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martedì 4 marzo 2014

Juve, adesso lo scudetto è più vicino


La lotta per lo scudetto in serie A è finita? La vittoria esterna della Juventus a Milano ha consegnato, di fatto, un altro pezzo di un nuovo tricolore a Madama? Leggendo i numeri potrebbe sembrare così: undici punti virtuali di distacco dalla Roma mettono la Vecchia Signora al riparo da pericolosi quanto improvvisi sorpassi in classifica da parte dei giallorossi. I quali adesso, nell'attesa di recuperare la gara interna da disputare contro il Parma, vedono allontanarsi sempre più le speranze di vincere questo campionato.

Nell'attuale stagione la Juventus ha perso soltanto una partita in serie A, quella giocata a Firenze lo scorso 20 ottobre 2013. Il caso ha voluto che ora le due squadre si dovranno incontrare a stretto giro di posta per ben tre volte in dodici giorni, complice il sorteggio europeo che le ha messe una di fronte all'altra anche negli ottavi di finale dell'Europa League.

Potrebbe essere proprio il primo di questi scontri, quello che le vedrà opposte allo “Juventus Stadium” la prossima domenica, a regalare ai bianconeri un ulteriore allungo, forse decisivo, nella corsa allo scudetto. Ammesso e non concesso che Madama riesca a far sua la gara contro i viola, e che il Napoli ripeta con la Roma una prestazione simile a quella offerta dai campani in coppa Italia contro la formazione guidata da Garcia.

Non è comunque facile fare adesso delle previsioni sull'esito di quegli incontri, anche perché la giornata di campionato appena conclusa sembrava disegnata apposta per favorire un recupero da parte della Roma - che ospitava l'Inter in casa - nei confronti di una Juventus impegnata nella delicata trasferta milanese. Invece, contro la maggior parte dei pronostici, non solo la situazione non è rimasta invariata, ma è addirittura migliorata per i colori bianconeri.

L'imminente amichevole di prestigio che gli azzurri di Cesare Prandelli disputeranno in Spagna contro la nazionale di Vicente Del Bosque allenta momentaneamente le tensioni che gravano intorno alla serie A. Più che della partita in sé, però, in questi giorni si è molto discusso sulla convocazione di Chiellini da parte dello stesso Prandelli, con il tecnico bianconero Antonio Conte che si è mostrato apertamente contrario sia nella sostanza che nel modo di operare del suo collega.

Una querelle che, al di là delle ragioni di entrambe le parti, poteva tranquillamente essere condotta in porto in forma privata. A parole tutti evocano un miglior clima nel mondo del calcio, ma se poi basta un cerino per accendere un incendio di quelle dimensioni allora vuol dire che la strada per raggiungere quell'obiettivo è ancora lunga...
 

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giovedì 18 ottobre 2012

La nazionale vince e frena le polemiche


Prima di fare qualsiasi considerazione sulle gare appena disputate dalla nazionale di Cesare Prandelli contro Armenia e Danimarca, lasciamo che siano i numeri a parlare: sei goals segnati, due subiti, sei punti conquistati e la distanza sulla seconda in classifica nel girone B di qualificazione ai mondiali brasiliani (attualmente la Bulgaria) portata a quattro lunghezze.
A onor del vero va ricordato che la Repubblica Ceca, terza, dovrà disputare ancora una partita. Nell'ipotesi in cui dovesse vincerla, comunque, si porterebbe a quota "meno due" dall'Italia.

Questo doppio impegno ravvicinato degli azzurri verrà ricordato, nel tempo, come uno dei peggiori viatici possibili all'ormai prossimo scontro in campionato tra Juventus e Napoli, in programma sabato 20 ottobre a Torino. Non sono mancati, infatti, sospetti, veleni, illazioni a non finire su qualsiasi situazione potesse riguardare - direttamente o indirettamente - alcuni tra i probabili protagonisti della gara, anche se in questi giorni si trovavano sparsi per il mondo con le rispettive selezioni.
Stuzzicata in conferenza stampa in merito al celebre "biscotto" contro la Svezia negli Europei del 2004, la comitiva danese ha fatto fatica a nascondere - dietro sorrisi di circostanza - qualche fastidio. Gli è poi bastato buttare l’occhio in serie A per rimandare al mittente qualsiasi tipo di insinuazione sul comportamento tenuto in Portogallo otto anni fa.

Armenia e Danimarca non erano certo ostacoli insormontabili per gli uomini di Prandelli, ma il fatto di essere riusciti a non scivolare sulla classica buccia di banana rappresenta comunque una nota di merito.
Se nelle gare precedenti (contro Bulgaria e Malta) era mancato Balotelli, in quest’occasione il commissario tecnico ha deciso di rinunciare ad Antonio Cassano. Gianluigi Buffon, sul tema, ha mostrato di avere le idee chiare: "L’assenza di Cassano in questa Italia non mi sorprende. Il progetto adesso prevede forza fresche, sperando che l’evoluzione sia rapida. Il Mondiale infatti non è così lontano, e anche la Confederations Cup a giugno andrebbe onorata".

Il fantasista dell'Inter non si è perso d'animo, trovando il modo di far parlare di sé: ospite della trasmissione “Che tempo che fa”, condotta da Fabio Fazio, ha motivato il suo mancato passaggio alla Juventus affermando di averla "rifiutata" in tre diverse occasioni. Perché? "Ho l’idea che lì vogliano solo soldatini che vadano diritti sul binario". Leonardo Bonucci, tramite il proprio profilo ufficiale di twitter, gli ha risposto usando meno dei 140 caratteri disponibili: "Più che soldatini... professionisti!".

Punto e a capo.

De Rossi e Osvaldo, momentaneamente accantonati da Zeman alla Roma, si sono tolti qualche soddisfazione in nazionale: con una rete a testa hanno spinto l'Italia alla vittoria ottenuta in Armenia (3-1, a Yerevan). In vantaggio grazie al rigore realizzato da Pirlo (il migliore in campo), gli azzurri - infatti - erano stati momentaneamente raggiunti da Henrikh Mkhitaryan, l'uomo di spicco dello Shakhtar Donetsk di Lucescu. Prandelli, contento in un primo momento per l'esito della gara ("Ho visto una grande partita di una squadra con grande personalità. Non voglio parlare di svolta, ma avevamo bisogno di una partita così"), ha poi cambiato improvvisamente umore dopo aver letto i giornali ("Avevamo pensato di aver fatto una buona gara e il clima nello spogliatoio alla fine lo confermava, ma leggendo i giornali abbiamo letto qualcosa di diverso. A parte la Spagna, non ci sono squadre che dettano legge in ogni partita o vincono ancora prima di iniziare").

Contro la Danimarca, a Milano, De Rossi è stato nuovamente protagonista, segnando il goal del raddoppio dopo la prima rete messa a segna da Montolivo. Di Kvist e Balotelli (ottima la sua prestazione) le altre marcature della serata (3-1 il risultato finale). Osvaldo, espulso all'inizio della seconda frazione di gioco, è finito dietro la lavagna. Stavolta Prandelli era visibilmente soddisfatto: "In 10 abbiamo lottato con ordine e determinazione. Ora siamo in po’ più sereni ma dobbiamo migliorare. La rete subita alla fine del primo tempo poteva costarci cara. Ma in dieci siamo stati molto ordinati anche se abbiamo speso molto".

La settimana azzurra si chiude con il lieto fine, con la ciliegina sulla torta rappresentata dai complimenti che Lionel Messi ha riservato ad Andrea Pirlo. Subito dopo la gara vinta dall'Argentina contro l'Uruguay, dove ha segnato l'ennesima doppietta della carriera, ha infatti dichiarato: "La mia punizione è nata guardando quella che Andrea ha fatto contro il Siena, facendo passare la palla sotto la barriera avversaria". La risposta dello juventino non si è fatta attendere: "Davvero ha detto così? Non lo sapevo, mi fa piacere".
Tutto bello, nella speranza che duri.
Perché sabato prossimo ci sarà Juventus-Napoli, ed è forte il sospetto che le polemiche che l’accompagnano possano rovinare un simile momento di festa.
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giovedì 13 settembre 2012

Nazionale, i dubbi di Prandelli


"Vincere l'Europeo avrebbe fatto bene, ma avrebbe tolto l'equilibrio a qualcuno: non siamo ancora pronti a vincere, quando lo saremo vinceremo e rivinceremo ancora, senza alti e bassi né disagi". Con queste parole Cesare Prandelli aveva messo la parola "fine" alla recente spedizione della nazionale agli Europei di calcio disputati in Ucraina e Polonia.

La batosta rimediata nella finalissima di quella manifestazione contro la Spagna (0-4, il 1° luglio 2012) non aveva reso omaggio al lavoro svolto dal commissario tecnico nei primi due anni del suo mandato, visto e considerato che dall'inizio (incerto) sino alla gara conclusiva il torneo era diventato un crescendo di soddisfazioni ed emozioni. Poi, giunti sul più bello, ecco il tracollo (di gioco e risultato) al cospetto dei campioni in carica.

