venerdì 12 novembre 2010

Del Neri, Ranieri e l'anno di "transizione"


"Siamo a 4 punti dalla capolista, mi sembra un campionato molto aperto, l'importante è che la Juve rimanga in quota e - soprattutto - che riesca a ottimizzare in alcune partite".
In poche parole Del Neri, davanti ai microfoni di "Sky Sport" nell'immediato dopo gara contro il Brescia, ha così sintetizzato il momento attuale della Juventus.

Adesso non resta che vedere cosa vorrà da fare la sua squadra da "grande".
A fine agosto, alla vigilia della prima gara di campionato contro il Bari, era chiaro a molti che per la Vecchia Signora questo sarebbe stato un anno di "transizione".
Lo si capiva dalla situazione che la nuova gestione targata Agnelli aveva ereditato dalla precedente e dalla rosa che stava nascendo dall'ultima sessione estiva del calciomercato. Non si trattava del primo, nel periodo post-2006: l'augurio e la speranza, allora come adesso, era che potesse essere l'ultimo.

Poi, ovviamente, quando il pallone ha cominciato a rotolare sul prato verde e le altre squadre a sfilarle davanti in classifica, tutti i buoni propositi di portare pazienza per concedere al cantiere di Del Neri il tempo necessario per trasformarsi in una squadra competitiva sono scomparsi di fronte alla voglia dell'ambiente bianconero di rivedere Madama il più presto possibile ai massimi vertici del calcio, pronta ad osservare gli avversari dall'alto verso il basso. Come accadeva una volta. E non si è più discusso del periodo di "transizione".
Se ne riparlerà - eventualmente - a fine stagione, quando si potrà giudicare, risultati alla mano, il primo anno della "nuova" Juventus.

Tra mille difficoltà e altrettanti infortuni è nato comunque un gruppo capace di affrontare con successo la maggior parte degli ostacoli che si è trovato di fronte al suo cammino, dimostrandosi - paradossalmente - in grado di superare in maniera brillante i più rognosi al contrario di quanto è accaduto con quelli all'apparenza più facili da oltrepassare.

Salihamidzic e Grosso sino a pochi giorni fa non facevano parte di questo gruppo. Nell'incontro che la Juventus disputerà domani sera a Torino contro la Roma potrebbero partire entrambi titolari nell'undici di base che l'allenatore bianconero schiererà dal primo minuto, andando a coprire le caselle dei laterali difensivi rimaste orfane dei precedenti proprietari a causa di squalifiche (Motta) e - manco a dirlo - di infortuni (Grygera, De Ceglie e il rientrante Traoré). Le ha provate (e le sta provando) tutte la Vecchia Signora per rimanere "in quota", per dirla alla Del Neri. Attingendo - all'occorrenza - da risorse alle quali ormai non credeva più.

Lo scorso 23 gennaio, nel corso dell'anticipo della seconda giornata del campionato passato, Claudio Ranieri tornò a Torino per affrontare quella Juventus che lo aveva esonerato a due tappe dalla fine della stagione 2008-09. La vittoria per 2-1 della sua Roma rappresentò la migliore rivincita possibile per l'attuale mister giallorosso.

Sulla panchina bianconera sedeva Ciro Ferrara, l'allenatore che lo aveva sostituito alla corte di Madama. Quella, per lui, fu l'ultima volta in cui guidò la Vecchia Signora in campionato. Venne allontanato pochi giorni dopo al termine di un'altra gara persa (contro l'Inter in coppa Italia), lasciando il posto ad Alberto Zaccheroni, a cui affidarono il compito di traghettare la squadra sino a fine anno.

Da Claudio Ranieri allo stesso Zaccheroni, passando per Ciro Ferrara: ecco alcuni dei cantieri aperti e mai chiusi in casa bianconera, edifici rimasti senza tetto perché crollati prima ancora che l'opera potesse essere completata.

Adesso c'è Del Neri, in quella posizione. Il suo lavoro è visionato e protetto da una società alle sue spalle diversa dalla precedente, con Jean Claude Blanc che sarà costretto a seguire la strada che lui stesso ha indicato - in passato - agli ex allenatori bianconeri ed il ritorno di un Agnelli alla sua guida.

