Visualizzazione post con etichetta Vittorio Pozzo. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Vittorio Pozzo. Mostra tutti i post

venerdì 25 gennaio 2013

William Garbutt, il primo allenatore professionista in Italia

Nereo Rocco, l’indimenticato Paròn, al temerario che provava ad avvicinarsi a lui chiamandolo “mister” riservava sempre la stessa risposta: “Mister a chi, muso de mona? Mi son il signor Rocco”.
La parola “mister” è sbarcata nel nostro paese nell’estate del 1912, allorquando l’inglese William Garbutt – dopo aver sposato Anna Marie Stewart (29 novembre 1911) ed essere diventato padre del piccolo Stuart (15 aprile 1912) – raggiunse il porto di Genova. Si era trasferito sotto la Lanterna per guidare il Genoa Cricket and Athletic Club. La società ligure lo aveva ingaggiato quando ancora non esisteva il professionismo grazie ai sotterfugi messi in atto da George Davidson, un suo dirigente, per eludere le regole della federazione.

Nato il 9 gennaio 1883, Garbutt era stato costretto ad abbandonare l’attività agonistica a soli 29 anni a causa di un infortunio patito in una gara disputata dal suo Blackburn contro il Notts County. Nato in una famiglia numerosa aveva imparato a lottare da subito contro le avversità della vita: perse il padre e, poco dopo essersi arruolato nella Royal Artillery, anche la madre. Il successo nel calcio che conta sarebbe arrivato in un secondo momento.
Le squadre nelle quali aveva militato furono il Reading, l’Arsenal e, come detto, il Blackburn. Giocava come ala destra, vicino a quelle panchine sulle quali avrebbe costruito il proprio mito. Senza poter più contare sugli emolumenti che riceveva come calciatore aveva deciso di intraprendere la nuova carriera di tecnico all’estero, conscio della fatto che nel suo paese – in quel ruolo – non avrebbe potuto costruirsi un futuro.

A Genova aveva immediatamente gettato le basi di una squadra che avrebbe poi vinto tre scudetti, ma soprattutto era riuscito a trapiantare i semi della futura figura dell’allenatore. Contrariamente alle abitudini del tempo aveva infatti accentrato le scelte più varie sotto la propria responsabilità: dalla formazione da schierare sul campo ai suggerimenti al club per i nuovi acquisti, dalla cura della preparazione atletica e tattica all’introduzione di un dialogo continuo con i singoli atleti per curarne l’aspetto psicologico. Riusciva ad ottenere stima e affetto dai suoi calciatori senza avvertire la necessità di alzare la voce.

Lo scoppio del primo conflitto mondiale interruppe brutalmente l’avventura genovese. Prese la decisione di arruolarsi e combattere per il suo paese, tornando in Liguria al termine di quella drammatica esperienza. La sua fama di allenatore, intanto, continuava ad accrescere col trascorrere del tempo. La tappa successiva era stata Roma, dove aveva guidato la neonata società giallorossa alla vittoria della coppa CONI. Poi fu la volta del Napoli, dopodiché provò a misurarsi col campionato spagnolo, portando l’Athletic Bilbao a laurearsi campione al primo tentativo. La nostalgia dell’Italia lo aveva spinto a tentare nella stagione successiva l’avventura con il Milan. Seguendo le ragioni del cuore, infine, era rientrato al Genoa. In Inghilterra, intanto, i maestri del football continuavano ad ignorare quel figlio della loro terra che si stava comportando così bene all’estero.

