Visualizzazione post con etichetta André Villas Boas. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta André Villas Boas. Mostra tutti i post

giovedì 30 maggio 2013

Juventus: Mazzarri e Benitez da possibili mister ad avversari per lo scudetto


A breve saranno nuovamente avversari della Juventus, ma per entrambi - non molto tempo fa - c'è stato un momento nel quale Madama sembrava pronta ad affidare loro la sua panchina. Walter Mazzarri e Rafael Benitez, il futuro ed il passato dell'Inter, la prossima stagione proveranno a contendere lo scudetto alla Vecchia Signora.

Il 15 aprile 2010, alla vigilia di un Inter-Juventus di campionato disputato al "Meazza" e vinto dai nerazzurri col risultato di 2-0, la "Gazzetta dello Sport" titolò in prima pagina: "Juve, 200 milioni per lo scudetto". Si trattava della cifra che il club torinese avrebbe investito sul mercato per mettere a disposizione di Benitez una rosa altamente competitiva, ovviamente nel caso in cui il tecnico spagnolo avesse accettato di abbracciare il progetto di rilancio, su base triennale, della società bianconera.

Che le idee in casa juventina non fossero del tutto chiare non era un mistero per nessuno. Per averne la certezza basta rileggere la dichiarazione rilasciata dall'ex presidente Giovanni Cobolli Gigli il 7 maggio 2010: "Io, come tifoso, ho sempre apprezzato Lippi. Però devo dire francamente che ripensando agli allenatori del nostro passato, Deschamps ha vinto lo scudetto in Francia e Ranieri sta facendo delle ottime cose: quindi anche le scelte che erano state fatte erano buone. Dunque mi piacerebbe poter riandare avanti con due degli allenatori che avevamo voluto".

Nel periodo compreso tra aprile e maggio del 2010, quindi, sembrava che l'accordo tra la Vecchia Signora e Benitez fosse ad un passo dalla sua realizzazione. Poi, però, come spesso accade in simili frangenti il club cambiò idea per puntare deciso su Luigi Delneri, tecnico con il quale aveva lavorato sino a poco tempo prima il nuovo direttore generale dell’area sportiva Giuseppe Marotta. Per lo spagnolo, carnefice del Milan nella finalissima di Champions League ad Instanbul nel 2005, si sarebbero aperte le porte dell'Inter rimasta orfana di Mourinho.

Il 12 maggio 2011, a distanza di poco più di un anno, sempre il quotidiano milanese aveva usato un altro titolo ad effetto per richiamare l'attenzione dei lettori di fede juventina: "Juve da 200 milioni". Il "piano di rilancio" (così chiamato) prevedeva questa volta un percorso di crescita della durata di quattro anni, diverso dal precedente, ed una ristretta cerchia di allenatori dalla quale estrarre il nome giusto per la guida tecnica: Antonio Conte, Villas Boas e, appunto, Mazzarri.

Il resto della storia è noto: Conte fece ritorno a Torino dopo la precedente esperienza come calciatore, mentre il contratto di Mazzarri (cercato con insistenza anche dalla Roma) venne blindato da Aurelio De Laurentiis. Il patron della società, poi, irritato per l'inserimento della stessa Juventus nella trattativa per l'acquisto di Inler dall'Udinese non perse l'occasione per lanciare una frecciata alla società bianconera: "La Juve? Ne ha bisogno. Con l’arrivo del nuovo allenatore dovrà cambiare 25 giocatori".

Matteo Materazzi, agente Fifa e fratello dell'ex calciatore Marco, in merito ad un presunto interessamento della Vecchia Signora per Mazzarri dai microfoni di "Radio Kiss Kiss Napoli" ha recentemente dichiarato: "Ci può essere un valzer di panchine, la situazione Conte non è semplice come sembra. Ha chiesto un aumento di ingaggio, perché vuole un progetto importante, considerando che ha vinto due scudetti consecutivi ed ora ha bisogno di migliorare. I giocatori di cui si parla sono di livello superiore ed anche dispendiosi, ora sta alla Juve cercare di rendere il progetto ancora più grande. Mazzarri potrebbe addirittura essere uno dei papabili per la Juve, qualora l'attuale allenatore bianconero dovesse andare via".
 
Si era trattato di una semplice voce di mercato, come tante altre che popolano questo periodo dell'anno. Nella realtà dei fatti a breve Mazzarri e Benitez si troveranno l'uno di fronte all'altro, ma nessuno dei due sarà seduto sulla panchina bianconera. Per loro la Juventus continuerà ad essere semplicemente l'avversaria più agguerrita nella lotta per la conquista dello scudetto.

Articolo pubblicato su

sabato 3 marzo 2012

Marcelo Bielsa, un "Loco" meglio del "Mago di Oz"

Quando la scorsa estate il suo nome fu accostato alla panchina dell’Inter, il gioco di parole venne naturale: un “pazzo” per una “pazza”. Ebbene sì, perché Marcelo Bielsa, argentino di Rosario che da una vita si porta dietro il soprannome di “loco” (“pazzo”, appunto, in lingua spagnola), sembrava l’uomo giusto per rilanciare il club nerazzurro prossimo ad essere abbandonato dal brasiliano Leonardo.

