Breve spazio personale. Mi ritaglio cinque minuti nel corso di una giornata dedicata ad una battuta di pesca con mio padre, e prima di un compleanno (quello di Diego, un fratello più che un amico) da festeggiare tra poco. Prometto che da domani tornerò a parlare di Juve.
“Piaccia o non piaccia”, l’allievo (il principiante, per meglio dire) ha battuto il maestro. Azzurro, in passato, con la nazionale di pesca a mosca, scrittore oggi (Magie Immerse). Lui.
Pecora “nera” della famiglia. Io. D’accordo: ogni tanto la (mia) mosca finta si attacca a qualche foglia di qualche ca… d’albero che qualcuno ha pensato bene di far crescere laddove le trote preferiscono cibarsi. Va bene: ogni tanto i sassi dietro di me “spuntano” le punte delle mie esche senza che io riesca a rendermene conto (hai voglia di trascinare, poi, i pesci a riva. Ti salutano scodinzolando che è un piacere). Ok: a volte sono un po’ comico quando non recupero il finale mentre mi avvicino ad una preda, intrecciando le gambe come il miglior Ronaldinho con il rischio di cadere nell’acqua. Ma quello che conta è il risultato finale: nell’almanacco dei ricordi, oggi ho vinto io. E chissenefrega delle polemiche (che arriveranno)... Nessuna moviola disponibile: né sul fiume, né al ristorante.
Tra il primo tempo (il mattino) e il secondo (il pomeriggio), pranzo offerto dal “senior”. A base di cinghiale. Catturato e cucinato da un suo amico apposta per noi: chapeau. Il tutto accompagnato da un buon vino rosso (Gutturnio)
Ps: ehi, tu. Lì sulla panchina... Ricordi cosa ti scrissi tempo fa? (leggi qui) Avevo bisogno di “sbloccarmi”. E l’ho fatto…
Nel 2003-04 il Milan aveva trionfato in Italia: l’arrivo di Kakà dal São Paulo gli permise di creare un centrocampo monstre, con il brasiliano utilizzato come vertice alto di un reparto completato da(i migliori) Pirlo, Gattuso e Seedorf. A Shevchenko, Tomasson e Filippo Inzaghi, in attacco, il compito di tramutare in goals tutto quel ben di Dio che arrivava dalle loro spalle. La Juventus? Terza, mai veramente in gioco, a 13 punti dai rossoneri nella classifica finale. Nel mezzo, l’ultima Roma di Fabio Capello.
In casa bianconera i colpi della precedente sessione di calciomercato furono Legrottaglie, Appiah e Miccoli. Dopo due scudetti conquistati consecutivamente, si pensò che potesse bastare una limatura alla rosa per continuare a vincere, convincere o essere comunque competitivi, in Italia e in Europa. Così non fu, e si rese necessario intervenire in maniera massiccia per rinforzare la squadra.
Nell’estate del 2004 vennero acquistati (tra gli altri) Cannavaro in difesa, Emerson a centrocampo, Ibrahimovic in attacco: una spina dorsale completamente ricostruita, un trio che permise alla Vecchia Signora di tornare immediatamente alla vittoria con 86 punti finali, prima dei 91 dell’anno successivo. E di Farsopoli. Fabio Capello fu l’ultimo pensiero, tramutatosi in regalo ai tifosi bianconeri, che Umberto Agnelli dedicò alla sua Vecchia Signora.
Ora non c’è una spina dorsale da rimodellare come nel 2004: ci sono "una cultura e disciplina sportiva" da riportare "nello spogliatoio"; c’è una "distanza dai rivali, che si è creata in questi anni" che "richiede un percorso complesso", prima di essere colmata. Il neo Presidente lo ha scritto in una lettera aperta a tutti i tifosi bianconeri, dopo poco più di un mese dal suo insediamento. Quelle parole, ora, anche se lasciate su internet, rimarranno "scolpite nella pietra".
