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venerdì 27 agosto 2010

In Europa League con il "vecchio" Del Piero e il "nuovo" Melo


Il leitmotiv che ha anticipato le prime partite ufficiali della Juventus di questo inizio stagione era diventato sempre lo stesso: giocherà Diego oppure Del Piero?
Era stato così anche a Graz, nella gara di andata dello spareggio per accedere all’Europa League contro la squadra di casa. Alla fine in campo scese il brasiliano, esattamente come accadde in occasione degli altri due incontri con lo Shamrock Rovers, quelli del terzo turno dei preliminari della stessa manifestazione.
Ora il dubbio è sparito: ceduto Diego al Wolfsburg, è rimasto il solo Del Piero.
E’ lui l’unico a ricevere cori di incoraggiamento da parte dei tifosi bianconeri prima dell’inizio dell’incontro. E’ lui, ancora una volta, l’anello di congiunzione tra una Juventus che non c’è più, e una che deve ancora rinascere.
In Austria Del Neri scoprì i fantasmi che aleggiavano intorno alla sua squadra: dopo il pareggio di Schildenfeld in risposta alla rete del vantaggio iniziale di Bonucci, soltanto un colpo di testa di Amauri permise di preparare con più tranquillità la gara di ritorno all’Olimpico di Torino.
Se una settimana fa la Juventus tornò da Graz con la notizia dell’accordo raggiunto con il Cska Mosca per l’acquisto di Krasic, la partita di stasera è stata preceduta da quello, in via di definizione, relativo a Quagliarella. L’idea Di Natale, per il reparto offensivo, è durata poco più della tradizionale passerella di Villar Perosa.
La qualità del centrocampo bianconero, per motivi diversi, è rimasta tutta in tribuna: da quella postazione Aquilani, lo stesso Krasic e Marchisio (squalificato) hanno assistito alla prestazione di un Felipe Melo “non solo quantità”. Al netto dei colpi di tacco che Del Neri gli eliminerà al più presto, si è esibito in progressioni e ripetuti lanci (in direzione di Pepe, in particolar modo) sconosciuti lo scorso anno.
Di Kienast di testa (due volte) e Szabics (palo) gli unici veri pericoli dello Sturm Graz. Manca Florian Kainz, nell’undici iniziale. Quello che all’andata aveva causato i maggiori pericoli con le sue iniziative sulla fascia destra degli austriaci, che hanno finito – stavolta - per sbilanciarsi a sinistra con Bukva. Sino al ritorno in campo del giovane centrocampista.
Lanzafame all’inizio si accomoda in panchina, sostituito da Martinez. Un po’ da un lato, un po’ dall’altro: neanche il tempo di trovare la giusta posizione che l’uruguaiano si deve spostare in attacco per sostituire l’infortunato (altri fantasmi del recente passato) Amauri. In assenza di un regista le azioni partono spesso dai piedi di Bonucci.
Dopo un palo colpito nel primo tempo, Del Piero diventa estremamente concreto con un colpo di classe nella ripresa: goal alla “Pinturicchio”, vantaggio e pratica qualificazione (semi)chiusa. Nonostante i clamorosi errori di Pepe e Lanzafame, la Juventus cresce alla distanza e controlla gli avversari.
Sino a pochi giorni fa si cercava di “recuperare” Diego: ora, con una squadra diventata meno brasiliana, forse è iniziato lo stesso percorso per Felipe Melo. Ad oggi potrebbe diventare il miglior acquisto, in relazione al doppio fallimento (bianconero e nel Mondiale sudafricano) dal quale proviene.
L’inizio di stagione di Del Piero era già stato disegnato, proprio come le sue traiettorie: a lui sarebbero spettati i venti minuti finali delle partite. Lì, avrebbe dovuto dare il meglio di sé.
Adesso ha giocato un incontro per tutti i novanta minuti, risultando decisivo. In sua assenza, manca (ancora) il giocatore in grado di imprimere il “cambio di marcia” alla squadra.
Non soltanto per una gara: quando gli acquisti sono di valore, durano anni.
Con alti e bassi, lui va avanti così da diciotto. Merito suo, ma anche demerito di una (precedente) gestione che non è riuscita, in quattro anni, a trovare (almeno) un giocatore di valore assoluto in grado di raccoglierne il testimone.
Con l’ingresso in Europa League in tasca si riparte da Bari, in campionato, domenica prossima. Laddove, il 14 maggio 2006, in campo neutro si giocò contro la Reggina l’ultimo incontro della Juventus “targata” Triade campione d’Italia per la ventinovesima volta. Il secondo goal, nel recupero, lo segnò Alessandro Del Piero. Era entrato a venti minuti dalla fine della gara.

