a trasformare il "Cibali" in un inferno per la Juventus: nei giorni precedenti l'incontro tra le due squadre, che si disputò il 20 novembre 1983, aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco nei confronti della Vecchia Signora, accusata di essersi comportata - a suo modo di vedere - in maniera sleale con la società siciliana in merito alla trattativa che avrebbe potuto portare al trasferimento dell’attaccante Cantarutti alla corte di Madama.
Quelle parole, però, non servirono a nulla, al pari dell'accoglienza intimidatoria che alcuni sostenitori catanesi riservarono ai giocatori bianconeri al momento del loro arrivo all'aeroporto “Fontanarossa”. Quella era una Juventus fortissima, tanto nell'animo quanto sul campo da gioco. Dove annichilì i padroni di casa, costringendo anche il pubblico locale - a fine gara - a dover ammettere la netta superiorità degli avversari.

Proprio Cantarutti, quando mancavano poco più di venti minuti alla fine della gara, fu l'autore della prima azione pericolosa ad opera del Catania: una sua punizione diretta verso la porta bianconera venne deviata dagli uomini schierati in barriera; il successivo cambio di traiettoria portò il pallone ad infilarsi sotto la traversa, con Tacconi abilissimo a respingerlo in calcio d'angolo.
Sino a quel momento si era assistito ad un monologo juventino: gli uomini di Giovanni Trapattoni avevano comandato il gioco in ogni angolo del prato verde, senza però trovare la soddisfazione di una rete. Per evitare il verificarsi di pericolosi sbilanciamenti della squadra, Bonini e Tardelli crearono una diga a centrocampo pronta a stroncare sul nascere qualsiasi velleità offensiva dei padroni di casa; i pochi spiragli rimasti aperti vennero immediatamente chiusi da Gentile e Caricola, ai quali Trapattoni aveva affidato il controllo di Luvanor e Carnevale.

Penzo, Boniek, Scirea, Platini, gli stessi Bonini e Tardelli: al festival delle occasioni mancate parteciparono quasi tutti i giocatori bianconeri scesi in campo. E, dopo tanto predominio territoriale, finalmente al 77' minuto la Juventus riuscì a passare in vantaggio grazie al goal di Paolo Rossi, l’eroe del Mondiale disputato in Spagna e vinto dalla Nazionale di Enzo Bearzot. Il merito della rete venne diviso con Zbigniew Boniek, in assoluto il migliore in campo in quella domenica: da una delle sue numerose iniziative sulla fascia sinistra nacque l'assist per la punta, che di piatto destro battè inesorabilmente Sorrentino.
A fine gara, felice per la rete realizzata, disse: "E' la prima volta che mi trovo al comando dei goleador con la maglia della Juve. Ora rivaleggerò con Zico e questo non potrà che stimolarmi ancora di più. Otto reti in nove partite: è una bella media mi pare, ma non sarà per me un'ossessione fare goal a tutti i costi".

La speciale classifica dei bomber, però, al termine di quella stagione la vinse Michel Platini, con 20 reti all’attivo su 28 gare disputate. Tra i due litiganti – quindi - vinse il francese, che fu l’autore della seconda e ultima marcatura della gara del "Cibali". Avvenne negli istanti successivi la clamorosa occasione fallita dal Catania ad opera di Pedrinho (venutosi a trovare solo di fronte a Tacconi): "Le Roi" ricevette il pallone al termine di una combinazione tra Boniek e lo stesso Rossi e, dopo aver visto ribattere il suo primo tentativo dal centrocampista catanese Morra, ribattè al volo di destro per il 2-0 finale. Con cinismo e classe la Juventus chiuse una gara dominata dall'inizio alla fine. Quella vittoria le consentì di recuperare la vetta della classifica, dove si posizionò in coabitazione con la Roma detentrice dello scudetto. Lì rimase sino alla fine di una stagione nella quale riuscì ad aggiudicarsi il suo ventunesimo tricolore e la Coppa delle Coppe.