Scontrarsi con la (dura) realtà, è quello che Andrea Agnelli ha fatto nel momento stesso in cui ha maturato la decisione di guidare la Juventus. Sa cosa lo aspetta: la parola "pazienza", in Italia, non esiste. Meno che mai a Torino. Ma proprio con la pazienza ha iniziato a costruire "tre" squadre: quella dirigenziale e le due, sotto l’aspetto tecnico, che dovranno affrontare una stagione che – grazie all’infelice gestione precedente – inizierà prestissimo, a causa dei preliminari della prossima Europa League previsti per il 29 luglio prossimo (la gara di andata).
Di quel trio di campioni acquistati sei stagioni fa, era rimasto il solo Cannavaro: ora lo aspetta un’esperienza in Arabia Saudita (Al Ahli). Qualche altro giocatore di quella rosa (Trezeguet, Camoranesi, Zebina) è sul piede di partenza: cederli sembra difficile quanto acquistare un fuoriclasse. Prima o poi arriverà il momento di affrontare anche queste situazioni delicate, requisito indispensabile per poter procedere alla ristrutturazione della squadra.
Tra i nuovi arrivi, domani Leonardo Bonucci e Jorge Martinez saranno a Torino per sostenere le visite mediche e per ultimare tutti gli aspetti contrattuali. La Juventus li voleva, e Marotta - soprattutto per il giovane difensore - ha dovuto affrontare una delicata situazione derivante dal cartellino del giocatore, sino a pochi giorni fa a metà tra Bari e Genoa. Nessun tentennamento, da parte sua. Nonostante l’avvicinarsi della scadenza del 25 giugno ed il rischio concreto di andare alle buste. Lo ha preso, alle condizioni a lui gradite. Ed è quello che conta. Non ci eravamo più abituati, inutile nasconderlo.
Sembrano lontani i tempi in cui la precedente gestione bianconera organizzava CDA in continuazione alla nascita di ogni trattativa importante, reclamizzandoli talmente tanto da rendere difficilissime anche quelle - almeno all’apparenza - banali. La naturalezza con la quale Marotta ha portato a compimento queste prime operazioni di mercato, se messe a confronto con il recente (disastroso) passato juventino, rende l’idea dei primi passi realmente mossi dalla nuova società. Poi, naturalmente, il campo dirà le sue "verità". Avanti così. Nell'attesa dell'acquisto di qualche campione...
"No, non siamo questi. Non possiamo essere questi". Lippi non ci credeva, dopo aver guidato la nazionale nell’amichevole contro il Messico, ultimo test prima del via di questi mondiali. Invece era proprio così: l’Italia era brutta, e tale è rimasta per tutta la durata della sua (breve) partecipazione alla manifestazione sudafricana.
In campo, quella sera (3 giugno), c’erano sia Buffon che Pirlo. E il problema della mancanza di gioco si sentiva forte, così come l’assenza di identità di una squadra che ruotava intorno agli schemi per trovare certezze. Troppo tardi: con l’esordio contro il Paraguay alle porte, queste convinzioni avrebbero dovuto già essere in cantiere. Marchisio provato trequartista era la fotografia di un gruppo senza una guida sicura delle proprie idee. Da Lippi ci si aspettava quel qualcosa in più che compensasse il "gap" di tasso tecnico che separava l’Italia - almeno nei pronostici iniziali - da Argentina, Brasile, Inghilterra e Spagna.
Capace di stravolgere la squadra a partita in corso, in questa competizione lo ha fatto "prima" di ogni gara. Alla fine ne è nata una confusione della quale gli stessi giocatori ne sono stati vittime. Tramutandole, in alcuni casi, in alibi dietro i quali nascondere le loro infelici prestazioni. Già prima dell’incontro con il Paraguay si era visto che Pirlo non era sufficiente a illuminare il gioco degli azzurri: bloccato lui, la nazionale diventava lenta e prevedibile. Iniziare il mondiale con la sua assenza è stata la mannaia sulle speranze di un cammino che difficilmente avrebbe portato alla vittoria, ma quantomeno avrebbe dovuto evitare una figuraccia simile.
