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venerdì 23 agosto 2013

Via al campionato, Juve da battere


Adesso, finalmente, si comincia a fare sul serio. Sabato 24 agosto, alle 18.00, partirà una nuova edizione della serie A. Sarà il Milan a dare il via alle danze. Incontrerà il rinnovato Verona di Andrea Mandorlini, in quello stesso stadio dove in passato ha visto più volte crollare in soli novanta minuti di gioco le proprie ambizioni di scudetto. Chi ha già avuto modo di dare uno scrollone all'estate del pallone è stata la Juventus, capace sia di infliggere una sonora sconfitta alla Lazio nel primo impegno ufficiale della stagione che di zittire Lotito, l'artefice e il protagonista principale di alcune polemiche che avevano tenuto banco durante la sosta forzata del campionato. 

L'estate calcistica era iniziata con la Confederations Cup, uno dei tornei più commerciali del pianeta. In maglia azzurra avevano brillato tanto il bolognese Diamanti quanto il bianconero Giaccherini. Il primo è stato (e forse lo è ancora oggi) un oggetto dei desideri di Madama, mentre il secondo è finito in Premier League, al Sunderland. In Inghilterra avrà modo di legittimare le proprie ambizioni di una convocazione ai prossimi mondiali del 2014 da parte di Cesare Prandelli. Buffon, intanto, aveva smentito chi maliziosamente sosteneva che non fosse bravo a parare i rigori. In Brasile, laddove si vive a pane e football, il popolo era invece insorto contro le spese folli del mondo del pallone. 

Poco tempo dopo a Torino è sbarcato Carlos Alberto Tévez, uno dei pochi fuoriclasse che negli ultimi anni è entrato in Italia invece di uscirne fuori con una valigia piena di milioni di euro. Ora indossa una maglia, la numero dieci della Juventus, che sotto la Mole ha un fascino particolare. Lui lo sa bene, ne è consapevole, ma questo non sembra rappresentare un problema. Nel suo passato, d'altronde, è stato in grado di reggere il peso di quella portata da Maradona all'epoca in cui militava nel Boca Juniors.

La Vecchia Signora si è rinforzata alla ricerca del terzo scudetto consecutivo, consapevole che la strada per accorciare il gap tecnico con gli squadroni europei è ancora lunga. Per non parlare di quello economico. Anche se Antonio Conte, su questo tema, lo scorso maggio aveva mostrato idee diverse: "Certo, i soldi aiutano a vincere, ma non bastano. Il modello da seguire è il Bayern: un progetto serio iniziato anni fa con Van Gaal, passato anche da sconfitte brucianti che hanno alimentato la ferocia dei calciatori. Alla base di ogni successo c’è: una organizzazione di gioco, una società disposta a seguire una strada precisa con investimenti mirati e una gestione oculata del vivaio. Solo così si può invertire la rotta" . 

Aggiungendo, poi: "Scendiamo sul pratico: ho sentito Robben l’altro giorno dire: "La nostra è stata una vittoria di squadra". Ha capito, Robben è un talento puro. Come Ribery. Eppure si sono messi al servizio della squadra. E’ l’organizzazione di gioco che esalta il talento, purtroppo da noi questo è un pensiero di minoranza. Si dice: "l’attaccante non deve stancarsi con il pressing altrimenti non è lucido in area, il 10 deve essere libero da ogni marcatura e tutto ruota intorno a lui". Non è così, almeno per me. E mi pare che questo possa essere un modello vincente". 

Da quando ha rimesso piede a Torino, il tecnico di origine leccese ha portato Madama a vincere due scudetti ed altrettante Supercoppe Italiane, perdendo una finale di Coppa Italia contro il Napoli degli ex Mazzarri e Cavani. A proposito dei partenopei: in questa stagione le loro guide in panchina e sul campo saranno rispettivamente Benitez e Higuain. Dell'anti-Juventus si sentirà parlare sino a quando dal lotto delle pretendenti non uscirà fuori una seria contendente della Vecchia Signora nella corsa al tricolore.

I giocatori bianconeri faranno comunque bene a non abbassare la guardia. Sono favoriti, ma uno sguardo al passato ogni tanto può servire per evitare cadute rovinose: il 12 settembre 1982, ad esempio, nel corso della prima giornata del campionato Madama venne sconfitta dalla Sampdoria per 1-0 allo stadio "Luigi Ferraris" di Genova. Giovanni Trapattoni aveva schierato un nutrito gruppo di neo campioni del mondo, insieme agli esordienti Platini e Boniek. Nonostante tutto, vinsero comunque i padroni di casa. Al termine di quella stagione una delle Juventus più forti della storia conquistò la miseria di una Coppa Italia. Può succedere, è successo. E' meglio non dimenticarlo.

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domenica 19 maggio 2013

Juventus, l'abitudine a cedere per acquistare



Archiviata l’ultima gara della stagione, coincisa con una sconfitta, Antonio Conte non si è sottratto a nuove domande sul futuro della Juventus poste dai giornalisti nella pancia dello stadio “Luigi Ferraris” di Genova. Tévez, Ibrahimovic, Higuain, la difesa, il centrocampo… Gli argomenti sui quali discutere non sono di certo mancati. In merito alla zona mediana del campo lo stesso tecnico ha rilasciato una dichiarazione sibillina: “Il nostro centrocampo? Saremo  i migliori quando saremo noi a giocare la finale di Champions League”.

Il summit tra l’allenatore bianconero e la dirigenza del club è servito a chiarire ulteriormente le strategie di mercato di Madama, a breve e lungo termine, a tutti i membri cardine della società. Ora dalle parole si dovrà necessariamente passare ai fatti.

Il messaggio ai tifosi è partito, e stavolta non ci sono dubbi interpretativi di alcun genere: nessuno si aspetti acquisti milionari in serie. Arriveranno giocatori utili alla causa juventina, verrà alzato il livello tecnico della rosa e spetterà a Marotta e Paratici smontare e rimontare i pezzi del puzzle per poi restituire a fine agosto un budget in linea con l’attuale situazione gestionale. Poi, quando sarà il momento, si potrà riprendere a pensare in grande anche di fronte al tavolo delle trattative.

Svanite in prossimità del rush finale le possibilità di centrare alcuni record destinati a passare alla storia, la Juventus ha perso nuovamente contro la Sampdoria nell’ultimo atto del campionato. I blucerchiati hanno sconfitto la Vecchia Signora tanto all’andata quanto al ritorno, così come non le capitava di fare dalla stagione 1995/96. All’epoca i doriani si imposero a Genova per 2-0 (doppietta di Enrico Chiesa, 10 dicembre 1995), per poi ripetere l’impresa a Torino quattro mesi dopo (13 aprile 1996, 3-0 per effetto dei goals del solito Chiesa, di Balleri e Seedorf).

Quella gara giocata al vecchio “Delle Alpi” aveva sancito la fine delle speranze bianconere di poter raggiungere in classifica il Milan di Fabio Capello, ormai prossimo a conquistare il tricolore. Umberto Agnelli, padre dell’attuale presidente juventino Andrea, aveva abbandonato la stadio rilasciando una dichiarazione in cui si potevano chiaramente intravedere sia una sensazione di amarezza per il risultato appena conseguito che di speranza per la vicina semifinale di ritorno della Champions League: “Lo scudetto è perso? Credo proprio di sì. Non mi è sembrato che la squadra meritasse una sconfitta così pesante. Siamo stati anche sfortunati, ma a Nantes non lo saremo”.