Nella pratica dei fatti, tra l'Italia che aveva vinto brillantemente il girone di qualificazione e quella che aveva cominciato l'Europeo si notava una chiara frattura: la prima cercava spesso il fraseggio a centrocampo ed una manovra di gioco armoniosa, disponendosi con un collaudato 4-3-1-2; l'altra si era arroccata in un 3-5-2 (nella sua versione più prudente) che metteva in discussione sin dalle fondamenta tutte le lezioni impartite ai giocatori sino a quel momento.

Prandelli, a Cracovia, aveva spiegato i motivi della scelta iniziale: "Dopo la qualificazione ci sono stati infortuni e cali di rendimento che hanno modificato i piani". A Criscito, inoltre, non era stata concessa la possibilità di partecipare alla manifestazione. L'assenza forzata di Barzagli aveva spinto il c.t. a promuovere la soluzione di un arretramento di De Rossi in difesa, privando in questo modo la zona nevralgica del campo di un suo pezzo da novanta.

"Non è un problema di modulo, ma di volontà, di cuore", ripeteva il tecnico ai cronisti presenti in sala stampa prima della gara contro l'Irlanda, quella che aveva decretato il ritorno all'amato 4-3-1-2 con il conseguente avanzamento del giallorosso nel settore di sua competenza.
Passato il gironcino per il rotto della cuffia (e grazie al mancato "biscotto" tra Spagna e Croazia), l'Italia aveva spiccato definitivamente il volo verso la finale, vincendo e convincendo contro Inghilterra e Germania.

Tralasciando l'amichevole agostana contro gli stessi inglesi, utile soltanto a far esordire qualche nuovo elemento, si arriva così alla stretta attualità. Dove, per affrontare in trasferta la Bulgaria nella prima gara delle qualificazioni al prossimo mondiale del 2014, Prandelli ha deciso di ripartire dal 3-5-2. Più che una nazionale vice campione d'Europa quella azzurra vista a Sofia è sembrata una squadra alle prime armi (e alle prime convocazioni). Doveva essere la gara di Giovinco, numero dieci di maglia ma non di fatto, è diventata - invece - la partita nella quale il romanista Osvaldo è riuscito ad evitare all'Italia un tracollo inaspettato alla vigilia.

Dopo il pareggio per 2-2 nella gara d'esordio, nel successivo incontro con Malta la piccola punta bianconera è uscita dall'undici titolare ed è stato abbandonato nuovamente il 3-5-2 per tornare al 4-3-1-2. Il motivo di questo ulteriore cambio? Parola al c.t.: "Un'alternativa possibile (il 3-5-2, ndr.) solo se ho a disposizione tutti gli juventini, e comunque la brutta serata in Bulgaria non è figlia del modulo, forse abbiamo anche forzato troppo negli allenamenti".

Allo stadio "Braglia" di Modena l'Italia ha raccolto i primi tre punti del suo cammino senza convincere più del dovuto. Le premesse, considerando il modo in cui Prandelli aveva messo le mani avanti prima della contesa, non erano state le migliori: "Non sarà facile segnare tanti goals, rispetto molto il nostro prossimo avversario, che ha perso 1-0 con l’Armenia. E’ una squadra equilibrata. Mi andrebbe bene vincere anche con pochi gol, però giocando bene". Sul campo, poi, le reti messe a segno all'inizio ed alla fine del match (Destro e Peluso) non hanno nascosto le lacune di una formazione che - nel tentativo di mettere l'avversario alle corde - ha concluso l'incontro virando sul 4-3-3, spostando sulla fascia il giocatore posizionato dietro alle punte nello schema usato in precedenza.

Anche su questo argomento Prandelli ha voluto (e dovuto) fornire una spiegazione: "Nella ripresa siamo stati molto più ordinati, e con l'ingresso di Insigne ci siamo schierati larghi. Torno su un vecchio discorso, non voglio trequartisti ma calciatori che sappiano attaccare lo spazio. In Armenia tra un mese avremo maggiore brillantezza".
Oltre, si spera, alle idee più chiare su quale vestito far indossare a questa squadra.

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mercoledì 4 luglio 2012

Euro 2012: L'Italia non è pronta a vincere


Prima del fischio d'inizio della finalissima contro la Spagna Cesare Prandelli aveva riassunto la sua esperienza da commissario tecnico degli azzurri in una breve riflessione: "Quando ho preso la Nazionale due anni fa volevo soprattutto far innamorare la gente, farle ritrovare l’entusiasmo per l’Italia. E in questo senso abbiamo centrato l’obiettivo". Ultimati i novanta minuti di gioco ha lasciato Kiev con una profezia: "Vincere l'Europeo avrebbe fatto bene, ma avrebbe tolto l'equilibrio a qualcuno: non siamo ancora pronti a vincere, quando lo saremo vinceremo e rivinceremo ancora, senza alti e bassi né disagi".

Dall'esordio contro le Furie Rosse (10 giugno) sino all'atto conclusivo della manifestazione (1° luglio) sono trascorsi ventidue giorni, il tempo necessario per far decollare la squadra in mezzo a mille difficoltà per poi vederla atterrare in prossimità del traguardo esausta e priva di forze. Da subito si sono perse le tracce di alcuni tra i convocati da Prandelli, dato che la strategia scelta è stata quella di vivere alla giornata fino a quando i risultati minimi da raggiungere (Spagna, Croazia e Irlanda nel girone) e le bellissime prestazioni offerte (Inghilterra e Germania) lo hanno consentito.

Fallita la spedizione in Sudafrica due estati or sono sembrava palese che l'Italia non avrebbe recitato un ruolo di primo piano nel panorama calcistico per diversi anni. L'atmosfera era diventata simile a quella già vissuta nel periodo immediatamente successivo al campionato del mondo disputato in Germania Ovest nel 1974 (all'epoca del "vaffa" di Chinaglia a Valcareggi per la sostituzione decisa durante la gara vinta contro Haiti, per intenderci). Nel corso del tempo, allora come oggi, si era deciso di puntare su un blocco di giocatori provenienti da un unico club (la Juventus) completandolo e rinforzandolo con l'apporto di altri elementi di valore assoluto presenti in serie A. In Argentina (1978) arrivarono i primi segnali di risveglio, in Spagna (1982) - dopo il deludente Europeo ospitato nel 1980 - venne conquistato il terzo alloro mondiale.

"Non siamo ancora pronti a vincere", sostiene Prandelli. Il concetto, se allargato anche alla sua figura, può essere condivisibile. La Roja campione di tutto ha dimostrato che per "vincere e rivincere" sono necessarie esperienza, competenza, una sana programmazione e la fortuna di poter gestire un gruppo di calciatori dall'elevato spessore tecnico. Non sempre, però, la somma di tutti questi valori garantisce il successo: la Germania di Joachim Löw, in tal senso, ne è un chiaro esempio.

Stretta nella morsa dell'indifferenza generale (delle società e del pubblico, una volta tolti i maxischermi dalle piazze) adesso l'Italia proverà a conquistare l'accesso ai prossimi mondiali che si terranno in Brasile nel 2014. Ridurre l'avventura degli azzurri in questo Europeo alla sola disfatta patita in finale (0-4) sarebbe ingeneroso nei confronti dei progressi mostrati nell'intero arco del torneo. Esiste una base concreta sulla quale lavorare per il prossimo futuro. La strada da intraprendere per tornare a sollevare un trofeo, però, sarà lunga.
Convincersi del contrario potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile.

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sabato 30 giugno 2012

Euro 2012: Provaci ancora, Mario


Joachim Löw, commissario tecnico della nazionale tedesca, stavolta ci credeva veramente: "Vogliamo cambiare il corso della storia, ma tutto quello che è accaduto in passato non inciderà sulla partita di domani". Poi, però, il campo ha continuato a scrivere una storia letta e riletta nel corso degli anni: vince l'Italia, la Germania torna a casa con la stessa sensazione di impotenza che l'ha accompagnata più volte in passato.

Eppure il tappeto rosso che avrebbe dovuto condurla in finale (contro le Furie Rosse) era già steso sulla strada che porta a Kiev: due giorni in più di riposo rispetto agli uomini di Prandelli (stanchi per aver piegato ai rigori l'Inghilterra), qualche problema muscolare per diversi azzurri, l'entusiasmo di un gruppo prossimo alla sua consacrazione definitiva, quindici successi consecutivi, la consapevolezza di essere considerati - al pari della stessa Spagna - la più bella del reame.

I loro guai, al solito, iniziano quando dal tunnel che porta al campo da gioco sbucano fuori gli italiani. Mondiali o Europei non fa differenza, anche se analizzando tutti gli scontri diretti ci si può facilmente accorgere come i più celebrati non sono stati giocati durante la manifestazione continentale (in Messico nel 1970, in Spagna nel 1982 e in Germania nel 2006).