Dal "massimo" (2006, in Germania) al "minimo" (oggi): il tutto in quattro anni. Sono passati due allenatori (Donadoni e il Lippi-bis), ma non sono sbocciati nuovi talenti al livello di quelli che avevano portato la nazionale in cima al mondo. Si rimpiangono gli assenti (Cassano, Balotelli, Miccoli, D’Agostino,…) ma i problemi erano (e rimangono) ovunque. Cambiando l’ordine dei calciatori, il risultato non cambia: perché la qualità è quella. Basta leggere la lista dei giocatori che dovrebbe far parte del nuovo gruppo di Prandelli per capire che la ricostruzione sarà lunga e non priva di ostacoli. Se si vogliono creare illusioni, allora si prepari il plotone d’esecuzione per le prossime critiche all’ex tecnico dei viola.
Certo, spremendo il gruppo sin dove possibile, su qualche risorsa si sarebbe potuto/dovuto puntare maggiormente: quel Quagliarella in panchina sino all’inizio del secondo tempo della terza (e ultima) partita (decisiva), grida ancora vendetta. Il suo goal, quello del pallonetto e della crudele illusione di un pareggio da raggiungere all’ultimo istante di gara, oltre ad essere stato un bellissimo gesto tecnico dava l’idea della serenità e delle convinzioni interiori di un ragazzo lasciato - sino ad allora - ai margini del torneo. Non aver "visto" in allenamento questo, rappresenta un errore non da poco l’ormai ex Commissario Tecnico. Ma difficilmente l’attaccante partenopeo ci avrebbe fatto vincere questa competizione, o risolto le mancanze di gioco, idee, tecnica e condizione fisica degli azzurri.
Le vittorie di Lippi sono nate sotto il segno del furore agonistico delle sue squadre: la nazionale e "le" Juventus che ha guidato lo testimoniano. Nei primi due anni a Torino chiese a Vialli, Ravanelli e Del Piero - in fase difensiva - di fare anche i terzini. Trascorsi 24 mesi di vittorie e chilometri percorsi sui campi di gioco, capì (con la vecchia dirigenza) che ai primi due non c’era più molto da chiedere (l’età, oltretutto, avanzava): vennero così sacrificati sull’altare di un cambiamento che portò Zidane (trequartista) e Boksic (attaccante) in bianconero, con il successivo avanzamento dello stesso Del Piero al ruolo di seconda punta.
Si continuò a vincere, con la medesima "tensione" che portava la squadra a cercare di imporre il proprio gioco ovunque e contro chiunque. Il resto, è storia. In nazionale non ha avuto la possibilità di sacrificare qualche uomo in funzione delle sue idee: non trovando (e non credendo a) valide alternative, si è fidato di un gruppo ormai logoro, fisicamente ancor prima che mentalmente. In buona parte, composto da giocatori bianconeri (vecchi e nuovi). Anche questo, da poco, "è storia". Rimane da chiedersi se sia stato peggio nel 1966 (contro la Corea del Nord di Pak Doo Ik) o nel 2010. Ma anche in questo caso, cambiando l’ordine delle umiliazioni, il risultato non cambia: è stato un fallimento, e tale rimarrà nel tempo.
Dai trionfi alle sconfitte, dalle imprese epiche alle umiliazioni: più vinci più aumentano le responsabilità, le pressioni che ti circondano. E i tonfi, quando arrivano, si sentono forti e chiari. L’essersi preso immediatamente le responsabilità di tutto quanto è successo in Sudafrica è servito - se ancora fosse necessario - a dare la dimensione di un uomo che non si è mai nascosto dietro un dito, mettendoci sempre la faccia. Anche oltre il dovuto. Il primo Lippi in bianconero lasciò nel corso di una stagione dove già si sapeva che il suo ciclo sarebbe finito; prima di questi mondiali, era nota a tutti la scelta di Prandelli come nuovo CT della nazionale (in bocca al lupo). Per quel poco che conta, non è un caso.
