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martedì 26 giugno 2012

Euro 2012: L'Italia contro la Germania e la fatica


Se ci dicessero che per il bene del calcio la nazionale non deve andare agli Europei, non sarebbe un problema”. L'autore di questa dichiarazione, rilasciata una settimana prima dell'inizio della manifestazione continentale, fu Cesare Prandelli. Si trattava - ovviamente - di una provocazione, fortemente criticata dall'opinione pubblica generale a partire dagli istanti successivi il momento stesso in cui il commissario tecnico l'aveva pronunciata.
Da Zurigo, sede dell'ultima amichevole giocata (e persa) contro la Russia, gli azzurri si spostarono verso la Polonia, accompagnati dall'ormai consueta cornice di polemiche.

A Danzica e Poznan hanno poi messo in mostra le diverse facce di una squadra che non ha ancora trovato una propria identità, ma che è cresciuta in maniera vertiginosa dopo le incertezze iniziali. Dall'Italia in grado di resistere ai "tiqui-taca" degli spagnoli a quella incapace di esercitare il ruolo di favorita contro la Croazia, passando per la sua versione "brutta ma vincente" esibita al cospetto dell'Irlanda di Trapattoni, in pochi avrebbero potuto lontanamente immaginare la recente lezione di calcio impartita all'Inghilterra di Roy Hodgson.
Eppure Prandelli era sicuro delle possibilità di successo dei suoi uomini: "Sono convinto che basti davvero poco per ottenere il salto di qualità e diventare di nuovo l’Italia che storicamente ha un posto tra le migliori nel mondo".

La storia viene scritta dai vincenti, agli altri non restano che le recriminazioni, fatte di "se", di "ma", di "sfortuna". Steven Gerrard, il capitano degli inglesi, oltre ad aver tenuto fede alla tradizionale sportività anglosassone ha poi candidamente ammesso: "Stavolta pensavo che la storia sarebbe stata diversa. E che per una volta avremmo avuto la fortuna necessaria per vincere ai rigori". Il riferimento è all'ennesima eliminazione subita dopo la lotteria dei penalty, la quinta di fila (agli Europei del 1996, 2004 e 2012, e ai Mondiali del 1998 e 2006). Da quel punto di vista, però, alla "dea bendata" non avrebbe potuto chiedere di più: l'Italia meritava ampiamente di vincere già al termine dei novanta minuti di gioco.

Si è trattato di un successo costruito mattone su mattone, pallone su pallone. Se poi la sfera resta incollata ai piedi di Andrea Pirlo, allora non rimane che andare su Twitter, il famoso social network, in attesa dell'arrivo dei complimenti direttamente dai profili di altre star del calcio, ancora in grado di meravigliarsi di fronte alla classe del trentatreenne centrocampista della Juventus.
Da Kiev, teatro della partita con gli inglesi, adesso l'Italia andrà a Varsavia, dove disputerà il prossimo 28 giugno la semifinale del torneo contro la Germania. Nella speranza, poi, di fare ritorno a Kiev, sede designata della finalissima (1° luglio).

Andrea Pirlo, assieme a Gianluigi Buffon (altro grande protagonista della sfida di domenica sera), era presente anche al “Westfalenstadion” di Dortmund il 4 luglio del 2006, allorquando l'Italia di Marcello Lippi sconfisse i padroni di casa nella semifinale del Mondiale tedesco. Da una sua invenzione era nata la rete di Fabio Grosso, la prima delle due che misero al tappeto la formazione allenata da Jürgen Klinsmann.

Tra gli avversari figurava anche Philipp Lahm, attuale capitano della Germania, che non si era vergognato nell’ammettere recentemente la propria preferenza verso gli inglesi come possibili avversari nella strada verso la coppa.
Di ben altro tenore, invece, il commento dei principali quotidiani tedeschi una volta venuti a conoscenza del loro prossimo sfidante. Il leitmotiv è sempre lo stesso: adesso l’Italia dovrà fare i conti con la voglia di rivalsa dei teutonici, che partiranno con il vantaggio di due giorni in più di riposo (e senza aver dovuto disputare i tempi supplementari).

Prandelli, dal canto suo, sembra non mostrare segni di cedimento: “Abbiamo pochi giorni per recuperare le forze. E dobbiamo mettere in campo una squadra viva. Manca tanto per poterli battere, ma se prepariamo bene la partita non ci sono squadre invincibili. Spagna e Germania sono molto forti, ma in certi momenti comunque ti possono concedere qualcosa. Se pensiamo che giovedì sarà una partita difficile, che sarà in bilico fino all’ultimo, possiamo uscirne vincitori”.
La speranza, in fondo, è proprio quella.

