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lunedì 20 gennaio 2014

Roma - Juventus nel segno del calciomercato


Superata da poco la metà del mese di gennaio, al termine della prima giornata di ritorno della serie A e dopo l'ennesima vittoria della Juventus si può tranquillamente affermare come soltanto la Roma – oltre alla Vecchia Signora - possa ancora nutrire qualche legittima ambizione di scudetto. Ammesso e non concesso che Madama d'ora in poi si travesta da bella addormentata nel campionato e inizi a perdere qualche punto per strada.

Martedì sera la Juventus inaugurerà la sua personale settimana romana affrontando i giallorossi nella gara secca, prevista allo stadio “Olimpico", valevole per i quarti di finale della Coppa Italia. Poi arriverà il turno della Lazio, stavolta in serie A, avversaria che la stessa Signora potrebbe poi ritrovare in futuro anche nella semifinale della coppa nazionale. Ammesso e non concesso, pure in questo caso, che entrambe le squadre riescano ad arrivare sino a quel punto.

Juventus e Roma, la coppia di regine del calcio italiano dell'inizio degli anni ottanta del vecchio secolo, hanno ripreso quindi a contendersi lo scettro della più bella del reame. Mentre i bianconeri stanno continuando un percorso vittorioso intrapreso tre anni fa, i giallorossi hanno dimostrato anche in questa finestra di calciomercato di voler gettare solide basi sulle quali costruire nuovi successi. I recenti acquisti di Nainggolan e Bastos, soffiati entrambi sul filo di lana al Napoli, ne sono la diretta testimonianza.

Quello che in pochi si aspettavano, invece, è quanto accaduto in queste ultime ore: Juventus e Inter, messe da parte le polemiche che da una vita caratterizzano il loro rapporto, hanno spiazzato tutti ipotizzando uno scambio di maglia tra Vucinic e Guarin. Non se l'immaginavano neanche i tifosi interisti, tanto che la loro rabbia ha finito per condizionare il buon esito della trattativa, comunque ancora in piedi e da definire a breve.

Questi sono tempi duri per i nerazzurri: sconfitte e critiche vanno a braccetto dall'inizio della stagione, nel corso di un campionato dove l'Inter, ad oggi, ha totalizzato sei punti in meno rispetto all'anno precedente. Dalla tirata d'orecchi di Fabio Capello a Thohir («Uno che entra in squadre come l'Inter non può dire “prima vendere, poi comprare”. Non mi convince, non sta facendo nulla per rafforzare la squadra»), sino ad arrivare alle battute velenose dell'ex Gasperini, non passa giorno in cui la società milanese non venga presa di mira da qualcuno.

Persino in Coppa Italia, laddove negli ultimi anni ha raccolto diversi successi (ben quattro in sette anni, dal 2005 al 2011), dopo l'eliminazione patita per mano dell'Udinese adesso non le resta che fare da spettatrice. La principale rivale in quel periodo era proprio la Roma. Quei tempi sembrano lontanissimi. A giudicare da come vengono portate avanti le trattative di mercato, lontani anni luce.

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martedì 8 ottobre 2013

Il futuro di Conte sarà ancora alla Juve?


Forse Paolo Bonolis, il popolare conduttore televisivo noto tifoso interista, la scorsa settimana avrebbe fatto meglio a non esprimere il proprio parere sugli inviti recapitati al c.t. della Nazionale da buona parte dell'opinione pubblica per una convocazione in maglia azzurra di Francesco Totti. E' pur vero che i mondiali brasiliani non sono ancora alle porte e che i trentasette anni del giocatore non sono pochi, ma sostenere in questo periodo che "se io fossi Prandelli non lo porterei ai Mondiali, perché il c.t. sta creando una Nazionale con un altro tipo di gioco. Francesco ha dei piedi benedetti da Dio ma è un po' indolente nella fase di recupero palla", significa guardare le partite dell'attuale campionato di serie A con il paraocchi. Oppure, più semplicemente, non guardarle proprio.

