giovedì 30 dicembre 2010

La libertà di scegliere ed il rispetto verso i tifosi

Con il campionato fermo per la sosta invernale spettava alle trattative di mercato ed alle partite della Premier League il compito di catalizzare le attenzioni dei tifosi italiani, nell’attesa della ripresa degli incontri della serie A.
Poi accade che Benitez vince la Coppa del Mondo per Club con l’Inter e viene allontanato da Milano, sostituito da quel Leonardo che sino a pochi mesi fa sedeva sulla panchina del Diavolo rossonero: apriti cielo.
Ma come può un tecnico fare una scelta simile? Tredici anni in una società nelle vesti di giocatore, dirigente e allenatore per poi decidere di correre tra le braccia dell’avversario per antonomasia, il vicino di casa con il quale sei costretto a condividere gli spazi nella stessa città?

Urge una spiegazione ai sostenitori, non solo quelli rossoneri, ma a tutto il "popolino" degli innamorati del pallone, a coloro i quali credono ancora ad un calcio romantico ispirato da sentimenti sinceri, nascosti tra le "scelte di vita" e le carriere "professionistiche" fatte di occasioni da prendere al volo. Ed ecco, quindi, dipinto il ritratto di Leonardo Nascimento de Araújo, uomo libero che non dimentica il proprio passato, che ha girato il mondo, poliglotta, di bell’aspetto, affascinante ed elegante. La stessa persona che il 22 ottobre scorso, due mesi prima dell’annuncio del suo passaggio all’Inter, in merito alla notizia di un (probabile) interesse manifestato dalla Roma nei suoi confronti, disse: "In questo momento sarebbe come tradire la mia storia, il mio passato in rossonero. E’ trascorso poco tempo, sono ancora troppo legato al Milan. Ora farei troppa fatica a lavorare in Italia, in futuro magari, ma adesso no" .
Due mesi. Poco di più. Le date si riferiscono, ovviamente, a tutto ciò che è diventato di dominio pubblico, escludendo quello che - in quel periodo - si muoveva sottobanco.

E’ passato dal Milan all’Inter, d’accordo, ma non c’è nulla di cui scandalizzarsi.
Giovanni Trapattoni, più di trent’anni fa (nel 1976), dopo aver trascorso una vita al Milan (quattordici stagioni sul campo ed una breve esperienza come tecnico) decise di rispondere alla chiamata della Juventus, spostandosi a Torino. Lì costruì la sua fama di allenatore, contribuendo a scrivere intere pagine della storia bianconera. E dopo? Tornò a Milano, sponda nerazzurra, dove vinse uno scudetto a ritmo di record. Al termine di quella esperienza rientrò sotto la Mole Antonelliana, tra le braccia della Vecchia Signora.
Quindi, riepilogando: Milan, Juventus, Inter e (ancora) Juventus. Solo per citare i primi club da lui allenati.

Fabio Capello, uno che conosce bene il nuovo tecnico dei nerazzurri, ha dichiarato: "Leonardo? Ognuno nella propria vita fa le proprie scelte. Ha fatto una scelta importante, definiamola di controtendenza e gli auguro tutto il bene del mondo. Ai tempi l’ho fatto acquistare io dal Paris Saint Germain al Milan, è un ragazzo intelligente".
Lo stesso selezionatore della nazionale inglese fu protagonista, sei anni fa, di un episodio simile, anche se a lui furono necessari poco più di tre mesi per cambiare idea. Il 7 febbraio del 2004, nell’immediata vigilia dell’incontro tra la sua Roma e la Juventus (finì 4-0 per i giallorossi), disse: "Io alla Juve? Non ci andrei mai. Rispetto la società bianconera, che colloco tra le prime cinque al mondo, ma a me non interessa andare lì. Dovrebbe essere il sogno di una vita, ma non lo è della mia". Nella serata del 27 maggio 2004 mise la firma sul contratto che lo avrebbe portato a Torino.

Per i sostenitori che ritengono di sentirsi traditi e danneggiati da queste scelte l’impatto emotivo che ne consegue al loro verificarsi è spesso difficile da assorbire. Poi, ovviamente, il bene della squadra finisce sempre in prima posizione: passano gli uomini, rimane il club. Ognuno è libero di percorrere le strade che preferisce e di esprimere le proprie opinioni, nel rispetto dei rispettivi ruoli (da una parte i tifosi, dall’altra i professionisti del mestiere).
Certe dichiarazioni degli addetti ai lavori, però, smentite poi con i fatti a distanza di poco tempo, sarebbe opportuno venissero evitate. Da parte di chiunque e indipendentemente dalle società di appartenenza.
Si possono cambiare squadre in continuazione ed allo stesso modo ottenere il rispetto di tutti, con l’impegno e la professionalità. Senza dimenticare che il tifoso è sì innamorato del proprio club, ma non stupido. Meglio farlo prima che il "giochino" si rompa.
Quello che vive solo con la passione ed i soldi di chi viene preso in giro. Spesso e volentieri.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

domenica 26 dicembre 2010

La Juventus, il Parma e l'Epifania

Il campionato ripartirà il 6 gennaio prossimo, con la Juventus che ospiterà il Parma di Pasquale Marino all’ora di pranzo in occasione della diciottesima giornata della serie A, penultima tappa del girone di andata.
Il caso ha voluto che anche lo scorso anno bianconeri e parmensi abbiano incrociato il proprio cammino nel giorno dell’Epifania e nello stesso momento del campionato, con l’unica differenza che l’incontro si disputò allo stadio "Tardini".

Accadde nella partita d’esordio di Roberto Bettega in qualità di vicedirettore generale (con ampi poteri su tutta l'area sportiva) della società juventina. Seduto in tribuna in mezzo a Blanc e Secco, ricevette il "benvenuto" da parte di un esponente della politica locale: "siete una squadra di scarponi". Un autogoal di Castellini regalò il successo alla Juventus (2-1 il risultato finale), in una gara preceduta da due inaspettati protagonisti: Marco Cavozza (un falconiere) e la sua aquila, che vigilarono sui teloni messi a protezione del terreno di gioco da neve e gelate per evitare che le cornacchie - alla ricerca di lombrichi - li bucassero, permettendo così il regolare svolgimento dell’incontro.

Sconfitta dal Bayern Monaco in Champions League (con la conseguente "retrocessione" in Europa League) e da Bari e Catania in campionato nelle ultime tre partite disputate, la barca bianconera progettata da Jean Claude Blanc aveva iniziato ad affondare. A nulla valse l’arrivo di Bettega: il danno - irreparabile - era già stato fatto, a partire dalla successiva gara casalinga giocata contro il Milan (0-3, 10 gennaio 2010) Madama riprese subito a perdere.

Scorrendo i calendari degli ultimi dieci campionati di serie A, e sfogliando l’album dei ricordi in bianco e nero, si può notare come alla Juventus sia capitato di giocare il giorno dell’Epifania in altre tre occasioni.
Il 6 gennaio del 2002 vinse allo stadio "delle Alpi" contro l’Udinese di Ventura con il risultato di 3-0 (Zambrotta, Nedved, Davids), nel campionato passato alla storia come "quello del 5 maggio", che si concluse con lo scudetto numero ventisei per la Vecchia Signora.

Due anni dopo, nel 2004, sempre a Torino ottenne un altro successo contro il Perugia di Serse Cosmi per 1-0: Pavel Nedved, fresco vincitore del Pallone d’Oro, dopo aver festeggiato con i suoi tifosi la conquista del prestigioso trofeo nei momenti immediatamente precedenti l’incontro decise la gara con un gran goal realizzato con un tiro scagliato da trenta metri circa di distanza dalla porta difesa da Kalac. Il tricolore, a fine anno, andò al Milan di Carlo Ancelotti.

Nel corso della stagione successiva, il 6 gennaio 2005 incontrò il Parma (di nuovo) allo stadio "Tardini", pareggiando 1-1: alla rete iniziale di Ibrahimovic rispose Marchionni, che all’epoca militava ancora tra le fila dei ducali. Al termine del campionato la Vecchia Signora giunse davanti a tutte le altre squadre per la ventottesima volta.

Numeri, statistiche, curiosità e ricordi snocciolati nell’attesa che la prossima sessione di calciomercato restituisca alla Serie A una Juventus rinforzata e corretta laddove mostra ancora lacune evidenti, per riprendere il suo processo di crescita e quella seconda posizione in classifica conquistata dopo la gara contro la Lazio e persa nella domenica immediatamente successiva, a causa del goal realizzato da Pellissier nel finale dell’ultima partita del 2010 disputata a Verona.

Luigi Del Neri, nel corso di una intervista rilasciata a "SkySport1" pochi giorni fa, ha tracciato la strada: "La filosofia di un grande risultato pone solo un obiettivo. Invece i piccoli obiettivi portano ad un grande risultato. Devo sempre stimolare l’obiettivo piccolo, cioè fare più goals, prendere meno goals, fare un punto in più dell’anno scorso, arrivare quinti, poi quarti, terzi, secondi. Così motivo i miei".
Nell’ultima giornata del girone di andata la Juventus si recherà a Napoli, dopo che la squadra di Mazzarri avrà affrontato l’Inter del nuovo tecnico Leonardo al "Meazza". Nell’arco di poche ore la classifica potrebbe cambiare nuovamente la sua fisionomia.
Nella speranza che - di obiettivo in obiettivo - la corsa degli uomini del tecnico di Aquileia si fermi il meno possibile.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

venerdì 24 dicembre 2010

Buon Natale a tutti

Sullo sfondo c’è Torino, bellissima.
Il video è opera di Massimiliano, qualcosa più di un amico (Massim. Weblog )
Tanti cari Auguri di Buon Natale a tutti.

mercoledì 22 dicembre 2010

Marotta, i numeri dell'estate e l'evoluzione Juve

Miglior attacco della serie A (sia in casa che in trasferta), minor numero di sconfitte nelle prime diciassette giornate di campionato (due), imbattuta dallo scorso 26 settembre con sole 14 reti subite nelle ultime 18 gare, Europa League compresa. Sono i numeri della Juventus di Luigi Del Neri, la formazione attualmente quarta in classifica dietro Milan, Lazio e Napoli.
Bastava poco perché si ritrovasse a soli tre punti di distanza dai rossoneri, ma sul più bello sono comparsi nuovamente i sintomi di quella malattia che la Vecchia Signora dovrà curare in questa pausa natalizia: la "pareggite". Sei incontri su sei terminati senza vittorie né sconfitte nella manifestazione europea, quella che Madama ha salutato con largo anticipo rispetto alle previsioni iniziali; sette, invece, sono stati i pareggi nella competizione nazionale (poco più del 40% delle partite disputate). Eppure, senza il goal di Pellissier realizzato nei minuti di recupero dell’ultima gara giocata a Verona, questi numeri avrebbero assunto un’altra rilevanza.

