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venerdì 27 agosto 2010

In Europa League con il "vecchio" Del Piero e il "nuovo" Melo


Il leitmotiv che ha anticipato le prime partite ufficiali della Juventus di questo inizio stagione era diventato sempre lo stesso: giocherà Diego oppure Del Piero?
Era stato così anche a Graz, nella gara di andata dello spareggio per accedere all’Europa League contro la squadra di casa. Alla fine in campo scese il brasiliano, esattamente come accadde in occasione degli altri due incontri con lo Shamrock Rovers, quelli del terzo turno dei preliminari della stessa manifestazione.
Ora il dubbio è sparito: ceduto Diego al Wolfsburg, è rimasto il solo Del Piero.
E’ lui l’unico a ricevere cori di incoraggiamento da parte dei tifosi bianconeri prima dell’inizio dell’incontro. E’ lui, ancora una volta, l’anello di congiunzione tra una Juventus che non c’è più, e una che deve ancora rinascere.
In Austria Del Neri scoprì i fantasmi che aleggiavano intorno alla sua squadra: dopo il pareggio di Schildenfeld in risposta alla rete del vantaggio iniziale di Bonucci, soltanto un colpo di testa di Amauri permise di preparare con più tranquillità la gara di ritorno all’Olimpico di Torino.
Se una settimana fa la Juventus tornò da Graz con la notizia dell’accordo raggiunto con il Cska Mosca per l’acquisto di Krasic, la partita di stasera è stata preceduta da quello, in via di definizione, relativo a Quagliarella. L’idea Di Natale, per il reparto offensivo, è durata poco più della tradizionale passerella di Villar Perosa.
La qualità del centrocampo bianconero, per motivi diversi, è rimasta tutta in tribuna: da quella postazione Aquilani, lo stesso Krasic e Marchisio (squalificato) hanno assistito alla prestazione di un Felipe Melo “non solo quantità”. Al netto dei colpi di tacco che Del Neri gli eliminerà al più presto, si è esibito in progressioni e ripetuti lanci (in direzione di Pepe, in particolar modo) sconosciuti lo scorso anno.
Di Kienast di testa (due volte) e Szabics (palo) gli unici veri pericoli dello Sturm Graz. Manca Florian Kainz, nell’undici iniziale. Quello che all’andata aveva causato i maggiori pericoli con le sue iniziative sulla fascia destra degli austriaci, che hanno finito – stavolta - per sbilanciarsi a sinistra con Bukva. Sino al ritorno in campo del giovane centrocampista.
Lanzafame all’inizio si accomoda in panchina, sostituito da Martinez. Un po’ da un lato, un po’ dall’altro: neanche il tempo di trovare la giusta posizione che l’uruguaiano si deve spostare in attacco per sostituire l’infortunato (altri fantasmi del recente passato) Amauri. In assenza di un regista le azioni partono spesso dai piedi di Bonucci.
Dopo un palo colpito nel primo tempo, Del Piero diventa estremamente concreto con un colpo di classe nella ripresa: goal alla “Pinturicchio”, vantaggio e pratica qualificazione (semi)chiusa. Nonostante i clamorosi errori di Pepe e Lanzafame, la Juventus cresce alla distanza e controlla gli avversari.
Sino a pochi giorni fa si cercava di “recuperare” Diego: ora, con una squadra diventata meno brasiliana, forse è iniziato lo stesso percorso per Felipe Melo. Ad oggi potrebbe diventare il miglior acquisto, in relazione al doppio fallimento (bianconero e nel Mondiale sudafricano) dal quale proviene.
L’inizio di stagione di Del Piero era già stato disegnato, proprio come le sue traiettorie: a lui sarebbero spettati i venti minuti finali delle partite. Lì, avrebbe dovuto dare il meglio di sé.
Adesso ha giocato un incontro per tutti i novanta minuti, risultando decisivo. In sua assenza, manca (ancora) il giocatore in grado di imprimere il “cambio di marcia” alla squadra.
Non soltanto per una gara: quando gli acquisti sono di valore, durano anni.
Con alti e bassi, lui va avanti così da diciotto. Merito suo, ma anche demerito di una (precedente) gestione che non è riuscita, in quattro anni, a trovare (almeno) un giocatore di valore assoluto in grado di raccoglierne il testimone.
Con l’ingresso in Europa League in tasca si riparte da Bari, in campionato, domenica prossima. Laddove, il 14 maggio 2006, in campo neutro si giocò contro la Reggina l’ultimo incontro della Juventus “targata” Triade campione d’Italia per la ventinovesima volta. Il secondo goal, nel recupero, lo segnò Alessandro Del Piero. Era entrato a venti minuti dalla fine della gara.

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Benvenuto, Fabio

martedì 17 agosto 2010

Del Neri e la Juventus "smile"