Nella settima giornata del torneo Totti e la Roma puniscono l'Inter a domicilio, continuando ad imporre alle avversarie un passo quasi insostenibile. In testa alla classifica, comunque, per il momento il sogno della conquista del tricolore accomuna tre tifoserie sparse lungo la spina dorsale del nostro paese: quelle della Juventus (al nord), della Roma (al centro) e del Napoli (sud). Nel corso della prossima giornata ci sarà una tappa cruciale della serie A: i giallorossi e i partenopei si scontreranno nella capitale (venerdì 18 ottobre), mentre i bianconeri saranno impegnati nella delicata trasferta di Firenze. A meno che dal doppio confronto non scaturiscano due pareggi, è altamente probabile che lassù stia per accadere qualcosa di importante.

Il Napoli non ha abbassato la guardia contro il Livorno, evitando di compiere lo stesso errore commesso nella gara recentemente disputata con il Sassuolo. La Juventus, invece, ha liquidato il Milan con più merito rispetto a quanto non dica il risultato finale. Dopo aver guardato il menù iniziale del campionato, Antonio Conte ha rigettato alcune critiche ai mittenti: "Quando sono stati stilati i calendari, tutti erano d'accordo nel dire che era un avvio in salita per la Juve. Dopo sette partite abbiamo totalizzato sei vittorie ed un pareggio: ci avrei messo non una firma, ma diverse". 

La sua opinione è condivisibile, anche se ad onor del vero i passi a vuoto dei bianconeri si sono verificati soprattutto in Champions League, laddove gli incontri sulla carta erano abbordabili e l'esperienza della scorsa edizione (tre pareggi consecutivi nelle prime tre partite) non facevano immaginare un cammino così complicato. Per il tecnico bianconero forse è meglio lasciar perdere il rumore dei nemici e concentrarsi, invece, su quanto accade tra le mura domestiche. Nell'ingranaggio bianconero qualcosa scricchiola, qualcos'altro non funziona a dovere, qualcosa si potrebbe sistemare e altro ancora potrebbe venire corretto a gennaio del prossimo anno, alla riapertura del mercato. Tutto questo nell'attesa di conoscere, più o meno all'inizio dell'estate del 2014, se l'avventura dello stesso Conte sulla panchina della Juventus proseguirà o meno.

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martedì 24 settembre 2013

Vincono tutte le grandi tranne il Milan

Il Napoli targato Benitez è ormai diventato una realtà consolidata del calcio italiano. Lo testimoniano sia il primo posto in classifica a punteggio pieno maturato (e mantenuto) sin dall'inizio del campionato che la recente vittoria ottenuta in Champions League contro i vice campioni d'Europa del Borussia Dormund.

La Roma di Garcia, appaiata in vetta con i campani, la stessa squadra che ad un certo punto della scorsa estate sembrava non avere né un capo né una coda, oggi rappresenta la vera e propria sorpresa di questa nuova edizione della serie A. Osservando il suo andamento, il numero che balza immediatamente agli occhi è quell'uno sulla casella delle reti subite, un'eccezione per una realtà come quella giallorossa che raramente in passato si è mostrata in grado di mantenere una simile impermeabilità nel reparto difensivo. Tanto la Roma quanto l'Inter sembrano beneficiare delle ventate di novità che hanno caratterizzato i loro ultimi mesi di vita. Per una domenica, poi, i nerazzurri di Mazzarri si sono trasformati pure in una macchina da goal, maltrattando il malcapitato Sassuolo del patron Giorgio Squinzi. Per lui, considerando la simpatia che nutre verso il Milan che non ha mai voluto nascondere, si è trattato di una giornata davvero nera.

La Fiorentina continua a viaggiare a ridosso delle prime anche grazie alle reti di Giuseppe Rossi, mentre la Juventus conferma il trend dell'ultimo periodo: aspetta di subire una rete prima di iniziare a giocare come vorrebbe sempre il suo tecnico. Mentre con Inter e Copenaghen non era riuscita ad andare oltre il pareggio, con il Verona ha ribaltato il risultato incamerando l'intera posta in palio.