Varsavia, quindi, è diventato un nuovo, importante capitolo della storia che intreccia le sorti di due tra le nazioni più importanti del pianeta calcio. "La Germania è molto forte, ma nessuno è invincibile. L’Italia non ha il ’braccino corto', cresce e giocherà con coraggio per attaccare", sosteneva Prandelli prima del match. Mario Balotelli sembra aver preso alla lettera le parole del suo allenatore: dal ragazzo che si addormenta di fronte a Casillas nel primo incontro di questo Europeo a quello che impalla con due reti (una più bella dell'altra) il tedesco Neuer c'è una differenza abissale.

Anche in questo caso il commissario tecnico, a suo tempo, era stato profetico: "Mi ha spiegato cosa è successo con la Spagna. Stava cercando il modo per servire Cassano davanti alla porta e non si è accorto del recupero di Sergio Ramos. Sono sicuro che l’episodio non lo condizionerà: dopo un errore un grande giocatore si prepara perché l’occasione si ripeta e non la sbagli più".

Adesso, quindi, sotto con i detentori del titolo. L'Italia finirà questo Europeo affrontando la stessa avversaria con la quale lo aveva inaugurato. Nel ruolo di sfavorita (quello che più le si addice), con un giorno in meno per recuperare le energie (gli spagnoli, però, in semifinale ne hanno spese parecchie), al termine di un percorso dove i problemi e le polemiche non sono certo mancate.

Sulla fascia sinistra è partita con il "piccolo" Giaccherini (nel 3-5-2) per arrivare al "gigante" Chiellini (4-4-2), con lo spostamento di Balzaretti sulla corsia opposta (in mancanza di Abate). A proposito del biondo fluidificante del Palermo: è vero che sono trascorsi diversi anni, però senza Calciopoli e il conseguente arrivo a Torino di Jean Claude Blanc sarebbe stato difficile immaginare una sua cessione a cuor leggero da parte della Juventus. Contro i tedeschi era l'unico difensore non bianconero schierato a protezione di Buffon.

De Rossi (avanzato sulla linea mediana, complice il rientro di Barzagli) e Montolivo hanno portato peso e dinamicità ad un centrocampo che a Kiev dovrà vedersela con l'ormai nota serie infinita di "tiqui-taca" degli spagnoli. A Danzica (10 giugno) gli azzurri avevano resistito bene all'urto contro i campioni in carica, commettendo un grave errore nel dilapidare il vantaggio per 1-0 (Di Natale) in soli tre minuti. Uno di quelli, per intenderci, che fanno tanto arrabbiare Buffon, visto scurissimo in volto all'uscita dal campo dopo la partita contro la Germania: "Non si può tenere in vita così l'avversario, ecco perché ero furibondo".

Balotelli, tra i peggiori all'esordio, dimostra di avere le idee chiare in previsione della prossima gara: "Spero di vincere, non importa se gioco male". A quello, in fondo, penseranno i vari Pirlo e Iniesta. Gli spagnoli, dal canto loro, proveranno a battere gli azzurri per la prima volta nella loro storia senza usare la scorciatoia dei calci di rigori.

In chiusura è corretto riconoscere la bontà delle previsioni di José Mourinho in merito al cammino della nazionale di Prandelli ("In questo Europeo l'Italia può arrivare molto lontano").
Nel momento in cui pronunciò quelle parole, oltretutto, il carro degli azzurri era ancora vuoto.
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martedì 26 giugno 2012

Euro 2012: L'Italia contro la Germania e la fatica


“Se ci dicessero che per il bene del calcio la nazionale non deve andare agli Europei, non sarebbe un problema”. L'autore di questa dichiarazione, rilasciata una settimana prima dell'inizio della manifestazione continentale, fu Cesare Prandelli. Si trattava - ovviamente - di una provocazione, fortemente criticata dall'opinione pubblica generale a partire dagli istanti successivi il momento stesso in cui il commissario tecnico l'aveva pronunciata.
Da Zurigo, sede dell'ultima amichevole giocata (e persa) contro la Russia, gli azzurri si spostarono verso la Polonia, accompagnati dall'ormai consueta cornice di polemiche.

A Danzica e Poznan hanno poi messo in mostra le diverse facce di una squadra che non ha ancora trovato una propria identità, ma che è cresciuta in maniera vertiginosa dopo le incertezze iniziali. Dall'Italia in grado di resistere ai "tiqui-taca" degli spagnoli a quella incapace di esercitare il ruolo di favorita contro la Croazia, passando per la sua versione "brutta ma vincente" esibita al cospetto dell'Irlanda di Trapattoni, in pochi avrebbero potuto lontanamente immaginare la recente lezione di calcio impartita all'Inghilterra di Roy Hodgson.
Eppure Prandelli era sicuro delle possibilità di successo dei suoi uomini: "Sono convinto che basti davvero poco per ottenere il salto di qualità e diventare di nuovo l’Italia che storicamente ha un posto tra le migliori nel mondo".

La storia viene scritta dai vincenti, agli altri non restano che le recriminazioni, fatte di "se", di "ma", di "sfortuna". Steven Gerrard, il capitano degli inglesi, oltre ad aver tenuto fede alla tradizionale sportività anglosassone ha poi candidamente ammesso: "Stavolta pensavo che la storia sarebbe stata diversa. E che per una volta avremmo avuto la fortuna necessaria per vincere ai rigori". Il riferimento è all'ennesima eliminazione subita dopo la lotteria dei penalty, la quinta di fila (agli Europei del 1996, 2004 e 2012, e ai Mondiali del 1998 e 2006). Da quel punto di vista, però, alla "dea bendata" non avrebbe potuto chiedere di più: l'Italia meritava ampiamente di vincere già al termine dei novanta minuti di gioco.

Si è trattato di un successo costruito mattone su mattone, pallone su pallone. Se poi la sfera resta incollata ai piedi di Andrea Pirlo, allora non rimane che andare su Twitter, il famoso social network, in attesa dell'arrivo dei complimenti direttamente dai profili di altre star del calcio, ancora in grado di meravigliarsi di fronte alla classe del trentatreenne centrocampista della Juventus.
Da Kiev, teatro della partita con gli inglesi, adesso l'Italia andrà a Varsavia, dove disputerà il prossimo 28 giugno la semifinale del torneo contro la Germania. Nella speranza, poi, di fare ritorno a Kiev, sede designata della finalissima (1° luglio).

Andrea Pirlo, assieme a Gianluigi Buffon (altro grande protagonista della sfida di domenica sera), era presente anche al “Westfalenstadion” di Dortmund il 4 luglio del 2006, allorquando l'Italia di Marcello Lippi sconfisse i padroni di casa nella semifinale del Mondiale tedesco. Da una sua invenzione era nata la rete di Fabio Grosso, la prima delle due che misero al tappeto la formazione allenata da Jürgen Klinsmann.

Tra gli avversari figurava anche Philipp Lahm, attuale capitano della Germania, che non si era vergognato nell’ammettere recentemente la propria preferenza verso gli inglesi come possibili avversari nella strada verso la coppa.
Di ben altro tenore, invece, il commento dei principali quotidiani tedeschi una volta venuti a conoscenza del loro prossimo sfidante. Il leitmotiv è sempre lo stesso: adesso l’Italia dovrà fare i conti con la voglia di rivalsa dei teutonici, che partiranno con il vantaggio di due giorni in più di riposo (e senza aver dovuto disputare i tempi supplementari).

Prandelli, dal canto suo, sembra non mostrare segni di cedimento: “Abbiamo pochi giorni per recuperare le forze. E dobbiamo mettere in campo una squadra viva. Manca tanto per poterli battere, ma se prepariamo bene la partita non ci sono squadre invincibili. Spagna e Germania sono molto forti, ma in certi momenti comunque ti possono concedere qualcosa. Se pensiamo che giovedì sarà una partita difficile, che sarà in bilico fino all’ultimo, possiamo uscirne vincitori”.
La speranza, in fondo, è proprio quella.

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venerdì 22 giugno 2012

Euro 2012: Italia, con gli inglesi basterà il cuore?


Dopo giorni nei quali non si è parlato altro che di "biscotti", lo scorso lunedì si è materializzato il passaggio dell'Italia di Cesare Prandelli ai quarti di finale dell'Europeo 2012. Ad attenderla, domenica prossima, ci sarà l'Inghilterra, una delle rivali più nobili del torneo. Si tratterà della prima partita ad eliminazione diretta, la classica gara da "dentro" o "fuori", dove non saranno ammessi calcoli di ogni genere, esclusi quelli - eventuali - per arrivare alla lotteria dei rigori.

