"La mia non è una polemica con Carletto, che reputo una persona per bene, quanto piuttosto una difesa dell'onestà di giudizio. Perché sono mesi, ormai, che viene messa in parallelo la mia ultima stagione alla Juventus con le due di Ancelotti. L'accostamento andrebbe fatto su sei stagioni...". Da quando in estate Marcello Lippi era rientrato alla corte della Vecchia Signora per prendere il posto occupato sino a quel momento da Carlo Ancelotti, così come era accaduto a parti invertite nel febbraio del 1999, i media avevano ripetutamente paragonato il percorso della nuova creatura del tecnico viareggino con quella guidata in precedenza dall'allenatore di Reggiolo. Per il quale, terminata l’esperienza bianconera con due secondi posti in altrettanti campionati interi da lui disputati su quella panchina, il destino riservò un ritorno al Milan dopo la felice esperienza da calciatore. "Strano, no? Io ne ho fatti 144 in due anni e non sono bastati". Con questa chiara allusione ai punti accumulati da Madama durante il suo periodo trascorso a Torino (71 punti il primo anno e 73 nel secondo) il mister rossonero si presentò allo stadio "Delle Alpi" il 14 aprile 2002 nel tentativo di fare bottino pieno, per continuare la rincorsa a quel quarto posto in classifica indispensabile per disputare i preliminari per l'ammissione alla successiva edizione della Champions League. La Juventus, dal canto suo, a quattro giornate dalla conclusione del campionato si trovava a tre sole lunghezze di distanza dall'Inter capolista.
Privo di due pezzi da novanta del calibro di Montero e Nedved, Lippi fu costretto a mettere mano alla formazione titolare per trovare una valida soluzione da contrapporre agli ospiti. Alla fine optò per il classico 4-4-2, abbandonando così l’idea di cercare un'alternativa al forte calciatore ceco da inserire nella posizione di trequartista dietro le punte Del Piero e Trezeguet. Zambrotta venne spostato avanti di qualche metro rispetto all’abituale posizione di terzino sinistro e sistemato all’altezza della linea mediana del campo, con il conseguente inserimento di Pessotto come suo sostituto in difesa. Nell'altro versante mise Zenoni davanti a Thuram, laterale destro di un reparto arretrato che aveva come coppia centrale il duo Ferrara-Iuliano. Antonio Conte e Davids vennero inseriti nel cuore del centrocampo bianconero, pronti a battagliare con Ambrosini e Gattuso, i loro dirimpettai in maglia rossonera. Anche Ancelotti, che a sua volta dovette fare a meno di Rui Costa, decise di adottare lo stesso modulo scelto dal tecnico viareggino, rinunciando a priori alla regia di Albertini e Pirlo per puntare su un assetto di sostanza e corsa, quella che Contra e Serginho avrebbero dovuto garantire al Milan lungo le corsie laterali. La dinamica dell'incontro, però, non potè che risentire degli effetti di due formazioni schierate sul campo in maniera così speculare. La partita offrì pochi spunti di cronaca per quasi tutta la sua durata, riservando il meglio di sé per i minuti finali. Il solo Davids riuscì ad effettuare una conclusione degna di nota per i padroni di casa al 38' della prima frazione di gioco (rasoterra innocuo di sinistro). Per il resto, come se Madama fosse ipnotizzata dal pensiero di dover vincere a tutti costi per mantenere il passo dell’Inter, fu il Milan a dimostrare sul campo una maggior determinazione nel voler prevalere sull'avversario. Shevchenko e Inzaghi, costantemente messi in fuorigioco dall'eccellente applicazione dei movimenti in tal senso da parte di Ferrara e Iuliano (per ben