L’immagine è quella di Alessandro Del Piero, sguardo fisso su un pallone in movimento mentre è intento a rincorrerlo. Il mensile che la riporta in copertina è "GS", evoluzione dello storico settimanale “Guerin Sportivo”. Il numero è quello di settembre 2010.
La maglietta è bianconera, le strisce sono seghettate (e non più verticali), lo sponsor (BetClic) non manca: è nella seconda divisa, quella che verrà usata in alcuni incontri che si disputeranno lontano da Torino, che Jean-Claude Blanc ha dato il meglio di sé. “Nuda”, come mamma Nike l’ha fatta, (ancora) priva di un marchio da esporre a pochi giorni dall’inizio del campionato di serie A. La volontà era quella di seguire “una innovativa strategia commerciale di ripartizione dei diritti fra la prima e la seconda maglia”. Nella pratica si è trasformata nell'ennesimo "progetto" incompiuto della precedente gestione societaria del francese.
Quella che voleva trasformare la Juventus nata dalle ceneri del terremoto sportivo del 2006 in una squadra vincente e simpatica. La parola d'ordine? "Smile".
E casualmente il titolo scelto dal mensile per questo numero è proprio "Juventus smile".
"Pensi a che cosa accadrebbe se riuscissimo ad applicare quello schema (4-4-2, ndr) con i campioni che abbiamo. Si immagini il divertimento".
Queste frasi, pronunciate dal nuovo allenatore bianconero Luigi Del Neri nel corso di una (bella) intervista rilasciata in esclusiva al Direttore Responsabile della rivista, Matteo Marani, con ogni probabilità sono all'origine della scelta del titolo stesso.
Nessuna provocazione, naturalmente, nei confronti di quei sostenitori che associano a quella parola i recenti fallimenti sportivi della Juventus.
Quarant'anni di pallone e molti ricordi, quelli di Del Neri: dagli inizi da calciatore a quelli da allenatore (Pro Gorizia e Partinicaudace, tanto per gradire), sino alla sua evoluzione da uomo, oltre che da professionista, nel percorso che lo ha condotto sino alla panchina della Vecchia Signora d'Italia.
E' partito da un calcio minore, da maneggiare con pochi mezzi e "molta fantasia". Proprio lui che spesso viene tacciato di chiuderla a chiave nella gabbia del 4-4-2. Dove dovranno coesistere, nella Torino bianconera, campioni da "rigenerare" e giocatori che dovranno restituire ai loro sostenitori una Juventus "credibile".
Quello che stupisce è la scelta della redazione di chiudere il servizio con un'analisi delle reali potenzialità della rosa a disposizione di Del Neri affidata ad Aldo Agroppi: il Torino e la Fiorentina sono state le squadre cui ha legato maggiormente il nome (e il cuore) nei suoi trascorsi da giocatore e allenatore; la Juventus, viceversa, per lui ha sempre rappresentato la figura del "nemico" per antonomasia.
Il giudizio finale? "Una squadra che non andrà oltre il quarto/quinto posto".
Condivisibile, per alcuni aspetti e leggendo le sue motivazioni, ora che ci troviamo alla metà di agosto.
Ma c'è ancora una campagna acquisti da completare (una volta sbloccata quella relativa alle cessioni), e le incognite legate al nuovo allenatore e al ritorno al 4-4-2 non è detto non possano portare benefici magari riscontrabili nei prossimi mesi.
Così come auspica Del Neri: alla domanda "Se il 22 maggio la Juve fosse seconda dietro l'Inter, Lei sarebbe soddisfatto?", risponde di averla “battuta due volte nel corso degli ultimi due anni", per poi aggiungere: "Non mi accontento mai, sono perennemente per il miglioramento".
Dovesse riuscire a restituire ai sostenitori bianconeri una Juventus antipatica e non più "smile", avrebbe già ottenuto un grandissimo risultato.
A lui potrebbe sembrare poco. In realtà è molto.

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Aggiungo, a completamento del post, questo (strepitoso) video di Nicola Negro sulla nostra Juventus

sabato 14 agosto 2010

Fate in modo che non sia un film già visto...

Serie A, coppa Italia, Supercoppa Italiana, campionato Primavera: ovunque è presente il marchio TIM.
Nell’Italia calcistica tutto, o quasi, è diventato "proprietà" esclusiva dell’Inter.
Dalla stagione 2006-07 (le ultime quattro, per intenderci) ad oggi: quattro scudetti, una coppa Italia, una Supercoppa Italiana (su tre, la quarta si disputerà tra pochi giorni), un campionato Primavera.
Storia di una dittatura sportiva. Dalla stessa stagione 2006-07, inoltre, si è deciso di intitolare alla memoria di Giacinto Facchetti (ex presidente nerazzurro) la manifestazione riservata ai giovani.

Anche nel trofeo (estivo) TIM, quello che si gioca in una sola sera dopo aver trascorso la giornata sotto l’ombrellone, la musica non cambia: 6 vittorie dei nerazzurri in 10 edizioni disputate. "Una volta" si ironizzava su questo: lasciate le briciole, le illusioni e i sogni agli altri, lo scudetto era cosa da "grandi". Da Juventus e Milan, per intenderci.

Queste sono "prove", si diceva. Di un film che poi, nel corso dell’anno, non "si sarebbe più visto". Brevi incontri da 45 minuti l’uno, tre tempi di un triangolare dove ci si guarda dritto negli occhi per tre quarti d’ora con una contendente, mentre "l’altra" è seduta a bordo campo o ti sta comunque osservando da un monitor a pochi metri di distanza.

Sono le serate delle "giustificazioni": i giocatori hanno ancora i muscoli imballati, le gambe molli e stanche, non riescono a coprire bene gli spazi di loro competenza in campo, i brevilinei arrivano prima sul pallone rispetto a chi ha una struttura muscolare più pesante, chi è stato appena acquistato da un’altra società non può essersi ancora ambientato e conoscere bene i compagni. Scendono dalla tribune i vari Nwankwo, Biraghi, Natalino, Oduamadi, per poi tornarci - dopo qualche giorno - quando si inizia a "fare sul serio". Oppure per prendere una valigia e girare per l’Italia (a volte l’estero) con la missione di "crescere e farsi le ossa". Altrove. Perché in una società importante, da noi, non c’è tempo da perdere: bisogna vincere. Subito.

Dove non arriva il fisico è la tecnica che dovrebbe compensare le lacune di questo periodo: Sneijder, Ronaldinho, Diego... Sono stati soprattutto loro, quelli a cui la classe certo non manca, i protagonisti del trofeo disputato ieri. Oltre a chi, come Amelia, sfrutta queste occasioni per mettersi in mostra: a suon di parate eccezionali sta cercando di guadagnarsi il posto da titolare nel nuovo Milan di Allegri.

Come si è detto (e scritto) in tutte le salse in questi giorni, Diego e Del Piero restano gli unici giocatori, nella rosa bianconera, a possedere quella qualità necessaria per alzare il livello di potenzialità e competitività della squadra. Uno è in partenza (se già non è stato tutto definito); l’altro ha ormai raggiunto le trentacinque primavere (a novembre saranno trentasei), e quella che sta per iniziare sarà quasi certamente la sua ultima stagione a Torino.

Dove si cerca ancora di portare il tanto atteso bomber Dzeko: lui sì che sarebbe un grandissimo acquisto. Ma di questo passo - e per quanto (intra)visto ieri sera - potrebbe rischiare di rimanere isolato, davanti al portiere avversario, senza rifornimenti ed un gioco degno di tal nome alle sue spalle. Sarebbe come acquistare una macchina di lusso e non avere più i soldi per metterci la benzina: finisci col tenerla nel garage, per andarla a vedere ogni tanto. Senza poterla utilizzare.

C’è la grinta, ci sono ancora errori (alcuni giustificabili), ma continua a non vedersi la qualità. Rimangono pochi giorni per rimediare a questo difetto, che non si elimina continuando a comprare laterali (che pure mancano, tanto a centrocampo quanto in difesa), ma inserendo calciatori - là in mezzo - che abbiano quelle caratteristiche. Sissoko, Felipe Melo e Marchisio: c’è posto ancora per uno, ipotizzando una rosa dove si prevede almeno un sostituto per ruolo in ogni reparto (o settore). Ma potrebbe anche non bastare. Era proprio necessario dare via (di nuovo) Ekdal?