Dello stesso tenore furono le parole pronunciate da Marcello Lippi, il tecnico di Madama: “Se mercoledì a Nantes ci andrà bene avremo un mese per correggere gli sbagli, per arrivare alla finale di Champions League senza sbavature”. La finale del massimo trofeo continentale, proprio il punto di arrivo delle speranze di Antonio Conte, attuale allenatore dei bianconeri. A lui era capitato di essere presente in entrambe le gare giocate contro i blucerchiati, che terminò – curiosamente - nello stesso minuto, al 18’ della ripresa.

In mezzo al campo la Juventus schierava anche Didier Deschamps, che in quel pomeriggio di aprile si era tolto qualche sassolino dalle scarpette chiodate: “Io sono un centrocampista e mi auguro che l'esperimento di schierarmi come difensore centrale non si verifichi più . Già a Nantes voglio riprendere il mio ruolo". Pure Gianluca Vialli, capitano e leader carismatico di una formazione piena di campioni, non si era tirato indietro di fronte a domande delicate sul suo futuro personale: “L'Avvocato dice che dipende da me? Per certe cose serve la reciprocità di intenti. Appena ci saranno novità lo comunicherò, sapete che la sincerità non mi ha mai difettato”.

La Vecchia Signora a Nantes subì una sconfitta per 3-2, ma riuscì comunque ad andare in finale per poi vincere la Champions League contro l’Ajax. Successivamente cambiò abito, salutando alcuni eroi di quell’impresa nell’intento di acquistarne altri per continuare a recitare un ruolo di protagonista ai massimi livelli.
Cedere per poi acquistare. Era il motto di allora, e continua ad essere di attualità anche al giorno d’oggi.

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martedì 8 gennaio 2013

Juve, il Milan per dimenticare la Samp

 
Un famoso detto recita che "chi ben comincia è a metà dell'opera". Al giro di boa della serie A la Juventus di Antonio Conte effettivamente è a metà dell'opera, anche se non si può certo affermare che abbia cominciato bene il 2013. Dopo essersi laureata in anticipo campione d'inverno ha infatti concluso nel peggiore dei modi un girone di andata che, comunque, le ha riservato più gioie che dolori. Pur subendo contro la Sampdoria la seconda sconfitta casalinga in poco meno di due mesi, i numeri sono ancora dalla parte di Madama.
 
A questo proposito si possono citare due esempi: sono cinque i punti di vantaggio sulla seconda in classifica (la Lazio) e tre quelli in più rispetto a quanti ne aveva accumulati nella scorsa stagione. Quella in cui la Vecchia Signora, libera da impegni europei infrasettimanali, era riuscita a conservare l'imbattibilità per tutto il campionato. A conti fatti non è poco. Le vittorie esterne della Sampdoria contro la Juventus da trent'anni a questa parte si possono contare sulle dita di una mano. Prima della doppietta del giovane Icardi l'ultimo successo ligure risaliva al 2 febbraio 2005: la rete realizzata da Diana aveva piegato i bianconeri allora guidati da Fabio Capello per 1-0. Il caso ha voluto che alla vigilia della recente partita tra le due formazioni Antonio Conte abbia risposto per le rime ad un'osservazione fatta dallo stesso Capello sui meriti (e i record) dell'attuale Juventus rapportati a quella da lui allenata nel biennio 2004-2006.
 
Per trovare un'altra vittoria della Sampdoria per 2-1 bisogna invece tornare indietro nel tempo sino al 30 ottobre 1983, quando i blucerchiati, sotto di un gol (Paolo Rossi) dopo la prima frazione di gioco, nella ripresa ribaltarono il risultato grazie alle marcature di Brady e Galia. A questo proposito vanno segnalate due curiosità: l'andamento di quella gara era stato lo stesso della recente partita disputata allo "Juventus Stadium" e i due goleador della formazione di Renzo Ulivieri nella loro carriera hanno indossato anche la casacca bianconera.
 
Antonio Conte ha precisato che la Juventus non è composta da marziani ma da essere umani che, come tali, possono sbagliare. Ed è esattamente quanto è accaduto contro la Sampdoria. Dalla panchina al portiere, passando per i vari reparti della squadra, ogni elemento dello staff juventino ha sulla propria coscienza alcuni errori. Senza nulla togliere ai blucerchiati, che hanno vinto con pieno merito, sin dal prossimo incontro la Vecchia Signora dovrà togliersi di dosso quell'abito da presuntuosa con la quale ha iniziato a giocare il secondo tempo.
 
Le critiche a Peluso per il suo infelice debutto in maglia bianconera sono giuste, mentre la bocciatura inflitta al suo acquisto sarebbe quantomeno prematura. Andando a rivedere il cammino percorso dai vari Bonucci e Chiellini nello scorso campionato si possono facilmente trovare delle prestazioni negative, anche peggiori di quella offerta dall'ex atalantino.
 
Il calcio è uno sport in cui non sempre vince il più forte. Così come non esiste l'elisir di lunga vita non esiste neanche quello dell'imbattibilità. Da tempo immemore, poi, la prima giornata di campionato disputata dopo le festività natalizie regala delle sorprese. Quanto accaduto a Firenze (vittoria del Pescara) e Udine (brutto capitombolo dell'Inter) sono solo delle conferme a questa tesi. Quando la macchina da gioco plasmata da Conte non ingrana non c'è nessuno che riesca a togliere il tecnico dai guai. Sino al momento in cui il club non acquisterà (almeno) un fuoriclasse in grado di risolvere da solo le partite questa resterà la "Juventus di Conte".
 
Il menù infrasettimanale le presenta adesso un piatto gustoso: il Milan, da affrontare mercoledì nella gara secca valevole per il quarto di finale di Coppa Italia. Non ci sarà Icardi, il giustiziere della Vecchia Signora nella scorsa domenica. Al suo posto, però, troverà El Shaarawy, l'attuale vice-capocannoniere della serie A. Per evitare altre brutte sorprese le converrà prestare la massima attenzione.
 
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lunedì 23 luglio 2012

Paolo Mantovani e la Sampd'oro


Dedicato alla memoria di mio nonno Osvaldo. Uno dei primi sampdoriani d'Italia.

Con la conquista dello scudetto da parte del Verona di Osvaldo Bagnoli ci si aspettava che le sorprese della stagione calcistica 1984/85 fossero ormai finite. All'appello, però, mancava ancora la doppia finale di coppa Italia, che avrebbe opposto la giovane Sampdoria di Eugenio Bersellini (società nata il 1° agosto 1946) al più blasonato Milan guidato dal veterano Nils Liedholm.

Nella gara di andata, disputata il 30 giugno 1985, i blucerchiati erano riusciti a sbancare "San Siro" vincendo per 1-0 grazie alla rete messa a segno dallo scozzese Graeme Souness, uno che di successi se ne intendeva: con la maglia del Liverpool, in precedenza, aveva fatto incetta di trofei, tra i quali spiccavano cinque scudetti e tre Coppe dei Campioni.

In previsione del match di ritorno i liguri avrebbero dovuto ovviare alle assenze dell'inglese Trevor Francis (uno dei pupilli del presidente Paolo Mantovani, nonché capocannoniere della manifestazione con nove reti all'attivo) e Roberto Galia. Per sostituire quest'ultimo la scelta era caduta su Renica (difensore ormai prossimo al trasferimento al Napoli), mentre sul fronte offensivo era stato deciso di puntare su Roberto Mancini come spalla del confermatissimo Gianluca Vialli.

Per il talentuoso calciatore originario di Jesi si trattava di un'importante occasione da sfruttare per mettersi in vetrina e guadagnare una conferma per l'anno venturo: "Questa Sampdoria può decollare e non accetterei di essere ceduto in prestito perché sarebbe segno di sfiducia da parte di chi mi 'affitta'. Sono disposto a lottare, con gli altri tre, per una maglia da titolare. Lo dirò al presidente Mantovani".

