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sabato 15 giugno 2013

Laudrup, la classe che non tramonta

Oggi compie quarantanove anni Michael Laudrup, stella del calcio danese nel periodo compreso tra gli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso. Arrivato giovanissimo in Italia e parcheggiato alla Lazio dalla Juventus bonipertiana, dopo due campionati disputati nella capitale si era poi trasferito sotto la Mole. Zbigniew Boniek, nel frattempo, aveva compiuto il percorso contrario, spostandosi dalla Torino bianconera alla Roma, liberando – di fatto – l’ultimo posto disponibile per il tesseramento di un calciatore straniero secondo le regole vigenti all’epoca nel nostro paese.

Giocatore dotato di un talento cristallino e uomo serio, di lui Michel Platini aveva detto: “Laudrup? È il miglior giocatore del mondo. In allenamento”. Incisivo come è sempre stato solito fare con le sue battute fulminanti, “Le Roi” era riuscito a sintetizzare in pochissime parole pregi e difetti di Laudrup. Alla Juventus il danese aveva vissuto l’ultimo splendido anno del primo ciclo trapattoniano, salutando Madama dopo aver giocato per lei nelle tre difficili stagioni successive. In Spagna, prima a Barcellona e successivamente al Real Madrid, finalmente la sua classe era riuscita a manifestarsi in tutta la grandezza. La timidezza aveva lasciato spazio alla maturità di un ragazzo diventato ormai uomo. Dopo la veloce appendice in Giappone (Vissel Kobe), nell’Ajax aveva disputato la sua ultima, eccezionale annata come calciatore.

Con la maglia della Danimarca, pur avendo lasciato una traccia importante del suo passaggio, non aveva partecipato alla vittoriosa spedizione in Svezia nell’Europeo del 1992 a causa delle divergenze insorte con l’allora selezionatore Richard Møller Nielsen. Proprio nella nazionale danese aveva iniziato la nuova carriera da allenatore, come vice del C.T. Morten Olsen.

Proseguì successivamente la propria strada in solitudine guidando diversi club: Brøndby, Getafe, Spartak Mosca, Maiorca e Swansea City. Le vittorie, più o meno prestigiose, non mancarono anche nella seconda parte della sua carriera calcistica. Proprio nel corso dell’ultima esperienza nella società gallese ottenne uno storico successo nella Coppa di Lega inglese che lo portò agli onori della cronaca, tanto che anche il danaroso Paris Saint-Germain ha pensato a lui per la successione del partente Carlo Ancelotti.

Una curiosità: il 13 novembre del 2006 Michael Laudrup ottenne il riconoscimento di miglior giocatore danese di tutti i tempi. Ricevette il premio, nella cerimonia svoltasi a Copenaghen, dalle mani di un suo ex-compagno di squadra.
Il suo nome? Michel Platini. Naturalmente.

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mercoledì 17 aprile 2013

Juve-Milan, ritorno al futuro

 
Sembra sia trascorsa un'eternità, eppure è passato poco più di un anno da quando Antonio Conte travestiva Ibrahimovic da Gulliver e lasciava volentieri al Milan il ruolo di candidato alla conquista dello scudetto. Nel caso in cui il gruppo guidato da Allegri fosse riuscito nell'impresa si sarebbe trattato del secondo tricolore consecutivo. Lo stesso tecnico rossonero aveva raccolto il messaggio lanciato dal collega bianconero per poi rispedirlo al mittente: "Se Conte continua a pensarla così vuol dire che sottovaluta la sua squadra. A me non piace sottovalutare i miei giocatori".
 
In campo e fuori, in campionato così come in Coppa Italia, i loro destini si sono incrociati più volte nel corso delle due ultime stagioni. A partire dall'estate del 2011, nel momento stesso in cui Andrea Pirlo lasciò Milano per raggiungere Torino: "La scelta di andare alla Juventus è stata soprattutto mia. Sono felice di questa decisione, sarà il campo a dire se ho fatto bene. Voglio affrontare una nuova sfida, quando ho incontrato i dirigenti del Milan ho spiegato che preferivo cambiare. Nell'ultima stagione sono stato fuori per 4 mesi per infortunio, ora non ho nessuna rivincita da prendermi nei confronti del Milan. Ho passato 10 anni splendidi in maglia rossonera e ho vinto tutto quello che c'era da vincere".
 