Se le grandi prestazioni di Tévez ormai non fanno più notizia, per superare la squadra di Mandorlini le è sopraggiunta in aiuto una rete messa a segno da Llorente. Il partito di coloro i quali recentemente hanno puntato il dito contro le scelte dell'allenatore bianconero si è così spaccato in due: da una parte ci sono quelli che restano dalla parte di Conte, abile a gestire il pieno recupero fisico dello spagnolo dopo la lunga inattività della scorsa stagione; dall'altra sono rimasti quelli che avrebbero voluto che la punta fosse scesa in campo in Danimarca in occasione dell'esordio stagionale di Madama in Champions League.

Il Milan? Resta vittima degli errori estivi compiuti dalla società rossonera in sede di mercato: l'unico reparto che andava profondamente rinnovato era quello difensivo, invece è stato deciso di regalare ai tifosi una storia dal lieto fine come il ritorno a Milano del figliol prodigo Kakà. Le altre squadre, intanto, scappano. E senza lo squalificato Balotelli per i prossimi tre turni si annunciano tempi duri. Per sua fortuna c'è poco tempo per pensare, visto che il turno infrasettimanale del campionato riporta tutti in campo per la quinta giornata di serie A. Con tante gare concentrate in una sola settimana non è escluso che possa uscire fuori qualche risultato clamoroso.

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sabato 14 settembre 2013

Inter-Juve accende il campionato


Dopo la sosta causata dagli impegni della Nazionale di Cesare Prandelli, sabato riprenderà il campionato di serie A. Per la seconda volta consecutiva l'incontro di cartello della giornata riguarderà ancora la Juventus, ospite a Milano della neonata Inter di Walter Mazzarri. Se nel corso della seconda tappa della manifestazione i bianconeri si sono sbarazzati agevolmente della Lazio, in quella che sta per iniziare potrebbero trovare nei nerazzurri un ostacolo particolarmente duro da superare.

Nel calcio nostrano le partite tra Madama e l'Inter vengono considerate alla stregua di un vero e proprio derby. In ballo, infatti, non c'è soltanto la contabilità degli scudetti vinti, reclamati, tolti o aggiunti da una parte e dall'altra, quanto piuttosto una rivalità tra i club che negli ultimi anni è cresciuta così tanto da uscire dal rettangolo verde per poi entrare nelle aule dei tribunali.

Accompagnata dalle interviste di rito ai vari Luigi Simoni, Mark Iuliano e Ronaldo (Luís Nazário de Lima), i principali protagonisti del famoso scontro del lontano aprile del 1998, quella di sabato prossimo sarà l'occasione per testare l'effettiva consistenza della formazione milanese. Se della squadra di Conte si conoscono già pregi e difetti e restano da scoprire soltanto i nuovi arrivati Ogbonna e Llorente, ciò che incuriosisce dell'Inter è capire quanta sostanza c'è dietro il saldo delle reti maturato nelle due prime gare giocate in questo campionato: cinque gol segnati e zero subiti. La persona che meglio di altre potrebbe aiutare a risolvere (o dissolvere) questo dubbio è certamente l'argentino Tévez, la punta che ha aggiunto all'attacco bianconero quel pizzico di cattiveria sotto porta che era mancata nelle scorse stagioni. A Mazzarri e Conte, riconosciuti da ambo le parti come il valore aggiunto delle rispettive società, spetterà il compito di dare ulteriore sostanza ad un match che per sua natura ne ha già abbastanza. 