A causa di una squalifica rimediata nell'incontro con il Montenegro (risalente al 7 ottobre 2011) gli inglesi hanno dovuto aspettare il terzo match della manifestazione per poter schierare tra le proprie fila Wayne Rooney, la loro stella più luminosa. Trascorsi quarantotto minuti di gioco la punta è riuscita a mettere il proprio nome nel tabellino dei marcatori.

Pochi istanti prima della partita con l'Ucraina anche Steven Gerrard, il capitano, aveva sottolineato l'importanza del suo rientro nell'economia della squadra: "Con lui abbiamo molte possibilità di andare avanti". Per un gruppo che ha dovuto affrontare questa avventura senza l’apporto dei vari Lampard, Barry e Cahill non si tratta certamente di un aspetto irrilevante.

Pur rispettando l'Italia i sudditi della Regina hanno tirato un grande sospiro di sollievo per aver evitato la Spagna campione di tutto (Europa e Mondo): sino al goal realizzato ai croati da Jesus Navas, infatti, il pericolo di incontrarli a Kiev era effettivamente concreto.

Mentre gli addetti ai lavori italiani temevano il verificarsi di un 2-2 nell'ultima gara tra le altre squadre del girone "C", non era stato dato molto risalto al rischio più grosso corso dagli uomini di Prandelli: con un "normale" 1-1 tra gli iberici e i biancorossi, infatti, all'Italia sarebbe spettato l'arduo compito di segnare almeno tre reti all'Irlanda per non venire estromessa dalla manifestazione.

Gli azzurri, dal canto loro, si sono fermati a due goals realizzati, giocando la gara peggiore tra quelle disputate sino ad oggi in Polonia. Tutto questo proprio nel giorno in cui tornavano al consolidato 4-3-2-1 (dogma di Prandelli dal momento del suo insediamento, con il romanista De Rossi spostato di nuovo sulla linea mediana del campo) al posto dell'improvvisato 3-5-2, figlio delle paure che hanno accompagnato la spedizione italiana in questo Europeo.

Prima dell'incontro con gli irlandesi il commissario tecnico aveva preferito non soffermarsi troppo sugli aspetti tattici della gara: "Non è un problema di modulo, ma di volontà, di cuore". Terminati i novanta minuti di gioco ha poi confermato la sua tesi: "Oggi abbiamo capito che oltre alla qualità serve molto cuore". Smaltita la tensione, a capo di una comitiva di una quindicina di persone ha raggiunto a piedi il monastero dei frati camaldolesi a Bielany, distante 21 chilometri dal ritiro di Wieliczka, rispettando la promessa fatta in caso di passaggio del turno.

Chi, tra Italia e Inghilterra, riuscirà a raggiungere le semifinali avrà l'opportunità di misurarsi il prossimo 28 giugno (a Varsavia) contro la vincente della sfida tra Germania e Grecia .
Fare un pronostico su quest'ultima partita sembra sin troppo facile, visto e considerato come i tedeschi sono stati gli unici in grado di completare il girone a punteggio pieno e ricoprono con naturalezza il ruolo di favoriti per il successo finale insieme agli spagnoli.

I greci, però, sono un avversario duro a morire, è opportuno che non siano sottovalutati. La loro vittoria nell'edizione 2004, d'altronde, parla chiaro: dove non arrivano le qualità tecniche e tattiche riescono a sopperire ai propri limiti gettando il cuore oltre l'ostacolo, esattamente come accade all'Italia di Prandelli.
La differenza sostanziale, però, è che il materiale umano a disposizione del tecnico di Orzinuovi è nettamente superiore a quello gestito da Fernando Santos.

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domenica 17 giugno 2012

Euro 2012: Italia: prima la vittoria, poi i calcoli


José Mourinho avrà avuto tutte le buone ragioni di questo mondo per esprimere giudizi lusinghieri nei confronti della nazionale di Cesare Prandelli ("In questo Europeo l'Italia può arrivare molto lontano"), resta il fatto che gli azzurri non vincono una partita all'interno di una competizione ufficiale dal lontano 17 giugno 2008 (2-0 contro la Francia, durante lo scorso torneo continentale ospitato da Austria e Svizzera).

A distanza di quattro anni da quel momento, lunedì prossimo 18 giugno la selezione guidata da Prandelli avrà l'ultima chance a disposizione per evitare di tornare a casa anticipatamente dalla manifestazione. Purtroppo, però, l'Italia non sarà completamente padrona del proprio destino: con un pareggio tra Croazia e Spagna condito da un minimo di quattro reti, infatti, un eventuale successo sull'Irlanda di Trapattoni risulterà inutile ai fini del passaggio ai quarti di finale.

Ecco, quindi, che gli incubi dei fatti accaduti nell'Europeo "portoghese" del 2004 si presentano nuovamente sul cammino degli azzurri: allora sarebbe servito un pareggio per 2-2 tra Danimarca e Svezia per eliminare la nazionale guidata proprio da Giovanni Trapattoni, e così accadde (22 giugno). La vittoria ottenuta da Cassano e soci contro la Bulgaria, infatti, non servì a nulla.

Slaven Bilic, il c.t. dei biancorossi, ha rispedito al mittente qualsiasi ipotesi di un’eventuale pareggio di comodo con gli spagnoli (“Un insulto sospettare di noi”), quello iberico Vicente Del Bosque non ha mostrato alcun dubbio sul comportamento che terranno i suoi uomini (“Siamo sportivi, e cercheremo la vittoria”) mentre Trapattoni ha garantito la massima serietà da parte dell’Irlanda (“Non farò sconti”).

Bene, a questo punto non resta che parlare di calcio giocato. Dalla rinuncia iniziale a Criscito all’abbandono della difesa "a quattro" per passare a quella "a tre", dall'impiego di Maggio e Giaccherini sulle fasce al parziale utilizzo di Giovinco e Di Natale in attacco, in carenza di successi tutte le scelte compiute dal commissario tecnico in questo Europeo sono diventate oggetto di discussione. Compresa la fiducia concessa, nel reparto offensivo, a Cassano e Balotelli.

Sulla scia tracciata dal vecchio proverbio "chi è causa del suo mal pianga se stesso", anche Prandelli è consapevole delle regole non scritte di questo sport: "Il calcio è così: se non chiudi, poi può bastare un cross, una punizione, per farti male. A noi manca la cattiveria, la determinazione". Etichettata da molti, se non da tutti, come la gara decisiva del girone, quella con la Croazia era la partita che l'Italia avrebbe dovuto vincere ad ogni costo per garantirsi il superamento della prima fase.

Aggrappati al talento e alle invenzioni di Andrea Pirlo (a proposito: gli dei del pallone devono essersi fatti una bella risata nell’ascoltare l’affermazione di Bilic che sosteneva di preferire Modric al bianconero…), gli azzurri devono ancora trovare il giusto amalgama per far funzionare al meglio l’ingranaggio, quando il rischio di uscire dal torneo è diventato altissimo.

Lo stesso Pirlo ha mostrato di non avere dubbi sul prosieguo del cammino dell’Italia nella manifestazione (“Passiamo”), così come nell’evidenziare i problemi manifestati nel corso dell’ultima partita disputata: “Nella ripresa siamo arretrati troppo e abbiamo finito per subire la Croazia: si è visto su quel cross che ha portato al pareggio, eravamo troppo bassi”.

Più o meno si tratta del medesimo concesso espresso il giorno successivo da Prandelli: “Non è colpa del modulo. Io sto lavorando sulla mentalità: ci si può difendere, però non alla vecchia maniera, e lo ha dimostrato la Juventus”. Una squadra, quella bianconera, che nel corso del campionato appena conquistato aveva aggiunto troppi pareggi ad un’imbattibilità che correva il rischio di rimanere fine a se stessa. Sino al momento in cui le correzioni apportate da Conte ed il successivo cambio di marcia l’hanno condotta dritta fino alla vittoria dello scudetto.

Le probabili modifiche di uomini e sistema di gioco che Prandelli attuerà nell’incontro decisivo contro l’Irlanda dovranno necessariamente portare ad un successo che, per inciso, al tecnico non è mai capitato di ottenere contro Trapattoni. Senza dimenticare che con un pareggio per 1-1 tra Spagna e Croazia all’Italia sarà necessario segnare almeno tre reti (con uno scarto a proprio favore di due) per poter passare il turno…

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mercoledì 13 giugno 2012

Euro 2012: L’Italia e la vittoria per raggiungere i quarti

Dopo il pareggio ottenuto contro la Spagna all'esordio degli Europei 2012 ospitati da Polonia e Ucraina, il prossimo ostacolo che l'Italia affronterà sulla strada verso i quarti di finale si chiama Croazia.

