domenica 11 maggio 2014

Laureano Ruiz, il maestro del tiqui-taca

Al tramonto dell'incredibile sconfitta casalinga del Bayern Monaco contro il Real Madrid nella recente semifinale di Champions League, in molti hanno celebrato la fine dell'ormai celebre tiqui-taca. Quello di origine catalana, s'intende, perché l'idea di sfruttare una fitta rete di passaggi per mantenere il controllo pallone tra i propri piedi, piuttosto che andarlo a recuperare in mezzo a quelli degli avversari, è vecchia quanto il football.

E' proprio in quella terra che questo stile di gioco negli ultimi anni è stato utilizzato a livelli intensissimi, quasi esasperanti, con risultati indubbiamente vincenti. Trasportato in Germania da Josep Guardiola ha subito invece un tracollo in termini di popolarità proprio in fondo al torneo continentale più importante, dopo che la conquista del campionato tedesco per il Bayern Monaco si era rivelata una pura formalità.

In quell'occasione la “Gazzetta dello Sport” aveva nuovamente portato alle luci della ribalta Laureano Ruiz, ovvero la persona che anni fa trapiantò questa filosofia calcistica a Barcellona. La storia racconta che alla guida di una squadra di ragazzini sovvenzionata da un marchio di birra nel lontano 1972 aveva umiliato i pari età blaugrana. Apriti cielo: il presidente Agustì Montal andò su tutte le furie, per poi tesserare quell'allenatore che – dopo qualche colloquio – era apparso al suo nuovo ambiente come un visionario.

Contro ogni previsione i successi arrivarono in serie, uno dietro l'altro, per un club che a livello giovanile stentava non poco. Strano a dirsi, guardando la realtà attuale, ma è proprio grazie all'importanza data a quel ramo societario da Ruiz se adesso il Barcellona può vantarsi della bontà di quel settore di fronte al mondo intero.

Nato nel 1937, il credo di Laureano Ruiz era basto sul possesso di palla, su un sistema tattico comune a tutte le squadre (il 3-4-3) e su un regime di allenamento che mescolava l'aspetto fisico al controllo tecnico del pallone. Una volta disse: “Mi ricordo di un allenatore che proibì l'utilizzo della palla in allenamento, perché così il giorno dopo i suoi giocatori avrebbero avuto più voglia ad usarla... un'aberrazione!”. Così come era inconcepibile, per lui, che l'attitudine al football dovesse dipendere dall'altezza dei calciatori: “Dicevano che il calcio era solo per giocatori alti e forti. Grande errore. Nel corso degli anni è stato dimostrato che questo non è sempre vero, ma allora non c'era modo di farlo capire alla gente”.

Ruiz aveva trapiantato il seme che negli anni è poi germogliato grazie al lavoro, tra gli altri, dei vari Michels, Cruijff, Guardiola e del compianto Vilanova. Il 25 novembre 2012, fuori casa contro il Levante, il Barcellona aveva giocato con tutta la formazione prodotta dalla scuola del club, la celebre “Masia”. Era accaduto nel momento stesso in cui Dani Alves si era infortunato, dopo 14 minuti di gioco, per venire sostituito da Martin Montoya. A fine gara Xavi aveva ricordato che 'Van Gaal (ex allenatore del Barca, ndr) disse una volta che il suo sogno era vedere in campo insieme 11 giocatori usciti dall'accademia, e oggi questo è diventato realtà'.

In realtà quello era stato anche il sogno di Ruiz: “Per me è stata una soddisfazione massima. Un'enorme soddisfazione. Questo era il mio desiderio, il mio sogno per il futuro dal primo giorno che ero arrivato al Barça. Vedere sul prato quel giorno contro il Levante undici giocatori fatti in casa mi ha ricordato di tutte quelle persone che 40 anni prima mi aveva detto che ero pazzo”. Lo aveva confessato terminando la frase con un sorriso.

Mentre seguiva alcuni provini di giovani calciatori in qualità di allenatore della scuola catalana Escolapis Sarrià, qualche anno fa, la sua attenzione era stata catturata da un ragazzino che tirava da solo dei calci al pallone contro un muro. Si avvicinò a lui, chiedendo che cosa stesse facendo. Con lo sguardo triste, il ragazzo aveva risposto di stare attendendo il padre, che lo avrebbe riportato a casa. Ruiz andò immediatamente dagli altri tecnici chiedendo il motivo della bocciatura di quel calciatore che a lui – invece – era piaciuto. La risposta lo fece arrabbiare non poco: per gli altri era bravino, sì, ma non avrebbe avuto alcun futuro come professionista.

