Per la Juventus, lo scorso anno, ritrovarsi a metà strada a disputare l’Europa League era stato considerato alla stregua di un declassamento: quella è la "serie B" del vecchio continente calcistico, una manifestazione che non garantisce gli stessi introiti economici, la visibilità ed il prestigio di una Champions League. Era il primo (forte) segnale di fallimento di una stagione che iniziava a mostrare una realtà diversa da quella “progettata” in estate.
Non valeva neanche la pena paragonare le due competizioni. Anche a mettere a confronto gli inni ufficiali, se proprio uno voleva provarle tutte, non c'era (e non c’è) gara. E poi, giusto per ricordarlo, in quella più importante la Vecchia Signora era entrata dalla porta principale, grazie al lasciapassare garantito dal secondo posto nel campionato di serie A ottenuto l'anno precedente dalla squadra guidata da Claudio Ranieri e, arrivati al momento del rush finale, da Ciro Ferrara. Per poi uscirne dalla porta di servizio, a causa della “retrocessione” come terza (su quattro) nel gironcino di qualificazione alle eliminazioni dirette.
E' pur vero che - nonostante l'entusiasmo che la scorsa estate aveva circondato la nascita di una Juventus "verdeoro" - era parso obiettivamente difficile pensare di poter puntare ad un successo nella coppa dalle “grandi orecchie”. Però con Diego, Felipe Melo e quell'Amauri un pò italiano e un pò brasiliano (quel tanto che bastava per immaginare una squadra dalle giocate spettacolari) sembrava giusto non porsi limiti.
L'unica vera incognita pareva essere proprio l’uomo scelto per la panchina, Ferrara, che - dopo aver appeso le scarpe al chiodo, lavorato in società ed essere diventato "psicologo" nelle ultime due partite di campionato di quei giocatori che avevano dato chiari segni di malessere nei confronti di Ranieri - avrebbe dovuto trasformarsi in allenatore. Di una formazione considerata una "fuoriserie".
Altro che una Vecchia Signora con mancanza di liquidità e carenza di risorse economiche: era diventato necessario l’acquisto di un regista? E allora via Marchionni e un bel gruzzolo di milioni. Per un mediano. Con tanti ringraziamenti da parte della Fiorentina e dell’attuale dirigenza bianconera. Quella che la fantasia, prima di trapiantarla nel terreno di gioco, deve ora usarla per uscire fuori dalle sabbie mobili in cui la Juventus è stata condotta nelle scorse stagioni da chi era stato messo per lì gestirla.
Il livellamento verso il basso del calcio italiano ha fatto sì che - nonostante tutte le sconfitte accumulate - la squadra bianconera riuscisse comunque a raggiungere un piazzamento utile, anche quest'anno, per affacciarsi all'Europa calcistica. Quella meno nobile, ovviamente. Un'opportunità da conquistare, peraltro, solo dopo i preliminari e se si dimostrerà in grado di battere l'ultimo ostacolo (allo spareggio): quello Sturm Graz mai incontrato prima, che oggi ospiterà i bianconeri in Austria per la disputa della gara di andata.
Dopo, e soltanto dopo, si potrà dire di aver chiuso i contatti col recente passato sportivo marchiato (e "macchiato") Jean Claude Blanc. Dall’anticamera dell’Europa League ai nuovi gironi di qualificazione: l’obiettivo è quello di iniziare un cammino, parallelo a quello del campionato, per il quale - al momento - è complicato prevederne la destinazione finale. Difficile stabilire se si possa considerare più vicino al concetto di “cantiere” il nuovo stadio (nel suo stato attuale) che sorgerà dalle macerie del vecchio “Delle Alpi” oppure questa squadra a cui mancano tanti, troppi pezzi per poterne valutare le reali prospettive.
Quello che è certo, è che questo non è il momento di fare gli schizzinosi: ben venga tutto quello di positivo che capiterà d’ora in poi. Sarebbe già un primo passo in avanti. Inutile aggrapparsi ai ricordi, come quelli di una (formidabile) Juventus “made in Italy” del duo Trapattoni-Boniperti che iniziò proprio vincendo la coppa UEFA quel percorso che le permise di trionfare in tutte le manifestazioni calcistiche europee e mondiali. Sono situazioni non paragonabili e, soprattutto, ci sono punti di partenza “diversi”: gli aspetti che le potrebbe accomunare dovranno essere la “fame” di vittorie e la voglia di tornare ad alzare – al più presto - qualche trofeo. E pazienza se sarà l’Europa League: come antipasto andrebbe più che bene.
Una Juventus da ringiovanire e rinforzare (anche) attraverso l'alleggerimento del monte ingaggi della rosa attuale, uno tra gli ultimi lasciti della vecchia gestione di Jean Claude Blanc. Anche il suo, di stipendio, pesa parecchio nelle casse societarie: continuando a discutere delle situazioni contrattuali dei vari Zebina, Grosso e via dicendo, si corre il rischio di dimenticarlo. O, più semplicemente, di parlarne troppo poco. Considerando che si tratta del principale responsabile di questo scempio del quale, ancora per qualche tempo, anche chi è arrivato adesso al suo posto farà fatica a trovare le soluzioni giuste per uscire fuori da questa situazione.
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Dedico questo articolo, e il video che feci un anno fa (di questi tempi), al piccolo tifoso bianconero Michele Parola, figlio di due carissimi amici: Francesco e Chiara. Questa è la Juventus, Miki
Mentre girovagavo su internet, mi sono imbattuto in questo bellissimo articolo, scritto da Del Re (qui il link sul sito di GIU'leMANIdallaJUVE). Il minimo che potessi fare, era riportarlo nel mio blog. Complimenti vivissimi all'autore.
Un Agnelli torna alla Presidenza della Juventus. Così come il padre Umberto, anche Andrea ha nel destino il dovere di rilanciare le sorti del gioiello di famiglia; egli, il padre, ci riuscì per ben due volte, in due ere calcistiche ben distinte.
Ad Andrea va un caloroso “in bocca al lupo”, viste le premesse elkaniane di quello che fino a due giorni fa era il “projettò” e che alla resa dei conti si è rivelato il più grande imbarazzo della storia juventina ultracentenaria.
Ma il presente articolo non è dedicato all’erede Agnelli che la tifoseria bianconera ha sempre sostenuto e fortemente voluto; no, il presente articolo è indirizzato a mò di lettera aperta all’altro erede Agnelli, quello “per caso”, il diafano John Jacob Philip Elkann, il cosiddetto nipote dell’Avvocato.
Già, colui che in soli quattro anni è riuscito a disintegrare la storia del club come e meglio avrebbe potuto fare il più feroce degli antijuventini, che so: uno Zeman o un Moratti qualsiasi.
Qui ed ora è perfettamente inutile stare a ricordare la storia di tale scempio: ad esempio quando e perché il padre di Leone e Oceano decise di cooptare Jean Claude Blanc nel CDA Juve, novello cavallo di troia per il ribaltone farsopolista, oppure come si fosse rifiutato di difendere i suoi straordinari dirigenti, che, nuove inter-cettazioni alla mano, risultavano nuotare più o meno con stile insieme a tutti gli altri pesci dello stagno pallonaro italiota, santi subitanei compresi; inutile anche soffermarsi sulla sua totale inettitudine che portò alla scelta di un gruppo dirigente non adeguato per qualità imprenditoriali, sportive, di comunicazione e di rispetto verso coloro che sostengono il “core business” bianconero: i suoi tifosi.
Qui ed ora voglio solo chiedere al protetto del quadrumvirato Montezemolo – Grande Stevens –Sant’Albano – Gabetti se, a distanza di quattro schifosissimi anni, visto quanto ha prodotto, e non solo a Torino, ma in proporzione direttamente inversa anche a Milano, sponda nerazzurra, ne valesse davvero la pena.
Ingegnere, valeva la pena sacrificare quel piccolo fastidioso asset della Exor per riequilibrare a Suo favore i delicati rapporti di forza all’interno della famiglia? Soprattutto visto che a quattro anni di distanza la Juve torna in mano al suo “legittimo reggente”, al quale era stata così volgarmente strappata.
Ingegnere, valeva la pena tentare questo “putsch” in salsa ferrarista, visto l’esito catastrofico dello stesso? Mi spiego meglio: il suo capo tutor, Montezemolo, Le avrà spiegato che la ribalta mediatica sportiva è un mezzo di propaganda straordinario; ma Le avrà spiegato anche che lo è solo ed esclusivamente se si ottengono risultati. Le ha spiegato, e lui dopo Italia ’90 e l’anno successivo alla Juve dovrebbe saperlo meglio di chiunque altro, che le sconfitte comportano mediaticamente l’effetto contrario? Soprattutto se tali sconfitte sono condite da tutti i record negativi pensabili ed immaginabili, siano essi sportivi che di bilancio?