Soprattutto alla luce del punto di partenza della nuova Juventus targata Andrea Agnelli: come riportava "Tuttosport" lo scorso 2 settembre, la società bianconera si era resa protagonista di una sessione estiva di calciomercato condotta su ritmi pazzeschi, con un totale di 90 operazioni ufficiali compiute (tra entrate, uscite e risoluzioni contrattuali) che hanno coinvolto i suoi tesserati a partire dalle formazioni giovanili sino ad arrivare alla prima squadra, con una media di oltre una trattativa al giorno. Giuseppe Marotta, il 20 maggio, dichiarò: "Alla Juventus serve un processo evolutivo, non una rivoluzione". Numeri alla mano, si trattò di un qualcosa di più di una semplice "evoluzione".

Era stato deciso di gettare le fondamenta di un progetto sportivo ad ampio raggio, che difficilmente avrebbe portato nell’immediato risultati importanti, ma che puntava a non ripetere lo stesso errore compiuto dalla precedente gestione: quello di dover ripartire da zero, senza certezze e dopo aver spremuto le residue energie dai calciatori rimasti nonostante il terremoto del 2006. A chi storceva il naso sull’operato della nuova dirigenza, con il ritornello "quantità ma non qualità", la risposta veniva racchiusa in un’unica parola: "pazienza".
Quella che non esiste, quando ti chiami "Juventus". A maggior ragione se anche il suo stesso Presidente, recentemente, alla voce "Calciopoli" ha poi riconosciuto che "In questi anni abbiamo abusato della pazienza dei nostri tifosi".

Marotta, intervistato dalla "Gazzetta dello Sport" due giorni addietro, ha tenuto a precisare come "E' necessario arrivare (ai livelli di eccellenza sportiva, ndr.) senza saltare nessuna tappa a livello economico e organizzativo. Nei grandi progetti, quelli che durano, quelli vincenti, non si improvvisa niente, non si può improvvisare niente".

Sempre il 2 settembre scorso, la foto di Mourinho ricopriva la quasi totalità dello spazio disponibile nella prima pagina della rosea: aveva rilasciato un’intervista esclusiva al taccuino di Fabio Licari, nella quale ammetteva di sentire Moratti ogni settimana, anche se - da professionista - riteneva di aver chiuso un capitolo della sua vita ("Quando chiudo, chiudo"). Accanto all’immagine, con il rimando ad un articolo scritto da Matteo Dalla Vite, si poteva leggere: "Benitez deluso dal mercato. Però a gennaio qualcuno arriverà". E qualcuno se ne andrà…
La Juventus? E chi se la filava… C’era spazio solo per uno sfogo di Diego, il brasiliano ceduto ai tedeschi del Wolfsburg: "Del Neri mi aveva detto che ero indispensabile, ma Marotta vuole solo italiani e non campioni".
Per il resto, si scommetteva sulle tre sfidanti per lo scudetto: Milan, Inter e Roma.

Nell’edizione odierna della "Gazzetta dello Sport", accanto al saluto ad Enzo Bearzot (ciao, Vecio), ecco le foto di due allenatori che potrebbero rappresentare il futuro dell’Inter: Leonardo e… Mourinho.
Il tecnico portoghese, in rotta di collisione con Jorge Valdano, dopo le cinque reti subite dal Barcellona e preso atto dello strapotere degli avversari diretti in Spagna (anche se la distanza in classifica è di soli due punti), lancia un messaggio a Moratti: "All’Inter tornerei, ma spero non abbia bisogno di me…". L’intervista, anche questa volta, è stata curata da Fabio Licari. Viene proposta a "puntate", quasi a voler accompagnare un suo rientro in Italia la prossima estate.

In questa sessione invernale di calciomercato i nerazzurri (quasi certamente) si rinforzeranno, Cassano è ormai del Milan che cerca di liberarsi di Ronaldinho, la Roma prova ad acquistare difensori mentre il Napoli migliorerà la rosa a disposizione di Mazzarri pregustando un finale di stagione nelle primissime posizioni in classifica.
La Juventus? Continua nella sua opera di "evoluzione", alla ricerca di un goleador in grado di aiutare la squadra a trasformare i pareggi in vittorie. Perché puoi avere anche il miglior attacco della serie A e non perdere da una vita, ma soltanto accumulando tre punti a domenica ti metti nelle condizioni di puntare a vincere qualcosa di importante.

Nell’attesa, c’è anche la possibilità di "distrarsi" con i colloqui di Stefano Palazzi: dopo "Farsopoli" è iniziata "Calciopoli".
Vedremo.
Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

martedì 21 dicembre 2010

Ciao Enzo. Grazie di tutto

Ciao, Vecio. Grazie per aver regalato un sogno ad un bambino come tanti

domenica 19 dicembre 2010

Altri due punti persi...


Del Neri, la Juve ed i particolari importanti


Guardando la classifica dall’alto verso il basso e scorrendo il calendario, si può vedere come il Milan - in questa stagione - abbia già affrontato Juventus, Napoli, Lazio, Roma e Palermo, vale a dire le cinque formazioni più vicine ai rossoneri nelle primissime posizioni. In questi scontri diretti gli uomini di Allegri hanno accumulato due vittorie, due sconfitte ed un pareggio. Un po’ poco, almeno per ora, per una squadra che dovrebbe dominare il campionato.

La disfatta nell’anticipo di ieri contro i giallorossi coincide - guarda caso - con una gara nella quale Ibrahimovic non è riuscito a mettere il suo nome nel tabellino dei marcatori, a differenza di Borriello che, con il classico goal dell’ex, ha permesso alla Roma di sbancare Milano.
Lo svedese, viceversa, aveva segnato nelle altre quattro partite: inutile ai fini del risultato finale quello realizzato contro la Juventus; decisivo in occasione del pareggio in trasferta contro la Lazio (1-1, 22 settembre), nel 2-1 finale contro il Napoli allo stadio "San Paolo" (25 ottobre) e nel vantaggio sul Palermo prima dell’ultima marcatura di Robihno a "San Siro" (3-1, 10 novembre).
Se in più dovessimo aggiungere il derby contro l’Inter (14 novembre), basterebbe annotare l’ennesima rete vincente di Ibrahimovic nell’1-0 finale.

A leggere i numeri relativi alle partite dei rossoneri, acquista ancora più peso la dichiarazione di Giuseppe Marotta di pochi giorni fa: "Milan più forte? Il campionato è ancora lungo, ma se il Milan è Ibra-dipendente noi puntiamo di più sull'organizzazione di squadra, tanto che abbiamo mandato in goal tanti giocatori diversi".
Alla Juventus che ancora detiene il primato del miglior attacco della serie A (31 reti segnate in 16 gare disputate) si chiede oggi la terza vittoria consecutiva dopo le ultime due ottenute contro il Catania e la Lazio. In questa stagione sarebbe una novità assoluta, e capiterebbe proprio nel momento giusto: nella trasferta in Sicilia gli uomini di Del Neri dovevano dare una risposta importante ai rossoneri dopo il loro 3-0 interno sul Brescia, e ne venne fuori un successo in un campo rimasto imbattuto per quasi un anno (dal 13 dicembre 2009); contro i biancocelesti c’era un secondo posto in classifica da agguantare ed un Diavolo da non far scappare, ed ecco la volata finale di Krasic per una vittoria che definire emozionante è dire poco; contro il Chievo si presenta adesso l’opportunità di avvicinarsi ulteriormente al Milan in classifica, proprio quando si parlava della squadra di Allegri come la sicura vincitrice del titolo (platonico) di campione d’inverno.

Fa piacere pensare che la rincorsa della Vecchia Signora sia coincisa con la sua ultima sconfitta, quella subita lo scorso 23 settembre. Sempre Marotta, nel corso di una recente intervista trasmessa su "Juve Channel", nel rispondere alla domanda "L’entusiasmo la sorprende?" (riferita, ovviamente, all’ambiente bianconero), ha dichiarato: "Lo sento, è palpabile. Tutto è cominciato con la sconfitta interna contro il Palermo: è una rarità essere chiamati sotto la curva dopo un ko. E’ una cultura diversa nel calcio italiano sempre esasperato. La gente crede nel progetto Agnelli". Per i tifosi juventini, quelli che vengono ripetutamente dipinti dagli organi di informazione come brutti, cattivi e "squalificati", è una dolce musica per le loro orecchie.

Complice l’eliminazione dall’Europa League, adesso Del Neri avrà più tempo per "poter lavorare con calma su quei particolari che sono importanti nel nostro modo di vedere il calcio". Un vantaggio verso le rivali nelle prime posizioni in classifica. Milan compreso, ovviamente. Che si troverà a dover affrontare il Tottenham nella gara di ritorno valida per gli ottavi di finale della Champions League il 9 marzo 2011, pochi giorni dopo aver disputato la partita di campionato contro la Juventus allo stadio "Olimpico" di Torino (si svolgerà - con ogni probabilità - il sabato precedente).

