giovedì 30 maggio 2013

Juventus: Mazzarri e Benitez da possibili mister ad avversari per lo scudetto


A breve saranno nuovamente avversari della Juventus, ma per entrambi - non molto tempo fa - c'è stato un momento nel quale Madama sembrava pronta ad affidare loro la sua panchina. Walter Mazzarri e Rafael Benitez, il futuro ed il passato dell'Inter, la prossima stagione proveranno a contendere lo scudetto alla Vecchia Signora.

Il 15 aprile 2010, alla vigilia di un Inter-Juventus di campionato disputato al "Meazza" e vinto dai nerazzurri col risultato di 2-0, la "Gazzetta dello Sport" titolò in prima pagina: "Juve, 200 milioni per lo scudetto". Si trattava della cifra che il club torinese avrebbe investito sul mercato per mettere a disposizione di Benitez una rosa altamente competitiva, ovviamente nel caso in cui il tecnico spagnolo avesse accettato di abbracciare il progetto di rilancio, su base triennale, della società bianconera.

Che le idee in casa juventina non fossero del tutto chiare non era un mistero per nessuno. Per averne la certezza basta rileggere la dichiarazione rilasciata dall'ex presidente Giovanni Cobolli Gigli il 7 maggio 2010: "Io, come tifoso, ho sempre apprezzato Lippi. Però devo dire francamente che ripensando agli allenatori del nostro passato, Deschamps ha vinto lo scudetto in Francia e Ranieri sta facendo delle ottime cose: quindi anche le scelte che erano state fatte erano buone. Dunque mi piacerebbe poter riandare avanti con due degli allenatori che avevamo voluto".

Nel periodo compreso tra aprile e maggio del 2010, quindi, sembrava che l'accordo tra la Vecchia Signora e Benitez fosse ad un passo dalla sua realizzazione. Poi, però, come spesso accade in simili frangenti il club cambiò idea per puntare deciso su Luigi Delneri, tecnico con il quale aveva lavorato sino a poco tempo prima il nuovo direttore generale dell’area sportiva Giuseppe Marotta. Per lo spagnolo, carnefice del Milan nella finalissima di Champions League ad Instanbul nel 2005, si sarebbero aperte le porte dell'Inter rimasta orfana di Mourinho.

Il 12 maggio 2011, a distanza di poco più di un anno, sempre il quotidiano milanese aveva usato un altro titolo ad effetto per richiamare l'attenzione dei lettori di fede juventina: "Juve da 200 milioni". Il "piano di rilancio" (così chiamato) prevedeva questa volta un percorso di crescita della durata di quattro anni, diverso dal precedente, ed una ristretta cerchia di allenatori dalla quale estrarre il nome giusto per la guida tecnica: Antonio Conte, Villas Boas e, appunto, Mazzarri.

Il resto della storia è noto: Conte fece ritorno a Torino dopo la precedente esperienza come calciatore, mentre il contratto di Mazzarri (cercato con insistenza anche dalla Roma) venne blindato da Aurelio De Laurentiis. Il patron della società, poi, irritato per l'inserimento della stessa Juventus nella trattativa per l'acquisto di Inler dall'Udinese non perse l'occasione per lanciare una frecciata alla società bianconera: "La Juve? Ne ha bisogno. Con l’arrivo del nuovo allenatore dovrà cambiare 25 giocatori".

Matteo Materazzi, agente Fifa e fratello dell'ex calciatore Marco, in merito ad un presunto interessamento della Vecchia Signora per Mazzarri dai microfoni di "Radio Kiss Kiss Napoli" ha recentemente dichiarato: "Ci può essere un valzer di panchine, la situazione Conte non è semplice come sembra. Ha chiesto un aumento di ingaggio, perché vuole un progetto importante, considerando che ha vinto due scudetti consecutivi ed ora ha bisogno di migliorare. I giocatori di cui si parla sono di livello superiore ed anche dispendiosi, ora sta alla Juve cercare di rendere il progetto ancora più grande. Mazzarri potrebbe addirittura essere uno dei papabili per la Juve, qualora l'attuale allenatore bianconero dovesse andare via".
 
Si era trattato di una semplice voce di mercato, come tante altre che popolano questo periodo dell'anno. Nella realtà dei fatti a breve Mazzarri e Benitez si troveranno l'uno di fronte all'altro, ma nessuno dei due sarà seduto sulla panchina bianconera. Per loro la Juventus continuerà ad essere semplicemente l'avversaria più agguerrita nella lotta per la conquista dello scudetto.