Alla fine vinse il parere di Ruiz. Quel ragazzino si chiamava Albert Ferrer, protagonista di una carriera straordinaria al servizio del Barcellona di Cruyff, del Chelsea e della nazionale spagnola. Mentre citava il suo nome, concludendo il racconto, sul volto di Ruiz era comparso un altro sorriso.

Articolo pubblicato su Lettera43

C'era una volta Camin - Lo stile e il genio di Vladimiro Caminiti

Un consiglio per la lettura


Vladimiro Caminiti se ne andò il 5 settembre 1993, consumato da un male incurabile. Aveva 61 anni. Fu giornalista, scrittore, poeta. 
Siculo di Palermo, migrato a Torino, innamorato pazzo del suo mestiere e del mestiere di don Giovanni, una vita non meno romanzesca della carriera. Uno, nessuno e centomila: Luigi Pirandello lo avrebbe riassunto così.
Camin è stato un caso letterario per come scriveva; la lingua italiana era la sua religione, ne difendeva il culto dalle invasioni barbariche con sermoni pittoreschi ma non grotteschi.

“Causio che si muove in verticale avanti e indietro, Cuccureddu che sfreccia invano cercato da Bittolo (che fa l’ha trovato?), Furino che caracolla come il Settimo lancieri, e Capello sempre impegnato da quel braccio zavorra, con quella testa alta, per vederci meglio, spunta dove meno te l’aspetti, t’infila il terzo gol, avvalorando il podismo nerboruto e ragionato di Furino; ed insomma questi quattro sono i padroni del vapore”.
Questo è un pezzo dell’articolo scritto da Vladimiro Caminiti e pubblicato su Tuttosport il giorno seguente di una vittoria della Juve sul Genoa, 3-0, con l’ultimo gol di Capello, colui che correva con il “braccio zavorra”. Si giocava il campionato 73-74, vinto dalla Lazio di Wilson e Chinaglia. Da notare l’espressione “braccio zavorra”, un’istantanea mostruosa che ti visualizza Capello che corre con il sedere ritto e il braccio destro che esce completamente fuori dal corpo: era la postura abituale del grande centrocampista friulano.

Roberto Beccantini, bolognese, ha scritto per «Tuttosport», «La Gazzetta dello Sport» e, dal 1992 al 2010, per «La Stampa». Ha seguito dieci Olimpiadi, nove Mondiali e otto Europei di calcio. Oggi collabora per «La Gazzetta dello Sport», «il Fatto quotidiano», il «Guerin Sportivo» ed «Eurosport». È stato giurato del Pallone d’oro di France Football. Ha pubblicato Juve ti amo lo stesso (Mondadori, 2007) e Quei derby che una Signora non dimentica (Priuli & Verlucca, 2007).
Riccardo Gambelli, senese, autore di Coriandoli Bianconeri, Ali per vivere e Il lisiantus bianco editi da Pascal Editrice. Inoltre, ha partecipato, con i pezzi dedicati a Franco Causio, Andrea Fortunato, Fabrizio Ravanelli, Paolo Rossi e Marco Tardelli, al libro collettivo, curato dall’anaj, I nostri campioni, (Bradipolibri, 2010).

Dal sito della Bradipolibri

domenica 4 maggio 2014

Juventus campione d'Italia per la terza volta consecutiva



Sembra ieri, eppure è passato esattamente un anno dal momento in cui Antonio Conte festeggiava il secondo scudetto consecutivo alla guida della Juventus esprimendo la propria gioia attraverso queste parole: “Io sto benissimo qui, sono nel posto che ho sempre sperato di stare sin dall'avvio della mia carriera da tecnico. Era il mio sogno tornare qui e vincere, sono nel posto giusto e lo penso. E' chiaro che dopo due stagioni straordinarie, dove abbiamo bruciato le tappe che prevedevano un progetto triennale per tornare a vincere, è chiaro che l'asticella si alza. Siamo consci delle difficoltà economiche italiane, è giusto parlare con la società in modo sereno di quanto fare”. La particolarità di quel messaggio, diretto alla società bianconera ed ai suoi tifosi, è racchiusa nella sua attualità a distanza di trecentosessantacinque giorni.