Rimane il fatto che quando i fallimenti - non limitati a quanto accade nel campo di gioco ma ad un "movimento calcistico" intero - si ripetono, l’allenatore non può essere visto come il principale responsabile. Abete è ancora lì, e lì continuerà a rimanere. Nella speranza che qualcuno "sotto" di lui ripeta il miracolo di Berlino, per far dimenticare a tutti - per qualche momento - che il nostro calcio è da cambiare radicalmente. A cominciare proprio da lui.
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Un pensiero (ed un ringraziamento) ad un amico, che mi ha segnalato questo simpatico video
In un momento difficile, nella speranza che sia di buon auspicio. Ecco le immagini di una delle più belle nazionali azzurre della storia. Anche se non vincente. Bisogna "ricostruire". Anche qui. E ci vuole pazienza... Forza azzurri! Buona visione
La panacea di tutti i mali arbitrali? Collina. Quel Collina che quell'anno, il 2004-05, non visse certo uno dei suoi campionati migliori, come abbiamo sentito proprio in una telefonata tra l'arbitro di Viareggio e la Fazi, o in qualche telefonata con Bergamo. Però tutti volevano Collina. Lo voleva Facchetti che abbiamo sentito prima dire a Mazzei: "Ma lì non devono fare sorteggi", per poi suggerire un escamotage basato sui "preclusi" in modo da ottenere Collina per Inter-Juve. Dalle parole di Facchetti si ricava l'impressione che sulla sponda nerazzurra fossero convinti che erano possibili dei magheggi con i sorteggi, e Mazzei fatica a convincere Facchetti che quello che chiede non è fattibile. Cose più o meno simili doveva pensare Ruggiero Palombo, vicedirettore della Gazzetta dello Sport e grande accusatore del sistema Moggi e dei suoi presunti sorteggi truccati. Grazie alle intercettazioni "sfuggite" ora scopriamo che anche lui, come Facchetti, voleva Collina e, in una telefonata del 7 marzo 2005, rimprovera a Bergamo di non averlo inserito nella griglia di Roma-Juventus. Le spiegazioni logiche di Bergamo sono accolte con scetticismo da Palombo che dice: "Ma perché, non hai mai avuto tre arbitri con l'incompatibilità su una cosa che quello può arbitrare solo il sabato? Dai su...", portando Bergamo a rispondere: "No, no, no, noi non abbiamo mai fatto tre partite... scusami, ma perché ci volete far fare degli imbrogli? Io non posso fare una griglia con Collina che va ad arbitrare il sabato automaticamente perché ho due partite sole". Mentre Pesciaroli, del Corriere dello Sport, aveva capito bene il sistema di composizione delle griglie, avendolo studiato e avendone compreso la base statistica, a Milano il metodo con cui venivano composte le griglie non era ben chiaro a tutti, oppure vi era un radicato pregiudizio verso i designatori e gli arbitri che non si chiamassero Collina. Ci occupiamo di questa telefonata non perché abbia rilevanza nel processo di Napoli, ma perché la Gazzetta, per ammissione di Auricchio, è stata ampiamente utilizzata come riscontro e formazione delle prove ed è interessante, quindi, valutarne l'equidistanza, la competenza e conoscenza delle regole, come in questo caso sulle griglie, che nel processo prima avevano un ruolo solo per la famosa griglia Bergamo-Moggi ed ora si sono arricchite di altre grigliate fatte da tutti, da Facchetti in giù. La Gazzetta è quasi un testimone dell'accusa nel processo di Napoli, un testimone anomalo, ma presente sin dai riferimenti contenuti nelle informative degli investigatori. La telefonata tra Bergamo e Ruggiero Palombo è interessante ascoltarla dopo aver letto cosa è riportato nell'informativa dell'aprile 2005, da pagina 310 in poi. Nella telefonata/lite, con parole di fuoco, avvenuta il 6 marzo tra Carraro e Bergamo, la Gazzetta è citata da Bergamo quando rimprovera Carraro di averli delegittimati e preparato già la sostituzione con Collina "perché l’ha scritto la Gazzetta, perché Lei ha incontrato Collina". Inoltre Bergamo dice a Carraro che lui con Racalbuto ci aveva parlato, dopo una prima telefonata con Carraro, ma Racalbuto "è arrivato in campo in condizioni proibitive... perché l’hanno delegittimato già dal giorno avanti!". Il 5 marzo, per esempio, Galdi sulla Gazzetta aveva scritto l'articolo "Fischia il portafortuna della Juve", nel quale si analizzava lo score dell'arbitro con la Juve e con la Roma (più o meno simili), ma si ricordava anche il precedente di Racalbuto fermato un turno dopo Cagliari-Juventus 1-1 nel quale l'arbitro era stato accusato dai cagliaritani «Ai giocatori della Juve consentiva di dire qualunque cosa, mentre noi venivamo respinti a male parole». Nell'articolo di Galdi è anche gettato lì, senza spiegazioni, un "sorteggio che si è avvalso delle «palline» della serie C perché le altre erano da tempo già state inviate a Firenze".