quattordici volte vennero fermati in offside dai guardalinee), provarono invano ad impensierire Buffon in due occasioni con tiri al limite della pericolosità. Al termine del primo tempo Ancelotti aveva già dovuto effettuare due sostituzioni a causa degli infortuni occorsi a Contra e Serginho, al posto dei quali subentrarono Albertini e Pirlo. La squadra ospite passò così da un 4-4-2 naturale ad uno “mascherato”, con la contemporanea presenza di quattro centrocampisti centrali poco inclini per le loro caratteristiche a muoversi sulle fasce. Altri due tentativi falliti da parte di Shevchenko e dello stesso Pirlo (che costrinse Buffon ad un difficile intervento recuperando una sua ribattuta a seguito di un cross velenoso di Kaladze) sembravano condurre la gara ad un inevitabile pareggio, quando - al 33' della ripresa - accadde quello che nessuno si aspettava: una punizione calciata in area di rigore rossonera da Del Piero venne involontariamente deviata nella propria porta da Chamot. Il Milan, rimasto qualche attimo prima in dieci uomini per un altro infortunio patito da Albertini a cambi ormai esauriti per l'ingresso di Roque Junior per Helveg (al 27'), si trovò nella condizione di cercare un disperato recupero in inferiorità numerica. Lippi, dal canto suo, aveva già provveduto a togliere un evanescente Zenoni per inserire Zalayeta, con il conseguente arretramento dello stesso Del Piero nella posizione di trequartista.
Trovato fortunosamente il goal, la Juventus si sbloccò, attaccando con decisione la porta difesa da Abbiati. Trezeguet (due volte) e lo stesso numero dieci bianconero tentarono di arrivare al raddoppio prima della fine dell'incontro, con il solo Inzaghi, per gli ospiti, che al 39' gettò al vento un'ottima occasione per raddrizzare le sorti della gara. Per Moggi il successo appena ottenuto si poteva riassumere nelle parole "carattere e fortuna", mentre Lippi dichiarò: "Sarò sincero: prima che le partite cominciassero, avrei messo la firma su una situazione del genere. In fondo, eravamo noi ad avere l'impegno più difficile. Quindi, non aver perso contatto dalle prime è un ottimo risultato. Sarà domenica prossima il giorno in cui potremo recuperare qualche punto: ci sarà un bel Milan-Roma, un bel Chievo-Inter, qualcosa potrebbe di nuovo succedere. Anche se noi a Piacenza incontreremo delle difficoltà". Ad aiutare a superarle ci avrebbe pensato Pavel Nedved, mentre per quanto riguarda il match dei nerazzurri l'allenatore viareggino si dimostrò un buon profeta (finì 2-2). Il campionato terminò il 5 maggio 2002 con uno degli scudetti più belli e sofferti di Madama, che concluse la stagione con 71 punti. Quell'anno furono sufficienti per vincere il tricolore...
Il giorno dopo arriva l’Avvocato Agnelli (al campo). Mi chiama e mi dice: "Montero vieni… Non lo hai preso bene…" E io gli dicevo: "No, no, guardi che più o meno io l’ho preso…". "No, no. Se tu lo prendevi bene, lui cadeva…" L’episodio a cui faceva riferimento Paolo Montero, nel corso dell’intervista comparsa sulla "Gazzetta TV" lo scorso 27 giugno, è quello del famoso pugno a Di Biagio (3 dicembre 2000, Inter - Juventus 2-2). A cui lo stesso uruguaiano, nel bel mezzo delle polemiche che scoppiarono nei giorni immediatamente successivi a quella gara, dedicò queste parole: "Questo è il calcio. Di Biagio può andare a giocare a pallavolo, al massimo". Baluardo difensivo della Vecchia Signora per nove stagioni: le prime da protagonista, le ultime (quasi) da spettatore. Una presenza forte, in campo e fuori. Il "gruppo", prima di tutto. E tutti.
