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martedì 11 marzo 2014

Juventus, ora parte l'assalto all'Europa League

 
Mancano undici giornate alla conclusione del campionato, ma i giochi per lo scudetto sembrano ormai fatti. Nel primo dei tre rendez-vous che la vedranno impegnata nell'arco di pochi giorni con la Fiorentina, Madama ha decisamente allungato il passo nei confronti della Roma. Che adesso, classifica alla mano, vede spuntare dallo specchietto retrovisore il Napoli.

In casa bianconera l'attenzione generale si sposta ora sull'Europa League, la coppa che la Vecchia Signora non vince dal lontano 1993, quando ancora si chiamava U.E.F.A. Quello era stato il secondo anno del Trapattoni-bis alla guida della Juventus, mentre nel 1994 a Torino si sarebbe insediato, per la sua prima volta, Marcello Lippi.

Trapattoni e Lippi sono stati gli allenatori dai quali Madama ha ricevuto in cambio sia gli scudetti in patria che la celebrità in campo europeo. Impresa che, ad esempio, non era riuscita a Fabio Capello nel corso del suo biennio torinese.

A questo punto spetta ad Antonio Conte provare a superare il tecnico friulano in questa speciale graduatoria all'interno dell'ultracentenaria storia bianconera. Se vincere tre tricolori consecutivi non sarebbe comunque un risultato così banale, riportare la Juventus a primeggiare anche in Europa darebbe indubbiamente più sostanza (e visibilità) all'eccellente lavoro svolto sino ad oggi.

D'altronde era stato proprio lui ad ammetterlo, alla vigilia del doppio confronto con il Trabzonspor: “Conquistare l'Europa League rappresenterebbe nel nostro secondo anno di partecipazione all'Europa qualcosa di straordinario. Per il percorso iniziato tre anni fa, nessuno poteva immaginare ciò che la squadra ha fatto e sta facendo. Quest'anno per la Champions League abbiamo delle colpe, ma ora c'è l'Europa League e vogliamo andare avanti".

Poi, però, dal sentimento era passato alla ragione, tirando fuori dal taschino la calcolatrice: “Ho fatto un calcolo: nei prossimi 52 giorni, esclusa la Nazionale, giochiamo 15 partite. Serve il contributo di tutti”.
Il distacco in classifica dalla Roma, maturato in queste ultime giornate della serie A, lo mette adesso nella miglior condizione per poter operare le scelte più opportune.

“I sogni miei e di Antonio coincidono: cercheremo di realizzarli assieme”, aveva detto pochi giorni fa Andrea Agnelli. Con gli ottavi di Europa League alle porte ed un campionato a portata di mano, si può dire che è arrivato il momento di trasformarli in realtà. 

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lunedì 21 ottobre 2013

Juve, ora fa paura la trasferta di Madrid


Antonio Conte aveva descritto la partita di Firenze come la “gara della vita”. Montella, però, gli aveva risposto a tono: “Vale anche per noi”. La Roma, che dall'alto del primo posto in classifica ascoltava sorniona il duello dialettico tra i due tecnici, con ogni probabilità non avrebbe mai immaginato di assistere a quanto è accaduto allo stadio “Artemio Franchi”.

Madama si è svegliata all'improvviso per prendere in pugno la gara, infliggendo ai viola un doppio colpo da kappaò alla fine della prima frazione di gioco, salvo poi addormentarsi e incassare passivamente quattro ceffoni in soli quindici minuti di gioco. Il calcio è bello anche grazie alla sua imprevedibilità, si dice spesso. Ovviamente è più facile sostenere questa tesi quando ci si trova dalla parte di chi riesce a rimettere in sesto una partita che sembrava essere compromessa.

Che la Juventus vista quest'anno fosse leggermente diversa dalle sue ultime versioni era chiaro a molti da qualche tempo. Che potesse avere un calo di concentrazione simile, con un tecnico come Conte seduto sulla propria panchina, però, era davvero difficile da pronosticare. La prossima trasferta a Madrid potrà allargare i confini di questo suo momento di crisi, così come chiuderli in soli novanta minuti. Questo non dipenderà tanto dal risultato finale, per quanto importante potrà essere, quanto dall'atteggiamento che la Vecchia Signora mostrerà sul campo.

Lo scorso fine agosto lo stesso Conte aveva risposto al giudizio espresso da Giuseppe Marotta sul sorteggio della fase a gironi di Champions League usando queste parole: “Il direttore dice che con il Real Madrid ce la possiamo giocare? Mi piacerebbe una volta trovarmi dalla parte opposta, nel senso di poter spendere su un giocatore 100 milioni. Non è proprio così, perché non è così. Inutile prenderci in giro. Se poi vogliamo... cioè, sono risposte di circostanza queste, sono risposte che è giusto che il direttore dia e io le dico insieme al direttore. Ma sotto sotto, bisogna anche capire che c'è un carrarmato di fronte a una macchina”.

La Juventus vista a Firenze per larghi tratti dell'incontro è sembrata una macchina potente ma priva di benzina a sufficienza per tenere un certo ritmo sino alla fine della contesa. Forse si è distratta pensando all'imminente impegno europeo, certamente si è mostrata presuntuosa. Ed è stata punita da un Giuseppe Rossi che potrebbe tornare comodo a Cesare Prandelli più di quanto non stia dimostrando di fare Balotelli in questo momento. Il problema, però, è che nel prossimo incontro dovrà affrontare un carrarmato guidato da fuoriclasse. Quelli che costano milioni di euro, quelli che a Conte farebbe comodo avere dalla propria parte. E che ora, forse, gli fanno anche un po' paura.

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martedì 24 settembre 2013

Vincono tutte le grandi tranne il Milan

Il Napoli targato Benitez è ormai diventato una realtà consolidata del calcio italiano. Lo testimoniano sia il primo posto in classifica a punteggio pieno maturato (e mantenuto) sin dall'inizio del campionato che la recente vittoria ottenuta in Champions League contro i vice campioni d'Europa del Borussia Dormund.

La Roma di Garcia, appaiata in vetta con i campani, la stessa squadra che ad un certo punto della scorsa estate sembrava non avere né un capo né una coda, oggi rappresenta la vera e propria sorpresa di questa nuova edizione della serie A. Osservando il suo andamento, il numero che balza immediatamente agli occhi è quell'uno sulla casella delle reti subite, un'eccezione per una realtà come quella giallorossa che raramente in passato si è mostrata in grado di mantenere una simile impermeabilità nel reparto difensivo. Tanto la Roma quanto l'Inter sembrano beneficiare delle ventate di novità che hanno caratterizzato i loro ultimi mesi di vita. Per una domenica, poi, i nerazzurri di Mazzarri si sono trasformati pure in una macchina da goal, maltrattando il malcapitato Sassuolo del patron Giorgio Squinzi. Per lui, considerando la simpatia che nutre verso il Milan che non ha mai voluto nascondere, si è trattato di una giornata davvero nera.