Brescia, Inter, Reggina, ancora Inter e Brescia per poi andare al Milan quando il suo cartellino era di proprietà nerazzurra, nell'ambito di una di quelle operazioni per le quali chi sbaglia non la smetterebbe mai di mangiarsi le mani. Strappando Pirlo ai cugini dell'altra sponda del Naviglio Galliani fece l'affare del secolo, lo stesso che ha successivamente realizzato la Juventus quando ha puntato forte sul centrocampista della Nazionale alla veneranda età (calcistica) di trentadue anni.
 
Pur di non rinunciare al suo talento in mezzo al campo Ancelotti gli aveva cambiato ruolo, arretrando di qualche metro la zona di sua competenza per evitare che si pestasse i piedi con Rui Costa. Quella decisione fece la fortuna di entrambi. Il Milan che sapeva vincere pure al di fuori dello Stivale era una delle formazioni della serie A che praticava un tipo di calcio più europeo che italiano, meno muscolare ma più tecnico rispetto a quello in voga nel nostro campionato.
 
Come Ancelotti anche Antonio Conte, al momento del suo ritorno a Torino, aveva chiarito immediatamente l'indispensabilità del centrocampista bresciano all'interno dello scacchiere bianconero: "Pirlo e Marchisio? I grandi calciatori trovano sempre spazio in una squadra, loro sono due nazionali, dotati di grandi qualità, cuore e carisma. Hanno un identikit preciso che dice Juve, sono felice di averli a disposizione. Mi piace fare la partita, cerco di trasmettere la mia mentalità".
 
Da quel momento ad oggi la Juventus ha vinto uno scudetto, una Supercoppa Italiana e si appresta, lei sì, a conquistare il secondo tricolore consecutivo. Il Diavolo ha invece ceduto il suo Gulliver e Thiago Silva, salutato i senatori di lunga militanza (e palmarès) per poi ripartire dai giovani. L'arrivo di Balotelli ha dato sostanza ad un progetto che sembrava naufragato in partenza, escluse - ovviamente - le poche note liete tra le quali spiccava ovviamente l'esplosione di El Shaarawy.
 
La prossima domenica si troveranno nuovamente una di fronte all'altra, e a qualcuno potrebbero tornare alla memoria i momenti nei quali, a cavallo tra la fine del vecchio e l'inizio del nuovo secolo, le due società dominavano il calcio italiano e dettavano legge su molti campi d'Europa. Alla Juventus attuale spetta il compito di colmare il gap che la separa dai club continentali di prima fascia; al Milan, viceversa, quello di continuare la strada intrapresa nella speranza di seminare bene come le capitò anni fa, quando aveva costruito in casa alcuni di quei giocatori che fecero grande il Diavolo sacchiano.
Erano altri tempi, d'accordo. Ma prima o poi torneranno.
 
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domenica 24 luglio 2011

Le promesse della vecchia e della nuova Juventus


"Le ultime due stagioni vanno dimenticate, o meglio vanno tenute presente per non incorrere di nuovo in determinati errori". Dalla lontana Philadelphia Gianluigi Buffon svela uno dei comandamenti della Juventus di Antonio Conte.
Al portiere e ad Alessandro Del Piero il nuovo tecnico chiede un importante contributo alla causa bianconera, così come aveva ammesso in quel di Bardonecchia qualche giorno addietro: "Con loro sono molto severo sotto tutti i punti di vista. Sono stati compagni di mille battaglie. Adesso ho bisogno che mi diano un grande aiuto. E lo avrò, ne sono certo. Parliamo di gente, come Pirlo, che ha carisma e sa come si vince. Devono prendersi delle responsabilità e lo faranno".

Volendo fare i pessimisti, o comunque cercando di non abbandonarsi con troppa facilità all’ottimismo, verrebbe da dire che si tratta di buoni propositi già letti o sentiti nel passato. Quello recente, naturalmente, fatto di acquisti milionari e condito da promesse poi non mantenute sul campo.