Juventus-Roma, Lazio-Napoli, Inter-Milan: le prime sei squadre si incontrano - casualmente - tra loro in questa dodicesima giornata di serie A. Mano a mano che il campionato andrà avanti, la lista delle pretendenti allo scudetto si assottiglierà. E' un torneo ancora senza padrone, incerto e nel quale i bianconeri, vincendo la gara di domani sera all'Olimpico, potrebbero avere un ruolo importante. Iniziando con l'allontanare una possibile rivale come la Roma.

Anche se sulla sua panchina siede un ex. A cui andrà restituito, ora, lo sgarbo dello scorso 23 gennaio. Non se la prenda Ranieri: quella non era la Juventus. Questa sta provando a diventarla. Saltando - se possibile - l'anno di transizione. A Torino questo termine è poco gradito.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

mercoledì 10 novembre 2010

martedì 9 novembre 2010

La vittoria a Brescia per 4-0 e il 5 maggio 2002

"Sei punti di ritardo dal primo posto non sono troppi, possono essere recuperati in quattro o cinque partite".
Si espresse in questi termini, Marcello Lippi, il 23 dicembre del 2001, dopo aver espugnato con la sua Juventus il "Mario Rigamonti" di Brescia sconfiggendo le “rondinelle” allenate da Carlo Mazzone con un rotondo 4-0.
I bianconeri erano finalmente riusciti ad interrompere un digiuno di vittorie lontano dal "Delle Alpi" che durava da più di tre mesi, dopo l’ultimo successo esterno ottenuto a Bergamo contro l'Atalanta di Vavassori per 2-0 (9 settembre) alla seconda giornata del campionato 2001-02.

Con la cessione di Zidane (al Real Madrid) e Filippo Inzaghi (al Milan), gli arrivi di Buffon, Thuram, Nedved, Salas e il ritorno dell'allenatore toscano sulla panchina juventina (dopo il precedente addio del febbraio del 1999), in estate la Vecchia Signora aveva deciso di cambiare abito: dal 4-3-1-2 indossato nell’anno appena concluso al ritorno al classico 4-4-2, per una squadra più muscolare ma (inevitabilmente) dotata di minor tecnica rispetto alla precedente.

I primi mesi del campionato avevano - però - messo in mostra una pericolosa mancanza di imprevedibilità e coesione in un gruppo nuovo, vittima e carnefice al tempo stesso dei suoi continui alti e bassi, di occasioni sprecate (memorabile il derby pareggiato 3-3 dopo aver dilapidato il vantaggio di tre lunghezze), di vittorie che regalavano momentanee illusioni di un cammino meno tortuoso da percorrere sino all’obiettivo dichiarato dello scudetto.

La società sembrava intenzionata ad intervenire con correttivi di valore già nella sessione invernale del calciomercato, e la smentita di Luciano Moggi in tal senso (“per Natale non ci saranno Doni”, in riferimento all’interesse per il centrocampista allora in forza all’Atalanta) lasciava invece presagire una precisa volontà della dirigenza di rinforzare ulteriormente la rosa, andando a colmare le lacune che il campo aveva mostrato.

Poi scoccò, proprio nella gara di Brescia, quella scintilla che diede vita ad un cambio di marcia repentino, uno di quei segnali che – se colti al volo in tutta la loro essenza – sono in grado di moltiplicare le forze di chi cerca di uscire da una situazione delicata.

La temporanea assenza di Zambrotta, all’epoca ancora utilizzato come laterale destro di centrocampo, permise a Lippi di schierare Tacchinardi al centro della linea mediana, protetto ai lati da Edgar Davids (a sinistra) e Antonio Conte (nella corsia opposta), con l’avanzamento di Pavel Nedved dietro le due punte, libero di svariare e pungere le difese avversarie. Di fatto si era tornati dal 4-4-2 a quel 4-3-1-2 abbandonato pochi mesi prima, con la sostanziale differenza nell’interpretazione nel ruolo del trequartista, derivante – ovviamente – dalle diverse caratteristiche degli interpreti (Zidane prima, Nedved dopo).