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Benvenuto, Fabio

sabato 14 agosto 2010

Fate in modo che non sia un film già visto...

Serie A, coppa Italia, Supercoppa Italiana, campionato Primavera: ovunque è presente il marchio TIM.
Nell’Italia calcistica tutto, o quasi, è diventato "proprietà" esclusiva dell’Inter.
Dalla stagione 2006-07 (le ultime quattro, per intenderci) ad oggi: quattro scudetti, una coppa Italia, una Supercoppa Italiana (su tre, la quarta si disputerà tra pochi giorni), un campionato Primavera.
Storia di una dittatura sportiva. Dalla stessa stagione 2006-07, inoltre, si è deciso di intitolare alla memoria di Giacinto Facchetti (ex presidente nerazzurro) la manifestazione riservata ai giovani.

Anche nel trofeo (estivo) TIM, quello che si gioca in una sola sera dopo aver trascorso la giornata sotto l’ombrellone, la musica non cambia: 6 vittorie dei nerazzurri in 10 edizioni disputate. "Una volta" si ironizzava su questo: lasciate le briciole, le illusioni e i sogni agli altri, lo scudetto era cosa da "grandi". Da Juventus e Milan, per intenderci.

Queste sono "prove", si diceva. Di un film che poi, nel corso dell’anno, non "si sarebbe più visto". Brevi incontri da 45 minuti l’uno, tre tempi di un triangolare dove ci si guarda dritto negli occhi per tre quarti d’ora con una contendente, mentre "l’altra" è seduta a bordo campo o ti sta comunque osservando da un monitor a pochi metri di distanza.

Sono le serate delle "giustificazioni": i giocatori hanno ancora i muscoli imballati, le gambe molli e stanche, non riescono a coprire bene gli spazi di loro competenza in campo, i brevilinei arrivano prima sul pallone rispetto a chi ha una struttura muscolare più pesante, chi è stato appena acquistato da un’altra società non può essersi ancora ambientato e conoscere bene i compagni. Scendono dalla tribune i vari Nwankwo, Biraghi, Natalino, Oduamadi, per poi tornarci - dopo qualche giorno - quando si inizia a "fare sul serio". Oppure per prendere una valigia e girare per l’Italia (a volte l’estero) con la missione di "crescere e farsi le ossa". Altrove. Perché in una società importante, da noi, non c’è tempo da perdere: bisogna vincere. Subito.

Dove non arriva il fisico è la tecnica che dovrebbe compensare le lacune di questo periodo: Sneijder, Ronaldinho, Diego... Sono stati soprattutto loro, quelli a cui la classe certo non manca, i protagonisti del trofeo disputato ieri. Oltre a chi, come Amelia, sfrutta queste occasioni per mettersi in mostra: a suon di parate eccezionali sta cercando di guadagnarsi il posto da titolare nel nuovo Milan di Allegri.

Come si è detto (e scritto) in tutte le salse in questi giorni, Diego e Del Piero restano gli unici giocatori, nella rosa bianconera, a possedere quella qualità necessaria per alzare il livello di potenzialità e competitività della squadra. Uno è in partenza (se già non è stato tutto definito); l’altro ha ormai raggiunto le trentacinque primavere (a novembre saranno trentasei), e quella che sta per iniziare sarà quasi certamente la sua ultima stagione a Torino.

Dove si cerca ancora di portare il tanto atteso bomber Dzeko: lui sì che sarebbe un grandissimo acquisto. Ma di questo passo - e per quanto (intra)visto ieri sera - potrebbe rischiare di rimanere isolato, davanti al portiere avversario, senza rifornimenti ed un gioco degno di tal nome alle sue spalle. Sarebbe come acquistare una macchina di lusso e non avere più i soldi per metterci la benzina: finisci col tenerla nel garage, per andarla a vedere ogni tanto. Senza poterla utilizzare.