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venerdì 22 giugno 2012

Euro 2012: Italia, con gli inglesi basterà il cuore?


Dopo giorni nei quali non si è parlato altro che di "biscotti", lo scorso lunedì si è materializzato il passaggio dell'Italia di Cesare Prandelli ai quarti di finale dell'Europeo 2012. Ad attenderla, domenica prossima, ci sarà l'Inghilterra, una delle rivali più nobili del torneo. Si tratterà della prima partita ad eliminazione diretta, la classica gara da "dentro" o "fuori", dove non saranno ammessi calcoli di ogni genere, esclusi quelli - eventuali - per arrivare alla lotteria dei rigori.

A causa di una squalifica rimediata nell'incontro con il Montenegro (risalente al 7 ottobre 2011) gli inglesi hanno dovuto aspettare il terzo match della manifestazione per poter schierare tra le proprie fila Wayne Rooney, la loro stella più luminosa. Trascorsi quarantotto minuti di gioco la punta è riuscita a mettere il proprio nome nel tabellino dei marcatori.

Pochi istanti prima della partita con l'Ucraina anche Steven Gerrard, il capitano, aveva sottolineato l'importanza del suo rientro nell'economia della squadra: "Con lui abbiamo molte possibilità di andare avanti". Per un gruppo che ha dovuto affrontare questa avventura senza l’apporto dei vari Lampard, Barry e Cahill non si tratta certamente di un aspetto irrilevante.

Pur rispettando l'Italia i sudditi della Regina hanno tirato un grande sospiro di sollievo per aver evitato la Spagna campione di tutto (Europa e Mondo): sino al goal realizzato ai croati da Jesus Navas, infatti, il pericolo di incontrarli a Kiev era effettivamente concreto.

Mentre gli addetti ai lavori italiani temevano il verificarsi di un 2-2 nell'ultima gara tra le altre squadre del girone "C", non era stato dato molto risalto al rischio più grosso corso dagli uomini di Prandelli: con un "normale" 1-1 tra gli iberici e i biancorossi, infatti, all'Italia sarebbe spettato l'arduo compito di segnare almeno tre reti all'Irlanda per non venire estromessa dalla manifestazione.

Gli azzurri, dal canto loro, si sono fermati a due goals realizzati, giocando la gara peggiore tra quelle disputate sino ad oggi in Polonia. Tutto questo proprio nel giorno in cui tornavano al consolidato 4-3-2-1 (dogma di Prandelli dal momento del suo insediamento, con il romanista De Rossi spostato di nuovo sulla linea mediana del campo) al posto dell'improvvisato 3-5-2, figlio delle paure che hanno accompagnato la spedizione italiana in questo Europeo.

Prima dell'incontro con gli irlandesi il commissario tecnico aveva preferito non soffermarsi troppo sugli aspetti tattici della gara: "Non è un problema di modulo, ma di volontà, di cuore". Terminati i novanta minuti di gioco ha poi confermato la sua tesi: "Oggi abbiamo capito che oltre alla qualità serve molto cuore". Smaltita la tensione, a capo di una comitiva di una quindicina di persone ha raggiunto a piedi il monastero dei frati camaldolesi a Bielany, distante 21 chilometri dal ritiro di Wieliczka, rispettando la promessa fatta in caso di passaggio del turno.

Chi, tra Italia e Inghilterra, riuscirà a raggiungere le semifinali avrà l'opportunità di misurarsi il prossimo 28 giugno (a Varsavia) contro la vincente della sfida tra Germania e Grecia .
Fare un pronostico su quest'ultima partita sembra sin troppo facile, visto e considerato come i tedeschi sono stati gli unici in grado di completare il girone a punteggio pieno e ricoprono con naturalezza il ruolo di favoriti per il successo finale insieme agli spagnoli.

I greci, però, sono un avversario duro a morire, è opportuno che non siano sottovalutati. La loro vittoria nell'edizione 2004, d'altronde, parla chiaro: dove non arrivano le qualità tecniche e tattiche riescono a sopperire ai propri limiti gettando il cuore oltre l'ostacolo, esattamente come accade all'Italia di Prandelli.
La differenza sostanziale, però, è che il materiale umano a disposizione del tecnico di Orzinuovi è nettamente superiore a quello gestito da Fernando Santos.