Sdoganato dalla fascia sinistra, il biondo ceco iniziò a furoreggiare in lungo e in largo per tutto il rettangolo di gioco, trovando finalmente un ruolo, idoneo alle sue caratteristiche, che gli consentisse di esprimere tutto il suo potenziale. E se il Brescia nella prima mezz’ora dell’incontro mise in difficoltà la Vecchia Signora con tre conclusioni di Tare, il suo attaccante di origini albanesi, da quel momento in poi i centrocampisti bianconeri suonarono la carica, impadronendosi del gioco e conducendo la squadra di Marcello Lippi alla vittoria finale.

La prima rete bianconera fu di marca francese: cross di Thuram, schierato come difensore esterno destro, e testata vincente di Trezeguet. In occasione della seconda, realizzata da Del Piero, ci furono numerose proteste legate alla valutazione di una possibile posizione di fuorigioco del capitano bianconero nell’azione incriminata: l’arbitro De Santis la valutò passiva all’inizio, e regolare dopo che Trezeguet - ancora lui - gli servì un pallone invitante che andava soltanto spinto nella direzione della porta avversaria. Le nuove norme della FIFA, in merito, erano chiare, e il direttore di gara si limitò ad applicarle correttamente: la rete era da considerarsi valida. Ciro Ferrara (su angolo di Nedved) e Edgar Davids (direttamente su punizione) realizzarono le ultime due marcature dell’incontro. Privo delle stelle Roberto Baggio e Josep Guardiola, il Brescia dovette arrendersi al risultato e all’evidenza della netta superiorità mostrata dai bianconeri.

Nei successivi undici incontri di campionato la squadra allenata da Marcello Lippi spiccò il volo, totalizzando la bellezza di otto vittorie e tre pareggi. Il crollo a Parma a sette gare dalla fine del torneo (24 marzo 2002) non pregiudicò il successo finale della Vecchia Signora, in un torneo avvincente che si concluse soltanto all’ultima partita, disputata il 5 maggio del 2002. Come andò a finire è storia nota: il campo premiò la squadra che – alla fine della manifestazione – aveva il miglior attacco e la difesa meno perforata, in una domenica indimenticabile per il mondo bianconero.

“Né Juve, né Roma, Inter Campione”, recitava lo striscione che campeggiava nella curva nord dello stadio "Olimpico" di Roma, per l’occasione tinto di nerazzurro. Doveva essere la festa dello scudetto dell’Inter, divenne il ventiseiesimo tricolore a finire nelle mani della Vecchia Signora del calcio italiano, con la squadra allenata da Hector Cuper che – perdendo quella gara - arrivò addirittura terza dietro la Roma (vittoriosa a Torino contro i granata).
Il campo aveva deciso così: lui è sincero, non mente mai. Soprattutto nei confronti di chi è innamorato delle vittorie a tavolino.

Articolo pubblicato su

A Brescia per vincere. Ancora con Del Piero...


"In passato certe partite le avremmo perse". Queste parole, pronunciate da Claudio Marchisio domenica scorsa nell'immediato dopo gara tra la Juventus e il Cesena, evidenziano il salto di qualità compiuto dalla Vecchia Signora nel corso delle ultime giornate di campionato.

Con la sconfitta interna subita contro il Palermo nel posticipo del turno infrasettimanale giocato il 23 settembre scorso, la seconda dopo quella patita nella gara d’esordio a Bari, la (nuova) stagione bianconera sembrava essere la naturale prosecuzione di quella appena conclusa: in quattro incontri Madama era riuscita ad accumulare soltanto quattro punti, frutto di una vittoria (sull’Udinese) ed un pareggio (con la Sampdoria).
Da quel momento in poi il cammino della squadra allenata da Del Neri si è trasformato in una marcia vera e propria, che le ha consentito di conquistare quattordici punti nelle successive sei gare.

Al netto delle titubanze mostrate in Europa League, la Juventus ha trovato adesso una sua quadratura sul campo, dimostrandosi capace di sopperire alle contemporanee assenze di più giocatori, alcuni dei quali particolarmente importanti all’interno dello scacchiere del tecnico di Aquileia. Uno su tutti: Milos Krasic.