C’è la grinta, ci sono ancora errori (alcuni giustificabili), ma continua a non vedersi la qualità. Rimangono pochi giorni per rimediare a questo difetto, che non si elimina continuando a comprare laterali (che pure mancano, tanto a centrocampo quanto in difesa), ma inserendo calciatori - là in mezzo - che abbiano quelle caratteristiche. Sissoko, Felipe Melo e Marchisio: c’è posto ancora per uno, ipotizzando una rosa dove si prevede almeno un sostituto per ruolo in ogni reparto (o settore). Ma potrebbe anche non bastare. Era proprio necessario dare via (di nuovo) Ekdal?

Chi la scorsa estate è rimasto scottato dalle promesse di una stagione vincente, si è spalmato la crema solare: niente più illusioni, ora si procede a fari spenti. Chi si è letteralmente bruciato, adesso fatica a contenere la rabbia e la paura di assistere, nuovamente, ad un campionato da vivere a distanza di anni luce rispetto all’Inter. E, forse, non solo a lei.
I 27 punti di distacco dai nerazzurri, i 25 dalla Roma e i 15 dal Milan della scorsa stagione sono figli di un’annata storta, dove le lacune di idee societarie senza basi solide sono venute fuori (in via definitiva) tutte, nessuna esclusa.
Ma sono (anche) i limiti di gioco attuali della Juventus che contribuiscono a non rendere tranquilli i suoi sostenitori.

Corini e Perrotta nelle prime due stagioni del ritorno del Chievo in serie A, Baronio e lo stesso Perrotta (Corini passò al Palermo) nel 2003-04: non si trattava di giocatori del livello di uno Xavi o uno Iniesta del Barcellona attuale, ma con quei calciatori posizionati nella zona centrale del campo Del Neri riuscì a dare un’identità ben precisa (e dei risultati) ad una squadra che non aveva, a sostegno, una società dalle possibilità finanziarie pari a quelle della Vecchia Signora.
Frequentemente ci si domanda, al cospetto di realtà minori, come è mai possibile che - differenze tecniche alla mano - la Juventus non riesca più ad avere un gioco accettabile (fosse anche solo "un" gioco) da diversi anni a questa parte. Spesso ("troppo") è capitato di essere sconfitti da loro su quel piano prima ancora che nel risultato finale.

Si è coscienti che ripartire è (e sarà) difficile. Ora Del Neri ha in mano la Juventus, e la speranza è che riesca a ripetere anche a Torino quanto fatto a Verona, almeno per quello che è di sua competenza. E’ ancora presto per stilare giudizi definitivi: sia perché il calciomercato estivo ancora non è completato, sia perché - in questo periodo - la condizione fisica non ottimale di alcuni giocatori non facilita il recepimento, sul campo, dei dettami del nuovo allenatore.
Quello che spaventa, però, è la sensazione che la scelta di qualche calciatore cui far interpretare alcuni di questi ruoli possa essere sbagliata. E la paura è quella di assistere, nuovamente, ad un film già visto.
C’è ancora del tempo, per rimediare. Lo si usi a dovere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 10 agosto 2010

Diego, la nuova Juve e l'addio al trequartista


“Sarà un privilegio giocare con Del Piero: insieme daremo soluzioni, non problemi. Chi batterà le punizioni? Questo è solo un dettaglio, l’importante è che ci siano più possibilità”
Si era presentato così, ai tifosi bianconeri, Diego Ribas da Cunha (o più semplicemente “Diego”), nel corso della sua prima giornata ufficiale da giocatore della Vecchia Signora.
Era il 9 luglio del 2009, ed il palco era quello allestito nella piazza di Pinzolo, sede del ritiro estivo della Juventus.

Un’invasione di tifosi stava assistendo alla nascita di quella che sembrava essere una delle principali candidate per lo scudetto dello scorso anno: non una squadra qualunque, mica una formazione da quinto o sesto posto in classifica. Finì peggio: settima.