In occasione della partita disputata la scorsa domenica ci sono stati due "battesimi" particolari per altrettanti protagonisti della sfida: uno ha riguardato Cesare Prandelli, per la prima volta alla guida della nazionale in una manifestazione importante ("Sono emozionato come 22 anni fa, quando ho fatto il mio esordio sulla panchina della Primavera dell'Atalanta. Pressione? Molta, anche se poi, a volte, mi fermo e penso che si tratta soltanto di calcio"), l'altro è capitato ad Emanuele Giaccherini, che all'età di ventisette anni è riuscito a coronare il sogno di indossare la maglia azzurra ("Emozionato? Se devo essere sincero ho sentito di più l'esordio con la Juventus. Qui ero tranquillo, ho vissuto la vigilia con grande serenità. Il resto l'hanno fatto i miei compagni: tutti mi hanno detto di stare tranquillo e di giocare come so fare").

Dalla Spagna, quindi, alla Croazia, passando attraverso la lettura dell'album dei ricordi: contro i biancorossi era iniziata l'avventura come commissario tecnico di Roberto Donadoni (il 16 agosto 2006), mentre l'uscita dagli Europei del 2008 (in Austria e Svizzera) per mano degli iberici (22 giugno 2008) aveva provocato il suo addio ed il ritorno di Marcello Lippi.

Al tecnico viareggino, fallita la spedizione azzurra nel mondiale disputato in Sudafrica, nell'estate del 2010 venne imputata (anche) la mancata convocazione di Balotelli e Cassano, gli stessi attaccanti che figuravano nell'undici titolare nella gara inaugurale dell'attuale torneo. Complice l'assenza forzata di Giuseppe Rossi, quello della composizione del reparto offensivo rappresenta uno dei problemi che Prandelli dovrà risolvere nel prosieguo della manifestazione.

La Spagna ha deciso di presentarsi al cospetto dell'Italia priva di punte, tanto per costrizione (Villa infortunato) quanto per volontà. Dal canto loro gli azzurri hanno abbandonato l'ormai abituale difesa "a quattro" (con la quale hanno subito soltanto due reti su un totale di dieci partite nelle qualificazioni) per passare a quella "a tre" guidata da De Rossi, tolto dalla linea mediana per colmare il buco lasciato dalla perdita di Barzagli.

Il risultato? Un pareggio per 1-1: Di Natale sostituisce Balotelli e porta in vantaggio l'Italia, mentre le Furie Rosse non devono aspettare più di tre minuti per trovare la via del goal. Grazie ad un centrocampista (Fabregas), naturalmente.

Per gli uomini di Prandelli, partiti come sfavoriti di fronte ai detentori del titolo, si è trattato di una bella boccata d'ossigeno dopo il 3-0 rimediato nella recente amichevole disputata a Zurigo contro la Russia. Pochi giorni fa, a Cracovia, lo stesso allenatore aveva ammesso i propri dubbi sulla reale consistenza del gruppo: "Dopo la qualificazione ci sono stati infortuni e cali di rendimento che hanno modificato i piani. Sarà gioco forza avere una squadra che cambia e sono curioso di vedere e di capire se sarà comunque una protagonista".

Per riuscirvi dovrà cambiare l'approccio mentale in vista delle prossime gare, laddove altri pareggi porterebbero più guai che soluzioni. Il percorso da intraprendere, in un altro contesto e nel corso di un torneo decisamente più ristretto nel tempo, è simile a quello compiuto dalla Juventus scudettata di Antonio Conte: se all'inizio del campionato ogni partita veniva affrontata come un esame da superare, nel prosieguo della stagione il ruolo di favorita l'ha costretta a scendere in campo cercando la vittoria a tutti i costi.

Prandelli, che negli ultimi tempi ha attinto a più riprese dal serbatoio bianconero, potrà avvalersi dell'esperienza diretta di alcuni giocatori di Madama. Proprio su questo tema il commissario tecnico si è preso anche qualche piccolo merito : "Se la Juve è diventata l’ossatura della Nazionale non è per caso, siamo stati bravi a dare fiducia ai suoi uomini anche quando arrivavano settimi in campionato e ci criticavano per questo".

Una vittoria degli azzurri contro la Croazia manca dal lontano 1942. Giovanni Trapattoni, guida di quell'Irlanda che sarà l'ultima avversaria nel girone, all'epoca dei fatti aveva soltanto tre anni. Ascoltando le sue ultime dichiarazioni viene da pensare che sia opportuno non ricordarglielo: "Vecchio? Sono un ventenne con tanta esperienza".
Ci sarà tempo per pensare anche a lui. Prima, però, è necessario portare a casa i primi tre punti di questo Europeo.


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sabato 9 giugno 2012

Euro 2012: Da Bari a Danzica, un'altra Italia?

Lo scorso 2 dicembre 2011, a Kiev, sono stati sorteggiati i gironi della fase finale degli Europei che si stanno svolgendo in Ucraina e Polonia. Dall'urna, come risaputo, l'Italia aveva pescato Spagna, Croazia e Irlanda.

Cesare Prandelli, visto il calendario degli incontri, ne aveva accettato l’esito con filosofia: “E’ meglio cominciare con i campioni, almeno non avremo il problema della concentrazione”. Vicente Del Bosque, c.t. della nazionale campione d'Europa (e del mondo) in carica, nel frattempo invitava i suoi uomini alla massima prudenza: “Mi ricordo del quarto di finale in cui non riuscimmo a segnare. Passammo solo ai rigori, fu dura, come lo sarà adesso. Ma sono fiducioso”.

Il riferimento era alla precedente edizione della manifestazione, disputata in Austria e Svizzera, quando l'allora selezionatore Luis Aragonés aveva condotto le Furie Rosse al secondo successo continentale della loro storia (dopo quello del 1964). Vinsero con l'ormai celebre "tiqui-taca" e senza Raul, la stella del Real Madrid lasciata a casa nonostante le proteste generali. Il 22 giugno del 2008 soltanto la lotteria dei penalty decretò l'uscita dal torneo dell'Italia di Roberto Donadoni.

Se con la Croazia il bilancio è fatto di soli sei incontri disputati (ed una vittoria, nel 1942, durante la seconda guerra mondiale, all'epoca dello Stato Indipendente di Croazia), i confronti tra gli azzurri e le altre due compagini nel corso della storia sono stati più numerosi. Il caso vuole che Irlanda e Spagna giocarono in amichevole contro gli uomini di Prandelli, a distanza di circa due mesi l'una dall'altra, tra giugno e agosto del 2011: la selezione guidata da Giovanni Trapattoni era riuscita a spuntarla per 2-0 (a Liegi, per effetto delle reti messe a segno da Andrews e Cox), mentre con gli iberici arrivò un'inaspettata vittoria (a Bari, col risultato di 2-1, i goals furono di Montolivo, Xabi Alonso e Aquilani).

Allo stadio "San Nicola" Antonio Cassano aveva indossato, di fronte ai suoi concittadini, la fascia di capitano: la coppia offensiva composta dal talento di Bari Vecchia e Giuseppe Rossi costituiva il fiore all'occhiello della "nuova" nazionale, nata dalle ceneri degli insuccessi degli ultimi anni. Prima di quella gara Prandelli era stato chiaro sulle sue intenzioni: "Chiederò di recuperare palla nella loro metà campo. Attaccarli e giocare il pallone come fanno loro".
Il commento, pieno di soddisfazione, col quale aveva poi archiviato il successo conseguito dai suoi ragazzi rappresentava la sintesi del processo di maturazione del gruppo, giunto ormai al capolinea: "Cresciamo gara dopo gara anche a livello di personalità e coraggio". Col sorriso sulle labbra, aggiunse: "Forse in alcuni frangenti abbiamo pure esagerato".

Esattamente dieci mesi dopo (era il 10 agosto 2011) Italia e Spagna si ritrovano una di fronte all'altra. Da allora ad oggi le novità non sono mancate: gli infortuni (più o meno gravi) occorsi a Giuseppe Rossi e Barzagli, il graduale recupero di Cassano dopo i noti problemi legati al cuore, le rare amichevoli disputate negli ultimi mesi (due sole gare da metà novembre in avanti, contro Stati Uniti e Russia), lo sviluppo delle inchieste sullo scandalo delle scommesse legate al calcio che hanno varcato la soglia di Coverciano... Molto, se non tutto, è sembrato giocare a sfavore della nazionale azzurra.

Proprio nei momenti successivi la gara di Bari Giorgio Chiellini, uno degli uomini simbolo della squadra azzurra, aveva dichiarato: "Ora all'Europeo aspettiamo la Spagna in finale".
A conti fatti la “Roja” sarà la prima avversaria del torneo. Dal fischio d'inizio dell'incontro in poi, sino alla finale di Kiev, la strada sarà lunghissima.
Ammesso, e sperando, che l'Italia riesca a compierla sino alla fine.

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giovedì 16 febbraio 2012

Zahoui e una bella storia da raccontare

"Non sono un goleador. Gioco con il numero 10 e so passare bene il pallone ai compagni. Qualche gol lo realizzo anche, ma non molti".
Il suo nome é François Zahoui, anche se per tutti - anni fa, nel nostro paese, all'epoca in cui pronunciò queste parole - era semplicemente "Zigulì".