L'asticella di cui parlava Conte si è alzata, e si alzerà ancora. Una volta riaperta la bacheca, Madama ha riscoperto il gusto di riempirla di trofei. Tre scudetti consecutivi non sono uno scherzo e certificano in maniera netta, inequivocabile, il ritorno a tutti gli effetti della Vecchia Signora nel ruolo di club ammazza campionati. Dagli ottantaquattro punti accumulati nella prima stagione Contiana, nella seconda il gruppo juventino è riuscito ad arrivare a quota ottantasette.

Adesso, con ancora tre gare da disputare, la prospettiva è quella di raggiungere la stratosferica cifra di cento punti. Partendo dagli attuali novantatré, che comunque non sono pochi. Il tricolore juventino, e tutti i record che questa stagione si porterà dietro, è frutto anche della fortissima concorrenza della Roma, autentica rivelazione della serie A.

Per Madama non ci sarà un altro 5 maggio decisivo per le sorti dello scudetto, visto che l'improvvisa (e sonora) sconfitta patita dai giallorossi a Catania l'ha buttata giù dal divano, dove stava tranquillamente aspettando di poter affrontare l'Atalanta, per consentirle di correre a festeggiare con un giorno d'anticipo la matematica conquista del tricolore. Chiusa anche questa stagione bisognerà capire sino a quale punto andrà alzata l'asticella e quali saranno, realisticamente, i prossimi obiettivi che la Vecchia Signora dovrà cercare di raggiungere.

Un episodio, tra i tanti, può raccontare meglio di altri il percorso compiuto dalla Juventus in questi ultimi tre anni. Risale al 25 settembre 2011, all'alba del primo scudetto juventino della nuova era Contiana. Il tecnico bianconero aveva risposto a muso duro a qualche giornalista dopo che la sua squadra aveva conseguito un secondo pareggio consecutivo in campionato: “Se pensate che la Juve, dopo due settimi posti, torni a lottare subito per lo scudetto... ripeto: abbiamo tanta strada da percorrere per tornare a essere competitivi. Non è che in estate abbiamo preso Walcott, Nani o Tevez, gente che in Italia nessuno si può permettere, ma giocatori giovani e di prospettiva”. Al termine di quella stagione la Juventus arrivò prima da imbattuta, dopo altre due avrebbe comprato Tevez e adesso sembra in dirittura d'arrivo pure l'acquisto del portoghese Nani.

Come direbbe Garcia, la chiesa è stata rimessa al centro del villaggio. Ancora una curiosità: quel pareggio esterno la Juventus lo ottenne a Catania, nello stesso campo dal quale oggi le è arrivata la notizia della sconfitta della Roma. E' proprio vero, dopo il terremoto provocato da Calciopoli almeno in Italia tutto sembra essere tornato al proprio posto. Adesso è arrivato il momento di pensare all'Europa... 