E mentre le squadre impegnate nelle manifestazioni europee riprenderanno i loro cammini il prossimo febbraio, l’Inter torna da Abu Dhabi con una Coppa del Mondo in più, ma - probabilmente - con un allenatore in meno. Tanto tuonò su Benitez, che alla fine l’allenatore esplose: accusato dal mondo intero di tutto quanto di negativo è capitato ai nerazzurri in questi primi mesi della stagione, ha saputo aspettare il momento giusto per rispondere a tono, togliendosi tutti i sassolini dalle scarpe. Non si è dimenticato neanche di Rui Faria, il preparatore atletico e collaboratore di Mourinho, che poco più di due settimane fa aveva ironizzato sul suo operato: "L’ultima stagione ha portato tituli e autostima. Di spremuto, forse c’è solo una cosa. Da un punto di vista scientifico, la causa principale di questi infortuni può essere la preparazione. Perché è l’unica cosa cambiata rispetto all’anno scorso: giocatori, medici e calcio italiano sono gli stessi. E poi, scusi, prepararsi significa anche recuperare. Se una squadra è un po’ stanca te ne accorgi a inizio stagione: programmi la preparazione con questo obiettivo. Com’è possibile dopo 5 mesi parlare di squadra stanca? È il contrario: se fosse stata stanca, 5 mesi sarebbero stati sufficienti per recuperare" .
Nell’esplosione di Benitez nell’immediato dopo gara, c’è stato spazio per affrontare anche questo argomento: "Voglio capire cosa fanno i giocatori. Questi ragazzi arrivano da due anni senza fare palestra e per compensare il lavoro atletico ci vanno, e allora nascono i problemi e gli infortuni".
Un bell’ambiente, non c’è che dire. A quanto pare Mourihno non era l’unico tecnico a non essere "pirla" nella Milano nerazzurra. Qualcuno se ne sta accorgendo soltanto adesso.

Questo è un altro vantaggio psicologico per gli uomini di Del Neri rispetto ad una delle avversarie dirette. Da sfruttare. Cominciando da Verona, se possibile.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com

sabato 18 dicembre 2010

Quando dalla nebbia del Bentegodi spuntò Trezegol

Luigi Del Neri era infuriato, la sera del 19 gennaio 2003: il suo Chievo e la Juventus stavano disputando il match valido per la diciassettesima giornata di quella stagione immersi nella nebbia. Seduto sulla panchina continuava a ripetere: “Pazzesco, pazzesco”. Tanto dalle tribune dello stadio “Bentegodi” di Verona quanto dalla televisione non si vedeva praticamente nulla. A completare (e complicare) la situazione ci si misero anche i fumogeni accesi sugli spalti e lanciati a bordo campo. Nei primi 45 minuti di gioco il coro "Vergogna, vergogna" fece da colonna sonora all’incontro.
Dal grigiore generale sbucò fuori David Trezeguet: gli bastarono soltanto undici minuti per battere Lupatelli, dopo aver anticipato un gruppetto di giocatori formato da Montero, D'Anna e Moro che si erano avventati su un pallone rimasto vagante in area di rigore, a seguito di una punizione battuta da Del Piero e non trattenuta dal portiere clivense. La prodezza del francese rappresentò l'ennesima dimostrazione delle sue qualità da goleador: nel repertorio di un attaccante che "vedeva" la porta come lui, era compresa anche la capacità di segnare in situazioni di estrema difficoltà simili a quella incontrata a Verona.
Del Piero, direttamente da calcio di rigore assegnato per una trattenuta di Moro su Nedved, al 20’ portò il risultato sul 2-0 per i bianconeri.

Quando la prima frazione di gioco stava volgendo al termine, si alzò il vento che permise di spazzare via la nebbia ed i fumogeni che avevano avvolto sino ad allora lo stadio, ponendo fine a quel martirio. Nella ripresa le due squadre poterono giocare a viso scoperto: da una parte i padroni di casa, che prima di quell’incontro avevano fatto il pieno di autostima con una serie di quattro vittorie e due pareggi nelle ultime sei gare disputate; dall’altra i detentori dello scudetto, sfavoriti secondo i pareri degli esperti per il successo finale, che avrebbero lasciato il titolo di campione d’inverno al Milan del brasiliano Rivaldo, fresco campione del mondo nell’edizione disputata in Corea del Sud e in Giappone.
Marcello Lippi non si arrendeva all’ipotesi di lasciare via libera verso il tricolore ai rossoneri: “Siamo tutti vicini, la compagnia è buona. Lo svantaggio è così esiguo da essere irrilevante a questo punto della stagione. Noi ci crediamo e lotteremo gomito a gomito con le altre”. Con una geniale intuizione aveva “inventato” un nuovo ruolo per Gianluca Zambrotta: da centrocampista laterale destro a terzino sinistro. Il giocatore, dopo un primo periodo di apprendistato, rispose alla grande. Liberando, di fatto, lo spazio sulla linea mediana a Camoranesi, che quella sera andava ad aggiungersi ad un terzetto composto da Antonio Conte, Davids e Nedved.

Un altro il rigore per la Juventus, fischiato per un fallo di Lanna su Camoranesi, venne calciato da Del Piero sulla traversa. Due penalties, esattamente come era accaduto nell’incontro disputato a Verona dalle due formazioni nella stagione precedente (27 gennaio 2002). Il fantasista si rifece dopo pochi minuti, ispirando un contropiede che portò Trezeguet a fissare il risultato sul 3-0 per Madama. Del Neri si giocò tutti i cambi a sua disposizione quando ancora mancavano venti minuti alla conclusione della partita: il tempo necessario per assistere al goal di Cossato, che però si fece male e uscì dal campo, lasciando la sua squadra in dieci uomini. Per un breve lasso di tempo: Bierhoff perse le staffe, insultò l’arbitro Racalbuto e venne espulso ad un quarto d’ora dalla fine della gara.
Moro (ancora lui), l’esterno difensivo dei padroni di casa, entrò in contatto con Di Vaio (subentrato a Del Piero): rigore, il terzo della serata. Questa volta andò dal dischetto Trezeguet, che prima di calcare dovette assistere allo “sciopero” del portiere Lupatelli: applaudì l’arbitro per l’assegnazione del tiro dagli undici metri e si appoggiò al palo, lasciando – di fatto – lo specchio della porta totalmente libero al francese. A fine partita dichiarò: “Mi ero messo sul palo per un momento di relax: nel mio gesto non c' era polemica, stavo solo pensando a dove Trezeguet avrebbe potuto tirare”. Sta di fatto che i compagni e lo stesso arbitro dovettero intervenire per convincerlo a smetterla con quella sceneggiata. Che, ovviamente, non distrasse l’attaccante bianconero: goal, tripletta personale e partita chiusa sul 4-1.
Eroe della serata, Trezeguet dichiarò: “Ho un contratto che mi lega alla Juventus fino al 2005, che intendo rispettare. Non lascio la barca in questo momento, non vado da nessuna parte. I tifosi bianconeri possono stare tranquilli”. La “barca”, col senno di poi, non l’avrebbe lasciata per situazioni ancora più delicate.
La Juventus, dopo quella gara, continuò la corsa sul Milan, che raggiunse e superò, distanziandolo – a fine campionato – di ben undici punti. Per i bianconeri si trattò del ventisettesimo titolo vinto (su un totale di ventinove). Cinque giorni dopo la partita disputata allo stadio “Bentegodi”, Madama ed il suo popolo avrebbero salutato per l’ultima volta l’Avvocato Gianni Agnelli.

A Luigi Del Neri, al termine dell’incontro, chiesero un parere sulle condizioni climatiche nelle quali erano state costrette a giocare le formazioni: “Non tocca a me il compito di giudicare queste cose, c'è una persona preposta e se la partita è stata disputata vuol dire che secondo chi doveva decidere si poteva giocare. E poi non voglio trovare scuse alla nostra sconfitta”. Quella sera il tecnico si dimostrò un galantuomo.
A distanza di sette anni tornerà a Verona a braccetto di una Vecchia Signora.

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giovedì 16 dicembre 2010

E' finita l'Europa League dei pareggi

Ad inizio settembre, considerati i nomi delle altre avversarie del gruppo "A" di Europa League (Salisburgo e Lech Poznan), sembrava certo che Juventus e Manchester City si sarebbero agevolmente classificate nelle prime due posizioni. I ripetuti pareggi ottenuti dalla Vecchia Signora nelle cinque gare precedenti, invece, l'hanno spinta fuori da questa manifestazione, relegando la gara disputata stasera ad un qualcosa di più di una semplice amichevole. Del Neri, però, nella consueta conferenza stampa del giorno precedente questo incontro era stato chiaro: "Per me la partita con il Manchester non è inutile. Voglio vedere i giocatori della rosa che hanno giocato meno e capire se potranno tornare utili in futuro. La nostra esperienza passa anche attraverso questa sfida contro il City".

