Visualizzazione post con etichetta Roberto Mancini. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Roberto Mancini. Mostra tutti i post

lunedì 23 luglio 2012

Paolo Mantovani e la Sampd'oro


Dedicato alla memoria di mio nonno Osvaldo. Uno dei primi sampdoriani d'Italia.

Con la conquista dello scudetto da parte del Verona di Osvaldo Bagnoli ci si aspettava che le sorprese della stagione calcistica 1984/85 fossero ormai finite. All'appello, però, mancava ancora la doppia finale di coppa Italia, che avrebbe opposto la giovane Sampdoria di Eugenio Bersellini (società nata il 1° agosto 1946) al più blasonato Milan guidato dal veterano Nils Liedholm.

Nella gara di andata, disputata il 30 giugno 1985, i blucerchiati erano riusciti a sbancare "San Siro" vincendo per 1-0 grazie alla rete messa a segno dallo scozzese Graeme Souness, uno che di successi se ne intendeva: con la maglia del Liverpool, in precedenza, aveva fatto incetta di trofei, tra i quali spiccavano cinque scudetti e tre Coppe dei Campioni.

In previsione del match di ritorno i liguri avrebbero dovuto ovviare alle assenze dell'inglese Trevor Francis (uno dei pupilli del presidente Paolo Mantovani, nonché capocannoniere della manifestazione con nove reti all'attivo) e Roberto Galia. Per sostituire quest'ultimo la scelta era caduta su Renica (difensore ormai prossimo al trasferimento al Napoli), mentre sul fronte offensivo era stato deciso di puntare su Roberto Mancini come spalla del confermatissimo Gianluca Vialli.

Per il talentuoso calciatore originario di Jesi si trattava di un'importante occasione da sfruttare per mettersi in vetrina e guadagnare una conferma per l'anno venturo: "Questa Sampdoria può decollare e non accetterei di essere ceduto in prestito perché sarebbe segno di sfiducia da parte di chi mi 'affitta'. Sono disposto a lottare, con gli altri tre, per una maglia da titolare. Lo dirò al presidente Mantovani".

Conservata l'imbattibilità sino all'ultimo atto del torneo, ai padroni di casa per conquistare il primo trofeo della propria storia non restava altro da fare se non mantenere il vantaggio maturato nell'incontro precedente. Invece di mostrare un atteggiamento attendista, però, la Sampdoria aveva preferito imporre alla gara un ritmo altissimo, costringendo l'avversario sulla difensiva. Il gol del vantaggio, arrivato al 41' grazie ad un penalty concesso dall'arbitro Agnolin per un contatto tra Battistini e Vialli, era stato realizzato proprio da Mancini.

Al 61' era spettato a Vialli il compito di chiudere definitivamente i giochi, eludendo il controllo di due rossoneri all'interno della loro area di rigore per poi trafiggere Terraneo. A nulla era valsa la successiva rete di Virdis: la Sampdoria si aggiudicava meritatamente la Coppa Italia, diventando così la terza società ligure ad entrare nell’albo d’oro del trofeo dopo Vado (1922) e Genoa (1937). Bersellini, dal canto suo, aveva eguagliato lo stesso Liedholm e Nereo Rocco nella speciale classifica degli allenatori più titolati del torneo (tre per ognuno di loro), riuscendo oltretutto a farsi perdonare la retrocessione nella serie cadetta relativa al campionato 1976/77.

Nel giro di poche stagioni (prese in mano le redini del club nel mese di giugno del 1979) Paolo Mantovani era riuscito quindi a trasformare la Sampdoria in Sampd'oro: dai gemelli del gol blucerchiati (Vialli e Mancini, appunto) al trionfo in Coppa delle Coppe (1990), passando per la conquista di uno scudetto (1990/91) ed una Supercoppa Italiana (1991) sino ad arrivare alla finalissima di Coppa dei Campioni mancata d'un soffio a Londra contro il Barcellona di Johan Cruijff (1992), la lungimirante programmazione dell’imprenditore romano aveva - quindi - prodotto i risultati sperati.

Il totale delle coppe Italia vinte salirà poi a quattro, l'ultima delle quali (1994) conquistata con lo svedese Sven-Göran Eriksson in panchina ed Enrico Mantovani, il figlio, al timone del club. Lui era mancato il 14 ottobre 1993, lasciando in eredità una gestione societaria difficilmente ripetibile, tanto per i fatti attinenti al campo di gioco quanto per quelli esterni al rettangolo verde.

Dopo l'addio di Bersellini e prima dell'arrivo di Eriksson la guida blucerchiata era stata affidata a Vujadin Boskov, un maestro di calcio al quale sono legati i più grandi successi blucerchiati.
"L'unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria", amava ripetere Paolo Mantovani. La bontà del suo lavoro aveva confermato quelle parole.

Articolo pubblicato su

Questo articolo lo puoi trovare anche su

giovedì 24 novembre 2011

Villas Boas, Conte e la ricetta per vincere

“La testa dell’allenatore è pronta per l’esecuzione, quando non ci sono i risultati”. Parole e musica (triste) di André Villas Boas, tecnico portoghese di quel Chelsea sconfitto a Leverkusen dai padroni di casa lo scorso mercoledì di Champions League col risultato finale di 1-2.