Nella telefonata in questione Palombo non dà del Lei a Bergamo, come farà un anno dopo nella puntata di Matrix su Calciopoli, mentre ritroviamo il solito Bergamo ascoltato in tutte le telefonate pubblicate. Pur davanti ad un interlocutore polemico e saccente, Bergamo è paziente e diplomatico, non perde la calma, fornisce tutte le spiegazioni, non viene creduto, e allora rispiega perché Collina in quella griglia non lo poteva inserire. Bergamo fa presente al suo interlocutore, che gli rimprovera di non aver fatto in modo che ci fosse Collina e non Racalbuto, che, se hanno voluto quelle regole per la composizione delle griglie e per il sorteggio (che non hanno voluto i designatori), loro devono rispettarle sempre "Non posso io a tre metterne due perché è un imbroglio. Se no le regole cosa facciamo, le aggiriamo proprio noi che siamo designatori? E come facciamo?".
E' una telefonata importante. Sancisce la fine della rubrica che Bergamo e Pairetto avevano deciso di tenere sulla Gazzetta per commentare gli episodi della giornata. Palombo esordisce comunicando a Bergamo che hanno deciso di non far loro scrivere più nulla, per evitar loro la gogna. Poi nel corso della telefonata continua a pontificare che il sorteggio non si deve fare, che il doppio designatore è morto, chiarisce di aver parlato con Carraro, che la linea sino a fine stagione è di dare fiducia ai designatori, ma che poi a fine stagione si cambia registro. Un Palombo a tutto campo, che sembra non conoscere benissimo i criteri di composizione delle griglie, ma che vuole ugualmente insegnare il mestiere a Bergamo. Un Palombo che stride un po' rispetto a quello del "Palazzo di vetro", o dell'editoriale "Pallina al centro" dopo la deposizione di Manfredi Martino.
Anche Galdi, sulla Gazzetta, insiste sui concetti espressi da Palombo a Bergamo, scrivendo, il 7 marzo: "Certo è facile trincerarsi dietro il fatto che il fischietto di Viareggio era «impegnato», in realtà l'Uefa «consiglia» di non utilizzare un direttore di gara impegnato in Champions, ma non lo vieta, tanto che il tedesco Herbert Fandel - chiamato a dirigere domani sera a San Siro Milan-Manchester United - sabato ha diretto Hamburger SV-Bayer 04 Leverkusen di Bundesliga e lo stesso Pisacreta - che era a Roma - sarà assistente di Collina". Poi ribadisce l'8 marzo: "Resta, però, sempre il quesito: perché non c'era Collina nell'urna? Domenica Pairetto ha affidato alle agenzie il suo pensiero. Bergamo è sulla stessa lunghezza d'onda: per la «raccomandazione» dell'Uefa a non impegnare arbitri designati in Champions nelle due giornate precedenti alla partita europea. Un consiglio che i designatori prendono per legge, ma che spesso è disattesa: lo stesso Collina lo scorso anno - domenica 4 aprile 2004 - ha diretto Inter-Juventus per la 28a giornata di campionato e il martedì successivo (6 aprile) ha diretto Monaco-Real Madrid di Champions League. C'è poi Pisacreta chiamato a far da assistente proprio a Collina dopo Roma-Juventus di sabato. [...] Quello dell'Uefa è un consiglio che la Federazione tedesca, quella che ospiterà i prossimi Mondiali, disattende con una certa puntualità. Ultimi, in ordine di tempo, Merk e Fandel, che sabato hanno diretto Bayern Monaco-Werder Brema e Amburgo-Bayer Leverkusen e ora arbitreranno rispettivamente Juve-Real e Milan-Manchester United". Vengono citati casi di arbitri stranieri che hanno diretto il sabato, mentre Collina avrebbe potuto essere estratto per la partita della domenica, se inserito nella griglia. Viene citato Pisacreta, ma gli assistenti non venivano estratti bensì designati e, quindi, era possibile designarli per il sabato. Viene ricordato il precedente di Collina del 2004, ma è la dimostrazione che, se inserito nella griglia, poteva accadere, come l'anno prima, che non venisse estratto per una partita del sabato ma per quella della domenica, contravvenendo alla "raccomandazione" dell'Uefa.
