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martedì 18 dicembre 2012

Juventus, metà scudetto è tuo

Sconfiggendo l'Atalanta in casa, e approfittando dei passi falsi di Inter e Napoli, la Juventus si è laureata campione d'inverno con due giornate di anticipo rispetto alla conclusione del girone di andata. Si tratta, ovviamente, di un titolo platonico, il cui valore non va comunque sottovalutato: nelle ultime otto stagioni la squadra che ha tagliato per prima il traguardo al giro di boa ha poi vinto lo scudetto in primavera.

E' la seconda volta consecutiva che accade ai bianconeri: il 21 gennaio 2012, a Bergamo, vincendo 2-0 ancora contro gli orobici la formazione di Conte si era presa metà tricolore. In quell'occasione Madama aveva cominciato l'incontro all'arrembaggio, costringendo l'avversario alle corde per quindici minuti senza però riuscire a segnare alcun gol (il successo era maturato nella ripresa). Nella partita disputata la scorsa domenica allo "Juventus Stadium", invece, dopo un quarto d'ora di gioco aveva già realizzato due reti. Il 3-0 siglato da Marchisio al 27' ha finito col trasformare la gara in una pratica da archiviare, in attesa della successiva trasferta contro il Cagliari prevista per il prossimo venerdì.

L'ultima volta nella quale le due squadre si erano incontrate risale allo scorso 6 maggio: superando i sardi per 2-0 sul campo neutro di Trieste la Juventus aveva matematicamente conquistato il suo ultimo scudetto.
Dall'inizio del campionato ad oggi sono trascorsi poco meno di quattro mesi, nei quali i media hanno provato a scovare l'anti-Juve cercandola tra le avversarie dirette. Al momento attuale, però, quella squadra sembra non esistere. Conoscendo la mentalità del proprio tecnico, poi, anche il pericolo di un rilassamento dei bianconeri sembra scongiurato.

La crescita esponenziale della Juventus a partire dal ritorno di Antonio Conte a Torino fino ad oggi ha dell'incredibile, considerando che dallo scoppio di Calciopoli sino a quel momento in casa bianconera si erano susseguiti ben sei allenatori (Deschamps, Corradini, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni e Del Neri), l'ultimo dei quali era stato il frutto della prima scelta condivisa dall'attuale vertice societario.

Considerando soltanto le gare trascorse sulla panchina, a differenza di quanto accaduto alla Juventus, Conte non ha ancora perso l'imbattibilità, raggiungendo la striscia positiva di quaranta partite che Fulvio Bernardini aveva collezionato nel periodo tra il 1954 e il 1956. In questa speciale classifica davanti a tutti rimane Fabio Capello, tecnico del Milan degli “invincibili” per 57 incontri. Si tratta di numeri impressionanti, destinati ad aumentare se Madama seguirà la via tracciata da Andrea Pirlo: “Dobbiamo mantenere questo ritmo, continuare a giocare e divertirci così”.

Recentemente premiato alla cerimonia della “Hall of fame” del calcio italiano, Giampiero Boniperti qualche giorno prima del match tra i bianconeri e l'Atalanta sembrava aver previsto i risultati dell'ultimo fine settimana: “Juve favorita? Siamo primi e va bene così, anche perché dietro ci sono club importanti: ho visto gare bellissime tra le nostre rivali. Mi auguro che lottino fra loro e lascino in pace la Juve”.

Per lui assistere dal vivo ad un incontro di Madama sino al novantesimo minuto è sempre stato un dramma, al quale si sottraeva abbandonando lo stadio alla fine dei primi tempi. Se fosse stato presente la scorsa domenica allo “Juventus Stadium”, forse, si sarebbe potuto fermare per qualche istante in più del solito.


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sabato 20 ottobre 2012

Giuseppe Meazza, da Porta Vittoria alla conquista del mondo


"Il pallone è il mio amore: perché devo trattarlo male?". Per tracciare il profilo di un fuoriclasse a volte basta semplicemente mettere in evidenza alcune delle parole da lui pronunciate. Questa considerazione vale anche per Giuseppe Meazza, detto "Peppìn", “Peppino”, "Pepp" o "Pinella", uno dei più grandi calciatori della storia del calcio italiano. A dire la verità possedeva anche un altro soprannome, "Balilla", dovuto ad un aneddoto relativo al suo esordio con la maglia dell'Inter, a Como, nella coppa Volta. Scovato da Fulvio Bernardini e lanciato in prima squadra dal tecnico ungherese Árpád Weisz, la sua presenza nell'undici iniziale nel corso di quella manifestazione aveva provocato una battuta del compagno di squadra Leopoldo Conti: "Adesso facciamo giocare anche i Balilla!".

