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mercoledì 5 maggio 2010

giovedì 22 aprile 2010

Quanto vorrei che ci fosse qui mio nonno...


A Roma, vicino a Ponte Milvio, quello degli innamorati e dei loro lucchetti, a due passi dall’Olimpico, domenica scorsa si è vissuta un’altra giornata di (ordinaria) follia all’italiana: i goals di Vucinic sono finiti in secondo piano di fronte alle asce, ai coltelli, alle mazze e alle bottiglie molotov sequestrate dalla Polizia nei dintorni dello stadio. Fuori, due tifoserie a confronto, con il contorno di un razzo che ha finito per bruciare un’auto; dentro, nel rettangolo di gioco, il siluro del montenegrino ha annientato i biancocelesti e ha riportato i giallorossi in testa alla classifica del campionato di serie A. I cori razzisti a Juan valgono quanto quelli riservati al Meazza a Sissoko (in pratica, niente); gli strascichi polemici si sono concentrati per quanto successo nel dopo gara: dai pollici versi di Totti allo sgambetto rimasto impunito di Radu a Perrotta, sino ad arrivare alla pallonata di Zarate ad un romanista.

Ranieri guida la sua Roma con un punto di vantaggio sull’Inter, mantenuto in una delle giornate più difficili. Ora, alla quart’ultima, sempre all’Olimpico, arriverà la Sampdoria di Cassano. Un "ex", genio e sregolatezza, avanti con gli anni rispetto ad un altro talento che, come lui, sta percorrendo ad alta velocità la corsia della dispersione del proprio talento calcistico: Mario Balotelli. "Super", per i tifosi nerazzurri. Sino a poco tempo fa. E per quella stampa che ne invocava in continuazione la convocazione, al pari del giocatore sampdoriano, in nazionale azzurra per i prossimi mondiali in Sudafrica. "Un’Italia per vecchi", "Lippi non crede nei giovani". Solita musica: a bocce ferme, tutti contro il commissario tecnico. Poi, però, quando il carro dei vincitori riprende il suo cammino, eccoli pronti a salire "in corsa". Adesso, naturalmente, nessuno che rettifichi quanto scritto in precedenza e che si schieri apertamente a favore di Marcello Lippi per aver visto giusto (nel merito) ed essere stato coerente nelle sue decisioni.

Nella serata della vittoria memorabile in Champions League contro il Barcellona, la luce del giovane attaccante si "spegne" del tutto. Era andata ad intermittenza in tutti gli stadi d’Italia: a Milano, s’è persa definitivamente. Il lancio della maglia a terra rimarrà, nel tempo, il simbolo di un divorzio annunciato da mesi, e consumato con l’ingaggio, come procuratore, di Mino Raiola (lo stesso di Ibrahimovic).
I blaugrana scendono dal pullman a 5 stelle con il quale sono arrivati al Meazza con l’atteggiamento di chi si trova ad affrontare una gita di piacere, per sbrigare una pratica veloce in attesa della passerella al Camp Nou il prossimo 28 aprile. Ultima tappa prima della finalissima al Bernabeu di Madrid prevista per il 22 maggio, nella tana degli avversari di una vita.
Il goal di svantaggio non ferma l’Inter che, in un colpo solo, ritrova coraggio, intensità di gioco e arbitro.
Ora, in Spagna, dovrà preoccuparsi di fermare la (prevedibile) furia dei catalani.
Ultimo (o penultimo) sforzo di una stagione intensissima, dove le energie andranno divise (e gestite) anche con il finale di campionato e con quella Coppa Italia che il 5 maggio (toh?) la riproporrà davanti alla stessa Roma.

(Ad oggi) Buffon resterà anche il prossimo anno in maglia bianconera: tanto l’agente Silvano Martina quanto lo stesso Roberto Bettega lo hanno confermato a più riprese. Su Del Piero iniziano a circolare le prime voci di una possibile esperienza (anticipata di un anno) negli Stati Uniti; per Caceres si lavora per un’altra stagione in prestito (oneroso), per poi acquistarlo dal Barcellona ad un prezzo ridotto tra due estati; su Trezeguet si vocifera di un nuovo (forse decisivo) contatto con il Milan; Benitez, come allenatore, è più di un’idea; il nome di Giuseppe Marotta riprende a circolare per la funzione di direttore generale.
Si lavora, nonostante tutto. Oltre le delusioni di una stagione incredibilmente negativa, di una qualificazione alla prossima Champions League quasi impossibile, sull’onda di un entusiasmo in casa Elkann per la nomina del giovane John a presidente della FIAT. A soli 34 anni.
"Quanto vorrei che ci fosse qui mio nonno". Queste le sue parole, pronunciate nella giornata di martedì, in uno stato d’animo visibilmente emozionato.
Fosse mai stato possibile, avrebbe dovuto rispondere alla prima, (quasi) sicura domanda dell’Avvocato: "ma chi ha ridotto così la Juventus?"

Mentre Zeman querela Moggi per aver sintetizzato in tre sole parole la sua carriera in panchina ("non sa allenare"), i "quattro barboni" (parole e musica del figlio Gianfelice, complimenti per la signorilità) accusati di aver cercato di minare la credibilità di Giacinto Facchetti, in realtà hanno portato alla luce fatti, intercettazioni e materiale in grado di aprire una nuova indagine sul mondo del calcio. Calciopoli, questa volta. Non più Farsopoli. Tempi e modi diversi, interrogazioni in ambito sportivo che in alcuni casi dovrebbero seguire, parallelamente, quelle previste nel processo penale di Napoli. Chi proverà a bluffare da un lato, potrebbe venire presto scoperto dall’altro.
Vero Zamparini?

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 18 aprile 2010

Ma Sissoko è bianco o è nero?