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venerdì 11 febbraio 2011

Quando Jugovic e Zidane schiaffeggiarono l'Inter di Hodgson

Il 20 ottobre 1996 l'Inter di Mr. Roy Hodgson si presentò allo stadio "Delle Alpi" di Torino forte di un primo posto in classifica che - sino a quel momento - rispecchiava i sogni estivi di una Beneamata finalmente pronta a cucirsi sulle maglie lo scudetto numero quattordici della sua storia. Ad attenderla c'era la Juventus guidata da Marcello Lippi, fresca campione d'Europa, alla quale però la Triade aveva deciso di cambiare totalmente abito dopo il trionfo nella magica serata di Roma.
Priva di Del Piero e Antonio Conte e curiosa di scoprire il talento del neoacquisto Zinédine Zidane, Madama ospitò gli sfidanti pronta a dimostrare al proprio pubblico di essere ancora la più bella del reame. Si trattava della sesta giornata di campionato e davanti alle contendenti c'erano ancora tante, troppe gare da disputare sino alla fine della stagione per poter considerare l'incontro un qualcosa in più di una gara valevole per il prestigio e i tre punti. Non era ancora arrivato, in sintesi, il momento dei verdetti definitivi.

Lo spirito con il quale la Vecchia Signora azzannò la partita sin dai primi attimi di gioco lasciò di stucco l'Inter, incapace di opporre resistenza di fronte al furore agonistico messo in mostra dagli uomini di Lippi. Assente Paul Ince, il mediano nerazzurro che avrebbe dovuto occuparsi di Zidane, il francese si portò allegramente a spasso per il prato verde Ciriaco Sforza, naturale sostituto dell'inglese nel compito di arginare le giocate del numero 21 bianconero. Di Livio, Deschamps e Jugovic si impossessarono della linea mediana del campo, costringendo Zanetti, Winter e Djorkaeff (i loro dirimpettai) ad assumere un atteggiamento remissivo nei loro confronti. Una Juventus raccolta in non più di trenta metri schiaffeggiò ripetutamente i nerazzurri, stordendoli con un pressing asfissiante e pungendoli con un Bokisc devastante tanto nel crearsi le palle goals quanto a sbagliarle con incredibile puntualità. Soltanto al quarantesimo minuto del primo tempo Vladimir Jugovic, dopo un veloce scambio con Padovano, infilò Pagliuca per uno strameritato 1-0.
Prima, però, era andato in onda lo show della punta croata, definita a fine gara da Umberto Agnelli "tanto grande da meritare il pallone d'oro".
Al 13' della ripresa Ivan Zamorano, servito da Branca, con un destro in spaccata riuscì a colpire il palo, pareggiando il conto con quello centrato da Boksic (ancora lui) pochi istanti prima della rete dell'iniziale vantaggio bianconero. Infastidita dall'improvvisa sortita offensiva dei nerazzurri, Madama riprese a schiacciare sull'acceleratore: ancora il croato, saltato Pagliuca, cercò una conclusione a porta vuota, con Paganin che salvò sulla linea. Al 17' un potente sinistro di Zidane, scoccato a pochi metri di distanza dal limite dell'area di rigore interista, regalò al francese la sua prima rete nel campionato italiano e alla Juventus quel 2-0 che sanciva una superiorità nettissima. Dirà di lui, al termine dell'incontro, Marcello Lippi: "Io l'ho sempre difeso dalle critiche perché in allenamento ho sempre visto il suo lavoro, l'ho sempre giudicato positivo considerando anche che da poco tempo è con noi. Certo, ha fatto un bellissimo goal, penso che per lui sul piano morale potrà essere fondamentale".
Due minuti dopo Ferrara, su pallone proveniente da calcio d'angolo, colpì la traversa. Peruzzi, rimasto inoperoso per quasi tutta la durata della gara, potè giustificare la sua presenza con un intervento su conclusione di testa di Angloma su un cross originato anch'esso da un corner. Quella fu l'ultima azione degna di nota della partita.