A tal proposito, ecco le dichiarazioni dell’allenatore bianconero (ancora) dopo l’ultima partita interna disputata all’Olimpico: "Due vittorie in due gare senza Krasic? Mi fa piacere, non dobbiamo dipendere da nessuno: siamo la Juve e come tale intendiamo scendere in campo".

In realtà la mancanza del talento del serbo si sente, così come è altrettanto vero che Aquilani si è impossessato del centrocampo bianconero e che la sua crescente intesa con Marchisio e Melo sta contribuendo a nascondere i problemi creati dai continui infortuni occorsi ai giocatori juventini.

Proprio in virtù delle difficoltà incontrate in questo periodo assumono maggior rilievo tutti i punti conquistati dalla Juventus, sia quelli portati a casa dalle trasferte di Milano e Bologna che le vittorie (all’apparenza semplici) ottenute contro Cagliari, Lecce e Cesena.

Il campionato di serie A non ha ancora trovato una sua padrona, e se la Juventus dovesse continuare la sua marcia evitando i pericolosi "alti e bassi" di inizio anno, potrebbe seriamente diventare - per le avversarie - una pericolosa mina vagante di questo torneo, soprattutto nel momento in cui il numero delle partite da giocare inizierà a ridursi e sarà il peso specifico dei punti a disposizione ad aumentare.

Va considerato, oltretutto, che la finestra invernale del calciomercato potrebbe offrirle l’opportunità di rinforzare la rosa e che le stagioni successive ai campionati del mondo spesso regalano delle sorprese. Ad oggi, comunque, è meglio vivere alla "giornata". Per il resto, se mai ci sarà "un resto", se ne parlerà a tempo debito. Ora ogni discorso in tal senso appare prematuro.

Gli scudetti si vincono - innanzitutto - non dilapidando punti contro le piccole squadre. Per informazioni in merito bisognerebbe chiedere notizie ad Arrigo Sacchi: il suo Milan stellare, quello degli olandesi (Gullit e Van Basten prima, a cui venne aggiunto Rijkaard a partire dalla seconda stagione) che dominò l’Europa e il mondo segnando un’epoca calcistica, in quattro stagioni ne vinse uno soltanto. I tricolori in serie, per i colori rossoneri, giunsero con l’avvicendamento su quella panchina tra lo stesso allenatore di Fusignano e Fabio Capello.

In questo turno infrasettimanale, valido come undicesima giornata del campionato, non sono previsti scontri diretti tra le squadre presenti nelle prime posizioni in classifica. Tra sabato e domenica, invece, avranno inizio le danze: Juventus-Roma, Lazio-Napoli e Inter-Milan. Concludere un periodo denso di partite come questo con due successi garantirebbe un’iniezione di fiducia enorme per la truppa guidata da Del Neri, anche perché sarebbero ottenuti in condizioni obiettivamente difficili. Una pausa di otto giorni dalla gara contro i giallorossi la separerà - poi - dalla prossima trasferta di Genova.

Le parole del tecnico bianconero circa l’importanza per la Juventus di riuscire a sopperire all’assenza di Krasic ricordano vagamente quelle pronunciate in un passato ormai lontano da Marcello Lippi nel corso della prima esperienza sulla panchina bianconera, allorquando chiedeva alla sua squadra di diventare indipendente dal talento di Roberto Baggio. Altri tempi, altri giocatori, un altro calcio. A Torino c’era un giovanotto sulla rampa di lancio pronto a decollare per una carriera luminosa che si dimostrò in grado di prendere per mano quella Juventus, allontanando - di fatto - il Divin Codino da Torino.

Adesso quel ragazzino è diventato un uomo, ha appena raggiunto il traguardo dei suoi primi 36 "autunni" dopo aver trascorso una carriera a vincere su tutti i campi del mondo. Ora è diventato il collante tra la nuova Juventus e la Vecchia Signora del passato.
A 16 anni di distanza da quei momenti, continua ad essere decisivo. Quanto e più di prima.
Tanti auguri, Capitano.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 7 novembre 2010

Altri 3 punti in classifica...