La gara che chiuderà la domenica del pallone sarà un derby reale, quello della Lanterna che vedrà opposte Sampdoria e Genoa, antipasto di un'altra stracittadina importante, quella tra Roma e Lazio, che animerà la prossima puntata del campionato. Una curiosità: i giallorossi di Rudi Garcia sinora hanno marciato alla stessa velocità dell'Inter. Considerando come le due società si sono comportate nel recente passato è giusto riconoscere, almeno in questa fase iniziale, la bontà del lavoro dei loro nuovi tecnici. Lo scontro tra Milan e Napoli metterà la parola fine alle partite previste tra poco più di una settimana. Visto che ci troviamo ancora all'alba di un'annata sportiva importante e densa di appuntamenti, si può dire che gli appassionati non hanno di che lamentarsi. Senza dimenticare, oltretutto, che l'Italia di Prandelli può già permettersi di scegliere la struttura nella quale alloggerà in Brasile nell'estate del 2014.

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venerdì 9 agosto 2013

Thuram, Cannavaro, Nesta e il calciomercato dei difensori


Nella storia del calciomercato italiano c'è stato un momento, in particolare, nel quale alcuni tra i migliori difensori del pianeta si sono trovati contemporaneamente al centro dell'attenzione generale. E' accaduto nel mese di agosto del 2002, undici anni or sono. I loro nomi? Thuram, Cannavaro e Nesta. Il primo si era già laureato campione del mondo con la nazionale francese nella competizione disputata oltralpe nel 1998; gli altri due, invece, avrebbero dovuto attendere ancora qualche tempo per aggiudicarsi il prestigioso trofeo nell'edizione tedesca del 2006. Fabio Cannavaro, oltretutto, in quello stesso periodo conquistò pure il Pallone d'Oro.

Fresco vincitore di uno scudetto con la Juventus dopo un'appassionante corsa all'ultimo punto con l'Inter, Lilian Thuram aveva deciso di rompere gli indugi e spazzare via le insistenti voci che lo avrebbero voluto lontano da Torino: "Sembrava che dovessi partire, da quel che si leggeva sui giornali. Si parlava di Manchester United, di Milan, di Real Madrid. Ma io non credo che ci sia qualcuno che possa affermare di avermi sentito dire che non sto bene alla Juventus. E non credo ci fosse da parlare, perché penso di aver sempre dato la mia disponibilità a giocare dove dice l'allenatore". 

L'allenatore cui faceva riferimento il francese era Marcello Lippi, anche lui futuro vincitore di un mondiale. Nel corso della stagione precedente il tecnico viareggino gli aveva chiesto di giocare sulla fascia destra anziché al centro della difesa, il suo habitat naturale. A Parma, ad esempio, stazionava in coppia fissa con Cannavaro proprio in quella posizione. A proposito del nazionale azzurro va ricordato come Thuram avesse accolto con piacere la notizia del suo trasferimento all'Inter, nonostante l'ex-compagno di squadra fosse entrato nel mirino dalla Juventus: "Sono felice per Fabio: so che voleva cambiare squadra e che alla fine la cosa si era fatta difficile. Penso che potrà dare il suo aiuto ad una squadra che cerca fortemente di vincere lo scudetto. Ovviamente mi auguro che il suo apporto non basti e che vinciamo ancora noi. Ma l'Inter l'ho vista molto bene a Bari (dove si era appena disputato il triangolare tra i bianconeri, i nerazzurri ed il Chelsea valevole per il trofeo "Birra Moretti", ndr), anche se si capiva che era più avanti nella preparazione".

Il 7 agosto 2002 Cannavaro era partito intorno alle ore 15.30 da Collecchio per raggiungere il ritiro del Parma di Cesare Prandelli a Sestola. Esattamente un'ora dopo ricevette una telefonata di Gaetano Fedele, il suo procuratore, che lo avvertì di aver raggiunto un accordo di massima con l'Inter. Dopo il roboante colpo di mercato messo a segno dal Milan con l'ingaggio del brasiliano Rivaldo era quindi arrivato il momento della fragorosa risposta da parte dei nerazzurri. Nei salotti importanti del calcio c'era chi sosteneva la tesi di un'asta scatenata dai rossoneri per accapparrarsi il calciatore di origine napoletana solo e unicamente con l'intento di far lievitare il prezzo del suo cartellino. Era comunque chiaro a tutti che Galliani avrebbe provato a concludere almeno un'operazione importante prima della chiusura di quella sessione estiva. L'ultimo tassello di una squadra che avrebbe dovuto scucire lo scudetto a Madama si chiamava Alessandro Nesta. Il difensore romano era più giovane di Cannavaro e veniva considerato dai rossoneri un ottimo investimento per il futuro.