Riavvolgiamo il nastro: il 14 giugno 2011 rimbalza in Italia la notizia di una telefonata di Massimo Moratti all’ex commissario tecnico del Cile per sondare la sua disponibilità a guidare la squadra milanese. Si tratta di un fulmine a ciel sereno, che trova una spiegazione il giorno immediatamente successivo: Leonardo Nascimento de Araújo, dopo essere passato da una sponda del Naviglio (Milan) all’altra (Inter), è in trattativa per tornare al Paris Saint Germain nel ruolo (a lui più congeniale) di dirigente.

Trascorse altre settantadue ore, la storia di un possibile approdo di Bielsa sotto la Madonnina trova il suo epilogo in una dichiarazione dello stesso Moratti: “Un gran signore. All’inizio era entusiasta di venire all’Inter. Poi sono sopraggiunti problemi anche familiari, e ha dovuto declinare. Era veramente dispiaciuto e mi ha fatto avere una lettera in cui spiegava i motivi del suo no”. Da Lezama (Spagna) il successivo 13 luglio Bielsa chiude il cerchio: “Ho rifiutato la proposta dell’Inter perché avevo già dato la parola all'Athletic Bilbao. Niente di più. Nessun paragone tra le due squadre. Quando dissi di sì all’Athletic sapevo che sarebbero potute arrivare altre offerte, e così è stato”.

Josep Guardiola, mister del Barcellona “vincitutto”, in merito ad un suo possibile addio al club catalano lo ha recentemente citato come uno dei possibili sostituti su quella panchina: “Non ho nessun dubbio che Bielsa avrebbe le capacità per allenare il Barcellona”. Nel frattempo ritroverà quello che considera uno dei suoi ispiratori tattici nella prossima finale di Coppa del Re che verrà disputata il 25 maggio.
Uomo tutto d’un pezzo, Bielsa abbraccia un calcio offensivo basato sull’ormai celebre 3-3-1-3. Vive di pallone ventiquattro ore su ventiquattro, ha smesso di giocare a soli venticinque anni per poi guidare i ragazzi del Newell’s Old Boys. Da lì ha iniziato ad intraprendere una carriera che lo ha portato anche in Messico (Atlas e América) e in Spagna (Espanyol), salvo poi ritornare in Argentina, dove ha diretto la nazionale del suo paese nei mondiali del 2002 tenutosi in Giappone e nella Corea del Sud.
Fallita quella spedizione si è preso una parziale rivincita arrivando in finale nella Coppa America del 2004, dopodiché ha trionfato, nello stesso anno, con la selezione Olimpica ad Atene. Dimessosi improvvisamente dall’incarico si è trasferito in Cile, dove è riuscito a condurre La Roja sino agli ottavi di finale del mondiale sudafricano del 2010, persi per mano del Brasile. Diventato un idolo assoluto, ha abbandonato anche quella panchina nel febbraio del 2011.

Amato da molti dei propri giocatori, le sue conferenze stampa non sono certo memorabili, mentre i racconti su alcuni suoi comportamenti si dividono tra stranezze e leggende. Da allenatore delle giovanili del Newell’s Old Boys (a proposito: gli hanno intitolato pure lo stadio di Rosario) visto che il campo di allenamento era sprovvisto di tribune era solito arrampicarsi su un albero posizionato all’altezza del centrocampo con penna e fogli per vedere meglio la disposizione dei suoi calciatori sul rettangolo verde. Quando qualche appunto gli scappava di mano, scendeva per poi risalire come nulla fosse su quella “postazione”. Nella sua casa di campagna si narra che ogni tanto disponga familiari e domestici su un terreno di gioco fatto appositamente costruire lì per soddisfare le sue alchimie tattiche.

Ai tempi dell’Espanyol fece aspettare per quindici minuti Arrigo Sacchi, all’epoca tecnico dell’Atletico Madrid, dietro ad una porta: il tecnico del Milan leggendario e della nazionale vice campione del mondo ad Usa ’94 si era sentito in dovere di fargli i complimenti per il gioco mostrato dalla sua squadra appena affrontata, mentre lui – semisconosciuto – aveva deciso di presentarsi seguendo i propri “tempi”. Qualche mese prima (21 agosto 1998) non le mandò a dire a Marcelli Lippi (allenatore della Juventus del ciclo d’oro della fine degli anni novanta e futuro campione del mondo nel 2006) quando a San Benedetto del Tronto fronteggiò i bianconeri nel corso di un’amichevole estiva dai toni poco “amichevoli”. Tanto per fare un esempio: venne espulso Del Piero, stufo di subire tackle dagli avversari ai limiti del regolamento.