Non è che ormai rimanesse più molto da chiedere a questa stagione.
Fallito lo scudetto, fallita la rincorsa ad una delle prime tre posizioni utili per evitare i preliminari di Champions League (che avrebbe consentito la qualificazione diretta alla prossima edizione), abbandonate con quattro ceffoni a testa le due manifestazioni europee a cui ha partecipato quest’anno (1-4 casalingo contro il Bayern Monaco nella "massima", 1-4 contro il Fulham nella "minima"), uscita dalla Coppa Italia ad opera dell’Inter, aggrappata al miracolo di un quarto posto in classifica al momento (quasi) impossibile (potrebbe non bastare vincere tutte le restanti quattro partite…), alla Vecchia Signora rimaneva un unico, solo obiettivo: mettere i bastoni tra le gambe ai nerazzurri. Manco quello.
Per l’orgoglio, per dare un piccolo contentino ai tifosi che, almeno loro, si sentono defraudati delle ultime gioie sportive, derisi e umiliati per quanto accaduto dal 2006 ad oggi.

"Alla Juventus vincere non è importante. È l'unica cosa che conta" (Giampiero Boniperti).
Ma guarda come si sono ridotti i sostenitori bianconeri. Cresciuti a pane e vittorie, abituati a polemiche intorno alle loro partite (anche quando si perde), ad essere sempre al centro dell’attenzione (altrui) e a guardare tutti dall’alto verso il basso. Perché si sa: l’invidia è una delle poche malattie dalle quali non si può guarire. Meglio lasciarla agli altri. Ragionare come "loro", una volta, veniva considerato da "provincialotti del pallone", da ultimo della classe del "bar sport".
Quello che entra nel locale, parla sempre, ma nessuno gli presta attenzione.

E’ la nuova realtà, e - a quanto pare - tutti ne sono contenti. I contestatori? In pochi. Cinquanta al massimo. Quelli che secondo Jean Claude Blanc, il braccio armato del fallimento bianconero, non rappresentano certo i 14 milioni di sostenitori presenti nella penisola.
Con le uova di chi protesta, (loro) ci fanno le frittate; gli inviti ad andare a quel paese - invece - non li ascoltano neanche più: ormai fanno parte delle colonne sonore delle domeniche all’Olimpico quanto l’inno di Paolo Belli prima degli incontri.
Frasi prendere in giro dal mondo intero, ormai, è diventato un esercizio quotidiano per chi ama la Juventus.
Ma così no, dài…
E sino a quando si continuerà a sbagliare il vero "soggetto" con cui prendersela (la proprietà), la cronaca continuerà ad essere questa.

"Se succederà contro di noi andrò dall'arbitro per chiedere di fermare la gara. Comunque Balotelli è tranquillo, sa che contro la stupidità non c'è difesa, lui non può farci nulla. E tutta questa situazione è frutto della stupidità di poche persone che hanno rovinato la sua immagine" (Javier Zanetti, 27 novembre 2009).
Ma Sissoko è bianco o è nero? E’ "bianconero", indossa la maglia con quei colori, e ad oggi tutto quello che gli piove contro è permesso. Come i cori razzisti al momento della sua uscita dal campo in occasione dell’espulsione subita nell’anticipo "dell’anticipo" di venerdì sera.
"È stata una cosa molto stupida, ma non razzista. Ci sono altre cose di cui vergognarsi" (Massimo Moratti, 2 aprile 2006).
Nel salotto del Meazza il difensore messinese Zoro, all’epoca dei fatti, venne insultato ripetutamente dai sostenitori dell’Inter, a completamento dell’opera iniziata nella gara di andata di quel campionato, dove il giocatore fu oggetto di talmente tanti cori razzisti da convincerlo, ormai esausto, a minacciare l’abbandono del campo. Il successivo commento di Moratti a quanto accadde? "Ragazzotti troppo entusiasti, forse anche un po’ stupidi, ma razzisti no".
Ci si decida: un giocatore è di colore solo quando indossa la maglia nerazzurra? I tifosi cattivi sono sempre e solo "gli altri"? Nel frattempo i sostenitori bianconeri possono stare tranquilli: Blanc "vigila". Su tutto.

Sta attento anche a quanto accade al processo di Napoli, dove è imputato Luciano Moggi. Che si difende dalle accuse personali ricevute nello svolgimento della propria attività, in una società che oggi è incapace di vincere "dentro" e "fuori" dal campo. E che lo ha abbandonato da un momento all’altro, sulla traccia del nuovo "stile-Elkann" (si vedano gli esempi di Ranieri, Ferrara, …). Dopo le intercettazioni "normali", ora si passerà (anche) al vaglio delle schede svizzere e delle telefonate "di rimbalzo", così definite dalla "Gazzetta dello Sport" nel tentativo di lanciare l’ennesimo assist all’accusa. Le danze continueranno, mentre di materiale "nuovo" su cui discutere, a questo punto, ne rimarrebbe poco. Tranne quello che i legali dell’ex-Direttore Generale stanno tirando fuori poco alla volta da quel cilindro pieno di conversazioni che, a quanto pare, tanto "irrilevanti" non lo erano.

Allora appuntamento a martedì prossimo, e all’ennesimo ripensamento di Gianfelice Facchetti, figlio dell’ex-presidente dell’Inter, che un giorno vorrebbe venisse restituito il titolo regalato da Guido Rossi ai nerazzurri nel 2006, e il giorno successivo ci ripensa. Come se il destino di quel tricolore dipendesse dalla sua volontà o da quella del patron nerazzurro Moratti. Porti pazienza, e rimetta lo smoking bianco dell’onestà nell’armadio. Chiudendolo a doppia mandata.
Almeno quella farsa è finita.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

giovedì 15 aprile 2010

"MI RACCOMANDO: NON AIUTATE LA JUVE!!!"