Su di lui i Blues in estate hanno deciso di puntare forte: 15 milioni di euro, per la precisione, vale a dire l’importo della clausola rescissoria che legava l’allenatore al Porto, il suo precedente club, con il quale la scorsa stagione ha fatto incetta di trofei nazionali ed europei. Roma, Juventus e Inter dovettero abbandonare anzitempo l’idea di accettare una scommessa troppo cara per un campionato come quello italiano che non può più permettersi certi lussi.

“Devo tutto a Bobby Robson. Il divorzio da Mourinho? Dovevo seguire la mia ambizione”. Alla vigilia della finale dell’Europa League conquistata ai danni dello Sporting Braga si smarcò in questo modo, netto e deciso, dall’ombra dello “Special One”, lui che venne definito “Two”, il numero due, proprio perché stava dimostrando con i fatti di poter proseguire con le proprie gambe una carriera da predestinato. Da stretto collaboratore a suo avversario, il passo ormai era stato compiuto. Con il beneplacito del vecchio José, che poche ore prima aveva recapitato un messaggio di complimenti a Domingos Paciência, l’altro mister di quella sfida.

“Un pensiero particolare va a Pep Guardiola. Lui per me è una continua fonte d’ispirazione, e lo sa. Per questo gli dedico questa vittoria”. Bastò poco a Villas Boas, nei momenti immediatamente successivi il trionfo di Dublino dello scorso 18 maggio, per chiudere momentaneamente la querelle con l’ex maestro.

Le difficoltà riscontrate anche in Premier League hanno fatto risuonare nuovamente le voci sul possibile ritorno al Chelsea di Guus Hiddink. Va ricordato che, per motivi differenti, non sono comunque mancate polemiche anche sul recente operato di altri suoi illustri colleghi: Arsène Wenger (Arsenal), Alex Ferguson (Manchester United) e Roberto Mancini (Manchester City).

Su quest’ultimo, poi, pesa come un macigno la frase pronunciata dal patron del Napoli De Laurentiis dopo la sconfitta subita dagli inglesi allo stadio “San Paolo”: “Visto? Non si fa tutto con i soldi”.
In quei casi, chi “paga” è sempre il tecnico. Che avrà comunque un’intera stagione per rifarsi, magari vincendo il campionato, sempre che i Citizens non riescano a rimanere in corsa anche nell’attuale edizione della Champions League.

Il calcio molte volte è imprevedibile, può bastare poco per cambiare il corso della storia: quella del Milan stellare di Arrigo Sacchi iniziò grazie alla nebbia calata su Belgrado nel corso di una partita che stava vedendo i rossoneri in svantaggio di un goal. La ripetizione della stessa consentì poi al Diavolo il passaggio del turno dopo la disputa della lotteria dei calci di rigore.

Mentre gli eterni rivali “spagnoli” Guardiola (Barcellona) e Mourinho (Real Madrid) rischiano di fare incetta di titoli anche quest’anno (Bayern Monaco permettendo), sabato prossimo in Italia Edy Reja e Antonio Conte si affronteranno a viso scoperto per giocarsi la momentanea leadership della serie A.
Lo scorso 19 settembre l’allenatore dei biancocelesti arrivò a Formello per rassegnare le proprie dimissioni, salvo rinunciarvi su richiesta di Lotito e dei giocatori. Nell’arco di quasi due mesi si è ritrovato in vetta alla classifica, in compagnia di una Vecchia Signora che ha ripreso confidenza con l’alta quota.

Di mesi ne sono passati ventiquattro dal momento in cui Antonio Conte sfiorò la panchina della Juventus (dopo un incontro infruttuoso con Jean Claude Blanc), per poi aggiudicarsela a seguito dell’ennesima rivoluzione bianconera. Lui stesso, nel merito, era stato profetico i primi giorni di novembre del 2008: “Di sicuro, se entro 3 o 4 anni non sarò arrivato ad alti livelli, lascerò perdere”.
La sua ricetta per vincere è semplice: “Un grande allenatore lo fa una grande società e grandi giocatori, sono loro i protagonisti assoluti”.
Da quest’orecchio, però, i presidenti non ci sentono bene.
Oppure, semplicemente, fingono di non sentire.

Articolo pubblicato su Pagina

venerdì 29 luglio 2011

La nuova Juventus, da Aguero a Vucinic


Se per il calcio nostrano tutto quanto accaduto a distanza di sole ventiquattro ore viene catalogato alla voce "storia", se si provasse ad utilizzare lo stesso parametro temporale per quanto concerne il calciomercato si potrebbe parlare a ragion veduta di "preistoria".

Andando a rovistare nell’archivio dei ricordi di questa sessione estiva di trattative tinte di bianconero, basta fare un salto indietro nel tempo di un mese esatto per rileggere il contenuto dell’offerta confezionata dalla Juventus all’Atletico Madrid per acquisire le prestazioni dell’argentino Sergio Aguero: 35 milioni di euro per il suo cartellino, a fronte di una richiesta della società spagnola ferma a 45, vale a dire l’importo della clausola rescissoria.

Per il giocatore erano pronti 6,5 milioni di euro netti a stagione, che potevano incrementare sino ad arrivare ad un massimo di un ulteriore milione grazie ai premi legati ai risultati del club torinese. In totale, occhio e croce, si parlava di un investimento quinquennale (tutto compreso) per la Vecchia Signora pari a circa un centinaio di milioni.