La Fiorentina continua a viaggiare a ridosso delle prime anche grazie alle reti di Giuseppe Rossi, mentre la Juventus conferma il trend dell'ultimo periodo: aspetta di subire una rete prima di iniziare a giocare come vorrebbe sempre il suo tecnico. Mentre con Inter e Copenaghen non era riuscita ad andare oltre il pareggio, con il Verona ha ribaltato il risultato incamerando l'intera posta in palio.

Se le grandi prestazioni di Tévez ormai non fanno più notizia, per superare la squadra di Mandorlini le è sopraggiunta in aiuto una rete messa a segno da Llorente. Il partito di coloro i quali recentemente hanno puntato il dito contro le scelte dell'allenatore bianconero si è così spaccato in due: da una parte ci sono quelli che restano dalla parte di Conte, abile a gestire il pieno recupero fisico dello spagnolo dopo la lunga inattività della scorsa stagione; dall'altra sono rimasti quelli che avrebbero voluto che la punta fosse scesa in campo in Danimarca in occasione dell'esordio stagionale di Madama in Champions League.

Il Milan? Resta vittima degli errori estivi compiuti dalla società rossonera in sede di mercato: l'unico reparto che andava profondamente rinnovato era quello difensivo, invece è stato deciso di regalare ai tifosi una storia dal lieto fine come il ritorno a Milano del figliol prodigo Kakà. Le altre squadre, intanto, scappano. E senza lo squalificato Balotelli per i prossimi tre turni si annunciano tempi duri. Per sua fortuna c'è poco tempo per pensare, visto che il turno infrasettimanale del campionato riporta tutti in campo per la quinta giornata di serie A. Con tante gare concentrate in una sola settimana non è escluso che possa uscire fuori qualche risultato clamoroso.

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giovedì 2 maggio 2013

Nils Liedholm, un ‘Barone’ per il calcio italiano


Quando se ne andò, il 5 novembre 2007, furono in molti a sostenere che con il passare del tempo la sua assenza si sarebbe avvertita moltissimo. Perché di gentiluomini – anzi, di “Baroni” – come lui ancora oggi il mondo del calcio ne avrebbe bisogno a dosi industriali.

“L’allenatore di calcio è il più bel mestiere del mondo, peccato che ci siano le partite“, amava ripetere Nils Liedholm sin dal momento in cui appese le scarpette al chiodo. Quegli strumenti del mestiere che seppe usare benissimo nel corso della prima parte della sua vita calcistica. Con garbo e ironia riusciva a strappare improvvisi sorrisi al dirimpettaio di turno: “Di solito provo in partita gli schemi che poi mi riescono perfettamente in allenamento“.

Era stato un grande calciatore e questo lo aveva aiutato a riconoscere quei giovani che in futuro avrebbero intrapreso la stessa strada scelta da lui: “Con Ancelotti ci facciamo sempre delle grandi risate. Quando era giocatore invece era sempre molto silenzioso: si vede che stava studiando. C’era Novellino che, quando sedeva vicino a me in panchina, parlava sempre: segno che sarebbe diventato un buon allenatore“.

Dal campo ai bordi del rettangolo di gioco cercava di trasmettere la sua mentalità, il suo modo di intendere il calcio: “Io ripetevo ai miei giocatori: se fai fallo sbagli due volte. La palla resta a loro e mandi un messaggio di debolezza. Io mi allenavo molto, contro un giocatore o due, per portar via palla senza fare fallo“. Dopo una breve esperienza al Milan si era fatto le ossa come tecnico salvando il Verona dalla retrocessione in serie C e riportandolo nella massima divisione, per poi togliere dai guai anche il Monza ed aiutare il Varese a raggiungere il sospirato traguardo della serie A. Successivamente era stato a Firenze, a Roma ed era rientrato al Milan, con il quale aveva conquistato il decimo tricolore della storia rossonera, quello della stella.

Nel libro “Nils Liedholm e la memoria lieve del calcio”, di Sebastiano Catte, è pubblicata un’intervista rilasciata da uno dei grandi protagonisti di quel successo, Gianni Rivera. Che non esitò a riconoscere i meriti dello svedese al momento del suo arrivo al Diavolo quando ancora era un ragazzino: “Avevo solo 16 anni e mi accompagnò a Linate, dove allora si allenava la squadra rossonera. Nella partitella fui schierato nella formazione titolare che affrontava quella giovanile, quindi insieme a Liedholm e Schiaffino, i due leader di quella squadra. Come si sa quel test andò bene e, malgrado lo scetticismo di qualcuno, i dirigenti del Milan decisero di acquistarmi. Qualche anno dopo seppi che Liedholm ebbe un ruolo fondamentale in quella decisione. Dopo quel provino infatti lui, insieme a Schiaffino, andò da Viani per consigliargli di prendermi. Ho saputo che dovette esercitare tutte le sue capacità persuasive per cercare di smontare l’iniziale diffidenza di quei dirigenti milanisti che avevano poca fiducia in me per via di un fisico gracile e quindi – secondo loro – dotato di una scarsa propensione nei confronti di uno sport “maschio” per eccellenza come il calcio. Quando qualche mese dopo arrivai al Milan giocai per un anno intero insieme a Liedholm, in quella che fu la sua ultima stagione da calciatore“.

Nel suo successivo ritorno a Roma vinse poi uno scudetto storico per poi mancare di un soffio, ai calci di rigore, la conquista della Coppa dei Campioni nella finalissima disputata proprio nella capitale contro il Liverpool. Tornato al Milan lo aveva nuovamente abbandonato poco dopo l’atterraggio in elicottero di Berlusconi a Milanello. Aveva fatto comunque in tempo a trapiantare un’altra volta il seme del suo calcio, prima dell’arrivo di Arrigo Sacchi.

Insegnava ai suoi ragazzi quello che aveva imparato in tanti anni di pratica. Una volta raccontò il metodo originale attraverso il quale aveva sviluppato la sensibilità nel tocco al pallone: “Mi allenavo scartando due cani: bisogna essere rapidissimi, perché loro guardano la palla, non abboccano alle finte!“. A chi gli domandò il perché smise di farlo, rispose con il suo proverbiale stile: “Non è per l’età, è che sono morti i cani“.

Molto probabilmente aveva ragione chi sosteneva che nel tempo la sua assenza si sarebbe avvertita.

Articolo pubblicato su Lettera43

domenica 10 febbraio 2013

Juve, una scarpa basta per vincere

Leonardo Bonucci in curva per assistere alla partita contro la Fiorentina in compagnia dei tifosi bianconeri, Antonio Conte chiuso in un box in tribuna, Asamoah in Africa, Chiellini infortunato... Col senno di poi lo “Juventus Stadium” non dava l'idea di essere quell'Inferno dantesco citato (e promesso ai viola) nel video di presentazione dell'incontro pubblicato sul sito internet della Vecchia Signora.

Madama non si è preoccupata più di tanto del fatto che la sua ironia non è stata compresa o comunque apprezzata dagli ospiti. Ha indossato come se nulla fosse le scarpette da gioco, segnato due reti (una pure scalza) e portato a casa i tre punti necessari per tenere a debita distanza in classifica Napoli e Lazio. In verità soltanto la squadra di Mazzarri, perché quella di Petkovic - dopo l'anticipo serale disputato in questa ventiquattresima giornata - si trova ormai lontanissima dai bianconeri. Undici punti di distacco dalla vetta sono obiettivamente troppi per coltivare qualsiasi sogno tricolore, così come ha avuto modo di affermare il suo allenatore nella pancia dello stadio “Olimpico”: “Per il titolo ora non dipende più da noi”.