Fu Costantino Rozzi, compianto presidente dell'Ascoli, a portarlo giovanissimo in Italia nell'estate del 1981 poco tempo dopo la riapertura delle frontiere: si trattò del primo calciatore africano ad arrivare nel Belpaese, in mezzo ai tanti campioni che facevano sognare i tifosi del pallone. La città marchigiana lo adottò immediatamente, nonostante fosse chiaro sin dall'inizio che il suo apporto sarebbe stato più d'immagine che non di sostanza. In due stagioni totalizzò la miseria di undici presenze, delle quali una soltanto dal primo minuto: il minimo sindacale (così come lo stipendio che percepiva: dodici milioni di lire annui), giustificato dal ruolo che Carlo Mazzone - il suo tecnico - gli aveva costruito (quello di perdere tempo nei finali di gara).

Sul suo conto sono state raccontate leggende, bugie, aneddoti e verità curiose: di certo, e chi ha avuto la fortuna di godersi quei campionati lo può testimoniare, c'è che la sua figurina da attaccare sugli album della Panini era tanto introvabile quanto ambita dai collezionisti. Da meteora a bidone, i giudizi che lo accompagnarono dopo il suo addio all'Italia furono spietati: dal canto suo, ancora oggi ricorda con affetto quell'esperienza e le persone conosciute.

Nel giorno dell'esordio di Cesare Prandelli alla guida della nazionale azzurra (Londra, 10 agosto 2010) Zahoui si trovava seduto sulla panchina della Costa d'Avorio, l'avversario di quell'amichevole: era un commissario tecnico a tempo determinato, più o meno sulla falsariga di quanto gli era capitato da giocatore ai tempi dell'Ascoli. Condusse i suoi uomini ad una storica vittoria (1-0, rete di Kolo Touré), per poi ottenere la conferma nel ruolo. Tutto ad un tratto sembrava che avesse finalmente dato un calcio alla sfortuna, a quel ruolo da comparsa che - ovviamente - non gli si addiceva.

Passando dalla storia alla cronaca si arriva sino alla recente finalissima della Coppa d'Africa, dove ha portato la Costa d'Avorio ad un passo dal trionfo, sconfitta ai rigori dallo Zambia. Per un soffio, pur partendo da favorito, ha perso un'altra occasione per entrare nella leggenda del calcio da protagonista. Tutto è successo nel momento stesso in cui la poesia e lo sport, per una volta, sono andate di pari in passo: a Libreville, a distanza di pochi metri rispetto al luogo dove è stata disputata la partita, nell'aprile del 1993 subito dopo il decollo era precipitato il volo che avrebbe dovuto portare la nazionale zambiana (i "Chipolopolo", così come vengono chiamati) a Dakar, per affrontare il Senegal in un incontro valevole per le qualificazioni ai mondiali americani del 1994.

Nella tragedia scomparvero trenta persone, tra le quali i diciotto calciatori convocati dal selezionatore. Tutto questo accadde diciotto anni fa. Lo Zambia si è aggiudicato il trofeo ai rigori, dopo aver concluso 0-0 i tempi regolamentari: dopo quanti penalty è stata assegnata la Coppa? Diciotto. La Costa d'Avorio ha concluso la manifestazione senza aver subito un goal: nelle ultime tre edizioni la propria porta era stata inviolata soltanto diciotto volte.
Kalusha Bwalya, scampato al disastro aereo (non era presente) e protagonista del 4-0 con il quale la sua nazionale olimpica sconfisse l'Italia a Seul nel 1998, oggi è vicepresidente federale: é lui l'anello di congiunzione tra due epoche lontane tra loro, e separate soltanto dalla sfortuna.

Da Libreville a Libreville, nella commozione generale i nomi dei dispersi si sono uniti a quelli dei giovani neo campioni d'Africa. Seduti o inginocchiati sul campo, quest'ultimi pregavano alla loro memoria. All'appello ne mancava uno, Musonda, infortunatosi durante la contesa e successivamente portato in braccio dal suo allenatore Hervé Renard laddove si trovavano i compagni.
Il tecnico, francese, ha la carnagione bianca ed é realmente difficile non accorgersene: deve essere stato facile anche per Luis Suarez (Liverpool) e John Terry (Chelsea), recentemente assurti agli onori della cronaca per episodi di razzismo legati al mondo del calcio.

A François Zahoui è sfuggita dalle mani un'occasione importante, è vero, ma un primo risultato l'ha ottenuto: per gli appassionati italiani non è più soltanto "Zigulì". Prima o poi arriverà, anche per lui, il momento di raccogliere quanto di buono ha seminato nel corso degli anni: ora, però, c'era un'altra storia da raccontare.


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domenica 12 giugno 2011

Le voci su Giovinco e la Juventus di Conte


Dire che di Sebastian Giovinco i tifosi bianconeri si erano quasi dimenticati è una bugia bella e buona: grazie alle tre reti segnate alla Juventus indossando la maglia del Parma nelle due gare disputate contro di lei nel campionato appena concluso, il piccolo centrocampista ha indubbiamente trovato il modo peggiore (o migliore, a seconda dei casi) per farsi ricordare dai suoi vecchi sostenitori.

Ora che ha tinto la propria carriera con l’azzurro della nazionale maggiore, quella dei grandi allenata da Cesare Prandelli, dopo aver fatto la trafila di tutte le minori (partendo dall’under 16 sino ad arrivare a quella Olimpica), le porte del calcio che conta si sono aperte definitivamente anche per lui.

Milanista di nascita (seguendo le direttive della famiglia) e juventino d’adozione, è cresciuto con la Vecchia Signora nella testa e nel cuore con la speranza di recitare un ruolo importante al suo rientro nella casa madre avvenuto nell’estate del 2008, dopo essere stato parcheggiato da Madama a Empoli per una stagione.

Rischiò di finire subito nel pacchetto che portò Amauri sotto la Mole, mentre l’anno prima era entrato a far parte dell’operazione che consentì l’acquisto di Almiron da parte della Juventus. Del centravanti italo-brasiliano è stato compagno di squadra sia a Torino che con i ducali, e - secondo una voce rimbalzata negli ultimi giorni - tra le tante (infinite) ipotesi del mercato estivo stavolta sembrerebbe toccare proprio a quest’ultimo il compito di recitare il ruolo di pedina nello scambio che riporterebbe Giovinco in bianconero.

Sia che si tratti di una semplice bufala oppure di un importante indizio utile a capire una volta per tutte le (reali) intenzioni della Juventus su di lui, resta la notizia che Sebastian è finito nella tribù dei "piccoli" (d’altezza) che potrebbero movimentare voci e trattative nell’estate del pallone che verrà: dai più celebrati (Tevez, Sanchez, Aguero, Sneijder) alle promesse ormai consacrate sulla rampa di lancio (Hazard, Giuseppe Rossi), tanto per fare qualche nome tra quelli che quotidianamente si possono trovare sulle prime pagine di quasi tutti i giornali.

Terminata l’epoca del calcio muscolare negli ultimi anni ha preso il suo posto quella dei brevilinei, dei bassi di statura, tipici di un Barcellona plurivittorioso dal gioco spettacolare espresso sul campo da un gruppo di titolari dall’altezza media di 177 centimetri spalmata in tutti i reparti, compresa la linea mediana dove regnano Xavi e Iniesta (due "giganti", col pallone tra i piedi) e l’attacco composto dai vari Villa, Pedro e Messi, "pulce" di (sopran)nome ma non di fatto.

Le luci della ribalta sono sempre per i più bravi, un po’ come accade a scuola quando chi studia e si applica prende i voti migliori mentre a chi copia di nascosto dallo sguardo dell’insegnante non rimane che la speranza di ottenere il massimo dei risultati con il minimo sforzo.

Pensare che il solo fatto di riprodurre nel proprio club un duplicato di schemi e sistemi funzionanti in un altro possa portare gli stessi frutti è il modo migliore per avvicinarsi ad un fallimento prima ancora di avere iniziato a partecipare a qualsiasi competizione.

In questo senso Josep Guardiola, allenatore tanto umile quanto bravo, negli istanti successivi alla fresca vittoria in Champions League dei catalani sul Manchester United fu esplicito: "Oggi tutto il mondo ha visto che abbiamo vinto giocando bene. Se posso replicarlo in un’altra squadra? Non credo. Se arriva un altro presidente con un sacco di milioni di euro capace di comprarmi il 90% di questi giocatori, forse sì. Ma non credo".

Sia Arrigo Sacchi che Fabio Capello sedettero sulla panchina del Milan in due momenti diversi: nel primo scrissero alcune tra le pagine più belle della storia dei rossoneri, nell’altro collezionarono rispettivamente un undicesimo ed un decimo posto in campionato (dal 1996 al 1998). La società e gli allenatori rimasero gli stessi, furono i giocatori ad essere cambiati: per età, logorio fisico e qualità (dei nuovi) minore rispetto a quella del passato.