Ingegnere, valeva la pena lasciare che dall'interno della società venissero dichiarate tante falsità sull’operato manageriale della Triade, al solo fine di dimostrare la bontà delle scelte da Lei intraprese in quel Maggio 2006? Mi rispiego meglio: valeva la pena raccontare la fandonia dell’insostenibilità dei bilanci dell’ex (purtroppo!) AD Giraudo rispetto a quelli simpatici del nuovo (purtroppo!) AD Blanc? Oppure avallare la denuncia contro gli ignoti Moggi, Giraudo e Bettega alla Procura di Torino per false comunicazioni sociali? Le ricordo che il giudice ha assolto con formula piena i suddetti.
Ingegnere, valeva la pena dichiarare che la Juventus sarebbe stata una società nuova, trasparente, onesta e simpatica, sostenibile sul piano sportivo e soprattutto finanziario? Mi ri-rispiego: per essere onesti e simpatici, nonché trasparenti Lei aveva promesso che mai e poi mai tre uomini soli avrebbero avuto tutto il potere nelle loro mani; ma allora mi spieghi perché Blanc ha ricoperto per tre anni sia il ruolo di AD che di DG e da quest’anno persino quello di Presidente. Ma soprattutto mi spieghi perché ad oggi la Juve onesta e simpatica, non quella vera e vincente pre 2006, ma la Sua, quella ridanciana e perdente, abbia l’ex (per fortuna!) Presidente, l’AD ed il DG tutti indagati per reati finanziari; senza contare che anche uno dei Suoi tutor è sotto processo per la questioncina “Equity Swap”.
In fine, e concludo, Ingegnere, valeva la pena farsi odiare in maniera così viscerale da un quinto del popolo italiano? Crede davvero che l’aver ricondotto questo ignobile surrogato della nostra Juventus nelle legittime mani di Suo cugino Andrea attenuerà quel senso di giusto disprezzo che ogni juventino vero proverà sempre nei suoi confronti?
John, ne valeva la pena?
Ps: così... solo per scrivere altre due righe in croce... Riporto giusto il contenuto di questa intercettazione fresca fresca... Roma, 24 mag (Il Velino) - La sera del 12 maggio 2005, al termine della partita Cagliari-Inter (1-1), l’arbitro Paolo Bertini chiama il designatore Paolo Bergamo per lamentarsi delle pressioni di Giacinto Facchetti prima dell’inizio dell’incontro. “Sa, questa è la tredicesima partita, eh? - dice l’ex calciatore all’arbitro negli spogliatoi -. Per ora siamo in perfetta parità: quattro perse, quattro vinte e quattro pareggiate. Eh, sa, per l’Inter non è che sia un grande score…”. “Non è stato piacevole - commenta Bertini con Bergamo -. A volte è imbarazzante una premessa del genere…”
BERGAMO - Pronto? BERTINI - Sei a letto, Paolo eh? BERGAMO - No, se… Allora? BERTINI - Com’è andata, che mi dici? BERGAMO - Mah, ho visto l’ultima mezz’ora perché m’avevano avvertito di questo fallo di mano che… no, non è mica espulsione comunque… BERTINI - Quella non è espulsione!? BERGAMO - No… non è mica… una chiara occasione da rete… BERTINI - Ma poi si può fare una disposizione di carattere tecnico su tutto ma non c’ha… forse la mancata percezione di dove fosse come posizione ma non può essere ritenuta una occasione di… BERGAMO - No, assolutamente. BERTINI - È stato quello che… l’unica cosa… BERGAMO - Protestavano un po’ quelli dell’Inter, so’ un po’ insofferenti, quando… BERTINI - Eh, me ne so’ accorto. È stata una remata dal primo minuto, poi, eh? Non capisco, non capisco perché. Tra l’altro c’è stato Facchetti a inizio partita, è venuto dentro lo spogliatoio a salutare con quel fare sempre… “Ah, sa questa è la tredicesima partita, eh? Per ora siamo in perfetta parità: quattro perse, quattro vinte e quattro pareggiate. Eh, sa, per l’Inter non è che sia un grande score”, ha detto. Quindi l’abbiamo preparata in questo modo la partita. BERGAMO - Mh, mh… BERTINI - Eh, non è stato piacevole, non è stato piacevole… BERGAMO - E bisogna che ci parli, sì. …(incomprensibile) …più tranquillo in campo… C’avevo già parlato, gliel’avevo già detto, ma questo non capisce un ca**o… BERTINI - No, ma ho l’impressione… non so nemmeno l’interlocuzione più giusta quale possa essere perché questa veramente…. A volte è imbarazzante. Una premessa del genere… ci siamo guardati tutti, ci siamo guardati tutti prima della partita… BERGAMO - Ascoltami, quando avrai buttato giù con me, dopo chiama Gigi (probabilmente Pairetto, ndr) che si è accorto che m’hai chiamato… BERTINI - Dici? Sì, sì certo. BERGAMO - Capiscimi… BERTINI - E quindi, niente, insomma, questa situazione te l’ho detta appunto. BERGAMO - Grazie, comunque la partita, a parte il clima… BERTINI - Al di là di questo, insomma la partita è poi andata bene. BERGAMO - Per quella parte lì che ti diceva ti ci penso io, dai... BERTINI - Sì, perché tra l’altro non ha neanche senso. Non mi sembra di avere fatto… Anzi, anzi… Vabbuò. BERGAMO - Buonanotte, ci sentiamo. BERTINI - Ci sentiamo domani, va… BERGAMO - Vabbè grazie, ciao. BERTINI – Ciao.
"Sei tifoso della Juventus? Facile: Lei vince sempre". Ebbene sì: fino al 2006 questo ritornello ha accompagnato le giornate del sostenitore bianconero standard, dalle semplici chiacchierate tra amici alle discussioni più accese. Dove non arrivavano i meriti della Vecchia Signora c’erano loro, gli arbitri, a dare una mano. Teneri e affettuosi, anche prima della comparsa delle intercettazioni sulle telefonate di Luciano Moggi (solo le sue, naturalmente), prima dello scudetto di cartone consegnato all’Inter dallo "smemorato" Guido Rossi e delle campagne denigratorie verso Madama dei media.
Quel "Lei" era la Juventus: o la si amava, o la si odiava. E’ sempre stato così (e sempre sarà), per i più forti. E il bello era proprio questo: la soddisfazione per una vittoria si univa alla consapevolezza della rabbia "degli altri", del mondo intero avverso a quei colori. Una sconfitta veniva considerata come un’onta da cancellare al più presto. E’ la Juventus, perbacco. O almeno, lo era.
Via (o costretti ad andarsene) Deschamps, Ranieri, Ferrara, Cobolli Gigli, Alessio Secco, Castagnini, chi più ne ha più ne metta: tutti responsabili di errori (grandi o piccoli che siano) che hanno contribuito alla fine di un progetto che di concreto, in realtà, non aveva nulla. Legato al nome di una persona, Jean Claude Blanc, che doveva essere la prima a farsi da parte, e che ora, grazie al suo addio (vicino o lontano) darà la possibilità alla nuova dirigenza di iniziare una (vera) rinascita della società bianconera.
Per mesi, se non per anni, alla ricerca di persone in grado di porre un limite all’irrefrenabile caduta verso il basso della Juventus, i tifosi hanno richiesto a gran voce l’ingresso (anzi, il ritorno) in società di Roberto Bettega (sia con cori di incitamento allo stadio che in internet, con petizioni su diversi forum). In questo momento, nella fase di rifondazione, sembra diventi difficile trovargli una (giusta) collocazione, causa una (ipotizzata) problematica "convivenza operativa" con Giuseppe Marotta, il probabilissimo nuovo Direttore Generale. A Bettega era stato chiesto di "salvare il salvabile": se nella pratica non è riuscito a risollevare le sorti di questa stagione disgraziata, non è corretto attribuirgli più colpe del dovuto. Il suo raggio d’azione si è rivelato molto limitato, con cotanta invadenza (e competenza…) intorno a sé. Prova ne sia che Andrea Agnelli, adesso che ancora non si è ufficialmente insediato come Presidente, ha già fatto un’opera di pulizia "quasi" totale in seno alla dirigenza, come base per un futuro migliore (e per poter lavorare seriamente…). Senza soldi (e in mancanza di un’adeguata struttura alle spalle) l’ex Bobby-gol è riuscito - se non altro - a portare a Torino Antonio Candreva (in prestito con diritto di riscatto della metà del cartellino). Paolucci? Avrebbe preferito Lanzafame. Ma in quei momenti anche il Parma e il Siena (era stato richiesto pure Ekdal) riuscivano a fare la voce grossa contro i bianconeri. Ferrara poteva essere cacciato prima? Certo. Ma Zaccheroni ha fatto meglio di lui? Il "traghettatore" sarebbe potuto arrivare a dicembre, per avere la possibilità di sfruttare al meglio la sosta natalizia? E chi lo diceva a monsieur Blanc che la prima mossa da fare sarebbe stata quella di bruciare la sua ennesima scommessa persa in onore al "guardiolismo all’italiana"? Era la società a dover essere cambiata, da cima a fondo. Proprio quello che sta iniziando a fare il nuovo Presidente: è da lì che nascono le grandi squadre. Come in tutte le aziende che funzionano a dovere, un dirigente che accumula risultati disastrosi per anni deve essere accompagnato alla porta e salutato. Bettega, in tutta sincerità, non sembra rispondere a questi criteri; Blanc, invece, sì. Ovviamente…
Ironia della sorte (se non fosse che non c’è nulla da ridere), nella stagione dei record negativi ben otto giocatori bianconeri sono presenti nella (prima) lista dei trenta convocati per la spedizione sudafricana. Oltre a loro si sarebbero potuti aggiungere Legrottaglie, che non ha confermato quanto di buono ha fatto vedere nelle scorse stagioni, Amauri, che si è perso nei meandri della burocrazia per ottenere il passaporto italiano (senza adeguati rifornimenti in campo, poi), e Del Piero, che avrebbe avuto necessità di giocare una stagione intera per (almeno) provare a convincere Lippi a chiamarlo. Il numero degli azzurri tinti di bianconero potrebbe rimanere inalterato - in ogni caso - anche a fine mondiale. Anche aumentare: a patto che qualcuno arrivi (o torni) a Torino (Criscito, Palombo, Cassani, Marchetti, Maggio, Pazzini tra i più indiziati), che qualcun altro non se ne vada (Buffon in primis) e considerando pure chi andrà via (Cannavaro, Grosso e Camoranesi). Le nazionali vincenti, storicamente, hanno sempre avuto uno zoccolo duro di giocatori della vecchia Signora. In questa occasione può essere un handicap, se rapportato a cosa è capitato nel campionato appena concluso. A Lippi il compito di rigenerarli; ai tifosi juventini quello di non rodersi il fegato quando li vedranno correre come non hanno fatto, salvo rare eccezioni, da qualche mese a questa parte.
