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giovedì 4 aprile 2013

La Juve e la rimonta possibile


Anni fa Sir Alex Ferguson aveva rivelato uno dei segreti che si celavano dietro i successi dei Red Devils: "La Juventus è stata un esempio per il mio Manchester United. Facevo vedere ai miei giocatori le videocassette della squadra di Lippi e dicevo: non guardate la tattica o la tecnica, quella ce l’abbiamo anche noi, voi dovete imparare ad avere quella voglia di vincere". Tra i giocatori bianconeri figurava anche il nome di Antonio Conte, il tecnico che i sostenitori della Vecchia Signora si augurano possa sposare la causa juventina così come ha fatto il santone scozzese con il suo club.

Ora Conte, appese le scarpette al chiodo, si trova dall'altra parte della barricata. Su questo argomento aveva già espresso il proprio pensiero nei momenti che hanno preceduto il match disputato contro il Bayern Monaco: "Questo quarto di finale ce lo siamo meritato, lo giocheremo con gioia ed entusiasmo, non veniamo qui come vittime sacrificali ma portando il nostro calcio, le nostre idee, anche per capire quanto ci manca in Europa per arrivare a competere con i top club".

Ad onor del vero è dall'inizio della propria avventura in Champions League che Madama annusa gli avversari di turno per avere un'idea di cosa l'aspetterà di volta in volta. Si tratta di un atteggiamento comprensibile, quasi doveroso per un gruppo che in Italia ha accumulato settimi posti e fallimenti in serie prima di conquistare uno scudetto senza perdere neanche una partita. A proposito di sconfitte: con quella patita all'Allianz Arena la Vecchia Signora ha visto terminare anche la sua imbattibilità in campo europeo, maturata ai tempi di Delneri. Per non parlare di quella di Buffon, che da 490' non subiva reti in Europa salvo poi venire trafitto dal tiro scagliato da Alaba dopo pochissimi secondi di gioco.

La squadra più forte della Germania ha quindi vinto, in modo netto, contro la formazione che in Italia si sta avviando alla conquista del secondo tricolore consecutivo. Talmente netto che a qualche addetto ai lavori sembra aver dimenticato che gli scontri di andata e ritorno sono composti da due partite, per un totale di centottanta minuti di gioco. Esclusi gli eventuali tempi supplementari. L'ultima volta nella quale la Juventus era approdata ai quarti di finale della Champions League era uscita dalla manifestazione per mano dell'Arsenal (2005/06). Tra i bianconeri abbondavano i fuoriclasse, qualcuno di loro logicamente (e puntualmente) veniva confinato in panchina. Ciononostante Madama perse 2-0 in trasferta, senza poi riuscire a realizzare alcun gol nella successiva gara disputata al "Delle Alpi". L'anno precedente la Vecchia Signora era stata eliminata, sempre ai quarti, da un'altra squadra inglese (il Liverpool).

Questa Juventus, più povera di classe ed esperienza rispetto alla sua antenata, oggi come allora domina in Italia ma non riesce ad imporsi fuori dai confini dello Stivale. Non per questo, però, dev'essere bocciata di fronte al suo primo vero e proprio passo falso. I commenti successivi alla sconfitta subita contro il Bayern Monaco ricalcano, in parte, quelli che seguirono il pareggio interno ottenuto contro lo Shakhtar Donetsk (2/10/2012). Come sostiene Conte rimontare i tedeschi il prossimo 10 aprile "sarà veramente molto, ma molto difficile". Ma non impossibile. Comunque sia, mentre in serie A il tecnico è riuscito a raccogliere immediatamente i frutti di quanto ha seminato, affinché accada la stessa cosa in Champions League occorre necessariamente più tempo. E pazienza. 