Conservata l'imbattibilità sino all'ultimo atto del torneo, ai padroni di casa per conquistare il primo trofeo della propria storia non restava altro da fare se non mantenere il vantaggio maturato nell'incontro precedente. Invece di mostrare un atteggiamento attendista, però, la Sampdoria aveva preferito imporre alla gara un ritmo altissimo, costringendo l'avversario sulla difensiva. Il gol del vantaggio, arrivato al 41' grazie ad un penalty concesso dall'arbitro Agnolin per un contatto tra Battistini e Vialli, era stato realizzato proprio da Mancini.

Al 61' era spettato a Vialli il compito di chiudere definitivamente i giochi, eludendo il controllo di due rossoneri all'interno della loro area di rigore per poi trafiggere Terraneo. A nulla era valsa la successiva rete di Virdis: la Sampdoria si aggiudicava meritatamente la Coppa Italia, diventando così la terza società ligure ad entrare nell’albo d’oro del trofeo dopo Vado (1922) e Genoa (1937). Bersellini, dal canto suo, aveva eguagliato lo stesso Liedholm e Nereo Rocco nella speciale classifica degli allenatori più titolati del torneo (tre per ognuno di loro), riuscendo oltretutto a farsi perdonare la retrocessione nella serie cadetta relativa al campionato 1976/77.

Nel giro di poche stagioni (prese in mano le redini del club nel mese di giugno del 1979) Paolo Mantovani era riuscito quindi a trasformare la Sampdoria in Sampd'oro: dai gemelli del gol blucerchiati (Vialli e Mancini, appunto) al trionfo in Coppa delle Coppe (1990), passando per la conquista di uno scudetto (1990/91) ed una Supercoppa Italiana (1991) sino ad arrivare alla finalissima di Coppa dei Campioni mancata d'un soffio a Londra contro il Barcellona di Johan Cruijff (1992), la lungimirante programmazione dell’imprenditore romano aveva - quindi - prodotto i risultati sperati.

Il totale delle coppe Italia vinte salirà poi a quattro, l'ultima delle quali (1994) conquistata con lo svedese Sven-Göran Eriksson in panchina ed Enrico Mantovani, il figlio, al timone del club. Lui era mancato il 14 ottobre 1993, lasciando in eredità una gestione societaria difficilmente ripetibile, tanto per i fatti attinenti al campo di gioco quanto per quelli esterni al rettangolo verde.

Dopo l'addio di Bersellini e prima dell'arrivo di Eriksson la guida blucerchiata era stata affidata a Vujadin Boskov, un maestro di calcio al quale sono legati i più grandi successi blucerchiati.
"L'unica cosa di cui non sono pentito, nella mia vita, è di essere diventato presidente della Sampdoria", amava ripetere Paolo Mantovani. La bontà del suo lavoro aveva confermato quelle parole.

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martedì 17 maggio 2011

Adesso si cambia di nuovo, alla ricerca della vecchia Juve



Adesso è quasi certo: la Vecchia Signora nella prossima stagione non giocherà in Europa. Neanche in quella minore, la famosa Europa League diventata lo scorso anno l’obiettivo principale della società nel momento stesso in cui le erano scivolati via dalle mani tutti gli altri.
Ora non le resta che una flebile speranza, legata al verificarsi di una sua vittoria nella prossima partita contro il Napoli unita ad un contemporaneo successo della Sampdoria a Roma contro i giallorossi. Ad oggi, capire quale dei due eventi abbia la maggiore possibilità di verificarsi è realmente difficile. Proprio nel giorno in cui Madama si è lasciata sfuggire l’ultimo treno per dare un significato a questa stagione (e mentre a Catania la squadra di Montella perdeva…), i liguri allenati lo scorso campionato da Luigi Del Neri retrocedevano matematicamente in serie B dopo essere stati superati in casa dal Palermo.

Tralasciando le sconfitte a tavolino, l’ultima volta nella quale la Juventus fallì l’obiettivo minimo di guadagnare l’accesso ad una manifestazione europea capitò nel 1991, vent’anni fa. Proprio allo stadio “Luigi Ferraris” le reti realizzate da Branco e Skuhravy impedirono ai bianconeri la possibilità di raggiungere la qualificazione alla coppa UEFA, a favore di Parma e Torino che – dal canto loro - pareggiarono 0-0 le gare che le vedevano come protagoniste. Era il 26 maggio, si trattava della domenica in cui Enrico Ameri fece la sua ultima radiocronaca raccontando agli ascoltatori il successo del Genoa, la squadra del cuore, sulla Vecchia Signora.

Una settimana prima la Sampdoria di Vialli e Mancini si era aggiudicata lo scudetto su quello stesso terreno di gioco battendo il Lecce con il risultato di 3-0, condannandolo così alla discesa nella serie cadetta. Caso vuole che gli stessi salentini, vincendo domenica scorsa il derby contro il Bari, sono riusciti adesso a salvarsi e a rimanere in serie A proprio a scapito dei blucerchiati.

Le parole che Stefano Tacconi pronunciò a suo tempo nell’immediato dopo gara contro i grifoni sono simili a quelle espresse nelle dichiarazioni rese dai giocatori bianconeri più volte nel corso di questa stagione: “Il sorriso bisogna meritarselo. Oggi tocca al Genoa e a chi ha finito il campionato davanti a noi. E’ inutile rimpiangere ora le occasioni sciupate. Anche il rigore non segnato a Firenze potrebbe essere un alibi, ma sarebbe assurdo legarsi ad episodi. Anche perché perfino a Genova un pari ci sarebbe bastato, visti i risultati di Parma e Torino. Ma abbiamo sbagliato tutto. Il secondo gol ci ha tagliato le gambe, è stata la sintesi di una stagione storta. Per strada abbiamo perso troppi punti e siamo arrivati al finale che non ci aspettavamo”.

In tribuna a Marassi, seduto con un amico, Arthur Antunes Coimbra, meglio conosciuto come Zico, quel pomeriggio osservava sconsolato la prestazione della Vecchia Signora. Quando l’incontro stava volgendo al termine, domandò alla persona accanto a lui: “Ma questa è la Juve o l’Ascoli?”.
A distanza di tanti anni, con ogni probabilità potrà ora festeggiare da ex giocatore dell’Udinese il raggiungimento del quarto posto nella classifica finale dei friulani. Un solo punto li separa, infatti, dall’ottenere il pass per l’Europa che conta, quello che all’inizio di questa stagione era l’obiettivo della squadra bianconera italiana per antonomasia: la Juventus.

Nel caso ipotetico (e utopistico) in cui la formazione allenata da Guidolin dovesse perdere contro il Milan e gli uomini di Del Neri subire l’undicesima sconfitta contro il Napoli, ecco che la distanza in classifica tra la Vecchia Signora ed il club rossonero vincitore dello scudetto raggiungerebbe i ventisette punti. Si tratterebbe dello stesso margine accumulato nello scorso (disastroso) campionato nei confronti dei nerazzurri allora guidati da Mourinho, con la sola differenza che all’epoca il settimo posto consentì alla Juventus di entrare in Europa League attraverso i preliminari, mentre adesso non basta più.

Con il campionato che si appresta a vivere i suoi ultimi novanta minuti il pensiero del popolo juventino è rivolto alla prossima stagione, quella nella quale Madama cambierà nuovamente abito e sarto alla disperata ricerca di se stessa. L’intelaiatura della squadra costruita qualche mese fa si è rivelata troppo fragile: ora è chiaro come non sarebbe sufficiente inserirvi due o tre elementi di spessore per renderla vincente. L’incidenza positiva delle scelte operate da Allegri nel Milan fresco campione d’Italia hanno evidenziato una volta di più l’importanza di una guida valida cui affidare una rosa di calciatori che per raggiungere determinati obiettivi deve necessariamente essere competitiva.
Anche perché è ovvio che senza giocatori di livello non si va da nessuna parte: sono loro che fisicamente entrano in campo e decidono le sorti delle gare. Spesso, anche quelle di un tecnico.