La differenza è nella tecnica: le squadre migliori, se ben gestite, a lungo andare non possono che ottenere i risultati sperati.
Difficilmente nella lunga storia della Juventus le vittorie non sono arrivate grazie alle gesta di campioni straordinari rimasti nei ricordi dei tifosi: in questo senso Madama non ha nulla da invidiare (o copiare) a nessun club del mondo.
E’ quello il modello da riprodurre: tornare ad essere se stessi.

Nella Vecchia Signora che verrà, quella guidata da Conte, ci potrà pur essere spazio per gli "attributi", il "sudore", il gioco offensivo e la fantasia, ma quello che non dovrà mai mancare sarà la classe.
Andrea Pirlo in questo senso rappresenta un gustoso antipasto, ma non basta. C’è ancora un’estate intera davanti per portare a Torino altri grandi giocatori: alti o bassi che siano, poco importa. Dovranno semplicemente essere forti. Adesso non ci sono più scuse.

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lunedì 11 ottobre 2010

Da domenica inizia il nuovo tour de force della Juve


Gli impegni della nazionale di Cesare Prandelli hanno comportato, dall'inizio della stagione ad oggi, due soste per il campionato di serie A: quella tra la prima e la seconda giornata (28/30 agosto - 11/12 settembre) e l'attuale, a cavallo tra la sesta e la settima (2/3 ottobre - 16/17 ottobre).

A settembre la Juventus ripartì con un tour de force che prevedeva sette incontri (cinque in campionato e due in Europa League) in poco meno di un mese. Visti l'esito e la deludente prestazione offerta dalla squadra di Del Neri nella gara d'esordio contro il Bari, le speranze di una veloce ripresa dei bianconeri si legarono a doppio filo con le aspettative dei tifosi sulle novità che gli ultimissimi giorni della sessione estiva del calciomercato avrebbero potuto portare.

Il campionato riprese con la partita contro la Sampdoria (12 settembre), affrontata con uno stato d’animo non molto diverso da quello delle settimane precedenti. Anzi, peggio: in quel momento c'era la consapevolezza di dover affrontare tutti gli incontri sino alla riapertura delle trattative (3 gennaio 2011) con una rosa non all'altezza della situazione, senza l'arrivo - oltretutto - del "campione" tanto atteso.

Nelle gare contro i blucerchiati e il Lech Poznan la Vecchia Signora replicò lo stesso risultato: 3-3, sei goals fatti e altrettanti subiti. L’incontro di Udine (vittoria per 4-0) diede l'illusione che la squadra avesse imboccato subito la direzione giusta, lasciandosi alle spalle le prime partite condite da troppi dubbi e poche certezze.

Ma da un terremoto societario come quello che ha investito la Juventus la scorsa estate, con una rivoluzione che ha toccato (quasi) tutte le sue componenti (dal Presidente alla squadra), non si poteva che prevedere la presenza di alcune scosse di assestamento. Ed ecco, puntuale, lo scivolone interno con il Palermo (1-3).

Dopo la vittoria con il Cagliari (4-2) e al termine delle due gare più delicate sia per le prospettive di classifica che per la consistenza delle avversarie (Manchester City e Inter), l'undici di Del Neri sembra aver trovato adesso un maggior equilibrio.

Scorrendo la classifica del campionato questa impressione può trovare un riscontro anche nei numeri: a fronte di 6 gare giocate, ci sono due vittorie, due sconfitte e due pareggi, ottenuti attraverso un identico comportamento della Juventus sia a Torino che lontano dall’Olimpico.

La sosta sopravvenuta dopo la gara con l'Inter, anche per l'impatto emotivo provocato dall'ottima prestazione degli uomini di Del Neri, ha lasciato l'amaro in bocca: la strada imboccata sembrava essere quella giusta, ora la speranza è di ricominciare già dal prossimo incontro con il Lecce da quel punto. Con l’obiettivo, stavolta, di prenderne tre.

Ma se il primo tour de force era sembrato difficile da affrontare, il prossimo, quello che inizierà da domenica 17 ottobre, sarà sicuramente più impegnativo: quindici partite in due mesi! Quattro di queste sono valevoli per l'Europa League, e porteranno alla conclusione del gironcino; le altre undici si disputeranno per il campionato.

Milan e Genoa in trasferta, Roma, Fiorentina e Lazio in casa, il Manchester City all'Olimpico: ecco alcune tra le gare, almeno sulla carta, più impegnative. Ma quello che preoccupa maggiormente, a prima vista, è la mancanza di capacità della Juventus di mantenere alta la concentrazione anche nei confronti con avversarie apparentemente alla portata. Ed è questo il prossimo salto di qualità che la Vecchia Signora dovrà compiere: non lasciare nulla al caso e agli avversari, evitando di commettere errori banali dettati da semplici distrazioni. Che poi si finisce col pagare caro. Sempre.

E come i pennoni di acciaio che reggeranno la copertura del nuovo stadio che sorgerà dalle macerie del "Delle Alpi" sono stati sollevati da terra, adesso anche Del Neri, con l'aiuto della società, dovrà continuare l'opera di (ri)costruzione della squadra. Nella speranza di non dover più ripartire, la prossima estate, nuovamente da zero. Così come è capitato troppe volte negli ultimi anni.

Andrea Agnelli si è insediato da pochi mesi nel ruolo di Presidente bianconero al posto di Jean Claude Blanc. Proprio qualche giorno fa, nel corso di un'intervista rilasciata alla trasmissione "(E' sempre) Calciomercato" (Skysport1), Cobolli Gigli pronunciò queste parole: "A posteriori si può dire che l'incontro fra Blanc e Lippi fu una piccola imprudenza... Diciamo che fu una superficialità, dovuta anche alla non conoscenza di quella che è l’attenzione che gli italiani danno a tutte queste cose....".
E dire che sembrava esistessero soltanto tifosi di "serie C"…

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giovedì 8 luglio 2010

Una Juventus da chiamare per nome



Nell’aprile del 2009, a Recco, Marcello Lippi era stato protagonista con Jean Claude Blanc di un pranzo tristemente passato alla storia (bianconera): lì si celebrò la fine dell’era Ranieri (ancora in corso), e si gettarono le basi per un progetto calcistico mai completato. Quello della Juventus e della nazionale azzurra legate a doppio filo dalla figura dell’ex tecnico bianconero, con risultati che avrebbero dovuto portare benefici a tutte le parti in causa.

Martedì scorso, a Viareggio, ospite dello stesso Lippi è stato Cesare Prandelli da Orzinuovi, nuovo CT dell’Italia e suo successore alla guida della nazionale.
Lì si è parlato della "nuova" Italia: quella dei giovani e degli oriundi, quella che dovrà ripartire dal fallimento sudafricano. Senza, però, il suo ultimo selezionatore.

"Non buttero via l’eredità di Marcello Lippi"
Queste sono state le ultime ammissioni dello stesso Prandelli, al termine del passaggio di consegne e prima di partire per le vacanze.

E Luigi Del Neri?
Lui non ha pranzato con nessuno: si è ritrovato a (quasi) 60 anni sulla panchina della Juventus, realizzando i sogni di un allenatore quando ormai la carriera inizia ad intravedere le sue ultime stagioni. Ha ora in mano una squadra mista di giovani, giocatori esperti, campioni da ricostruire, da "inquadrare" in un nuovo contesto o rivendere ad un prezzo che non generi (esagerate) svalutazioni. Il suo primo obbligo, ad oggi, è quello di renderla presentabile (ed in forma) per il 29 luglio, data del primo incontro ufficiale (andata dei preliminari di Europa League).

Non esiste un’eredità da conservare della Juventus dell’anno scorso, a meno che non ci si riferisca ai vari Buffon, Chiellini e Marchisio. Per quanto riguarda il resto, molto era da cambiare. In parte, qualcosa è già stato fatto.
Lui è stato scelto per la sua natura di allenatore "dittatore-democratico", perché la disciplina, tra le altre cose, era uno degli ingredienti che più mancava nel menù quotidiano di Vinovo.

Padre della Juventus che verrà è Andrea, l’ultimo degli Agnelli, il Presidente che vuole essere semplicemente chiamato per nome. Quello che sale a Pinzolo e si immerge con naturalezza tra i tifosi presenti nel ritiro bianconero, ascolta le (ovvie) preghiere ("Fatti restituire i due scudetti, che sono nostri", "compra Dzeko o Krasic"), ma rimane sensibile al motto caro alla Famiglia: "Dobbiamo essere all’altezza della nostra storia, delle nostre tradizioni, poche parole e fatti".