In tutta risposta Meazza aveva messo a segno una doppietta. All'uscita dal campo lo stesso Conti lo prese sottobraccio per poi complimentarsi con lui. Era il 1927 e il giovanissimo Giuseppe, nato nel 1910, senza neanche saperlo aveva iniziato a scrivere la storia di una leggenda. La sua, iniziata a Milano tirando i primi calci al pallone nel quartiere di Porta Vittoria. “Porta” e “Vittoria”, quasi un segno del destino: nel corso della carriera segnò una valanga di goals dentro le porte avversarie e le vittorie accumulate furono la logica conseguenza.

Più di quattrocento partite giocate in carriera, quota duecentocinquanta reti realizzati abbondantemente superata, un palmarès dove si possono trovare due scudetti ('30 e '38), una Coppa Italia ('39) e tre titoli di capocannoniere ('30, '36 e '38), tutti conquistati con la maglia dell’Ambrosiana Inter. Rimasto orfano a soli sette anni (il padre era morto durante la prima guerra mondiale), era stato cresciuto dalla madre Ersilia. Da ragazzino aveva partecipato a diverse gare podistiche, ma la buona attitudine allo sforzo atletico non gli aveva evitato la delusione della bocciatura del Milan a causa del fisico gracile.

Centravanti o mezz’ala, il suo talento gli consentiva di giocare ovunque. In questo senso è stato il precursore del calciatore moderno, lui che aveva conquistato il primo campionato di serie A con la formula del girone unico. Era diventato un personaggio anche al di fuori del rettangolo verde: donne, auto (un privilegio, all’epoca), divertimento, gioco, abiti alla moda. Simboleggiava l’uomo che era riuscito a sfondare partendo dal nulla, grazie alla sua classe infinita.

Non ancora ventenne aveva esordito in nazionale, a Roma, il 9 febbraio del 1930, realizzando una doppietta contro la Svizzera (4-2 il risultato finale). Un’altra, tanto per gradire. Con Vittorio Pozzo sulla panchina azzurra aveva conquistato i mondiali del 1934 e del 1938. Proprio nel corso di quest’ultimo, il 16 giugno a Marsiglia, nella semifinale contro il Brasile aveva segnato su rigore tenendo per mano i pantaloncini: era saltato l’elastico, ma neanche quello era bastato a frenarlo. Era stato capace di anteporre il bene della squadra all’egoismo personale, lasciando il ruolo di attaccante ad Angelo Schiavio prima e Silvio Piola poi. Parlando di lui Pozzo amava dire: "Averlo in squadra significava partire dall'1-0". Le monumentali prestazioni contro l’Ungheria nel 1930 (tripletta) e con l’Inghilterra nel 1934 (doppietta) lo consegnarono alla storia prima ancora che la cronaca avesse finito di compiere il proprio percorso. Con la maglia dell’Italia siglò la bellezza di trentatré goals.

Era stato fermo per una stagione intera a causa di un infortunio, il celebre “piede gelato” (dovuto ad un'occlusione dei vasi sanguigni), per poi passare al Milan. Ancora innamorato dell’Inter, si era trasferito alla Juventus dopo due soli campionati, firmando il contratto – per comodità - sdraiato sull’erba del un campo d’allenamento. Negli ultimi spiccioli di carriera aveva incrementato le esperienze con Varese, Atalanta e ancora Inter, salvandola dalla retrocessione in serie B. Aveva provato a cimentarsi nel ruolo di allenatore, ma di lui resteranno celebri soltanto le imprese con le scarpette ai piedi.

Dopo la sua morte, avvenuta a Rapallo nel 1979, gli è stato intitolato lo stadio di “San Siro”, laddove migliaia di tifosi avevano potuto ammirarlo a più riprese mentre attirava il portiere vicino a sé, per poi scartarlo e depositare la palla in rete. Quelli erano i “suoi” goal.

Naturalmente anche lui aveva un punto debole, con tanto di nome e cognome: Ricardo Zamora. Quando ne parlava faceva fatica a nascondere il rammarico: “Era il portiere più famoso del mondo, era spagnolo. In nazionale non riuscii mai a vincerlo. Soltanto una volta, in amichevole, gli segnai un goal. Zamora aveva due mani gigantesche, da gorilla, e a me bastava mangiare un poco di più la sera per sognarmi di notte le sue grandi mani sul mio pallone. Era il mio incubo. Mi sono battuto contro di lui con rabbia, e lui sapeva che lo temevo, che avrei dato chissà cosa per segnargli un gol. Zamora era un buono fuori del campo, ma davanti alla porta era un muro, una montagna di pietre. Quella volta che gli feci il goal, sparando da quindici metri, lui venne dritto a darmi la mano. 'Bravo, mi disse. Bravo Balilla'”.
Non è escluso che lontano da qui, da qualche parte, lo stia ancora cercando per proporgli una rivincita. Magari nel suo stadio. Al riparo, stavolta, da occhi indiscreti.
Articolo pubblicato su Lettera43