La società bianconera, però, dovrà assecondare realmente le esigenze del proprio allenatore, prendendo come esempio da imitare la gestione societaria messa in atto dal club bavarese: non appagato per quanto di buono ha fatto sino ad oggi si è già assicurato la guida tecnica di Guardiola a partire dal prossimo 1° luglio. Intorno alla Juventus, invece, girano voci – smentite - circa la possibilità di cedere un campione del calibro di Vidal per investire il ricavato nell'acquisto di un forte attaccante. Un potenziale sostituto del cileno, d'altronde, Madama lo avrebbe già in casa (Pogba). Considerando il fatto che Robben ha iniziato la partita contro i bianconeri seduto in panchina, questo rende l'idea di cosa non dovrebbe fare la Vecchia Signora se ha davvero l'intenzione di sollevare qualche trofeo anche in Europa.

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domenica 20 gennaio 2013

La Juve di Pogba e quella dell'Avvocato

 
La Juventus che schianta l'Udinese nell'anticipo serale della ventunesima giornata del campionato di serie A assomiglia a quella Signora che nell'intento di entrare in una stanza chiusa a chiave per riprendersi ciò che è stato suo (i tre punti non ancora conquistati nel 2013), suona il campanello e attende pazientemente un segnale di risposta. Trascorsi una quarantina di minuti e dopo aver constatato che nessuno si è fatto vivo, allora prova a bussare.
 
Stanca di aspettare decide di allontanarsi, prendere un pallone, farlo rimbalzare a terra per poi calciarlo di controbalzo con violenza inaudita. Sfondata la porta d'ingresso, entra nel salotto dei vincenti annunciando il suo arrivo. Era dallo scorso dicembre che da quelle parti avevano perso le sue tracce.
Recuperato ciò che cercava esce, saluta la compagnia e, per essere sicura che il messaggio alle avversarie nella corsa allo scudetto sia stato recepito, si gira su se stessa, prende la mira e sfonda con un'altra pallonata quel poco che era rimasto della porta. 
 
Paul Pogba, il francesino strappato dalle sapienti mani di Sir Alex Ferguson, con due siluri da 101 e 97 km/h ha spaccato l'equilibrio di una partita che Madama non stava riuscendo ad incanalare verso la vittoria. Le reti degli attaccanti anche stavolta sono arrivate quando i giochi, ormai, erano fatti: i gol di Vucinic (il decimo in carriera segnato ai friulani) e Matri (l'anno scorso aveva realizzato la doppietta nel 2-1 finale, 28 gennaio 2012) hanno chiuso la contesa e dato inizio alla festa juventina.
 
In una serie A che perde appeal e fuoriclasse anno dopo anno l'esplosione di talenti del calibro dello stesso Pogba e del rossonero El Shaarawy, giusto per fare due nomi, sono l'immagine di un movimento che cerca di rialzare la cresta (è il caso di dirlo) dopo i disastri che ha provocato con le proprie mani. Inutile aggrapparsi alla crisi economica mondiale: quando in Italia si spendeva allegramente gettando i soldi dalla finestra, in altri paesi europei i dirigenti di club più o meno blasonati programmavano il loro futuro. Con i giovani, i progetti fondati su idee concrete e gli investimenti mirati.
 
Ora, come è giusto che sia, stanno raccogliendo i frutti del proprio lavoro: Guardiola che sceglie Monaco di Baviera come base operativa del suo lavoro, rinunciando a offerte faraoniche provenienti da altri lidi, è la prova concreta che la serietà e la buona programmazione alla lunga pagano. Tornando al campionato di serie A, superata la pratica casalinga Madama aspetta l'arrivo della Lazio a Torino - previsto per martedì prossimo - per la disputa della gara di andata delle semifinali di Coppa Italia. I biancazzurri, fermati a Palermo per 2-2, si allontanano in classifica dagli uomini di Conte quando ormai erano comparsi nei loro specchietti retrovisori.
 
Due giorni dopo, il 24 gennaio, ci saranno le commemorazioni per il decimo anniversario della scomparsa dell'Avvocato Gianni Agnelli. Ripensando alla gara giocata contro l'Udinese è bello immaginare quale soprannome avrebbe affibbiato a Pogba: quella cresta bionda spuntata sulla testa di un ragazzo di colore che studia per diventare un uomo avrebbe potuto rappresentare un terreno fertile per la sua fantasia.
 