I Citizens, privi di Adebayor, Tévez e Balotelli, partono a razzo: dopo soli tre minuti di gioco Richards mette l’acceleratore e si invola sulla fascia destra del fronte offensivo inglese, porgendo un pallone invitante dentro l’area piccola bianconera (a pochi centimetri dalla linea di porta) a Jo, che non riesce a spingerlo in rete.
Gli ospiti colpiscono la difesa juventina ai fianchi, vero punto debole della formazione di Del Neri. Johnson, che nella gara disputata in Inghilterra realizzò la rete del pareggio finale, questa volta opera sul lato sinistro, dove ad attenderlo c’è il rientrante Grygera, in evidente difficoltà dopo la lunga assenza.
Trascorsi dieci minuti di gioco, una bella incursione di Del Piero conclusa con un tiro deviato in calcio d’angolo spezza il predominio iniziale degli uomini di Roberto Mancini, che per poco non trovano il goal grazie ad un'involontaria deviazione di Sissoko nella porta difesa da Manninger.
Un altro fendente del capitano bianconero scagliato dal lato sinistro del fronte offensivo bianconero si perde non lontano dalla traversa. E’ il preludio ad una fase di stanca della partita: dopo un botta e risposta tra le due squadre, cala improvvisamente l’intensità del match.
E mentre arriva la notizia del vantaggio dei polacchi del Lech Poznan a Salisburgo (rete di Stilic), da un contropiede dei padroni di casa nasce la prima rete della Juventus: Del Piero, giunto in area di rigore, controlla il pallone, mette a sedere Richards con una serie di finte e smista a centro area, dove sbuca Giannetti, che con un perfetto movimento da goleador, anticipa l’avversario diretto e realizza il goal dell’1-0.
Nella ripresa inizia nuovamente forte il City: Jo si rende pericoloso di testa, mentre Johnson evita un intervento di Legrottaglie dentro l’area di rigore per tirare a colpo sicuro, ma viene fermato dal disperato tentativo di recupero di Grygera. Cresce a vista d’occhio Traoré, così tanto da indurre Del Neri ad avanzarlo sulla linea mediana del campo in concomitanza con la sostituzione di Krasic con Camilleri. Il serbo, ai margini della gara sino a quel momento, esce dopo aver concluso una bella azione di Felipe Melo con un gran tiro deviato in angolo da Given. Grygera si posiziona sulla sinistra, lasciando la fascia precedentemente occupata al giovane neoentrato.
Del Piero (prima su punizione e poi con un gran tiro di sinistro) e Sissoko (con un colpo di testa su calcio d’angolo) impensieriscono gli inglesi, mentre gli ospiti protestano per un fallo di mano di Chiellini in area di rigore bianconera. Finisce la partita di Traoré (crampi), sostituito da Niccolò Boniperti, nipote del grande Giampiero. Pochi minuti dopo Jo (sempre lui), lasciato colpevolmente solo nel bel mezzo dell’area di rigore juventina, trafigge Manninger e fissa il risultato sull’1-1 conclusivo. Buchel, già presente nella gara interna contro il Salisburgo, entra in campo nei minuti finali al posto di Giannetti, l’ultimo goleador della Juventus nelle competizioni europee allo stadio “Olimpico” di Torino.

Manchester City e Lech Poznan concludono il gruppo “A” con undici punti; i bianconeri di Del Neri si fermano a sei, tanti quanti sono i pareggi accumulati nelle gare disputate sino ad oggi. Lo stesso tecnico di Aquileia aveva dichiarato: “Non snobbiamo questa sfida anche se la Juventus deve dare molta più importanza al Chievo in campionato”.
Così sarà, anche perché da adesso in poi la Vecchia Signora giocherà tutte le restanti gare della stagione dentro i confini del nostro paese. Dove, oltre alla serie A, c’è una coppa Italia da conquistare.
Sarebbe la decima.

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mercoledì 15 dicembre 2010

Alessio e Riccardo... Non vi dimenticheremo mai...

Ogni anno ripropongo questo video. Ogni anno, alla fine, scende una lacrima.

martedì 14 dicembre 2010

Krasic e Ibra, Del Neri e Allegri...

Lo scorso 30 ottobre, al termine della partita Milan-Juventus, Silvio Berlusconi chiese a Massimiliano Allegri di pettinarsi "prima di andare a fare le interviste": se la sconfitta con i bianconeri gli era andata di traverso, vedere il tecnico "disordinato" davanti alle telecamere mentre rispondeva alle domande dei cronisti era un vero e proprio colpo allo stomaco. Non andava bene, così come non riusciva ad accettare l’idea che la sua società potesse essere la prima in Italia ad aver comprato Ibrahimovic e a non riuscire - poi - a vincere lo scudetto. Avanti di quel passo e l’incubo si sarebbe sicuramente materializzato.

Alleggerito dalla troppa fantasia e successivamente riempito dalla forza fisica e dall’atleticità di più mediani, il Milan ha trovato - con il trascorrere del tempo - la sua quadratura sul campo. L’uomo in più di quella squadra, ovviamente, è Zlatan Ibrahimovic: quando non segna, realizza assist decisivi. In un modo o nell’altro, nei momenti importanti il suo nome figura sempre. Senza dimenticare l’apporto alla causa rossonera dei vari Pirlo, Nesta, Thiago Silva, Robinho, Boateng e via dicendo, il peso specifico dello svedese nelle gare disputate dal Diavolo si vede. E si "sente". Il merito di Allegri è stato quello di avergli costruito una squadra su misura, che lo mette in condizione di sfruttare il suo immenso talento. Durerà il Milan su questi ritmi sino a fine stagione? Riuscirà a vincere in scioltezza anche quando la Champions League entrerà nella fase ad eliminazione diretta e toglierà ancora più energie di quanto non abbia fatto sino ad adesso? Si vedrà.

La prima partita di questo campionato Ibrahimovic la guardò serenamente seduto in tribuna a "San Siro" in compagnia del procuratore Raiola, di Galliani, Braida e Berlusconi. I rossoneri vinsero 4-0 contro il Lecce. Segnarono Thiago Silva, Inzaghi e Pato (doppietta). Allegri schierò la sua formazione con il 4-3-3: nell’undici iniziale figurarono contemporaneamente Pirlo, Seedorf, Pato, Borriello e Ronaldinho. Dalla seconda giornata in poi, lo svedese è sempre stato presente. Al netto di infortuni e cessioni, con il trascorrere del tempo il tecnico ha corretto nel migliore dei modi la disposizione in campo dei suoi uomini, compiendo scelte importanti e affidandosi completamente alle giocate dell’attaccante, da allora sempre presente: quindici volte su quindici partite.

In un campionato che cerca disperatamente una squadra che possa recitare il ruolo di "anti-Milan" per evitare che la fuga dei rossoneri diventi una passeggiata, ecco che dal fine settimana calcistico appena concluso Napoli e Juventus affiancano la Lazio al secondo posto in classifica. Prima dell’incontro di domenica sera tra bianconeri e biancocelesti Del Neri aveva dichiarato: "Sarà una sfida tra due ottime formazioni, allenate da due amici che, sul campo, si contenderanno tutto, fino alla fine".
Così come poi, effettivamente, è stato.

In una gara preceduta dai fiori depositati da Chiellini e dai suoi compagni di squadra sotto la gigantografia di Alessio Ferramosca e Riccardo Neri, posizionata ai piedi della curva Sud, la fine migliore non poteva che essere il goal segnato da Krasic negli ultimi secondi di gioco, quando ormai sembrava certo l’arrivo di un altro pareggio. Dietro l’ultimo scatto furioso del serbo c’è tutta la voglia di non mollare mai di questa Juventus, di non porsi limiti, se non quello di migliorarsi partita dopo partita.

Ridurre il merito della rete decisiva ad un errore di Muslera o ad un colpo di fortuna bianconero dell’ultimo istante, vuol dire andare dietro chi teme una squadra che ad inizio campionato faceva tenerezza e sembrava talmente debole da essere considerata la sorella gemella di quella che l’anno scorso aveva collezionato record negativi come poche altre volte nella propria storia. La Juventus è arrivata sino a questo punto con umiltà, sbagliando, risollevandosi, cadendo di nuovo, con qualche vittoria emozionante, altrettante delusioni da "pareggite", un’eliminazione dall’Europa League e trovando nelle ultime due gare (la trasferta a Catania e la sfida appena vinta contro la Lazio) quel cinismo indispensabile per dare una svolta positiva alla sua stagione.

Se l’ambiente bianconero pensasse ora di essere arrivato a destinazione, di aver chiuso completamente il "cantiere" dentro il quale Del Neri sta lavorando dallo scorso luglio e di sentirsi pronto a lottare per lo scudetto dopo aver terminato il suo periodo di apprendistato, con ogni probabilità correrebbe il rischio di rimanere vittima nuovamente di quegli "alti" e "bassi" mostrati ad inizio anno.

Continui a volare "basso", a cercare i goals sino all’ultimo secondo di ogni gara con la stessa fame di vittorie mostrata in queste ultime partite di campionato. Poi, quando sarà il momento, potrà contare i punti accumulati in classifica e vedere quanti ne mancano per raggiungere l’obiettivo più vicino. Ora sotto con il Chievo, con ancora la gioia nel cuore per il successo di domenica e con la speranza di vedere un’altra corsa solitaria verso la porta difesa da Sorrentino di Krasic, il gioiello serbo che la Juventus mostra fiera al Milan di Ibrahimovic.
Un’ultima considerazione: il centrocampista bianconero è stato assente in quattro partite di campionato, nelle quali Madama ha totalizzato due pareggi e altrettanti vittorie. Una di queste è proprio quella ottenuta a "San Siro" lo scorso 30 ottobre, quando Berlusconi chiese ad Allegri di pettinarsi "prima di andare a fare le interviste". Non solo i rossoneri avevano perso con Ibrahimovic in campo, ma dall’altra parte mancava Krasic, "l’uomo in più" della Juventus. Chi inizia a temere la Vecchia Signora non deve averlo dimenticato…

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domenica 12 dicembre 2010

Crazy for Krasic

Juve-Lazio dall'Olimpico al nuovo stadio

Revocato lo sciopero dei calciatori, sgomberata la mente e preservati i muscoli dagli impegni europei (la gara contro il Manchester City di giovedì prossimo è diventata qualcosa di più di una semplice amichevole), domenica sera si potrà finalmente vedere di che pasta è fatta questa Juventus: contro la Lazio non potrà nascondersi, ci sarà da giocarsi il (momentaneo) secondo posto alle spalle del Milan capolista, conoscendo il risultato della partita che i rossoneri disputeranno all’ora di pranzo dello stesso giorno a Bologna. Il Napoli, attualmente in terza posizione in compagnia dei bianconeri, è a sua volta ospite del Genoa di Ballardini al "Luigi Ferraris".

Adesso Del Neri si trova nella situazione di non dover più cercare giocatori abili e arruolabili pescando dalla formazione Primavera: i primi infortunati stanno tornando a disposizione, ora può anche permettersi di avere qualche piccolo dubbio in difesa e a centrocampo.