Ecco la vera Cupola...




Calciopoli?
No...

FARSOPOLI!!!

Ps: nel mio cuore (sportivo) c'è posto solo per un uomo...

Ari-Ps: vai Luciano!!! Siamo tutti con te!!!

Video (e audio) originale (più "chiaro", per chi non vuol sentire)

Come dessert... Oliviero Beha...

giovedì 25 marzo 2010

La Juve a Napoli per vincere due partite


Altro giro, altro regalo: stavolta a Genova, sponda blucerchiata. Dieci sconfitte in totale: cinque a Torino, altrettante in trasferta. Meglio non far torti a nessuno, qualcuno si potrebbe offendere. Il Palermo come avversario preferito: un doppio 2-0 (andata e ritorno, alla settima giornata), sei punti incassati (da loro) e tanti saluti.
Adesso tocca al Napoli, che all’andata (Torino, 31 ottobre 2009) sconfisse la Juventus recuperando due goals di svantaggio e chiudendo l’impresa con la marcatura di Hamsik: esclusa la caduta rovinosa coi rosanero, quello fu il primo vero e proprio segnale di una squadra senza personalità. Un marchio di fabbrica che l’ha accompagnata nei mesi successivi.

L’anno scorso, al completamento della decima giornata di ritorno, la Juventus di Ranieri aveva accumulato 62 punti: 2 in più di quanti ne ha avuto, nello stesso momento in quest’annata, l’Inter capolista del torneo. 17 in più della Juventus attuale, guidata dal "traghettatore" Zaccheroni.
Che tale rimarrà: a fine anno, salvo improvvisi ripensamenti, lascerà il posto ad un nuovo tecnico.
E’ un campionato livellato verso il basso: nonostante dieci sconfitte in 29 giornate, nonostante il cambio di allenatore, nonostante gli infortuni, nonostante…tutto, la Juventus può ancora (la matematica lo permetterebbe) arrivare quarta. Benedetto il rigore di Kharja (Genoa) realizzato al 52° del secondo tempo contro il Palermo: a tre punti di distanza, i rosanero sono ancora raggiungibili. Con i "se" ed i "ma" i perdenti creano una loro storia: quella che poteva essere e non è stata. Analizzando le partite giocate e tutti i punti buttati via in maniera scellerata, ci vuole poco a capire che non era necessaria una Juventus straordinaria per ballare in classifica, ad oggi, tra la terza e la quarta posizione.

Roberto Bettega dice di avere, nella sua testa, l’idea dei nomi che faranno parte della rosa per la prossima stagione. Da vicedirettore generale con responsabilità su tutta l’area sportiva, ad unico referente del mondo bianconero nell’attuale disastrosa situazione: di Alessio Secco si sono perse le tracce; Blanc ha dato segni di vita convocando l’ennesimo CDA (se ne sentiva la mancanza). Non c’erano vittorie che potessero dare fiato a nuovi proclami: meglio stare in silenzio.
Tra il quarto posto a fine campionato (con la possibilità di giocare i preliminari di Champions League), la qualificazione alla prossima Europa League e l’esclusione dalle coppe, ballano milioni di euro. Con quelli (o senza), si farà il mercato. "Chi" lo farà, è il primo (grande) dubbio da risolvere.
Cambiano le carte, ma non il mazziere: Jean Claude Blanc. Dal 2006 questa è la "sua" Juventus, così come nel passato ci sono state (tanto per citarne qualcuna) quelle di Boniperti o della Triade.
Giusto per evidenziare, ancora una volta, uno dei padri di questo progetto mai nato. E per non perdere di vista dove intervenire in primis nella prossima stagione.

Poulsen in campo a Genova al posto di Felipe Melo: l’acquisto più contestato della scorsa stagione non fa rimpiangere quello maggiormente acclamato la scorsa estate. Anzi. L’unico rammarico sono i 25 milioni di euro dispersi in riva all’Arno.
Chimenti in campo causa l’assenza contemporanea di Buffon e Manninger, mentre Pinsoglio rimaneva seduto in panchina: non è una Juventus per giovani. Anche se continuano a vincere a raffica da anni con i pari età. E non importa se il portiere della Primavera bianconera viene reputato un elemento (molto) interessante: meglio andare sull’usato sicuro (…).
Due tra i tanti elementi di discussione della trasferta genovese presi ad esempio per spiegare il complicato (e variegato) mondo bianconero di questi mesi.

Le ripetute sconfitte generano pessimismo, che finisce poi col confondersi con il realismo: una nuova battuta d’arresto (a Napoli) sembra essere alle porte. Se il ritiro anticipato (chiesto dai giocatori) avrà portato beneficio, lo si saprà soltanto dopo l’incontro di stasera.
La stagione è scivolata via da ogni pronostico, un piano inclinato che né l’avvento di Bettega, né l’arrivo di Zaccheroni sono riusciti a raddrizzare. Da squadra "malata" (con Ciro Ferrara) a "convalescente" (con lo stesso tecnico romagnolo), per tornare ad essere nuovamente "malata".
Il fisico non regge: troppi infortuni per la Vecchia Signora. Dentro la testa il problema più grave: quello di una squadra che ha assorbito le debolezze della società, per farle proprie.
Il tifoso non ha fiducia: crede nei risultati, quelli che non ci sono; crede ai fatti, ed è stufo dei proclami.
E spera: che la stagione finisca al più presto; che la dirigenza cambi "in toto"; che la proprietà faccia un passo indietro (o uno in avanti, andandosene); che la Juventus torni a lottare per vincere.
A partire da Napoli, dove si giocano due partite: una, quella che vedrà in campo i bianconeri contro i partenopei; l’altra, quella che si sta svolgendo tra le aule del tribunale.
Dove il tenente colonnello Auricchio non sa dare spiegazioni sulle mancate intercettazioni delle telefonate tra Bergamo e Moratti…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 17 marzo 2010

Da Calciopoli a Farsopoli


Domani inserirò un nuovo articolo. Questo, invece, è scritto da Francesco Delfino, anche lui redattore di "Tutto Juve.com". Ho deciso di metterlo nel blog per il fatto che mi è piaciuto molto e perchè lo considero un bel resoconto dei resti di quello tsunami che è stato chiamato col nome di "Calciopoli". Ma che ora si sta avvicinando a passi spediti ad essere definito "Farsopoli"...