Dopo che l'arbitro ebbe fischiato la fine delle ostilità, Massimo Moratti non riuscì a nascondere la sua delusione: "Al contrario degli avversari, la mia Inter non ha saputo combinare niente di decisivo. Non mi è piaciuta". E mentre Roy Hodgson cercava di trovare conforto in una classifica non ancora deficitaria ("i punti valgono più del gioco"), il presidente nerazzurro gli rispose stizzito: "Non vedo come i punti possano arrivare se non c’è il gioco".
Quell'incontro rappresentò l'alba di un nuovo scudetto bianconero, il numero ventiquattro. Umberto Agnelli, nonostante la bellissima prestazione della squadra, si mostrò dispiaciuto per le condizioni dell’impianto torinese teatro della sfida: "Non riguarda la partita in sé, perché in campo c' è stata una bellissima Juventus, con Boksic strepitoso e Zidane grande protagonista. Quello che non va proprio è lo stadio: è troppo triste osservare il Delle Alpi mezzo vuoto, è troppo brutto vedere quell'enorme distanza tra il pubblico e i giocatori. Abbiamo già presentato tre proposte alternative al Comune, perché così non si può proprio andare avanti. E aspettiamo risposte".
Sarà suo figlio Andrea, attuale Presidente del club, ad inaugurare la nuova casa bianconera la prossima estate. Il compito più arduo che lo attende, però, è un altro: quello di ricostruire la Juventus.


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sabato 20 marzo 2010

Noi siamo la Juventus. Voi chi siete?

Un foglio bianco, vuoto, da riempire. Le idee che partono dalla testa, ma vengono stravolte quando passano attraverso il cuore. Che piange lacrime di rabbia e disegna uno dei soliti articoli, pieni di livore, voglia di contestazione, richieste di aiuto verso chi non vuole (o non può ancora) ascoltare.
I biglietti per la prossima partita della Vecchia Signora, a Genova, accanto al computer. La voglia di strapparli, gettarli dalla finestra e farla finita. Basta calcio. Basta Juventus. Quella non c’è più. E’ durata 109 anni. Dal 2006 è diventata la "nuova Inter". Nella sua versione da "perdente di successo".

La corsa per rientrare dal lavoro, tra treni, ritardi, traffico ed altri impegni per assistere all’ennesima figuraccia. Unica differenza col passato: stavolta si giocava alle 19.00. Questa mancava. Per le altre ore, compreso quelle al sabato durate la permanenza in serie B, avevamo già dato. Adesso i ceffoni vengono presi anche dall’allenatore che "preferiva Pistone a Roberto Carlos" (Mr. Roy Hodgson) e dal suo Fulham. Da società di calcio a organo di beneficienza calcistica: chiunque può passare, prendere i tre punti (o buttarci fuori da una coppa) e andarsene. Anche senza dire nulla. L’importante, però, è salutarli sempre con il sorriso sulle labbra.

Una società senza cuore, una dirigenza senz’anima, una squadra composta da un gruppo di ragazzini che cercano l’autostima prima della vittoria. Non si possono contestare: anche dagli spalti bisogna tenere un atteggiamento consono al nuovo stile. Se qualcuno prova a fischiarli, si viene mandati a quel paese. Se si accenna a qualche critica, ti viene fatto il dito medio.

Dalla grinta di Furino alle corse rabbiose di Davids, dai baffi di Benetti agli "schizzi" di Tardelli, dai tackle di Deschamps alla zazzera bionda di Nedved, da "Combi-Rosetta-Caligaris" a "Zoff-Gentile-Cabrini", da Boniperti a Scirea, da Sivori a Platini e Zidane, da Trapattoni a Lippi e Capello.
Un foglio bianco che si sta riempiendo. Il cuore che smette di scaricare rabbia e inizia a comporre odi di epiche imprese, di eroi calcistici passati alla storia per vittorie leggendarie. La lista è lunga, una chiavetta USB non basterebbe a conservarle tutte. Le consonanti e le vocali diventano note, la tastiera un pianoforte, per riproporre una musica diventata tradizione. Ma rimasta tale.

Negli sguardi dei giocatori juventini lo sconforto, il non riuscire a fare qualcosa di positivo. La paura di un vero contrasto, la voglia di prendere il pallone (e di non lasciarlo più) rimasta solo nelle intenzioni.
Fa male, se contrapposto allo spirito di chi indossava una maglietta che una volta era un’armatura, quando si aspettava che l’ultimo degli avversari entrasse in campo per chiudere la porta a chiave. E buttarla via. Solo allora la corrida poteva avere inizio. Già dai loro occhi si capiva che sarebbe stata dura: erano la vittima predestinata. Una sola frase: "noi siamo la Juventus. Voi chi siete?". Il pallone tra i piedi come unico obiettivo. Pur di averlo, si prendeva tutto quello che gravitava in zona: gambe, caviglie, stinchi. Le tibie degli avversari, una volta finito di "sbranarli", usate come filo interdentale.

