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giovedì 18 ottobre 2012

La nazionale vince e frena le polemiche


Prima di fare qualsiasi considerazione sulle gare appena disputate dalla nazionale di Cesare Prandelli contro Armenia e Danimarca, lasciamo che siano i numeri a parlare: sei goals segnati, due subiti, sei punti conquistati e la distanza sulla seconda in classifica nel girone B di qualificazione ai mondiali brasiliani (attualmente la Bulgaria) portata a quattro lunghezze.
A onor del vero va ricordato che la Repubblica Ceca, terza, dovrà disputare ancora una partita. Nell'ipotesi in cui dovesse vincerla, comunque, si porterebbe a quota "meno due" dall'Italia.

Questo doppio impegno ravvicinato degli azzurri verrà ricordato, nel tempo, come uno dei peggiori viatici possibili all'ormai prossimo scontro in campionato tra Juventus e Napoli, in programma sabato 20 ottobre a Torino. Non sono mancati, infatti, sospetti, veleni, illazioni a non finire su qualsiasi situazione potesse riguardare - direttamente o indirettamente - alcuni tra i probabili protagonisti della gara, anche se in questi giorni si trovavano sparsi per il mondo con le rispettive selezioni.
Stuzzicata in conferenza stampa in merito al celebre "biscotto" contro la Svezia negli Europei del 2004, la comitiva danese ha fatto fatica a nascondere - dietro sorrisi di circostanza - qualche fastidio. Gli è poi bastato buttare l’occhio in serie A per rimandare al mittente qualsiasi tipo di insinuazione sul comportamento tenuto in Portogallo otto anni fa.

Armenia e Danimarca non erano certo ostacoli insormontabili per gli uomini di Prandelli, ma il fatto di essere riusciti a non scivolare sulla classica buccia di banana rappresenta comunque una nota di merito.
Se nelle gare precedenti (contro Bulgaria e Malta) era mancato Balotelli, in quest’occasione il commissario tecnico ha deciso di rinunciare ad Antonio Cassano. Gianluigi Buffon, sul tema, ha mostrato di avere le idee chiare: "L’assenza di Cassano in questa Italia non mi sorprende. Il progetto adesso prevede forza fresche, sperando che l’evoluzione sia rapida. Il Mondiale infatti non è così lontano, e anche la Confederations Cup a giugno andrebbe onorata".

Il fantasista dell'Inter non si è perso d'animo, trovando il modo di far parlare di sé: ospite della trasmissione “Che tempo che fa”, condotta da Fabio Fazio, ha motivato il suo mancato passaggio alla Juventus affermando di averla "rifiutata" in tre diverse occasioni. Perché? "Ho l’idea che lì vogliano solo soldatini che vadano diritti sul binario". Leonardo Bonucci, tramite il proprio profilo ufficiale di twitter, gli ha risposto usando meno dei 140 caratteri disponibili: "Più che soldatini... professionisti!".

Punto e a capo.

De Rossi e Osvaldo, momentaneamente accantonati da Zeman alla Roma, si sono tolti qualche soddisfazione in nazionale: con una rete a testa hanno spinto l'Italia alla vittoria ottenuta in Armenia (3-1, a Yerevan). In vantaggio grazie al rigore realizzato da Pirlo (il migliore in campo), gli azzurri - infatti - erano stati momentaneamente raggiunti da Henrikh Mkhitaryan, l'uomo di spicco dello Shakhtar Donetsk di Lucescu. Prandelli, contento in un primo momento per l'esito della gara ("Ho visto una grande partita di una squadra con grande personalità. Non voglio parlare di svolta, ma avevamo bisogno di una partita così"), ha poi cambiato improvvisamente umore dopo aver letto i giornali ("Avevamo pensato di aver fatto una buona gara e il clima nello spogliatoio alla fine lo confermava, ma leggendo i giornali abbiamo letto qualcosa di diverso. A parte la Spagna, non ci sono squadre che dettano legge in ogni partita o vincono ancora prima di iniziare").

Contro la Danimarca, a Milano, De Rossi è stato nuovamente protagonista, segnando il goal del raddoppio dopo la prima rete messa a segna da Montolivo. Di Kvist e Balotelli (ottima la sua prestazione) le altre marcature della serata (3-1 il risultato finale). Osvaldo, espulso all'inizio della seconda frazione di gioco, è finito dietro la lavagna. Stavolta Prandelli era visibilmente soddisfatto: "In 10 abbiamo lottato con ordine e determinazione. Ora siamo in po’ più sereni ma dobbiamo migliorare. La rete subita alla fine del primo tempo poteva costarci cara. Ma in dieci siamo stati molto ordinati anche se abbiamo speso molto".