Chi la scorsa estate è rimasto scottato dalle promesse di una stagione vincente, si è spalmato la crema solare: niente più illusioni, ora si procede a fari spenti. Chi si è letteralmente bruciato, adesso fatica a contenere la rabbia e la paura di assistere, nuovamente, ad un campionato da vivere a distanza di anni luce rispetto all’Inter. E, forse, non solo a lei.
I 27 punti di distacco dai nerazzurri, i 25 dalla Roma e i 15 dal Milan della scorsa stagione sono figli di un’annata storta, dove le lacune di idee societarie senza basi solide sono venute fuori (in via definitiva) tutte, nessuna esclusa.
Ma sono (anche) i limiti di gioco attuali della Juventus che contribuiscono a non rendere tranquilli i suoi sostenitori.

Corini e Perrotta nelle prime due stagioni del ritorno del Chievo in serie A, Baronio e lo stesso Perrotta (Corini passò al Palermo) nel 2003-04: non si trattava di giocatori del livello di uno Xavi o uno Iniesta del Barcellona attuale, ma con quei calciatori posizionati nella zona centrale del campo Del Neri riuscì a dare un’identità ben precisa (e dei risultati) ad una squadra che non aveva, a sostegno, una società dalle possibilità finanziarie pari a quelle della Vecchia Signora.
Frequentemente ci si domanda, al cospetto di realtà minori, come è mai possibile che - differenze tecniche alla mano - la Juventus non riesca più ad avere un gioco accettabile (fosse anche solo "un" gioco) da diversi anni a questa parte. Spesso ("troppo") è capitato di essere sconfitti da loro su quel piano prima ancora che nel risultato finale.

Si è coscienti che ripartire è (e sarà) difficile. Ora Del Neri ha in mano la Juventus, e la speranza è che riesca a ripetere anche a Torino quanto fatto a Verona, almeno per quello che è di sua competenza. E’ ancora presto per stilare giudizi definitivi: sia perché il calciomercato estivo ancora non è completato, sia perché - in questo periodo - la condizione fisica non ottimale di alcuni giocatori non facilita il recepimento, sul campo, dei dettami del nuovo allenatore.
Quello che spaventa, però, è la sensazione che la scelta di qualche calciatore cui far interpretare alcuni di questi ruoli possa essere sbagliata. E la paura è quella di assistere, nuovamente, ad un film già visto.
C’è ancora del tempo, per rimediare. Lo si usi a dovere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

lunedì 2 agosto 2010

Il ritiro di Pinzolo visto da Del Piero

Nel primo video, quei pochi secondi di Grygera sono fenomenali... ;-)

domenica 18 luglio 2010

Del Piero o Diego? Decide Del Neri...



E ora si riparte. Col calcio giocato, ma non solo.
Juventus-Amburgo come importante banco di prova in attesa dell’andata del terzo turno di preliminare dell’Europa League, previsto per il 29 luglio.
Nel mezzo ci sarà un’ultima amichevole, il 24 luglio, a Cosenza, contro l’Olympique Lione.

Così come a Pinzolo gli spettatori al seguito della Vecchia Signora sono aumentati mano a mano che il ritiro si avviava verso la sua conclusione, per l’incontro con i francesi di sabato prossimo i biglietti stanno andando letteralmente a ruba: ad oggi ne sono stati venduti ben 18.000.
E non è finita qui. Anche perché gli organizzatori stanno pensando di richiedere un aumento della capienza dello stadio, elevandola - in via del tutto eccezionale - a poco più di 24.000 unità.

"Di Ekdal e Krhin abbiamo i contratti che attendiamo di depositare non appena saranno liberati da Juve e Inter, cioè verso la fine della prossima settimana" (Carmine Longo, consulente di mercato del Bologna).
Dopo Fabio Cannavaro, emigrato in Arabia Saudita (Al Ahi), in uscita - in casa bianconera - al momento sono previsti soltanto movimenti relativi ad alcuni tra i calciatori più giovani: lo stesso centrocampista svedese (ad un passo dal vestire rossoblù), Giovinco (Bari, Parma e Arsenal su di lui) e Paolucci (Chievo).

Ma non sono (soltanto) quelli i giocatori che dovrebbero lasciare la Vecchia Signora.
Ce ne sono altri, di età più avanzata, che hanno trovato l’Eldorado del pallone a Torino.
Con una vecchia gestione, non più presente, e con contratti onerosi (in rapporto alle effettive qualità tecniche e a quanto riportato sulle rispettive carte d’identità) di cui anche la nuova Juventus fa fatica a liberarsi.
Con le loro promesse di un pronto riscatto e il mancato addio, complicano non poco i piani della società.

"L’anno scorso è l’anno scorso e se penso che due non sono complementari come attitudini, non giocano assieme" (Luigi Del Neri su Del Piero e Diego, 14 luglio 2010)
"Non c’è nulla di male nel dire che io e lui possiamo ricoprire lo stesso ruolo. Magari nel corso della stagione, conoscendoci meglio può vedere altre soluzioni. Nessuno di noi due sta vivendo il dualismo. Vediamo quel che capita, adesso è presto: il tecnico si è un po’ sbilanciato, io non me la sento di farlo" (Del Piero, 16 luglio)
"La concorrenza con Del Piero? Possiamo giocare insieme, è un grandissimo giocatore ed una grandissima persona. Io ho tanto voglia di dimostrare quello che valgo, ma nelle grandi squadra la concorrenza c'è sempre. L'eventuale panchina? E' difficile accettarla, ma rispetterò sempre le scelte dell'allenatore" (Diego, 16 luglio)
"È giusto che abbiano detto ciò che pensano. Del Piero è un giocatore, e non un dirigente: ha fatto capire che sarà disponibile in pieno e questo non può che fare piacere. È legittimo che Diego abbia rivelato le proprie intenzioni e quelle della società. Simili atteggiamenti mi trovano in piena sintonia" (Del Neri, 16 luglio).