Il silenzio prima delle partite come strumento per conservare la rabbia da sfogare in campo. Leoni, quelli di una volta, contrapposti ai gattini che oggi fanno le fusa ai tifosi. Proclami che nascondono insicurezze, figlie di una proprietà che immagina bastino 50 milioni di euro ogni estate da spendere per zittire quei tifosi nostalgici di una Juventus vincente e antipatica. Una dirigenza senza capo né coda, scelte di mercato insensate figlie di progetti immaginari e condite da consulenze inappropriate. Allenatori su cui scaricare le colpe di fallimenti continui.

Tifosi, milioni di tifosi, che devono tenere duro. Perché finirà: si tratta solo di certificarne la data.
La Vecchia Signora come amante, fidanzata, moglie, confidente, sorella, migliore amica, ragione di vita. Emozioni continue. Sofferenze, anche quando si vince. Momenti della vita di ognuno scanditi da partite, giocatori che vengono visti nascere e poi passare. A volte: a guardare gli incontri dall’ultimo anello, su in cielo. Accanto all’Avvocato. Che non ne dimenticava uno.

Un esercito di sostenitori confuso, guidato da comandanti che non hanno la più pallida idea di dove si trovi la porta per uscire dalla caserma. E non sanno da che parte leggere le mappe. Troppo brutto per essere vero. Infatti: non è vero. Continuerà così sino a quando le persone che lo guidano non cambieranno. E non saranno un Ribery o un Fabregas di turno a modificare lo stato delle cose. Messaggio per gli illusi: chi vuol capire, capisca.

Il foglio bianco è pieno di ricordi, messaggi, siluri, amare constatazioni.
E anche amore. Di un semplice soldato di frontiera, orgoglioso di essere juventino.
Il computer si spegne, l’articolo è stato ormai inserito. I biglietti finiscono nel portafoglio.
Vìa, verso lo stadio Luigi Ferraris. Avanti, incontro alla prossima umiliazione. A testa alta.
Urlando "noi siamo la Juventus. Voi chi siete?".
Rivolto, naturalmente, a chi - attualmente - dirige la truppa bianconera. Prima di mettere gli avversari nel mirino, si guardino i veri nemici. A quelli che sono in casa. Dopo, si penserà ad altro.
Come a far ripartire una storia ferma dal 2006.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

Questa volta, a differenza delle altre, anche su “Tutto Juve.com” ho inserito un video creato da me, lo scorso 21 giugno 2009. Ringrazio la redazione del sito per avermi concesso la possibilità di farlo. Il titolo, manco a dirlo, è “Noi siamo la Juventus”. Spero che stavolta venga visto anche dalle persone che devono fare i bagagli e andarsene. Buona visione

mercoledì 10 marzo 2010

La Juve tra Zaccheroni, Candreva e... Mr. Hodgson



"Zaccheroni ha un contratto fino a giugno, ma saremmo felici se ci mettesse in difficoltà: è ancora tutto da decidere". Così parlò Roberto Bettega il 18 febbraio scorso, all’alba della partita di andata dei sedicesimi di finale di Europa League tra Ajax e Juventus, in programma ad Amsterdam.
Hiddink e Benitez le scelte più prestigiose per il dopo-Ferrara; Roberto Mancini un’illusione (onerosa e fantasiosa) durata lo spazio di pochi giorni; quello con Claudio Gentile il vero ballottaggio che, una volta vinto, consegnò ad Alberto Zaccheroni una delle panchine più ambite del mondo.
Il ruolo? Traghettatore. Una via di mezzo tra allenatore e psicologo; una posizione dove le responsabilità non mancano, ma dove gli errori hanno comunque un "inizio" precedente rispetto al tuo arrivo; come impegno l’obiettivo di salvare il salvabile, portando la barca a destinazione con il minor danno possibile.
Poi: una stretta di mano, un "grazie" e un "arrivederci". Forse.