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sabato 25 maggio 2013

Juve, sei anni fa l'addio di Deschamps

 
Il 25 maggio del 2007, esattamente sei anni fa, Didier Deschamps comunicava alla Vecchia Signora di voler interrompere il rapporto subito dopo averla riportata in serie A. Lo aveva fatto a testa alta, affrontando una situazione delicata con lo stesso spirito battagliero che aveva contraddistinto le altre esperienze da lui vissute nelle vesti sia di calciatore che di allenatore. Sarebbe rimasto in sella, anzi, in panchina, ancora per una gara, quella disputata contro il Mantova allo stadio "Olimpico" di Torino il giorno immediatamente successivo. Al termine della partita non aveva ceduto di fronte alle incessanti richieste dei tifosi bianconeri che reclamavano a gran voce un suo saluto direttamente sotto la curva nella quale erano assiepati. Se avesse deciso di accontentarli con ogni probabilità si sarebbe preso una gustosa rivincita nei confronti di alcuni dirigenti del club con i quali non erano certo mancati gli argomenti di discussione.
 
A tal proposito, giusto per rinfrescare la memoria, basta riportare il contenuto di un'intervista rilasciata dallo stesso Deschamps nell'ottobre del 2010, in occasione di una sua comparsata sul luogo del delitto nella veste di commentatore per 'Canal Plus'. Dopo essere stato acclamato dai sostenitori di Madama ed aver ricevuto gli onori di casa dell'allora plenipotenziario juventino Jean-Claude Blanc, dichiarò: "Ho fatto male a lasciare la Juve. Ho dato le dimissioni perché la situazione in società era difficile, avevamo divergenze di mercato. Invece che sette giocatori mediocri ne chiedevo tre buoni".
 
La sua non era stata, infatti, una decisione semplice, così come aveva avuto modo di spiegare nelle ore che avevano preceduto l'ufficialità della risoluzione consensuale del contratto allora in essere con la Juventus: "Come mi sento? Come una persona che è venuta qua accettando un incarico pieno di difficoltà. Ho fatto una scelta umana perché volevo restituire a questa società quello che mi aveva dato da giocatore. La mia speranza è quella di poter allenare questa squadra anche in A, ma dopo l’incontro con Blanc non è cambiato nulla. Non sono uno facile con cui trattare, ho le mie qualità e i miei difetti, le mie idee e i miei valori e vado avanti così". 
 
A queste parole ne seguirono in rapida successione altre che preannunciavano l'ormai imminente addio dalla società bianconera: "Senza la firma su un contratto a lungo termine mi sento in una situazione particolare. Ma la realtà di oggi è questa. Non entro nei dettagli del colloquio con Blanc, tuttavia abbiamo parlato di questa mia vicenda anomala. Il dialogo non manca, sarebbe grave se non ci fosse neppure quello. La società ha un anno di esperienza in più, è lei che decide e l'allenatore si adatta".
 
L'attuale c.t. della Nazionale francese non era certo un tecnico alle prime armi, visto che aveva già raggiunto la finale di Champions League nel 2004 alla guida del Monaco, sconfitto poi dal Porto di Mourinho. Era stato in grado di intuire in anticipo che nei programmi del club il suo ruolo non era (e non sarebbe stato) di centrale importanza come avrebbe sperato in cuor suo. L'arrivo ormai dato per scontato sotto la Mole di Vincenzo Iaquinta, attaccante poco gradito all'allenatore, era la riprova di quanto appena scritto. Tolto il disturbo si era levato qualche sassolino dalla scarpa: "Il problema non era che io volevo decidere tutto: sono state tante cose a spingermi alle dimissioni. Volevo sapere come ci si sarebbe organizzati per la prossima stagione, che sarà molto difficile perché sulla Juve c’è tanta attesa. E poi un allenatore ha bisogno di lavorare in un clima sereno. Sono orgoglioso di aver riportato la Juve in A, ma resto convinto d’aver fatto la cosa giusta".
 