Sta a Del Neri, il "dittatore-democratico" della panchina bianconera, chiudere il cerchio della piccola discussione intorno al dualismo Diego-Del Piero.
Nella Juventus dello scorso anno avrebbero dovuto giocare (e divertire) insieme.
La squadra era stata costruita per permettere al brasiliano di esprimere le proprie potenzialità, nel ruolo a lui più gradito.
A Del Piero, Trezeguet, Amauri e Iaquinta rimaneva il compito di battersi per due maglie da titolari in attacco.
Ora i tempi, e gli spazi disponibili in campo, sono cambiati.

Non è detto che Diego rimanga alla Juventus.
Sicuramente non sta a Del Neri sbilanciarsi su questo tema: sino a quando vestirà la casacca bianconera, lo gestirà esattamente al pari degli altri componenti la squadra.
Con l’unico criterio da lui stabilito sin dal suo arrivo a Torino: quello della meritocrazia.
E certi punti è meglio fissarli bene sin dal primo giorno di ritiro: è lui che comanda, con la società pronta ad appoggiare le sue decisioni.
Il bene del gruppo, della Juventus in generale, dovrà tornare ad essere un obiettivo da raggiungere tutti insieme, dal primo all’ultimo elemento della rosa. Anche questo servirà per evitare che si ripetano annate come quella appena trascorsa.

Vale per chi gioca, così come per chi starà in panchina.
E per chi è pregato di togliere il disturbo.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 11 luglio 2010

Nasce la Juve della meritocrazia di Del Neri


"Il problema di fondo è che in una squadra come la Juve tutti possono giocare al posto degli altri. E allora tutti devono conquistarsi il posto"
Si chiama (e così la chiama) "meritocrazia". Per Luigi Del Neri, nuovo tecnico bianconero, questo è il "credo" che accompagnerà il viaggio della Vecchia Signora nella nuova annata calcistica.

E’ la prima Juventus di Andrea, l’ultimo degli Agnelli. Potrebbe diventare (anche) quella di Marotta, se lo stesso direttore generale riuscirà a costruire e completare - da qui al prossimo 31 agosto (data della chiusura di questa sessione del calciomercato) - una rosa altamente competitiva. E’, almeno per ora, la Juventus di Luigi Del Neri.

Rimasto vittima (e carnefice) di un’annata deludente, al pari della sua squadra di club, in questi primi giorni di lavoro Diego non è accompagnato dalle attenzioni e dalle speranze che gli sono state riservate la scorsa estate. E mentre i reduci dall’infelice spedizione delle rispettive nazionali in Sudafrica devono ancora aggregarsi al gruppo, ad oggi la stella bianconera più luminosa in quel di Pinzolo continua ad essere quella di Alessandro Del Piero (18ma stagione, la sua, a Torino).

"A lui spetterà il delicato compito di riportare cultura e disciplina sportiva nello spogliatoio" (lettera di Andrea Agnelli ai tifosi, 18 giugno 2010)
Ma adesso è arrivato il momento di Del Neri, del "sergente di ferro", del "dittatore-democratico", di quell’allenatore che godrà (almeno per adesso lo si può dire) di una protezione e di un appoggio da parte della società sicuramente maggiori di quelli che erano stati concessi ai suoi recenti predecessori (Ranieri, Ferrara e Zaccheroni).

Stanco di assistere al predominio delle squadre milanesi in Italia ed in Europa, il presidente Vittorio Catella, nel lontano 1964, affidò la gestione della prima squadra bianconera in mano ad Heriberto Herrera, paraguaiano, profeta del "movimiento" (l’antenato del calcio totale), l’allenatore che - ironicamente - venne definito "il ginnasiarca".
Anche lui fu considerato, all’epoca, un sergente di ferro. Anche allora c’era una disciplina da riportare in seno alla squadra, elemento fondamentale per costruire un gruppo in cui - comunque - i giocatori di maggior talento avrebbero dovuto garantire quel "qualcosa in più" indispensabile per tornare a primeggiare.

Omar Sivori, ad esempio, invece emigrò - di lì a poco - al Napoli: le nuove regole erano troppo strette per chi affrontava gli avversari con i calzettoni abbassati alle caviglie e dribblava le imposizioni e gli allenamenti duri così come faceva con i difensori rivali. Si creò una Juventus "umile ed operaia, solida e compatta", che poco piaceva agli Agnelli (Gianni ed Umberto), ma che divenne un punto importante da cui ripartire per costruire quella che - di lì a pochi anni - sarebbe diventata la Juventus di Boniperti prima, e Trapattoni (anche) poi. Uno scudetto vinto nel 1967 ed una Coppa Italia nel 1965 furono le uniche vittorie di questo periodo di "transizione".

"Non ci è precluso nulla, abbiamo tutti i mezzi per inseguire tutti gli obiettivi, anche se poi alla fine vince una sola squadra. Non c’è risultato che non si possa raggiungere se hai una identità di gioco e la giusta mentalità, come ci ha ricordato Andrea Agnelli, il nostro Presidente"
Da quattro anni a questa parte la Juventus ha perso, lentamente, la propria identità. In campo e fuori.
Nelle parole di Del Neri, il "Comandante" (così come lo chiamato alcuni suoi calciatori), e (indirettamente) in quelle di Andrea Agnelli, c’è una ricetta semplice per riprenderla al più presto. Il difficile, sarà farlo.

Nell’attesa che diventi presto (anche) la Juventus di Marotta.
Ciò significherebbe che oltre alla "quantità" è stata aggiunta (altra) qualità.
Magari a breve.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 12 giugno 2010

Il Sudafrica, l'ItalJuve e il carro dei vincitori


Il Sudafrica balla sul goal di Tshabalala, quello del momentaneo vantaggio nella gara contro il Messico, allontanando per qualche ora i problemi di una nazione che (anche) attraverso lo sport cerca di riunire le sue diverse anime.
Quel pallone che ha creato tante polemiche, lo "Jabulani", indirizzato verso il sette dell’estremo difensore messicano, dava la sensazione di essere spinto da una mano invisibile, quasi a voler premiare un popolo che segue con passione sincera il primo campionato del mondo disputato in terra africana. Il successivo pareggio di Marquez ha riportato tutti con i piedi per terra: questo è il calcio, i miracoli esistono, ma il cuore non basta. Serve, ma non è decisivo.

Partirà, lunedì, anche il mondiale dell’Italia campione in carica. Anche lei ha più di un’anima: quella della giustizia e quella del giustizialismo; quella dei (veri) colpevoli e quella dei capri espiatori; quella di chi si allontana dalla (propria) nazionale prima ancora che metta il piede in campo, ammettendo candidamente che dei mondiali azzurri "non gliene frega niente", salvo poi ritrattare tutto quando i risultati (e l’entusiasmo) danno loro torto.