Rovistando tra le sue frasi celebri ce n'è una che può benissimo adattarsi all'ultima prestazione offerta dal francese: “Nei momenti difficili di una partita c'è sempre nel mio subconscio qualcosa a cui mi appello, a quella capacità di non arrendersi mai. E questo è il motivo per cui la Juventus vince anche quando non te l'aspetti”.
 
Rovesciata come un calzino da Conte a causa delle assenze di questo periodo, minata in classifica dal pericoloso avvicinarsi delle rivali e ancora a secco di vittorie in campionato nel 2013, alla Vecchia Signora serviva una prova d'orgoglio per rialzarsi.
Dietro ai siluri scagliati da Pogba c'è tutto questo.
E tanto altro ancora.
 
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giovedì 24 novembre 2011

Villas Boas, Conte e la ricetta per vincere

“La testa dell’allenatore è pronta per l’esecuzione, quando non ci sono i risultati”. Parole e musica (triste) di André Villas Boas, tecnico portoghese di quel Chelsea sconfitto a Leverkusen dai padroni di casa lo scorso mercoledì di Champions League col risultato finale di 1-2.

Su di lui i Blues in estate hanno deciso di puntare forte: 15 milioni di euro, per la precisione, vale a dire l’importo della clausola rescissoria che legava l’allenatore al Porto, il suo precedente club, con il quale la scorsa stagione ha fatto incetta di trofei nazionali ed europei. Roma, Juventus e Inter dovettero abbandonare anzitempo l’idea di accettare una scommessa troppo cara per un campionato come quello italiano che non può più permettersi certi lussi.

“Devo tutto a Bobby Robson. Il divorzio da Mourinho? Dovevo seguire la mia ambizione”. Alla vigilia della finale dell’Europa League conquistata ai danni dello Sporting Braga si smarcò in questo modo, netto e deciso, dall’ombra dello “Special One”, lui che venne definito “Two”, il numero due, proprio perché stava dimostrando con i fatti di poter proseguire con le proprie gambe una carriera da predestinato. Da stretto collaboratore a suo avversario, il passo ormai era stato compiuto. Con il beneplacito del vecchio José, che poche ore prima aveva recapitato un messaggio di complimenti a Domingos Paciência, l’altro mister di quella sfida.

“Un pensiero particolare va a Pep Guardiola. Lui per me è una continua fonte d’ispirazione, e lo sa. Per questo gli dedico questa vittoria”. Bastò poco a Villas Boas, nei momenti immediatamente successivi il trionfo di Dublino dello scorso 18 maggio, per chiudere momentaneamente la querelle con l’ex maestro.

Le difficoltà riscontrate anche in Premier League hanno fatto risuonare nuovamente le voci sul possibile ritorno al Chelsea di Guus Hiddink. Va ricordato che, per motivi differenti, non sono comunque mancate polemiche anche sul recente operato di altri suoi illustri colleghi: Arsène Wenger (Arsenal), Alex Ferguson (Manchester United) e Roberto Mancini (Manchester City).

Su quest’ultimo, poi, pesa come un macigno la frase pronunciata dal patron del Napoli De Laurentiis dopo la sconfitta subita dagli inglesi allo stadio “San Paolo”: “Visto? Non si fa tutto con i soldi”.
In quei casi, chi “paga” è sempre il tecnico. Che avrà comunque un’intera stagione per rifarsi, magari vincendo il campionato, sempre che i Citizens non riescano a rimanere in corsa anche nell’attuale edizione della Champions League.

Il calcio molte volte è imprevedibile, può bastare poco per cambiare il corso della storia: quella del Milan stellare di Arrigo Sacchi iniziò grazie alla nebbia calata su Belgrado nel corso di una partita che stava vedendo i rossoneri in svantaggio di un goal. La ripetizione della stessa consentì poi al Diavolo il passaggio del turno dopo la disputa della lotteria dei calci di rigore.