Nel periodo mio la Juve non era forte come quella di Capello, però aveva un cuore… C’era un gruppo straordinario.. Una delle cose più belle che abbia mai vissuto è il gruppo della Juve…
La Juventus che vinceva aveva un’anima di ferro: non guardava in faccia a nessuno. Fissava gli avversari direttamente negli occhi. Senza paura. Poteva perdere, ma non senza aver dato tutto il possibile per evitarlo. La forza di quella squadra la si poteva cogliere da un’infinità di segnali. Uno tra i tanti, fu l’esultanza di Ciro Ferrara dopo aver segnato un goal nell’incontro di andata valevole per l’assegnazione della Supercoppa Europea, giocato a Parigi il 15 gennaio 1997. Avversario della Juventus era il Paris Saint Germain di Rai e Dely Valdes (finì 6-1 per i bianconeri). Al momento della marcatura la sua reazione fu un misto di gioia e rabbia, come se si fosse trattato di una rete decisiva. Ma era la terza, per di più in trasferta. L’importante, per lui, era aver segnato, non in "quale" momento dell’incontro. Questo è lo spirito da "cannibali", quello tipico dei vincenti.
Durante un suo intervento nel corso di un seminario sugli sport di squadra organizzato dal Coni, nello scorso mese di aprile, l’ormai ex CT della nazionale Marcello Lippi - che di quella Juve era l’allenatore - "separò" i grandi calciatori in campioni e fuoriclasse: "I primi sono dei solisti, dei galli nel pollaio, che hanno grandi doti ma che non fanno nulla per migliorare e mettono in mostra le proprie qualità solo in poche occasioni. Sono primedonne che non si mettono a disposizione del gruppo, non aiutano la squadra". Sui fuoriclasse: "Hanno il talento, non solo tra i piedi, e lo mettono al servizio del collettivo. Hanno grandi qualità in campo e fuori, incarnano i valori della leadership. Di questi giocatori più se ne hanno e meglio è".
Non è facile creare un gruppo vincente. Non basta avere una guida forte e sicura: quella è la base di partenza, ma può non essere sufficiente. A volte, invece, nasce quando meno te l’aspetti. Accadde, ad esempio, a Roma, sponda laziale, nel 1974. La squadra dei clan, di quelli uniti in campo ma separati più che mai nello spogliatoio. Quella divisa tra il gruppo di Re Cecconi e Martini (da una parte) e quello di Chinaglia e Wilson (dall’altra). Una Lazio che combatteva contro tutto e tutti, dentro e fuori il campo. Ma che ha saputo vincere uno scudetto rimasto nella storia dopo esserci andata vicino l’anno precedente.
Ripartire, per la nuova Juventus, non sarà uno scherzo. Ci vorrà tempo, laddove (di tempo) non ne verrà concesso. Ci vogliono campioni, per alzare il tasso tecnico della squadra. Anzi, per dirla alla Lippi: fuoriclasse. Ci vorrà - almeno - un "gruppo" di calciatori unito come non mai (sicuramente non come è capitato in questi ultimi anni) per colmare quelle lacune che potrebbero evidenziarsi al termine di una campagna acquisti/vendite che si annuncia numerosa, sia in entrata che in uscita. Cercare nella massima unità di intenti la forza per superare alcuni ostacoli, potrebbe rivelarsi un’arma vincente. Viceversa, limitarsi a quella sin dal principio, rischierebbe di rivelarsi un boomerang. Il gruppo dovrà essere l’arma in più, non l’unica: senza classe, non si vince.
Mi chiamava alle 5 di notte. A me e a tutta la squadra. Lui si svegliava alle 4.30 per andare a lavorare e ti chiamava 5 minuti. Io non ci credevo, pensavo fosse un amico e buttavo giù. Alla fine avevo capito che era lui e ho risposto. "Uh sì, Avvocato, come sta?" "Che sta facendo?" "Stavo dormendo…" Alle 5.00, che vuoi fare?... Lui era l’Avvocato. Il fuoriclasse più fuoriclasse di tutti.
"Donne, vodka e gulag. Eduard Streltsov, il campione" è il libro scritto da Marco Iaria, giornalista della "Gazzetta d...
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