E’ la nazione di un popolo maestro nello sparare a zero contro tutto e tutti, seguendo il "sentimento popolare". Un popolo fatto - anche - di persone sempre pronte a polemizzare, quasi a volersi mostrare, agli occhi del vicino, "diverso": in politica come nell’ultimo dei "bar sport". Sono i primi a salire sul carro dei vincitori o sulle Api strapiene di tifosi che inondano le città festose per un mondiale appena vinto. Sono quelli che si coprono il volto facendosi avvolgere dalle bandiere tricolori, le cui parole - però - "rimangono". Soprattutto se scritte o dichiarate di fronte ad una telecamera. Nonostante i tentativi, nel corso del tempo, di modificarle o - addirittura - negarle.

E’ l’Italia che aveva necessità urgente di procurarsi un nuovo tecnico, per il dopo-mondiale, il prima possibile: non solo perché la Fiorentina si sarebbe dovuta cautelare con un sostituto, ma soprattutto per spegnere sul nascere focolai polemici che impazzivano ovunque. E’ una nazionale senza un "Totti", un "Del Piero" o un "Roberto Baggio", sfavorita d’obbligo perché campione in carica e tecnicamente diversi gradini sotto i vari Brasile, Argentina, Inghilterra e Spagna.

E’ la nazionale di un C.T. antipatico, Marcello Lippi, perché vincente e juventino nell’anima. Troppo schietto, duro e diretto? Lo è anche Fabio Capello, le cui vittorie bianconere sono state insabbiate in un cd di intercettazioni "irrilevanti". Quelle milaniste, ormai, pur se entrate nella leggenda sono datate nel tempo. E’ bastato se ne andasse all’estero, per diventare simpatico ed essere rimpianto.

Siamo diventati l’Italia dei "Zoff, Gentile e Cabrini" e dei "Buffon, Zambrotta, Cannavaro" solo dopo cataclismi sportivi: dai primi silenzi stampa del mundial spagnolo alla Farsa montata e smontata in pochi giorni in quello tedesco. E’ maturata la convinzione che senza tensioni non si riesce a vincere: solo questo spiega la ricerca ossessiva di un qualcosa cui attaccarsi (e da attaccare) per creare un contesto simile a quelli (passati) vincenti.
E’ nel DNA dell’italiano medio quello di dare il meglio di sé soltanto nelle situazioni peggiori.
Riuscendo a compiere, a volte, veri e propri miracoli. Non solo sportivi.

Abbiamo una nazionale dove il talento non abbonda: si guardano con speranza le delicate fibre muscolari di Camoranesi perché è uno dei pochi che può dare quel pizzico di imprevedibilità in più per sorprendere gli avversari e vivacizzare un gioco che - in caso contrario - dovrebbe sopravvivere della corsa del nuovo bianconero Pepe e di un centrocampo dove, complice l’infortunio di Pirlo, Lippi sta rimescolando le carte nella speranza di trovare il giusto equilibrio tra difesa e offesa.

C’è ancora tanta Juve, in questa squadra. Tra presente, passato, futuro (prossimo) e panchina.
Perché - "piaccia o non piaccia" - quando l’Italia vince, sotto l’azzurro c’è parecchio bianconero. In finale a Berlino ce n’erano tanti, da una parte e dall’altra (Francia).
Ma non è per questo che l’Italia va amata e tifata.
Sarà dura ripetersi, praticamente impossibile. Nel caso, ci sarà ancora più gusto vedere qualcuno provare a salire sul carro (o sulle Api) dei vincitori, guardarlo dritto negli occhi e invitarlo a scendere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


sabato 5 giugno 2010

Ciro Ferrara, gli "asini" e lo spirito Juve


A leggere l’intervista rilasciata da Ciro Ferrara al taccuino di Paolo Condò ("La Gazzetta dello sport") e comparsa sulle pagine del quotidiano sportivo mercoledì 2 giugno, la Juventus dello scorso anno ha fallito (anche) per colpa di alcuni "asini".
Così ha definito chi - all’interno della rosa - dopo il suo addio si è lamentato di lui, della sua inesperienza, del modo di allenare la squadra e della mancanza di una vera disciplina tattica.

Non che le cose, con l’arrivo del traghettatore Zaccheroni, siano poi cambiate in meglio: partenza stentata, qualche risultato (in Italia e in Europa) confortante, poi la barca è affondata. Così come stava accadendo al momento della sostituzione tra i due tecnici. Né il (temporaneo) ritorno di Bettega, nè - tantomeno - il tentativo dell’allora gruppo dirigenziale di mettere la squadra di fronte alle proprie responsabilità, servirono a migliorare le cose.

Di quella Juventus, oggi, almeno nei piani alti della società è rimasto ben poco. Segno che le colpe non erano - e non potevano essere - solo ed esclusivamente di Ferrara. La stessa musica ascoltata mesi prima quando, al posto dell’ex giocatore bianconero, si trovava Claudio Ranieri.
Come Trapattoni iniziò la sua (trionfale) carriera da allenatore con un Boniperti alle spalle, e Lippi la sua cavalcata bianconera con la Triade a supporto, Gigi Del Neri proverà a ridare un’anima a quella squadra che ha spaventato i tifosi non tanto per i disastrosi risultati ottenuti in questa stagione, quanto per la mancanza assoluta di carattere, di grinta, di combattività: alcuni dei segni distintivi di un DNA ormai incollato a quelle maglie. Si poteva cedere il passo agli avversari, in passato, ma non senza che soffrissero le pene dell’inferno contro chi gettava sempre il cuore oltre l’ostacolo.
Quello che manca alla Juventus di oggi, e che dovrà rappresentare il primo vero e proprio acquisto della nuova gestione, è lo spirito battagliero che ne ha contraddistinto la sua storia: si gioca per vincere, per essere competitivi sino in fondo. Il resto, non conta.