Pur di guidare una squadra come la Juventus in molti sarebbero disposti a fare qualche sacrificio, così come aveva candidamente ammesso Antonio Conte alla fine di quella tormentata stagione calcistica: "Io allenatore dei bianconeri con Lippi dt? Accetterei senza nessun problema, nel rispetto dei propri ruoli. Comunque io adesso penso al mio Arezzo, vorrei completare questa rimonta che ha dell'incredibile".
 
A Conte l’impresa non riuscì, anche per “colpa” di una sconfitta di Madama all’ultima giornata del campionato cadetto. Per lui e per Deschamps, però, era soltanto una questione di tempo: i successi non sarebbero tardati ad arrivare.
 
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domenica 19 maggio 2013

Juventus, l'abitudine a cedere per acquistare



Archiviata l’ultima gara della stagione, coincisa con una sconfitta, Antonio Conte non si è sottratto a nuove domande sul futuro della Juventus poste dai giornalisti nella pancia dello stadio “Luigi Ferraris” di Genova. Tévez, Ibrahimovic, Higuain, la difesa, il centrocampo… Gli argomenti sui quali discutere non sono di certo mancati. In merito alla zona mediana del campo lo stesso tecnico ha rilasciato una dichiarazione sibillina: “Il nostro centrocampo? Saremo  i migliori quando saremo noi a giocare la finale di Champions League”.

Il summit tra l’allenatore bianconero e la dirigenza del club è servito a chiarire ulteriormente le strategie di mercato di Madama, a breve e lungo termine, a tutti i membri cardine della società. Ora dalle parole si dovrà necessariamente passare ai fatti.

Il messaggio ai tifosi è partito, e stavolta non ci sono dubbi interpretativi di alcun genere: nessuno si aspetti acquisti milionari in serie. Arriveranno giocatori utili alla causa juventina, verrà alzato il livello tecnico della rosa e spetterà a Marotta e Paratici smontare e rimontare i pezzi del puzzle per poi restituire a fine agosto un budget in linea con l’attuale situazione gestionale. Poi, quando sarà il momento, si potrà riprendere a pensare in grande anche di fronte al tavolo delle trattative.

Svanite in prossimità del rush finale le possibilità di centrare alcuni record destinati a passare alla storia, la Juventus ha perso nuovamente contro la Sampdoria nell’ultimo atto del campionato. I blucerchiati hanno sconfitto la Vecchia Signora tanto all’andata quanto al ritorno, così come non le capitava di fare dalla stagione 1995/96. All’epoca i doriani si imposero a Genova per 2-0 (doppietta di Enrico Chiesa, 10 dicembre 1995), per poi ripetere l’impresa a Torino quattro mesi dopo (13 aprile 1996, 3-0 per effetto dei goals del solito Chiesa, di Balleri e Seedorf).

Quella gara giocata al vecchio “Delle Alpi” aveva sancito la fine delle speranze bianconere di poter raggiungere in classifica il Milan di Fabio Capello, ormai prossimo a conquistare il tricolore. Umberto Agnelli, padre dell’attuale presidente juventino Andrea, aveva abbandonato la stadio rilasciando una dichiarazione in cui si potevano chiaramente intravedere sia una sensazione di amarezza per il risultato appena conseguito che di speranza per la vicina semifinale di ritorno della Champions League: “Lo scudetto è perso? Credo proprio di sì. Non mi è sembrato che la squadra meritasse una sconfitta così pesante. Siamo stati anche sfortunati, ma a Nantes non lo saremo”.

Dello stesso tenore furono le parole pronunciate da Marcello Lippi, il tecnico di Madama: “Se mercoledì a Nantes ci andrà bene avremo un mese per correggere gli sbagli, per arrivare alla finale di Champions League senza sbavature”. La finale del massimo trofeo continentale, proprio il punto di arrivo delle speranze di Antonio Conte, attuale allenatore dei bianconeri. A lui era capitato di essere presente in entrambe le gare giocate contro i blucerchiati, che terminò – curiosamente - nello stesso minuto, al 18’ della ripresa.

In mezzo al campo la Juventus schierava anche Didier Deschamps, che in quel pomeriggio di aprile si era tolto qualche sassolino dalle scarpette chiodate: “Io sono un centrocampista e mi auguro che l'esperimento di schierarmi come difensore centrale non si verifichi più . Già a Nantes voglio riprendere il mio ruolo". Pure Gianluca Vialli, capitano e leader carismatico di una formazione piena di campioni, non si era tirato indietro di fronte a domande delicate sul suo futuro personale: “L'Avvocato dice che dipende da me? Per certe cose serve la reciprocità di intenti. Appena ci saranno novità lo comunicherò, sapete che la sincerità non mi ha mai difettato”.