Il Real Madrid sembrava aver mollato la presa sull’attaccante (attratto dal brasiliano Neymar), così come Chelsea e Manchester City che si erano catapultate senza badare a spese su Alexis Sanchez, il quale - però - aveva già scelto la squadra per il suo futuro: "O vado al Barcellona o resto all’Udinese". Con buona pace delle due società inglesi, della Juventus e dell’Inter. Quest’ultima, oltretutto, da mesi sembrava essere riuscita ad entrare nelle grazie del cileno: all’inizio dello scorso mese di gennaio soltanto l’elevata quotazione del giocatore stabilita da Pozzo (25 milioni) aveva fermato sul più bello il corteggiamento nerazzurro; ai primi di giugno il matrimonio pareva essere ormai ad un passo dall’essere celebrato. Alla fine, però, l’hanno spuntata i catalani, per la felicità delle tre parti in causa.

Quella di Barcellona sembrava essere invece la destinazione di Giuseppe Rossi, in partenza dal Villarreal, per conto del quale - qualche giorno addietro - parlò Federico Pastorello, il suo procuratore: "Siamo ancora all’inizio. Sarebbe interessante ricevere qualche segnale dal Barça, perché finora si è parlato molto e concretizzato poco" (14 giugno 2011).

Nel frattempo Madama continuava a flirtare con Vucinic: i primi contatti concreti risalgono - anche in questo caso - all’alba del 2011, allorquando l’infortunio occorso a Quagliarella e l’apporto insufficiente alla causa bianconera offerto da Amauri e Iaquinta avevano spinto la Juventus a non fermarsi all’arrivo del solo Luca Toni per rinforzare (e rimpolpare) il proprio reparto offensivo. I problemi sorti tra l’allora tecnico dei giallorossi Claudio Ranieri ed alcuni suoi giocatori (tra i quali lo stesso attaccante) le avevano permesso di avvicinarsi al montenegrino, anche se l’allenatore romano era stato chiarissimo, al proposito: "Resta al 100%. La società ed io lo vogliamo sopra ogni misura, anche se con lui dopo Cesena non ho parlato. Non dovevo farlo io" (18 gennaio 2011).

Con il trasferimento di Aguero alla corte di Roberto Mancini, nel castello ricco di soldi di Manchester (sponda City, per una cifra non lontana dai famosi 45 milioni di euro richiesti ed uno stipendio da star del pallone) ed il blocco delle partenze eccellenti imposto a Villarreal, che di fatto impedisce (momentaneamente?) lo spostamento di Giuseppe Rossi dalla Spagna, la Juventus si è così concentrata con profitto sull’operazione Vucinic, per poi attendere l’ultimo mese di trattative per perfezionare la rosa.

La linea seguita da Madama in questa sessione di calciomercato è quella tracciata da Andrea Agnelli nel giorno della presentazione della maglie per la stagione 2011-12: "Noi abbiamo oggi i mezzi per partecipare anche ad aste importanti, ma non vogliamo. Puntiamo ad acquistare giocatori al giusto prezzo, con la giusta retribuzione"; "…le condizioni devono essere le nostre condizioni e non quelle di un’asta scriteriata, che può far saltare il mercato in cui operiamo" (6 luglio 2011).

Dopo aver abbracciato Vidal, salutato Melo e Sissoko e preso atto della volontà della società di non lasciare sguarnita la difesa di fronte alle proprie lacune, Antonio Conte ha recentemente analizzato la situazione della rosa attualmente a sua disposizione: "Per essere competitivi abbiamo bisogno di diversi innesti".

L’allenatore è perfettamente conscio delle proprie capacità, della validità delle sue idee e della loro efficacia, ma avendo indossato per diversi anni la maglietta della Juventus, quando Madama si sporcava le scarpette soltanto per vincere, è in grado di "leggere" chiaramente la distanza (il "gap", come si usava dire sino a poco tempo fa) che la separa dalle prime della classe negli ultimi campionati disputati.

Un concetto simile lo aveva espresso tempo addietro anche Giorgio Chiellini: "Il nuovo tecnico mi incuriosisce, sembra trasmettere entusiasmo, ma non basta solo questo. Mi aspetto almeno un paio di colpi, mi sorprenderei se alla fine del mercato non arrivassero nomi che creino entusiasmo" (1 giugno 2011).
Andrea Pirlo, all’epoca, aveva già firmato per la Juventus.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


martedì 17 maggio 2011

Adesso si cambia di nuovo, alla ricerca della vecchia Juve



Adesso è quasi certo: la Vecchia Signora nella prossima stagione non giocherà in Europa. Neanche in quella minore, la famosa Europa League diventata lo scorso anno l’obiettivo principale della società nel momento stesso in cui le erano scivolati via dalle mani tutti gli altri.
Ora non le resta che una flebile speranza, legata al verificarsi di una sua vittoria nella prossima partita contro il Napoli unita ad un contemporaneo successo della Sampdoria a Roma contro i giallorossi. Ad oggi, capire quale dei due eventi abbia la maggiore possibilità di verificarsi è realmente difficile. Proprio nel giorno in cui Madama si è lasciata sfuggire l’ultimo treno per dare un significato a questa stagione (e mentre a Catania la squadra di Montella perdeva…), i liguri allenati lo scorso campionato da Luigi Del Neri retrocedevano matematicamente in serie B dopo essere stati superati in casa dal Palermo.