"La mia intenzione, l’intenzione comunque dei ragazzi, è quella che la Juve non vuole e non vorrà perdere nessuna partita: che siano partite di Champions, di campionato, ma che siano anche le semplici amichevoli. Questo rientra nel DNA di questa squadra". Così parlò Ciro Ferrara all’alba del mese di luglio del 2009, quando - con un microfono in mano - spiegò ai giornalisti e agli spettatori riuniti dentro i capannoni delle "Officine Grandi Riparazioni" di Torino con quali motivazioni avrebbe guidato la sua truppa nell’anno della rivoluzione bianconera. La Vecchia Signora, stanca per il fatto di non riuscire più a vincere, sembrava ormai prossima (e pronta) a riprendere la strada del successo interrotta bruscamente nel 2006.

L’occasione propizia per svelare piani e progetti societari fu rappresentata dalla presentazione delle maglie per la stagione 2009-10, dove la curiosità generale venne catturata dalla seconda, quella color grigio. Acciaio, per la precisione. Erano state le parole pronunciate dall’Avvocato Agnelli prima della finale di Champions League disputata a Roma dai bianconeri contro l’Ajax (22 maggio 1996) a suggerire la scelta originale ad opera degli addetti della Nike: "Se loro sono una squadra di pittori fiamminghi, noi saremo undici piemontesi tosti". Duri, quindi, come l’acciaio.

Così come lo erano state le certezze di Jean Claude Blanc, snocciolate attraverso numeri e conti, quelli che poi avrebbe ereditato Andrea Agnelli. Un’altra botta pesante alle casse bianconere l’avrebbe assestata l’acquisto di Felipe Melo, che si sarebbe concretizzato di lì a poco. Il tutto mentre Andrea Pirlo (oggi a Torino) sembrava in procinto di passare al Chelsea di Carlo Ancelotti, con i rossoneri che individuarono in Gaetano D’Agostino, oggetto dei desideri di Madama, uno dei suoi naturali (e possibili) sostituti.

A distanza di un anno, con interpreti diversi ed un calciomercato vissuto su ritmi più bassi rispetto al precedente, costellato di diversi movimenti in entrata ed in uscita ma senza che ancora si fosse concretizzata qualche trattativa con calciatori importanti, la musica fu più o meno la stessa. Il ruolo del direttore d’orchestra, questa volta, venne ricoperto da Luigi Del Neri (10 luglio 2010): "Non ci è precluso nulla, abbiamo tutti i mezzi per inseguire gli obiettivi anche se poi alla fine vince una sola squadra"; "Sono per il fare più che per il parlare"; "Il passato non mi interessa".

Qualche timore per il ripetersi di una stagione quantomeno difficile è riemerso al termine dell’amichevole disputata fra Juventus e Sporting Lisbona, frutto - ovviamente - delle ricorrenti delusioni subite in casa bianconera.
Le attenuanti per gli uomini di Conte erano (e sono) moltissime: ciò non basta, però, per soddisfare le attese di chi si aspettava, già alla data odierna, di assistere ad una decisa inversione di tendenza rispetto alle ultime annate. Questo vale tanto per quanto accade sul campo di gioco che per ciò che si sviluppa sui tavoli del calciomercato.

Dove si continuano a rincorrere voci di possibili acquisti nel reparto offensivo e sulla fascia sinistra della linea mediana, mentre sulla difesa si registrano ancora poche indiscrezioni. A parlare, come sempre, saranno i fatti. E i numeri: quelli dicono che nei due precedenti campionati di serie A la Juventus ha subito la bellezza di 103 reti, delle quali soltanto 7 sono arrivate direttamente da calci di rigore.

Per ora non rimane che attendere l’evolversi degli eventi, (ri)ascoltando le parole pronunciate quasi due settimane orsono da Conte: "Ai miei lo dico sempre: non dobbiamo pensare a quello che eravamo, ma a quello che la Juve deve essere. Sempre".
Speriamo le abbiano sentite tutti, ma proprio tutti, in casa bianconera.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com


Due video: il primo riguarda la presentazione delle maglie per la stagione 2009-10



Il secondo, è un omaggio ad Alessandro Del Piero, per la rete (straordinaria, ormai è diventato un classico) realizzata contro lo Sporting Lisbona