venerdì 2 luglio 2010

Paolo Montero, l'Avvocato e il gruppo-Juve


Il giorno dopo arriva l’Avvocato Agnelli (al campo). Mi chiama e mi dice: "Montero vieni… Non lo hai preso bene…" E io gli dicevo: "No, no, guardi che più o meno io l’ho preso…". "No, no. Se tu lo prendevi bene, lui cadeva…"
L’episodio a cui faceva riferimento Paolo Montero, nel corso dell’intervista comparsa sulla "Gazzetta TV" lo scorso 27 giugno, è quello del famoso pugno a Di Biagio (3 dicembre 2000, Inter - Juventus 2-2). A cui lo stesso uruguaiano, nel bel mezzo delle polemiche che scoppiarono nei giorni immediatamente successivi a quella gara, dedicò queste parole: "Questo è il calcio. Di Biagio può andare a giocare a pallavolo, al massimo".
Baluardo difensivo della Vecchia Signora per nove stagioni: le prime da protagonista, le ultime (quasi) da spettatore. Una presenza forte, in campo e fuori. Il "gruppo", prima di tutto. E tutti.

Nel periodo mio la Juve non era forte come quella di Capello, però aveva un cuore… C’era un gruppo straordinario.. Una delle cose più belle che abbia mai vissuto è il gruppo della Juve…

La Juventus che vinceva aveva un’anima di ferro: non guardava in faccia a nessuno. Fissava gli avversari direttamente negli occhi. Senza paura. Poteva perdere, ma non senza aver dato tutto il possibile per evitarlo.
La forza di quella squadra la si poteva cogliere da un’infinità di segnali. Uno tra i tanti, fu l’esultanza di Ciro Ferrara dopo aver segnato un goal nell’incontro di andata valevole per l’assegnazione della Supercoppa Europea, giocato a Parigi il 15 gennaio 1997. Avversario della Juventus era il Paris Saint Germain di Rai e Dely Valdes (finì 6-1 per i bianconeri).
Al momento della marcatura la sua reazione fu un misto di gioia e rabbia, come se si fosse trattato di una rete decisiva. Ma era la terza, per di più in trasferta. L’importante, per lui, era aver segnato, non in "quale" momento dell’incontro.
Questo è lo spirito da "cannibali", quello tipico dei vincenti.

Durante un suo intervento nel corso di un seminario sugli sport di squadra organizzato dal Coni, nello scorso mese di aprile, l’ormai ex CT della nazionale Marcello Lippi - che di quella Juve era l’allenatore - "separò" i grandi calciatori in campioni e fuoriclasse: "I primi sono dei solisti, dei galli nel pollaio, che hanno grandi doti ma che non fanno nulla per migliorare e mettono in mostra le proprie qualità solo in poche occasioni. Sono primedonne che non si mettono a disposizione del gruppo, non aiutano la squadra". Sui fuoriclasse: "Hanno il talento, non solo tra i piedi, e lo mettono al servizio del collettivo. Hanno grandi qualità in campo e fuori, incarnano i valori della leadership. Di questi giocatori più se ne hanno e meglio è".

Non è facile creare un gruppo vincente. Non basta avere una guida forte e sicura: quella è la base di partenza, ma può non essere sufficiente.
A volte, invece, nasce quando meno te l’aspetti.
Accadde, ad esempio, a Roma, sponda laziale, nel 1974. La squadra dei clan, di quelli uniti in campo ma separati più che mai nello spogliatoio. Quella divisa tra il gruppo di Re Cecconi e Martini (da una parte) e quello di Chinaglia e Wilson (dall’altra). Una Lazio che combatteva contro tutto e tutti, dentro e fuori il campo. Ma che ha saputo vincere uno scudetto rimasto nella storia dopo esserci andata vicino l’anno precedente.

Ripartire, per la nuova Juventus, non sarà uno scherzo. Ci vorrà tempo, laddove (di tempo) non ne verrà concesso. Ci vogliono campioni, per alzare il tasso tecnico della squadra. Anzi, per dirla alla Lippi: fuoriclasse. Ci vorrà - almeno - un "gruppo" di calciatori unito come non mai (sicuramente non come è capitato in questi ultimi anni) per colmare quelle lacune che potrebbero evidenziarsi al termine di una campagna acquisti/vendite che si annuncia numerosa, sia in entrata che in uscita.
Cercare nella massima unità di intenti la forza per superare alcuni ostacoli, potrebbe rivelarsi un’arma vincente. Viceversa, limitarsi a quella sin dal principio, rischierebbe di rivelarsi un boomerang.
Il gruppo dovrà essere l’arma in più, non l’unica: senza classe, non si vince.

Mi chiamava alle 5 di notte. A me e a tutta la squadra. Lui si svegliava alle 4.30 per andare a lavorare e ti chiamava 5 minuti. Io non ci credevo, pensavo fosse un amico e buttavo giù. Alla fine avevo capito che era lui e ho risposto. "Uh sì, Avvocato, come sta?" "Che sta facendo?" "Stavo dormendo…" Alle 5.00, che vuoi fare?...
Lui era l’Avvocato. Il fuoriclasse più fuoriclasse di tutti.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

(Guarda qui la video intervista a Paolo Montero)

5 commenti:

JUVE 90 ha detto...

Grande squadra quella quella del 2000. Non fosse stato per un certo Ancelotti gli scudetti delle romane era tutti e due i nostri. Non credo neanche che quella squadra tecnicamente valesse meno di quella di Capello...

JUVE 90 ha detto...

Minuto da 8:55 a 9:00 Piccinini chiaro veggente :-)

Cronache bianconere ha detto...

Dio che nostalgia, Sante... Che squadra...
Anzi: che squadre ;-)

Ps: sì. Veggente... :-)

IoJuventino ha detto...

Uno dei giocatori che più ho amato. Con lui in campo era un'altra Juve. Avrei tanto voluto giocarci assieme. Uno dei difensori più forti, nonostante si continui a scrivere stronzate. Guidava la difesa come un cagnaccio guida il branco.

Cronache bianconere ha detto...

"Guidava la difesa come un cagnaccio guida il branco": fantastico... ;-)