Tralasciando le sconfitte a tavolino, l’ultima volta nella quale la Juventus fallì l’obiettivo minimo di guadagnare l’accesso ad una manifestazione europea capitò nel 1991, vent’anni fa. Proprio allo stadio “Luigi Ferraris” le reti realizzate da Branco e Skuhravy impedirono ai bianconeri la possibilità di raggiungere la qualificazione alla coppa UEFA, a favore di Parma e Torino che – dal canto loro - pareggiarono 0-0 le gare che le vedevano come protagoniste. Era il 26 maggio, si trattava della domenica in cui Enrico Ameri fece la sua ultima radiocronaca raccontando agli ascoltatori il successo del Genoa, la squadra del cuore, sulla Vecchia Signora.

Una settimana prima la Sampdoria di Vialli e Mancini si era aggiudicata lo scudetto su quello stesso terreno di gioco battendo il Lecce con il risultato di 3-0, condannandolo così alla discesa nella serie cadetta. Caso vuole che gli stessi salentini, vincendo domenica scorsa il derby contro il Bari, sono riusciti adesso a salvarsi e a rimanere in serie A proprio a scapito dei blucerchiati.

Le parole che Stefano Tacconi pronunciò a suo tempo nell’immediato dopo gara contro i grifoni sono simili a quelle espresse nelle dichiarazioni rese dai giocatori bianconeri più volte nel corso di questa stagione: “Il sorriso bisogna meritarselo. Oggi tocca al Genoa e a chi ha finito il campionato davanti a noi. E’ inutile rimpiangere ora le occasioni sciupate. Anche il rigore non segnato a Firenze potrebbe essere un alibi, ma sarebbe assurdo legarsi ad episodi. Anche perché perfino a Genova un pari ci sarebbe bastato, visti i risultati di Parma e Torino. Ma abbiamo sbagliato tutto. Il secondo gol ci ha tagliato le gambe, è stata la sintesi di una stagione storta. Per strada abbiamo perso troppi punti e siamo arrivati al finale che non ci aspettavamo”.

In tribuna a Marassi, seduto con un amico, Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico, quel pomeriggio osservava sconsolato la prestazione della Vecchia Signora. Quando l’incontro stava volgendo al termine, domandò alla persona accanto a lui: “Ma questa è la Juve o l’Ascoli?”.
A distanza di tanti anni, con ogni probabilità potrà ora festeggiare da ex giocatore dell’Udinese il raggiungimento del quarto posto nella classifica finale dei friulani. Un solo punto li separa, infatti, dall’ottenere il pass per l’Europa che conta, quello che all’inizio di questa stagione era l’obiettivo della squadra bianconera italiana per antonomasia: la Juventus.

Nel caso ipotetico (e utopistico) in cui la formazione allenata da Guidolin dovesse perdere contro il Milan e gli uomini di Del Neri subire l’undicesima sconfitta contro il Napoli, ecco che la distanza in classifica tra la Vecchia Signora ed il club rossonero vincitore dello scudetto raggiungerebbe i ventisette punti. Si tratterebbe dello stesso margine accumulato nello scorso (disastroso) campionato nei confronti dei nerazzurri allora guidati da Mourinho, con la sola differenza che all’epoca il settimo posto consentì alla Juventus di entrare in Europa League attraverso i preliminari, mentre adesso non basta più.

Con il campionato che si appresta a vivere i suoi ultimi novanta minuti il pensiero del popolo juventino è rivolto alla prossima stagione, quella nella quale Madama cambierà nuovamente abito e sarto alla disperata ricerca di se stessa. L’intelaiatura della squadra costruita qualche mese fa si è rivelata troppo fragile: ora è chiaro come non sarebbe sufficiente inserirvi due o tre elementi di spessore per renderla vincente. L’incidenza positiva delle scelte operate da Allegri nel Milan fresco campione d’Italia hanno evidenziato una volta di più l’importanza di una guida valida cui affidare una rosa di calciatori che per raggiungere determinati obiettivi deve necessariamente essere competitiva.
Anche perché è ovvio che senza giocatori di livello non si va da nessuna parte: sono loro che fisicamente entrano in campo e decidono le sorti delle gare. Spesso, anche quelle di un tecnico.

Come già evidenziato in passato, Massimo Giletti (conduttore televisivo e noto tifoso juventino) scrisse sulle pagine della "Gazzetta sportiva" dello scorso 20 giugno 2010 un aneddoto importante in merito: "Pochi giorni fa Pavel Nedved mi confidò che quando segnò il gol del pareggio in una partita importante pochi compagni lo abbracciarono. In quel momento capì che la squadra giocava contro l’allenatore. Così finì la storia juventina di Claudio Ranieri".

Quando Madama era realmente una Vecchia Signora, difficilmente si verificavano episodi simili. E a chi afferma che Buffon "E’ circa un anno e mezzo che non sta giocando" verrebbe spontaneo chiedere, piuttosto, dove sia finita la Juventus, visto che sono cinque anni che è letteralmente scomparsa dal panorama nazionale.
Adesso, anche da quello internazionale.
Sarebbe in grado di rispondere con la stessa franchezza?