Dal momento del ritorno allo stadio "Olimpico", in attesa della costruzione della sua nuova casa, la Juventus ha affrontato la Lazio a Torino quattro volte: tre in campionato ed una in Coppa Italia.
Nella prima di queste, il 27 aprile 2008, in occasione della quart’ultima giornata della serie A, i bianconeri vinsero con il risultato di 5-2 (doppietta di Chiellini e reti di Del Piero, Camoranesi e Trezeguet). Fu una partita dal sapore particolare, dato che sancì il ritorno in Europa della Vecchia Signora: con i tre punti conquistati in quella domenica si guadagnò la possibilità di disputare i preliminari della Champions League l’anno successivo (il sorteggio le riservò, come avversaria, l’Artmedia Bratislava), dato che la Roma provò sino all’ultimo a contendere lo scudetto all’Inter e non mollò - di conseguenza - la seconda posizione in classifica.

Nella stagione 2008-09, invece, bianconeri e biancocelesti si incontrarono a Torino per ben due volte a distanza di poco più di un mese l'una dall’altra.
La prima capitò in occasione del ritorno delle semifinali di Coppa Italia, dopo che la Juventus venne sconfitta per 2-1 nell’incontro di andata a Roma. Il risultato della gara di ritorno, disputata il 22 aprile 2009, fu identico al precedente: con le reti di Zarate e Kolarov la Lazio chiuse in poco più di 50 minuti la pratica della qualificazione alla finale. L’unico goal dei padroni di casa venne realizzato da Del Piero.

Il 31 maggio, con Ciro Ferrara sulla panchina della Juventus al posto dell’esonerato Claudio Ranieri, Pavel Nedved disputò la sua ultima partita in maglia bianconera proprio contro la Lazio. Il caso volle che l'addio al calcio giocato del ceco dovesse coincidere con una gara dove Madama avrebbe dovuto affrontare l’altra squadra italiana con la quale il calciatore ha condiviso gli anni della sua esperienza professionistica nel nostro paese. Vinse la Vecchia Signora con una doppietta di Iaquinta, ma di quella partita si ricorderà sempre e solo l’enorme commozione dei sostenitori bianconeri nel salutare un campione che per loro ha rappresentato un qualcosa di più di un semplice calciatore. Adesso che è diventato membro del CDA della nuova Juventus targata Andrea Agnelli, assisterà all’incontro direttamente dalla tribuna dello stadio "Olimpico".

Nella scorsa stagione, il 31 gennaio 2010, il match con la Lazio segnò l’esordio di Alberto Zaccheroni sulla panchina bianconera, "traghettatore" sino a fine anno in attesa dell’arrivo di Luigi Del Neri. La gara terminò col risultato di 1-1: al vantaggio iniziale di Del Piero (su rigore) replicò il laziale Mauri.

Quattro gare, ognuna di loro con una propria storia, totalmente diverse le une dalle altre.
Per quanto riguarda l’incontro di domenica sera, la speranza è quella di poterlo inserire nell’album dei ricordi come la volta in cui la Vecchia Signora vinse "una partita... da vincere. A tutti i costi". In quello che una volta si chiamava stadio "Comunale", laddove la Juventus costruiva gli scudetti per poi andarli a difendere in giro per l’Italia, la formazione di Del Neri dovrà dimostrarsi in grado di compiere quel salto di qualità che le consentirebbe di rimanere attaccata sino a fine stagione al treno delle primissime posizioni. Per poter guardare la classifica il prossimo mese di marzo e pensare che il secondo posto, a quel punto, possa anche andarle stretto.
Per ora quello è l’obiettivo. Tornando indietro con la memoria e ripensando a quanto si diceva in estate di questa squadra, sarebbe già un ottimo risultato.

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sabato 11 dicembre 2010

Juventus-Lazio e quella dichiarazione di Zeman...

Per me la Juve di quest'anno vince meno, ma gioca meglio". Così Zdenek Zeman si espresse sui bianconeri prima di affrontarli a Torino il 10 marzo 1996, nella venticinquesima giornata di un campionato dove la squadra di Marcello Lippi, detentrice del tricolore, non riusciva ad esprimersi sugli stessi livelli di eccellenza messi in mostra l'anno precedente. Soltanto quattro giorni prima era stata sconfitta in Spagna nella gara di andata dei quarti di finale della Champions League contro il Real Madrid, con il risultato di 1-0 (il goal fu realizzato da Raul). La testa della Vecchia Signora era rivolta alla partita di ritorno di quella manifestazione.
Tra un incontro e l'altro, però, c'era di mezzo la Lazio allora allenata dal boemo, che l'anno precedente era uscita incredibilmente vittoriosa per 3-0 dal "Delle Alpi" dopo aver subito un vero e proprio tiro al bersaglio da parte dei bianconeri padroni di casa (7 maggio 1995).
Le premesse perché anche quella gara si trasformasse in una disfatta per la Juventus ci furono tutte: dopo solo diciotto minuti di gioco Favalli e Casiraghi avevano portato i biancocelesti in vantaggio per 2-0. Un palo colpito da Antonio Conte fu l'unico sussulto di una Vecchia Signora apparsa stanca, frastornata e poco concentrata dopo le recenti fatiche europee. Per scuoterla Lippi decise di togliere dal campo un Torricelli apparso irriconoscibile (al 24') sostituendolo con Porrini, il quale andò a dare man forte ad un reparto arretrato che - fatta eccezione per il solo Pessotto - mostrava evidenti lacune a causa delle deludenti prestazioni offerte sino a quel momento sia da Ferrara che da Vierchowod. E se la Juventus non riusciva a scrollarsi di dosso quell'apatia che accompagnava tutte le prime frazioni di gioco delle gare disputate in quel periodo, a venirle in aiuto ci pensarono gli stessi avversari: una clamorosa papera di Marchegiani durante un rinvio con i piedi permise a Deschamps di segnare indisturbato la rete dell'1-2, risultato con cui le squadre andarono al riposo.

Nella ripresa il ritrovato orgoglio dei bianconeri trovò terreno fertile grazie ad un vero e proprio suicidio sportivo dei laziali: Casiraghi si fece espellere in maniera ingenua al 17' (Giuseppe Signori a fine incontro confessò: "L’arbitro ha detto che l'ha insultato"), mentre Chamot provocò l'autogoal del momentaneo pareggio della Juventus deviando in rete un cross di Del Piero. In superiorità numerica Lippi decise di inserire Lombardo al posto di Vierchowod, arretrando Deschamps sulla linea dei difensori.
"Oggi mi sono ricordato di Juve-Fiorentina dell' anno scorso, da 0-2 a 3-2", disse l'allenatore bianconero a fine gara. La sua squadra, in questa occasione, seppe fare ancora meglio: Antonio Conte e Padovano (subentrato a Di Livio all'inizio della seconda frazione di gioco) ribaltarono le sorti dell'incontro, fissando il risultato finale sul 4-2 per Madama.
Ancora Lippi: "Eravamo sicuri di farcela, nello spogliatoio a metà partita lo pensavamo tutti. Può essere il giorno della fiducia: chissà che la rimonta al Real Madrid non cominci qui". Lo scudetto stava lentamente scivolando via dalle mani della Vecchia Signora per andare verso il Diavolo rossonero guidato da Fabio Capello, mentre cresceva l'attesa per il ritorno dei quarti di finale della coppa dalle grandi orecchie. Antonio Conte, il migliore in campo per i suoi in quella domenica, dichiarò: "Contro gli spagnoli si dovrà giocare una gara tipo questa. In fondo, loro stanno già vincendo 1-0. Ma noi sappiamo come si rimonta alla grande. Questione d'orgoglio, d'abitudine. La vittoria di oggi ci insegni a non mollare, a non perdere la fiducia".

E mentre Umberto Agnelli manifestava tutto il suo disappunto per una Juventus bella a metà, allenatore e squadra ringraziarono i sostenitori bianconeri presenti allo stadio per la pazienza e la comprensione dimostrata in quella domenica. C'era un ostacolo importante da superare da lì a pochi giorni, tutti insieme, per poter arrivare alla finalissima di Roma prevista per il 22 maggio.
Dove la Vecchia Signora sarebbe riuscita a sedersi sul trono d'Europa, sconfiggendo i campioni uscenti dell’Ajax.
Zeman lo aveva detto: "Per me la Juve di quest'anno vince meno, ma gioca meglio".
Così bene da conquistare la Champions League.
Avrà sicuramente esultato anche lui...

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mercoledì 8 dicembre 2010

La Juve e quel lontano 26 agosto 2010...

Nella gara disputata allo stadio "Olimpico" contro lo Sturm Graz il 26 agosto scorso, Del Piero chiuse i conti con gli ospiti segnando un goal bellissimo (destro sotto l’incrocio dei pali dopo aver dribblato un avversario ed eluso l’intervento di un secondo), grazie al quale spinse la Juventus nei gironcini dell’Europa League. Gli austriaci, sconfitti nella gara di andata dello spareggio per 2-1, si erano resi protagonisti di alcune azioni pericolose, colpendo un palo con Szabica e dimostrando di non sentirsi ancora definitivamente esclusi dalla manifestazione.

La palla arrivò al capitano bianconero da un lancio di Felipe Melo, che proprio in quella partita dimostrò di essere il fratello buono del giocatore che si era presentato a Torino l’anno precedente. Durante l’incontro, dopo aver contribuito in maniera decisiva a sventare un pericolo nell’area di rigore juventina, esultò come se avesse realizzato il goal della vita. La scena fu simile a quella vista nella vittoriosa trasferta a "San Siro" contro il Milan del 30 ottobre scorso.