"Sei tifoso della Juventus? Facile: Lei vince sempre". No, non è facile. Perché Farsopoli, con tutte le sue conseguenze, è stato un peso enorme da digerire. E perché ora sembra non essere più in grado di farlo. Ad oggi - di Juventus - sono rimasti soltanto il nome e i colori della maglia. Con la sconfitta di ieri sera nell’ultima giornata di campionato, "l’era Blanc" è davvero finita. Adesso basta piangersi addosso. Ovviamente ci vorrà del tempo, dato che si ripartirà - inevitabilmente - da zero. Fare meglio di questa stagione è sin troppo facile. Ma l’imperativo è, e rimarrà sempre, quello di tornare a vincere. Nell’immediato: di riprendere, al più presto, ad essere "la" Juventus. Sembra poco, ma non lo è per niente.
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Per stemperare la tensione che - inevitabilmente - un lettore accumula nel sentire Liguori nel video precedente (...), ne inserisco un altro, trovato in rete. Un gentile omaggio, da parte mia, al tenente colonnello Attilio Auricchio, titolare dell'indagine (per conto dei pm di Napoli Narducci e Beatrice) che ha portato al processo su Farsopoli
Da Ranieri a Deschamps (campione, in Francia, con l’Olympique Marsiglia): storie di chi - lontano da Torino e dall’attuale dirigenza - ha iniziato (o ripreso) a vincere. Mentre la squadra bianconera, dal terremoto del 2006 in avanti, ha perso lentamente pezzi e credibilità. Dopo l’addio al calcio di Nedved (ora si attende un suo rientro in società), ecco le prossime (probabili) partenze di Trezeguet e Camoranesi. Buffon? Potrebbe andarsene anche lui. In nome dei soldi che porterebbe la sua cessione, con i quali la nuova gestione aumenterebbe il "tesoretto" a disposizione per portare a compimento nuove operazioni in entrata. Ma senza il miglior portiere del mondo, uno dei più grandi (se non "il più") della storia, come si può (iniziare a) costruire una grande squadra? E come può presentarsi il nuovo Presidente ai propri tifosi?
Il Parma ha giocato con onore; i bianconeri, che quest’anno di "Juventus" hanno avuto soltanto il nome e la maglia, ormai hanno perso anche quello. Un gruppo ormai arresosi alle sue stesse debolezze, a cui giova poco tirare in ballo i prossimi mondiali in Sudafrica: Lippi già lo scorso settembre aveva promosso il blocco bianconero (avallando, a suo modo, anche gli acquisti di Cannavaro e Grosso). Il resto, è la triste cronaca di questa annata da incubo. Se anche la recente notizia della prossima nomina di Andrea Agnelli a Presidente (con un nuovo gruppo dirigenziale) non è servita a scuotere i giocatori, allora i "jolly" sono finiti. Assieme agli alibi. Nulla: ormai anche il sesto posto è andato. Il progetto di monsieur Blanc ormai può dirsi concluso. La Francia e il suo confine sono ad un passo. Il salto è breve: oplà. Adieu. Anzi, un’ultima cortesia: chieda ai giocatori di perdere anche a Milano (contro i rossoneri di Leonardo): con 15 sconfitte verrebbe eguagliato il record negativo della stagione 1961-62. Quella che spesso, nel corso di quest’anno, è stata citata come l’esempio negativo da non imitare.
Lanzafame affonda il coltello in una difesa bianconera che è stata una delle piaghe di questo campionato: poco protetta dal centrocampo, colpevole di troppe disattenzioni (anche) quando la responsabilità dei goals subiti poteva essere soltanto sua. A proposito del giovane attaccante parmense: meglio lui o Paolucci? Si dicevano (e scrivevano) queste cose già lo scorso gennaio, quando anche "un Ekdal", nella rosa bianconera (di Torino), non avrebbe certo sfigurato. E dove Candreva - se non altro - ha dimostrato di starci bene.
Nell’attesa che Marotta inizi a lavorare per la Juventus, la Juventus ha già lavorato per lui: con la sconfitta di ieri ha spianato la strada ai blucerchiati per la passerella finale di domenica prossima al "Luigi Ferraris". L’avversario di turno (il prossimo, l’ultimo) sarà il Napoli, cui i bianconeri hanno già lasciato il sesto posto in mano. A meno di un (improbabile) suicidio sportivo, l’opera del (probabilissimo) nuovo dirigente bianconero sarà compiuta: pochi euro a disposizione, molte idee in cantiere. Efficaci. I preliminari di Champions League ad un passo nel corso di una stagione dove è riuscito nell’impresa di far convivere Cassano e Delneri dopo gli strascichi polemici del loro passato giallorosso, oltre a quelli sorti durante l’attuale annata blucerchiata. Un bel biglietto da visita per la Torino bianconera, un bellissimo addio per una città (Genova) dove lascerà molti ricordi e moltissimi rimpianti.
Dalle bombe (verbali) di Mourinho a quelle (carta) dell’Olimpico di Torino: sempre peggio. Frizioni e tensioni che aumentano di giornata in giornata. Certo, anche alla penultima: un ringraziamento doveroso, poi, anche all’Osservatorio che ha permesso - in un primo momento - ai sostenitori milanisti di recarsi a Genova (dopo aver negato trasferte sicuramente meno pericolose ad altre tifoserie), contribuendo a gettare la città nel panico più totale, memore di una tragedia (l’uccisione del giovane genoano Vincenzo Spagnolo) capitata proprio in occasione di un Genoa-Milan (29 gennaio 1995, prima dell’incontro). Meno male che il prefetto del capoluogo ligure, sollecitato dalla Digos, ci ha "messo una pezza", facendo disputare la partita a porte chiuse. Resta da capire il criterio con cui l’Osservatorio decide: condizioni climatiche (del tempo) o "clima" tra le due tifoserie? Per certi passi un campionato come il nostro non è ancora pronto. Si è fatto poco, nulla e male in passato: si attenda il passaggio agli stadi di proprietà. La tessera del tifoso rischia di essere l’ennesimo buco dell’acqua, un palliativo che non curerà il male della violenza nel calcio italiano.
L’Inter subisce un goal al 12° minuto (autorete di Thiago Motta) contro il Chievo, e al tredicesimo ha già pareggiato (altra autorete, Mantovani). Il 4-3 finale è una logica conseguenza. Idem per la Roma: sotto di un goal (Lazzari, Cagliari), in mezz’ora ne fa due (doppio Totti). L’ultima giornata ha il suo destino già tracciato. A meno di un miracolo (di Mezzaroma, presidente del Siena). Ma Palazzi è uno che non si commuove: i miracoli, nel calcio, ad oggi sono ancora opera sua. Nel caso, indagherà.