In principio fu Calciopoli, autentica rivoluzione copernicana del calcio italiano, in grado di ridare etica e giustizia a un calcio malato, sotto la scure dei forcaioli assetati di giustizia, nemmeno troppo appagati da una retrocessione e dallo smantellamento della squadra più titolata d’Italia. Dalle udienze del processo penale a carico di Moggi e degli altri imputati del presunto scandalo del calcio italiano, sommessi spunti di riflessione emergono dai banchi degli stessi testimoni dell’accusa. Il colonnello Auricchio, a capo del nucleo investigativo che condusse le indagini, incalzato dai legali degli imputati, descrive i metodi investigativi adottati durante l’inchiesta da cui sono maturati i faldoni trasmessi alla procura sportiva per i successivi procedimenti disciplinari. Una sequela di non so, suppongo, non ricordo, in cui gli elementi a sostegno del sospetto e della direzione in cui indigare erano i titoli di alcuni giornali più che i fatti addebitabili, la menzione di presunzioni di estraneità ai fatti nei confronti di altre squadre del calcio italiano e tanto altro ancora. Tutti elementi che impongono una serie di valutazioni, non tanto sulla bontà dell’attività investigativa, sulla quale già si potrebbe ampiamente discutere. Ciò che viene prepotentemente all’occhio della critica è la memoria di alcuni comportamenti per così dire ambigui della stessa società Juventus.
Esisteva davvero quell’insormontabile difficoltà a smontare ab origine quelle stesse accuse che oggi sembrano cadere clamorosamente o che perlomeno escono parecchio ridimensionate? Era davvero necessario ammettere una colpevolezza di cui gli stessi accusatori paiono adesso poco convinti? Interrogativi che sanno di retorica certo, ma che oggi come ieri tornano d’attualità nel mare del lassismo di una società sempre prodiga d’iniziative quando si tratta di operare sul piano del marketing e dell’accaparramento d’introiti, quanto assente sul piano della tutela mediatica e non da ultimo processuale.
E’ notizia di oggi che nel nuovo stadio bianconero ci sarà spazio per un museo della gloriosa storia bianconera, spazio in cui contenere senza soluzione di continuità prestigiose vittorie e dolci ricordi. Il plenipotenziario Blanc pone l’accento sull'importanza di un brand che cresce e di un amore bianconero da coltivare nella nuova casa, e ha modo di evidenziare come la crescita del calcio italiano passi anche dalle vittorie delle rivali tanto da non negare di aver tifato Inter contro il Chelsea. Alle dichiarazioni del francese fanno da pendant le imprese della formazione nerazzurra di Mourinho, la quale non avrà un museo a San Siro, ma vivrà di ricordi forse un po’ più nitidi. Mentre i cavalli di battaglia della dirigenza bianconera, dal nuovo stadio al fair play finanziario, sembrano temi ad ampissimo respiro e lungi dal soddisfare nell'immediato la passione ela voglia di vittorie dei tifosi nell’immediato , da altre parti si celebra l’essenza del calcio, la tecnica, l’esistenza di campioni veri.
Poco importa se una trattenuta su Ivanovic diventa regolare o non rilevante o se gli investimenti producano indebitamento, mettendo a repentaglio l'equilibrio finanziario di un club. Il calcio vive di un proprio contesto dimensionale e storico in cui anche i comportamenti più discutibili possono essere legittimati dalla consuetudine. Questo è oggi e questo era ieri, con l'unica variante impazzita di quell'estate in cui tutto divenne illecito e tutto risolvibile mediante la condanna aprioristica della Juventus. Quel che conta è la vittoria, anche a costo di arrivarci con investimenti folli e con poco stile. Non può essere un demerito per gli uomini di Moratti, poiché nel calcio il secondo spesso è l’ultimo dei primi. Se la Juve oggi ha un museo, non vorremmo che esso si tramutasse in contenitore di cere in cui deporre il calco del famigerato piede del retropassaggio di Grygera o un monumento alle sfuriate di Felipe Melo.
Se di ricordi e di vittorie vogliamo parlare siamo fermi ai tempi della Juventus che fu, figlia di una storia che qualcuno ha voluto riscrivere e che oggi qualcuno, con la forza dei pochi che ci hanno sempre creduto, sta provando a rivisitare con serenità nelle aule di giustizia di Napoli. Non siamo ancora nel campo delle assoluzioni e del revisionismo storico definitivo, tuttavia sarebbe il caso che qualcuno, ove ancor di più sia chiamato all’uopo da prestigiosi incarichi istituzionali come la Presidenza della Juventus, iniziasse a riflettere sulla necessità di avocare a se il prestigio e la gloria di vittorie infangate che oggi sembrano poter essere clamorosamente ripulite.