Durante la seconda Guerra Mondiale aveva deciso di consegnarsi alle autorità fasciste. Era accaduto dopo che il Primo Ministro inglese Winston Churchill aveva ordinato che tutti gli italiani residenti in Gran Bretagna venissero arrestati e imprigionati con un “collare”. Il detenuto Garbutt si era così trovato rinchiuso nelle temute carceri di Marassi, a pochi metri da quello stadio che ne aveva consacrato la leggenda.
Gli sforzi diplomatici profusi dalla moglie Anna ed il timore dei dittatori di dover giustificare la morte di un prigioniero famoso permisero la sua liberazione. Le successive tappe del peregrinare dei due coniugi furono Acerno (in provincia di Salerno), Orsogna (Chieti) e Imola (Bologna), laddove Anna rimase vittima dei bombardamenti degli Alleati. William ricevette la notizia da Maria, una giovane adottata dalla coppia durante la loro permanenza a Napoli.

Tra coloro che liberarono l’Italia dall’occupazione nemica c’era anche il figlio Stuart, arruolato nell’Ottava Armata britannica. Garbutt fece poi ritorno in Inghilterra ma il Genoa, l’amore sportivo della sua vita, lo richiamò un’altra volta ancora. In quel momento il tecnico aveva sessantatré anni. Si trattò senza ombra di dubbio di un amore ricambiato, tanto è vero che il 24 giugno 1951, a pochi giorni dalla fine del campionato 1950-51, tre dirigenti del club rossoblù organizzarono un’amichevole di lusso tra alcuni ex-giocatori dei Grifoni e una selezione di stelle. Giocarono gratuitamente per lui, mentre si decise che l’incasso fosse devoluto a “mister Pipetta”.

Tutto quanto raccontato, e molto altro ancora, è stato descritto con minuzia di particolari da Paul Edgerton nella biografia “William Garbutt, Il padre del calcio italiano”. Vi si parla anche dello storico scudetto perso contro il Bologna nel 1925 e della collaborazione tecnica con Vittorio Pozzo.
Il quale, a sorpresa, gli aveva fatto pervenire una lettera di referenze nel momento in cui Garbutt stava per cominciare la propria avventura spagnola.
Si trattava dell’ennesimo gesto che confermava la stima reciproca tra due grandissimi allenatori.

Articolo pubblicato su Lettera43

sabato 20 ottobre 2012

Giuseppe Meazza, da Porta Vittoria alla conquista del mondo


"Il pallone è il mio amore: perché devo trattarlo male?". Per tracciare il profilo di un fuoriclasse a volte basta semplicemente mettere in evidenza alcune delle parole da lui pronunciate. Questa considerazione vale anche per Giuseppe Meazza, detto "Peppìn", “Peppino”, "Pepp" o "Pinella", uno dei più grandi calciatori della storia del calcio italiano. A dire la verità possedeva anche un altro soprannome, "Balilla", dovuto ad un aneddoto relativo al suo esordio con la maglia dell'Inter, a Como, nella coppa Volta. Scovato da Fulvio Bernardini e lanciato in prima squadra dal tecnico ungherese Árpád Weisz, la sua presenza nell'undici iniziale nel corso di quella manifestazione aveva provocato una battuta del compagno di squadra Leopoldo Conti: "Adesso facciamo giocare anche i Balilla!".

In tutta risposta Meazza aveva messo a segno una doppietta. All'uscita dal campo lo stesso Conti lo prese sottobraccio per poi complimentarsi con lui. Era il 1927 e il giovanissimo Giuseppe, nato nel 1910, senza neanche saperlo aveva iniziato a scrivere la storia di una leggenda. La sua, iniziata a Milano tirando i primi calci al pallone nel quartiere di Porta Vittoria. “Porta” e “Vittoria”, quasi un segno del destino: nel corso della carriera segnò una valanga di goals dentro le porte avversarie e le vittorie accumulate furono la logica conseguenza.

Più di quattrocento partite giocate in carriera, quota duecentocinquanta reti realizzati abbondantemente superata, un palmarès dove si possono trovare due scudetti ('30 e '38), una Coppa Italia ('39) e tre titoli di capocannoniere ('30, '36 e '38), tutti conquistati con la maglia dell’Ambrosiana Inter. Rimasto orfano a soli sette anni (il padre era morto durante la prima guerra mondiale), era stato cresciuto dalla madre Ersilia. Da ragazzino aveva partecipato a diverse gare podistiche, ma la buona attitudine allo sforzo atletico non gli aveva evitato la delusione della bocciatura del Milan a causa del fisico gracile.