Simone Pepe passerà alla storia come il primo uomo scelto per vestire la casacca bianconera della nuova era-Agnelli. Il suo arrivo non entusiasma i tifosi: sarebbe stato bello (e romantico) iniziare subito con un "botto" di mercato. Dzeko? Ribery? O il meno quotato (ma pur sempre bravissimo) Krasic? Non importa, sai che effetto…
E se un "top player" arrivasse, tra qualche giorno, come terzo o quarto acquisto, cosa cambierebbe?
Il nome di Pepe non stuzzica un popolo deluso, a cui - in passato - è stata chiesta pazienza da chi non ha saputo gestire il tempo (e i soldi) a disposizione per ricostruire una società devastata da (falsi) scandali e dalla retrocessione in serie B. I danni da loro stessi creati, poi, sono risultati ancora maggiori.
Chi è arrivato ora deve partire da "un Pepe" per ricostruire quanto distrutto da altri. Senza giocatori di classe, non si va da nessuna parte; viceversa, senza i Di Livio, i Torricelli e i Pessotto, quella Champions League del 1996 (e altre vittorie precedenti e successive) sarebbero in bella mostra in altre bacheche.

Ogni giocatore ha un suo ruolo preciso, all’interno di un gruppo. Senza quello, regna la confusione. Se la regia, dall’alto, è buona, i risultati - sul campo - si vedranno. Né ottimismo, né pessimismo: realismo. Il problema è che il campionato di serie A (con le rose ultimate) riprenderà tra troppo tempo: c’è il mondiale di mezzo, con i preliminari di Europa League. Tanto, per un popolo che non ha più voglia di aspettare.
Bruciato dalle ultime esperienze dopo essere rimasto scottato a ripetizione, vittima di una caduta rovinosa dall’alto dell’entusiasmo della scorsa estate sino al tracollo dei risultati dell’anno calcistico appena concluso, ora lo sterminato popolo bianconero ha sete di fame, vittorie e rivincite.
Non pazienza: quella, ormai, l’ha persa. E’ inutile chiederla.
Ma "deve" averla.

Il Ferrara che ha perso la prima grande occasione della sua nuova vita calcistica si è preso le responsabilità del fallimento dei suoi mesi da allenatore. Ha rivendicato, inoltre, la paternità dell’acquisto di Fabio Grosso, la difficoltà nell’allenare chi era stato suo compagno di squadra e nel tenere fuori Del Piero, ha difeso Diego, evidenziato la supponenza con la quale si allenava Melo e dichiarato al mondo intero quello che tutti sapevano: la mancanza, nello staff dirigenziale, di un uomo di campo che potesse tenere testa a quei giocatori incapaci di reagire di fronte alla difficoltà.

Altro? Sì. Ha smesso di diventare esigente con suoi uomini dopo i primi risultati positivi. Ha finito col "mollare la presa", senza essere più riuscito a recuperarla. Questo è stato il suo più grande errore.
Di allenatori come Capello e Trapattoni (giusto per rimanere in casa Juventus) tra vittorie, sconfitte, imprese e delusioni spalmate in tanti anni di calcio, ancora si devono avere notizie di un loro calo di tensione. Meno che mai dopo solo quattro vittorie, in poco più di un mese.
Così fanno i vincenti.
Come il Ferrara calciatore, quando indossava la maglia bianconera.
Quello era lo "spirito Juve".

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Dedico questo articolo alla memoria di Valerio Fregoni, Direttore e fondatore del sito Juvenews.net (del quale sono stato redattore), mancato prematuramente lo scorso 21 novembre 2009.
Devo moltissimo, a lui. Non lo dimenticherò mai.

A proposito di "spirito Juve", e di gente che in campo dava l'anima: Romeo Benetti...



sabato 6 febbraio 2010

Le 444 presenze di Del Piero e il "peso" della maglia bianconera...


Una vittoria a Livorno. Nulla di più. Una sola vittoria per trascorrere finalmente una domenica serena. Simile a tante trascorse in passato, anche se diverse nei contorni. I limiti e gli errori dell’attuale proprietà, della dirigenza e della squadra ormai sono stati vivisezionati in ogni singolo punto: adesso spazio al campo. Una vittoria per infilare nello zainetto tre punti e guardare con animo interessato allo scontro di domani sera tra Fiorentina e Roma. Una vittoria per poter permettere a Zaccheroni e Bettega di iniziare un percorso da traghettatori tra questa Juventus e quella che prenderà corpo il prossimo maggio, allorquando qualcosa dovrà cambiare.
Difesa a tre o a quattro, centrocampo a quattro o a tre, attacco scontato (non ci sono alternative): la speranza che i numeri servano a creare un gioco, oltre i risultati. Indispensabili i secondi, necessari i primi. Perché senza gioco non si va da nessuna parte. A meno che non si decida di affidarsi ai colpi dei singoli: ma questa squadra, al momento, non se lo può permettere. Non solo per le numerose assenze.

La maglia della Juventus pesa chili, non grammi. Il senso di responsabilità che assale un giocatore quando la indossa, deriva dalla leggenda che ha accompagnato quel nome negli anni. Si può dire, a ragione, anche nei secoli (uno, ma sempre secolo è). Milioni di tifosi che riconoscono in quei colori la nobiltà del calcio, e che chiedono alla società di essere competitiva sino in fondo in tutte le competizioni: la vittoria come normalità; il pareggio come un senso di disagio; la sconfitta come un’onta da cancellare al più presto.
Se da questo peso si finisce con l’essere schiacciati, si rischia l’assuefazione a tutto: anche alle brutte figure. Perché diventa difficile uscire dalle situazioni critiche quando sai sempre di essere all’ultima spiaggia, quando il tuo unico compito rimane quello di prevalere sull’avversario e non puoi avere alternative.
Se la società - poi - inizia a sbandare, a nascondersi dalle responsabilità e fa (intra)vedere segni di debolezza anche dall’interno, rischi di trovarti solo contro il mondo intero: perfino nei confronti di chi dovrebbe stare dalla tua parte.

Ben venga la figura di Zaccheroni, che non potrà fare miracoli ma è dotato di buonsenso, che possiede la praticità di chi ha fatto anni di gavetta, ha maturato esperienze importanti in ambienti difficili e vinto. "Sollevato" dall’incarico Ferrara, Felipe Melo si è sentito "sollevato" da un problema: l’alibi principale delle sue prestazioni negative non è più seduto sulla panchina. Ora non ha più scuse. In realtà, un’altra l’avrebbe: una società che cercava un regista e ha comprato lui. Ad un prezzo altissimo.
Al nuovo traghettatore il compito di disegnargli una zona di campo dove permettergli di esprimere al massimo le sue potenzialità; al giocatore l’invito di smetterla di parlare fuori dal rettangolo verde e di iniziare a giocare a pallone come è in grado di fare con la maglia della sua nazionale.
Questo vale per lui così come per tutti gli altri attori in campo: basta parlare, ora spazio ai fatti.