Si parlava di lui come di un possibile acquisto della Juventus già da diverso tempo. Nel febbraio del 2008, dopo un’amichevole tra Brasile e Irlanda a Dublino, uscì allo scoperto: “La Juventus mi vuole e io sono orgoglioso di questo interessamento”.
Il prezzo di mercato, allora, era altissimo: 35 milioni di euro. Il Werder Brema poteva esibire con orgoglio un gioiello della nazionale verdeoro dalle grandissime potenzialità e dal futuro assicurato.
Né Doni, né Cassano: un trequartista con il gusto del goal (nel corso dei suoi tre anni trascorsi in Germania, ne segnò 57 in 126 partite).

C’era una squadra, nella Torino sponda bianconera, da ricostruire. Si sentiva la voglia di abbandonare il classico 4-4-2 che tanti successi aveva garantito - in passato - con interpreti di valore assoluto.
Si decise di cambiare spartito: 4-3-1-2, dove “l’1” era proprio lui. Con una decina di milioni in meno rispetto alla richiesta di partenza, gli si costruì una squadra intorno, così come venne fatto a suo tempo in onore di giocatori del calibro di Platini e Zidane.

Ma quello schema risultò non essere adatto a diversi suoi compagni. Alcuni di loro, non erano adeguati alla Juventus. Chi doveva dirigere la società, non era semplicemente in grado di farlo.
E lui, il trequartista di Ribeirão Preto, finì per diventare uno degli imputati (uno dei tanti, naturalmente) del fallimento della stagione appena passata, per colpe “dirette” ed “indirette”.

Ora la società è cambiata, da cima a fondo. Dopo l’addio di Marco Fassone (nuovo dg del Napoli), adesso resta soltanto un “pezzo” da sostituire: Jean Claude Blanc. Francese, come Platini e Zidane: il nero e il bianco della Francia juventina, il punto più basso e quelli più alti della storia della Vecchia Signora scritta in lingua francese.

La squadra? Un cantiere. Prima aperto, poi chiuso, ora – di nuovo (e non potrebbe essere altrimenti) – aperto.
Con la scelta di Del Neri come allenatore, l’attenzione generale si spostò subito su Diego: e adesso che fine farà?
Semplice: addio al trequartista in campo, ritorno al 4-4-2, un’unica maglia – quella della seconda punta – in ballottaggio tra Del Piero, Iaquinta e lo stesso brasiliano. Sì, perché ad oggi (11 agosto) i cinque componenti del reparto offensivo in rosa sono gli stessi della stagione passata. Mancano ancora poco più di venti giorni alla chiusura di questa sessione estiva del calciomercato, ma il turnover in attacco non si è visto sia nelle partite ufficiali (Diego e Amauri presenti nella formazione titolare tanto a Dublino quanto a Modena) che in entrata ed in uscita nelle trattative condotte dalla società.

Ma l’essere stato inserito in entrambe le occasioni nell’undici di base della squadra, ora, sembra non essergli più sufficiente a garantirgli la permanenza in bianconero.
Il Wolfsburg lo cerca con insistenza, e la Germania potrebbe essere - comunque - la sua futura destinazione: nel caso in cui la trattativa con l’attuale squadra di Dzeko dovesse fallire, anche lo Shalke 04 e l’Amburgo sarebbero pronte ad accoglierlo a braccia aperte.

Così come fecero, poco più di un anno fa, i tifosi bianconeri in quel di Pinzolo. Quelli erano i momenti delle presentazioni “monstre” ai tifosi dei neoacquisti Kakà e Cristiano Ronaldo al “Santiago Bernabeu” di Madrid, di Ibrahimovic al “Camp Nou” di Barcellona e di una Juventus che immaginava di aver recuperato velocemente il terreno perduto dal 2006 ad allora.

Adesso si sta, nuovamente, cercando di ripartire. Senza l’entusiasmo dello scorso anno. Forse, tra pochi giorni (o poche ore) non ci sarà più neanche Diego Ribas da Cunha di Ribeirão Preto.
Un paio di (veri) campioni ed una squadra degna del nome "Juventus": ecco quale sarebbe il più bel regalo che la società potrebbe fare ai propri sostenitori. Altro che verificare quali settori del nuovo stadio dedicati alle "stelle" del passato (tutte meno una, Boniek) vengono esauriti per primi: il pensiero diventerebbe quello di contenere l’entusiasmo di un popolo che ha fame di tornare a vincere.
E che chiede di smettere di essere preso in giro.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


giovedì 5 agosto 2010

A Modena dentro Diego, fuori le polemiche



"Diego o Del Piero?". Un dubbio che Del Neri aveva già sciolto al momento del suo arrivo a Torino: giocherà la meritocrazia.
Ancora oggi si continua a parlare del dualismo tra i due giocatori, in un attacco dove il nuovo allenatore bianconero ha ripetuto più volte che "non farà mai giocare due punte e un trequartista".
E che il posto di attaccante centrale "se lo giocheranno Amauri e Trezeguet".