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venerdì 2 maggio 2014

Alla Juve serve una nuova mentalità

La Juventus che si appresta a conquistare il terzo scudetto consecutivo si conferma una squadra che al di fuori dei confini del nostro paese non riesce né ad emergere né a mostrare tutto il proprio valore. Le cause non sono certo da ricercare nella neve caduta a Istanbul lo scorso dicembre, oppure in qualche episodio sfavorevole accaduto nel doppio confronto con il Benfica. Il problema, più ampio, riguarda il suo processo di crescita, iniziato nel momento del ritorno in serie A e ancora da completare, reso più complicato - nel corso del tempo - anche per colpa di alcune scelte sbagliate operate dal club. Inteso nel suo insieme, senza considerare il cambio societario che ha poi portato Andrea Agnelli al timone di Madama.
Nessuno è perfetto, per carità, gli errori fanno parte del mestiere e le sconfitte bruciano. Però, a mente fredda, non bisogna dimenticare che la chiesa è stata rimessa al centro del villaggio (tanto per citare un proverbio caro a Rudi Garcia) soltanto da tre anni a questa parte. La Juventus che ha ripreso a dettare legge in Italia ha dimostrato di essere ancora una Giovane Signora in Europa, priva dell'esperienza e del cinismo necessari per ottenere risultati prestigiosi anche fuori dalla serie A.
Pirlo, Buffon, Tevez, Vidal... tra le sue fila Madama annovera elementi dalla caratura internazionale, che però non le sono stati sufficienti per maturare alla svelta la consapevolezza che nelle manifestazioni europeee si gioca un calcio di tipo diverso: più veloce, con meno interruzioni, più fisico e con una particolare cura dei dettagli. Al minimo errore, infatti, si rischia di dover pagare il dazio, senza avere il tempo necessario per rimediare.
Dal momento in cui la Juventus è stata eliminata dalla Champions League, poi, in casa bianconera si è fatto un gran parlare della possibilità che la formazione allenata da Conte potesse giocare un'eventuale finale di Europa League a Torino, nel suo stadio. Proprio in questo frangente è venuto a galla il provincialismo della Vecchia Signora. Cancellata la Coppa delle Coppe, in Europa ogni anno fior di club sgomitano tra loro per potersi aggiudicare soltanto due competizioni. Visto e considerato che quella più importante è attualmente fuori dalla portata della truppa juventina, era davvero così umiliante per lei partecipare all'Europa League, tanto da dover usare come ulteriore stimolo nell'affrontarla il pensiero che la gara decisiva si sarebbe disputata a Torino?
Nel corso della prossima estate la Signora potrebbe cambiare abito, così come il sarto che ne curerà le rifiniture. Ma per tornare a vincere in Europa quello che le servirebbe sarebbe soprattutto una mentalità nuova, che dai vertici societari possa propagarsi verso il basso, in cui l'unico denominatore comune alle diverse competizioni da affrontare dovrebbe essere l'intenzione di provare a vincere tutto quanto le sarà possibile. Non soltanto a parole o con slogan ad effetto.

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lunedì 28 aprile 2014

Saeed Al Owairan, il «Maradona del deserto»

 

Ci sono calciatori che nel vedere il colore rosso delle maglie del Belgio si esaltano, tirando fuori dal cilindro colpi assolutamente straordinari. Diego Armando Maradona, ad esempio, aveva punito i Diavoli Rossi nell'edizione dei mondiali tenutasi in Messico nel 1986 realizzando una doppietta decisiva per la conquista della finalissima da parte della sua Argentina. Ma per Maradona, con tutto il dovuto rispetto verso gli altri giocatori, realizzare un goal straordinario non era certo un evento raro.

Quanto era accaduto otto anni più tardi in America, invece, può rendere meglio l'idea del concetto appena espresso. Saeed Al Owairan, il numero dieci della rappresentativa dell'Arabia Saudita, il 29 giugno 1994 si era impadronito del pallone quando ancora si trovava nella metà campo dei sauditi, aveva percorso una settantina di metri evitando come fossero dei birilli tutti gli avversari che gli si erano parati di fronte sino a depositare la sfera nella porta difesa dal belga Preud’homme. Non un portiere qualunque, considerando il suo palmarès e il fatto che al termine di quella manifestazione gli era stato assegnato il premio Jašin destinato ai migliori numeri uno del torneo.

Quella rete fu fondamentale per la storica qualificazione agli ottavi di finale di una nazionale che stava vivendo la sua prima esperienza mondiale. Il cammino si sarebbe poi fermato alla tappa successiva, nonostante l'entusiasmo trasmesso da Jorge Solari, c.t. argentino dei sauditi, quando ancora si trovava nella pancia del “Robert F. Kennedy Memorial Stadium” e descriveva l'emozione appena vissuta: “La nostra è stata una vittoria del calcio latino, poiché ci ispiriamo alle tradizioni del grande Brasile. Negli ottavi contro la Svezia non avremo problemi: ci prepariamo solo per vincere”.

Terminato il mondiale erano iniziati i festeggiamenti riservati ad Al Owairan, che in patria venne omaggiato al pari di una star internazionale: auto lussuose, una villa e una montagna di soldi che il munifico Re Fahd, monarca del paese, ed altri sceicchi che ne avevano seguito l'esempio destinarono a quello che era stato definito “il Maradona del deserto”. L'umiltà mostrata dal giocatore quando ancora si trovava sul suolo americano (“Paragonate il mio goal a una prodezza di Maradona? Troppo onore. Devo ringraziare i miei compagni, abili nell'aprirmi il corridoio giusto”) aveva lasciato spazio agli eccessi di una vita che, ormai, era cambiata rispetto a quella vissuta prima di quell'episodio incredibile.