sabato 13 marzo 2010

Verso il quarto posto con le bocche cucite


La zuccata di Legrottaglie, il missile di Zebina, il flipper di Trezeguet (forse con l’involontaria sponda di Salihamidzic): tre goals, tre indizi che fanno una prova. La Juventus è più forte del Fulham: lo si sapeva, ma visto e considerato che tutte le "regole non scritte" del mondo bianconero sono state stravolte in quella che sino a poco tempo fa aveva i contorni di una delle annate più disgraziate della storia juventina, era necessaria una verifica sul campo.
Senza il tiro (sbilenco) di Etuhu, deviato involontariamente da Legrottaglie (sempre lui), la pratica della qualificazione ai quarti di finale di Europa League poteva considerarsi conclusa ancor prima di imbarcarsi per l’Inghilterra per giocare la gara di ritorno.
Ora qualche pensiero rimane. Così come la consapevolezza che il peggio è alle spalle, ma la completa guarigione ancora non è avvenuta.
Deluso Mr. Hodgson, allenatore del Fulham, per non essere riuscito ad accontentare Massimo Moratti che - nelle ore precedenti l’incontro - gli aveva augurato di disputare una grandissima partita. Alla faccia del tifo degli italiani per le squadre italiane in Europa: lo vorrebbe lo spirito sportivo, lo richiede il ranking UEFA, non lo fa (quasi) mai nessuno. Fuori anche Fiorentina e Milan: rimangono Inter e Juventus (seppur in competizioni diverse). Sempre loro. Per ora…

Il siluro di Robben (talento e muscoli cristallini) rende vani i goals di Vargas e Jovetic. Ma le colpe, per il popolo viola, rimangono di Platini (presidente UEFA) e Ovrebo, l’arbitro che nella gara di andata (in Germania) convalidò la rete in netto fuorigioco di Klose. Goal, poi, risultato decisivo per la qualificazione al turno successivo.
Per la cronaca: si tratta anche dello stesso fischietto che non vide una marcatura in fuorigioco di Plasil nel pareggio interno tra Juventus e Bordeaux (15 settembre 2009). Era la prima partita del gironcino, ma non si protestò così tanto: lo stile-simpatia, introdotto quattro anni fa nel quartier generale bianconero, lo impediva. Larghi sorrisi e avanti: verso la prossima sconfitta.

Eliminato il Milan: i quattro ceffoni di mercoledì sera si sono uniti ai tre della gara di andata. Addio Europa, senza recriminazioni alcune: le assenze di Nesta e Pato non bastano a giustificare queste figure.
Sconfitte che si uniscono a quelle del recente passato, e che coinvolgono il calcio italiano in generale, in lento declino in attesa di una ripresa (ad oggi) non ancora prevista. Meno introiti, mancanza di programmazioni a lunga scadenza, troppo interesse verso la spartizione dei soldi rimasti, poco impegno verso la costruzione di stadi di proprietà,… E Calciopoli. Voluta? Ecco il conto.
L’eliminazione del "gigante" Real Madrid non deve trarre in inganno: in rosa ci sono sempre fior di campioni e il futuro è già disegnato. Uscita precoce in coppa, Liga difficile da vincere (c’è sempre un certo Barcellona "in casa" con cui competere): si tratta soltanto di aspettare il "manico" giusto, l’uomo che potrà riportare quell’equilibrio in campo che in passato diede un certo Fabio Capello. Potrebbe trattarsi di Mourinho, se la proprietà spagnola non ascolterà le voci dei tifosi (che ancora terrebbero Pellegrini). Ma ci sono più di 250 milioni di euro di investimenti (in una sola estate) da far fruttare. Al più presto. Più quelli che verranno spesi in futuro.

Tonfo dell’Inter in campionato. Nell’anticipo (dell’anticipo) del venerdì, Mascara e il suo cucchiaio cucinano un recupero che annulla la rete iniziale di Milito. Isterica contro la Sampdoria prima della gara di andata contro il Chelsea, stralunata al "Massimino" prima di quella del ritorno allo "Stamford Bridge". Mentre Balotelli inizia a preparare il suo addio facendosi assistere da Mino Raiola (il procuratore di Ibrahimovic), il Milan intravede la possibilità di portarsi a -1 dai nerazzurri (in caso di vittoria nel posticipo serale contro il Chievo). Ma la perdita di Nesta è più grave della battuta d’arresto degli uomini di Mourihno: si trattava di una delle due (sole) travi sulle quali si basava la difesa di un Milan votato all’offensiva per necessità. Ora rimarrà al solo (e bravo) Thiago Silva il compito di fronteggiare, aiutato dal compagno di turno, l’urto degli attacchi avversari. In una squadra troppo sbilanciata per vincere un campionato che vede solitamente primeggiare la più regolare.

Alla Juventus uno dei compiti all’apparenza più facili: il Siena in casa, ultimo in classifica. Squadra che il 9 gennaio, contro l’Inter al Meazza, giocò una grande partita. Persa, poi, per 4-3. Nella stessa giornata in cui la Juventus cedette per 3-0 all’Olimpico contro il Milan, quasi alla fine del periodo-Ferrara. Formazione, quindi, da prendere con le molle. Ora che la porta avversaria non sembra più essere grande come una piccola fessura, ma torna ad assomigliare ad un bersaglio da centrare con maggiore regolarità, un calo di concentrazione potrebbe diventare letale per le rinnovate ambizioni della squadra di Zaccheroni.
Ambizioni che, se confermate dai risultati, potrebbero convincere la proprietà ad investire cifre importanti nella prossima finestra del mercato estivo: si parla di un importo che oscilla tra i 50 e gli 80 milioni di euro. Indispensabili, per chi si deve sedere a trattare con le altre società per acquisti importanti.
Inutili, se dati in mano alle persone sbagliate. Ci pensi, John Elkann, se sarà ancora lui a tenere in mano le redini della Juventus.
Sino a quel momento: bocche cucite. Vale per tutti. Inutile parlare del terzo posto in classifica: ad oggi, quella, vede i bianconeri in quinta posizione. Giusto per non dimenticare.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 27 febbraio 2010