La settimana azzurra si chiude con il lieto fine, con la ciliegina sulla torta rappresentata dai complimenti che Lionel Messi ha riservato ad Andrea Pirlo. Subito dopo la gara vinta dall'Argentina contro l'Uruguay, dove ha segnato l'ennesima doppietta della carriera, ha infatti dichiarato: "La mia punizione è nata guardando quella che Andrea ha fatto contro il Siena, facendo passare la palla sotto la barriera avversaria". La risposta dello juventino non si è fatta attendere: "Davvero ha detto così? Non lo sapevo, mi fa piacere".
Tutto bello, nella speranza che duri.
Perché sabato prossimo ci sarà Juventus-Napoli, ed è forte il sospetto che le polemiche che l’accompagnano possano rovinare un simile momento di festa.
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mercoledì 4 luglio 2012

Euro 2012: L'Italia non è pronta a vincere


Prima del fischio d'inizio della finalissima contro la Spagna Cesare Prandelli aveva riassunto la sua esperienza da commissario tecnico degli azzurri in una breve riflessione: "Quando ho preso la Nazionale due anni fa volevo soprattutto far innamorare la gente, farle ritrovare l’entusiasmo per l’Italia. E in questo senso abbiamo centrato l’obiettivo". Ultimati i novanta minuti di gioco ha lasciato Kiev con una profezia: "Vincere l'Europeo avrebbe fatto bene, ma avrebbe tolto l'equilibrio a qualcuno: non siamo ancora pronti a vincere, quando lo saremo vinceremo e rivinceremo ancora, senza alti e bassi né disagi".

Dall'esordio contro le Furie Rosse (10 giugno) sino all'atto conclusivo della manifestazione (1° luglio) sono trascorsi ventidue giorni, il tempo necessario per far decollare la squadra in mezzo a mille difficoltà per poi vederla atterrare in prossimità del traguardo esausta e priva di forze. Da subito si sono perse le tracce di alcuni tra i convocati da Prandelli, dato che la strategia scelta è stata quella di vivere alla giornata fino a quando i risultati minimi da raggiungere (Spagna, Croazia e Irlanda nel girone) e le bellissime prestazioni offerte (Inghilterra e Germania) lo hanno consentito.

Fallita la spedizione in Sudafrica due estati or sono sembrava palese che l'Italia non avrebbe recitato un ruolo di primo piano nel panorama calcistico per diversi anni. L'atmosfera era diventata simile a quella già vissuta nel periodo immediatamente successivo al campionato del mondo disputato in Germania Ovest nel 1974 (all'epoca del "vaffa" di Chinaglia a Valcareggi per la sostituzione decisa durante la gara vinta contro Haiti, per intenderci). Nel corso del tempo, allora come oggi, si era deciso di puntare su un blocco di giocatori provenienti da un unico club (la Juventus) completandolo e rinforzandolo con l'apporto di altri elementi di valore assoluto presenti in serie A. In Argentina (1978) arrivarono i primi segnali di risveglio, in Spagna (1982) - dopo il deludente Europeo ospitato nel 1980 - venne conquistato il terzo alloro mondiale.

"Non siamo ancora pronti a vincere", sostiene Prandelli. Il concetto, se allargato anche alla sua figura, può essere condivisibile. La Roja campione di tutto ha dimostrato che per "vincere e rivincere" sono necessarie esperienza, competenza, una sana programmazione e la fortuna di poter gestire un gruppo di calciatori dall'elevato spessore tecnico. Non sempre, però, la somma di tutti questi valori garantisce il successo: la Germania di Joachim Löw, in tal senso, ne è un chiaro esempio.

Stretta nella morsa dell'indifferenza generale (delle società e del pubblico, una volta tolti i maxischermi dalle piazze) adesso l'Italia proverà a conquistare l'accesso ai prossimi mondiali che si terranno in Brasile nel 2014. Ridurre l'avventura degli azzurri in questo Europeo alla sola disfatta patita in finale (0-4) sarebbe ingeneroso nei confronti dei progressi mostrati nell'intero arco del torneo. Esiste una base concreta sulla quale lavorare per il prossimo futuro. La strada da intraprendere per tornare a sollevare un trofeo, però, sarà lunga.
Convincersi del contrario potrebbe rivelarsi un errore imperdonabile.