Re Fahd e il Principe Faisal Bin Fahd, quest'ultimo presidente federale nonché figlio del sultano, erano contrari ad un suo trasferimento in un club al di fuori del paese, così Al Owairan rimase imprigionato nel suo eremo dorato. Prima in senso metaforico, poi nel vero e proprio senso della parola, dato che - in barba alla legge islamica e agli avvertimenti ricevuti in precedenza - nel marzo del 1995 venne beccato all'interno di un locale mentre si rendeva protagonista di alcuni comportamenti non proprio consoni rispetto a quanto stabilito dai dettami della Sharia.

La condanna di tre anni di prigionia, peraltro in condizioni privilegiate rispetto a quelle degli altri detenuti, non fu scontata in pieno: l'Arabia Saudita aveva conquistato nuovamente la qualificazione ad un mondiale di calcio, quello francese del 1998, e per Al Owairan si erano aperte le porte del carcere. Fu il Principe Faisal ad intercedere con il padre per rivederlo correre sui campi di gioco.

La nazionale saudita , intanto, era passata tra le mani di Carlos Alberto Perreira, il tecnico che si era laureato campione con il Brasile nella precedente edizione americana, un vero e proprio giramondo del pallone. Il miracolo, però, non si era ripetuto, né a livello personale né tantomeno di squadra: un pareggio e due sconfitte avevano costretto i sauditi all'immediato rientro a casa.

Negli occhi dei tifosi, nonostante tutto, era rimasta ancora impressa quella rete straordinaria messa a segno dal “Maradona del deserto” quattro anni prima. Ai taccuini di un inviato del “The New York Times”, a distanza di tempo, lo stesso Saeed Al Owairan aveva poi confessato un piccolo segreto: “Quel goal per me si rivelò essere un’arma a doppio taglio e, se da un lato fu meraviglioso, dall’altro fu tremendo perché finii costantemente sotto la luce dei riflettori”.

Articolo pubblicato su Lettera43

venerdì 25 aprile 2014

Juve, passa da Torino il futuro europeo


Il futuro europeo di Madama ora passerà inevitabilmente da quanto accadrà sul prato verde dello “Juventus Stadium”. Era già stato deciso che il prossimo 14 maggio vi si sarebbe disputata la finalissima dell'Europa League, di conseguenza tra poco meno di una settimana proprio su quel terreno la Vecchia Signora dovrà sudarsi l'accesso alla gara decisiva della manifestazione.

Il giorno stesso in cui la Juventus aveva conquistato il primo scudetto dell'era-Conte, il giornalista e scrittore Maurizio Crosetti descrisse con queste parole l'impianto torinese: “Il dodicesimo giocatore non scende in campo perché "è" il campo. E' una tana di cemento e cristallo, è il primo stadio di proprietà in Italia e l'ha costruito la Juve. Assai probabile che il dodicesimo giocatore abbia portato punti in classifica. Impossibile quantificarli, ma ci sono di sicuro. Ed è certo che la Juve sia imbattuta anche per via della sua tana, la sua casa riconquistata insieme all'identità di sé. Una visione tra passato e futuro, perché un campo e uno stadio sono appartenenza, e insieme sono sviluppo. Sono soldi”.

Può darsi che l'aria di casa, l'affetto e la vicinanza dei suoi tifosi restituiscano alla Juventus quelle sicurezze che in Europa spesso smarrisce. Salvo ritrovarle quando i giochi sono ormai fatti. L'elenco delle occasioni perse o comunque non colte al volo inizia ad allungarsi pericolosamente e tra queste – sia chiaro – non vanno certo annoverate le sconfitte patite per mano del Bayern Monaco nella scorsa stagione. Ma gli approcci titubanti al cospetto dei vari Nordsjælland, Copenaghen e Galatasaray si ripropongono con una frequenza sempre maggiore nel momento stesso in cui la Vecchia Signora abbandona il Belpaese per iniziare qualche campagna d'Europa.