Mentre gli eterni rivali “spagnoli” Guardiola (Barcellona) e Mourinho (Real Madrid) rischiano di fare incetta di titoli anche quest’anno (Bayern Monaco permettendo), sabato prossimo in Italia Edy Reja e Antonio Conte si affronteranno a viso scoperto per giocarsi la momentanea leadership della serie A.
Lo scorso 19 settembre l’allenatore dei biancocelesti arrivò a Formello per rassegnare le proprie dimissioni, salvo rinunciarvi su richiesta di Lotito e dei giocatori. Nell’arco di quasi due mesi si è ritrovato in vetta alla classifica, in compagnia di una Vecchia Signora che ha ripreso confidenza con l’alta quota.

Di mesi ne sono passati ventiquattro dal momento in cui Antonio Conte sfiorò la panchina della Juventus (dopo un incontro infruttuoso con Jean Claude Blanc), per poi aggiudicarsela a seguito dell’ennesima rivoluzione bianconera. Lui stesso, nel merito, era stato profetico i primi giorni di novembre del 2008: “Di sicuro, se entro 3 o 4 anni non sarò arrivato ad alti livelli, lascerò perdere”.
La sua ricetta per vincere è semplice: “Un grande allenatore lo fa una grande società e grandi giocatori, sono loro i protagonisti assoluti”.
Da quest’orecchio, però, i presidenti non ci sentono bene.
Oppure, semplicemente, fingono di non sentire.

Articolo pubblicato su Pagina

sabato 18 giugno 2011

Dal progetto alla realtà


"Colpite tutto quel che si muove a pelo d’erba. Se è il pallone, meglio...".
Hai voglia di far credere ai tifosi che il calcio vada trattato come fosse una scienza, dove la perfezione non esiste, ma con un "progetto" vero e attendibile non è detto che non si possa ottenere pure quella.
Ai tempi di Nereo Rocco e della (sua) famosa battuta appena citata, si parlava di meno pensando al sodo. E agli stinchi degli avversari di turno.

In Italia oggi vanno di moda i "progetti", appunto: quelli di cui sembrano innamorarsi perdutamente i giocatori e che finiscono con lo spostare uomini e capitali da un club ad un altro.

Cos’è un progetto? Quando applicato al mondo del pallone, spesso e (mal)volentieri è la strada migliore per arrivare al fallimento della pianificazione di una stagione calcistica da parte delle società.
E’ la prosecuzione delle "scelte di vita" delle quali erano piene le pagine dei quotidiani sino a non molti anni fa, il modo più semplice utilizzato dai dirigenti sportivi per spiegare nelle interviste rese agli organi di informazione un "qualcosa" di nuovo, che ha inizio oggi e per il quale non si possono chiedere risultati immediati. Ci vuole pazienza, per capire: con quella, e con il tempo, si potranno raccogliere i frutti delle decisioni attuali.

Poi arriva il momento di giocare, i progetti entrano in campo, le pressioni esercitate delle piazze (e dalle curve) sono sempre maggiori e, tutto ad un tratto, si finisce con il sostituirli in corsa, in cambio di altri.
La scadenza dei nuovi? E chi lo sa.

Un po’ di numeri, presi a caso, possono rendere meglio l’idea. Scorrendo la classifica dell’ultima serie A e rimanendo tra le prime otto posizioni, si può notare come soltanto quattro squadre nel prossimo campionato avranno lo stesso allenatore sulle proprie panchine rispetto a quello appena concluso: Milan, Napoli, Udinese e Lazio.

Nell’ambito di questo quartetto non va dimenticato il "caso Mazzarri": dopo aver strizzato l’occhio alla Vecchia Signora e rischiato di rimanere a spasso nonostante la cavalcata trionfale dei partenopei verso la Champions League, volente o nolente continuerà la sua attività all’ombra del Vesuvio. Nei mesi a venire si potrà vedere chiaramente se quella che a fine maggio venne definita da molti una "sceneggiata napoletana" avrà comportato (anche) il verificarsi di qualche strascico negativo all’interno della società di De Laurentiis.