La Vecchia Signora a Nantes subì una sconfitta per 3-2, ma riuscì comunque ad andare in finale per poi vincere la Champions League contro l’Ajax. Successivamente cambiò abito, salutando alcuni eroi di quell’impresa nell’intento di acquistarne altri per continuare a recitare un ruolo di protagonista ai massimi livelli.
Cedere per poi acquistare. Era il motto di allora, e continua ad essere di attualità anche al giorno d’oggi.

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mercoledì 15 maggio 2013

La Juve e i messaggi trasversali

 
Celebrato a dovere lo scudetto appena vinto e mancato di un soffio l'aggiornamento di qualche record ormai datato nel tempo, ultimamente in casa bianconera l'atmosfera aveva raggiunto i livelli di un'insolita tranquillità.
Poi è accaduto che Andrea Agnelli ha rilasciato un'intervista esclusiva all'emittente satellitare 'Sky Sport', ed ecco che le acque hanno iniziato ad agitarsi un po’.
 
"Conte non ha chiesto soldi, ma presupposti per continuare a vincere. E ci sono. Adesso valuteremo insieme a lui quali elementi ci vogliono per continuare a vincere. Anch'io vorrei la Champions ma nessuno ci può dare la sicurezza di vincerla". Con queste parole il presidente juventino ha voluto ulteriormente chiarire il tono delle conversazioni intercorse con il tecnico della Vecchia Signora. Aggiungendo una postilla importante: "Può star tranquillo: finché ci sono io la fame di vittorie non passerà mai".
 
Ciò che Conte chiede al club, oltre ad un ruolo di maggior centralità in alcune decisioni di natura tecnica, è la possibilità di poter giocare il più possibile ad armi pari contro i colossi del calcio europeo. Tutto questo, ovviamente, senza dimenticare il fatto che in una sola sessione di calciomercato la Juventus non riuscirà quasi certamente a raggiungere lo stesso livello tecnico presente in alcune tra le rose dei maggiori club del continente. La società bianconera, da parte sua, non ha alcuna intenzione di rilassarsi sulle recenti conquiste, puntando al miglioramento continuo ed alla ricerca di quella competitività che in passato ha saputo mostrare anche nelle competizioni internazionali.
 
"Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta", d’altronde, è il vecchio mantra di natura bonipertiana che Madama ripete (e si ripete) ormai da una vita. In ogni singola manifestazione, però, può vincere solo una squadra. Ne sa qualcosa la stessa Juventus, che dalla nascita della Coppa dei Campioni (poi diventata Champions League) ad oggi detiene il triste primato del maggior numero di sconfitte nelle finalissime: cinque, al pari del Benfica e del Bayern Monaco.
 
Che, da parte sua, ha fatto tesoro delle disfatte degli ultimi anni senza perdere il controllo del timone e della rotta intrapresa. Gli attuali risultati positivi sono sotto gli occhi di tutti. E’ naturale che un’eventuale sconfitta dei bavaresi contro il Borussia Dortmund il prossimo 25 maggio, a Londra, potrebbe cambiare la valutazione globale sulla loro stagione. Ma non certo sulle prospettive per il futuro, viste le prime operazioni di mercato già concluse dai tedeschi.
 
Non penso mai al futuro. Arriva così presto”, amava sostenere Albert Einstein. Una società come la Juventus, che all’avvenire deve necessariamente pensare, farebbe bene a concentrarsi solo ed esclusivamente su quello. I punti cardine sono stati fissati. Ora si tratta di agire in quella direzione, e di smetterla di lanciare messaggi trasversali. Al mondo esterno e non solo.
 
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Futuro prossimo

 

Questo articolo è di Danny67. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Un Bianconero a Roma

Sembra che per noi Juventini sia diventato impossibile poter festeggiare come si deve, assaporando nel tempo il gusto dolce della vittoria, la conquista dello scudetto. Già nella scorsa stagione la gioia per il meritato trionfo fu interrotta bruscamente dagli echi delle notizie provenienti da Cremona e dalle vergognose accuse del pentito, del quale non voglio scrivere nemmeno il nome, accuse che, attraverso un processo sportivo quantomeno discutibile, portarono alla squalifica dell’allenatore della Vecchia Signora per quattro mesi. 