La corsa della Juventus riparte dal Cesena

"Questa Juventus ha dimostrato di avere sette vite. Abbiamo fiducia, voglia di lavorare, ci saranno momenti non semplici ma l'atteggiamento, lo spirito è quello della Juve ed è quello che interessa a me".
Luigi Del Neri pronunciò queste parole sabato 30 ottobre, nell’immediato dopo partita tra i bianconeri e il Milan. Più che un doveroso riconoscimento a quanto mostrato in campo dai suoi giocatori, sembrava un presagio di quello che avrebbe atteso la Vecchia Signora da quel momento in poi.

E’ trascorsa poco più di una settimana dalla vittoriosa trasferta di San Siro, ma sembra sia passato molto più tempo. Quello che è certo, è che si sono accumulate altre indisposizioni nella rosa a disposizione del tecnico di Aquileia.
Martinez e De Ceglie contro il Milan, Manninger il giorno precedente quella gara, Krasic e Legrottaglie nel successivo impegno in Europa League con il Salisburgo: ad ogni incontro che si presenta lungo il cammino della Juventus, la squadra perde pezzi importanti.

Dei quindici punti accumulati in questa stagione, la Vecchia Signora ne ha raccolti poco meno della metà nelle gare disputate allo stadio "Olimpico" (sette). In una partita casalinga apparentemente semplice, contro una formazione come quella romagnola che negli ultimi sei incontri ne ha persi cinque e pareggiato uno (al "Dino Manuzzi" contro il Parma, 1-1 il 17 ottobre), la Juventus deve cercare assolutamente di conquistare altri tre punti, indispensabili per continuare la rincorsa alle primissime posizioni, avvicinarsi ulteriormente all’Inter (bloccata ieri sera sull’1-1 in casa dal Brescia di Iachini) e non perdere contatto con il Milan e la capolista Lazio di Reja, che nella giornata odierna disputerà il derby contro la Roma.

In un momento particolarmente delicato come questo, nel quale una sosta permetterebbe a chi gioca con maggiore continuità di rifiatare, il numero delle partite da disputare non consente pause e distrazioni: mercoledì la Vecchia Signora sarà nuovamente in campo nel turno infrasettimanale di campionato contro il Brescia, mentre sabato prossimo ospiterà proprio i giallorossi di Claudio Ranieri a Torino. Poi, finalmente, complice la momentanea interruzione dell’Europa League (si riprenderà il 1° dicembre, la Juventus giocherà in Polonia contro il Lech Poznan), i prossimi incontri verranno disputati a distanza di una settimana uno dall’altro.

Fuori Colucci e Caserta, anche il Cesena ha qualche problema di formazione a centrocampo, laddove la Juventus ha perso la sua stella più luminosa, Krasic, proprio nella giornata in cui alcune glorie del passato bianconero calcheranno per pochi istanti il prato verde dell’Olimpico per un prepartita all’insegna dei festeggiamenti che i tifosi riserveranno ad alcuni dei 50 campioni scelti nella campagna "Accendi una stella". Tra gli assenti, spicca il nome di Zbigniew Boniek. E non è un caso.

Così come non doveva essere un caso l’assenza di Gianluigi Buffon al rituale della foto ufficiale della squadra, ma ha finito col diventarlo. Se la successiva giustificazione addotta (si trovava in Svizzera a ritirare un premio) è sembrata plausibile, dalle parole di Del Neri (da una parte) e di Silvano Martina (agente del giocatore, dall’altra) si può intuire come il rapporto tra il club e il portiere, in questo particolare momento, è più nero che bianco.

Fuori (anche) Amauri febbricitante, farà il suo ritorno sul campo Fabio Grosso (giocò l’ultima partita con la Juventus a metà luglio, nell’amichevole estiva contro l’Amburgo).
Seguendo il tracciato della linea verde voluta della società e per far fronte alla impressionante lista di indisponibili, oggi ci sarà il debutto di Frederik Sorensen, difensore danese prelevato dal Lyngby e attualmente in forza nella Primavera allenata da Giovanni Bucaro, dopo le apparizioni dello scorso giovedì di Liviero, Buchel e Giannetti e l’esordio dal primo minuto di Giandonato (che aveva già giocato con Zaccheroni il 6 febbraio scorso a Livorno, entrando in prossimità della fine dell’incontro).