Verso Juventus-Palermo. E sull'onestà di Mourinho…


"Non alleno i singoli, ma il gruppo: conta il noi, non l’io". Così Alberto Zaccheroni ha spiegato, nell’immediato dopo partita, la (nuova) sostituzione di Diego durante l’incontro con l’Ajax di giovedì scorso. Più di venti minuti ancora da giocare: meglio utilizzarli per ricaricare i (deboli) muscoli di Camoranesi, e lasciare che il centrocampista brasiliano percorresse arrabbiato la strada che porta agli spogliatoi.
Diego come il giocatore che dovrebbe far compiere il salto di qualità alla squadra, farle cambiare il passo quando necessario, risultare decisivo e spostare gli equilibri di un campionato: è il destino dei grandi. La tecnica c’è, lo spirito di sacrificio pure. Ma non basta. La confusione tattica e psicologica della squadra, ad oggi, lo ha penalizzato oltremisura. Ma chi deve iniziare a cambiare registro è lui per primo: sostando là dove il tecnico (Zaccheroni ora, ma anche Ferrara prima) gli chiede di stare e facendo scorrere il pallone il più possibile. Evitando di tenerlo incollato al piede e di girare intorno a se stesso più di quanto non sia necessario.

E’ con il gruppo che si va avanti: quello che ha perso tutto il possibile nei mesi scorsi e che si sta lentamente ritrovando. Ad ora, sono state scalate alcune posizioni di classifica in Italia (sino a tornare al quarto posto) e sono stati raggiunti gli ottavi di finale dell’Europa League. Poi, si vedrà.
Sistemata la pratica-Ajax: l’assenza del talento di Suarez, unito ad un risultato d’andata favorevolissimo, hanno aiutato. La ritrovata inviolabilità della porta bianconera, ha fatto il resto.
Staffetta Trezeguet-Amauri: per un attaccante che guarisce, ce n’è un altro che si fa male (Iaquinta, intanto, continua ad allenarsi). Prima dell’incontro era stata la volta del portiere (Buffon). Dopo, quella dei muscoli di seta di Camoranesi, raffinati come le sue giocate.
Appuntamento all’11 di marzo con il Fulham (Europa League). Non si guardi oltre: alla giornata, si deve continuare a vivere alla giornata. Quest’anno è così. Ora, solo campionato.

Una vittoria contro il Palermo, domenica sera, per staccare in classifica i rosanero (dietro ad un punto). Nell’attesa della giornata più importante, tra le ultime: la prossima, quella che vedrà - sabato - gli scontri tra Fiorentina e Juventus al pomeriggio e Roma e Milan alla sera. Campionato che è ancora lontano dal terminare, con una classifica che - grazie ai recuperi infrasettimanali - da virtuale è diventata "reale": Milan a meno 4 dai nerazzurri; Roma, sempre a 5 punti. Ma se i giallorossi dovranno risollevarsi alla svelta dopo l’eliminazione in Europa League (doppio black out con i greci del Panathinaikos, andata e ritorno; vedremo a fine anno in quanti rimpiangeranno ancora Ranieri) prima di lanciare il guanto di sfida ai nerazzurri, i rossoneri proveranno ad infastidire la capolista sino a quando il Pato o l’Huntelaar di turno (complimenti per il gesto di mercoledì) non risolveranno gli incontri a loro favore all’ultimo momento. Così come è accaduto a Firenze, dove i Della Valle scoprono di dare fastidio "a qualcuno" (chi è causa del suo Mutu, pianga se stesso…).
Il tutto mentre a Milano, da sabato scorso a mercoledì, sono andati persi i fazzoletti bianchi agitati in segno di protesta per aver avuto, una volta tanto, un "arbitro che arbitrasse" (Tagliavento). Tal Mejuto Gonzalez non vede il rigore di Motta su Ivanovic (Chelsea) e rigore più espulsione di Samuel su Kalou; l’Inter vince in undici e Mourinho, non sapendo stavolta a chi fare il segno delle manette, tira in ballo la Calciopoli italiana.

Potenza di un’onestà interiore cresciuta in Portogallo, dove - nel 2004 - se la prese con il giocatore dello Sporting Lisbona Rui Jorge, al quale "confidò" che gli sarebbe piaciuto vederlo morto in campo, da allenatore di una squadra (il Porto) il cui presidente Pinto da Costa avrebbe avuto da insegnare al "peggior Moggi" ipotizzabile per un tifoso interista. Onestà che maturò in Inghilterra, al Chelsea, quando (nel 2005) - tacciando di altri episodi (la lista sarebbe lunga) - affrontando il Barcellona in Champions League accusò l’arbitro Frisk di aver parlato durante l’intervallo con l’allora tecnico dei blaugrana Frank Rijkaard. A causa di questo, la giacchetta nera ricevette minacce di morte da parte dei sostenitori inglesi, e fu costretto a ritirarsi dall’attività. Onesto in mezzo ad un popolo di disonesti: non sarà certo l’Italia, vista da Appiano Gentile, che lo cambierà. Così come è arrivato, se ne andrà. Con la speranza, nel frattempo, di riuscire a strappare qualche altro milione in più da Moratti alla voce ingaggio, inventandosi altri interessamenti del Real Madrid nei suoi confronti.
Non è colpa degli italiani, però, se ha scelto di allenare l’Inter…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com



mercoledì 10 febbraio 2010

Quando l'obiettivo diventa vincere una partita…


Per una squadra che non vince (quasi) più, non ci possono essere altri pensieri se non quelli di ragionare partita dopo partita, nella speranza di smuovere la classifica con una vittoria. Non limitandosi, nonostante la soddisfazione della società (complimenti per il commento post Livorno-Juventus nel sito), soltanto a qualche pareggio.
Il ridimensionamento c’è stato, le cause sono sotto gli occhi di tutti. Elencare gli aspetti che non funzionano vorrebbe dire girare il coltello nella piaga. Per l’ennesima volta. Anche se, ormai, non provoca neanche più dolore: ci si è abituati alla rabbia; il "non gioco" finisce con l’evitare che nascano illusioni; il confronto con il passato provoca sconforto.
L’importante è che non si sconfini nella rassegnazione.