Al termine della gara giocata a Catania, Boniek rilasciò queste dichiarazioni: "Leggo sui giornali che la Juventus starebbe cercando un mio sostituto per il prossimo anno, ma certe mie partite non sono polemiche, non voglio dimostrare niente a nessuno. Gioco bene perché so giocare bene non perché voglio restare a tutti i costi alla Juve. Gli stranieri sono stati acquistati per cercare di vincere ma, lo ripeto, ci vuole l'apporto della squadra: Falcao, se fosse andato nell'Avellino anziché nella Roma, non avrebbe primeggiato. Ecco perché, se voglio conquistare traguardi importanti, debbo restare nella Juventus. Il denaro non m'interessa, ho già guadagnato abbastanza per vivere in Polonia".
Rimase a Torino ancora per un anno, salvo poi trasferirsi proprio nella Roma, dove giocò a partire dal campionato 1985-86.

In partenza da Catania per il ritorno a Torino, Giovanni Trapattoni, felice per la gara disputata dai suoi giocatori, si lasciò scappare una frase ad effetto: "Questa Juventus merita il dieci e lode".
Il suo "dieci", Michel Platini, con quel goal segnato al 90' aveva spento sul campo ogni speranza dei siciliani di raggiungere un pareggio immeritato. Con tanti saluti a chi aveva accolto la sua Juventus in un clima infernale.
“Adieu”.
Per dirla alla francese.

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sabato 6 novembre 2010

Sanguin, il petardo e la vittoria a tavolino del Cesena sulla Juve

La storia è fatta di corsi e ricorsi, di episodi che a volte - nel momento stesso in cui si verificano - sembrano assumere un valore insignificante, salvo poi entrare di diritto nella galleria dei ricordi difficili da dimenticare.
Uno di questi accadde il 22 novembre del 1987 a Torino, in una domenica (apparentemente) qualsiasi, nella quale era previsto lo svolgimento della partita tra la Juventus ed il Cesena, valida per la nona giornata del girone di andata del campionato di serie A.
Una "grande" squadra contro una "piccola", la Vecchia Signora del calcio italiano abituata da sempre a lottare per il titolo contro una società che tradizionalmente fa della salvezza il suo scudetto.

Quella che si era presentata ai nastri di partenza del campionato 1987-88 era una Juventus decisamente inferiore rispetto ai consueti livelli di eccellenza: al termine della stagione precedente, già orfana di Giovanni Trapattoni (trasferitosi all'Inter), aveva dovuto tristemente salutare anche Michel Platini.
Per compensare l'enorme vuoto lasciato dalla partenza del francese, Boniperti aveva deciso di sfidare l'impossibile provando a sostituire Michel con un serio professionista come Marino Magrin, cui venne affidato il compito di rifornire l'acquisto-monstre del mercato estivo, il bomber gallese Ian Rush, che nei sette anni trascorsi a Liverpool aveva vinto tutto e segnato più di duecento gol con i "Reds".
Com'era prevedibile, la scelta dell'ex atalantino si sarebbe rivelata un azzardo, e la stagione della Juve (quella dei novant'anni dalla fondazione) fu deludente, con la squadra lontana dagli obiettivi che contavano, vuota di contenuti e al tempo stesso piena di polemiche. Una battuta dell'Avvocato Agnelli, pronunciata a campionato in corso (1° marzo 1988), può servire più di ogni altra considerazione a disegnare il quadro di quel particolare momento storico della Vecchia Signora: "Per salvare questa Juve non basterebbe tutto l'entusiasmo che si è creato intorno a Tomba".

E anche quel fatidico 22 novembre non si sottrasse ad un destino che per la Juventus, in quel campionato, sembrava già scritto.
Un petardo lanciato dagli spalti dello stadio "Comunale" scoppiò accanto al tunnel posto sotto la curva Filadelfia, nel momento in cui le due formazioni stavano raggiungendo gli spogliatoi per l'intervallo della partita.
Il centrocampista dei romagnoli Sanguin, a causa del trauma uditivo subìto dopo l’episodio in questione, non fece rientro sul rettangolo di gioco per riprendere il match.
A nulla valse la doppietta realizzata da Sergio Brio, cui rispose il cesenate Rizzitelli a quindici minuti dal termine dell'incontro. Il risultato non venne omologato e il Cesena presentò reclamo al giudice sportivo Barbè, che decise per la vittoria a tavolino per 2-0 a favore dei romagnoli.