In quel Roma-Juventus si verificarono diversi episodi ma, come al solito vennero evidenziati solo quelli a favore della Juve. Riviviamoli: il primo gol della Juve è irregolare, Cannavaro segna di testa ma è in fuorigioco (lo rileva solo la moviola, la dinamica dell'azione non lo evidenzia e nessuno della Roma protesta); "L'errore è soprattutto del guardalinee Pisacreta", scrive Olivero Giovanni Battista sulla Gazzetta. "Al 25' Racalbuto non vede due falli da rigore nella stessa azione: nell'area giallorossa Dellas abbraccia Ibrahimovic e De Rossi cintura Cannavaro. Al 30' Dacourt duro su Blasi: rischia il rosso e se la cava col giallo", lo scrive la Gazzetta, che aggiunge "Al 41' episodio-chiave: Ibrahimovic riceve palla in fuorigioco (Pisacreta non se ne accorge), passa a Zalayeta che subisce il netto fallo di Dellas. Racalbuto fischia il rigore tra le proteste della Roma. In discussione non è il fallo, ma la posizione di Zalayeta: l'impressione è che il contatto avvenga qualche centimetro fuori area. [...] Nella ripresa al 20' sbaglia l'altro guardalinee Ivaldi: assist di Camoranesi e facile gol di Ibrahimovic che è in linea con il pallone e quindi in posizione regolare". Errore sul primo gol della Juve, "impressione" sul rigore, ma anche errori a favore della Roma, come un rigore non fischiato contro e le mancate espulsioni di Cufrè, per un pugno sul viso di Del Piero a gioco fermo, e di Dacourt. Errori attribuiti agli assistenti, i migliori, ma sulla graticola ci finiscono soprattutto Racalbuto, che paga con otto turni di stop, e i designatori. Queste considerazioni, pure scritte dalla Gazzetta, sull'informativa non ci sono. C'è, invece: "Il favoritismo degli arbitri nei confronti della Juventus è notorio nell’ambiente e soprattutto, fatto questo ancora più grave, è risaputo anche dal presidente federale Carraro", ed ancora Carraro che dice: "Le dico mi raccomando..se c’è un dubbio per carità che che che che il dubbio non sia a co... a favore della Juventus dopo di che succede... gli dà quel rigore lì!?". Ancora una volta Carraro che chiede, nel dubbio, di pendere dalla parte dell'avversaria della Juve. Carraro che vede solo quel rigore e non gli errori a favore della Roma.