Dalle formazioni giovanili al salto in prima squadra: negli ultimi anni l’unico giocatore in grado di reggerne l’urto, confermandosi nel tempo come un elemento di forza della Juventus, è stato il solo Claudio Marchisio. Dirottato Giovinco a Parma e con De Ceglie che stava iniziando proprio in questo periodo a ritagliarsi uno spazio importante (prima di infortunarsi), la Vecchia Signora - dovendo fare di necessità virtù - cercherà di trovare valide alternative agli acquisti di giocatori prelevati da altri club proprio con l’impiego dei suoi ragazzi più giovani, nella speranza di poter allacciare un contatto tra la squadra maggiore e quella minore che - negli ultimi anni - non ha portato gli effetti sperati.

In un centrocampo orfano di Krasic (e Martinez) e dove il "jolly" Pepe si stabilirà sulla fascia destra, riprenderanno le loro posizioni Aquilani e Felipe Melo: il primo era assente giovedì in Europa League in quanto (temporaneamente) inutilizzabile in quella manifestazione, il secondo perché vittima di un affaticamento muscolare.

"La mia Juventus si esalta nelle difficoltà, questo posso garantirlo sempre".
Così parlò Del Neri prima dell’incontro col Salisburgo. Dove la squadra non andò oltre un pareggio senza reti. Né fatte, ma neanche subite. Nonostante la contemporanea presenza di tre ragazzi provenienti dalla Primavera in campo. Ad oggi, questo è il bicchiere "mezzo pieno" dell’allenatore bianconero.
Che ora va riempito con tre punti.

Probabili formazioni:
Juventus (4-4-2): Storari; Motta, Bonucci, Sorensen, Grosso; Pepe, Melo, Aquilani, Marchisio; Quagliarella, Del Piero.
A disposizione: Costantino, Camilleri, Salihamidzic, Sissoko, Iaquinta, Lanzafame, Giannetti.

Cesena (4-3-2-1): Antonioli; Ceccarelli, Von Bergen, Benalouane, Lauro; Schelotto, Appiah, Parolo; Jimenez, Giaccherini; Bogdani.
A disposizione: Cavalieri, Pellegrino, Fatic, Nagatomo, Gorobsov, Piangerelli, Rodriguez.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

La stella di Boniek. A chi la diamo? (Vol. 2)


Vade retro, Zibì. Una sommossa popolare come nemmeno ai tempi di Stankovic dato per bianconero: decine di petizioni per impedire che una delle 50 stelle che "accenderanno" il nuovo stadio, dedicate ad altrettanti campioni della nostra storia, venga assegnata al polacco, colpevole di averci odiato troppo, da quel dì che se ne andò.
Chi al suo posto, però? Quale eroe dimenticato, più di tutti, merita quel posto d'onore?
Una discussione ancora più caotica e appassionata: ogni juventino ha il suo. E siccome noi Teamster siamo tanti, ci siamo prestati al giochino e, uno per uno, abbiamo acceso la nostra personale Stella, sperando di rappresentare tutte le opinioni. Diteci la vostra su Facebook!


Signor Presidente (Domenico Laudadio) - Signor Presidente, siamo qui a chiederLe una stella per 39 cittadini del cielo che furono vidimati dal sangue e dall'odio dei barbari e dalla vita per sempre sfrattati, laceri e in stracci in quella curva dell'Heysel. Le chiediamo dignitosamente un segno perenne a nome di chi si smarrì in quel viaggio, di chi li amò e non ebbe più lacrime per piangerli, e di chi non li ha mai dimenticati. Le sussurriamo dolcemente da uno a trentanove quei cari nomi... Presidente, in fondo Le chiediamo soltanto una piccola stella, per celebrarne ai posteri la memoria ed il vanto di onorarli nel nostro firmamento in bianco e nero come l'astro più intenso.