Già nell'immediato dopo partita scoppiarono forti polemiche, con la Juventus convinta che Sanguin avesse accentuato gli effetti provocati dello scoppio, approfittando dell'accaduto per influenzare la decisione del giudice sportivo e guadagnare preziosi (quanto insperati) punti-salvezza.
Antonio Cabrini, a pochi passi dal giocatore avversario in quei concitati momenti, intervistato pronunciò queste parole: "Eravamo in cinque lì vicino, ma soltanto Sanguin si è sentito male. Il suo comportamento è stato esagerato".
Con l'intervento in prima persona dell'avv. Chiusano, legale (e vicepresidente) della Juventus e di Giampiero Boniperti, la società torinese provò con tutte le proprie forze a ribaltare il primo verdetto negativo, ma né la Disciplinare né la Caf (gli ultimi due gradi di giudizio) cambiarono idea: nonostante la vittoria ottenuta sul campo, la tanto temuta e "potentissima" Juventus venne quindi sconfitta in sede giudiziaria, e fu così costretta ad accettare il ribaltamento del risultato a favore del Cesena.

Il silenzio stampa imposto ai giocatori da Boniperti venne disatteso soltanto da Stefano Tacconi, che si limitò a dire: “Al prossimo petardo ci provo anch'io a buttarmi a terra".
Ad ogni vittoria, all’epoca dei fatti, venivano assegnati due punti (al posto dei tre attuali): con quelli la Juventus avrebbe potuto evitare lo spareggio per accedere alla coppa UEFA, disputato a fine stagione contro il Torino (23 maggio 1988), in virtù della medesima posizione in classifica (la sesta) ottenuta da entrambe le squadre.
La Vecchia Signora tuttavia vinse, ai rigori (4-2), dopo che i tempi regolamentari e i supplementari si erano conclusi con un nulla di fatto. Sergio Brio, ironia della sorte, sbagliò il penalty.

Una nota conclusiva: l’arbitro di quel famoso Juventus-Cesena, nonché autore del referto dell’episodio dello scoppio del petardo che – così come redatto – mise in difficoltà la linea difensiva della società torinese, era Romeo Paparesta, padre di Gianluca Paparesta.
La storia, come detto, è fatta di corsi e ricorsi.
A volte anche di curiose coincidenze.

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giovedì 4 marzo 2010

Brady, Baggio, Del Piero e la rivalità con i viola

"Contro il Palermo sarà dura... La società mi ha chiesto di portare la squadra nei primi quattro posti". Queste sono soltanto alcune delle dichiarazioni che Alberto Zaccheroni ha rilasciato nella giornata di sabato scorso. Prima, cioè, dell’incontro con il Palermo.
L’input della società, facilmente intuibile leggendo tra le righe, è quello di "arrivare almeno quarti". Non è più tempo di parlare di progetti, di 5 anni indispensabili (o necessari) per tornare ai livelli dell’ultima "vera" Juventus… Almeno il quarto posto in classifica a fine anno: con quello, Zaccheroni avrà salvato il salvabile. Non sarà una eventuale Europa League alzata ad Amburgo a cambiare le carte in tavola. Quella nata dalle ceneri di Calciopoli non è (ancora) la Juventus: si è passati da una società che si autofinanziava e vinceva, ad una che finanzia (molto) ma non vince; dalla competenza all’inesperienza; dalle trovate geniali agli errori più banali; dagli acquisti a sorpresa e tenuti nascosti sino all’ultimo, agli interessamenti e alle trattative sbandierate ai quattro venti. Ma queste cose sono evidenti da tempo: qualsiasi risultato fosse scaturito dall’incontro con i rosanero, non avrebbe comunque modificato lo stato delle cose.
Si è persa l’occasione per staccare il Palermo in classifica, approfittare dei passi falsi di Genoa, Sampdoria e Cagliari e del pareggio in extremis del Napoli. Per i più ottimisti: anche di recuperare due punti sulla Roma, portandosi a meno 7. Ora, invece, arriva il difficile: nella situazione complicata di dover sbagliare il meno possibile, i bianconeri devono affrontare la delicata trasferta di Firenze.

Fiorentina e Juventus: due squadre divise da una rivalità storica, una delle tante che accompagnano la leggenda bianconera. Naturale, per chi è forte, potente e vincente: altro che simpatia.
Negli ultimi trent’anni sono state diverse le occasioni, cariche di tensioni, nelle quali le strade delle due società si sono incrociate. Le polemiche, di conseguenza, non sono mai mancate. Soltanto in una di queste, però, sono arrivate a contendersi uno scudetto sino alla fine. Capitò nella stagione 1981-82.