Il giorno dopo la telefonata tra Palombo e Bergamo, Maurizio Galdi scrive sulla Gazzetta che i designatori sono stati convocati dalla FIGC: "Collina è la persona invocata da tutti come deus ex machina per risolvere i problemi di una categoria... [...] I designatori, che fin qui lo hanno impiegato 19 volte, riservandogli un solo big match del campionato (Juventus-Roma dell'andata), non avrebbero potuto puntare su di lui per disinnescare Roma-Juventus, la partita che da luglio 2004 si sapeva per i noti motivi essere la più a rischio del campionato: Collina aveva diretto Juventus-Siena la settimana precedente e dunque non poteva arbitrare la Juve (questa bislacca regola effettivamente esiste) due volte di seguito. «In quella griglia doveva starci e fu sorteggiato perché era la stessa griglia del derby Inter-Milan» confessa candidamente Pairetto. Senza aggiungere, ma lo facciamo noi al suo posto, che si trattò, quella sì, di una vera sciocchezza". E noi chiediamo: perché mai, visto che tutti volevano Collina, fu una sciocchezza inserirlo in una griglia nella quale c'era il derby di Milano?
A proposito della rubrica che Bergamo e Pairetto tenevano sulla Gazzetta dello Sport, per chi non lo sapesse veniva concordata con l'allora capo ufficio stampa della FIGC, Antonello Valentini, il quale sentiva Bergamo, con cui decideva gli argomenti, e infine preparava i pezzi. E anche lui amava discutere di griglie e designazioni. Qui di seguito lo potete ascoltare mentre catechizza Bergamo sulla necessità di designare Collina per Juve-Milan. Insomma come per la Nazionale siamo tutti commissari tecnici, così dietro le quinte del calcio erano tutti designatori e pretendevano di suggerire la loro ricetta.
Questa che vi proponiamo in audio è la famosa telefonata tra Carraro e Bergamo del 6 marzo 2005, non inedita e inclusa nell'informativa dell'aprile 2005: ascolta direttamente dal sito "ju29ro.com"
Dunque, per la seconda volta quell'anno, almeno per quel che siamo riusciti a sapere dalle intercettazioni, troviamo il Presidente Federale intento a discutere col designatore dell'arbitro di una partita della Juve. La prima volta era capitato il 26 novembre 2004, ricordate? Prima di Inter - Juve, il 26 novembre 2004, quando Carraro si raccomandò affinché nel dubbio Rodomonti non fischiasse per la Juve, proprio mentre nelle stesse ore Facchetti faceva pressione su Mazzei e Bergamo perché voleva Collina. E quella partita, ricordiamo, finì 2-2, con l'Inter che riuscì a raggiungere il pareggio in extremis, e con Pairetto e Rosetti che in seguito giudicarono quell'arbitraggio filo-Inter. Questa telefonata è simile a quella pre Inter-Juve, l'unica differenza è nel fatto che stavolta, invece che prima, arriva dopo la partita. Ma il succo è lo stesso: Carraro ricorda a Bergamo che quando la Juve incontra la Roma, così come era capitato per l'Inter, e Collina non viene designato, il designatore deve istruire l'arbitro a fischiare nel dubbio contro la Juve. Alla faccia della cupola moggiana.
"Andrea Agnelli veniva spesso a Villar per seguire gli allenamenti della Juventus. Lo vedevo arrivare con il padre, un bambino dolcissimo e molto educato, con il suo caschetto biondo e l’aria sempre molto seria. Era curiosissimo. Guardava tutto, non gli sfuggiva niente, innamorato della Juventus e del pallone fin da quando aveva sei o sette anni". Questo è un estratto del ricordo che Salvatore Giglio, storico fotografo della Vecchia Signora, confidò al taccuino di Guido Vaciago ("Tuttosport") poco più di un mese fa.
La passione per il calcio e l’amore verso i colori bianconeri coltivati sin dalla tenera età, grazie alla guida esperta del padre, Presidente - anche lui - della Juventus. Il giocattolo della Famiglia, "una passione, uno svago" che l’Avvocato cercava di regalare ai tifosi perché la domenica si potessero divertire.
Pepe e Martinez come primi tasselli di una squadra da ricostruire partendo dalle fondamenta. Perché tra quello che è mancato nel corso del campionato appena concluso ci sono stati anche "loro": i corridori, quelli capaci di mettere il cuore oltre la tecnica. Le fasce trascurate diventano il centro delle principali attenzioni di questo inizio di calciomercato. Prima quelle offensive; a ruota, sarà il turno di quelle difensive.