Passando in rassegna gli altri club, la Roma americana parlerà spagnolo (Luis Enrique) mentre il Palermo di Zamparini ripartirà da Pioli. Rimangono Juventus e Inter, per le quali esistono due storie per ognuna di loro: quelle prima e dopo il 2006.

Anche qui si possono "usare" gli allenatori come traccia per riassumerle brevemente. D’altronde, quando le cose vanno male sono proprio loro i primi a saltare; viceversa, finiscono spesso (non sempre) per rimanere nella storia delle società quando riescono a conquistare qualche trofeo. Fermo restando che senza calciatori di valori non si va da nessuna parte.

Dal 1976 (nel momento dell’arrivo a Torino di un giovanissimo Trapattoni) al 2006, la Juventus ha avuto soltanto sette allenatori, due dei quali (lo stesso Trapattoni e Marcello Lippi) sedettero sulla panchina bianconera in due periodi distinti tra loro.
Nello stesso arco di tempo (trent’anni), i nerazzurri hanno cambiato il tecnico per ventuno volte. Suarez, Hodgson e Castellini presero in mano le redini della squadra - pure loro - in due riprese.

La differenza principale tra i due club? La competenza e - a conti fatti - le vittorie, la loro naturale conseguenza.
Dopo l’estromissione dal calcio di Moggi, Giraudo e Mazzini, in un mondo del pallone finalmente "pulito" (c’è da scommetterci), le cose sono cambiate, anche se - risultati alla mano - non si sono completamente invertite.

Sotto la Mole sono passati sette allenatori in sei anni, compreso il prossimo che verrà (Antonio Conte); l’Inter, nonostante i recenti successi conseguiti, da un anno a questa parte di tecnici ne ha avuti già tre. Ed ora, dopo l’addio di Leonardo, è alla ricerca del quarto. "Aspettavo un qualcosa che mi facesse alzare dal letto e dire di sì, e quella cosa è arrivata: non so se altre proposte mi avrebbero fatto ripartire con tanta convinzione", disse il brasiliano nel momento della sua presentazione alla Milano nerazzurra. Lo sceicco Tamim Al Thani, nuovo proprietario del Paris Saint Germain, a quanto pare sembra sia riuscito a toccargli le corde giuste.

Nel calcio italiano litigioso, frenetico e confuso, si crea tanto e si distrugge moltissimo alla velocità della luce: colpa delle scelte sbagliate, ma a volte anche della mancanza di quella pazienza che spesso viene demandata ai tifosi.
Tutto questo mentre Sir Alex Ferguson, dal 1986 al Manchester United, lo scorso 28 maggio ha sfidato a Wembley il Barcellona per aggiudicarsi la Champions League nella finalissima del torneo continentale. Proprio quei catalani che sono diventati maestri nel costruire il loro futuro nella rinomata "cantera".
Pensare che il divario che separa le squadre italiane dai club europei di prim’ordine dipenda esclusivamente da una minor disponibilità economica vuol dire crearsi un alibi per i fallimenti di questi anni.
Forse ora, tolto Moggi dalla circolazione, le cose cambieranno.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 22 luglio 2010

Marchisio indica la strada per la nuova Juve



"Pensiamo a noi stessi e non al divario con l’Inter o altri avversari. Dobbiamo fare gruppo perché dall’anno della serie B pian piano si è persa l’identità, la voglia di combattere, lo spirito Juve".
Nelle parole di Claudio Marchisio, pronunciate nel corso dell’ultima intervista rilasciata nei (suoi) primi giorni di ritiro, c’è la sintesi del recente passato, del presente e del prossimo futuro della Vecchia Signora: da quanto si è perso (e non è stato fatto) durante l’immediato periodo post Farsopoli, all’analisi della situazione attuale sino ad arrivare agli obiettivi da raggiungere.
Tra i quali, il primo, è quello di tornare ad essere "la" Juventus. Nel minor tempo possibile.
"La Juventus è stata un esempio per il mio Manchester United. Facevo vedere ai miei giocatori le videocassette della squadra di Lippi e dicevo: non guardate la tattica o la tecnica, quella ce l’abbiamo anche noi, voi dovete imparare ad avere quella voglia di vincere" (Sir Alex Ferguson)