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sabato 30 giugno 2012

Euro 2012: Provaci ancora, Mario


Joachim Löw, commissario tecnico della nazionale tedesca, stavolta ci credeva veramente: "Vogliamo cambiare il corso della storia, ma tutto quello che è accaduto in passato non inciderà sulla partita di domani". Poi, però, il campo ha continuato a scrivere una storia letta e riletta nel corso degli anni: vince l'Italia, la Germania torna a casa con la stessa sensazione di impotenza che l'ha accompagnata più volte in passato.

Eppure il tappeto rosso che avrebbe dovuto condurla in finale (contro le Furie Rosse) era già steso sulla strada che porta a Kiev: due giorni in più di riposo rispetto agli uomini di Prandelli (stanchi per aver piegato ai rigori l'Inghilterra), qualche problema muscolare per diversi azzurri, l'entusiasmo di un gruppo prossimo alla sua consacrazione definitiva, quindici successi consecutivi, la consapevolezza di essere considerati - al pari della stessa Spagna - la più bella del reame.

I loro guai, al solito, iniziano quando dal tunnel che porta al campo da gioco sbucano fuori gli italiani. Mondiali o Europei non fa differenza, anche se analizzando tutti gli scontri diretti ci si può facilmente accorgere come i più celebrati non sono stati giocati durante la manifestazione continentale (in Messico nel 1970, in Spagna nel 1982 e in Germania nel 2006).

Varsavia, quindi, è diventato un nuovo, importante capitolo della storia che intreccia le sorti di due tra le nazioni più importanti del pianeta calcio. "La Germania è molto forte, ma nessuno è invincibile. L’Italia non ha il ’braccino corto', cresce e giocherà con coraggio per attaccare", sosteneva Prandelli prima del match. Mario Balotelli sembra aver preso alla lettera le parole del suo allenatore: dal ragazzo che si addormenta di fronte a Casillas nel primo incontro di questo Europeo a quello che impalla con due reti (una più bella dell'altra) il tedesco Neuer c'è una differenza abissale.

Anche in questo caso il commissario tecnico, a suo tempo, era stato profetico: "Mi ha spiegato cosa è successo con la Spagna. Stava cercando il modo per servire Cassano davanti alla porta e non si è accorto del recupero di Sergio Ramos. Sono sicuro che l’episodio non lo condizionerà: dopo un errore un grande giocatore si prepara perché l’occasione si ripeta e non la sbagli più".

Adesso, quindi, sotto con i detentori del titolo. L'Italia finirà questo Europeo affrontando la stessa avversaria con la quale lo aveva inaugurato. Nel ruolo di sfavorita (quello che più le si addice), con un giorno in meno per recuperare le energie (gli spagnoli, però, in semifinale ne hanno spese parecchie), al termine di un percorso dove i problemi e le polemiche non sono certo mancate.

Sulla fascia sinistra è partita con il "piccolo" Giaccherini (nel 3-5-2) per arrivare al "gigante" Chiellini (4-4-2), con lo spostamento di Balzaretti sulla corsia opposta (in mancanza di Abate). A proposito del biondo fluidificante del Palermo: è vero che sono trascorsi diversi anni, però senza Calciopoli e il conseguente arrivo a Torino di Jean Claude Blanc sarebbe stato difficile immaginare una sua cessione a cuor leggero da parte della Juventus. Contro i tedeschi era l'unico difensore non bianconero schierato a protezione di Buffon.

De Rossi (avanzato sulla linea mediana, complice il rientro di Barzagli) e Montolivo hanno portato peso e dinamicità ad un centrocampo che a Kiev dovrà vedersela con l'ormai nota serie infinita di "tiqui-taca" degli spagnoli. A Danzica (10 giugno) gli azzurri avevano resistito bene all'urto contro i campioni in carica, commettendo un grave errore nel dilapidare il vantaggio per 1-0 (Di Natale) in soli tre minuti. Uno di quelli, per intenderci, che fanno tanto arrabbiare Buffon, visto scurissimo in volto all'uscita dal campo dopo la partita contro la Germania: "Non si può tenere in vita così l'avversario, ecco perché ero furibondo".