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 16 dicembre 2010

E' finita l'Europa League dei pareggi

Ad inizio settembre, considerati i nomi delle altre avversarie del gruppo "A" di Europa League (Salisburgo e Lech Poznan), sembrava certo che Juventus e Manchester City si sarebbero agevolmente classificate nelle prime due posizioni. I ripetuti pareggi ottenuti dalla Vecchia Signora nelle cinque gare precedenti, invece, l'hanno spinta fuori da questa manifestazione, relegando la gara disputata stasera ad un qualcosa di più di una semplice amichevole. Del Neri, però, nella consueta conferenza stampa del giorno precedente questo incontro era stato chiaro: "Per me la partita con il Manchester non è inutile. Voglio vedere i giocatori della rosa che hanno giocato meno e capire se potranno tornare utili in futuro. La nostra esperienza passa anche attraverso questa sfida contro il City".

I Citizens, privi di Adebayor, Tévez e Balotelli, partono a razzo: dopo soli tre minuti di gioco Richards mette l’acceleratore e si invola sulla fascia destra del fronte offensivo inglese, porgendo un pallone invitante dentro l’area piccola bianconera (a pochi centimetri dalla linea di porta) a Jo, che non riesce a spingerlo in rete.
Gli ospiti colpiscono la difesa juventina ai fianchi, vero punto debole della formazione di Del Neri. Johnson, che nella gara disputata in Inghilterra realizzò la rete del pareggio finale, questa volta opera sul lato sinistro, dove ad attenderlo c’è il rientrante Grygera, in evidente difficoltà dopo la lunga assenza.
Trascorsi dieci minuti di gioco, una bella incursione di Del Piero conclusa con un tiro deviato in calcio d’angolo spezza il predominio iniziale degli uomini di Roberto Mancini, che per poco non trovano il goal grazie ad un'involontaria deviazione di Sissoko nella porta difesa da Manninger.
Un altro fendente del capitano bianconero scagliato dal lato sinistro del fronte offensivo bianconero si perde non lontano dalla traversa. E’ il preludio ad una fase di stanca della partita: dopo un botta e risposta tra le due squadre, cala improvvisamente l’intensità del match.
E mentre arriva la notizia del vantaggio dei polacchi del Lech Poznan a Salisburgo (rete di Stilic), da un contropiede dei padroni di casa nasce la prima rete della Juventus: Del Piero, giunto in area di rigore, controlla il pallone, mette a sedere Richards con una serie di finte e smista a centro area, dove sbuca Giannetti, che con un perfetto movimento da goleador, anticipa l’avversario diretto e realizza il goal dell’1-0.
Nella ripresa inizia nuovamente forte il City: Jo si rende pericoloso di testa, mentre Johnson evita un intervento di Legrottaglie dentro l’area di rigore per tirare a colpo sicuro, ma viene fermato dal disperato tentativo di recupero di Grygera. Cresce a vista d’occhio Traoré, così tanto da indurre Del Neri ad avanzarlo sulla linea mediana del campo in concomitanza con la sostituzione di Krasic con Camilleri. Il serbo, ai margini della gara sino a quel momento, esce dopo aver concluso una bella azione di Felipe Melo con un gran tiro deviato in angolo da Given. Grygera si posiziona sulla sinistra, lasciando la fascia precedentemente occupata al giovane neoentrato.
Del Piero (prima su punizione e poi con un gran tiro di sinistro) e Sissoko (con un colpo di testa su calcio d’angolo) impensieriscono gli inglesi, mentre gli ospiti protestano per un fallo di mano di Chiellini in area di rigore bianconera. Finisce la partita di Traoré (crampi), sostituito da Niccolò Boniperti, nipote del grande Giampiero. Pochi minuti dopo Jo (sempre lui), lasciato colpevolmente solo nel bel mezzo dell’area di rigore juventina, trafigge Manninger e fissa il risultato sull’1-1 conclusivo. Buchel, già presente nella gara interna contro il Salisburgo, entra in campo nei minuti finali al posto di Giannetti, l’ultimo goleador della Juventus nelle competizioni europee allo stadio “Olimpico” di Torino.

Manchester City e Lech Poznan concludono il gruppo “A” con undici punti; i bianconeri di Del Neri si fermano a sei, tanti quanti sono i pareggi accumulati nelle gare disputate sino ad oggi. Lo stesso tecnico di Aquileia aveva dichiarato: “Non snobbiamo questa sfida anche se la Juventus deve dare molta più importanza al Chievo in campionato”.
Così sarà, anche perché da adesso in poi la Vecchia Signora giocherà tutte le restanti gare della stagione dentro i confini del nostro paese. Dove, oltre alla serie A, c’è una coppa Italia da conquistare.
Sarebbe la decima.

Articolo pubblicato su

venerdì 1 ottobre 2010

Da Manchester con un pareggio positivo

Abbandonati i panni della Signorina disordinata di inizio anno, la Juventus entra concentrata e compatta sul prato verde del “Manchester of City Stadium”. Non ci sono più i Furino, i Tardelli e i Benetti dell’ultima visita ai Citizens del settembre del 1976, ma lo spirito che i bianconeri dimostrano nei primi minuti dell’incontro sembra lontano parente di quello che contraddistinse la formazione allenata da Giovanni Trapattoni.

12 reti subiti dagli uomini di Del Neri nelle ultime sei partite, divise tra le cinque del campionato e quella in Europa League disputata a Torino contro il Lech Poznan. Di fronte, stasera, avevano la marea azzurra dello sceicco Mansour bin Zayed Sultan Al Nahyan, guidata in panchina da Roberto Mancini e in campo da Carlos Alberto Tévez.