In quell’annata la Juventus vinse al fotofinish un torneo avvincente, allora a 16 squadre. Quarantasei punti a quarantacinque, quando la vittoria ne assegnava due (e non tre) come adesso. In panchina Trapattoni, mago della corsa a tappe: in casa si costruiva gli scudetti, per difenderli poi in trasferta. Era il torneo delle sei vittorie bianconere consecutive a inizio campionato, che sembravano il prologo di una passerella trionfale. Invece preannunciarono un campionato più difficile del previsto. Si infortunò Bettega (addio mondiali in Spagna). Era la Juventus dei Zoff-Gentile-Cabrini, della classe umana e calcistica di Scirea, del cuore di Furino (e Bonini), degli "schizzi"di Tardelli, dei goals di Virdis e Galderisi. Una macchina capace di segnare 48 goals in 30 partite, subendone solo 14. Era la stagione in cui - per la prima volta - comparvero sulle maglie i nomi degli sponsor, della seconda retrocessione del Milan in serie B (stavolta per demeriti sportivi), del grave infortunio di Giancarlo Antognoni (a causa del durissimo scontro con il portiere genoano Martina) e del rientro di Paolo Rossi dopo la squalifica dello scandalo del calcio scommesse.
Il 16 maggio del 1982 le due contendenti si presentarono a pari punti nell’ultima giornata di campionato: 44 a testa. Il menù del giorno diceva: Cagliari-Fiorentina, Catanzaro-Juventus. Il delitto perfetto avvenne nella seconda frazione di gioco, dove ai viola venne annullato un goal di Graziani, mentre - a Catanzaro - l’arbitro Pieri ne assegnò una per la Juventus. Goal, gioco, set, match: scudetto cucito sulle maglie bianconere, seconda stella. Polemiche a volontà a Firenze: in testa ai contestatori, manco a dirlo, Franco Zeffirelli (querelato da Boniperti per la famosa frase: "Ho visto Boniperti mangiare noccioline in tribuna, sembrava un mafioso americano" ). Dietro a quella Juve, c’era anche l’avvocato Agnelli: "Zeffirelli? È un grande regista. Ma quando parla di calcio non lo sto nemmeno a sentire".

L’ultimo marcatore bianconero di quel campionato fu William "Liam" Brady. Giocò a Torino per due stagioni (1980-81 e 1981-82, scudetti in entrambi i casi). Nonostante sapesse di dover abbandonare la Juventus per far posto a Michel Platini (che con Boniek andò a formare la coppia dei due stranieri "acquistabili" all’epoca per squadra), si fece carico dell’onere (prima ancora che onore) di calciare il rigore decisivo a Catanzaro. Cabrini o Paolo Rossi: avrebbe potuto tirare uno dei due. Invece andò lui. Con il rischio di sbagliare e non poter più rimediare all’errore. Un signore: dentro e fuori dal campo.

La (doppia) finale della coppa UEFA del 1990 vinta dai bianconeri (il ritorno si giocò nel campo neutro di Avellino); il (contestatissimo) passaggio di Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus nell’estate immediatamente successiva; il ritorno del Divin Codino in Toscana e il famoso rifiuto a calciare il rigore contro la sua ex-squadra il 6 aprile del 1991; la vittoria dei viola a Firenze con goal di Batistuta che di testa approfittò di una incomprensione tra Peruzzi e Tudor nel dicembre del 1998; la vittoria dei bianconeri in trasferta nel primo anno di Lippi per 4-1 (lì, Baggio, il rigore lo tirò), nel giorno dell’addio dal campo ad Andrea Fortunato; la vittoria della Juventus a Firenze del 4 dicembre del 2005, con Camoranesi che esultò dalla bandierina del calcio d’angolo, prendendola e utilizzandola come fosse una chitarra, dopo aver realizzato la rete decisiva…
Nel bel mezzo, a Torino (nell’ormai ex-stadio Delle Alpi), il favoloso goal vincente di Del Piero il 4 dicembre del 1994. In un incontro dove Vialli si caricò sulle spalle la squadra, trasmettendo la sua grinta da leader ai compagni per una incredibile rimonta. Del Piero aggiunse il tocco di classe finale.
Sono trascorsi (quasi) 16 anni, e Alessandro è ancora lì.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com