Una spruzzata di Juventus del passato che vince c’è stata anche in Inghilterra: Carlo Ancelotti ha conquistato la Premier League. Nessun nubifragio (stile-Perugia anno 2000) gli ha impedito di ottenere il suo primo titolo inglese. Un diluvio - in un certo senso - c’è stato: di goals (otto) con i quali il Chelsea ha steso il Wigan, nell’ultima giornata del campionato. Lo stesso allenatore adesso prenderà il volo per Napoli: domani lo attenderà - come testimone scelto dall’accusa - il processo penale, con imputato Luciano Moggi. Ma questa è un’altra storia…
"Marotta rimane alla Sampdoria al mille per cento" (Riccardo Garrone, 7 giugno 2009). "Ho letto di Marotta in questi giorni sui giornali. Per la mia responsabilità di imprenditore a capo della ERG per quarant'anni, se un manager giovane come Marotta viene avvicinato alla Juventus nessun risentimento. Se riceve una proposta nessuna obiezione" (Riccardo Garrone, 22 aprile 2010). Era l’uomo giusto; quello che non andava bene, era il "momento". Marotta alla Juventus: a leggere tra le righe delle dichiarazioni del presidente della Sampdoria, rilasciate in due periodi ben distinti, questa volta il matrimonio s’ha da fare. Se "uno più uno fa due" (per gli interisti spesso "fa tre", ma questa è un’altra storia…) finalmente un uomo di competenza e spessore in materia calcistica è in procinto di tornare a Torino, in casa bianconera. Un posto dietro la scrivania offerto a chi vive "da dentro" quel mondo da quando aveva otto anni: ha iniziato come garzone, a Varese, nel 1965. Il sogno era quello di diventare magazziniere, nel frattempo gonfiava i palloni con la pompa delle biciclette (all’occorrenza, con il fiato) e puliva le scarpe ai calciatori: con lucido e grasso preparava gli strumenti del mestiere a quella squadra che all’epoca era protagonista di un continuo saliscendi tra la serie A e la serie B. Dirigente a soli 19 anni. Una scalata continua, la sua: direttore sportivo, direttore generale e poi - addirittura, per un anno e mezzo circa - presidente del Varese Calcio. Monza, Como, Ravenna, Venezia, Atalanta e - infine - Sampdoria le successive tappe della carriera. La Genova blucerchiata come casa per otto lunghi anni. Sino ad ora. Ricorda volentieri quando, alle dipendenze del Monza, ancora giovane andò a trattare con Boniperti la cessione di Casiraghi. Anche se l’ex presidentissimo della Juventus capì di avere di fronte un dirigente alle prime armi, lui non si fece intimidire. E riuscì a vendere il giocatore al prezzo prefissato. Quella fu una delle tante "perle" di mercato (ultime quelle di Cassano e Pazzini) della sua lunga carriera. Spazio a Marotta, quindi. In senso fisico e operativo: a questo punto il "pluridecorato" Blanc dovrà lasciare qualcuna delle sue cariche e dei suoi impegni, liberando al nuovo arrivato i troppi spazi da lui occupati.
Dal "traghettatore" Zaccheroni al neopresidente del Liverpool (traghettatore pure lui) Martin Broughton: il primo scalda la panchina al prossimo allenatore della Juventus; il secondo ha il compito di condurre la società inglese nel delicato momento del passaggio di proprietà tra i vecchi e i nuovi gestori. Cosa hanno in comune i due? Il nome di Rafael Benitez. A giorni potrebbe sbloccarsi la trattativa che condurrebbe il tecnico spagnolo alla guida della Juventus. Dalla riduzione del numero dei componenti dell’attuale staff che lo seguirebbero a Torino, alle richieste economiche e tecniche che ha presentato alla società bianconera sino ad arrivare alle difficoltà da superare per liberarsi dal Liverpool: una serie di pezzi che dovranno incastrarsi tra di loro. Dopo, e solo dopo, potrebbe avvenire il tanto atteso annuncio. In caso contrario, si ripartirebbe con il "toto-allenatore". Un giochino che nella Torino bianconera - negli ultimi tempi - hanno imparato bene. Lo scorso anno era stato deciso di seguire la strada innovativa (ed economica) del "guardiolismo all’italiana"; ora, prendendo come riferimento Fabio Capello, quella del tecnico esperto.
La squadra? Andrà fortemente ritoccata, in (quasi) tutta la spina dorsale. Fermo restando le (probabili) conferme di Buffon e Chiellini, per l’undici titolare sono in ballo nomi per un centrale difensivo, per gli esterni, per un regista, una punta ed (almeno) un altro centrocampista. Non poco, per chi avrebbe dovuto vincere lo scudetto in questa stagione ed essere alla conclusione del quarto dei cinque anni utili per tornare ai massimi livelli. Nessun Ronaldihno costruito in casa, nessun giovane lanciato in prima squadra anche quando le condizioni di classifica lo avrebbero permesso. Se futuro ci sarà (e ci sarà), andrà comunque "ben pagato".
Contro un Bari ormai in vacanza, la Juventus cercherà di accaparrarsi altri tre punti utili per una rincorsa sempre più difficile (quasi impossibile) ai preliminari della prossima Champions League: (anche) il Milan, che ormai ha più poco da offrire a questo campionato, è stato sconfitto dal Palermo nell’anticipo di ieri. Visto il precedente interno contro il Cagliari, immaginare una vittoria nella gara odierna dei bianconeri non sembra un’eresia. In una domenica apparentemente uguale alle altre. Se non fosse che proprio oggi cade il 15° anniversario dell’addio di Andrea Fortunato. E questo non può che rendere diverso questo giorno. Ciao Andrea.
Finalmente ci siamo. Per l’occasione ho deciso di inserire un articolo stupendo scritto da Emilio Cambiaghi, che già da qualche giorno sta girando in rete. Domani parteciperò attivamente anche allo spazio commenti, non limitandomi a rispondere a chi scriverà prima del sottoscritto. Nella speranza che da Napoli giungano le notizie che tutti attendiamo.
Ora basta. Chi scrive ha sempre cercato di argomentare ogni più piccola questione, ogni minima sfaccettatura riguardo a quanto accaduto dal 2006 ad oggi. Ma adesso è arrivata l’ora di posare i calamai e di dare battaglia. Una battaglia di consapevolezza, cui faccia seguito una ferrea presa di posizione. Le nuove intercettazioni che stanno nuovamente scuotendo il mondo del calcio hanno aperto una voragine nelle coscienze di coloro che hanno voluto far passare una vergognosa menzogna per indiscutibile verità. Le penne reazionarie si sono già mosse per dare una nuova inquadratura alla situazione e stanno cercando di far passare l'idea della revoca dello scudetto all'Inter come eventualità sufficiente per rimettere tutto a posto. Continuano a dire che esisteva un Sistema Moggi, che “quello che ha fatto la Juve è sotto gli occhi di tutti”, che “ci sono stati fatti gravissimi che hanno portato ad una giusta condanna”. No, le cose non stanno così e non accettiamo nemmeno la logica del tutti innocenti o tutti colpevoli. I colpevoli ci sono, ma sono altri.
Non esiste nessuna intercettazione di Luciano Moggi con un arbitro, non esiste nessuna richiesta di favori da parte di questi a chicchessia, non esiste – e fatevene una ragione – nulla di nulla. Luciano Moggi è stato intercettato, pedinato, umiliato e fatto a pezzi in ogni modo possibile e la prova massima della sua colpevolezza è risultata essere una discussione sulle griglie con il designatore Bergamo. Consuetudine che, apprendiamo ora, era ben gradita a tutti e praticata da certuni con una malizia sconosciuta persino a chi è stato per anni additato come causa suprema di ogni male del pallone. E non vi era neanche un sistema diffuso, il cosiddetto illecito strutturato. No signori, anche questa è una favola, un raccontino della buonanotte. E a svegliare i sognatori non siamo stati noi, partigiani dell’opinione, ma i testimoni del processo penale che si sta svolgendo a Napoli. Come può essere credibile un’indagine indirizzata a senso unico, condotta con fretta e superficialità, incentrata sui riassunti della Gazzetta dello Sport, con inquirenti che non si sono neppure degnati di guardare le partite, di verificare se le loro accuse potevano essere dimostrate, che non hanno voluto investigare (“L’Inter non ci interessa” cfr. deposizione di Rosario Coppola), che hanno sbandierato ai quattro venti che “piaccia o non piaccia” non esistevano altre telefonate all’infuori di quelle dei dirigenti già sotto accusa? Niente di tutto questo può essere credibile.