Balotelli, tra i peggiori all'esordio, dimostra di avere le idee chiare in previsione della prossima gara: "Spero di vincere, non importa se gioco male". A quello, in fondo, penseranno i vari Pirlo e Iniesta. Gli spagnoli, dal canto loro, proveranno a battere gli azzurri per la prima volta nella loro storia senza usare la scorciatoia dei calci di rigori.

In chiusura è corretto riconoscere la bontà delle previsioni di José Mourinho in merito al cammino della nazionale di Prandelli ("In questo Europeo l'Italia può arrivare molto lontano").
Nel momento in cui pronunciò quelle parole, oltretutto, il carro degli azzurri era ancora vuoto.
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domenica 31 ottobre 2010

Ecco il derby d'Italia. E quelle "cassanate"...


Senza Krasic non sarà la stessa cosa, ma si giocherà comunque: ecco il derby d'Italia, Milan-Juventus. Finalmente.
Dopo tante parole e moltissime polemiche, le due squadre stasera scenderanno sul prato verde di San Siro.
Alle 20.45 verrà dato il via alle danze: chi ci sarà giocherà, agli esclusi non rimarrà che guardare l'incontro dalla tribuna. O dalle proprie abitazioni: la sofferenza per non poter partecipare alla festa non mancherà comunque.

Il Diavolo brasiliano potrà permettersi di rinunciare a Ronaldinho senza problemi: Robinho è riuscito a riprendersi a tempo di record dal tremendo colpo al volto che Aronica gli ha sferrato lunedì scorso, verso la fine dell'incontro tra i rossoneri e il Napoli nel posticipo giocato allo stadio "San Paolo".
Meno male che l'arbitro (Rizzoli) non si è accorto di nulla: il difensore partenopeo, stavolta, ha rischiato davvero grosso.

Se fosse stata utilizzata anche in questo caso la prova televisiva, e avesse dimostrato la chiarissima intenzione di far passare l'attaccante del Milan per un simulatore, il prosieguo della sua carriera sarebbe stata seriamente a rischio. Oltretutto con l'aggravante di aver militato per due stagioni alla Juventus, disputando una gara. Ma tanto basta, Italia, per passare - di fatto - dalla parte dei "colpevoli" per antonomasia.

Un pizzico di ironia, condita da un sano realismo che non deve passare per vittimismo (quello lasciamolo a chi ne ha fatto una ragione di vita): siamo la Juventus, "orgoglio gobbo" a volontà e avanti a testa alta. A Milano stasera così come a Torino giovedì prossimo (con Krasic in campo - Tosel permettendo, non si sa mai), dove la Vecchia Signora dovrà cercare di ottenere la sua prima vittoria nel gironcino dell'Europa League.

In un'interessante intervista rilasciata al taccuino di Giovanni Battista Olivero, e comparsa oggi sulle pagine della "Gazzetta dello Sport", Paolo Maldini (oltre a ringraziare Del Piero per le belle parole spese nei suoi confronti e aver fatto altrettanto con lui) ha fornito una semplice definizione di "grande squadra": "una grande squadra ha una faccia sola: in casa e in trasferta".

Le parole pronunciate da Del Neri nel corso della consueta conferenza stampa di ieri vanno verso questa direzione: "non firmo per il pari, perché sono convinto che faremo una grande partita. Ce la giochiamo alla pari con chiunque, sempre". Se le lacune tecniche della rosa bianconera, aggiunte alle assenze, potevano indurre a pensare ad un atteggiamento più prudente da parte dell'allenatore friulano, le sue frasi ed il piglio con il quale si appresta a guidare la Juventus stasera nell'incontro con il Milan mostrano una precisa volontà: quella di dare un'identità chiara e univoca alla sua creatura.

La gara in trasferta giocata contro l'Inter (3 ottobre), terminata con il risultato di 0-0, contribuì ad accrescere autostima e sicurezze nel gruppo di Del Neri. La successiva vittoria casalinga ottenuta contro il Lecce confermò le speranze che la Juventus avesse (veramente) intrapreso la strada giusta, senza più alti e bassi o cali di concentrazioni improvvisi. I due ultimi pareggi di Salisburgo e Bologna hanno smorzato l'entusiasmo dell'ambiente: se la difesa ha dato concreti segnali di miglioramento, il problema più grosso - adesso - è là davanti.