Come già evidenziato in passato, Massimo Giletti (conduttore televisivo e noto tifoso juventino) scrisse sulle pagine della "Gazzetta sportiva" dello scorso 20 giugno 2010 un aneddoto importante in merito: "Pochi giorni fa Pavel Nedved mi confidò che quando segnò il gol del pareggio in una partita importante pochi compagni lo abbracciarono. In quel momento capì che la squadra giocava contro l’allenatore. Così finì la storia juventina di Claudio Ranieri".

Quando Madama era realmente una Vecchia Signora, difficilmente si verificavano episodi simili. E a chi afferma che Buffon "E’ circa un anno e mezzo che non sta giocando" verrebbe spontaneo chiedere, piuttosto, dove sia finita la Juventus, visto che sono cinque anni che è letteralmente scomparsa dal panorama nazionale.
Adesso, anche da quello internazionale.
Sarebbe in grado di rispondere con la stessa franchezza?

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 20 aprile 2011

La Juventus e la mentalità vincente perduta



"La differenza tra Milan e Juve? Ibrahimovic". Si erano lasciati così, viola e bianconeri, al termine della partita disputata allo stadio "Olimpico" di Torino nel corso del girone d’andata. Le parole di Sinisa Mihajlovic, tecnico della Fiorentina, furono un vero e proprio attestato di stima nei confronti della formazione allenata da Del Neri. Era il 27 novembre del 2010. Sono trascorsi quasi cinque mesi da allora, ma sembra sia passata un’eternità.
La Vecchia Signora, dopo un avvio di stagione in sordina a causa degli effetti dell’ennesima rivoluzione estiva attuata in estate, aveva ottenuto il decimo risultato utile consecutivo in questo campionato e iniziava a mostrarsi sempre più ambiziosa. Al termine di quella giornata si ritrovò terza, a soli sei punti di distanza dai rossoneri in vetta alla classifica.

Passata in svantaggio a causa di un’autorete di Motta, riuscì a raggiungere i gigliati grazie al goal di Pepe su punizione nella seconda frazione di gioco. L’aspetto positivo di quella serata, esito finale a parte (l’incontro terminò col risultato di 1-1), fu rappresentato dalle dichiarazioni rilasciate nel dopo gara da parte di alcuni tra i protagonisti bianconeri. Si passò dal rammarico dello stesso Pepe per il mancato successo ("Stavolta ci serviva una vittoria con la Fiorentina per avvicinarci al Milan. Quando ho visto che il pallone entrava mi sono detto "sbrighiamoci a esultare e andiamo a vincere". E' ancora presto per parlare di scudetto, ma dobbiamo pensare in grande") al dispiacere del tecnico di Aquileia per aver sciupato una ghiotta occasione per avvicinarsi alla formazione di Allegri, fermata anch’essa a Genova dalla Sampdoria: "Per come abbiamo giocato sono due punti persi. La classifica in questo momento non ci interessa, ci deve interessare la prestazione. La classifica la guardiamo a maggio". Queste erano parole di chi non si accontentava di un pareggio, di un misero punticino.
Mihajlovic, conscio dei pericoli che Krasic avrebbe potuto creare alla sua squadra, chiese ai suoi uomini di sbarrargli la strada per tutti i novanta minuti di gioco, limitandogli notevolmente il raggio d’azione. Pasqual lo ammise ad incontro concluso: "Sapevamo che la Juve spinge a destra, abbiamo raddoppiato le marcature e limitato i danni".

Fiorentina e Juventus si sono ritrovate domenica scorsa dopo essersi rese protagoniste - nel frattempo - di un’altra annata fallimentare: i viola, ad oggi, hanno accumulato tre punti in meno rispetto a quanto fatto nel campionato precedente; i bianconeri, dal canto loro, uno soltanto in più. Le parole di Pepe, a gara terminata, questa volta avevano un sapore completamente diverso dal passato e rendevano omaggio ad una Vecchia Signora dall’atteggiamento eccessivamente prudente in una giornata nella quale il successo andava cercato a tutti i costi: "Un pò di rammarico c’è, ma con zero punti sarebbe stato peggio". Questa è la famosa teoria del bicchiere "mezzo pieno": quella con la quale si cammina, ma non si correrà mai.
Sotto la Mole passano i giocatori, i dirigenti, le persone, il club - invece - rimane. Così come la sua storia, le tradizioni e quella mentalità vincente alla base di tutti i propri trionfi. Essere riusciti a disperderla nel corso delle ultime stagioni rappresenta uno dei delitti più grandi da imputare alla proprietà del club. A Torino sono transitati negli anni campioni che non hanno avuto difficoltà nel riconoscere quanto appreso durante la loro militanza in bianconero: da Zinedine Zidane ("La mentalità vincente l’ho imparata alla Juve") a Pavel Nedved ("La Juventus mi ha dato tutto. Qui ho acquistato la mia mentalità vincente, quella che ti fa dire che ogni partita è una battaglia"), la lista è lunghissima.

In passato è capitato spesso che la formazione bianconera ad inizio campionato non presentasse in assoluto il miglior parco giocatori tra le squadre presenti ai nastri di partenza: in quei casi più volte sono subentrati aspetti umani e psicologici che le hanno consentito di colmare - o limitare - le lacune esistenti rispetto alle avversarie.

Non si potrebbe spiegare altrimenti come la Juventus allenata da Dino Zoff nella stagione 1989-90 riuscì nell’impresa di conquistare coppa UEFA, coppa Italia e di arrivare terza in classifica (a pari punti con l’Inter dei tedeschi di Trapattoni) dietro al Milan olandese di Sacchi e al Napoli di Maradona vincitore dello scudetto. Tricella, Nicolò Napoli, Galia, Angelo Alessio, Zavarov, Alejnikov, Marocchi, Dario Bonetti e Rui Barros: nessuno di loro era un fuoriclasse. Al tecnico bastarono pochi calciatori di valore in grado di giocare per mesi su altissimi livelli (come Schillaci, ad esempio) per costruire una squadra di successo. L’anno precedente, con una formazione tecnicamente più debole, si piazzò comunque quarta. Con avversarie, per inciso, di un livello tecnico nettamente superiore a molte di quelle con le quali deve confrontarsi la Juventus attuale.
Anche quando il vestito non era dei più belli, e la qualità scarseggiava, la Vecchia Signora non si faceva molti problemi: si sedeva comunque al tavolo dei vincitori e prendeva tutto quanto le era possibile racimolare in quel momento, non vergognandosi di raccogliere anche le briciole.

In un’intervista rilasciata a "La Repubblica" nel mese di ottobre del 1985, nel corso dell’ultima stagione trascorsa a Torino prima del suo approdo all’Inter, Giovanni Trapattoni raccontò alcuni aneddoti della sua esperienza nel mondo del pallone, sia come calciatore che da allenatore. Si scoprì così che aveva l’abitudine di portare avanti una tradizione che gli insegnò Nereo Rocco, ai tempi della sua permanenza al Milan: uscito Boniperti dagli spogliatoi, dopo aver provveduto a distribuire le magliette era solito mettere la mano sulla parete urlando "Ragazzi, siamo qui, ma dobbiamo arrivare quassù!", colpendo poi - con una manata - un punto superiore rispetto al precedente di una trentina di centimetri.