Moratti pensò a Bielsa già nel mese di novembre del 2011 per una eventuale sostituzione di Rafael Benítez. Ora il suo nome circola nuovamente per il futuro prossimo dei nerazzurri insieme ai vari Villas Boas, Guardiola, Guidolin e Blanc, in un giro di panchine che potrebbe coinvolgere più tecnici ed altrettanti club. “Andiamo avanti con Ranieri, ha tutta la fiducia che serve. Il Mago di Oz non lo vedo in giro”, ha dichiarato il patron dell’Inter pochi giorni fa.
Nell’estate che verrà, magari, più che un mago sulla sua strada potrebbe incrociare un “loco”.

Articolo pubblicato su


Questo articolo lo puoi trovare anche su

giovedì 24 novembre 2011

Villas Boas, Conte e la ricetta per vincere

La testa dell’allenatore è pronta per l’esecuzione, quando non ci sono i risultati”. Parole e musica (triste) di André Villas Boas, tecnico portoghese di quel Chelsea sconfitto a Leverkusen dai padroni di casa lo scorso mercoledì di Champions League col risultato finale di 1-2.

Su di lui i Blues in estate hanno deciso di puntare forte: 15 milioni di euro, per la precisione, vale a dire l’importo della clausola rescissoria che legava l’allenatore al Porto, il suo precedente club, con il quale la scorsa stagione ha fatto incetta di trofei nazionali ed europei. Roma, Juventus e Inter dovettero abbandonare anzitempo l’idea di accettare una scommessa troppo cara per un campionato come quello italiano che non può più permettersi certi lussi.

Devo tutto a Bobby Robson. Il divorzio da Mourinho? Dovevo seguire la mia ambizione”. Alla vigilia della finale dell’Europa League conquistata ai danni dello Sporting Braga si smarcò in questo modo, netto e deciso, dall’ombra dello “Special One”, lui che venne definito “Two”, il numero due, proprio perché stava dimostrando con i fatti di poter proseguire con le proprie gambe una carriera da predestinato. Da stretto collaboratore a suo avversario, il passo ormai era stato compiuto. Con il beneplacito del vecchio José, che poche ore prima aveva recapitato un messaggio di complimenti a Domingos Paciência, l’altro mister di quella sfida.

Un pensiero particolare va a Pep Guardiola. Lui per me è una continua fonte d’ispirazione, e lo sa. Per questo gli dedico questa vittoria”. Bastò poco a Villas Boas, nei momenti immediatamente successivi il trionfo di Dublino dello scorso 18 maggio, per chiudere momentaneamente la querelle con l’ex maestro.

Le difficoltà riscontrate anche in Premier League hanno fatto risuonare nuovamente le voci sul possibile ritorno al Chelsea di Guus Hiddink. Va ricordato che, per motivi differenti, non sono comunque mancate polemiche anche sul recente operato di altri suoi illustri colleghi: Arsène Wenger (Arsenal), Alex Ferguson (Manchester United) e Roberto Mancini (Manchester City).

Su quest’ultimo, poi, pesa come un macigno la frase pronunciata dal patron del Napoli De Laurentiis dopo la sconfitta subita dagli inglesi allo stadio “San Paolo”: “Visto? Non si fa tutto con i soldi”.
In quei casi, chi “paga” è sempre il tecnico. Che avrà comunque un’intera stagione per rifarsi, magari vincendo il campionato, sempre che i Citizens non riescano a rimanere in corsa anche nell’attuale edizione della Champions League.

Il calcio molte volte è imprevedibile, può bastare poco per cambiare il corso della storia: quella del Milan stellare di Arrigo Sacchi iniziò grazie alla nebbia calata su Belgrado nel corso di una partita che stava vedendo i rossoneri in svantaggio di un goal. La ripetizione della stessa consentì poi al Diavolo il passaggio del turno dopo la disputa della lotteria dei calci di rigore.

Mentre gli eterni rivali “spagnoli” Guardiola (Barcellona) e Mourinho (Real Madrid) rischiano di fare incetta di titoli anche quest’anno (Bayern Monaco permettendo), sabato prossimo in Italia Edy Reja e Antonio Conte si affronteranno a viso scoperto per giocarsi la momentanea leadership della serie A.
Lo scorso 19 settembre l’allenatore dei biancocelesti arrivò a Formello per rassegnare le proprie dimissioni, salvo rinunciarvi su richiesta di Lotito e dei giocatori. Nell’arco di quasi due mesi si è ritrovato in vetta alla classifica, in compagnia di una Vecchia Signora che ha ripreso confidenza con l’alta quota.

Di mesi ne sono passati ventiquattro dal momento in cui Antonio Conte sfiorò la panchina della Juventus (dopo un incontro infruttuoso con Jean Claude Blanc), per poi aggiudicarsela a seguito dell’ennesima rivoluzione bianconera. Lui stesso, nel merito, era stato profetico i primi giorni di novembre del 2008: “Di sicuro, se entro 3 o 4 anni non sarò arrivato ad alti livelli, lascerò perdere”.
La sua ricetta per vincere è semplice: “Un grande allenatore lo fa una grande società e grandi giocatori, sono loro i protagonisti assoluti”.
Da quest’orecchio, però, i presidenti non ci sentono bene.
Oppure, semplicemente, fingono di non sentire.

Articolo pubblicato su Pagina