Le reti subite dai bianconeri all'Estádio da Luz erano evitabili, così come il bellissimo goal di Tevez poteva non restare un caso isolato a se stesso, se soltanto qualche suo compagno avesse avuto una mira migliore. Per carità, nulla è compromesso, la finale è ancora a portata di mano. Ma l'Europa non è l'Italia, se sbagli spesso manca il tempo per rimediare. La sconfitta con il Benfica ricorda una volta in più quanto sarebbe importante per la Juventus vincere l'Europa League, in modo da ritrovare la sicurezza e l'autostima indispensabili per poter riprendere a pensare in grande. Non è soltanto una questione di uomini, ma anche di “testa”. L'Atletico Madrid attuale semifinalista della Champions League (che ultimamente è riuscito ad aggiudicarsi qualche trofeo... ) è la prova lampante di questo concetto. 

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martedì 22 aprile 2014

Juve, cessioni per ritornare grande



Vendere per ricostruire, vincere per continuare a vincere. Attorno a Madama ormai non si parla d'altro. L'ipotesi di qualche cessione eccellente a fine stagione in casa bianconera (quella di Pogba su tutte) viene considerata dagli organi di stampa tanto un possibile toccasana per le casse del club quanto uno strumento indispensabile per poter realizzare nuovi acquisti di spessore. L'idea di sollevare sotto il cielo di Torino l'Europa League, poi, solletica non poco la Vecchia Signora impegnata alla ricerca di quella visibilità continentale che le manca ormai da troppo tempo.

In più, come se non bastasse, c'è ancora un piccolo alone di mistero che aleggia intorno al futuro di Antonio Conte. Sembra strano, ma si sta parlando dei fatti di cronaca di una società che si appresta a conquistare il terzo scudetto consecutivo ed a disputare la semifinale di andata di una competizione europea.

Di strano, però, non c'è nulla, soprattutto se si pensa a dove vuol tornare la Juventus: in cima all'Europa e al mondo. Durante un suo intervento nel corso di un seminario sugli sport di squadra organizzato dal Coni, tenutosi nel mese di aprile del 2010, Marcello Lippi – tecnico pluridecorato di Madama ed ex c.t. della nazionale azzurra - aveva "separato" i grandi calciatori in campioni e fuoriclasse: “I primi sono dei solisti, dei galli nel pollaio, che hanno grandi doti ma che non fanno nulla per migliorare e mettono in mostra le proprie qualità solo in poche occasioni. Sono primedonne che non si mettono a disposizione del gruppo, non aiutano la squadra. I secondi, invece, hanno il talento, non solo tra i piedi, e lo mettono al servizio del collettivo. Hanno grandi qualità in campo e fuori, incarnano i valori della leadership. Di questi giocatori più se ne hanno e meglio è”.

Non è un caso se la Juventus ha raggiunto certi risultati quando tra le sue fila militavano giocatori di uno spessore umano, oltre che tecnico, fuori dal comune. Due di questi, Zinedine Zidane ed Edgar Davids, sono i protagonisti di un aneddoto che il fuoriclasse francese aveva confessato al mensile calcistico 'So Foot' la scorsa estate: "Non è una leggenda la storia che vuole che io mettessi un cappellaccio da pescatore per andare a giocare con gli immigrati, anche se l'ho fatto soltanto un paio di volte. A spingermi era il mio compagno di squadra Edgar Davids. Lui ci andava matto, lo faceva molto spesso: prendeva la macchina e quando vedeva qualcuno giocare in un parcheggio si fermava per aggregarsi. Mi diceva sempre: 'E' per loro che dobbiamo giocare, sono queste le partite importanti'. E io gli dicevo: 'Ok, ma abbiamo gli allenamenti, apparteniamo a un club di alto livello, non possiamo rischiare di infortunarci'. Allo stesso tempo, però, lo ammiravo, perché era in grado di fare delle cose del genere".

Ha ragione Giuseppe Marotta nel sostenere che “la nostra società è una di quelle che compra e non vende”, ma di fronte ad un'offerta irrinunciabile per qualche suo gioiello, però, non è detto alcune certezze della dirigenza non possano vacillare. Soprattutto guardando la carta d'identità di alcuni fuoriclasse bianconeri e la necessità di sostituirli con altri dello stesso livello. “Di questi giocatori più se ne hanno e meglio è”, sosteneva, come visto, Lippi. E se la liquidità manca (o, comunque, non è disponibile), all'orizzonte non si intravedono molte altre soluzioni. 

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