Il cerchio alla fine si chiuse effettivamente in questo modo: Cannavaro si trasferì all'Inter (nonostante le azioni di disturbo, i nerazzurri lo acquisirono ad un prezzo pari alla metà di quanto i Tanzi chiesero a Franco Sensi l'estate precedente), mentre Nesta traslocò al Milan. E Thuram? Era effettivamente rimasto alla Juventus, convinto più che mai della sua decisione: "Al mille per mille? Ma no: al milledue per mille! Ricomincio con grande entusiasmo, perché giocare al calcio mi piace ancora, e tanto". 

Il francese emigrò qualche anno dopo in Spagna, dove indossò la maglia del Barcellona. Nel frattempo era stato raggiunto a Torino da Cannavaro, prima che il terremoto di Calciopoli contribuisse a sciogliere definitivamente quella grandissima coppia di difensori. Nesta, invece, restò in rossonero ancora per molto tempo.
Questa, però, è tutta un'altra storia.

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Articolo pubblicato su Lettera43

sabato 3 agosto 2013

Intervista a Paolo Condò

Paolo Condò, prima firma della “Gazzetta dello Sport”, esperto di calcio internazionale e giurato italiano per il Pallone d'Oro Fifa, ha accettato di essere sottoposto a qualche domanda sul mondo del pallone per “Pagina” .

Pochi giorni fa Antonio Conte si è mostrato più battagliero che mai rispondendo a tono ad una recente dichiarazione di Guardiola sulle reali possibilità economiche della sua Juventus, in maniera indiretta a Mazzarri (“Mette le mani avanti per coprire i fallimenti”) e ammonendo i suoi giocatori dal pericolo di avere la pancia piena dopo le ultime vittorie ottenute in Italia. Cosa pensi del metodo di comunicazione adottato dal tecnico bianconero?
Penso che vada bene in campo italiano, ma non in quello internazionale. So che l'intenzione di Guardiola era quella di affermare cose completamente diverse da quelle percepite da Conte, e che è rimasto molto stupito dalla sua reazione. Frasi del tipo “ognuno guardi a casa sua” non fanno parte di un galateo internazionale al quale penso che il tecnico bianconero, per bravura tecnica, debba aspirare. Sono cose da “parrocchietta” nostra. Questa immagino sarà la stagione nella quale sia lui che la sua Juventus potranno fare il salto di qualità in Champions League. Ecco, in questo senso direi che i modi per presentarsi al meglio in quella platea dovranno essere un pò diversi. 

Lo scorso lunedì è stato stilato il calendario della prossima serie A. Proprio alla Juventus toccherà un avvio di campionato denso di scontri ostici, almeno sulla carta. Sei della stessa idea dei vari Conte, Mazzarri, Donadoni, Guidolin e Galliani per i quali non serve commentare l'operato del computer della Lega, “tanto prima o poi bisogna incontrare tutte le squadre”?

Questa è un'ovvietà che ritengo giusta. Però non va dimenticato che nel corso della passata stagione la Juventus aveva ucciso il campionato da subito, visto e considerato che era partita benissimo con la sola esclusione del passo falso compiuto contro l'Inter. Già a fine novembre era abbastanza chiaro a tutti quale sarebbe stata la squadra favorita per la vittoria dello scudetto. Quest'anno, sempre prendendo come esempio i bianconeri, potrebbe risultare loro difficile vincere tutti i primi incontri, così come è possibile che il gruppo in vetta alla classifica per un pò di giornate risulterà composto da tre o quattro squadre. Poi, però, esattamente come accade in una gara di atletica dei quattrocento metri alla lunga verranno fuori i veri valori. Alcune contendenti inizieranno a scontrarsi l'una con l'altra ed alla stessa Juventus capiteranno per cinque o sei settimane consecutivamente match contro le più deboli del lotto. In quel momento potrebbe capitarle l'occasione per fare uno scatto in avanti decisivo.