Il pubblico bianconero era frastornato: orfano di Diego, con Trezeguet non convocato per la gara e con la valigia in mano, si aggrappò all’ancora trentacinquenne leader della Vecchia Signora per scacciare le paure di un nuovo fallimento dopo quello della gestione targata Jean Claude Blanc. Passavano gli anni, così come gli avversari e i compagni di squadra, ma Del Piero c’era. Sempre. Ciliegina sulla torta: Amauri, verso la fine del primo tempo, avvertì un fastidio alla coscia sinistra. Per precauzione Del Neri lo fece uscire, nella speranza di poterlo recuperare per la sfida contro il Bari della domenica successiva, prima tappa del campionato. In giornata si era sparsa la voce di un forte quanto improvviso interessamento della Juventus per Fabio Quagliarella. Accantonata l’ipotesi Di Natale, sembrava essere lui il prescelto per arricchire il parco attaccanti che - complice l’infortunio di Iaquinta - si candidava ad essere il reparto più debole dei bianconeri.

Sempre in quel 26 agosto si svolsero i sorteggi dei gironcini della Champions League. Il presidente dell’Inter Moratti, conscio della forza della propria squadra, si era mostrato preoccupato soltanto dalla imminente finale della Supercoppa Europea che i nerazzurri avrebbero dovuto disputare il giorno successivo contro l’Atletico Madrid: "Io e Rafa ci teniamo molto a battere l’Atletico".
Persero 2-0.

Qualche ora prima di quella gara, verso le 18.30, la Juventus ufficializzò l’acquisto di Quagliarella. Arrivò anche la notizia dello stop per Amauri di 25 giorni: lesione di primo grado al retto femorale della coscia sinistra. A Bari i bianconeri si presentarono con due soli attaccanti di ruolo: la punta originaria di Castellamare di Stabia e Alessandro Del Piero. Marotta, intanto, a Vinovo presentava il nuovo centrocampista Aquilani, mentre su "Sky", nel corso di una bellissima intervista rilasciata da Andrea Agnelli, il Presidente juventino dichiarò: "quando è arrivato Marotta abbiamo fatto una riflessione: Del Neri è il miglior allenatore che potremmo avere in questo momento, quindi la scelta è ricaduta su di lui".

L’attenzione generale, però, venne catalizzata dalla notizia dell’acquisto da parte del Milan di Zlatan Ibrahimovic, l’uomo degli scudetti vinti sul campo: nell’arco di pochi giorni si materializzò il suo ritorno in Italia. Nella griglia delle ipotetiche favorite per il tricolore i rossoneri spiccarono il volo verso le primissime posizioni. L’arrivo a Torino di Quagliarella passò quasi inosservato: alla Juventus oltretutto serviva ancora un attaccante di peso, robusto fisicamente, visto i continui problemi muscolari a cui erano soggetti i compagni di reparto.

Oggi Amauri è infortunato, Iaquinta sta ritrovando la migliore condizione (ottima la sua partita contro il Catania), l’apporto di Del Piero - quando chiamato in causa - continua a non mancare. Mai. E Quagliarella? Per lui parlano i goals, i numeri, le sue prestazioni. Ibrahimovic ha messo le mani sul campionato, anche se la presa - dopo appena quindici giornate - non può essere ancora sicura.

La Juventus è la squadra che ha segnato più reti in serie A, è ormai uscita dall’Europa League e la società è comunque consapevole di poter rinforzare il reparto offensivo con l'acquisto di una nuova punta. Inutile ripetere le caratteristiche, ormai lo sanno anche i muri. Dopo la doppietta realizzata a Catania lo stesso Quagliarella si lasciò andare a questa considerazione: "Perché dove gioco io cercano sempre punte? A gennaio ci rinforzerà Amauri".

Sembra siano trascorsi anni, da quel 26 agosto. In realtà sono passati poco più di tre mesi. Con il lavoro quotidiano, dentro e fuori dal campo, la Vecchia Signora è uscita fuori dalla difficile situazione nella quale si era trovata in estate. La sua crescita non è stata accompagnata da proclami, ma soltanto da una continua ricerca da parte dei giornalisti di strappare a Del Neri un qualcosa che andasse oltre i suoi bicchieri "mezzi pieni". Usciti da quel seminato, ecco pronti articoli a ripetizione sui quali aprire discussioni per qualche giorno. La Juventus, però, non si deve fermare a queste ritrovate certezze: la strada è giusta, ma c’è ancora tanto, tantissimo da lavorare affinchè possa tornare ai precedenti livelli di eccellenza sportiva. La speranza è che a gennaio non si presenti alla sessione invernale del calciomercato soltanto per guardare le vetrine, ma che entri dentro ai box delle trattative per comprare.

Massimo Moratti, due giorni fa: "Contro il Werder Brema niente figure del cavolo". Rafael Benitez: "Mai fatte".
Hanno perso 3-0. Non tutto è cambiato in questi tre mesi.

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domenica 5 dicembre 2010

Occhio a quei bravi ragazzi...


Catania e Juve tra campionato e coppa Italia

Tranne l’ultima gara che verrà disputata il 16 dicembre prossimo contro il Manchester City allo stadio "Olimpico", la Juventus non avrà più - nel corso di questa stagione - l’impegno dell’Europa League a distrarla dal campionato.
Oltre a quello le rimarrà soltanto la coppa Italia, dove i bianconeri affronteranno a Torino negli ottavi di finale (la formula prevede la partita "secca" sino alle semifinali) il Catania.

Proprio i siciliani saranno gli avversari dell’incontro odierno della Vecchia Signora, nel posticipo serale della quindicesima giornata di serie A, penultima gara prima di Napoli-Palermo (domani sera al "San Paolo") con la quale si chiuderà un fine settimana all’insegna del calcio "spezzatino", iniziato venerdì scorso con la vittoria della Lazio sull’Inter.

Lazio che sarà la prossima avversaria della Juventus nell’incontro previsto per domenica 12 dicembre, sciopero dei calciatori permettendo. I biancazzurri affrontarono il Catania sette giorni fa, a Roma, in una partita che terminò con il risultato finale di 1-1. Quello che, statistiche alla mano, è uno dei più frequenti nelle partite di Madama: è capitato in tre occasioni nelle ultime quattro gare di serie A, e in altre tre match sui cinque disputati in Europa League.

La squadra di Reja ebbe difficoltà a superare il muro difensivo della formazione allenata da Giampaolo anche perché non dispone di un attaccante di peso da affiancare a Zarate, unica punta nel 4-2-3-1 dei biancocelesti. Identico problema, per l’occasione, si presentò anche al Catania, a causa della momentanea assenza di Maxi Lopez (squalificato), oggetto dei desideri della Juventus e che stasera - invece - farà parte dell’undici titolare.

Facile accostare le due situazioni a quella che - da inizio stagione - persiste nella Torino bianconera. Ed ecco, quindi, scattare (nuovamente) l’allarme. Anche perché la difesa dei siciliani è stata la seconda meno perforata in campionato con dodici reti al passivo (a pari merito con Milan e Sampdoria) nelle prime quattordici giornate, delle quali soltanto tre sono state subite in casa.

Sette giorni fa, passata in svantaggio per opera di Silvestre, la Lazio pareggiò grazie ad un goal di Hernandes. Il brasiliano è stato l’autore della rete che ha chiuso definitivamente la gara vinta venerdì contro l’Inter (3-1), quella che - almeno quest’anno - è stata disputata con serietà e impegno da entrambe le formazioni dal primo all’ultimo minuto di gioco. A seguito della sconfitta dei nerazzurri e dell’harakiri della Roma (pareggio per 2-2 contro il Chievo dopo il duplice vantaggio iniziale) per la squadra allenata da Del Neri vincere a Catania diventa - se possibile - ancora più importante. Anche perchè il Milan, in questo "spezzatino", aveva un boccone facile (il Brescia), e se lo è sbranato (3-0).
D’altronde, con Ibrahimovic…

Dal ghiaccio e la neve di Poznan alla temperatura mite di Catania, dal possibile sciopero dei calciatori che rinvierebbe lo svolgimento della gara contro la Lazio alla sabbia di Verona, quella che la Juventus troverà al "Bentegodi" al posto del prato verde quando affronterà il Chievo (19 dicembre): ecco una veloce sintesi del mese di dicembre in tinte bianconere, prima che arrivi la sosta natalizia. Dove verranno ricaricate le pile nei muscoli degli uomini di Del Neri e si cercherà, nella sessione invernale del calciomercato, di aggiustare la rosa a disposizione del tecnico di Aquileia. L’Europa League ormai è andata, la coppa Italia è alle porte e il campionato resta aperto. Con Napoli e Palermo che domani sera si guarderanno dritte negli occhi, tranne Ibrahimovic e la Lazio è un dato di fatto che le altre squadre stanno "camminando".
La Juve, invece, deve riprendere a correre. Al più presto.
Da stasera, se possibile.

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sabato 4 dicembre 2010

Quando il "Cibali" si inchinò davanti alla Juve del Trap

E dire che Angelo Massimino, l'allora presidente del Catania, aveva provato in tutti i modi a trasformare il "Cibali" in un inferno per la Juventus: nei giorni precedenti l'incontro tra le due squadre, che si disputò il 20 novembre 1983, aveva rilasciato dichiarazioni di fuoco nei confronti della Vecchia Signora, accusata di essersi comportata - a suo modo di vedere - in maniera sleale con la società siciliana in merito alla trattativa che avrebbe potuto portare al trasferimento dell’attaccante Cantarutti alla corte di Madama.
Quelle parole, però, non servirono a nulla, al pari dell'accoglienza intimidatoria che alcuni sostenitori catanesi riservarono ai giocatori bianconeri al momento del loro arrivo all'aeroporto “Fontanarossa”. Quella era una Juventus fortissima, tanto nell'animo quanto sul campo da gioco. Dove annichilì i padroni di casa, costringendo anche il pubblico locale - a fine gara - a dover ammettere la netta superiorità degli avversari.