Proprio Marchisio segnò un bellissimo goal nell’incontro con i nerazzurri nel girone di andata del campionato appena concluso, a Torino, il 5 dicembre 2009. Quello fu l’ultimo momento positivo di una stagione calcistica che già dalla successiva gara (con conseguente eliminazione) in Champions League, contro il Bayern Monaco, mostrò le crepe di un progetto che di concreto non aveva nulla.

"E’ un piacere immenso ricordare che tutto "il meglio" del calcio è passato dalla Juve" (Umberto Agnelli).
Storari, Motta, Bonucci, Martinez, Pepe, Lanzafame.
Come inizio.
Non c’è più Nedved; Trezeguet e Camoranesi potrebbero aver terminato la loro avventura in maglia bianconera; quella che sta per iniziare dovrebbe essere l’ultima stagione di Del Piero a Torino; Chiellini si spera possa rimanere alla corte della Vecchia Signora, prolungando il suo contratto e rifiutando le offerte proveniente da Inghilterra e Spagna così come accadde l’estate del ritorno in serie A, quando sembrava in procinto di accasarsi al Manchester City.
C’è ancora tempo per aggiungere a questa squadra giocatori di livello tecnico superiore. Sino al 31 agosto.
Ma è arrivata l’ora di farlo.

Il vero "gap" che la Juventus dovrà colmare non è quello che la divide, attualmente, dall’Inter (in Italia) e dal Barcellona (in Europa), quanto quello che la separa da quanto è stata "bella" in passato, a quanto è stata “brutta” (troppo, per essere vera) sino a ieri.

"Programmare" e non "progettare"; "vincere" e poi - forse - "divertire"; "dominare" (in campo) e non essere continuamente "schiacciati" (nella propria metà campo); non guardare gli altri ma pensare a se stessi, a tornare ad essere i migliori.
Come sostiene Marchisio.

La nuova dirigenza non prenderà decisioni "popolari" o "impopolari", ma semplicemente investirà (e già lo sta facendo) sul mercato quelle che sono le idee (e i soldi) della società. Sarà il campo, poi, ad emettere il verdetto definitivo.
Dzeko, Krasic, Aogo, Elia… I tifosi possono tranquillamente concentrarsi sui nomi dei singoli giocatori: chi sta costruendo la nuova Juventus opterà per l’acquisto di elementi funzionali alle caratteristiche della squadra che si ha intenzione di affidare a Del Neri.

"La vera gara tra noi e le milanesi sarà tra chi arriverà prima: noi a mettere la terza stella, loro la seconda" (Gianni Agnelli)
Si torni presto a vincere. E a scrivere nuovamente una storia ferma al 2006.
Per quello che è accaduto prima di quella data, qualcosa potrà succedere soltanto quando la Juventus tornerà ad essere se stessa anche fuori dal rettangolo di gioco.
Non soltanto "vigilando", ma anche "agendo".
Dando la possibilità ai sostenitori bianconeri di tornare ad esercitare - semplicemente - il loro ruolo di "tifosi", e non di avvocati difensori di una società che - di fatto - è scomparsa quattro anni fa.
Sembra strano, ma è la semplice realtà.
E chi non è juventino non può capire.

"La Juve è qualcosa di più di una squadra, non so dire cosa, ma sono orgoglioso di farne parte" (Gaetano Scirea)

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com
Ringrazio l'amico Sandro Scarpa per aver pubblicato l'articolo anche qui Juvenews.net
Ps: Sandro, mi hai fatto provare una sensazione da "ritorno a casa"... zebrabianconera10 ti abbraccia