E se la qualità del centrocampo bianconero era riuscita - in alcune gare - a mascherare le difficoltà realizzative, ora Del Neri dovrà aggrapparsi alle buone intenzioni di Martinez nella speranza che riesca a non far rimpiangere più del lecito Krasic. Magari attraverso un atteggiamento in campo della squadra ancora più elastico del solito, attraverso i movimenti (dieci metri avanti o indietro) dello stesso uruguaiano, di Felipe Melo e Quagliarella (in primis), la Juventus potrebbe passare - nell'arco dell'incontro - dallo schema classico al 4-1-4-1 o al 4-3-3.
Anche se fa uno strano effetto parlare in questo modo di un gruppo di giocatori schierati in campo da un allenatore che ha abbracciato il 4-4-2 come un credo (calcistico) a cui non sembrava voler rinunciare.

Questa volta, oltretutto, non si potrà non dare un'occhiata alla classifica: una vittoria del Milan porterebbe i rossoneri a otto punti di distanza dalla Juventus, mentre l'Inter (con Lucio in campo ieri nella gara vinta contro il Genoa, nessuna simulazione e prova televisiva anche per lui dopo l'incontro col Bari) si trova già a sei punti.

Tra le occasioni che la sessione invernale del calciomercato potrebbe offrire alla campagna di rafforzamento che verrà portata avanti da Marotta e Paratici, ora spunta il nome di Antonio Cassano. Il suo acquisto, ad oggi, sembra difficile: dipenderà da diversi aspetti, tra i quali - naturalmente - quello economico riveste un ruolo di primo piano.
Anche il Manchester City è tra le pretendenti al talento barese, ormai in rotta con la Sampdoria: e proprio in Inghilterra si potrebbe comporre la coppia offensiva che l'Italia mediatica ha sognato per un'estate intera, con l'attaccante che raggiungerebbe Mario Balotelli. Maglia azzurra sì, quindi, ma non quella della nazionale.
L'opinione pubblica, madre di tutti i sentimenti popolari, anche stavolta non ce l'ha fatta: ha puntato deciso su un'idea, e ha fallito. Magari la colpa della nuova, ennesima "cassanata" verrà data a Marcello Lippi (ottimo capro espiatorio, juventino), rimane il fatto che gli errori da correggere iniziano ad essere tanti.
A cominciare da Farsopoli.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 5 settembre 2010

Dopo la sosta, per la Juve inizia il tour de force

Una domenica, calcisticamente parlando, "vuota". La classica giornata che il tifoso bianconero deve riempire con tanti "sì" a tutti gli impegni che gli si presentano. Perché poi, a partire dal 12 settembre in avanti, inizia un periodo di fuoco della durata di poco meno di un mese che non consentirà più pause: sette gare, da quella interna di domenica prossima al 3 di ottobre, divise tra campionato ed Europa League. Finale con il "botto": giovedì 30 settembre a Manchester contro il City di Roberto Mancini (e Mario Balotelli), tre giorni dopo al "Meazza" di Milano al cospetto dell’Inter di Rafael Benitez.

Poi è prevista la sosta per gli impegni della nazionale italiana contro l’Irlanda del Nord (8 ottobre) e la Serbia (il 12).

Conquistata attraverso il superamento del terzo turno dei preliminari e dello spareggio la possibilità di disputare l’Europa League, in quella competizione la Juventus riprenderà a giocare, con frequenza, il giovedì. Due giorni pieni di riposo si sono dimostrati, anche lo scorso anno, pochi per smaltire le fatiche (fisiche e psicologiche) di quelle gare. E la domenica, questi sintomi, finiscono spesso per farsi sentire.

La caratura della competizione non sarà quella della Champions League (il Manchester City, comunque, è diventata una squadra di rango), ma la sostanza non cambia.
Ai bianconeri capiterà, dal 16 settembre al 16 dicembre (dalla prima all’ultima gara del gironcino della manifestazione europea) cinque volte su sei di disputare incontri in quel giorno: nel corso della quinta giornata, infatti, le gare verranno divise in due tronconi, e la Juventus andrà in Polonia (contro il Lech Poznan) il mercoledì 1° dicembre.

Come se non bastasse, neanche il tempo di tirare un piccolo sospiro di sollievo ed ecco uscire gli orari degli anticipi e dei posticipi del campionato di serie A, dove - in occasione del turno infrasettimanale previsto per il prossimo mercoledì 22 settembre - alla Vecchia Signora è stato riservato un trattamento speciale: quello di giocare la sera successiva. Il giovedì, appunto. Nel posticipo. E non si tratta di una casualità: anche lo scorso anno, nella corso della quinta giornata e con le gare previste per il mercoledì 23 settembre, i bianconeri scesero in campo la sera dopo, a Marassi, contro il Genoa.