Per conquistare il campionato ci vogliono continuità di risultati, di gioco ed un equilibrio mentale che ti consenta di vivere con naturalezza anche i momenti negativi. Oltre, ovviamente, a quel pizzico di fortuna che non guasta mai. La Juventus che sembrava aver sbaragliato la concorrenza lo scorso dicembre ed essersi poi lasciata sfuggire il tricolore a gennaio, adesso accelera l'andatura osservando il Napoli diventare sempre più piccolo sul suo specchietto retrovisore. Ventotto scudetti ufficiali e trenta vinti sul campo, però, insegnano a non scordare che soltanto la certezza matematica di essere irraggiungibili in cima alla classifica può consentirti di abbassare la guardia. Sino a quando non arriverà, è giusto lasciare i sogni di vittoria ai propri tifosi e quelli di sconfitta a tutti coloro i quali cercano da mesi un'anti-Juve che riesca ad aggiungere un po’ di sana competizione questa serie A.

L'attacco di Madama, il suo punto debole, per una sera ha funzionato come il resto della squadra. Per scovare un'altra gara dove il reparto offensivo si è rivelato decisivo bisogna tornare indietro nel tempo sino allo scorso 21 dicembre, quando sul neutro di Parma furono ancora Matri (doppietta) e Vucinic a regalarle il successo contro il Cagliari. Quella partita era terminata 3-1, così come era accaduto nella prima occasione in cui l'attaccante di Sant'Angelo Lodigiano aveva incontrato la sua ex-squadra: era il 5 febbraio 2011, anche quella volta allo stadio “Sant'Elia” Matri mise a segno due reti. La terza la realizzò Luca Toni, compagno di squadra nel passato ed avversario nel presente con la maglia della Fiorentina.

Salutati i viola adesso Madama è volata a Glasgow. Laddove le serviranno sicuramente entrambe le scarpette. E, forse, pure l'elmetto.

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venerdì 8 febbraio 2013

Juventus-Fiorentina, derby infinito


Sta per iniziare un nuovo fine settimana calcistico in serie A, terza e ultima tappa di avvicinamento allo scontro diretto del "San Paolo" tra il Napoli e la Juventus previsto per il prossimo 1 marzo. La squadra di Mazzarri, detentrice della Coppa Italia, farà visita alla Lazio, finalista nell'attuale edizione del torneo. Dal canto suo la Vecchia Signora ospiterà la Fiorentina nell'ultima gara che precede la ripresa della Champions League.

La gara disputata a Firenze nel girone di andata si era trasformata nella prima battuta d'arresto per Madama, capace di ottenere - sino ad allora - quattro vittorie in altrettanti incontri di campionato. Il pareggio racimolato allo stadio "Artemio Franchi" non aveva comunque interrotto la sua lunghissima serie positiva (che si sarebbe poi fermata il successivo 3 novembre), nonostante i viola fossero andati vicini alla vittoria in più riprese durante i novanta minuti di gioco.

Quella con gli uomini di Montella era stata la quarta partita giocata dai bianconeri in soli dieci giorni tra serie A (Genoa, Chievo e la stessa Fiorentina) e Champions League (Chelsea), motivo per il quale un po’ di stanchezza da parte del gruppo guidato dal duo Carrera-Conte era facilmente prevedibile. In quest'occasione, invece, la sfida tra le due formazioni è capitata a sole settantadue ore di distanza dalla prossima trasferta di Glasgow, laddove i bianconeri cercheranno di gettare le basi della qualificazione ai quarti di finale della massima competizione europea.

Una cosa (e una gara) alla volta, però. Per la Juventus, nel corso del tempo, quello contro la Fiorentina è diventato una sorta di "derby", condito costantemente da piccole punzecchiature e grandi polemiche che ne hanno alimentato la rivalità. La Vecchia Signora che oggi reclama la terza stella vinta sul campo si era aggiudicata la seconda dopo un testa a testa con i viola nel campionato 1981/82. William "Liam" Brady aveva realizzato la rete decisiva a Catanzaro (su rigore) nella stessa giornata in cui i gigliati protestarono con forza per un gol annullato a Francesco Graziani sul terreno del Cagliari. Franco Zeffirelli aveva affermato di aver "visto Boniperti mangiare noccioline in tribuna, sembrava un mafioso americano". Dalla Sardegna le discussioni divamparono velocemente in tutto il resto d'Italia.

Da Roberto Baggio a Jovetic, passando per la contesa di una Coppa UEFA (1990) e gli striscioni e i cori di alcuni sostenitori viola sui caduti dell'Heysel, da allora in poi i momenti di tensione tra le società non sono quasi mai mancati. Ora che non è più tra noi l'Avvocato Agnelli vengono a mancare anche le sue battute, come quella che rilasciò una volta proprio su Zeffirelli: “È un grande regista. Ma quando parla di calcio non lo sto nemmeno a sentire”.

Diego Della Valle, il presidente onorario dei viola, recentemente lo aveva ricordato a modo suo: “Della famiglia Agnelli è rimasto ben poco, sono rimasti dei ragazzi che non sono grandi lavoratori, ma è con loro che bisogna parlare. E per farlo bisogna andarli a cercare in qualche discoteca”. La risposta dell'ultimo rampollo della dinastia, Andrea, non si era fatta attendere: ”È una battuta, forse riferita anche all’età: c’è chi ci va in discoteca, chi no. Non è che io la frequenti troppo, però l’ultima volta mi sono decisamente divertito: ero lì per la festa scudetto. Auguro anche a Della Valle di andarci presto per festeggiare qualcosa…”.

Naturalmente non era mancata una controrisposta, stavolta da parte di Andrea Della Valle: “Lasciamo stare le fesserie di Marotta su Berbatov e le battute di Agnelli sulla discoteca. Quest'anno sono 30 anni da quello 'scudetto' virtuale del 1982. Speriamo di tornare in discoteca. Festeggiamo quello scudetto dell'82, perché tutti ce lo sentiamo sul petto”.

Quando non si incontrano sul campo e non incrociano pericolosamente le proprie strade nelle trattative di mercato, per battagliare tra loro non restano che le parole. Alla Juventus, in Italia, non capita soltanto con i gigliati, così come aveva avuto modo di rimarcare lo stesso Andrea Agnelli tempo addietro: "Gli anti-juventini sono tanti e ci odiano, ma noi facciamo di tutto per prevalere".

Ha ragione, basti pensare che la successiva gara di campionato vedrà Madama giocare a Roma contro i giallorossi: anche se non c'è più Zeman, la rivalità tra le due squadre è forte. Poi, come detto, sarà la volta del Napoli, dell'Inter (trentesima giornata), del Milan (trentatreesima) e del Torino (trentaquattresima), per quello che è il “vero” derby di Madama.
Anche se, riflettendoci, viene da pensare che le partite speciali sono soprattutto quelle che gli avversari giocano contro di lei.