Alla Juventus attuale, ancor più che in passato, serve una robusta iniezione di uomini vincenti come lo furono loro, per ricreare nel tempo quella mentalità che le è sempre stata propria e che adesso è andata persa.
Ora non si cerchino più scuse: durerebbero soltanto qualche mese.
Il campo, d’altronde, non mente mai.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 22 gennaio 2011

Juve-Samp come inizio di una settimana importante


Dopo la sconfitta subita a Bari nella prima giornata di questo campionato, la partita contro la Sampdoria disputata a Torino lo scorso 12 settembre 2010 sembrava potesse rappresentare per la Juventus quella dell’immediato riscatto.
Ai blucerchiati mancava Pazzini, al posto del quale giocò Pozzi. In quel pomeriggio non si notò alcuna differenza tra i due, se non nelle vocali e nelle consonanti che distinguono i rispettivi cognomi: aiutato da Cassano (a sua volta facilitato dalla marcatura troppo allegra di Motta…), l’attaccante ex Empoli aprì e chiuse un incontro che terminò con il risultato di 3-3.

Del Neri apprezzò l’atteggiamento positivo dei sostenitori bianconeri, rimasti delusi dal pareggio finale ma non per questo avari di applausi verso una formazione evidentemente in difficoltà e ancora da plasmare. Lo disse chiaro e tondo Marotta a fine incontro: "L’obiettivo dichiarato è la Champions League, i tifosi non vanno presi in giro. E’ giusto non perdere di vista il valore di avversari come Inter, Milan e Roma. Noi non abbiamo grandi campioni, qui ci sono ottimi giocatori che hanno bisogno di tempo per diventare una squadra vera. Non esiste la bacchetta magica, e contro la Sampdoria sei su undici erano nuovi rispetto alla scorsa stagione". Le dichiarazioni del tecnico di Aquileia furono sulla stessa lunghezza d’onda: "Anche con la Samp (la stagione precedente, ndr), all’inizio, avevo preso delle belle imbarcate. Poi, le cose sono migliorate col tempo".

Sergio Gasparin, direttore generale della squadra ligure, di Cassano disse tutto il bene possibile: "Il processo di maturazione di Antonio si è completato con la sua crescita come persona". Visti gli eventi posteriori ed il successivo trasferimento del giocatore al Milan, evidentemente mancava ancora qualche piccolo passo da compiere… I blucerchiati, ora, se lo troveranno di fronte la prossima settimana nei quarti di finale della coppa Italia, proprio allo stadio "Luigi Ferraris". Per l’addio di Gasparin da Genova bisognò attendere il 21 dicembre 2010, allorquando una nota della stessa società sul proprio sito annunciò l’accordo per la risoluzione contrattuale con il dirigente. Con tanti ringraziamenti.

Alla conclusione della seconda giornata in testa alla classifica c’era il Chievo, solitario, con sei punti. Il Milan aveva preso due ceffoni a Cesena (Bogdani e Giaccherini), Allegri non aveva ancora iniettato nella formazione titolare una buona dose di mediani per reggere il peso offensivo dei suoi attaccanti e Ibrahimovic, all’esordio, aveva deluso. Berlusconi se la prese con la terna arbitrale, scherzando sulla loro "provenienza": "Il problema è che spesso il Milan si imbatte in arbitri di sinistra".

Rovesciando il calendario per arrivare al giorno d’oggi, Federico Macheda ha preso il posto che fu di Cassano accanto a Giampaolo Pazzini. Insieme guideranno l’assalto ad una Vecchia Signora che non può permettersi di commettere altri passi falsi per non perdere ulteriore terreno nei confronti delle primissime della classe. Sampdoria domani pomeriggio, Roma giovedì prossimo in coppa Italia e Udinese nel posticipo serale di domenica 30 gennaio: tre gare importantissime concentrate in una settimana, nella quale la Juventus si giocherà il proprio futuro nella stagione in corso attraverso le due competizioni che le sono rimaste da disputare dopo l’uscita dall’Europa League.
Senza dimenticare che anche la prossima, quella che la vedrà protagonista nel suo nuovo stadio, dipenderà in parte da quanto di buono Madama riuscirà a fare in questa, senza trascurare quanto accadrà nelle ultime giornate della sessione invernale di calciomercato che si concluderà il 31 gennaio. Dopo ci sarà soltanto tempo per lavorare. Nella speranza di non dover rimpiangere qualche operazione non andata a buon fine.
Il tempo non manca: lo si usi a dovere.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


venerdì 21 gennaio 2011

Del Piero, Ibrahimovic e Trezeguet: e la chiamarono Calciopoli...

Prima di quel Sampdoria-Juventus del 22 settembre 2004 la formazione blucerchiata allenata da Walter Novellino, nonostante un difficile avvio di stagione, veniva considerata dall’opinione pubblica come una delle avversarie più probanti per verificare l’effettiva competitività della squadra bianconera agli ordini del nuovo tecnico Fabio Capello, approdato da pochi mesi a Torino come espressione di una delle ultime volontà del Dottor Umberto Agnelli per la sua Vecchia Signora. Prima della gara il tecnico juventino descrisse in questo modo i padroni di casa: "Ha due attaccanti molto pericolosi adatti per testare la nostra difesa. Dovremo affrontarla concentrati, evitando dannosi arrembaggi. E' la partita giusta per riproporre quanto di buono abbiamo messo in mostra fin qui".

Si trattava della terza giornata del campionato 2004-05, quello che si sarebbe conclusa con la vittoria dello scudetto numero ventotto per Madama. La Triade aveva lavorato in estate per consegnare all’allenatore friulano una formazione di cui si era deciso di cambiare la spina dorsale, fermo restando la conferma di Buffon: arrivarono così Cannavaro in difesa, Emerson a centrocampo e Ibrahimovic in attacco. Protagonista di una partenza a razzo, già al termine della seconda giornata la Juventus si ritrovò sola in testa alla classifica, lasciandosi alle spalle Milan, Inter, Lazio, Roma, vale a dire le principali antagoniste nella lotta per la conquista del tricolore. La Sampdoria, dal canto suo, si preparava ad ospitare i bianconeri ancora a secco di punti e con la squadra priva di alcuni giocatori importanti: Volpi, Doni, Tonetto, Diana e Carrozzieri.
Capello preferì adottare un turnover limitato al solo reparto offensivo, dove Trezeguet venne affiancato da un Del Piero apparso sino a quel momento in leggero svantaggio nelle preferenze del tecnico bianconero, rimasto immediatamente affascinato dal talento della nuova punta svedese: “Zlatan ha delle qualità straordinarie, ed è ancora giovanissimo”.
A centrocampo Blasi (scelto al posto di Tacchinardi) eresse con Emerson una diga efficace davanti alla difesa, che l’allenatore evitò di modificare rispetto agli incontri precedenti: “La retroguardia era il punto debole della squadra, fare dei cambi sarebbe dannoso”.