Fortunatamente le manovre oscure di chi ha tramato nell’ombra e l’inadeguatezza della giustizia sportiva nulla hanno potuto contro lo strapotere dei bianconeri che, come sempre sul campo, hanno vinto un campionato dominandolo dall’inizio alla fine, asfaltando tutti e respingendo indietro i concorrenti ogni qualvolta uno di essi si proponeva come diretto antagonista per il traguardo finale. Ad ogni modo l’estate 2012 è stata molto dura, per i diretti interessati ovviamente, ma anche per chi, come me, ha vissuto la vicenda seguendo costantemente le cronache, gli articoli dei quotidiani sportivi e non, le trasmissioni televisive, i forum, i social network, e per chi, sempre come me, si è recato più volte davanti all’ex Ostello della Gioventù a Roma, quantomeno per dare un supporto morale ad Antonio Conte, Pepe e Bonucci sfidando il sole e la calura estiva pur di sentirsi vicino al Mister ed ai ragazzi. 

Purtroppo nemmeno questa volta c’è stata la possibilità di godere fino in fondo della cavalcata con cui la Juventus ha vinto il suo 31° scudetto. Il protagonista è sempre lui, Antonio Conte, ma stavolta non per motivi esterni, quanto piuttosto per alcune sue affermazioni con le quali il Mister leccese ha esternato un malessere interiore, ha espresso alcune richieste, ha parlato di esigenze personali e di squadra. Ma la cosa che più stupisce è che le sue affermazioni sembrano avere, in maniera del tutto inaspettata, messo in dubbio la sua permanenza a Torino. 

Questa vicenda, che mi auguro si concluda al più presto e nel migliore dei modi per il bene di tutti, è alquanto strana e misteriosa. Dopo le prime parole del Mister in conferenza stampa, c’è stata la replica di Andrea Agnelli in una intervista concessa ai microfoni di Sky. Da quello che si è potuto notare, sembra che ci sia una perfetta sintonia ed unità di intenti tra l’allenatore ed il Presidente. Ma allora qual è il problema? Perché ancora non c’è l’annuncio ufficiale che tutti stiamo aspettando? Le domande che milioni di tifosi bianconeri si stanno ponendo sono molteplici. 

A chi erano dirette le parole di Conte? Alla presidenza o alla proprietà? La risposta di Agnelli è una carezza o, come sostiene qualcun altro, un modo per mettere Conte spalle al muro? Cosa vuole Conte? Un mercato con i fuochi d’artificio? Nuovi elementi per lo staff tecnico? Escludere Marotta dal mercato? Conte ha parlato di voglia di vincere ancora, di ferocia, di determinazione a portare avanti un progetto ambizioso, di desiderio di crescita, tutte cose che ad Andrea Agnelli sembrano non mancare. 

Allora perché tutti questi dubbi? Per quanto mi riguarda da un lato io sono orgoglioso di un allenatore che non solo ha riportato la Juventus dove merita, ha restituito il senso di appartenenza a dei calciatori che sembravano smarriti, ma che abbia anche la voglia di ambire a traguardi ancora più importanti e che non si accontenta dei Bendtner e degli Anelka. 

Sono d’altro canto un po’ perplesso sulle modalità delle sue esternazioni, anche se, penso abbia avuto i suoi validi motivi per muoversi in tal senso. Non riesco ancora a vedere questa situazione in modo chiaro, mi auguro però che presto si possa sistemare tutto perché ho voglia di pensare alla prossima stagione, al prossimo scudetto e soprattutto alla Coppa dalle grandi orecchie.

sabato 11 maggio 2013

La “Partita del Cuore 2013″ in favore dell’Istituto di Candiolo


Come avrete avuto modo di leggere o vedere alla televisione, il prossimo 28 maggio lo "Juventus Stadium" ospiterà la partita del cuore tra la Nazionale Cantanti e il team “Campioni per la ricerca”, una formazione composta da personaggi del mondo dello spettacolo, dello sport, della tv e dell’informazione.