Proprio Cantarutti, quando mancavano poco più di venti minuti alla fine della gara, fu l'autore della prima azione pericolosa ad opera del Catania: una sua punizione diretta verso la porta bianconera venne deviata dagli uomini schierati in barriera; il successivo cambio di traiettoria portò il pallone ad infilarsi sotto la traversa, con Tacconi abilissimo a respingerlo in calcio d'angolo.
Sino a quel momento si era assistito ad un monologo juventino: gli uomini di Giovanni Trapattoni avevano comandato il gioco in ogni angolo del prato verde, senza però trovare la soddisfazione di una rete. Per evitare il verificarsi di pericolosi sbilanciamenti della squadra, Bonini e Tardelli crearono una diga a centrocampo pronta a stroncare sul nascere qualsiasi velleità offensiva dei padroni di casa; i pochi spiragli rimasti aperti vennero immediatamente chiusi da Gentile e Caricola, ai quali Trapattoni aveva affidato il controllo di Luvanor e Carnevale.

Penzo, Boniek, Scirea, Platini, gli stessi Bonini e Tardelli: al festival delle occasioni mancate parteciparono quasi tutti i giocatori bianconeri scesi in campo. E, dopo tanto predominio territoriale, finalmente al 77' minuto la Juventus riuscì a passare in vantaggio grazie al goal di Paolo Rossi, l’eroe del Mondiale disputato in Spagna e vinto dalla Nazionale di Enzo Bearzot. Il merito della rete venne diviso con Zbigniew Boniek, in assoluto il migliore in campo in quella domenica: da una delle sue numerose iniziative sulla fascia sinistra nacque l'assist per la punta, che di piatto destro battè inesorabilmente Sorrentino.
A fine gara, felice per la rete realizzata, disse: "E' la prima volta che mi trovo al comando dei goleador con la maglia della Juve. Ora rivaleggerò con Zico e questo non potrà che stimolarmi ancora di più. Otto reti in nove partite: è una bella media mi pare, ma non sarà per me un'ossessione fare goal a tutti i costi".

La speciale classifica dei bomber, però, al termine di quella stagione la vinse Michel Platini, con 20 reti all’attivo su 28 gare disputate. Tra i due litiganti – quindi - vinse il francese, che fu l’autore della seconda e ultima marcatura della gara del "Cibali". Avvenne negli istanti successivi la clamorosa occasione fallita dal Catania ad opera di Pedrinho (venutosi a trovare solo di fronte a Tacconi): "Le Roi" ricevette il pallone al termine di una combinazione tra Boniek e lo stesso Rossi e, dopo aver visto ribattere il suo primo tentativo dal centrocampista catanese Morra, ribattè al volo di destro per il 2-0 finale. Con cinismo e classe la Juventus chiuse una gara dominata dall'inizio alla fine. Quella vittoria le consentì di recuperare la vetta della classifica, dove si posizionò in coabitazione con la Roma detentrice dello scudetto. Lì rimase sino alla fine di una stagione nella quale riuscì ad aggiudicarsi il suo ventunesimo tricolore e la Coppa delle Coppe.

Al termine della gara giocata a Catania, Boniek rilasciò queste dichiarazioni: "Leggo sui giornali che la Juventus starebbe cercando un mio sostituto per il prossimo anno, ma certe mie partite non sono polemiche, non voglio dimostrare niente a nessuno. Gioco bene perché so giocare bene non perché voglio restare a tutti i costi alla Juve. Gli stranieri sono stati acquistati per cercare di vincere ma, lo ripeto, ci vuole l'apporto della squadra: Falcao, se fosse andato nell'Avellino anziché nella Roma, non avrebbe primeggiato. Ecco perché, se voglio conquistare traguardi importanti, debbo restare nella Juventus. Il denaro non m'interessa, ho già guadagnato abbastanza per vivere in Polonia".
Rimase a Torino ancora per un anno, salvo poi trasferirsi proprio nella Roma, dove giocò a partire dal campionato 1985-86.

In partenza da Catania per il ritorno a Torino, Giovanni Trapattoni, felice per la gara disputata dai suoi giocatori, si lasciò scappare una frase ad effetto: "Questa Juventus merita il dieci e lode".
Il suo "dieci", Michel Platini, con quel goal segnato al 90' aveva spento sul campo ogni speranza dei siciliani di raggiungere un pareggio immeritato. Con tanti saluti a chi aveva accolto la sua Juventus in un clima infernale.
“Adieu”.
Per dirla alla francese.

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venerdì 3 dicembre 2010

Su la testa, Juve

Da mercoledì la Juventus è fuori dall’Europa League, quando manca ancora una gara alla conclusione del gironcino.
Intendiamoci: non si tratta di una novità degli ultimi giorni, ormai in molti si erano abituati a questa idea, a partire dai milioni di sostenitori bianconeri sparsi per il mondo sino ad arrivare agli stessi giocatori. Quando accumuli cinque pareggi in altrettante gare non puoi pensare che le altre squadre stiano lì ad aspettarti, anche se si chiamano Salisburgo o Lech Poznan. A proposito: complimenti ai furbetti del quartiere polacco. E meno male che all'estero continuano a pensare che solo gli italiani sarebbero in grado di inventarsi "giochetti" come quelli ammirati due sere fa per rendere impraticabile il campo, messo già a dura prova dalle difficilissime condizioni climatiche.

Escludendo la trasferta di Manchester i bianconeri hanno gettato al vento più di un’occasione per creare le basi per un eventuale passaggio ai sedicesimi di finale. I motivi di questi errori vanno ricercati nei troppi infortuni, negli approcci sbagliati agli incontri, nei ripetuti cali di concentrazione in alcuni momenti delicati, nella indisponibilità - per questa manifestazione - di giocatori del calibro di Aquilani e Quagliarella, in una squadra nuova da assemblare nata dalle ceneri della precedente gestione di Jean Claude Blanc.
Quella che in cinque anni avrebbe dovuto riportare la Vecchia Signora ai fasti di un tempo.

Del Neri, nell’immediato dopo gara col Lech Poznan, ha rilasciato questa dichiarazione: "E’ stata figlia delle prime partite (l’eliminazione, ndr), perché stavolta abbiamo costruito sette palle gol, sette calci di rigore. E’ una delusione pesante. Ma peserà zero sul futuro: chi ha visto la partita non può dire nulla: la squadra ha ormai un suo clichè, hanno giocato ragazzi di diciotto anni".

A volte una semplice battuta, magari pronunciata ad inizio anno calcistico, può servire da spunto per costruirci intorno tutte le considerazioni di un’intera stagione: seguendo questo schema viene usato (e abusato) il "bicchiere" (mezzo pieno o mezzo vuoto) del tecnico di Aquileia per dare una valutazione di ogni partita della sua Juventus. Adesso, più che guardare i lati positivi e quelli negativi dell'eliminazione dalla manifestazione europea, non resta che concentrarsi sulle competizioni che sono rimaste: il campionato e la Coppa Italia. Anche perchè non ci sono alternative.

La Vecchia Signora è uscita dall'Europa dalla porta di servizio, con l’obiettivo di rientrarci da quella principale il prossimo anno. La formazione solida a cui manca spesso il colpo del k.o. vista in campionato è meno diversa da quella che ha partecipato all'Europa League rispetto a quanto si legge (e si sente) da più parti.

Il 3-3 ottenuto contro il Lech Poznan è capitato a distanza di quattro giorni dalla gara contro la Sampdoria in campionato terminata con un risultato identico. Nella partita contro il Manchester City la squadra di Del Neri mostrò dei miglioramenti che vennero confermati settantadue ore dopo al "Meazza" contro l'Inter. Dopo la vittoria per 4-0 ottenuta contro il Lecce allo stadio "Olimpico" la Juventus ebbe una flessione che si manifestò sia nella successiva gara giocata a Salisburgo che in quella disputata a Bologna, finita anch’essa con un pareggio. L'incontro di Torino con gli austriaci vide la presenza di quattro giocatori provenienti dalla formazione Primavera: uno dall'inizio della gara (Giandonato), gli altri tre a partita in corso (Giannetti, Liviero e Buchel). Questo perchè la precedente vittoria a San Siro contro il Milan (giocata di sabato sera) le era "costata" moltissimo, anche in termini di infortuni. La gara di mercoledì scorso, decisiva per le sorti di Madama in quella manifestazione, è stata preceduta da tre pareggi e due sole vittorie in campionato.

Fermo restando il valore diverso degli avversari (al netto del Manchester City) e gli evidenti errori che la Juventus ha compiuto nel suo breve percorso in questa Europa League, il cammino fuori dall’Italia è stato sempre legato a doppio filo a quello che accadeva in serie A nei momenti immediatamente precedenti o successivi a quegli incontri. Non c’è stato "snobismo" (allo stato puro) da parte dei bianconeri nei confronti di questa manifestazione, quanto - piuttosto - un cammino altalenante tipico di una squadra nuova, figlia di una società (quasi) completamente rivoluzionata la scorsa estate alla quale vengono concesse giustificazioni il tempo utile per arrivare alla prima sconfitta. Poi, piaccia o non piaccia, piovono critiche con la stessa intensità della nevicata caduta a Poznan mercoledì.

Perchè? Perchè si chiama "Juventus", ed è un nome che ha solo un cognome: vittoria.
La squadra si isoli presto dalle critiche e continui il suo processo di crescita, mostrando i progressi registrati da agosto ad oggi. A chi sostiene di conoscere già l’esito finale di questa stagione basta ricordare l'esordio in campionato a Bari: da allora qualcosa è cambiato. Se poi sarà un fallimento, vorrà dire che verranno raccolti i cocci e si ripartirà di nuovo. Questa volta, però, non "da zero".
Su la testa e avanti, ora. Col caldo di Catania, l’esatto opposto di quanto Madama ha trovato in Polonia.