Smontato un progetto mai nato, alle ricorrenti notizie sui calciatori e allenatori accostati alla Juventus si sono aggiunte quelle sulle figure dirigenziali: lì si costruirà la nuova società. Da quelle scelte si capirà - ad occhio - se la nuova creatura potrà essere vincente o meno. Perchè anche al di fuori del campo di gioco non contano gli schemi: sono i nomi che fanno la differenza. Così come la qualità: quella delle persone giuste da posizionare dietro la scrivania. A loro, poi, il compito di scegliere i futuri protagonisti da mandare in campo.
Con addosso quella maglia bianconera che pesa chili, non grammi. E che Alessandro Del Piero, al fischio d’inizio dell’incontro con il Livorno, avrà indossato per un totale di 444 volte nei campionati italiani (inferno della serie B compreso).
Auguri, Capitano. E grazie per le tante domeniche "normali" che ci hai permesso di trascorrere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com



mercoledì 3 febbraio 2010

Il pareggio con la Lazio e la solita società "silente"…



Un pareggio, così come non se ne vedeva dal 17 ottobre 2009 (anticipo con la Fiorentina): da quel momento in avanti, solo sconfitte (molte) e vittorie (poche). Un punto, abbastanza per smuovere la classifica ma inutile per tenere il passo della Roma vittoriosa col tacco di Okaka. Nonostante tutto, e con 6 sconfitte negli ultimi 9 incontri di campionato, la Juventus è ancora in zona Europa League (ad oggi sarebbe qualificata, al Cagliari manca però una gara) e guarda ancora - seppur non da vicino - alla possibilità di raggiungere quella della Champions League. Basti pensare che il posticipo di domenica prossima potrebbe regalare un successo della Fiorentina sulla Roma. Certo che se i bianconeri continuano a non vincere… Ad essere pessimisti, si può semplicemente raccontare la realtà attuale; a cercare di intravedere la luce in fondo al tunnel, si può leggere la classifica e sperare che il cambio alla guida della panchina della Juventus possa portare con sé effetti benefici dai punti di vista psicologico, atletico e tattico. Per vedere un futuro roseo, bisognerà attendere che venga fatta tabula rasa in società: sino a quel momento ogni obiettivo prestigioso resterà una semplice chimera. Roma non è stata costruita in un giorno, e per distruggere una leggenda ci sono voluti quattro anni: Calciopoli è stata la prima spallata, forte ma non definitiva. Una scelta sbagliata degli uomini cui affidare la ricostruzione, il vero colpo di grazia.

Un’invenzione di Saccani, per una volta favorevole ai colori bianconeri (recidivo in negativo, in passato), mette un rigore a disposizione di Del Piero ed apre le porte ad un successo. Mauri, e la solita disattenzione difensiva, la richiudono prontamente. Difficile trovare una squadra che giochi peggio della Juventus attuale: la Lazio è una di quelle. Una linea Maginot davanti al portiere: l’unico modo di sorprenderla era quello di aggirarla. Ma i bianconeri hanno perso l’abitudine ad utilizzare le fasce (a dire la verità, a giocare la palla…): a destra fuori causa quasi tutti per infortuni, a sinistra - partito Molinaro - Grosso (comunque squalificato) non corre, non affonda e crossa dalla mediana, De Ceglie affonda ma crossa (per ora) poco. Più dinamismo all’inizio, poi la lancetta della benzina è finita sul rosso: ce n’è poca già di per sé, la vicina gara giocata contro l’Inter (giovedì scorso) ha finito col pesare più del lecito. La mancanza di turnover (troppi giocatori assenti) non aiuta. Una contestazione continua dagli spalti verso i soliti bersagli, la stessa musica triste che accompagna la Juventus da qualche mese a questa parte.

Commenti post-partite che iniziano ad assomigliarsi tutti: c’è da poco da scrivere di diverso se le prestazioni della squadra non aiutano in tal senso. A monte, non è (stato) un problema di investimenti economici: quelli non sono mancati, e si spera non mancheranno in futuro. E’ (soltanto, purtroppo) una questione di mancanza di competenza. Il dubbio principale è cosa si deciderà di fare di questa società: impensabile continuare in questa maniera. Oltretutto, con questo silenzio. Proprietà silente, il presidente (e non solo) Blanc che parla solo per difendere le sue poltrone, Bettega che fa da frangiflutti per gli errori altrui… Ma sino a quando si dovrà andare avanti così? Dall’ex-Cobolli Gigli che andava alla ricerca dei cronisti che lo intervistassero ai giocatori sempre in prima linea a fare proclami: nel mezzo, il vuoto. La situazione è questa: ma domani? Più su, in cima alla società, sino a quando verrà lasciato così tanto potere decisionale in mano ad una persona che non riesce a distinguere un Nocerino da un Palladino? Ma se basta una semplice punzecchiatura di Maurizio Pistocchi (31 ottobre 2009) sul numero di scudetti vinti dalla precedente gestione - e riconosciuti a fasi alterne da quella attuale - per mettere in crisi Blanc, incapace di rispondergli con prontezza davanti alle telecamere, dove si vuole andare?

Quando si arriva ad ottenere un ruolo delicato in una società importante, esistono due poltrone: quella dei problemi, e quella "di chi risolve i problemi". Un vero uomo d’azienda deve essere in grado di sedersi su entrambe. Nella Juventus attuale, la prima è occupata. La seconda, è desolatamente vuota.
L’organizzazione, in ogni ambiente, è "tutto". Anche nel calcio i risultati, sia positivi che negativi, rappresentano lo specchio di una società.
Dal 2006 in avanti, il club è stato (volutamente) lasciato in balìa del mondo intero, senza che nessuno lo difendesse: dal processo sportivo (?) ai continui attacchi mediatici (carta stampata, internet e televisione), a quelli provenienti dai dirigenti delle squadre avversarie sino ad arrivare alle stilettate degli ultimi tra gli addetti ai lavori. Silenzio, silenzio totale. Neanche per difendersi in prima persona. Sino a quando si andrà avanti così? Al di là del fatto che al termine di questa stagione potrebbe anche verificarsi una (sognata, da milioni di tifosi) rivoluzione in ambito societario, sino a quando gli attuali fautori di questa situazione continueranno a tenere questo comportamento? L’input (o la concessione) della proprietà a chi la dirige in prima persona è quello di gonfiare il petto solo quando si vince una partita ed andare davanti alle telecamere a parlare di progetti, oppure quello di gestire un club di calcio tra i più gloriosi al mondo rispettando i vincoli dei bilanci di una società quotata in borsa e di coniugarli con i risultati sportivi? Perché questo era tutto quanto faceva la precedente gestione. Quella vincente, che per plusvalenza intendeva la cessione di Zidane, pagato poco e rivenduto a peso d’oro, per sostituirlo con gli acquisti di Buffon, Nedved e Thuram. Quella che dava fastidio perché era la migliore, perché era competente, perché aveva creato un futuro solido al club. E perché era legata ad Andrea Agnelli.