E smettiamola con le solite accuse, più volte smentite, persino dalle stesse sentenze sportive. Le ammonizioni pilotate non esistono, è una fantasia costruita nella testa di Leonardo Meani nei suoi colloqui telefonici con i guardalinee Copelli e Puglisi, e immediatamente presa per buona: nell’anno oggetto di indagine la Juventus ne ha totalizzate 17, a livello delle altre grandi (le stesse dell’Inter), e ben sotto il primo posto dell’Atalanta. Dieci di queste sono, per giunta, arrivate da arbitri considerati estranei alla cosiddetta Cupola. In un’intercettazione il giornalista Tony Damascelli informa Luciano Moggi delle sanzioni comminate a Nastase, Petruzzi e Gamberini (quest’ultimo nemmeno in diffida) in Fiorentina-Bologna, ma Moggi, stupito, dimostra di non conoscere nemmeno chi fossero i diffidati della gara in questione. Mai, da nessuna parte, si sente o si legge Luciano Moggi chiedere esplicitamente di comminare sanzioni fraudolente. Ed è una leggenda anche la telefonata, imputata a Giraudo, nella quale si ascolta “Se l’arbitro è sveglio ci dimezza l’Udinese”. La conversazione infatti è successiva di un’ora all’incontro Udinese-Brescia dove fu, in maniera assolutamente corretta, espulso il friulano Jankulovski. E chiariamolo una volta per tutte, i sorteggi erano regolari. Ogni sorteggio si svolgeva in presenza di un notaio e l’estrazione della pallina con il nome dell’arbitro era affidata ad un giornalista ogni volta diverso, che estraeva dopo che Pairetto aveva aperto la pallina contenente la partita da assegnare. Questa circostanza è stata più volte spiegata, persino dall’Unione Stampa Sportiva (comunicato del 15 maggio 2006) e dalle sentenze sportive, che non prendono in considerazione questo ridicolo capo d’accusa per motivare la condanna. Persino Mazzei, in una delle nuove telefonate, cerca di convincere Facchetti che non c’è nulla da fare, anche se si vuole - come l’ex presidente interista desidererebbe - manipolarlo. Moggi conosceva prima i nomi degli arbitri e dei guardalinee? Bugia. Bugia enorme. Veniva avvisato solo dopo l’avvenuta designazione, anche se in anticipo rispetto alle comunicazioni ufficiali agli organi di stampa. Ma c’era chi veniva a conoscenza delle stesse ben prima del DG juventino. Leonardo Meani, ad esempio, come dimostrano gli sms portati dalla difesa al processo di Napoli. E lo stesso Facchetti, che veniva informato, addirittura un giorno prima, su chi fossero i guardalinee di Inter-Juventus. Non di una partita qualsiasi… E finiamola con la storia di Paparesta chiuso nello spogliatoio. La vicenda è stata innumerevoli volte chiarita dall’arbitro stesso e archiviata dalla Procura di Reggio Calabria. Moggi poteva decidere le sorti degli arbitri? Altra gigantesca menzogna. Moggi minaccia di far sospendere Paparesta che, invece, arbitra regolarmente già dalla giornata successiva. Anzi, è vero il contrario. Questo dichiara Pairetto di fronte al giudice Casoria: “Chi ha danneggiato la Juve e' tornato subito ad arbitrare, chi l'ha favorita viene sospeso per due mesi e mezzo”. Come nel caso di Racalbuto, dopo Roma-Juventus. Moggi controllava De Santis? Ridicolo. Nell’anno indagato è l’arbitro con cui la Juve ha ottenuto la media punti più bassa (1,4). Così il compianto Giorgio Tosatti in una telefonata Moggi del 20 aprile 2005: “Ormai gli arbitri ti pisciano addosso a te. Ieri l’ho detto, ho detto ieri in Federazione: avete fatto apposta a mandare De Santis perché vada in culo alla Juve”. E Moggi risponde: “Con quest’anno, tra Palermo, Parma e questa qui, ci costa tranquillamente sei punti. Ci ha creato mille problemi in questo campionato. Se noi perdiamo il campionato uno degli artefici è lui perché c’ha dato troppo contro”. Recentemente è stato poi dimostrato con chi in realtà intrattenesse rapporti amichevoli l’arbitro romano, con Giacinto Facchetti. E prima che qualcuno obietti, parliamo subito delle schede, delle famosissime schede svizzere. Lo sanno i signori che commentano il pallone che, in un processo penale, la prova si costituisce in dibattimento? Questa, quindi, è una prova ancora tutta da dimostrare. Nella realtà, fino ad ora, sono emersi solo elementi ampiamente favorevoli alla difesa. La scheda a Paparesta è un falso, era di suo padre. Quelle di Cassarà e Gabriele (che mai avevano arbitrato la Juventus nelle stagioni 2004/05 e 2005/06), false pure quelle: assolti dalla giustizia ordinaria il 18 gennaio 2010. Gli schemini con le ricostruzioni delle chiamate effettuate sono stati definiti dal Maresciallo Di Laroni, che svolse queste indagini, “presumibili”, senza contare innumerevoli errori nell’assegnazione delle celle, con arbitri da tutt’altra parte al momento delle chiamate loro imputate. A farsi benedire anche la scheda ritenuta essere in possesso di De Santis, come lo stesso arbitro dimostrerà al processo: “Mi viene attribuita una scheda svizzera tra il 7 gennaio e il 28 marzo ma essendo io uno degli organizzatori della cupola, mi sembra strano che potessi averla solo in quel periodo. Io non l’ho mai posseduta né usata, in quel periodo stavo facendo un corso come vicecommissario di polizia penitenziaria, lo frequentavo tutti i giorni e ho portato le prove. In molti degli orari in cui mi viene attribuito l'uso della scheda svizzera ero a scuola a frequentare il corso”. E che dire del fatto che la Juventus, con i cosiddetti arbitri “svizzeri” avesse una media punti inferiore a quella di Milan (2,08 a fronte di una media campionato di 2,07) e di Inter (1,9 su media totale di 1,89). La Juventus infatti totalizzò una media di 1,88 punti, a fronte di una media complessiva ben superiore: 2,26!!!
Allora dove sarebbe questa famigerata Cupola? Da quali elementi si può desumere che Luciano Moggi e Antonio Giraudo - lasciati soli a se stessi, senza nessuna stampa e televisione amica e senza il supporto della proprietà - controllassero le sorti del campionato italiano? Una tale ricostruzione della realtà può esistere solo nelle menti di chi voleva colpire un unico bersaglio e nelle parole di chi questa teoria ha sostenuto ed alimentato. Perché, ad esempio, non è mai stata posta attenzione sui comportamenti delle squadre milanesi? Infatti non sono in nessun modo paragonabili i comportamenti dei dirigenti di Inter e Milan con quelli addebitati a Luciano Moggi. Certo, ma in peggio. Proviamo a fare chiarezza.
Non esistono intercettazioni tra Luciano Moggi e gli arbitri. Ci sono invece fatti incontestabili riguardo i rapporti intrattenuti da alcuni di questi con le squadre meneghine. Sono stati dimostrati gli stretti rapporti tra Giacinto Facchetti e l’arbitro Nucini, fischietto all’epoca in attività e oggi misteriosamente scomparso dai salotti televisivi che era solito frequentare. Sono stati dimostrati i rapporti dell’ex presidente nerazzurro con Massimo De Santis, proprio lui, l’arbitro sbeffeggiato e calunniato da tutti come asservito al potere moggiano. Con il fischietto di Tivoli Facchetti parla di Walter Gagg, il funzionario FIFA, già accusato di aver svolto compiti “in nome e in funzione dell’Inter”. Laddove Luciano Moggi confrontava griglie arbitrali, Giacinto Facchetti cerca direttamente di bypassarle, alterando il sorteggio prima di Inter-Juventus del 28 novembre 2004:
Facchetti: «No, lì non devono fare i sorteggi, ci devono...». Mazzei: «Come si fa, Giacinto, purtroppo ci vuole fortuna». Facchetti: «Ma dai...». Mazzei: «Ti dico la verità, qui un sorteggio lo fa un giornalista, devono studiare una griglia e le possibilità sono più alte»
Questo Luciano Moggi non l’ha MAI fatto. Luciano Moggi non conosceva le designazioni un giorno prima delle partite, Moggi non falsificava passaporti (cfr. Oriali condannato dalla giustizia ordinaria) con il fine di rendere disponibile un calciatore che, altrimenti, non avrebbe potuto essere schierato. Così si falsano realmente i campionati. Moggi non incontrava gli arbitri prima delle partite (cfr. Moratti che va a salutare Bertini prima di Inter-Sampdoria) e nemmeno durante l’intervallo (cfr. squalifica di Facchetti dopo Chievo-Inter del 2002/03). Mai, nessun dirigente della Juventus F.C. si è permesso di far pedinare e intercettare illegalmente un suo calciatore e, men che meno, dirigenti di altre squadre, arbitri o esponenti della Federcalcio. Mai la Juventus, con un'azienda nell’orbita della sua proprietà, ha sponsorizzato il campionato italiano e la Coppa Italia (cfr. sponsor TIM su entrambe le competizioni). Questa è la realtà dei fatti.
E il Milan? Sono loro che parlano con quasi tutti gli arbitri e i guardalinee! Sono loro che hanno il potere. Un proprietario Presidente del Consiglio e un Presidente che, all’epoca dei fatti, era a capo della Lega Calcio e gran cerimoniere dei diritti televisivi. Tre televisioni nazionali al servizio della loro verità, tre televisioni con le quali dire, non dire, omettere, stravolgere. Giornali, radio, siti internet e una valanga di opinionisti al servizio della loro versione dei fatti. Ma tanto era la Juve che tramava a palazzo. Allora mi spieghino queste intercettazioni (già comprese nelle informative, ma mai considerate…):
Mazzini a Moggi, riguardo le prossime elezioni in Lega: “Con Cellino, mi dice Galliani, non ci sono problemi perché lo fa votare Berlusconi”.
Ghirelli a Mazzini, sempre a proposito di elezioni: “Galliani deve muoversi tramite Berlusconi” per “influenzare AN e compagnia”.
Mazzini a Moggi: “Comunque stamani io ho chiamato Galliani, gli ho detto: senti, stammi bene a sentire, dico, guarda, muovi anche i tuoi padrini politici, perché, che Zamparini è di AN e che voti per Abete è veramente una cosa che non… non esiste al mondo”.
Bergamo a Mazzini: “Gigi (Pairetto, ndr) risponde alla Sampdoria, al Milan, all’Inter, al Verona, al Vicenza, al Palermo, a tutti quelli dove ci sono grandi magazzini e lui ha bisogno di lavorare”.