Quella che si sta avvicinando pericolosa, ma che va allontanata con forza: è il nemico peggiore, quello che non si sconfigge. Ti spezza il morale e ti taglia le gambe. Anche a chi ha vinto mondiali o palloni d’oro. Certo, ci sono persone che non hanno bisogno di obiettivi per essere stimolati: basti pensare all’impegno che Nedved mise nell’incontro a Bari contro il Martina, nel 1° turno eliminatorio della Coppa Italia nell’agosto del 2006, poco dopo il terremoto scoppiato con Calciopoli. Allenamento, amichevole, gara di campionato o di Champions League: per lui non faceva differenza alcuna. Ma di calciatori di quel calibro ne nascono uno ogni chissà quanto: basterebbero anche un po’ di Torricelli o Di Livio.

Sfumati gli obiettivi prestigiosi, stanno volando via leggeri anche tutti quelli al loro seguito. I giocatori avvertono la sfiducia, cercano di rimediare con una "partita perfetta", quella della svolta. Quella che, con uno stato d’animo simile, difficilmente adesso arriverà. Quando guardi l’orizzonte e pensi di essere in grado di raggiungere l’irraggiungibile, diventa difficile accettare di non riuscire ad ottenere più nulla. In quei momenti anche una sola e semplice vittoria diventa una montagna difficile, se non impossibile, da scalare.

Allora si tratta di trovare l’umiltà per ammettere i propri limiti, di personalità prima ancora che di natura tecnica o atletica, anche verso se stessi. E di ripartire dalle cose più elementari: un passaggio ad un compagno; riuscire ad arrivare per primo sulla palla rispetto all’avversario; correre per 90 minuti senza avvertire la fatica che (anche) lo stress contribuisce ad aumentare. Soltanto dopo i muscoli iniziano a sciogliersi, i movimenti diventano più elastici, naturali. La testa torna ad essere libera da pensieri e condizionamenti. Ed accetta anche un errore commesso con meno ansia, riuscendo ad estraniarsi dalla critiche. Comprese quelle provenienti dagli spalti.

La maglietta torna ad essere un’armatura, l’avversario un contendente, il campo un’arena. La vittoria come unico obiettivo. Raggiungibile. Perché a chi non è (quasi) più in grado di vincere, non si può chiedere di più. E’ dura da accettare, ma ora è così.

La Juventus tornerà ad essere la Vecchia Signora. Non con queste persone che la stanno distruggendo. Ci vorrà tempo, quantificarlo non è possibile. Ma se la serie B sembrava dovesse essere il punto di partenza per una nuova strada, in realtà ha rappresentato la terz’ultima tappa verso l’inferno. Quello che si sta vivendo in questi giorni. C’è da tenere duro e sostenerla in questa infausta stagione, come e quanto è sempre stato fatto. Se non di più. Ma soltanto quando i giocatori verranno scelti da persone competenti, utilizzando come criteri la classe, la personalità e (solo dopo) l’aspetto economico, allora si potrà tornare a vincere. Non soltanto una partita.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

lunedì 25 gennaio 2010

Sì, è un complottinho!


Parole e musica di Roberto Beccantini

Riassunto dei lamenti precedenti. Non danno un rigore al Palermo? Zamparini straparla di campionato falsato e minaccia un dossier. Quando in testa era il Napoli (29 ottobre 2008), De Laurentiis plaudiva alla morte di Calciopoli; dopo Parma (29 novembre 2009), un penalty negato da Trefoloni gli ispira il ritorno di Calciopoli. Ci mancava il derby, il derby stravinto dall’Inter al di là delle espulsioni e dei rigori sbagliati o millantati. Sono furibondi, gli interisti. Mourinho, Moratti, Paolillo nell’ordine: «Vogliono riaprire il campionato in modo non leale». Proprio così: in modo non leale. Bersagli sottintesi, il picciotto con la lupara (l’arbitro Rocchi-Rocky) e, come mandante, il Milan di Berlusconi & Galliani, sette rigori a uno (l’Inter, cinque a cinque; la Juventus, uno a tre). Vergogna!

Ci mancava, soprattutto, la vergine Inter insidiata dai bruti, con Collina che, di nascosto, ne arma i pugnali. Sotto sotto, e sopra sopra, il riferimento sommo rimane sempre Calciopoli, scandalo dal quale Moratti riscosse la miseria di uno scudetto a tavolino, complice quel taccagno di Guido Rossi. Al di là delle responsabilità della Triade, e delle sanzioni che (per la Juventus, almeno) proprio morbide non furono, la storia del vento contrario fa sbellicare dalle risate. Vorrete mica negare a Moratti la gioia di un complotto dopo averla concessa a Berlusconi, a Moggi e alla più bisognosa di coccole, la Roma, vittima privilegiata e seriale di Juventus, Milan, Inter?