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giovedì 26 aprile 2012

Michel Platini e quel sogno sulla Juventus...

Conquistata la settima vittoria consecutiva in quel di Cesena alla Juventus adesso ne mancano soltanto tre per laurearsi campione d'Italia. Utilizzando lo stesso linguaggio caro ad Antonio Conte si potrebbe dire "per coronare quel sogno che ad inizio anno sembrava roba da pazzi".

La bellezza del calcio risiede anche nell'imprevedibilità che spesso lo contraddistingue da molti altri sport: a questo proposito, limitatamente alla serie A, basterebbe citare i nomi di Amauri e Borriello per averne due esempi immediati.

Il centravanti italo-brasiliano, in forza alla Fiorentina ed attualmente infortunato, ha vissuto per diversi mesi a Torino da "separato in casa", tanto da maturare un risentimento nei confronti di Madama che lo indusse a promettere un giro di corsa dello stadio "Artemio Franchi" da compiere nel momento stesso in cui l'avrebbe punita con un goal. L'appuntamento era fissato per il 17 marzo: quella sera, però, di reti ne arrivarono cinque, e finirono tutte nella porta dei viola.

In un testa a testa come quello che vede protagoniste Juventus e Milan una semplice disattenzione da parte delle contendenti potrebbe risultare fatale per le loro ambizioni: curiosamente proprio un goal di Amauri nel successo esterno conseguito dalla Fiorentina a "San Siro" (7 aprile) ha finito con lo spianare la strada ai bianconeri per il sorpasso in vetta alla classifica.

Il recente arrivo sotto la Mole di Borriello, invece, sembrava non aver portato alcun beneficio al reparto offensivo della Vecchia Signora, laddove le cifre in termini di realizzazioni erano impietose. A maggior ragione, oltretutto, se messe al confronto con le marcature messe a segno in questo campionato dal solo Ibrahimovic.

Poi accade che l'attaccante di origine napoletana si sblocchi proprio nel momento in cui la Juventus ha un bisogno disperato di una rete per mantenere inalterato il vantaggio accumulato sul Milan, ed ecco che a Cesena Madama scopre di avere una freccia in più nel proprio arco.

Nei mesi scorsi alla formazione guidata da Massimiliano Allegri è stata imputata più volte la colpa di comportarsi da "grande" soltanto contro le cosiddette "piccole", mentre - viceversa - a quella di Conte capitava l'esatto opposto. La Vecchia Signora, infatti, pur mantenendo fede alla propria imbattibilità pareggiava spesso incontri che avrebbe meritato di vincere.

Considerando i recuperi e le gare già decise dal calendario, prima del match allo stadio "Dino Manuzzi" la Juventus aveva disputato ben sette partite di campionato in mezzo alla settimana: il bilancio era stato di due sole vittorie (Fiorentina e Lazio in casa) e cinque pareggi (Bologna a Torino e Napoli, Udinese, Parma e ancora Bologna in trasferta).

Con la progressiva riduzione del numero degli incontri, e non appena il traguardo finale è comparso all'orizzonte, la squadra di Antonio Conte ha incominciato a pigiare sull’acceleratore, mietendo successi contro ogni tipo di avversario ed indipendentemente dal giorno della settimana nel quale era prevista la partita. Nella quart’ultima tappa della serie A la Juventus sarà impegnata sul campo di Novara, con Michel Platini graditissimo ospite sugli spalti del "Silvio Piola".

Intervistato nel settembre del 2009 dal giornalista Roberto Beccantini per il quotidiano "La Stampa" in merito alla Champions League, la massima competizione europea, alla domanda "Sogna sempre di consegnare la coppa alla Juventus?" lo stesso Platini rispose: "Non ci casco più. Nel senso che dormo poco e ho smesso di sognare...". A distanza di poco più di due anni (giugno 2011) sullo stesso tema affermò di aver "prolungato di quattro anni il contratto dell'Uefa per avere la possibilità di non premiare solo Milan e Inter, ma anche la Juve...".

Domenica prossima, comunque sia, avrà modo di osservare una squadra che sta cercando di trasformare un sogno in realtà.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

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sabato 27 novembre 2010

Del Neri e l'appoggio di Andrea Agnelli


Finalmente si gioca, di nuovo. I tour de force a cui sono sottoposte le formazioni di vertice in questo periodo, con molte gare previste in calendario in un arco di tempo ristretto e pochi attimi di pausa tra una e l’altra, comportano un notevole dispendio di energie fisiche per i calciatori ed un tentativo da parte degli allenatori di dosare forze, stimoli e concentrazioni degli atleti tra le diverse manifestazioni a cui i club partecipano. Ma sono quelli che poi, alla fine, piacciono alla maggior parte dei tifosi. Dipendesse da loro si giocherebbe un giorno sì e l’altro pure.

La momentanea interruzione della serie A prevista per il periodo natalizio consentirà agli stessi giocatori di rifiatare, ai club di rivedere sul campo qualche calciatore attualmente in infermeria e di ridisegnare la rosa in sede di mercato, mentre ai sostenitori non rimarrà che attendere il nuovo anno per assistere ad altri incontri. Il tifoso vive di emozioni e si nutre di partite: se ne può parlare quanto si vuole, ma il centro dell’attenzione è rivolto al rettangolo di gioco, laddove si crea la storia di questo sport.

Poi, si sa: ci sono tifosi e tifosi. Come il sindaco di Firenze Matteo Renzi, quello che a furia di fare doppi passi con le parole tutti i giorni ha finito per inciampare sul pallone, sul concetto principale che voleva esprimere attraverso alcune dichiarazioni inerenti la gara di stasera tra la Juventus e i viola: ha scambiato la Vecchia Signora per la Fiorentina, definendola una "squadretta", con tanto di descrizione dettagliata della maglia con i colori bianco e nero a bande verticali. Succede, soprattutto quando rischi di passare alla storia come il primo cittadino che ha visto la squadra del capoluogo toscano trasferirsi in una località vicina, magari a Sesto Fiorentino: perché c’è una Cittadella da costruire, e se non si trova uno spazio in città da destinarle, si emigra. Siamo ancora lontani dal "fare", adesso ci si trova ancora nel momento del "dire", ed è una fase - a quanto pare - ritenuta politicamente buona per lasciarsi andare a considerazioni simili. In controtendenza - comunque - con quanto detto da Andrea Della Valle, l’azionista di riferimento dei gigliati, in merito ai buoni rapporti esistenti con la famiglia Agnelli. La forte rivalità tra le tifoserie, ad oggi, non aveva bisogno delle esternazioni di Renzi.

Il suo stadio la Juventus lo avrà, a breve, ed è bello pensare che il Presidente che lo inaugurerà è una persona che non ha certo preso la distanze da chi - alla guida della Vecchia Signora - in passato ne aveva concepito l’idea. Ancora una volta, così come in altre occasioni non necessariamente legate al calcio giocato, la società bianconera si troverà nella condizione di essere un passo in avanti rispetto agli altri club italiani. Nell’attesa di tornare ad esserlo anche sul campo.