Si trattò di una delle prestazioni più convincenti dell’anno, anche se terminò 2-2.
Dopo quattro vittorie iniziali, di cui due in trasferta a Roma (3-1 contro i giallorossi e 2-0 con la Lazio), si fermò in Liguria la marcia degli uomini (ancora) di Ciro Ferrara. Dove non arrivarono i ragazzi di Gasperini ci pensò Saccani, l’arbitro della gara, annullando (almeno) un goal regolare ai bianconeri.

Per la Juventus segnarono Iaquinta e Trezeguet. Il francese, ora, non c’è più (au revoir, David. E grazie di tutto); sull’italiano sono riposte le speranze di un recupero fisico che gli permetta di aggiungere quel "peso" nel reparto offensivo diventato più che mai carente di chilogrammi in questo momento. A causa dell’assenza di Amauri e di quell’acquisto "mancato" (di cui molto si discute ancora) nel corso della sessione di calciomercato estivo appena conclusa.

Tra i papabili, per quel ruolo, c’era Giampaolo Pazzini. Che la Vecchia Signora si troverà di fronte proprio in occasione della prossima gara casalinga contro la Sampdoria. Da quel momento in poi le parole spese sino ad ora non serviranno più a nulla: conteranno i tre punti, solo ed esclusivamente quelli. Troppo brutta la Juventus di Bari per essere vera, troppe le novità da amalgamare per il nuovo allenatore.

Non è bastato (e difficilmente poteva essere altrimenti) iniziare il ritiro estivo prima degli altri e giocare quattro gare ufficiali per preparare a puntino la squadra prima dell’inizio del campionato. Lo Shamrock Rovers, inoltre, era decisamente inferiore allo Sturm Graz, che - a sua volta - non valeva il Bari. E la squadra di Del Neri vista allo stadio "San Nicola", per ora, rimane un cantiere aperto. Anche dopo la chiusura del mercato.

Domenico Criscito, calciatore del Genoa, sabato 4 settembre 2010: "La Juventus? Non è più quella di qualche anno fa, ma io personalmente ho fatto questa scelta col cuore, qui sono cresciuto e spero di rimanere ancora per tanto tempo".

Lo stesso giocatore, ospite della nella videochat del sito "Gazzetta.it" lo scorso 26 aprile: "La mia è una comproprietà libera tra Genoa e Juve, sta alle società decidere. A me farebbe piacere tornare in bianconero e giocarmi le mie carte. Nessuno si aspettava una stagione così deludente della Juve, ma penso che si riprenderà al più presto. Ma anche a Genova sto bene e quindi le due destinazioni sono gradite. Diventare una bandiera del Genoa? Mi potrebbe attirare perché è una delle più gloriose e vecchie società d'Italia. Il Milan o l'Inter? Mi piacerebbe, ma ripeto: al Genoa sto bene e ho una comproprietà con la Juve. Così come il Napoli: sarebbe bello tornare a casa e giocare al San Paolo con 70 mila spettatori. Mete estere? Mi potrebbero interessare Barcellona o Real Madrid".

Diceva Erich Fromm: "l'incertezza è la condizione perfetta per incitare l'uomo a scoprire le proprie possibilità".
Forse il senso delle parole di Criscito era proprio questo.
E nessuno l’ha capito.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 7 agosto 2010

Lo strano caso del signor Amauri


Ed eccolo lì: Amauri Carvalho de Oliveira, professione attaccante, cittadino italiano a partire dallo scorso marzo, convocato da Cesare Prandelli per l’impegno amichevole della (nuova) nazionale di martedì prossimo a Londra contro la Costa d’Avorio.
Completerà il reparto offensivo, in compagnia dei vari Borriello, Giuseppe Rossi, Quagliarella e - finalmente, per il "popolo" che lo richiedeva da tempo a gran voce - Cassano e Balotelli.