Nessun dubbio che a Bari Bonucci andasse espulso (così come, a Verona col Chievo, il pugno di Quaresma fosse da rigore); scritto ciò - e ribadito come Rocchi abbia azzeccato una sola decisione: il rosso a Sneijder - non si può non elogiare la genialità di José Mourinho, che dell’Inter è l’allenatore, il manager, l’addetto stampa, l’addetto agli arbitri, il presidente vicario. Quattordici milioni a stagione sono persino pochi. José, gli arbitri, non li cucina negli spogliatoi, ma in diretta tv, alla luce del sole. Non piange al telefono, piange al microfono, mentre dai Palazzi scrosciano fazzoletti e richieste di bis, puntualmente concessi.

domenica 27 dicembre 2009

lunedì 21 dicembre 2009

lunedì 14 dicembre 2009

Ecco cosa può comportare la sentenza di condanna a Giraudo



Ringrazio l'amico Antonio Corsa per avermi dato la possibilità di inserire il suo articolo nel blog

IL PROCESSO A GIRAUDO E QUELLO A MOGGI SONO COLLEGATI FRA LORO?
Si e no. Si, perchè evidentemente ad entrambi sono contestati gli stessi reati (associazione a delinquere e frode sportiva). No, perchè tecnicamente la condanna inflitta a Giraudo non ha alcuna influenza sull’andamento del processo di Moggi. Il motivo, approfondiremo in seguito, è che il processo di primo grado di Giraudo è stato celebrato con rito abbreviato, mentre Moggi ha scelto il rito ordinario.

CHE COSA E’ IL RITO ABBREVIATO E IN COSA SI DIFFERENZIA DAL RITO ORDINARIO?
Giraudo ha deciso di farsi processare sulla sola base delle prove “agli atti” (emersi cioè nella sola fase investigativa: intercettazioni, verbali dei Carabinieri), probabilmente non ritenendole sufficienti – a torto – a produrre un giudizio di condanna; il rito ordinario scelto da Luciano Moggi si basa invece sulle prove “formatesi in dibattimento” (e questo significa che, parlando in modo semplice, le stesse intercettazioni e gli stessi verbali redatti dai Carabinieri che sono stati sufficienti a condannare Giraudo sono stati invece discussi in tribunale, ascoltando i testimoni, contro-interrogandoli, facendo spesso emergere delle divergenze rispetto alla situazione emersa nella fase investigativa e segnando anzi spesso dei “punti a favore” proprio di Moggi). Come “premio” per la rinuncia ad un processo “completo”, Giraudo ha avuto da subito – come prevede la legge – il diritto di usufruire di uno sconto di 1/3 della (eventuale) pena. Un processo più rapido in cambio di uno sconto. Scelta rivelatasi probabilmente sbagliata.

IL RITO ABBREVIATO IMPLICA UNA MEZZA-CONFESSIONE DI COLPEVOLEZZA?
No.

PERCHE’ IL RITO ABBREVIATO HA FINITO PER DANNEGGIARE GIRAUDO?
Perchè Giraudo non ha potuto usufruire – a differenza di Moggi – di tutte quelle prove testimoniali discusse in dibattimento dinanzi al Presidente Casoria, e che hanno finito oggettivamente per far segnare un “gol” alla difesa più che all’attacco. Il riferimento è sia alla testimonianza di Rosario Coppola (che spiega come anche altre squadre – e l’Inter in particolare – parlassero con i designatori esercitando pressioni, il che “smonta” il concetto di “cupola”), sia a quella di Zdenek Zeman che parla del 3-3 tra Lecce e Parma come di un risultato maturato sul campo “perchè i giocatori erano già in vacanza con la testa” (niente “cupola”). Avete avuto modo di leggere diverse trascrizioni, e spesso è emerso come una cosa siano i verbali dei Carabinieri, e tutt’altra cosa è ciò che alla fine emerge dai contro-esami difensivi. Spesso sono emersi fatti nuovi, o diversi. E, per dirla alla Presidente Casoria, “vale quello che si dice in dibattimento”.

IN APPELLO CHE REGOLE VARRANNO PER GIRAUDO?
Le stesse scelte per il primo grado.

LA CONDANNA DI GIRAUDO IMPLICA QUELLA DI LUCIANO MOGGI?
No. Proprio per i motivi elencati finora. Per dirla con le parole dell’avv. Paco D’Onofrio, “Non c’è nulla che osti ad una conferma della condanna di Giraudo e di una assoluzione piena a carico di Moggi”. Sempre D’Onofrio ha aggiunto inoltre: “Se le prove testimoniali continueranno ad avere questa consistenza e questo andamento ritengo e mi auguro che probabilmente l’esito – anzi, ne sono certo perchè ho fiducia nel Collegio di Napoli – sarà sicuramente tecnicamente e positivamente condizionato da queste prove”. Le prove testimoniali potrebbero e dovrebbero perciò fare la differenza tra una sentenza, quella di Giraudo e – si spera – quella di Moggi. Il quadro è oggettivamente diverso. Se poi si considera il fatto che ad esempio Coppola e Zeman (per fare solo due nomi) fossero testimoni “chiamati dall’accusa”, e che ce ne saranno altri anche “chiamati dalla difesa”, appare evidente come il quadro finirà probabilmente per risultare molto diverso.

COSA SUCCEDE ORA IN AMBITO SPORTIVO? SI PUO’ ANCORA CHIEDERE LA REVISIONE DI CALCIOPOLI?
“Se ci fosse stata una sentenza di assoluzione piena nei confronti di Giraudo, la Juventus si sarebbe potuta attivare per chiedere in via di revisione la riapertura di Calciopoli limitatamente alla sanzione aggiuntiva della revoca dei due Scudetti intervenuta nel luglio del 2006. Giraudo è stato considerato in primo grado colpevole quindi non si può riaprire in questo momento in nessun modo, nemmeno parzialmente, il processo sportivo”. Così l’avv. Paco D’Onofrio, ospite della trasmissione "Stile Juventus" condotta da Nicola De Bonis