La storia della gara ruotò intorno a decisioni importanti su più penalties: uno concesso con il contorno di molte polemiche; un altro non assegnato benché fosse più evidente del primo; un terzo accordato su segnalazione del guardalinee, salvo poi cambiare idea.
Andiamo per ordine. Al 17’ minuto del primo tempo, durante una mischia in piena area di rigore blucerchiata Falcone cinturò Emerson e cadde a terra con lui, in mezzo ad una selva di giocatori. L’arbitro Dondarini decise subito per la massima punizione, scatenando le ire dei padroni di casa, giocatori e pubblico. Dopo quasi due minuti di discussioni Del Piero batté Antonioli, portando i bianconeri in vantaggio per uno a zero. Le telecamere confermarono la bontà della scelta del direttore di gara, mentre dalle tribune iniziarono a piovere insulti di ogni tipo da parte dei sostenitori locali. Protagonisti di una partenza aggressiva, sino a quel momento gli uomini di Capello non erano ancora riusciti a creare grossi pericoli verso la porta sampdoriana. La reazione della formazione di Novellino si concretizzò in due conclusioni di Flachi, il migliore in campo per i liguri. Nella ripresa Dondarini negò un evidente rigore alla Juventus per fallo su Camoranesi al 10’ minuto e ne assegnò invece un altro al termine della gara su segnalazione del guardalinee per un presunto fallo di Cannavaro su Pagano, salvo poi ripensarci dopo un colloquio con lo stesso assistente che, resosi conto dell’errore, gli spiegò come il difensore di origini napoletane avesse in realtà preso in pieno il pallone. Il penalty venne così trasformato in calcio d’angolo, lasciandosi alle spalle un'ulteriore coda di polemiche velenose dentro uno stadio ormai in ebollizione dalla rabbia. In mezzo a questi due episodi, nel frattempo, la Juventus aveva portato a tre le reti a suo favore, grazie ai goals segnati da Ibrahimovic (subentrato a Del Piero), bravo a girare in porta di piatto destro un suggerimento di Nedved dalla fascia, e da Trezeguet, che – rimasto in ombra per quasi tutta la partita – era riuscito ad infilare Antonioli dopo aver raccolto un pallone proveniente da una mischia formatasi dentro l’area di rigore blucerchiata a seguito di un calcio d’angolo.

Le scelte iniziali diedero ragione a Capello: “Bene, compatti, umili, determinati in tutti i momenti. Bravi, vincere qui è una bellissima impresa. Mi è piaciuta la concretezza in difesa, ho apprezzato il possesso palla. I tre attaccanti tutti in gol: il turnover porta fortuna, continueremo a farlo mantenendo il giusto equilibrio”.
Otto goals fatti e neanche uno subito dall’inizio del campionato: la sua Juventus iniziava a crescere, ed era ormai pronta per il successivo esame. Che, terminata la giornata infrasettimanale, sarebbe capitato di lì a poco: domenica, al “Delle Alpi”, avrebbe fatto visita alla Vecchia Signora il Palermo del bomber Luca Toni.
Con qualche imperfezione da correggere: “Non mi è piaciuta l'occasione che abbiamo concesso a Flachi al 94'. Un errore di piazzamento difensivo che va eliminato”.
Certo, quelli sì che erano problemi…

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giovedì 23 settembre 2010

Avanti sulla strada tracciata da Del Neri

"Se non ci fosse stato il goal preso nel finale sarebbe stato un secondo tempo perfetto, e si è visto il calcio che faremo vedere quest'anno. Dobbiamo solo cancellare i goals presi, ma la strada tracciata è quella giusta"
Così Del Neri analizzò, a caldo, l'incontro tra la Juventus e il Lech Poznan dello scorso giovedì (16 settembre).

Dopo aver regalato il primo tempo agli avversari, proprio a pochi minuti dall'intervallo una rete segnata da Chiellini diede il via alla rimonta bianconera che si sarebbe (poi) concretizzata nella ripresa. Al successivo (splendido) goal del momentaneo vantaggio di Del Piero si aggiunse - però - la realizzazione di Rudnevs, che fissò il risultato sul 3-3 finale.

Artjoms Rudnevs come Sergio Pellissier, l’ultimo giocatore in grado di segnare una tripletta contro la Juventus prima dell’attaccante lettone. Accadde allo stadio Olimpico di Torino, il 5 aprile del 2009. Il risultato finale? 3-3, manco a dirlo. Quella gara segnò "l’inizio della fine" dell’era Ranieri: la giornata precedente i bianconeri vinsero a Roma per 4-1 contro i giallorossi; in quelle successive persero contro il Genoa (3-2) e inanellarono una serie di pareggi (cinque) che portarono all’esonero dell’allenatore romano.

La dichiarazione di Del Neri nell'immediato dopo gara europeo è simile a quella rilasciata il giorno precedente la stessa partita: "nel secondo tempo contro la Samp ho visto un'ottima Juve: questa è la strada giusta".
Anche perchè - sul campo - non era cambiato nulla rispetto alla domenica precedente: sia gli aspetti positivi che quelli negativi della gara contro i blucerchiati si erano ripresentati puntuali il giovedì sera.

Abituato a costruire squadre nel corso della sua lunga carriera, l'allenatore bianconero ha chiaro in testa quello che dovrà essere il risultato finale del proprio lavoro. Le difficoltà che gli si presentano in ogni occasione variano da una società all’altra: diversi sono i calciatori da assemblare, le aspettative che ogni realtà richiede, il minore o maggiore tempo a disposizione per riuscire nel suo intento.

A Torino si è portato dietro la fama e l'etichetta del "dittatore democratico", legato a quel 4-4-2 da far interpretare a giocatori funzionali alla sua idea del calcio. Rigidità negli schemi e nell'applicazione del lavoro settimanale, ma anche umanità. Come quella mostrata con quel bacio a Felipe Melo al momento della sua sostituzione a Udine.

Il cartellino giallo preso dal brasiliano al termine della prima frazione di gioco aveva acceso la lampadina sul rosso: se ne erano accorti i compagni, così come, ovviamente, lo stesso Del Neri.
Una sua eventuale sostituzione subito dopo l'intervallo avrebbe corso il rischio di demotivare un giocatore che vive di stimoli, e fatica a contenere gli eccessi.

Rientrando in campo con la testa "giusta", Melo ha dato ragione alla scelta dell’allenatore, superando - di fatto, sul campo - un esame. Uno dei tanti a cui sapeva di essere sottoposto in questa stagione, che si spera possa essere quella della riscossa. Sua e della Juventus.

Il compito che la società, ad ogni livello, sta portando avanti nel tentativo di ricostruire quanto distrutto dal 2006 ad oggi, presenta difficoltà evidenti a tutti. E' bastata una vittoria convincente per riportare un po’ di serenità, elemento fondamentale per affrontare i prossimi impegni. A questo punto - data la sospensione dello sciopero previsto per questo fine settimana - si andrà avanti senza soste sino al 3 di ottobre, giorno dello scontro con l’Inter.

Chiusa la parentesi friulana, tornano alla memoria altre parole pronunciate dallo stesso Del Neri prima di quella gara: "Quando saremo più attenti e fortunati le cose si assesteranno, ricordandosi però che per la Juve ogni partita sarà sempre una battaglia, ci sarà sempre da dimostrare tutto".

L’esito della partita e l’atteggiamento positivo tenuto in campo dai giocatori ha permesso all’allenatore di variare - finalmente - i contenuti delle sue dichiarazioni.
Avanti sulla strada tracciata da lui, quindi. Sapendo che ci saranno anche momenti di ricadute, tipiche delle squadre "in costruzione".
Ora, però, con tre punti in più in classifica si ragiona meglio.
Basta solo non fermarsi.

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La dedica di questo articolo è scontata quanto sincera

mercoledì 15 settembre 2010

L'obiettivo della nuova Juve? Battere il Lech Poznan

Ora non resta che giocare, e vedere cosa accadrà.
Dopo aver vivisezionato e analizzato l'incontro con la Sampdoria sotto tutti gli aspetti, adesso dalla Juventus si attendono miglioramenti già dalla prossima gara in Europa League di domani contro il Lech Poznan.
Senza Aquilani e Quagliarella, (molto) probabilmente con il rientro di Iaquinta, sicuramente con l’utilizzo del turnover tra i giocatori.

Si aspettava l'inizio dell'ormai famoso tour de force per poter sviluppare nuovi argomenti di discussione: dopo i fuochi d'artificio (mancati) del calciomercato estivo e la settimana di sosta per gli impegni delle nazionali, ci si ritrova adesso con un'atmosfera anestetizzata dal pareggio casalingo in campionato e da quel solitario punticino in classifica che fa "poco" Juve e "molto" strano. Oltre che paura.