Ci si aspettava una formazione juventina “coperta”, ma l’allenatore bianconero stavolta stupisce tutti e schiera dal primo minuto Martinez sulla corsia sinistra del centrocampo, davanti al rientrante (anche lui) De Ceglie. Grygera torna sulla fascia destra, mentre Marchisio costruisce la diga di centrocampo con Sissoko. E’ in quel settore che si vincono le partite, e proprio lì Chelsea di Carlo Ancelotti, sconfitto dal City nella gara valida per la Premier League disputata lo scorso sabato, aveva subito il predominio fisico degli uomini di Roberto Mancini. “Ci hanno soffocato con la potenza del centrocampo, non ci hanno lasciato spazio”: questo è stato il commento, a fine incontro, dell’ex tecnico rossonero.

Krasic viene beccato sin dall’inizio dai tifosi locali, che non hanno dimenticato la sua rinuncia estiva ad accasarsi a Manchester per andare a Torino. Ma né lui né la Juventus sembrano patire alcun problema di ambientamento: partenza a razzo e City costretto a rinunciare al possesso palla. Il goal di Iaquinta dopo 10 minuti (bellissimo tiro di destro da fuori area) sancisce il predominio bianconero di inizio gara.

La palla si muove velocemente tra i piedi degli uomini di Del Neri, il Manchester non può usare l’arma della fisicità e finisce per rimanere inerme per una ventina di minuti. Sino a quando Johnson, dal lato destro del centrocampo avversario, inizia a mulinare gambe e gioco. Suoi i pericoli maggiori per la Juventus: con un tiro da fuori area dopo aver raccolto un rilancio (in rovesciata difensiva) di Martinez e – dopo la respinta del palo su un colpo di testa ad opera di Barry – con una conclusione neutralizzata in extremis da Manninger.

E’ il preludio al goals del Manchester City. Sarà proprio Johnson, guarda caso, a tagliare in due la difesa della Juventus, accentrandosi all’interno della linea difensiva bianconera al punto da invitare l’assist di Yayà Tourè: controllo, tiro, rete. Mancano pochi minuti alla fine del primo tempo, e un rigore alla squadra di Del Neri: l’arbitro non giudica da penalty un fallo di Zabaleta in area inglese su Krasic.

Alla ripresa del gioco la Juventus inizia a rinculare sempre di più, e con il trascorrere del tempo i Citizens si impossessano del controllo della partita.
Trovando la strada chiusa per vie centrali, fatta eccezione per l’unica distrazione bianconera in occasione della rete subita, provano ad accerchiare i bianconeri con l’onnipresente Johnson a sinistra, lasciando Tévez libero di agire sull’altra fascia. A centro area Adebayor finisce per essere risucchiato dal duo Chiellini-Bonucci. Cala l’intensità della pressione bianconera: Martinez (stanchissimo) viene sostituito da Pepe; Marchisio (complici gli effetti uno scontro con lo stesso attaccante togolese) e Sissoko abbassano il ritmo. L’arbitro Gonzalez, spagnolo, dirige l’incontro in perfetto stile inglese. Un po’ troppo, ripensando al rigore non concesso a Krasic.

Felipe Melo entra al posto dello stesso serbo (domenica ci sarà la gara con l’Inter) quando Motta aveva già rilevato, da qualche minuto, De Ceglie. Il centrocampo, grazie al buon impatto sull’incontro del brasiliano, riprende tonicità. Nonostante il predominio territoriale degli avversari, le occasioni più pericolose sono della Juventus: Del Piero su punizione colpisce la traversa (con il pallone che tocca la linea di porta ma non entra) e Sissoko, ormai a fine gara, manca di poco la porta dopo una bella azione.

Arrivata in Inghilterra per affrontare la squadra con la migliore difesa della Premier League, la Juventus poteva esibire – dal canto suo – quello che al momento è il miglior attacco della serie A. Ma il suo problema era dietro, nelle retrovie: troppi goals subiti, e il timore che l’incontro di stasera potesse svuotare ancora un po’ il bicchiere “mezzo pieno” di Del Neri.
La sensazione è che questo 1-1 si possa considerare un qualcosa in più di un semplice pareggio.
E che la strada intrapresa, forse, è quella giusta.

Articolo pubblicato su

domenica 5 settembre 2010

Dopo la sosta, per la Juve inizia il tour de force

Una domenica, calcisticamente parlando, "vuota". La classica giornata che il tifoso bianconero deve riempire con tanti "sì" a tutti gli impegni che gli si presentano. Perché poi, a partire dal 12 settembre in avanti, inizia un periodo di fuoco della durata di poco meno di un mese che non consentirà più pause: sette gare, da quella interna di domenica prossima al 3 di ottobre, divise tra campionato ed Europa League. Finale con il "botto": giovedì 30 settembre a Manchester contro il City di Roberto Mancini (e Mario Balotelli), tre giorni dopo al "Meazza" di Milano al cospetto dell’Inter di Rafael Benitez.

Poi è prevista la sosta per gli impegni della nazionale italiana contro l’Irlanda del Nord (8 ottobre) e la Serbia (il 12).

Conquistata attraverso il superamento del terzo turno dei preliminari e dello spareggio la possibilità di disputare l’Europa League, in quella competizione la Juventus riprenderà a giocare, con frequenza, il giovedì. Due giorni pieni di riposo si sono dimostrati, anche lo scorso anno, pochi per smaltire le fatiche (fisiche e psicologiche) di quelle gare. E la domenica, questi sintomi, finiscono spesso per farsi sentire.