Il calciomercato estivo del 2010 è iniziato ufficialmente il 1° luglio, e si concluderà il 31 agosto, alle ore 19.00. La rivoluzione bianconera ha avuto inizio in società, nei vertici alti: dalla presidenza in giù, molto (quasi tutto), è cambiato. Per chi manca all’appello, dovrebbe essere solo questione di tempo.
Prima di ricostruire una squadra come la Juventus, era necessario si creasse una dirigenza all’altezza di un simile impegno: una volta terminato questo primo (grande) passo, è stato possibile iniziare il cammino verso quello successivo.

Gli acquisti appena conclusi (sicuramente non di "grido") sono serviti a puntellare la rosa nei punti dove è stato ritenuto possibile intervenire sin da subito. Adesso si passerà alle cessioni, per poi tornare - anche in parallelo a quest’ultime - alle nuove entrate.

Si parla spesso, al giorno d’oggi, di puntare sui giovani, quando questo - però - richiede "tempo" e "pazienza" per poterne raccogliere i primi risultati. Si chiede da più parti una società in grado di programmare il proprio futuro, aspettandosi anche riscontri immediati. Non accorgendosi, in realtà, che le due cose sono in contrasto tra loro. Per tanto è stato chiesto, a gran voce, un "ribaltone societario" in seno alla Vecchia Signora: una volta che si è concretamente realizzato, adesso ci si immagina che dall’oggi al domani una FIGC lenta più che mai riconsegni alla Juventus i due scudetti tolti nel 2006. Si attendeva da anni un dirigente capace di muoversi tra le ragnatele del calciomercato: ora che Marotta e il suo staff hanno messo piede a Vinovo, ci si aspettano acquisti di campioni da un momento all’altro, trascurando, a volte, che nella gestione societaria pesano (e non poco) giocatori acquisti a prezzi altissimi (difficili da rivendere senza creare minusvalenze) e dagli stipendi spropositati (in relazione al loro effettivo valore tecnico e/o al loro contributo recente alla causa bianconera).

Con un gruppo forte e unito, verso un’unica direzione, si va lontano. Senza la classe, non si vince. Il 31 agosto, al termine del calciomercato estivo, sarà possibile stilare una valutazione globale di una squadra da rifondare non (sol)tanto dalle ceneri di Farsopoli, ma da una gestione dissennata durata quattro anni. Questo è il tempo effettivamente trascorso nella speranza che le numerose promesse fatte si tramutassero in realtà.
Attendere ancora (meno di) due mesi per dare modo alla nuova gestione di costruire una squadra competitiva può non essere così difficile. Soprattutto se, al termine di questo breve periodo, la si potrà tornare a chiamare "Juventus". Senza incertezze. E per nome.

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Dedico questo articolo all'allenatore della Juventus, Luigi Del Neri, colpito oggi da un grave lutto in famiglia

sabato 26 giugno 2010

Marcello Lippi dalla Juve all'Italjuve



"No, non siamo questi. Non possiamo essere questi". Lippi non ci credeva, dopo aver guidato la nazionale nell’amichevole contro il Messico, ultimo test prima del via di questi mondiali.
Invece era proprio così: l’Italia era brutta, e tale è rimasta per tutta la durata della sua (breve) partecipazione alla manifestazione sudafricana.

In campo, quella sera (3 giugno), c’erano sia Buffon che Pirlo. E il problema della mancanza di gioco si sentiva forte, così come l’assenza di identità di una squadra che ruotava intorno agli schemi per trovare certezze. Troppo tardi: con l’esordio contro il Paraguay alle porte, queste convinzioni avrebbero dovuto già essere in cantiere. Marchisio provato trequartista era la fotografia di un gruppo senza una guida sicura delle proprie idee. Da Lippi ci si aspettava quel qualcosa in più che compensasse il "gap" di tasso tecnico che separava l’Italia - almeno nei pronostici iniziali - da Argentina, Brasile, Inghilterra e Spagna.

Capace di stravolgere la squadra a partita in corso, in questa competizione lo ha fatto "prima" di ogni gara. Alla fine ne è nata una confusione della quale gli stessi giocatori ne sono stati vittime. Tramutandole, in alcuni casi, in alibi dietro i quali nascondere le loro infelici prestazioni. Già prima dell’incontro con il Paraguay si era visto che Pirlo non era sufficiente a illuminare il gioco degli azzurri: bloccato lui, la nazionale diventava lenta e prevedibile. Iniziare il mondiale con la sua assenza è stata la mannaia sulle speranze di un cammino che difficilmente avrebbe portato alla vittoria, ma quantomeno avrebbe dovuto evitare una figuraccia simile.

Dal "massimo" (2006, in Germania) al "minimo" (oggi): il tutto in quattro anni. Sono passati due allenatori (Donadoni e il Lippi-bis), ma non sono sbocciati nuovi talenti al livello di quelli che avevano portato la nazionale in cima al mondo. Si rimpiangono gli assenti (Cassano, Balotelli, Miccoli, D’Agostino,…) ma i problemi erano (e rimangono) ovunque. Cambiando l’ordine dei calciatori, il risultato non cambia: perché la qualità è quella. Basta leggere la lista dei giocatori che dovrebbe far parte del nuovo gruppo di Prandelli per capire che la ricostruzione sarà lunga e non priva di ostacoli. Se si vogliono creare illusioni, allora si prepari il plotone d’esecuzione per le prossime critiche all’ex tecnico dei viola.

Certo, spremendo il gruppo sin dove possibile, su qualche risorsa si sarebbe potuto/dovuto puntare maggiormente: quel Quagliarella in panchina sino all’inizio del secondo tempo della terza (e ultima) partita (decisiva), grida ancora vendetta. Il suo goal, quello del pallonetto e della crudele illusione di un pareggio da raggiungere all’ultimo istante di gara, oltre ad essere stato un bellissimo gesto tecnico dava l’idea della serenità e delle convinzioni interiori di un ragazzo lasciato - sino ad allora - ai margini del torneo. Non aver "visto" in allenamento questo, rappresenta un errore non da poco l’ormai ex Commissario Tecnico. Ma difficilmente l’attaccante partenopeo ci avrebbe fatto vincere questa competizione, o risolto le mancanze di gioco, idee, tecnica e condizione fisica degli azzurri.

Le vittorie di Lippi sono nate sotto il segno del furore agonistico delle sue squadre: la nazionale e "le" Juventus che ha guidato lo testimoniano. Nei primi due anni a Torino chiese a Vialli, Ravanelli e Del Piero - in fase difensiva - di fare anche i terzini. Trascorsi 24 mesi di vittorie e chilometri percorsi sui campi di gioco, capì (con la vecchia dirigenza) che ai primi due non c’era più molto da chiedere (l’età, oltretutto, avanzava): vennero così sacrificati sull’altare di un cambiamento che portò Zidane (trequartista) e Boksic (attaccante) in bianconero, con il successivo avanzamento dello stesso Del Piero al ruolo di seconda punta.

Si continuò a vincere, con la medesima "tensione" che portava la squadra a cercare di imporre il proprio gioco ovunque e contro chiunque. Il resto, è storia. In nazionale non ha avuto la possibilità di sacrificare qualche uomo in funzione delle sue idee: non trovando (e non credendo a) valide alternative, si è fidato di un gruppo ormai logoro, fisicamente ancor prima che mentalmente. In buona parte, composto da giocatori bianconeri (vecchi e nuovi). Anche questo, da poco, "è storia". Rimane da chiedersi se sia stato peggio nel 1966 (contro la Corea del Nord di Pak Doo Ik) o nel 2010. Ma anche in questo caso, cambiando l’ordine delle umiliazioni, il risultato non cambia: è stato un fallimento, e tale rimarrà nel tempo.

Dai trionfi alle sconfitte, dalle imprese epiche alle umiliazioni: più vinci più aumentano le responsabilità, le pressioni che ti circondano. E i tonfi, quando arrivano, si sentono forti e chiari. L’essersi preso immediatamente le responsabilità di tutto quanto è successo in Sudafrica è servito - se ancora fosse necessario - a dare la dimensione di un uomo che non si è mai nascosto dietro un dito, mettendoci sempre la faccia. Anche oltre il dovuto.
Il primo Lippi in bianconero lasciò nel corso di una stagione dove già si sapeva che il suo ciclo sarebbe finito; prima di questi mondiali, era nota a tutti la scelta di Prandelli come nuovo CT della nazionale (in bocca al lupo). Per quel poco che conta, non è un caso.

Rimane il fatto che quando i fallimenti - non limitati a quanto accade nel campo di gioco ma ad un "movimento calcistico" intero - si ripetono, l’allenatore non può essere visto come il principale responsabile. Abete è ancora lì, e lì continuerà a rimanere. Nella speranza che qualcuno "sotto" di lui ripeta il miracolo di Berlino, per far dimenticare a tutti - per qualche momento - che il nostro calcio è da cambiare radicalmente. A cominciare proprio da lui.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Un pensiero (ed un ringraziamento) ad un amico, che mi ha segnalato questo simpatico video