Ne ho parlato proprio in questi giorni con un caro amico, Mattia Lissi, che mi ha descritto in maniera particolareggiata l'attività dell'Istituto Candiolo


La Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro - Onlus nasce nel 1986 con l’ambizioso obiettivo di realizzare un istituto per la ricerca e la cura del cancro a Candiolo, alle porte di Torino. La Fondazione svolge attività di fundraising finalizzate allo sviluppo dell’Istituto e all’aggiornamento continuo del suo patrimonio strumentale e tecnologico, mettendo a disposizione le migliori tecnologie disponibili. Svolge anche attività di ricerca scientifica fondamentale, sia direttamente che attraverso una Convenzione con l’Università degli Studi di Torino. Inoltre, insieme alla Regione Piemonte, con la quale ha costituito la Fondazione del Piemonte per l’Oncologia (FPO), partecipa alla gestione delle attività cliniche assistenziali, erogate dall’FPO prestazioni sia in regime di S.S.N. che di libera professione, e la ricerca traslazionale e clinica.

L’Istituto di Candiolo è l’unico centro di ricerca e cura in Italia realizzato esclusivamente attraverso la diffusa e solidale partecipazione di oltre 300 mila donatori privati, enti, istituzioni, imprese e fondazioni bancarie piemontesi. Esso dunque è stato realizzato e finanziato dalla Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, ma è stato fortemente voluto dai cittadini. Solo grazie al loro generoso e tenace sostegno è stato possibile far crescere e dotare questo Istituto del patrimonio umano e tecnologico che ne fa già oggi un modello di riferimento internazionale. Ed è  solo grazie a loro che sarà possibile proseguire nell’opera di sviluppo e di consolidamento.

A Candiolo lavorano circa 600 persone fra ricercatori italiani e stranieri, personale medico, sanitario e amministrativo. Oggi l’istituto si estende su 31.500 mq, di cui 2.500 mq dedicati alla ricerca e 29.000 mq destinati alla cura e alle degenze. Sono però in corso i lavori di realizzazione della seconda torre della ricerca e della cura, che amplieranno l’Istituto di ulteriori 17.000 mq (5.500 per la ricerca e 11.500 per la cura) L’istituto, operando in collegamento con le più prestigiose istituzioni scientifiche nazionali e internazionali, si propone di accelerare il trasferimento dei progressi raggiunti dalla ricerca oncologica nella pratica clinica. 

La Partita del Cuore

giovedì 9 maggio 2013

"Alla ricerca del calcio perduto", di Nicola Calzaretta


Tempo fa intervistai Nicola Calzaretta,avvocato, giornalista e scrittore dal cuore juventino.
Recentemente è uscita la sua nuova opera, "Alla ricerca del calcio perduto", che consiglio vivamente agli amici del blog.
Ecco una breve recensione, tratta dal sito della "GoalbookEdizioni":

Magliette aderenti e pantaloncini inguinali. Numero e ruolo che avevano un loro significato. Palloni di cuoio bianchi e neri o in alternativa le geometrie del “Tango” visto per la prima volta al mundial d’Argentina. Tutte le partite alla domenica pomeriggio. Stadi pieni e festanti. “Tutto il calcio” con Ameri e Ciotti e “90° Minuto” con Paolo Valenti. Formazioni a memoria e il gusto dell’attesa: il campionato ogni sette giorni, le coppe ogni quindici, il mercato d’estate e quello di riparazione a ottobre. C’era il tempo per affezionarsi alle cose e per coltivarne il ricordo. E’ il calcio di noi quarantenni di oggi quando eravamo bambini. Ed è anche per questo che ci piace da matti. E’ il calcio perduto. Non necessariamente migliore o peggiore di quello attuale. Sicuramente diverso. Un calcio che riemerge dagli angoli della memoria con tutta la sua genuinità, la sua forza e la sua carica emozionale. Questo libro raccoglie le interviste pubblicate dal mensile Guerin Sportivo, pensieri e parole di chi quell’epoca l’ha vissuta da protagonista assoluto. Zoff, Bruno Conti, Beccalossi, Paolo Pulici. E ancora Franco Baresi, Vialli, Bagni e Antognoni. Sono solo alcuni dei campioni dell’Amarcord che qui si svelano parlando della loro storia. Confidenze, confessioni e retroscena, compresi quelle che racconta Luciano Moggi e le dolorose vicende di Denis Bergamini e Bruno Beatrice.  C’è questo e altro andando “Alla ricerca del calcio perduto”. Un titolo che non lascia scampo. O dentro o fuori. Ma fuori, spesso, fa freddo.