L'impegno contro i polacchi è imminente, perdere non piace a nessuno, quella di vincere è un'abitudine da recuperare al più presto, l’importante - però - è non scordare che soltanto attraverso un piazzamento finale (in serie A) che consenta di partecipare alla prossima Champions League si possono ottenere i finanziamenti indispensabili a (ri)costuire una squadra altamente competitiva.

I giorni scorsi si è fatto un gran parlare del (probabilissimo) ritorno di Pavel Nedved in seno alla società, nella veste di dirigente. Al di là di ogni considerazione sull’effettivo ruolo che potrebbe/dovrebbe andare a ricoprire, sono moltissimi gli aneddoti che lo riguardano scaturiti durante il periodo che - da giocatore - ha trascorso all’interno dell’ambiente bianconero.

Preso a caso dall’album dei ricordi: nel corso di un allenamento a Vinovo, verso la metà del mese di marzo del 2008, andò in escandescenza per non essere riuscito a raggiungere un cross del compagno di squadra Sissoko. Se ne uscì dal campo, infuriato, gettando la maglietta a terra, per dirigersi verso gli spogliatoi.
Una volta sbollita la rabbia rilasciò questa dichiarazione: "Sono fatto così, non mi piace perdere neanche in allenamento, ormai il mio carattere è questo ed è troppo tardi per cambiarlo. Però ho sempre pagato per i miei sbagli".

Quando sei alla Juventus esistono soltanto due verbi: partecipare e vincere.
In silenzio. Perchè sono i fatti che devono parlare.
Con le parole non vinci le partite. Anzi: rischi di illudere, o dare adito a (facili) polemiche.

Meglio lasciar perdere discorsi su "progetti" o "rinnovamenti": è una squadra nuova, con i problemi tipici di chi indossa un nuovo vestito senza avere preso tutte le misure. Solo provandolo ci si accorge dei punti dove è necessario intervenire. Anzi: dove si dovrà intervenire. Niente di strano: è ovvio che quando si parla di una società come quella bianconera, nel bene così come nel male, tutto assume proporzioni esagerate. Quello che le è capitato nel recente passato (da 2006 in poi) ha contribuito ad elevare la tensione che accompagna qualsiasi episodio che la riguarda all’ennesima potenza.

L’obiettivo della Juventus di oggi? Battere il Lech Poznan.
Quello di venerdì? Portare a casa i primi 3 punti da Udine nella prossima gara di campionato.

Conquistare lo scudetto? Arrivare secondi o terzi?
No: vincere le partite nel sottopassaggio che conduce al campo, prima ancora di iniziarle.
Vorrebbe dire che la Vecchia Signora è veramente tornata.

In questi giorni ci si sta perdendo nel guardarsi la punta dei piedi, quando invece occorrerebbe fissare negli occhi l’avversario di turno e provare ad imporsi il maggior numero di volte possibile. Senza pensieri. E parole.

Lo meriterebbero i tifosi. Non solo i venti-venticinquemila che vanno allo stadio, ma anche quei milioni che sono quattro anni che aspettano di riavere indietro i loro titoli. E la loro squadra.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 25 aprile 2010

La Juve tra Marotta, Benitez e il Bari...


"Marotta rimane alla Sampdoria al mille per cento" (Riccardo Garrone, 7 giugno 2009).
"Ho letto di Marotta in questi giorni sui giornali. Per la mia responsabilità di imprenditore a capo della ERG per quarant'anni, se un manager giovane come Marotta viene avvicinato alla Juventus nessun risentimento. Se riceve una proposta nessuna obiezione" (Riccardo Garrone, 22 aprile 2010).

Era l’uomo giusto; quello che non andava bene, era il "momento". Marotta alla Juventus: a leggere tra le righe delle dichiarazioni del presidente della Sampdoria, rilasciate in due periodi ben distinti, questa volta il matrimonio s’ha da fare.
Se "uno più uno fa due" (per gli interisti spesso "fa tre", ma questa è un’altra storia…) finalmente un uomo di competenza e spessore in materia calcistica è in procinto di tornare a Torino, in casa bianconera.
Un posto dietro la scrivania offerto a chi vive "da dentro" quel mondo da quando aveva otto anni: ha iniziato come garzone, a Varese, nel 1965. Il sogno era quello di diventare magazziniere, nel frattempo gonfiava i palloni con la pompa delle biciclette (all’occorrenza, con il fiato) e puliva le scarpe ai calciatori: con lucido e grasso preparava gli strumenti del mestiere a quella squadra che all’epoca era protagonista di un continuo saliscendi tra la serie A e la serie B.
Dirigente a soli 19 anni. Una scalata continua, la sua: direttore sportivo, direttore generale e poi - addirittura, per un anno e mezzo circa - presidente del Varese Calcio.
Monza, Como, Ravenna, Venezia, Atalanta e - infine - Sampdoria le successive tappe della carriera. La Genova blucerchiata come casa per otto lunghi anni. Sino ad ora.
Ricorda volentieri quando, alle dipendenze del Monza, ancora giovane andò a trattare con Boniperti la cessione di Casiraghi. Anche se l’ex presidentissimo della Juventus capì di avere di fronte un dirigente alle prime armi, lui non si fece intimidire. E riuscì a vendere il giocatore al prezzo prefissato. Quella fu una delle tante "perle" di mercato (ultime quelle di Cassano e Pazzini) della sua lunga carriera.
Spazio a Marotta, quindi. In senso fisico e operativo: a questo punto il "pluridecorato" Blanc dovrà lasciare qualcuna delle sue cariche e dei suoi impegni, liberando al nuovo arrivato i troppi spazi da lui occupati.

Dal "traghettatore" Zaccheroni al neopresidente del Liverpool (traghettatore pure lui) Martin Broughton: il primo scalda la panchina al prossimo allenatore della Juventus; il secondo ha il compito di condurre la società inglese nel delicato momento del passaggio di proprietà tra i vecchi e i nuovi gestori.
Cosa hanno in comune i due? Il nome di Rafael Benitez. A giorni potrebbe sbloccarsi la trattativa che condurrebbe il tecnico spagnolo alla guida della Juventus. Dalla riduzione del numero dei componenti dell’attuale staff che lo seguirebbero a Torino, alle richieste economiche e tecniche che ha presentato alla società bianconera sino ad arrivare alle difficoltà da superare per liberarsi dal Liverpool: una serie di pezzi che dovranno incastrarsi tra di loro. Dopo, e solo dopo, potrebbe avvenire il tanto atteso annuncio.
In caso contrario, si ripartirebbe con il "toto-allenatore". Un giochino che nella Torino bianconera - negli ultimi tempi - hanno imparato bene. Lo scorso anno era stato deciso di seguire la strada innovativa (ed economica) del "guardiolismo all’italiana"; ora, prendendo come riferimento Fabio Capello, quella del tecnico esperto.

La squadra? Andrà fortemente ritoccata, in (quasi) tutta la spina dorsale. Fermo restando le (probabili) conferme di Buffon e Chiellini, per l’undici titolare sono in ballo nomi per un centrale difensivo, per gli esterni, per un regista, una punta ed (almeno) un altro centrocampista. Non poco, per chi avrebbe dovuto vincere lo scudetto in questa stagione ed essere alla conclusione del quarto dei cinque anni utili per tornare ai massimi livelli. Nessun Ronaldihno costruito in casa, nessun giovane lanciato in prima squadra anche quando le condizioni di classifica lo avrebbero permesso. Se futuro ci sarà (e ci sarà), andrà comunque "ben pagato".