Il solo fatto che al "traghettatore" venisse concessa la possibilità, a parole, di potersi giocare qualche chance per la conferma nella stagione successiva (la prossima) alla guida della Juventus (da "allenatore"), venne visto come un altro, ulteriore segno di ridimensionamento della Vecchia Signora. Come se non fossero bastate una stagione disastrosa nata da un’idea estiva che aveva comunque sollecitato qualche fantasia, le promesse mancate e le continue incertezze sul futuro della società prima ancora che della squadra. Il primo tassello da sistemare, quello dell’allenatore, dava l’idea di una scelta dettata da una volontà di (ulteriore) ridimensionamento. Invece…

Buonsenso, esperienza, concretezza, ricerca di nuove soluzioni adatte alla squadra piuttosto che agli schemi prediletti, sprazzi di gioco in un deserto arido da mesi, risultati: in poco meno di un mese, molto (quasi tutto) è cambiato. La certificazione della bontà della scelta compiuta è rappresentata dalle dichiarazioni in difesa della "sua" Juventus, in relazione alle recenti polemiche sugli arbitraggi. Quelle che rappresentano la regola: prima del 2006 e dopo. In pratica: da sempre. Con una differenza: prima c’era chi la sapeva proteggere.

Prandelli, Gasperini, Allegri, Giampaolo, (ancora) Benitez,…. Nomi che vanno e vengono, una scelta da compiere in funzione di un’idea vincente.
Scelta che non potrà basarsi sul banale "non ha mai vinto prima" oppure "ha parlato male della Juventus".
Se questo fosse stato il metro di valutazione applicato nel passato, in bianconero non sarebbero mai arrivati tre dei più grandi allenatori della storia del calcio: Giovanni Trapattoni, Marcello Lippi, Fabio Capello.
Tra chi "non era nessuno" (come mister) prima di approdare a Torino, a chi si scagliava con forza contro i "gesuiti" che non "avrebbe mai allenato".
La forza di una società vincente è rappresentata dalla scelta di un gruppo dirigenziale funzionale all’unico obiettivo posto: vincere. Il fallimento della Juventus attuale è frutto proprio degli errori compiuti in questo senso.
Nel perseguire gli scopi vanno poi individuati i giusti protagonisti, tra i quali l’allenatore. Solo chi ha "veramente" competenza è in grado di scegliere la persona adatta (sia dal punto di vista umano che tecnico) a questo compito, a cui consegnare una fuoriserie: perché con una macchina di piccola cilindrata non si va da nessuna parte. Chiunque si trovi alla sua guida.
Scelta che, comunque, potrebbe anche portare alla conferma dello stesso Zaccheroni: di diritto (acquisito) giustamente entrato nella rosa dei candidati.

"E’ lui l’uomo giusto per uscire dalla crisi". Non appena la trattativa per l’acquisto di Antonio Candreva si concluse, le prime parole che Roberto Bettega (ancora lui) spese per il giovane talento furono queste.
Ci si trovava quasi al termine dell’era-Ferrara, e non si poteva intervenire in maniera massiccia sul mercato: per la difficoltà nell’acquistare giocatori in quel momento della stagione; perché l’allenatore sarebbe cambiato a breve; perché di soldi ne erano già stati spesi l’estate prima; perché c’era un bilancio sano da rendere splendido in vista dell’introduzione prossima-futura del famoso "fair play finanziario". Quello che era nei progetti (e nei sogni) di Jean Claude Blanc, nelle promesse di Platini e che rimane tuttora nelle convinzioni dei gestori del sito della Juventus (guardate che non partirà prima del 2015… Almeno…).
Tra Paolucci (tornato a Torino) e Lanzafame per l’attacco, la scelta migliore poteva essere… Immobile. Il "giovane" Ariaudo, con tutta probabilità, avrebbe meritato più fiducia del "vecchio" Cannavaro. Ekdal, a centrocampo, (forse) sarebbe servito da subito. Poi, però, arrivò lui: Antonio Candreva. Dopo le prime titubanze, pian pianino ha iniziato a prendere confidenza con i compagni e l’ambiente, sino a diventare un elemento importante. Si tratta di uno dei pochi giocatori in grado di unire la quantità alla qualità, concedendo allo stesso Zaccheroni la possibilità di inserirlo in ruoli diversi, cambiando - così - più volte il "vestito" della Vecchia Signora.

Che adesso ripartirà giovedì, per un cammino europeo che inizia a destare i primi interessi: la fame di vittorie, bruscamente interrotta nel 2006, è tanta. Ripartire con una Europa League può essere il giusto viatico per riprendere confidenza con l’unica lingua conosciuta dalle parti di Torino: quella della vittoria.
Avversario il Fulham, allenato da una vecchia conoscenza del calcio nostrano: Mr. Roy Hodgson. L’uomo per cui "Pistone era meglio di Roberto Carlos". Un "promemoria", l’ennesima riprova che gli scudetti - prima di Calciopoli - si vincevano e si perdevano sul campo. Altro che storie…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com