E dopo il (primo) contratto a rendimento stipulato la scorsa estate dalla società torinese con Marco Motta, ecco - in settimana - la notizia del rinnovo di Giorgio Chiellini, con una serie di clausole innovative che potrebbero fare da apripista ai nuovi accordi che in futuro reggeranno i rapporti tra le società ed i loro giocatori: onori sì, ma anche oneri; professionisti quanto si vuole, ma pur sempre dipendenti.

Dopo aver recuperato nell’incontro di domenica scorsa a Genova Krasic, la Juventus ha rischiato di perdere nella stessa gara Aquilani: la diagnosi, in settimana, è stata "affaticamento muscolare all’adduttore destro", e stasera dovrebbe essere nell’undici di base che affronterà i viola. Ora l’attenzione è spostata sulle diffide che pendono (da diverse giornate a questa parte) sul capo di Felipe Melo e Marchisio: alla prossima ammonizione scatterà la squalifica. Il centrocampo monstre di Madama contro Ibrahimovic: nell’attesa di puntellare l’attacco nella sessione invernale del calciomercato, attraverso il suo reparto più forte (così come plasmato da Del Neri) la Juventus si lancerà all’assalto al Diavolo rossonero nel tentativo di accumulare quanti più punti sarà possibile attraverso le quattro partite di campionato che dovrà disputare da qui sino a fine anno: Fiorentina e Lazio in casa, Catania e Chievo fuori.

Ha fatto bene lo stesso tecnico di Aquileia, nella consueta conferenza stampa del giorno precedente gli incontri, ad alzare l’asticella delle ambizioni: con la stessa umiltà con la quale lui stesso è entrato in punta di piedi a Vinovo, la sua squadra ha aspettato di confrontarsi con le altre formazioni di vertice della serie A per capire le proprie reali potenzialità. Adesso bisogna proseguire su questa strada.

Purtroppo non basta chiamarsi Juventus per vincere: basta andare a rivedersi il film dell’orrore dello scorso campionato per ricordarlo. Ma quando Del Neri, parlando di Andrea Agnelli, dice "è sempre stato un punto di riferimento importante per me e per la squadra. Il suo appoggio è stato totale in ogni momento, ci ha protetto, e se un tecnico ha dietro la società il più è fatto", si capisce chiaramente che la musica, nella Torino bianconera, è cambiata.
Ora non resta che tornare a vincere sul campo, ovunque e dovunque la Vecchia Signora dovrà giocare. Nell’attesa di riprendersi, fuori dal rettangolo di gioco, quello che le è stato tolto quattro anni fa.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 17 agosto 2010

Del Neri e la Juventus "smile"


L’immagine è quella di Alessandro Del Piero, sguardo fisso su un pallone in movimento mentre è intento a rincorrerlo. Il mensile che la riporta in copertina è "GS", evoluzione dello storico settimanale “Guerin Sportivo”. Il numero è quello di settembre 2010.
La maglietta è bianconera, le strisce sono seghettate (e non più verticali), lo sponsor (BetClic) non manca: è nella seconda divisa, quella che verrà usata in alcuni incontri che si disputeranno lontano da Torino, che Jean-Claude Blanc ha dato il meglio di sé. “Nuda”, come mamma Nike l’ha fatta, (ancora) priva di un marchio da esporre a pochi giorni dall’inizio del campionato di serie A. La volontà era quella di seguire “una innovativa strategia commerciale di ripartizione dei diritti fra la prima e la seconda maglia”. Nella pratica si è trasformata nell'ennesimo "progetto" incompiuto della precedente gestione societaria del francese.
Quella che voleva trasformare la Juventus nata dalle ceneri del terremoto sportivo del 2006 in una squadra vincente e simpatica. La parola d'ordine? "Smile".
E casualmente il titolo scelto dal mensile per questo numero è proprio "Juventus smile".
"Pensi a che cosa accadrebbe se riuscissimo ad applicare quello schema (4-4-2, ndr) con i campioni che abbiamo. Si immagini il divertimento".
Queste frasi, pronunciate dal nuovo allenatore bianconero Luigi Del Neri nel corso di una (bella) intervista rilasciata in esclusiva al Direttore Responsabile della rivista, Matteo Marani, con ogni probabilità sono all'origine della scelta del titolo stesso.
Nessuna provocazione, naturalmente, nei confronti di quei sostenitori che associano a quella parola i recenti fallimenti sportivi della Juventus.
Quarant'anni di pallone e molti ricordi, quelli di Del Neri: dagli inizi da calciatore a quelli da allenatore (Pro Gorizia e Partinicaudace, tanto per gradire), sino alla sua evoluzione da uomo, oltre che da professionista, nel percorso che lo ha condotto sino alla panchina della Vecchia Signora d'Italia.
E' partito da un calcio minore, da maneggiare con pochi mezzi e "molta fantasia". Proprio lui che spesso viene tacciato di chiuderla a chiave nella gabbia del 4-4-2. Dove dovranno coesistere, nella Torino bianconera, campioni da "rigenerare" e giocatori che dovranno restituire ai loro sostenitori una Juventus "credibile".
Quello che stupisce è la scelta della redazione di chiudere il servizio con un'analisi delle reali potenzialità della rosa a disposizione di Del Neri affidata ad Aldo Agroppi: il Torino e la Fiorentina sono state le squadre cui ha legato maggiormente il nome (e il cuore) nei suoi trascorsi da giocatore e allenatore; la Juventus, viceversa, per lui ha sempre rappresentato la figura del "nemico" per antonomasia.
Il giudizio finale? "Una squadra che non andrà oltre il quarto/quinto posto".
Condivisibile, per alcuni aspetti e leggendo le sue motivazioni, ora che ci troviamo alla metà di agosto.
Ma c'è ancora una campagna acquisti da completare (una volta sbloccata quella relativa alle cessioni), e le incognite legate al nuovo allenatore e al ritorno al 4-4-2 non è detto non possano portare benefici magari riscontrabili nei prossimi mesi.
Così come auspica Del Neri: alla domanda "Se il 22 maggio la Juve fosse seconda dietro l'Inter, Lei sarebbe soddisfatto?", risponde di averla “battuta due volte nel corso degli ultimi due anni", per poi aggiungere: "Non mi accontento mai, sono perennemente per il miglioramento".
Dovesse riuscire a restituire ai sostenitori bianconeri una Juventus antipatica e non più "smile", avrebbe già ottenuto un grandissimo risultato.
A lui potrebbe sembrare poco. In realtà è molto.

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Aggiungo, a completamento del post, questo (strepitoso) video di Nicola Negro sulla nostra Juventus

sabato 3 luglio 2010

Un altro "black out" di Felipe Melo. E adesso?


Non ci voleva. Quel fallaccio di Felipe Melo su Robben proprio non ci voleva. Una prestazione, quella del brasiliano ieri, dai due volti: bene il primo tempo, condito con un bellissimo lancio in verticale per il goal di Robinho; malissimo nella ripresa, con l’incomprensione con Julio Cesar in occasione dell’autogoal e - soprattutto - l’espulsione per il calcio al giocatore olandese a terra.