Come mai avrebbero potuto due solitari dirigenti avversari mettere nel sacco un impero tanto grande? Infatti non poterono, perché tutto esiste solo nella mente di un personaggio con la strana e peculiare carica di “addetto agli arbitri”. Quel Leonardo Meani, credibile quando dice di difendersi dalla Juve, semplice co.co.co da rinnegare quando intrattiene rapporti di ogni tipo con la quasi totalità della classe arbitrale.
Non ci credete? Cominciamo da Collina, per il quale venivano organizzati incontri per conto di Galliani, nel ristorante di proprietà di Meani. Per di più nel giorno di chiusura, “così non ci vede nessuno”. Meani che gli augura di essere presto designatore, così “non ti chiamo più”, che gli rammenta quando lo aiutava nelle scelte “mi ricordo di quando avevamo posto il veto a Pisacreta” e che chiamava “il capo, il grande capo” per relazionare di questa sua bellissima amicizia con l’arbitro viareggino. No, queste cose Moggi non le faceva.
E che dire del guardalinee Puglisi, definito da Babini, altro guardalinee “Puglia, l’ultrà del Milan”. Prima del derby di Champions, Puglisi chiama l’amicone: “L’importante è che noi riusciamo a fargli il culo a ‘sti interisti”. Qualche giorno dopo Meani lo rincuora sul suo futuro: “Secondo te, perché so? Perché io sto spingendo da matti per te, no!”. Lo stesso Puglisi che chiede a Meani se farà Milan-Chievo e questi che gli risponde che era stato già scelto per Parma-Sampdoria, ma che farà cambiare designazione. Come in effetti accade. E si cautela pure, ridacchiando: “Tu comunque vedi di star zitto su questo cose che ti dico, eh?”. Per finire gli racconta come ha istruito Babini per Milan-Chievo: “Mercoledì da intelligente come vogliono quelli lì, nel dubbio da una parte vai su e dall’altra stai giù. Poi se le cose eclatanti che vedono tutti, nessuno dice niente eh!”. E per lui spingeva anche con Galliani : “Puglisi però bisogna far tutto per metterlo in A e in B, eh?”. D’altra parte il Presidente aveva già capito tutto: “Ho saputo che lei ha già parlato con Puglisi”.
Ma avete mai sentito Moggi dire roba del genere?
Si era persino stupito l’arbitro Messina, che al telefono con il ristoratore lodigiano, chiede: “Oh, ma li hai designati te i guardalinee (Milan-Chievo, ndr) o loro?”
E Copelli? Prima di Milan-Sampdoria viene tranquillizzato: “Hai visto che sto rilanciando e son troppo… sto rilanciando anche Messina”. Copelli è colui che il 13 maggio 2006, davanti a Borrelli, dichiara: “Se un assistente avesse voluto arbitrare un incontro del Milan non si doveva rivolgere ai designatori, ma a Meani”. Già, infatti, tante volte Meani glielo aveva detto direttamente: “Stai tranquillo, adesso ci penso io. Parlo con Galliani, lui lo sa Galliani, gli dico: senta, questo qui è un nostro uomo gli dico io”.
E poi le confidenze a Contini, altro guardalinee: “Io e te siamo amici, qualcosina in più me la puoi dare oh… ma va bene… il giocatore tu lo richiami invece di ammonirlo, cioè sono queste cose qui, eh…”.
Babini addirittura si spaventa. Dopo aver saputo che Meani aveva scelto i guardalinee di Milan-Chievo, lo chiama per dirgli: “Bisognerebbe rifiutarla quella partita lì, con questa designazione confermano che è tutta una porcheria [...] Ti ho detto che facciamo ridere tutta Italia con questa designazione”.
Indimenticabile la promessa a Rodomonti: “T’ho fatto anche prendere sette e mezzo da Cecere […] Comunque, guarda che mi ha telefonato il mio presidente che ti dà l’indirizzo e ti manda a fare anche a te il trapianto dei capelli in Svizzera”.
E come dimenticarsi di Meani che chiede a Mazzei di mandare Ambrosino, che dice a Pasquale D’Addato (osservatore AIA di Bologna) di stare sereno per il suo avanzamento di carriera perché ne parlerà a Lanese: “Noi avremmo piacere che questo D’Addato possa fare il presidente regionale. Gli dico: il dottor Galliani vorrebbe fargli fare il presidente”.
Si potrebbe andare avanti per molte pagine, ma ci fermiamo qui, non senza ricordare l’ormai famoso avvertimento a Bergamo in vista della decisiva Milan-Juventus (partita prima della quale Meani regalò orologi alla terna arbitrale… “però a Trefoloni gli fai un bel discorsetto, perché sennò gli tagliamo la testa noi”) e gli amorosi sforzi di Galliani che si muove perché un dossier dell’arbitro Paparesta sulla sua attività lavorativa all’AssoBioDiesel arrivi nelle mani del sottosegretario Gianni Letta.
Allora smettiamola, una volta per tutte, di raccontarci favole. I poteri erano altri, ed erano molto forti. Ma è finalmente arrivato il momento di prenderne coscienza, tutti quanti. E’ inaccettabile che vogliano ancora ingannarci su quanto è successo. E’ inaccettabile che ci propongano soluzioni di comodo. Noi vogliamo giustizia, e che sia giustizia integrale. A partire dalla restituzione dei due scudetti ingiustamente sottratti, fino alla certezza di una dura pena a chi, veramente, operava con modalità assai poco cristalline. La nostra battaglia, ora, è questa.
Ecco come Galliani faceva sentire il suo calore a Bergamo... (Bergamo chiama Galliani e si lamenta della dirigenza della Juventus che scatena le polemiche dopo la squalifica per prova tv di Ibrahimovic avvenuta grazie alle immagini di Mediaset. La Juventus proporrà ricorso sostenendo che il guardalinee Griselli avesse visto l'episodio e quindi non potesse essere applicata la prova televisiva)
Il 27 ottobre 2008 il pm di Calciopoli, Giuseppe Narducci, dichiarava all'Ansa che «i cellulari erano intercettati 24 ore su 24, e le evidenze dei fatti dicono che non è vero che ogni dirigente telefonava a Bergamo, Pairetto, Mazzei o Lanese». Nell'ultima udienza del 30 marzo scorso, il tenente colonnello Auricchio, responsabile dell'indagini su cui si basa il processo, ribadiva che non gli risultavano telefonate da parte dei presidenti ai designatori. Al centro delle intercettazioni più scottanti, a favore della difesa, ci sarebbero diverse telefonate tra i massimi dirigenti di club e i designatori. Domenica 9 gennaio 2005 l'Inter gioca a San Siro contro la Sampdoria. L'Inter vincerà 3 a 2 con un finale rocambolesco. Alle 12 53'33'' di quel giorno, prima della gara, Giacinto Facchetti, scomparso nel 2006 ed allora presidente dell'Inter, telefona al designatore arbitrale Bergamo. Facchetti: «Pronto Paolo sono Facchetti». Bergamo: «Buongiorno Giacinto». Facchetti: «Sto andando allo stadio l'ho detto con i miei di avere con Bertini un certo tatto, una certa disponibilità. L'ho detto con i giocatori, con Mancini e gli altri». Bergamo: «Vedrai che sarà una bella partita». Facchetti: «Va bene». Bergamo: «Viene predisposto (Bertini ndr) a fare una bella partita». Facchetti: «Si si, va bene». Bergamo: «È una sfida che vedrai la vinciamo insieme». Facchetti: «Volevo solo dirti che l'ho fatto» (riferendosi al fatto che ha parlato alla squadra per non tenere un atteggiamento sbagliato nei confronti di Bertini ndr). Bergamo: «Vedrai che le cose andranno per il verso giusto poi la squadra sta ricominciando ad avere fiducia, a fare i risultati, fa morale…».
La gara di andata contro l’Udinese era stata illusoria: con una vittoria per 1-0 all’Olimpico di Torino (goal di Grosso), la Juventus si portò (temporaneamente) a meno cinque dall’Inter prima in classifica. Nelle due domeniche successive la distanza dai nerazzurri aumentò e diminuì di tre punti: prima la sconfitta per 0-2 patita a Cagliari dai bianconeri, che sommata alla vittoria dell’Inter sulla Fiorentina portò il distacco a "meno otto"; poi, lo scontro diretto vinto (in casa) per 2-1, con la splendida rete decisiva messa a segno da Marchisio. In prossimità di una delle ultime partite di questa stagione, a poche ore dal match di ritorno a Udine, la Juventus si trova a rincorrere il quarto posto. Visti gli obiettivi iniziali: un fallimento. In un’annata che definire disgraziata è dire poco. Per quanto è accaduto sul rettangolo di gioco. Perchè per il resto…
"Una sentenza pazzesca, e non perché il calcio sia un ambiente pulito. Una sentenza pazzesca perché costruita sul nulla, su intercettazioni difficilmente interpretabili e non proponibili in un procedimento degno di tal nome. Una sentenza pazzesca perché punisce chi era colpevole solo di vivere in un certo ambiente, il tutto condito da un processo che era una riedizione della Santa Inquisizione in chiave moderna. E mi chiedo: cui prodest? A chi giova il tutto? Perché tutto è uscito fuori in un determinato momento? Proprio quando, tra Laziogate di Storace, la lista nera di Telecom, poi Calciopoli, poi l’ex Re d’Italia ed ora, ultimo ma non ultimo, la compagnia telefonica Vodafone che ha denunciato Telecom per aver messo sotto controllo i suoi clienti. Vuoi vedere che per coprire uno scandalo di dimensioni ciclopiche hanno individuato in Luciano Moggi il cattivo da dare in pasto al popolino?". Così parlò Enzo Biagi, in un’intervista comparsa su "Il Tirreno" del 16 agosto 2006. Questa era la visione di Calciopoli di uno tra i più grandi giornalisti della storia del nostro paese.