A tutti gli altri, per farli sentire qualcuno (Trillo) - Come un monumento al Milite Ignoto, troverei giusto lasciare lo spazio di una stella per loro, gli avversari. Tutti. Italiani, stranieri, dai più titolati ai più modesti, sarebbe bello che ci fosse uno spazietto anche per loro. Perché sarebbe giusto, in fondo, rendere l'onore delle armi a chi, perdendo, ti ha reso grande per sempre. Una stella senza nome, di tutti e di nessuno. Perché noi siamo la Juve, ma non sarebbe giusto farlo pesare a chi non lo è. Alla faccia di chi ci trova antipatici, uno spazio permanente dentro la nostra Casa. Perché possano sentirsi qualcuno.

A chi la stella ce l’ha fatta vincere (Thomas Bertacchini) - Vogliamo dare un’occhiata alla nostra storia? Allora potremmo dare il giusto premio a William “Liam” Brady: due anni alla Juventus (dal 1980 al 1982), conditi da due scudetti consecutivi.
I tifosi si innamorarono prima delle giocate del suo piede sinistro, per poi scoprire - poco alla volta - le qualità di un uomo vero. Non si tirò indietro il 16 maggio del 1982, a Catanzaro, quando si trattò di tirare il rigore decisivo non soltanto di una singola partita, ma di un campionato intero. Conoscendo già il suo destino: se ne sarebbe dovuto andare via da Torino. C’erano due giocatori ai quali avrebbe dovuto fare spazio: Platini e Boniek. Appunto. Quel goal dal dischetto fruttò il ventesimo titolo alla Vecchia Signora. E la seconda stella. Giusto per rimanere in tema.

La stella cometa (Riccardo Gambelli) - Io scelgo Andrea Fortunato, la stella cometa, il campione che volava sulla fascia sinistra, con l'orgoglio di essere arrivato ad indossare la casacca bianconera, quella che sognava da bambino. Scelgo lui per i suoi occhi malinconici che leggevano il suo tragico futuro, scelgo lui per il coraggio che ha dimostrato nel combattere una malattia terribile dal nome "leucemia", scelgo lui perché è sempre nei miei ricordi, scelgo lui perché ci ha lasciati troppo presto, scatenando in tutti noi quei terribili sentimenti contrastanti: dolore immenso e rabbia, che portano a chiedersi perché debba morire un ragazzo così giovane.
Scelgo lui per tutto questo e non mi preoccuperò se la sua stella non verrà posta nel nuovo stadio, perché mi basterà alzare gli occhi verso il cielo per poterla scorgere: è lassù e brilla sempre.

L'idolo dei mala tempora (Claudio Amigoni) - Arrivò dal Bayern con le credenziali di uno fra i migliori interpreti del ruolo a livello planetario. Le battaglie nel nostro campionato lo forgiarono ulteriormente, facendolo diventare quel guerriero duro che incuteva timore agli avversari con la sua sola presenza e il suo sguardo truce. Vinse uno scudetto non recitando la parte da attore protagonista, panni indossati in altre stagioni più sfortunate alla Juve, soprattutto in quella che portò il club alla conquista di una delle tre Coppe UEFA che ne impreziosiscono la bacheca. Campione del Mondo nel '90, con la sua Nationalmannschaft strozzò in gola agli italiani l'urlo delle Notti Magiche. Jürgen Kohler fu un trascinatore. Tante stelle a chi ci ha fatto vincere, insomma, ma una stella anche a chi ha contribuito a mantenere dignità e reputazione quando la Juve perdeva. Quasi da solo.

La stella del Coraggio (Angelo Ribelle) - Incredibile la dimenticanza di uno juventinovero come Tino Castano, che della Juventus è stato forse uno degli emblemi più compiuti: antidivo per antonomasia, campione per bravura, correttezza abbinata alla necessaria 'cattiveria', all'intelligenza, ad uno stile e un modo di essere, dentro e fuori dal campo, tipicamente juventini, di quella Juve della prima Stella in cui entrò giovanissimo a soli 19 anni. Ma non solo: campione anche per il grandissimo coraggio e la voglia di non arrendersi mai, neanche alla malasorte: a 22 anni la sua carriera era data praticamente per finita a causa delle sue ginocchia di vetro, plurioperate e rimesse insieme per puro miracolo: e divenne il centromediano con i bulloni. Niente lo fermò: c'era lui in quella difesa che supportava l'attacco del trio Boniperti-Charles-Sivori, e c'era ancora lui, un decennio più tardi, nella Juve operaia di Heriberto, lui, l'impeccabile capitan Tino, con il suo senso tattico unito all'agonismo e ad una volontà tanto ferrea da sconfinare nello stoicismo, a serrare i denti in coppia con Berceroccia, Giancarlo Bercellino, un altro dimenticato illustre: Tino la mente, Berceroccia la forza pura. Due juventini doc, due stelle che brillano di luce propria, a dispetto della labilità della memoria umana.