Se in occasione dell’autorete dell’1-1 (parziale) il portiere interista rivendica l’aver chiamato la palla e condivide la paternità dell’errore con il compagno, per ciò che concerne l’attimo di follìa successivo, quello ha un solo nome e cognome: Felipe Melo.

Si conclude, così, una stagione negativa per il centrocampista verdeoro, legata a doppio filo con quella della Juventus, il suo club di appartenenza. Proprio nel momento in cui la squadra bianconera si è appena ritrovata per iniziare la preparazione in vista dei preliminari dell’Europa League.
E dire che tutto era iniziato sotto ben altri auspici: nella sessione di calciomercato della scorsa estate, impegnata a cercare un regista, la Vecchia Signora (tale di nome, non di fatto) corteggiava D’Agostino, allora all’Udinese. Non riuscendo ad arrivarci, ecco il colpo di scena che non t’aspetti: 25 milioni di euro (meno Marchionni), clausola rescissoria voluta da Corvino pagata e rispettata, un altro campione che si apprestava a raggiungere Torino, sponda bianconera. Un mediano costato più di un trequartista.

Amauri non era ancora italiano, Diego era stato già acquistato e si attendeva proprio Melo per presentare ai nastri di partenza una Juventus "brasiliana" come mai in passato.
Settantacinque milioni (circa) di investimento in due anni per i tre calciatori, per una squadra che avrebbe dovuto giocare a ritmo di samba. Il "gap" con l’Inter, in Italia, sicuramente ridotto. Col tempo, chissà, il campo avrebbe potuto anche dire "annullato".
Dalla successiva cessione di Cristiano Zanetti alla Fiorentina, ecco i primi equivoci tattici manifestarsi in campo, per poi esplodere fuori dal rettangolo di gioco al presentarsi delle prime critiche.
Partito l’unico regista rimasto in rosa (quando non era alle prese con problemi muscolari), con il posizionamento di Diego come vertice alto del rombo di centrocampo, a Felipe Melo non rimaneva che rispettare gli ordini di scuderia, e piazzarsi davanti alla difesa.

La gara contro la Roma all’Olimpico (30 agosto 2009, vinse la Juve 3-1) aveva fatto sognare i tifosi bianconeri: se Diego si era espresso su livelli eccezionali (mai più rivisti), Felipe Melo gli era andato dietro, producendosi - ad incontro ormai concluso - in una cavalcata potente e devastante che gli permise di realizzare la terza marcatura, quella che chiuse definitivamente la partita.
Ma l’Olimpico di Roma fu, appunto, l’eccezione, non la regola.
Eppure Cesare Prandelli, neo CT della nazionale azzurra ed ex allenatore del brasiliano ai tempi della Fiorentina, lo aveva detto, nel corso di una intervista: "No, consigli non ne voglio dare. Vi dico però che noi l'anno scorso avevamo creato un gioco che per Melo era possibile: non è un regista, ha visione ma non abbastanza. E così avevamo creato meccanismi di gioco facendolo giocare come mezzo destro del 4-2-3-1, con movimenti delle ali che facilitavano il suo gioco".

Il "4-2-3-1", lo schema spesso adottato dal Brasile e qualche volta - nel corso della stagione appena conclusa - dalla Juventus. Il vestito che più si addice alle caratteristiche di Felipe Melo. Proprio nella sua nazionale si è sempre sentito a casa, protetto e coccolato da un allenatore - Carlos Dunga - che adesso, al pari di Marcello Lippi, si assume tutte le responsabilità di un fallimento che ha iniziato a materializzarsi al 28° del secondo tempo dell’incontro con l’Olanda, cinque minuti dopo la rete dell’1-2 segnata da Sneijder, proprio grazie all’attimo di follìa del centrocampista brasiliano. Esattamente nel momento in cui la sua nazionale avrebbe avuto necessità di raccogliere tutte le proprie forze nel disperato tentativo di un recupero in extremis per evitare l’eliminazione dai mondiali.

Lui se ne frega delle critiche. Va in vacanza, felice - poi - di tornare alla Juventus.
"Del passato non mi interessa molto, nello spogliatoio so cosa porterò. Le regole vanno rispettate in campo e fuori. Dialogo senza imposizioni, ma decido io. La base di tutto è il rispetto".
Queste sono alcune delle parole pronunciate ieri da Luigi Del Neri, durante la presentazione delle nuove divise da gioco della società bianconera. Questo è il nuovo ambiente che Felipe Melo troverà, a Torino, se prima non verrà ceduto (a quale prezzo?) a qualche altra squadra.
Potrebbe durare, sì. Ma quanto?

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 6 marzo 2010

Per una volta...


Cesare Prandelli tra Felipe Melo e il richiamo della Juve


Interrotto il cammino intrapreso con Zaccheroni, la Juventus deve rialzarsi e riprendere a vincere. Da subito. Perché se è vero che l’andatura di chi occupa le posizioni della parte medio-alta della classifica non è spedita come quella di chi la comanda, è altrettanto vero che le altre squadre non possono più aspettare i bianconeri: nonostante le 9 sconfitte accumulate sotto la guida dei due mister (8 con Ferrara), la Juventus è ancora in corsa per il quarto posto. A patto che la smetta di fare passi falsi. A cominciare da Firenze.

Dove si ritroveranno di fronte (dopo la gara del girone di andata) Felipe Melo e Prandelli. Questa volta in Toscana. Nella città che ha accolto il brasiliano lo scorso anno (accompagnandolo nel suo praticantato nel campionato italiano) e che ha adottato l’allenatore, stringendosi attorno a lui nel momento più difficile della sua vita extra-calcistica.
"No, consigli non ne voglio dare. Vi dico però che noi l'anno scorso avevamo creato un gioco che per Melo era possibile: non è un regista, ha visione ma non abbastanza. E così avevamo creato meccanismi di gioco facendolo giocare come mezzo destro del 4-2-3-1, con movimenti delle ali che facilitavano il suo gioco". Queste le opinioni espresse da Prandelli, lo scorso fine novembre, in merito al difficile ambientamento di Felipe Melo a Torino. Consigli (a Ferrara) non ne voleva dare, ma le sue indicazioni non sarebbero dovute passare inosservate: ecco come ci si comporta quando si vuol far rendere al massimo un calciatore. Lo si inserisce negli schemi di una squadra e, se non dovesse rendere al meglio, ci si interroga sui "perché". Prima di bocciarlo e cederlo a prezzo di saldo. Titolare nel Brasile, guidato da un Ct (Dunga) che - in alcuni frangenti - si rivede in quel giocatore. Venduto dai viola ad un prezzo altissimo (si tratta pur sempre di un mediano), tuttora ricercato da grandi squadre europee. Lasciato tra le braccia di chi cercava un regista e si è trovato un altro tipo di centrocampista: normale, per chi non è in grado di distinguere il prato verde del torneo di Wimbledon da quello del terreno di gioco dello stadio Olimpico.