La caratura della competizione non sarà quella della Champions League (il Manchester City, comunque, è diventata una squadra di rango), ma la sostanza non cambia.
Ai bianconeri capiterà, dal 16 settembre al 16 dicembre (dalla prima all’ultima gara del gironcino della manifestazione europea) cinque volte su sei di disputare incontri in quel giorno: nel corso della quinta giornata, infatti, le gare verranno divise in due tronconi, e la Juventus andrà in Polonia (contro il Lech Poznan) il mercoledì 1° dicembre.

Come se non bastasse, neanche il tempo di tirare un piccolo sospiro di sollievo ed ecco uscire gli orari degli anticipi e dei posticipi del campionato di serie A, dove - in occasione del turno infrasettimanale previsto per il prossimo mercoledì 22 settembre - alla Vecchia Signora è stato riservato un trattamento speciale: quello di giocare la sera successiva. Il giovedì, appunto. Nel posticipo. E non si tratta di una casualità: anche lo scorso anno, nella corso della quinta giornata e con le gare previste per il mercoledì 23 settembre, i bianconeri scesero in campo la sera dopo, a Marassi, contro il Genoa.

Si trattò di una delle prestazioni più convincenti dell’anno, anche se terminò 2-2.
Dopo quattro vittorie iniziali, di cui due in trasferta a Roma (3-1 contro i giallorossi e 2-0 con la Lazio), si fermò in Liguria la marcia degli uomini (ancora) di Ciro Ferrara. Dove non arrivarono i ragazzi di Gasperini ci pensò Saccani, l’arbitro della gara, annullando (almeno) un goal regolare ai bianconeri.

Per la Juventus segnarono Iaquinta e Trezeguet. Il francese, ora, non c’è più (au revoir, David. E grazie di tutto); sull’italiano sono riposte le speranze di un recupero fisico che gli permetta di aggiungere quel "peso" nel reparto offensivo diventato più che mai carente di chilogrammi in questo momento. A causa dell’assenza di Amauri e di quell’acquisto "mancato" (di cui molto si discute ancora) nel corso della sessione di calciomercato estivo appena conclusa.

Tra i papabili, per quel ruolo, c’era Giampaolo Pazzini. Che la Vecchia Signora si troverà di fronte proprio in occasione della prossima gara casalinga contro la Sampdoria. Da quel momento in poi le parole spese sino ad ora non serviranno più a nulla: conteranno i tre punti, solo ed esclusivamente quelli. Troppo brutta la Juventus di Bari per essere vera, troppe le novità da amalgamare per il nuovo allenatore.

Non è bastato (e difficilmente poteva essere altrimenti) iniziare il ritiro estivo prima degli altri e giocare quattro gare ufficiali per preparare a puntino la squadra prima dell’inizio del campionato. Lo Shamrock Rovers, inoltre, era decisamente inferiore allo Sturm Graz, che - a sua volta - non valeva il Bari. E la squadra di Del Neri vista allo stadio "San Nicola", per ora, rimane un cantiere aperto. Anche dopo la chiusura del mercato.

Domenico Criscito, calciatore del Genoa, sabato 4 settembre 2010: "La Juventus? Non è più quella di qualche anno fa, ma io personalmente ho fatto questa scelta col cuore, qui sono cresciuto e spero di rimanere ancora per tanto tempo".

Lo stesso giocatore, ospite della nella videochat del sito "Gazzetta.it" lo scorso 26 aprile: "La mia è una comproprietà libera tra Genoa e Juve, sta alle società decidere. A me farebbe piacere tornare in bianconero e giocarmi le mie carte. Nessuno si aspettava una stagione così deludente della Juve, ma penso che si riprenderà al più presto. Ma anche a Genova sto bene e quindi le due destinazioni sono gradite. Diventare una bandiera del Genoa? Mi potrebbe attirare perché è una delle più gloriose e vecchie società d'Italia. Il Milan o l'Inter? Mi piacerebbe, ma ripeto: al Genoa sto bene e ho una comproprietà con la Juve. Così come il Napoli: sarebbe bello tornare a casa e giocare al San Paolo con 70 mila spettatori. Mete estere? Mi potrebbero interessare Barcellona o Real Madrid".

Diceva Erich Fromm: "l'incertezza è la condizione perfetta per incitare l'uomo a scoprire le proprie possibilità".
Forse il senso delle parole di Criscito era proprio questo.
E nessuno l’ha capito.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 10 marzo 2010

La Juve tra Zaccheroni, Candreva e... Mr. Hodgson



"Zaccheroni ha un contratto fino a giugno, ma saremmo felici se ci mettesse in difficoltà: è ancora tutto da decidere". Così parlò Roberto Bettega il 18 febbraio scorso, all’alba della partita di andata dei sedicesimi di finale di Europa League tra Ajax e Juventus, in programma ad Amsterdam.
Hiddink e Benitez le scelte più prestigiose per il dopo-Ferrara; Roberto Mancini un’illusione (onerosa e fantasiosa) durata lo spazio di pochi giorni; quello con Claudio Gentile il vero ballottaggio che, una volta vinto, consegnò ad Alberto Zaccheroni una delle panchine più ambite del mondo.
Il ruolo? Traghettatore. Una via di mezzo tra allenatore e psicologo; una posizione dove le responsabilità non mancano, ma dove gli errori hanno comunque un "inizio" precedente rispetto al tuo arrivo; come impegno l’obiettivo di salvare il salvabile, portando la barca a destinazione con il minor danno possibile.
Poi: una stretta di mano, un "grazie" e un "arrivederci". Forse.