"Tanto tuonò che piovve". Si sapeva. O meglio, lo sapevano: i tifosi juventini, quelli che non hanno mai abbassato lo sguardo di fronte agli avversari, perso l’orgoglio, rinnegato ciò che era stato meritatamente vinto sul campo sino a quel famoso maggio del 2006. "Calciopoli" prima, nel tentativo di farla passare come "Moggiopoli" poi. Ma era, ed è sempre stata, "Farsopoli". Tutto ciò che era stato creato ad arte per originare un’ondata mediatica che si infrangesse sugli scogli di un’armata apparentemente imbattibile, sta per essere prosciugato dalle udienze del processo di Napoli. Non erano bastate le incertezze di Martino Manfredi, le ammissioni del guardalinee Coppola, i "non lo so, non so dare spiegazioni" del tenente colonnello Attilio Auricchio, … Ci volevano le intercettazioni. "Chi di intercettazioni ferisce, di intercettazioni potrebbe perire". L’ultimo "goal" bianconero di Christian Vieri (la richiesta di revoca dello scudetto assegnato ai nerazzurri) e le ultime interviste di Del Piero e Zaccheroni come apripista nel muro del silenzio della maggior parte dei media italiani. Di seguito, gli avvocati di Moggi (Prioreschi e Trofino), che hanno potuto avvalersi del fondamentale lavoro dei consulenti informatici Roberto Porta e Nicola Penta, colori i quali hanno - materialmente - portato alla luce ciò che era rimasto sommerso nella confusione di quattro anni fa. Adesso tocca a loro.
"Agli azionisti ho detto che l'obiettivo primario è quello di conquistare la terza stella. Voi sapete che su tutti i nostri documenti ufficiali ci sono 29 scudetti, con due asterischi per quelli che ci hanno tolto. Ma per noi e per i nostri tifosi la terza stella arriverà con il prossimo scudetto. E comunque ora pensiamo a vincerlo, il prossimo scudetto" (Jean Claude Blanc, 27 ottobre 2009) "Noi sappiamo quanti ne abbiamo vinti…" (John Elkann, luglio 2009, in riferimento al numero di scudetti vinti dalla Juventus). Né ventisette, né ventisettepiùdueasterischi: ventinove. Punto. Le promesse generano (o hanno generato) illusioni; le azioni concrete danno alla luce solo fatti. O di qua, o di là: non si scappa. Alla luce delle nuove intercettazioni (o vecchie, è che prima non erano uscite fuori…) ora la proprietà bianconera ha la possibilità di muoversi per chiedere la riapertura del processo sportivo per ottenere la restituzione dei due scudetti tolti. Quando avranno inizio le danze?
"L’Inter è considerata nel mondo la squadra più prestigiosa di Milano, non solo per quello che ha vinto, ma anche perché non ha mai avuto problemi con la giustizia. Le persone che hanno lavorato con me non hanno mai tentato di fare i furbi o di conquistare gli arbitri e la vergogna di doversi difendere da situazioni deprecabili è una cosa antipatica per la storia di una società. Mi auguro che all’Inter non succederà mai, come mai è successo finora. D’altronde a noi non è mai capitato di andare in serie B". (Massimo Moratti, 7 marzo 2008) La pazienza è la virtù dei forti. Per difendersi dalle accuse Antonio Giraudo ha scelto una strada (quello del processo con rito abbreviato); Luciano Moggi, un’altra (iter ordinario). Da tempo si sosteneva come la decisione presa dall’ex-Direttore Generale bianconero fosse stata quella migliore: smontare pezzo per pezzo, con calma certosina, tutte quello che gli era stato imputato. Per far venire a galla la verità.
La storia della Juventus è ancora ferma al 2006. Da lì potrebbe ripartire. Attraverso un salto di quattro anni, diverse sconfitte, molte recriminazioni e poche gioie. Al patron nerazzurro (e a tutti i lettori) i migliori auguri di una Pasqua serena. Passata quella, si dovrebbe scatenare "la tempesta". Le bugie, si sa, hanno le gambe corte. A volte, indossano anche la maglia nerazzurra. Basta soltanto evitare di far finta di non vederle…
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Dedico questo articolo a Maurizio Mosca, scomparso in nottata.
Per oggi "parleranno" i video di GIU'leMANIdallaJUVE e Ju29ro.com In questo momento lascio a loro il maggior spazio possibile: un giusto riconoscimento a chi – da sempre – è stato in prima linea in difesa della Juventus (e dei suoi tifosi). Dopo, nel mio piccolo, scriverò qualcosa anch’io.
La Juventus di Blanc vince sull’Atalanta. Di questi tempi è una notizia. Una frustata di Del Piero ed una zuccata di Felipe Melo consegnano al progetto del francese un’altra pietra su cui fondare le speranze di una rinascita bianconera al momento presente solo nelle sue convinzioni. Una partita cha ha seguito da solo, in piedi, non distante da Buffon nei 45 minuti iniziali (prima che il portiere si travestisse da secondo allenatore e primo tifoso all’ingresso del tunnel che porta agli spogliatoi) e a quell’uscita dello stadio che se intrapresa - una volta per tutte - segnerebbe il primo passo verso la risoluzione dei problemi juventini.
Una squadra stanca, senza forza né benzina nelle gambe, con una formazione disegnata dal medico sportivo più che dall’allenatore-traghettatore. Le scuse di Felipe Melo ai tifosi (dopo il goal segnato) e la risposta (verbale) di Zebina alla contestazione (fisica) le uniche note positive di un’altra domenica più nera che bianca. Un’altra giornata di proteste. Non è stata la prima, e non sarà l’ultima. Dove il bersaglio non era quello giusto. Anche stavolta.
Troppe forze sprecate nel prendersela con i vari Cannavaro, Zebina e Felipe Melo (appunto); facile ed ovvio tirare in ballo gli allenatori di turno (Ranieri, Ferrara,…); inutile puntare il dito sempre e solo sulla dirigenza (seppur dotata di super-poteri): tutto dipende dalla proprietà. E’ da lì che devono partire le mosse per la vera rinascita juventina. Che si chieda un maggior impegno economico e affettivo oppure un disimpegno a favore dell’entrata (definitiva) del cugino Andrea: ognuno scelga la propria strada. Chi scrive, crede nel "made in Juventus" (Agnelli). Ma chi può cambiare le cose (in un modo o nell’altro) è solo John Elkann. E’ a lui - e soltanto a lui - che bisogna rivolgersi se si vuole veramente sperare di ottenere risultati concreti.
Al di là delle ovvie recriminazioni e rimostranze verso chi si ritiene non meriti di indossare la maglia bianconera, verso chi disperde milioni di euro in acquisti onerosi e infruttuosi, verso un allenatore che insiste su moduli sbagliati o non ha la giusta grinta per (ri)svegliare una squadra in cerca di autostima, l’importante è non perdere di vista l’obiettivo principale. Nel mettere in atto un gesto forte come una contestazione, volendo, si può usare anche la classe. Come quella dimostrata dai tifosi bianconeri che domenica, dagli spalti dello stadio Olimpico, hanno manifestato il loro disappunto verso l’attuale gestione con una maglietta bianca nella quale era presente la scritta: "Ho un sogno: Blanc all’Inter!". Perché indossare la maglia bianconera è una responsabilità non facile da reggere per qualsiasi calciatore, ma prendere posto in una curva che porta il nome e cognome di Scirea rappresenta un impegno non meno gravoso.
"Se dovessi chiederti quale giocatore per te rappresenta la Juventus, uno soltanto, chi sceglieresti?" Capita, tra ragazzini, quando si parla di calcio giocato e non urlato, di sfottò e non di polemiche, di partita vinta su rigore e non di moviola per vedere se il penalty fosse regolare o meno, di porsi domande simili. La risposta del sottoscritto è sempre stata questa: "Stile, classe, potenza: in sintesi, Gaetano Scirea".