La lista non è stata stilata da Marcello Lippi. A scorrerla, però, non sembrerebbe così: sei giocatori della Juventus (tanto per ricordare: manca "almeno" un Buffon, ad integrare la truppa…) ed uno solo dell’Inter (che, oltretutto, sta per trasferirsi in un’altra società). Va detto, a onor del vero, che si tratta di una semplice amichevole prima degli impegni ufficiali (qualificazione agli Europei del 2012), e che Gilardino e Pazzini, il nuovo CT, li conosce benissimo.
All’inizio della scorsa stagione il ruolo di prima punta della nazionale era vacante: lo stesso Gilardino era partito al rallentatore, Pazzini non forniva le dovute garanzie, Toni stentava nel Bayern Monaco. Rimanevano in tre: Lippi, Amauri e i media italiani, in attesa di quella benedetta cittadinanza che non arrivava mai. C’era un mondiale da difendere con le unghie e con i denti, dopo Mauro German Camoranesi (lo volle Trapattoni) era arrivato il momento di un’altra eccezione alla "regola".

Poi… "In questo momento non mi sento in ballottaggio con Amauri perchè io sono italiano e lui è brasiliano. Devo confessare che questa situazione un po' mi dà fastidio. Capisco se uno è mezzo italiano e mezzo brasiliano, un conto è se non è proprio per niente italiano". Così Pazzini, lo scorso mese di novembre del 2009, diede il benvenuto alla possibile convocazione dell’attaccante della Juventus. Ringalluzzito dall’arrivo dei primi assist decisivi di Cassano, la sua stagione stava per cambiare decisamente volto. Era arrivato il momento di “parlare chiaro”, e di respingere altri pretendenti a quella maglia.

Divamparono le (ovvie) polemiche. Perchè "sì" a lui e "no" agli altri (Thiago Motta e Zarate)? Forse perché è juventino?
Rispose Giancarlo Abete, presidente della FIGC: "Oggi il parametro di riferimento è la cittadinanza. Un giocatore, se è cittadino italiano, ha tutto il diritto di essere convocato in Nazionale. C'è una politica della federazione che tende a non allargare oltre misura la presenza di giocatori non nati in Italia. Lo stesso CT Marcello Lippi ha detto più volte che si trattava di una situazione limitata a pochi calciatori. Non vogliamo perdere la nostra identità, ma non vogliamo nemmeno discriminare".

Se ieri il parametro di riferimento era la cittadinanza, oggi lo è la Germania ottima protagonista del mondiale sudafricano. Quella giovane, ma anche multietnica.
"Gli stranieri? Se hanno la cittadinanza italiana e giocano bene, non vedo perché non possano essere convocati in nazionale" (Cesare Prandelli, 1° luglio 2010).
Dichiarazioni rilasciate, ovviamente, con il benestare di Abete.
Tra Uruguay, Argentina e Brasile, sono una ventina (almeno) i giocatori cui si potrebbe attingere per rinforzare la nazionale azzurra laddove si dovesse ritenere necessario farlo.

Amauri, nel periodo in cui Pazzini rilasciò quelle dichiarazioni, smise di segnare. La Juventus di "giocare". Entrambi iniziarono a perdere: partite, convinzione, prestigio agli occhi del mondo intero.
Da possibile salvatore della patria ad emarginato di lusso. Giusto (per chi scrive) non renderlo partecipe della spedizione sudafricana agli ordini di Marcello Lippi.
Paradossale, adesso, leggere come venga considerata "normale", dai media, la sua convocazione: i due goals segnati in Irlanda allo Shamrock Rovers, la ritrovata brillantezza fisica e l’interesse manifestato da Mourinho ed il Real Madrid nei suoi confronti sono bastati a cancellare mesi di critiche feroci.

Ma ora potrebbe "servire" di nuovo: come "apertura" verso nuove convocazioni, sino al prossimo momento difficile, alla consacrazione di un altro attaccante, o magari fino ad una vittoria in una competizione importante di una nazionale diversa dalla Germania attuale (quindi, con tutti i giocatori originari di quel paese).
In quel caso passerebbe di moda l’idea di un gruppo di giocatori multietnico che si potrebbe tranquillamente integrare con chi è nato nella nostra penisola, si tornerebbe a difendere l’italianità nel senso più letterale (e stretto) della parola e tutti rinnegherebbero quanto detto nel passato. A Prandelli, ovviamente, verrebbe rinfacciato il suo aver militato, da calciatore, nella Vecchia Signora.

E se invece la nuova Italia dovesse rivelarsi vincente? Basterebbe contare i giocatori provenienti dalla Juventus. Anche se a qualcuno darebbe fastidio.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com