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mercoledì 13 gennaio 2010

Diego e Del Piero: i salva-Ciro?


Quando John Elkann non era disposto a firmare per il secondo posto…


Da Napoli al Napoli. Dagli inizi della splendida carriera di calciatore nella sua città, alla (probabile, quasi certa) fine della prima esperienza da allenatore. Destino crudele, quello di Ferrara. Al di là dell’utopia di un progetto-Juventus che dopo poche giornate aveva dato segni di cedimento, tra lui e Leonardo (i due nuovi volti del "guardiolismo all’italiana") chi sembrava si trovasse in una situazione migliore alla partenza del campionato era il primo. Una campagna acquisti onerosa contro la cessione di Kakà e l’addio di Maldini; una squadra ritoccata nei settori dove era necessario intervenire (e con Cristiano Zanetti) in confronto ad un gruppo orfano di alcuni big e squilibrato verso l’attacco; tredici punti nelle prime cinque gare contro i sette dei rossoneri, conditi con uno 0-4 nel derby con l’Inter ed il contorno della sostituzione ritardata, mancata e polemica di Gattuso (poi espulso). Il giocatore che - in questi mesi - ha dato i maggiori segni di nervosismo a Milanello: grazie all’intervento della società (Galliani) tutto è stato risolto. La società: quella che è mancata a Ferrara e che invece ha sostenuto il brasiliano nei momenti peggiori.
Juventus-Milan: la quantità (attuale) contro la qualità. Ha vinto la seconda: pronostico rispettato. Si accumulano infortuni a ripetizione: anche la sfortuna si accanisce dove lo staff bianconero non ci mette del suo. Confermato (una volta tanto) lo schema utilizzato a Parma: 4-4-2. Più coperti, meno propensi - però - all’offensiva. Stavolta ai rossoneri non ci sono voluti tre calci di rigori per vincere (come contro il Genoa): sono bastati tre calci d’angolo. Il solo Chiellini si salva dalla desolazione generale. Marchisio, all’altezza dei guardalinee, serve poco. Meglio i brasiliani del Milan (e mancava Pato…) di quelli della Juventus. Sei sconfitte nelle ultime otto gare ufficiali: media da retrocessione (ed in Champions League è andata proprio così). Due "zuccherini" (le vittorie su Inter e Parma - più gustoso il primo) con il bonus di un pareggio ben retribuito: quello con gli arabi dell’Al Ittihad, in amichevole. Almeno lì non si è perso.
I risultati, alla fine, sono quelli che contano: in loro funzione e nella frenesia di non perdere contatto con l’Inter, non si è mai cercato la via del gioco. Se la bellissima partita contro la Sampdoria è stata in parte rivalutata dal crollo che i blucerchiati hanno subito nelle giornate successive, la gara a Marassi con il Genoa è rimasta quella della prima metà di stagione dove la Juventus ha mostrato più compattezza, atteggiamento aggressivo e fluidità di manovra.
A dodici punti di distanza dai nerazzurri e a quattro dal Milan non rimane che sgomitare con il Napoli e guardare dallo specchietto retrovisore Roma e Fiorentina. Nel recupero dei viola contro i rossoneri, a questo punto, è meglio augurarsi quantomeno un pareggio. Il risultato ideale? Un successo del Milan.
In vista dell’incontro di coppa Italia contro il Napoli si fa la conta dei superstiti: tra i pochi arruolabili anche Marchisio, che però è squalificato. Si aggregheranno i giovani: qualcuno, invece, dovrebbe arrivare dal mercato di riparazione. In una fascia sinistra dove Molinaro correva ma non crossava e Grosso non corre e non crossa più, Criscito sta crescendo bene a Genova: al momento attuale sarebbe più utile alla causa bianconera lui piuttosto di Palladino. Entrambi sono in comproprietà con il Genoa, così come il ricercato Lanzafame (in prestito al Parma) con il Palermo. Condivisibili le lamentele di Ghirardi sulle pressanti attenzioni della Juventus: non faccia però confronti con quello che era accaduto la scorsa estate. Allora non c’era Bettega, e chi potrebbe allenarlo adesso non sarà più Ferrara ma un tecnico a cui verranno consegnati giocatori con determinate caratteristiche.
Tolto Lavezzi entra Denis: potrebbe non bastare a fermare un Napoli che dal cambio dell’allenatore (Donadoni, grazie a chi di dovere per avercelo messo anche in nazionale) non si è più fermato. Nessuna sconfitta in dodici giornate, ventisei punti e l’aggiunta di Dossena dove si avvertiva la necessità di un acquisto: i cambi di rotta, sotto il Vesuvio, hanno portato beneficio. Anche se Pierpaolo Marino non era la causa di un inizio campionato sballato.
Superata, in un modo o nell’altro, la gara contro i partenopei si tornerà a giocare per il campionato. A Verona, casa Chievo, con un attacco spuntato: causa squalifiche e infortuni giocherà sicuramente Del Piero. Difficilmente verrà schierato dall’inizio il rientrante Iaquinta: in un terreno come quello dove ha vinto l’Inter (del pugno di Quaresma) nel giorno dell’Epifania, potrebbe rappresentare un rischio troppo grosso. Si tratterà, comunque, di una delle scelte difficili di cui si occuperà il nuovo allenatore bianconero. Di sicuro da noi non avrà modo di annoiarsi. L’obiettivo? John Elkann, a fine ottobre, aveva dichiarato che non avrebbe firmato per il secondo posto. Tutti avevano interpretato queste parole come una sfida lanciata all’Inter per la vittoria dello scudetto. Invece, con il passare del tempo, si è capito quale fosse il reale obiettivo della società: il terzo posto. Che perdoni i suoi tifosi: non avevano capito. Pensavano di tifare per la Juventus.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com