Tedesco? Forse (Nino Ori) - Arrivò alla Juve da Bologna nel '68. Haller, il tedesco meno teutonico della storia, non era più un giovincello (29 anni) e il fisico un po' rotondetto denunciava una certa tendenza ad eccedere nei piaceri della vita (buona cucina, alcool, fumo, donne). L'intelligenza, la visione di gioco e il tocco di palla erano però quelli di un fuoriclasse assoluto, di una stella di primaria grandezza. Si mise al servizio della squadra, facendo da chioccia alla nidiata di giovani campioni portati alla corte della Signora dalla gestione Boniperti-Allodi. E accettò con grande disponibilità, dopo la malattia di Bettega nel '71/'72, di improvvisarsi spesso seconda punta atipica, dietro ad Anastasi e davanti al barone Causio, suo allievo prediletto. Un pezzo importante di quello scudetto (il 14°) lo dobbiamo a lui. Riservare una stella a chi ha contribuito sul campo alla crescita umana, tecnica e tattica di tante nostre stelle è doveroso.

Al sogno di giocare nella Juve (Patrizia Gai) - Riccardo e Alessio, che in un pomeriggio come tanti altri, a Vinovo, hanno perso la possibilità di continuare a sognare, di rincorrere quel pallone oggetto di speranze di tanti giovani, a causa di un destino perverso e crudele. Un tiro impreciso, un pallone che rotola nel punto sbagliato, il buio, la terra scivolosa e l'acqua gelida. Quel pallone, che appariva loro come un futuro brillante e felice, li ha uniti in un tragico epilogo.
La Stella deve avere i loro nomi: perchè lo sport non è solo sudore, muscoli e competitività, è soprattutto onestà, correttezza, rispetto e voglia di migliorare e di migliorarsi.

Il nostro Forrest Gump (inunmondoche) - Trovo sinceramente un po' cobolliana l'esclusione dal firmamento juventino di quei giocatori che hanno lasciato la Juve nel 2006, e tanto più nel caso di Gianluca Zambrotta che, è bene ricordarlo, fu ceduto per comprensibilissime ragioni economiche, senza che mai gli venisse proposto di restare. Vero: disse una frase un po' infelice su Calciopoli, ma con i vari Tardelli e Boniek sarebbe stato tutto sommato in buona compagnia. L'operazione di riscrittura della storia tra fedelissimi e infami non può funzionare con quello che, vestendo la nostra maglia, è stato per 5 anni il miglior terzino sinistro del pianeta, un professionista esemplare, una colonna della Juve vincente, il nostro più grande orgoglio in Nazionale, dove per 3 competizioni consecutive è stato tra i migliori Azzurri, laureandosi infine Campione del Mondo. Quando lo acquistò, Moggi disse che lui "non comprava i nomi, ma i giocatori". Zambrotta lo ripagò e fu suo speciale orgoglio; in quelle dannate intercettazioni lo sentiamo gongolare con Lippi, che lo indica come il più forte degli Azzurri, rispondendo:"e sta solo al 40% !". Carattere schivo, assai poco loquace, Zambrotta non fu, come tanti nella Juve, un giocatore normale che, inserito nella nostra fabbrica, diventò molto forte. Zambrotta fu un normale che diventò campionissimo, un protagonista assoluto della nostra Storia. Un po' come Forrest Gump. Certo, ha detto qualcosa di stupido, ma "stupido è chi lo stupido fa". E lui con noi ha fatto solo cose intelligenti.

Articolo pubblicato su

Ps: qui potete trovare la prima parte