Gli undici scesi in campo a Dublino, nell’incontro di andata contro lo Shamrock Rovers, si ritroveranno titolari stasera a Modena.
Diego più avanti, in campo, rispetto alla posizione ricoperta nella scorsa stagione: dai "duetti" al dualismo con Del Piero; dal rappresentare - entrambi - due terzi del reparto offensivo della squadra, ad essere in ballottaggio per un unico posto (in attesa del rientro di Iaquinta) da seconda punta.

Si continua e si continuerà a parlare di questo ancora per un po’. Almeno sino a quando non ci si stancherà di farlo, oppure fino al momento in cui non "farà più notizia". Molto probabilmente sino a quando il percorso calcistico italiano di Diego avrà una sua naturale conclusione: consacrazione (definitiva) o cessione.

Allora si tornerà a discutere di argomenti più "sostanziosi", perché i problemi da superare per passare dalla settima posizione ottenuta in campionato nella scorsa stagione alle prime (obiettivo della società) nella prossima, non possono essere riassunti - alla vigilia di ogni incontro dei bianconeri - nell’analizzare la bontà della scelta di Del Neri di affidare una maglia da titolare nel reparto offensivo ad un giocatore piuttosto che ad un altro: c’è un rosa da completare, da migliorare qualitativamente e da "aggiustare" quantitativamente tramite le cessioni di quei calciatori che a più riprese sono stati invitati a togliere il disturbo. E, soprattutto, una mentalità vincente da riconquistare.

Via Giovinco (in bocca al lupo), a breve dovrebbero seguirlo altri.
"Stiamo parlando di un calciatore che giocherà i Mondiali, è ovvio che ci vorrà una squadra di livello, altrimenti onoreremo il contratto con i bianconeri, in assoluta tranquillità e mantenendo gli ottimi rapporti con la società, più in là ne sapremo di più".
Era il 4 maggio scorso, quando Sergio Fortunato, agente di Mauro German Camoranesi, pronunciò queste parole.
Oggi è il 5 di agosto, e i contatti più avviati per un suo addio sono quelli rappresentati (salvo ulteriori sorprese) dal Birmingham. Conditi, quasi certamente, dalla richiesta di una buonuscita da presentare alla Juventus.

Mentre Del Piero occupò la sedia accanto a Del Neri nel corso della conferenza stampa di vigilia dell’incontro di Dublino, questa volta il compito è capitato a Claudio Marchisio, una delle travi sulle quali la nuova Juventus cercherà di costruire la struttura della squadra del futuro. Dall’Irlanda a Modena, ma - soprattutto - dallo stadio "San Vito" di Cosenza (teatro dell’amichevole dei bianconeri contro il Lione) al "Braglia" di stasera, passando per i ritiri di Pinzolo e Varese e da Rovereto (gara contro l’Al Nassr): ovunque vada, la Vecchia Signora fa il pienone. Di amore e di entusiasmo.

Perché il problema non è chi giocherà tra Del Piero e Diego (fermo restando che il mercato, anche in entrata, non è ancora concluso), ma rimane quello di dare in pasto a milioni di tifosi bianconeri un qualcosa di simile alla "vera" Juventus il più presto possibile.
Il resto sono solo parole. Che non contano nulla, portano polemiche inutili e, soprattutto, non ti fanno vincere niente.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 18 luglio 2010

Del Piero o Diego? Decide Del Neri...



E ora si riparte. Col calcio giocato, ma non solo.
Juventus-Amburgo come importante banco di prova in attesa dell’andata del terzo turno di preliminare dell’Europa League, previsto per il 29 luglio.
Nel mezzo ci sarà un’ultima amichevole, il 24 luglio, a Cosenza, contro l’Olympique Lione.