Centravanti o mezz’ala, il suo talento gli consentiva di giocare ovunque. In questo senso è stato il precursore del calciatore moderno, lui che aveva conquistato il primo campionato di serie A con la formula del girone unico. Era diventato un personaggio anche al di fuori del rettangolo verde: donne, auto (un privilegio, all’epoca), divertimento, gioco, abiti alla moda. Simboleggiava l’uomo che era riuscito a sfondare partendo dal nulla, grazie alla sua classe infinita.

Non ancora ventenne aveva esordito in nazionale, a Roma, il 9 febbraio del 1930, realizzando una doppietta contro la Svizzera (4-2 il risultato finale). Un’altra, tanto per gradire. Con Vittorio Pozzo sulla panchina azzurra aveva conquistato i mondiali del 1934 e del 1938. Proprio nel corso di quest’ultimo, il 16 giugno a Marsiglia, nella semifinale contro il Brasile aveva segnato su rigore tenendo per mano i pantaloncini: era saltato l’elastico, ma neanche quello era bastato a frenarlo. Era stato capace di anteporre il bene della squadra all’egoismo personale, lasciando il ruolo di attaccante ad Angelo Schiavio prima e Silvio Piola poi. Parlando di lui Pozzo amava dire: "Averlo in squadra significava partire dall'1-0". Le monumentali prestazioni contro l’Ungheria nel 1930 (tripletta) e con l’Inghilterra nel 1934 (doppietta) lo consegnarono alla storia prima ancora che la cronaca avesse finito di compiere il proprio percorso. Con la maglia dell’Italia siglò la bellezza di trentatré goals.

Era stato fermo per una stagione intera a causa di un infortunio, il celebre “piede gelato” (dovuto ad un'occlusione dei vasi sanguigni), per poi passare al Milan. Ancora innamorato dell’Inter, si era trasferito alla Juventus dopo due soli campionati, firmando il contratto – per comodità - sdraiato sull’erba del un campo d’allenamento. Negli ultimi spiccioli di carriera aveva incrementato le esperienze con Varese, Atalanta e ancora Inter, salvandola dalla retrocessione in serie B. Aveva provato a cimentarsi nel ruolo di allenatore, ma di lui resteranno celebri soltanto le imprese con le scarpette ai piedi.

Dopo la sua morte, avvenuta a Rapallo nel 1979, gli è stato intitolato lo stadio di “San Siro”, laddove migliaia di tifosi avevano potuto ammirarlo a più riprese mentre attirava il portiere vicino a sé, per poi scartarlo e depositare la palla in rete. Quelli erano i “suoi” goal.

Naturalmente anche lui aveva un punto debole, con tanto di nome e cognome: Ricardo Zamora. Quando ne parlava faceva fatica a nascondere il rammarico: “Era il portiere più famoso del mondo, era spagnolo. In nazionale non riuscii mai a vincerlo. Soltanto una volta, in amichevole, gli segnai un goal. Zamora aveva due mani gigantesche, da gorilla, e a me bastava mangiare un poco di più la sera per sognarmi di notte le sue grandi mani sul mio pallone. Era il mio incubo. Mi sono battuto contro di lui con rabbia, e lui sapeva che lo temevo, che avrei dato chissà cosa per segnargli un gol. Zamora era un buono fuori del campo, ma davanti alla porta era un muro, una montagna di pietre. Quella volta che gli feci il goal, sparando da quindici metri, lui venne dritto a darmi la mano. 'Bravo, mi disse. Bravo Balilla'”.
Non è escluso che lontano da qui, da qualche parte, lo stia ancora cercando per proporgli una rivincita. Magari nel suo stadio. Al riparo, stavolta, da occhi indiscreti.
Articolo pubblicato su Lettera43