Di solito un bambino sceglie il proprio idolo tra eroi che stuzzicano la fantasia, gladiatori che accendono l’ardore, attaccanti che fanno schizzare di gioia stadi interi e urlare "goal" a squarciagola. Ma lui era unico. Difficile scegliere se fosse più forte dal punto di vista tecnico o da quello umano: era un numero uno in entrambi i casi. Quando la voce roca di Sandro Ciotti ne annunciò la tragica fine nel corso di una trasmissione sportiva (il 3 settembre 1989), una fitta al cuore bloccò ogni parola, impedì qualsiasi pensiero e segnò nel tracciato della vita di un piccolo tifoso il primo passo verso la strada per diventare adulto. Ci sono campioni la cui scomparsa decreta il loro ingresso nel libro della leggenda sportiva: a lui, questo, non era necessario. Era già leggenda. Nel modo più impensabile: con la timidezza, la bontà d’animo, l’eleganza di chi entrava ed usciva dal campo a testa alta. Fiero di aver interpretato lo sport nella sua versione più romantica e pura. Con una classe che - nel ruolo - ha trovato nel tempo pochi simili.
Si era presentato in punta di piedi nel mondo bianconero nel 1974. Proveniva (guarda caso) dall’Atalanta. Se n’è andato in silenzio, senza che nessuno lo potesse salutare. Trionfi e sconfitte accettati sempre con lo stesso stile: quello di chi vedeva nel risultato sportivo, qualunque fosse, il giusto epilogo di una contesa. Gli insuccessi come parte integrante della vita, anche se spiacevoli. Ci sono addii che scuotono le anime di chi rimane, lasciando insegnamenti scolpiti nelle pietre delle esperienze di ognuno di noi. Scirea se n’è andato troppo presto: in molti non hanno capito la sua lezione. Se così non è stato, l’hanno comunque dimenticata.
La Juve è qualcosa di più di una squadra, non so dire cosa, ma sono orgoglioso di farne parte (Gaetano Scirea)
"Vogliamo dare una scossa alla squadra e mettere i giocatori davanti alle loro responsabilità. Contro l'Atalanta per noi era un "match ball" in chiave secondo posto". Con queste parole Jean Claude Blanc spiegò alla stampa e ai tifosi bianconeri la scelta di Ciro Ferrara quale traghettatore della Juventus per le ultime partite dello scorso campionato. Servivano sei punti, vale a dire due vittorie, per arrivare secondi. Ferrara promise di chiederne sette ai giocatori. Era il 18 maggio 2009. Il giorno prima, all’Olimpico di Torino, si giocò Juventus-Atalanta, in uno stadio vuoto a causa della squalifica per i cori contro Balotelli. Il risultato finale fu 2-2 (Iaquinta e Cristiano Zanetti per i bianconeri, Cigarini e Pellegrino per i bergamaschi). Da Luis Carniglia a Claudio Ranieri: dal 1969 al 2009, quarant’anni di attesa per trovare un altro esonero in corso d’annata in casa Juventus, con l’aggravante di averlo fatto a due sole giornate dalla conclusione del torneo. Una società che aveva perso il controllo della situazione, lasciando l’allenatore solo di fronte alle critiche pesantissime e ad uno spogliatoio dove - da tempo - diversi giocatori importanti avevano perso il feeling con lui. Un anno (calcistico) o dieci mesi (effettivi): si prenda l’unità di misura preferita, ma la sostanza è che la storia si è ripetuta. Un altro Juventus-Atalanta come cornice di un (nuovo) fallimento. La storia è fatta di corsi e ricorsi: vale per i vincitori, ma anche per i vinti. Vale per i vincenti, ma anche per i perdenti.
"Abbiamo deciso di affidare la guida della Juventus a Ciro Ferrara dopo gli ultimi risultati, in particolare dopo il pareggio contro l'Atalanta. Una scelta ponderata, condivisa da società, cda e proprietà. In queste ultime due giornate ci giochiamo questa e un pezzo della prossima stagione, siamo consapevoli che non sarà facile per Ciro, ma la sua missione è conquistare la qualificazione diretta in Champions". Solo in campionato, compreso l’incontro giocato con l’Atalanta, la Juventus veniva da 6 pareggi e una sconfitta nelle ultime sette gare giocate. C’era il pericolo di essere scavalcati da Fiorentina e/o Genoa (quello di Milito e Thiago Motta), e di dover arrivare in Champions League passando per i preliminari. Quelli che oggi, se raggiunti, rappresenterebbero un sogno diventato realtà.
Blanc: "Sappiamo che mandare via un allenatore non rientra nello stile Juve, l'ultimo esonero a stagione in corso risale al 1969. Ma da 3 anni siamo in una situazione diversa dal passato. Non è nemmeno stile Juve giocare i preliminari di Champions e finire le stagioni in questo modo". Quest’anno, invece, si è riusciti a fare decisamente peggio… L’accesso diretto alla massima competizione europea veniva considerato come la garanzia di poter disporre del denaro liquido necessario a rinforzare ulteriormente la squadra. Quel denaro, poi, investito - soprattutto - negli acquisti di Diego e Felipe Melo.
Giovedì 25 marzo 2010. Blanc: "Siamo ancora in ballo (per i preliminari di Champions League), ma una società gestita in modo professionale e oculato potrebbe, in teoria, gestire anche una eventuale esclusione". John Elkann, il giorno dopo: "Manca grinta a tutti i livelli, bisogna reagire (allusione al quarto posto) per costruire una Juventus più forte". Delle due, l’una: o i soldi si investono comunque (a prescindere dalla posizione al termine dell’attuale campionato), oppure la Juventus è vicina ad un vero e proprio (temporaneo) ridimensionamento.
A parlare, questa volta in questo articolo, non è chi scrive, ma chi promette. E illude. O pensa di farlo. Perché chi si sente tradito nell’amore, non dimentica. Le frasi pronunciate da parte di chi occupa posizioni importanti in seno alla Juventus non sono mai parole buttate al vento: rimangono scolpite nella memoria dei tifosi. Dura come la pietra. Solo in campionato: 11 sconfitte in 30 partite. Questi sono i fatti. E’ difficile parlare di tattica, quando da mesi hai un mediano pagato a peso d’oro che viene messo a fare il regista e quando anche i muri hanno capito che il rombo a centrocampo, con i giocatori a disposizione, non funziona. E’ impensabile parlare di condizione fisica, quando i calciatori delle altre squadre dimostrano di correre (almeno) il doppio di quelli bianconeri. E’ fastidioso discutere di infortuni, quando ormai quelli non fanno neanche più notizia. Non te la puoi neanche prendere con l’allenatore, perché hai un "traghettatore".
L’invito a proprietà e dirigenza è quello di scendere in campo, domenica, qualche minuto prima dell’inizio della gara, ed osservare gli spalti intorno a loro. Anche questa volta, così come accadde lo scorso 17 maggio 2009, alcuni settori dello stadio saranno vuoti. Per scelta, non per costrizione. Il progetto nato a Marrakech, il lontano 31 dicembre 2004, è finalmente giunto a compimento. A chi li seguirà, poi, verso l’uscita dello stadio, si rivolge l’invito a voler chiudere la porta dietro di loro. A chiave. A doppia mandata. Per non avere, il prossimo anno, un altro Juventus-Atalanta come contorno di un (nuovo) fallimento. La Juventus tornerà ad essere grande. E’ solo questione di tempo. Lo vuole la storia, lo impone il blasone, lo reclama l’immenso bacino d’utenza dei tifosi. "Quando" accadrà, dipenderà solo da "quando" cambieranno le persone al suo timone. "Prima" accadrà, meglio sarà. Per tutti.
Pioveva, governo (calcistico) ladro. Abbiamo perso (di nuovo), ma poteva andare peggio: solo nelle ultime partite, il Siena ce ne aveva fatti tre, il Fulham quattro. All’inizio sembravamo una squadra di calcio. Dopo, siamo tornati la Juventus di Blanc. C’era Pinsoglio che si sottoponeva ai tiri dei giocatori bianconeri in fase di riscaldamento nell’immediato pre-partita: bel portierino davvero. Naturalmente dovremo aspettare compia la maggiore età calcistica (31 anni) prima di vederlo in campo da titolare. Mentre Cassano scoccava il tiro del goal, mi stava per partire uno sbadiglio: ma cosa voleva fare da quella distanza e con un “lancio” così? Quando ho visto cosa ha combinato Chimenti (autore anche di belle prodezze), mi sono dovuto trattenere: stava per partire qualcos’altro... Cannavaro sembrava un difensore; Poulsen il migliore in campo dei nostri; Zebina insultato dai sostenitori bianconeri per tutta la durata della partita; Marchisio un talento; Iaquinta un lottatore (stanco e fuori condizione); Diego un trottolino amoroso del pallone (che voglia di entrare in campo per toglierlo dai suoi piedi…). Trovo ancora la forza di scherzare: è il segno della disperazione sportiva che ormai si è impossessata di me. D’altronde: non dovevamo diventare simpatici e far sorridere?
Gustiamoci due video: quello con le dichiarazioni di Beha riportate dagli amici di GiùLeManiDallaJuve e gli spezzoni (oggi li chiamano “highlights”…) di Saragozza-Barcellona, incontro terminato 4-2 per i blaugrana. Beh… Godetevi il secondo dei tre goals segnati da Lionel Messi…
"Donne, vodka e gulag. Eduard Streltsov, il campione" è il libro scritto da Marco Iaria, giornalista della "Gazzetta d...
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