Così come a Pinzolo gli spettatori al seguito della Vecchia Signora sono aumentati mano a mano che il ritiro si avviava verso la sua conclusione, per l’incontro con i francesi di sabato prossimo i biglietti stanno andando letteralmente a ruba: ad oggi ne sono stati venduti ben 18.000.
E non è finita qui. Anche perché gli organizzatori stanno pensando di richiedere un aumento della capienza dello stadio, elevandola - in via del tutto eccezionale - a poco più di 24.000 unità.

"Di Ekdal e Krhin abbiamo i contratti che attendiamo di depositare non appena saranno liberati da Juve e Inter, cioè verso la fine della prossima settimana" (Carmine Longo, consulente di mercato del Bologna).
Dopo Fabio Cannavaro, emigrato in Arabia Saudita (Al Ahi), in uscita - in casa bianconera - al momento sono previsti soltanto movimenti relativi ad alcuni tra i calciatori più giovani: lo stesso centrocampista svedese (ad un passo dal vestire rossoblù), Giovinco (Bari, Parma e Arsenal su di lui) e Paolucci (Chievo).

Ma non sono (soltanto) quelli i giocatori che dovrebbero lasciare la Vecchia Signora.
Ce ne sono altri, di età più avanzata, che hanno trovato l’Eldorado del pallone a Torino.
Con una vecchia gestione, non più presente, e con contratti onerosi (in rapporto alle effettive qualità tecniche e a quanto riportato sulle rispettive carte d’identità) di cui anche la nuova Juventus fa fatica a liberarsi.
Con le loro promesse di un pronto riscatto e il mancato addio, complicano non poco i piani della società.

"L’anno scorso è l’anno scorso e se penso che due non sono complementari come attitudini, non giocano assieme" (Luigi Del Neri su Del Piero e Diego, 14 luglio 2010)
"Non c’è nulla di male nel dire che io e lui possiamo ricoprire lo stesso ruolo. Magari nel corso della stagione, conoscendoci meglio può vedere altre soluzioni. Nessuno di noi due sta vivendo il dualismo. Vediamo quel che capita, adesso è presto: il tecnico si è un po’ sbilanciato, io non me la sento di farlo" (Del Piero, 16 luglio)
"La concorrenza con Del Piero? Possiamo giocare insieme, è un grandissimo giocatore ed una grandissima persona. Io ho tanto voglia di dimostrare quello che valgo, ma nelle grandi squadra la concorrenza c'è sempre. L'eventuale panchina? E' difficile accettarla, ma rispetterò sempre le scelte dell'allenatore" (Diego, 16 luglio)
"È giusto che abbiano detto ciò che pensano. Del Piero è un giocatore, e non un dirigente: ha fatto capire che sarà disponibile in pieno e questo non può che fare piacere. È legittimo che Diego abbia rivelato le proprie intenzioni e quelle della società. Simili atteggiamenti mi trovano in piena sintonia" (Del Neri, 16 luglio).


Sta a Del Neri, il "dittatore-democratico" della panchina bianconera, chiudere il cerchio della piccola discussione intorno al dualismo Diego-Del Piero.
Nella Juventus dello scorso anno avrebbero dovuto giocare (e divertire) insieme.
La squadra era stata costruita per permettere al brasiliano di esprimere le proprie potenzialità, nel ruolo a lui più gradito.
A Del Piero, Trezeguet, Amauri e Iaquinta rimaneva il compito di battersi per due maglie da titolari in attacco.
Ora i tempi, e gli spazi disponibili in campo, sono cambiati.

Non è detto che Diego rimanga alla Juventus.
Sicuramente non sta a Del Neri sbilanciarsi su questo tema: sino a quando vestirà la casacca bianconera, lo gestirà esattamente al pari degli altri componenti la squadra.
Con l’unico criterio da lui stabilito sin dal suo arrivo a Torino: quello della meritocrazia.
E certi punti è meglio fissarli bene sin dal primo giorno di ritiro: è lui che comanda, con la società pronta ad appoggiare le sue decisioni.
Il bene del gruppo, della Juventus in generale, dovrà tornare ad essere un obiettivo da raggiungere tutti insieme, dal primo all’ultimo elemento della rosa. Anche questo servirà per evitare che si ripetano annate come quella appena trascorsa.

Vale per chi gioca, così come per chi starà in panchina.
E per chi è pregato di togliere il disturbo.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com