Il solo fatto che al "traghettatore" venisse concessa la possibilità, a parole, di potersi giocare qualche chance per la conferma nella stagione successiva (la prossima) alla guida della Juventus (da "allenatore"), venne visto come un altro, ulteriore segno di ridimensionamento della Vecchia Signora. Come se non fossero bastate una stagione disastrosa nata da un’idea estiva che aveva comunque sollecitato qualche fantasia, le promesse mancate e le continue incertezze sul futuro della società prima ancora che della squadra. Il primo tassello da sistemare, quello dell’allenatore, dava l’idea di una scelta dettata da una volontà di (ulteriore) ridimensionamento. Invece…

Buonsenso, esperienza, concretezza, ricerca di nuove soluzioni adatte alla squadra piuttosto che agli schemi prediletti, sprazzi di gioco in un deserto arido da mesi, risultati: in poco meno di un mese, molto (quasi tutto) è cambiato. La certificazione della bontà della scelta compiuta è rappresentata dalle dichiarazioni in difesa della "sua" Juventus, in relazione alle recenti polemiche sugli arbitraggi. Quelle che rappresentano la regola: prima del 2006 e dopo. In pratica: da sempre. Con una differenza: prima c’era chi la sapeva proteggere.

Prandelli, Gasperini, Allegri, Giampaolo, (ancora) Benitez,…. Nomi che vanno e vengono, una scelta da compiere in funzione di un’idea vincente.
Scelta che non potrà basarsi sul banale "non ha mai vinto prima" oppure "ha parlato male della Juventus".
Se questo fosse stato il metro di valutazione applicato nel passato, in bianconero non sarebbero mai arrivati tre dei più grandi allenatori della storia del calcio: Giovanni Trapattoni, Marcello Lippi, Fabio Capello.
Tra chi "non era nessuno" (come mister) prima di approdare a Torino, a chi si scagliava con forza contro i "gesuiti" che non "avrebbe mai allenato".
La forza di una società vincente è rappresentata dalla scelta di un gruppo dirigenziale funzionale all’unico obiettivo posto: vincere. Il fallimento della Juventus attuale è frutto proprio degli errori compiuti in questo senso.
Nel perseguire gli scopi vanno poi individuati i giusti protagonisti, tra i quali l’allenatore. Solo chi ha "veramente" competenza è in grado di scegliere la persona adatta (sia dal punto di vista umano che tecnico) a questo compito, a cui consegnare una fuoriserie: perché con una macchina di piccola cilindrata non si va da nessuna parte. Chiunque si trovi alla sua guida.
Scelta che, comunque, potrebbe anche portare alla conferma dello stesso Zaccheroni: di diritto (acquisito) giustamente entrato nella rosa dei candidati.

"E’ lui l’uomo giusto per uscire dalla crisi". Non appena la trattativa per l’acquisto di Antonio Candreva si concluse, le prime parole che Roberto Bettega (ancora lui) spese per il giovane talento furono queste.
Ci si trovava quasi al termine dell’era-Ferrara, e non si poteva intervenire in maniera massiccia sul mercato: per la difficoltà nell’acquistare giocatori in quel momento della stagione; perché l’allenatore sarebbe cambiato a breve; perché di soldi ne erano già stati spesi l’estate prima; perché c’era un bilancio sano da rendere splendido in vista dell’introduzione prossima-futura del famoso "fair play finanziario". Quello che era nei progetti (e nei sogni) di Jean Claude Blanc, nelle promesse di Platini e che rimane tuttora nelle convinzioni dei gestori del sito della Juventus (guardate che non partirà prima del 2015… Almeno…).
Tra Paolucci (tornato a Torino) e Lanzafame per l’attacco, la scelta migliore poteva essere… Immobile. Il "giovane" Ariaudo, con tutta probabilità, avrebbe meritato più fiducia del "vecchio" Cannavaro. Ekdal, a centrocampo, (forse) sarebbe servito da subito. Poi, però, arrivò lui: Antonio Candreva. Dopo le prime titubanze, pian pianino ha iniziato a prendere confidenza con i compagni e l’ambiente, sino a diventare un elemento importante. Si tratta di uno dei pochi giocatori in grado di unire la quantità alla qualità, concedendo allo stesso Zaccheroni la possibilità di inserirlo in ruoli diversi, cambiando - così - più volte il "vestito" della Vecchia Signora.

Che adesso ripartirà giovedì, per un cammino europeo che inizia a destare i primi interessi: la fame di vittorie, bruscamente interrotta nel 2006, è tanta. Ripartire con una Europa League può essere il giusto viatico per riprendere confidenza con l’unica lingua conosciuta dalle parti di Torino: quella della vittoria.
Avversario il Fulham, allenato da una vecchia conoscenza del calcio nostrano: Mr. Roy Hodgson. L’uomo per cui "Pistone era meglio di Roberto Carlos". Un "promemoria", l’ennesima riprova che gli scudetti - prima di Calciopoli - si vincevano e si perdevano sul campo. Altro che storie…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com