Buffon e i suoi problemi come simbolo di quei pochi, grandi giocatori rimasti all’alba del terremoto del 2006: usati e usurati senza averne prevista la sostituzione per tempo. Una squadra che ripartiva proprio da quei reduci, che con un mix di giovani interessanti avrebbe dovuto garantire un punto di (ri)partenza, cui aggiungere, con il tempo, veri campioni. Ne fosse arrivato anche uno soltanto all’anno, dal ritorno in serie A, adesso ci sarebbero almeno tre grandi (nuovi) giocatori attorno ai quali ripartire dopo l’ennesimo tsunami calcistico in tinte bianconere.
Che stavolta non porta il nome di "Farsopoli", ma di "fallimento". Certo: il secondo è figlio e conseguenza del primo. Senza l’altro, si sarebbe continuato a vincere chissà quanto. Ma visto che la realtà è questa, tutto il patrimonio tecnico ed economico disperso dalla precedente gestione adesso grava sulle spalle della nuova società.
"… Appena arrivava a Villar chiedeva un pallone al magazziniere Rosso e poi si piazzava dietro la porta per seguire gli allenamenti…"
Prima comprare, poi "vendere per comprare". Non soltanto per avere a disposizione la liquidità necessaria per portare avanti (e concludere) le altre operazioni di mercato, ma anche (e soprattutto) per sgravare il bilancio di ingaggi pesanti. E liberare lo spogliatoio da personalità scomode. Se ancora ce ne fosse stato bisogno, quanto scritto da Massimo Giletti (conduttore televisivo e noto tifoso juventino) sulle pagine della "Gazzetta sportiva" della giornata odierna la dice lunga su quanto accedeva in questi anni in casa bianconera: "Pochi giorni fa Pavel Nedved mi confidò che quando segnò il gol del pareggio in una partita importante pochi compagni lo abbracciarono. In quel momento capì che la squadra giocava contro l’allenatore. Così finì la storia juventina di Claudio Ranieri".
Una rivoluzione interna senza precedenti; la gestione del patrimonio tecnico nelle mani di un uomo esperto (Giuseppe Marotta); le chiavi dello spogliatoio affidate al "sergente di ferro" Del Neri, quello che non solo avrà la società alle spalle pronta a proteggerlo (una novità, visto gli andazzi degli ultimi anni), ma anche il Presidente in persona. Chi vuol capire, capisca. E a chi non sta bene, "quella è la porta". Poi, ultimo per citazione nella ormai famosa lettera di Andrea Agnelli ai tifosi dello scorso venerdì, ma primo per importanza, un occhio vigile (meglio due) sulle prossime decisioni della giustizia sportiva.
"…Andrea cresceva e la passione non diminuiva. A volte veniva al campo con il fratello Giovannino a cui era molto legato…"
Nel 1965, con la collaborazione del maestro di giornalismo Gian Paolo Ormezzano, Omar Sivori - campione voluto da Umberto Agnelli e "vizio" dell’Avvocato - scrisse un libro autobiografico: "Cara Juventus...". Questo è un breve passo dell’opera: "Quando, nel giugno del 1957, giunsi in aereo alla Malpensa, fui subito caricato su un'automobile che si arrestò soltanto al casello di Novara, sull'autostrada tra Milano e Torino. Lì mi dissero di salire su un'altra macchina, che attendeva. Al volante c'era Umberto Agnelli. "Sono due anni che ti aspettiamo" mi disse lui, sorridendo. "E io aspetto la Juventus da cinque anni", gli dissi, in uno spagnolo assai facile da capire".
Va bene partire dalle fondamenta: non si può fare altrimenti. Poi, però, si dovrà puntare in alto. Questa è la Juventus, Andrea. E tu lo sai bene…
"Donne, vodka e gulag. Eduard Streltsov, il campione" è il libro scritto da Marco Iaria, giornalista della "Gazzetta d...
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