Cremonese e Atalanta, prima di fare il grande salto verso la Juventus: così nacque (e maturò) il Prandelli calciatore. Quello che arrivò nella Torino dei fine anni settanta era un calciatore duttile come lo sarebbe diventato da allenatore. In panchina, effettivamente, trascorse la gran parte delle stagioni in maglia bianconera. Davanti a sé il Trap, dal quale aspettava un segnale per andare a riscaldarsi. Ed entrare quando la storia della partita, in buona parte, era già stata scritta: si trattava di mettere la firma o cambiarne il finale. Centrocampista, difensore: buono all’uso. Di quella adattabilità alle diverse situazioni ne ha fatto tesoro per la carriera successiva.
Tornato all’Atalanta, appese - dopo pochi anni - le scarpette al chiodo, chiudendo - di fatto - la sua prima vita dentro il mondo del calcio. Dopo aver raccolto scudetti (3) e coppe (Campioni, delle Coppe, Supercoppa Europea e Italia), il tutto con la maglia bianconera addosso.

Iniziò ad allenare a Bergamo, nel settore giovanile: un torneo di Viareggio, vinto nel 1993, fu il trampolino di lancio per il calcio professionistico. Lecce, Verona (1° in serie B nel 1999), Venezia e Parma. Qui continuò il suo lavoro sui giovani, forze fresche che dovevano sostituire quei campioni (Cannavaro, Thuram, Buffon, Crespo, Veron, Chiesa, …) che - poco alla volta - stavano abbandonando quella che era considerata, da anni, un’isola (calcistica) felice. Due volte al quinto posto, con gli attacchi prolifici di Mutu e Adriano (18 e 15 reti) e con Gilardino (23 goals), rimasto orfano del brasiliano passato a metà stagione all’Inter (Mutu si accasò al Chelsea).

Dopo, il salto alla Roma. Nel 2004. E la scelta di vita: abbandonare il calcio per stare accanto alla moglie gravemente malata. Non iniziò neanche il campionato alla guida dei giallorossi: l’altro, il suo, era più importante. Senza ombra di dubbio. L’anno successivo il ritorno in panchina, a Firenze. Da quel momento in poi, è storia attuale: dal Toni capocannoniere del 2006 (31 reti) al ritorno di Mutu, dal lancio di Montolivo all’addio a Pazzini, dall’arrivo di Jovetic al rilancio di Gilardino ai riconoscimenti personali del mondo del calcio per il suo lavoro. Tutto sempre puntando sui giovani, seguendo un progetto (vero) disegnato dai Della Valle e messo in pratica da Pantaleo Corvino. L’approdo in Champions League, il richiamo della Juventus: leggero nell’ottobre 2008 (primo vero periodo di crisi di Claudio Ranieri), più intenso l’anno successivo (arrivò Ciro Ferrara), forte e chiaro oggi.
Una scelta di vita da compiere. Un’altra, senza Manuela. Nel dicembre del 2007 lasciò Cesare a portare avanti la crescita dei due figli. Giovani, anche loro. Come quelli che hanno caratterizzato la vita calcistica di Prandelli. Tre strade: continuare in viola, approdare nella nazionale maggiore, tornare alla Juventus.

A Torino, trent’anni dopo, con Bettega alle porte della città ad aspettarlo, se la Juventus tornerà ad essere la Vecchia Signora. Con un altro proprietario ed altri dirigenti in grado di ricostruirla come quando lui era in panchina, ad aspettare un segnale dal Trap.
Ora che si è rifatta bella dopo le Olimpiadi invernali del 2006 e che si sta mettendo il trucco per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia (2011), il capoluogo piemontese ha perso il gioiello più luminoso da esporre: la Juventus. Questione di tempo, tornerà.
Piazza San Carlo è pronta ad essere inondata di tifosi bianconeri, come una volta.
Con Cesare alla guida dei bianconeri, magari.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 4 marzo 2010

Brady, Baggio, Del Piero e la rivalità con i viola

"Contro il Palermo sarà dura... La società mi ha chiesto di portare la squadra nei primi quattro posti". Queste sono soltanto alcune delle dichiarazioni che Alberto Zaccheroni ha rilasciato nella giornata di sabato scorso. Prima, cioè, dell’incontro con il Palermo.
L’input della società, facilmente intuibile leggendo tra le righe, è quello di "arrivare almeno quarti". Non è più tempo di parlare di progetti, di 5 anni indispensabili (o necessari) per tornare ai livelli dell’ultima "vera" Juventus… Almeno il quarto posto in classifica a fine anno: con quello, Zaccheroni avrà salvato il salvabile. Non sarà una eventuale Europa League alzata ad Amburgo a cambiare le carte in tavola. Quella nata dalle ceneri di Calciopoli non è (ancora) la Juventus: si è passati da una società che si autofinanziava e vinceva, ad una che finanzia (molto) ma non vince; dalla competenza all’inesperienza; dalle trovate geniali agli errori più banali; dagli acquisti a sorpresa e tenuti nascosti sino all’ultimo, agli interessamenti e alle trattative sbandierate ai quattro venti. Ma queste cose sono evidenti da tempo: qualsiasi risultato fosse scaturito dall’incontro con i rosanero, non avrebbe comunque modificato lo stato delle cose.
Si è persa l’occasione per staccare il Palermo in classifica, approfittare dei passi falsi di Genoa, Sampdoria e Cagliari e del pareggio in extremis del Napoli. Per i più ottimisti: anche di recuperare due punti sulla Roma, portandosi a meno 7. Ora, invece, arriva il difficile: nella situazione complicata di dover sbagliare il meno possibile, i bianconeri devono affrontare la delicata trasferta di Firenze.

Fiorentina e Juventus: due squadre divise da una rivalità storica, una delle tante che accompagnano la leggenda bianconera. Naturale, per chi è forte, potente e vincente: altro che simpatia.
Negli ultimi trent’anni sono state diverse le occasioni, cariche di tensioni, nelle quali le strade delle due società si sono incrociate. Le polemiche, di conseguenza, non sono mai mancate. Soltanto in una di queste, però, sono arrivate a contendersi uno scudetto sino alla fine. Capitò nella stagione 1981-82.

In quell’annata la Juventus vinse al fotofinish un torneo avvincente, allora a 16 squadre. Quarantasei punti a quarantacinque, quando la vittoria ne assegnava due (e non tre) come adesso. In panchina Trapattoni, mago della corsa a tappe: in casa si costruiva gli scudetti, per difenderli poi in trasferta. Era il torneo delle sei vittorie bianconere consecutive a inizio campionato, che sembravano il prologo di una passerella trionfale. Invece preannunciarono un campionato più difficile del previsto. Si infortunò Bettega (addio mondiali in Spagna). Era la Juventus dei Zoff-Gentile-Cabrini, della classe umana e calcistica di Scirea, del cuore di Furino (e Bonini), degli "schizzi"di Tardelli, dei goals di Virdis e Galderisi. Una macchina capace di segnare 48 goals in 30 partite, subendone solo 14. Era la stagione in cui - per la prima volta - comparvero sulle maglie i nomi degli sponsor, della seconda retrocessione del Milan in serie B (stavolta per demeriti sportivi), del grave infortunio di Giancarlo Antognoni (a causa del durissimo scontro con il portiere genoano Martina) e del rientro di Paolo Rossi dopo la squalifica dello scandalo del calcio scommesse.
Il 16 maggio del 1982 le due contendenti si presentarono a pari punti nell’ultima giornata di campionato: 44 a testa. Il menù del giorno diceva: Cagliari-Fiorentina, Catanzaro-Juventus. Il delitto perfetto avvenne nella seconda frazione di gioco, dove ai viola venne annullato un goal di Graziani, mentre - a Catanzaro - l’arbitro Pieri ne assegnò una per la Juventus. Goal, gioco, set, match: scudetto cucito sulle maglie bianconere, seconda stella. Polemiche a volontà a Firenze: in testa ai contestatori, manco a dirlo, Franco Zeffirelli (querelato da Boniperti per la famosa frase: "Ho visto Boniperti mangiare noccioline in tribuna, sembrava un mafioso americano" ). Dietro a quella Juve, c’era anche l’avvocato Agnelli: "Zeffirelli? È un grande regista. Ma quando parla di calcio non lo sto nemmeno a sentire".