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giovedì 2 dicembre 2010

Rudnevs apre e chiude l'Europa League della Juventus


Con il pareggio ottenuto a Poznan questa sera la Juventus è definitivamente fuori dall’Europa League, quando ancora manca una partita alla conclusione del gironcino. La contemporanea vittoria del Manchester City contro il Salisburgo (3-0, doppietta di Balotelli) finisce col togliere il lavoro anche agli amanti delle statistiche, a quelli che si divertono a calcolare i possibili incroci di risultati che – in casi simili – avrebbero potuto consentire di tenere viva la fiammella della speranza di riuscire a raggiungere i sedicesimi di finale.
Artjoms Rudnevs, ancora lui. L’attaccante lettone, assoluto protagonista della gara disputata tra la Juventus e il Lech Poznan a Torino lo scorso 16 settembre, si traveste nuovamente da giustiziere della Vecchia Signora. Si trattava, allora, del primo incontro pareggiato dai bianconeri in questa manifestazione. Negli altri quattro, però, la musica non è mai cambiata.

L’incontro si è svolto in condizioni climatiche (quasi) impossibili, che hanno finito per creare un’ambientazione collocabile su quella sottile linea invisibile che separa l’epico dall’assurdo. A nulla sono valse le richieste dei dirigenti bianconeri di sospendere la gara: si è giocato comunque, nel primo tempo col pallone bianco e le linee del campo (discretamente) visibili, nel secondo usando quello arancione in una distesa di neve (e ghiaccio) che ha finito per coprire ogni spazio verde.
Dopo soli tre minuti Rudnevs scalda le mani a Manninger (si fa per dire…) con un violento tiro da fuori area. E’ il preludio al suo goal, di testa, raccogliendo un pallone proveniente da un calcio d’angolo battuto da Stilic. Nella gara di Torino i due erano stati rispettivamente l’esecutore materiale e la mente del Lech Poznan, da loro arrivarono tutti i maggiori pericoli per la difesa juventina.

Davanti all’esordiente Camilleri (bravo, nella gara più difficile che gli potesse capitare), schierato da Del Neri nel ruolo di esterno destro difensivo, agiva l’ottimo Krivets, messo in campo dal tecnico Bakero al posto dell’annunciato Wilk. E mentre Krasic ad inizio gara veniva poco sollecitato dai suoi compagni, il Lech Poznan tendeva a costruire il gioco soprattutto da quella fascia.
Questione di minuti, pochi, dopo i quali il serbo si è caricato il peso di tutte le azioni offensive della Vecchia Signora sulle spalle ed ha iniziato a produrre dribbling, sgroppate e cross a ripetizione. Da Chiellini (tiro a lato dopo una palla persa dal portiere avversario) a Krasic (di testa), passando per il salvataggio di Arboleda su un contropiede pericoloso dei bianconeri sino ad arrivare ai due tiri di Bonucci (un pallonetto deviato in calcio d’angolo da Kotorowski e una palla goal sbagliata dopo una respinta dello stesso portiere su conclusione di Del Piero da tiro da fermo), c’è stata tanta Juventus nel primo tempo. In compenso sono mancate le reti.

Nella ripresa si riparte ancora da lui, Rudnevs: dodici secondi di gioco, e subito si rende pericoloso con un tiro a lato della porta difesa da Manninger. Uscito Krivets, al suo posto entra Kikut, cui Chiellini regala il pallone del possibile 2-0. Riparte Krasic, la Juve corre e continua a pressare in un rettangolo di gioco ormai completamente imbiancato dalla neve e dal ghiaccio. Il Lech toglie dal campo anche Rudnevs e Stilic, col chiaro intento di difendere il vantaggio. Dopo un’occasione fallita da Del Piero di testa, il serbo riesce a trovare lo spiraglio giusto per lanciare Iaquinta, che fissa il risultato finale sull’1-1 con un bel diagonale.
Il giovane Libertazzi, entrato al posto di Traoré (infortunato) fallisce di testa una grandissima occasione al 90' minuto. Nel recupero, nel corso degli ultimissimi secondi della gara, una punizione da posizione favorevolissima tirata da Del Piero diventa facile preda di Kotorowski. Nell’area di rigore polacca, nell’attesa di un cross, si era riversata tutta la Juventus, compreso Manninger.

Rudnevs apre e chiude l’Europa League della Juventus, costellata da pareggi, esordi di alcuni suoi giovani provenienti dalla Primavera, rimpianti, occasioni mancate. C’è poco da salvare.
Cercando in un bicchiere ormai vuoto qualche “resto”, si potrebbe tirare in ballo la gara disputata a Manchester contro il City il 30 settembre scorso.
Quella che si giocherà a Torino il 16 dicembre, ormai, non conterà più nulla.

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domenica 28 novembre 2010

Un pareggio a due facce


Il pareggio di ieri sera contro la Fiorentina rappresenta per la Juventus un’occasione persa, al pari dei due punti in più che oggi le mancano in classifica.
Ripensando al risultato della gara pomeridiana tra il Milan e la Sampdoria, poi, i rimpianti aumentano.

Abituati a fare la conta degli infortunati in quel di Vinovo, a volte capita di dimenticarsi di andare a controllare la situazione degli avversari di turno. Beh, proviamo a farlo - a posteriori - con i viola: fuori per indisponibilità Jovetic, Mutu, Montolivo, Frey, Cristiano Zanetti e Natali; squalificato per due giornate (una, ormai, scontata) Kroldrup.
Non si tratta di calciatori di secondo piano, la contemporanea assenza degli ultimi due difensori ha costretto - inoltre - Mihajlovic a puntare sul giovane Camporese. Che poi, partita alla mano, è risultato essere uno dei migliori in campo.

In estate, quando viene stilato il calendario della serie A, si tende a dare un’eccessiva importanza alla sequenza delle partite così come scaturiscono dal sorteggio, utilizzandola come uno dei parametri per stabilire la griglia di partenza delle favorite per il campionato. Nella realtà dei fatti può capitare che le difficoltà presentate da una squadra che affronti nella giornata odierna possono cambiare radicalmente - in peggio o in meglio - in un periodo ristretto di pochi giorni, per i motivi più svariati.
Anche alla luce di queste considerazioni la Fiorentina che ieri sera si è presentata all’Olimpico di Torino andava aggredita dal primo all’ultimo minuto di gioco con lo spirito di chi ha fame di punti, con un po’ di sano cinismo sportivo, senza lasciarsi condizionare dal pareggio del Milan a Genova o dall’autogoal di Marco Motta subito a inizio gara.

E’ ovvio che se nel corso di una stessa gara si ingolfa il motore di Krasic, Aquilani non illumina il gioco, Del Piero spara in cielo un "rigore in movimento", il portiere viola Boruc è autore di diversi ottimi interventi, Storari trascorre la partita a ripensare all’autorete di Motta senza dover compiere un intervento che fosse uno sino al 94° minuto, non ci si può meravigliare più di tanto del pareggio ottenuto. Ma rammaricarsi sì. Perché si doveva vincere. Alla fine è stato merito di una punizione calciata da Simone Pepe se la Juventus è riuscita a raddrizzare una gara dove la superiorità mostrata sul campo non trovava conforto nel risultato.

L’Inter che ha vinto nella partita odierna disputata contro il Parma all’ora di pranzo ha segnato cinque reti con tre centrocampisti (Stankovic, Cambiasso e Thiago Motta), non potendo disporre - per motivi diversi - dei suoi cannonieri Eto’o e Milito; la Sampdoria orfana di Cassano è riuscita a pareggiare nel match con i rossoneri grazie al goal di Pazzini, vale a dire l’unica arma (offensiva) importante che le è rimasta a disposizione in questo momento; lo stesso Milan, in uno dei pochi giorni in cui Ibrahimovic non è riuscito a segnare, si è dovuto accontentare di un suo assist a Robinho per la realizzazione del momentaneo vantaggio sui blucerchiati. E comunque non è andato oltre l’1-1 finale.

Ogni squadra presenta sia punti forti che deboli, ed è attualmente sin troppo facile individuare nel centrocampo della Juventus il suo lato migliore. Viceversa, l’assenza di una punta di peso che possa permetterle una variante ad un gioco che dipende totalmente dalla prestazione della linea mediana si sente, eccome.
Al netto dell’Europa League mancano tre gare di campionato (Catania, Lazio e Chievo) prima della sosta invernale, e di mezzo c’è la riapertura del calciomercato: indipendentemente da quello che Del Neri potrà dire ai giornalisti in merito alle possibilità o meno che Madama possa riuscire a competere già da quest’anno per il tricolore, è dalle mosse che la società effettuerà nel mese di gennaio che si potrà intuire per quanto tempo ancora il cantiere-Juve dovrà rimanere aperto. Nel frattempo, qualche altra piccola considerazione.

Il 23 settembre, poco più di due mesi fa, nel posticipo del turno infrasettimanale della quarta giornata di campionato i bianconeri persero 3-1 in casa contro il Palermo. Alla Vecchia Signora mancò un netto calcio di rigore non assegnato da Orsato per un fallo subito da Del Piero all’interno dell’area rosanero. Dopo quell’incontro si ritrovò in quindicesima posizione, con soli quattro punti accumulati in altrettante giornate. A quanto ammontava la distanza in classifica dall’Inter prima in classifica? Sei punti, come quelli che attualmente separano la squadra del tecnico di Aquileia dal Diavolo. Ma sembravano sessanta.

Queste sono alcune delle dichiarazioni che Del Neri rilasciò dopo quella gara: "speravamo di aver risolto i problemi dopo Udine (la Juve vinse 4-0, ndr) invece ci siamo ricascati, siamo tornati a leccarci le ferite: sarà un campionato altalenante, testa bassa e lavoriamo sodo".
Ieri sera, dopo la partita contro la Fiorentina, Mihajlovic - che nelle ultime due gare ha avuto la possibilità di affrontare sia il Milan che i bianconeri - ha detto queste parole: "la differenza tra Milan e Juve? Ibrahimovic".

Lo svedese, al pari Trezeguet, Del Piero, Mutu e Zalayeta, faceva parte del reparto offensivo a disposizione di Fabio Capello nella stagione 2005-06. Certo, se Del Neri avesse a disposizione uomini del genere, con quattro anni di meno sulle rispettive carte di identità…

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com