Contro un Bari ormai in vacanza, la Juventus cercherà di accaparrarsi altri tre punti utili per una rincorsa sempre più difficile (quasi impossibile) ai preliminari della prossima Champions League: (anche) il Milan, che ormai ha più poco da offrire a questo campionato, è stato sconfitto dal Palermo nell’anticipo di ieri. Visto il precedente interno contro il Cagliari, immaginare una vittoria nella gara odierna dei bianconeri non sembra un’eresia.
In una domenica apparentemente uguale alle altre.
Se non fosse che proprio oggi cade il 15° anniversario dell’addio di Andrea Fortunato. E questo non può che rendere diverso questo giorno.
Ciao Andrea.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

La puntata di ieri di "Studio Sport"

giovedì 25 marzo 2010

La Juve a Napoli per vincere due partite


Altro giro, altro regalo: stavolta a Genova, sponda blucerchiata. Dieci sconfitte in totale: cinque a Torino, altrettante in trasferta. Meglio non far torti a nessuno, qualcuno si potrebbe offendere. Il Palermo come avversario preferito: un doppio 2-0 (andata e ritorno, alla settima giornata), sei punti incassati (da loro) e tanti saluti.
Adesso tocca al Napoli, che all’andata (Torino, 31 ottobre 2009) sconfisse la Juventus recuperando due goals di svantaggio e chiudendo l’impresa con la marcatura di Hamsik: esclusa la caduta rovinosa coi rosanero, quello fu il primo vero e proprio segnale di una squadra senza personalità. Un marchio di fabbrica che l’ha accompagnata nei mesi successivi.

L’anno scorso, al completamento della decima giornata di ritorno, la Juventus di Ranieri aveva accumulato 62 punti: 2 in più di quanti ne ha avuto, nello stesso momento in quest’annata, l’Inter capolista del torneo. 17 in più della Juventus attuale, guidata dal "traghettatore" Zaccheroni.
Che tale rimarrà: a fine anno, salvo improvvisi ripensamenti, lascerà il posto ad un nuovo tecnico.
E’ un campionato livellato verso il basso: nonostante dieci sconfitte in 29 giornate, nonostante il cambio di allenatore, nonostante gli infortuni, nonostante…tutto, la Juventus può ancora (la matematica lo permetterebbe) arrivare quarta. Benedetto il rigore di Kharja (Genoa) realizzato al 52° del secondo tempo contro il Palermo: a tre punti di distanza, i rosanero sono ancora raggiungibili. Con i "se" ed i "ma" i perdenti creano una loro storia: quella che poteva essere e non è stata. Analizzando le partite giocate e tutti i punti buttati via in maniera scellerata, ci vuole poco a capire che non era necessaria una Juventus straordinaria per ballare in classifica, ad oggi, tra la terza e la quarta posizione.

Roberto Bettega dice di avere, nella sua testa, l’idea dei nomi che faranno parte della rosa per la prossima stagione. Da vicedirettore generale con responsabilità su tutta l’area sportiva, ad unico referente del mondo bianconero nell’attuale disastrosa situazione: di Alessio Secco si sono perse le tracce; Blanc ha dato segni di vita convocando l’ennesimo CDA (se ne sentiva la mancanza). Non c’erano vittorie che potessero dare fiato a nuovi proclami: meglio stare in silenzio.
Tra il quarto posto a fine campionato (con la possibilità di giocare i preliminari di Champions League), la qualificazione alla prossima Europa League e l’esclusione dalle coppe, ballano milioni di euro. Con quelli (o senza), si farà il mercato. "Chi" lo farà, è il primo (grande) dubbio da risolvere.
Cambiano le carte, ma non il mazziere: Jean Claude Blanc. Dal 2006 questa è la "sua" Juventus, così come nel passato ci sono state (tanto per citarne qualcuna) quelle di Boniperti o della Triade.
Giusto per evidenziare, ancora una volta, uno dei padri di questo progetto mai nato. E per non perdere di vista dove intervenire in primis nella prossima stagione.

Poulsen in campo a Genova al posto di Felipe Melo: l’acquisto più contestato della scorsa stagione non fa rimpiangere quello maggiormente acclamato la scorsa estate. Anzi. L’unico rammarico sono i 25 milioni di euro dispersi in riva all’Arno.
Chimenti in campo causa l’assenza contemporanea di Buffon e Manninger, mentre Pinsoglio rimaneva seduto in panchina: non è una Juventus per giovani. Anche se continuano a vincere a raffica da anni con i pari età. E non importa se il portiere della Primavera bianconera viene reputato un elemento (molto) interessante: meglio andare sull’usato sicuro (…).
Due tra i tanti elementi di discussione della trasferta genovese presi ad esempio per spiegare il complicato (e variegato) mondo bianconero di questi mesi.

Le ripetute sconfitte generano pessimismo, che finisce poi col confondersi con il realismo: una nuova battuta d’arresto (a Napoli) sembra essere alle porte. Se il ritiro anticipato (chiesto dai giocatori) avrà portato beneficio, lo si saprà soltanto dopo l’incontro di stasera.
La stagione è scivolata via da ogni pronostico, un piano inclinato che né l’avvento di Bettega, né l’arrivo di Zaccheroni sono riusciti a raddrizzare. Da squadra "malata" (con Ciro Ferrara) a "convalescente" (con lo stesso tecnico romagnolo), per tornare ad essere nuovamente "malata".
Il fisico non regge: troppi infortuni per la Vecchia Signora. Dentro la testa il problema più grave: quello di una squadra che ha assorbito le debolezze della società, per farle proprie.
Il tifoso non ha fiducia: crede nei risultati, quelli che non ci sono; crede ai fatti, ed è stufo dei proclami.
E spera: che la stagione finisca al più presto; che la dirigenza cambi "in toto"; che la proprietà faccia un passo indietro (o uno in avanti, andandosene); che la Juventus torni a lottare per vincere.
A partire da Napoli, dove si giocano due partite: una, quella che vedrà in campo i bianconeri contro i partenopei; l’altra, quella che si sta svolgendo tra le aule del tribunale.
Dove il tenente colonnello Auricchio non sa dare spiegazioni sulle mancate intercettazioni delle telefonate tra Bergamo e Moratti…

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lunedì 22 marzo 2010

Pioveva. Sul bagnato...

Pioveva, governo (calcistico) ladro.
Abbiamo perso (di nuovo), ma poteva andare peggio: solo nelle ultime partite, il Siena ce ne aveva fatti tre, il Fulham quattro.
All’inizio sembravamo una squadra di calcio. Dopo, siamo tornati la Juventus di Blanc.
C’era Pinsoglio che si sottoponeva ai tiri dei giocatori bianconeri in fase di riscaldamento nell’immediato pre-partita: bel portierino davvero. Naturalmente dovremo aspettare compia la maggiore età calcistica (31 anni) prima di vederlo in campo da titolare.
Mentre Cassano scoccava il tiro del goal, mi stava per partire uno sbadiglio: ma cosa voleva fare da quella distanza e con un “lancio” così?
Quando ho visto cosa ha combinato Chimenti (autore anche di belle prodezze), mi sono dovuto trattenere: stava per partire qualcos’altro...
Cannavaro sembrava un difensore; Poulsen il migliore in campo dei nostri; Zebina insultato dai sostenitori bianconeri per tutta la durata della partita; Marchisio un talento; Iaquinta un lottatore (stanco e fuori condizione); Diego un trottolino amoroso del pallone (che voglia di entrare in campo per toglierlo dai suoi piedi…).
Trovo ancora la forza di scherzare: è il segno della disperazione sportiva che ormai si è impossessata di me.
D’altronde: non dovevamo diventare simpatici e far sorridere?

Gustiamoci due video: quello con le dichiarazioni di Beha riportate dagli amici di GiùLeManiDallaJuve e gli spezzoni (oggi li chiamano “highlights”…) di Saragozza-Barcellona, incontro terminato 4-2 per i blaugrana.
Beh… Godetevi il secondo dei tre goals segnati da Lionel Messi…