L’ultimo marcatore bianconero di quel campionato fu William "Liam" Brady. Giocò a Torino per due stagioni (1980-81 e 1981-82, scudetti in entrambi i casi). Nonostante sapesse di dover abbandonare la Juventus per far posto a Michel Platini (che con Boniek andò a formare la coppia dei due stranieri "acquistabili" all’epoca per squadra), si fece carico dell’onere (prima ancora che onore) di calciare il rigore decisivo a Catanzaro. Cabrini o Paolo Rossi: avrebbe potuto tirare uno dei due. Invece andò lui. Con il rischio di sbagliare e non poter più rimediare all’errore. Un signore: dentro e fuori dal campo.

La (doppia) finale della coppa UEFA del 1990 vinta dai bianconeri (il ritorno si giocò nel campo neutro di Avellino); il (contestatissimo) passaggio di Roberto Baggio dalla Fiorentina alla Juventus nell’estate immediatamente successiva; il ritorno del Divin Codino in Toscana e il famoso rifiuto a calciare il rigore contro la sua ex-squadra il 6 aprile del 1991; la vittoria dei viola a Firenze con goal di Batistuta che di testa approfittò di una incomprensione tra Peruzzi e Tudor nel dicembre del 1998; la vittoria dei bianconeri in trasferta nel primo anno di Lippi per 4-1 (lì, Baggio, il rigore lo tirò), nel giorno dell’addio dal campo ad Andrea Fortunato; la vittoria della Juventus a Firenze del 4 dicembre del 2005, con Camoranesi che esultò dalla bandierina del calcio d’angolo, prendendola e utilizzandola come fosse una chitarra, dopo aver realizzato la rete decisiva…
Nel bel mezzo, a Torino (nell’ormai ex-stadio Delle Alpi), il favoloso goal vincente di Del Piero il 4 dicembre del 1994. In un incontro dove Vialli si caricò sulle spalle la squadra, trasmettendo la sua grinta da leader ai compagni per una incredibile rimonta. Del Piero aggiunse il tocco di classe finale.
Sono trascorsi (quasi) 16 anni, e Alessandro è ancora lì.

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sabato 6 febbraio 2010

Le 444 presenze di Del Piero e il "peso" della maglia bianconera...


Una vittoria a Livorno. Nulla di più. Una sola vittoria per trascorrere finalmente una domenica serena. Simile a tante trascorse in passato, anche se diverse nei contorni. I limiti e gli errori dell’attuale proprietà, della dirigenza e della squadra ormai sono stati vivisezionati in ogni singolo punto: adesso spazio al campo. Una vittoria per infilare nello zainetto tre punti e guardare con animo interessato allo scontro di domani sera tra Fiorentina e Roma. Una vittoria per poter permettere a Zaccheroni e Bettega di iniziare un percorso da traghettatori tra questa Juventus e quella che prenderà corpo il prossimo maggio, allorquando qualcosa dovrà cambiare.
Difesa a tre o a quattro, centrocampo a quattro o a tre, attacco scontato (non ci sono alternative): la speranza che i numeri servano a creare un gioco, oltre i risultati. Indispensabili i secondi, necessari i primi. Perché senza gioco non si va da nessuna parte. A meno che non si decida di affidarsi ai colpi dei singoli: ma questa squadra, al momento, non se lo può permettere. Non solo per le numerose assenze.

La maglia della Juventus pesa chili, non grammi. Il senso di responsabilità che assale un giocatore quando la indossa, deriva dalla leggenda che ha accompagnato quel nome negli anni. Si può dire, a ragione, anche nei secoli (uno, ma sempre secolo è). Milioni di tifosi che riconoscono in quei colori la nobiltà del calcio, e che chiedono alla società di essere competitiva sino in fondo in tutte le competizioni: la vittoria come normalità; il pareggio come un senso di disagio; la sconfitta come un’onta da cancellare al più presto.
Se da questo peso si finisce con l’essere schiacciati, si rischia l’assuefazione a tutto: anche alle brutte figure. Perché diventa difficile uscire dalle situazioni critiche quando sai sempre di essere all’ultima spiaggia, quando il tuo unico compito rimane quello di prevalere sull’avversario e non puoi avere alternative.
Se la società - poi - inizia a sbandare, a nascondersi dalle responsabilità e fa (intra)vedere segni di debolezza anche dall’interno, rischi di trovarti solo contro il mondo intero: perfino nei confronti di chi dovrebbe stare dalla tua parte.

Ben venga la figura di Zaccheroni, che non potrà fare miracoli ma è dotato di buonsenso, che possiede la praticità di chi ha fatto anni di gavetta, ha maturato esperienze importanti in ambienti difficili e vinto. "Sollevato" dall’incarico Ferrara, Felipe Melo si è sentito "sollevato" da un problema: l’alibi principale delle sue prestazioni negative non è più seduto sulla panchina. Ora non ha più scuse. In realtà, un’altra l’avrebbe: una società che cercava un regista e ha comprato lui. Ad un prezzo altissimo.
Al nuovo traghettatore il compito di disegnargli una zona di campo dove permettergli di esprimere al massimo le sue potenzialità; al giocatore l’invito di smetterla di parlare fuori dal rettangolo verde e di iniziare a giocare a pallone come è in grado di fare con la maglia della sua nazionale.
Questo vale per lui così come per tutti gli altri attori in campo: basta parlare, ora spazio ai fatti.

Smontato un progetto mai nato, alle ricorrenti notizie sui calciatori e allenatori accostati alla Juventus si sono aggiunte quelle sulle figure dirigenziali: lì si costruirà la nuova società. Da quelle scelte si capirà - ad occhio - se la nuova creatura potrà essere vincente o meno. Perchè anche al di fuori del campo di gioco non contano gli schemi: sono i nomi che fanno la differenza. Così come la qualità: quella delle persone giuste da posizionare dietro la scrivania. A loro, poi, il compito di scegliere i futuri protagonisti da mandare in campo.
Con addosso quella maglia bianconera che pesa chili, non grammi. E che Alessandro Del Piero, al fischio d’inizio dell’incontro con il Livorno, avrà indossato per un totale di 444 volte nei campionati italiani (inferno della serie B compreso).
Auguri, Capitano. E grazie per le tante domeniche "normali" che ci hai permesso di trascorrere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com