La regola del fuorigioco ha subito una nuova modifica. Non sarebbe stato forse più opportuno lasciarla così com'era e toccare quella che prevede per portieri o i difensori l'assegnazione di un rigore contro più espulsione per aver negato una chiara occasione da goal, oltre ad una squalifica per la partita successiva?
Per quanto riguarda la seconda cosa che hai detto sono sempre stato favorevole all'ammonizione e non all'espulsione per il portiere che tira giù l'avversario in una chiara occasione da goal. Più che altro per non rovinare la partita. Ho letto ieri qualche articolo sulla questione del fuorigioco: in generale sono dell'idea di togliere la discrezionalità agli arbitri, perché è l'unico modo per avvicinarsi ad un'uguaglianza di trattamento di tutte le squadre per tutti gli episodi. Mi sembra invece che questa variazione vada nel senso contrario, aggiungendo all'arbitro una discrezionalità che in Italia viene sempre vista con sospetto.

Robert Lewandowski ha recentemente espresso tutto il proprio malumore in merito al mancato trasferimento estivo verso il Bayern Monaco, affermando: “Non escludo che arrivi un momento in cui questa situazione mi condizioni, magari a livello inconscio. E, quindi, potrebbe anche succedere che inizi a giocare male”. Al di là del gioco delle parti e della presunta promessa di farlo partire non mantenuta dal Borussia Dortmund, non ritieni che con queste dichiarazioni l'attaccante abbia esagerato? 
 Sì, le ritengo molto sbagliate. Il grande calciatore internazionale ogni volta che scende in campo viene osservato non soltanto dai suoi tifosi del momento, ma anche dai potenziali sostenitori e manager (direttori sportivi e allenatori) del futuro. Quando io voglio andare a comprare un giocatore e lo vedo comportarsi male per venire da me mi dovrebbe venire automatico il pensiero che in un domani ipotetico questo potrebbe accadermi con lui, ovviamente a parti invertite. Non mai stato d'accordo con il luogo comune che “se un calciatore vuole andare via non c'è nessun mezzo per trattenerlo”. Preferisco quei comportamenti, che definirei “civili”, tenuti nel passato dal Parma con Thuram e dalla Fiorentina con Toni. Entrambe le società li trattennero contro la loro volontà per qualche anno in più rispetto al momento in cui avevano espresso il desiderio di andarsene, forti di un regolare contratto stipulato con la controparte al momento dell'acquisto. I club dovrebbero ribellarsi al potere ricattatorio messo in atto da alcuni tesserati.

A partire dalla prossima stagione dovrebbe entrare in vigore a tutti gli effetti il fair play finanziario fortemente voluto da Michel Platini. Alla luce di certi comportamenti sul mercato di società quali il Paris Saint-Germain e il Manchester City, è ancora lecito attendersi la sua effettiva applicazione? Qual è il tuo parere su questo tema?
Adesso vedremo se, una volta entrato a pieno regime il fair play finanziario, scatteranno davvero le eventuali penalizzazioni. In generale credo si tratti di un imbroglio. Se per aggirarlo basta gonfiare i conti delle sponsorizzazioni, come fanno Qatar Tourism Authority e Etihad Airways per le società che hai citato, diventa troppo facile. Da questo punto di vista sono un ammiratore del vecchio calcio, quello nel quale l'importante industriale, che si chiami Agnelli per la Juventus o Berlusconi per il Milan, mette i soldi per la sua grande passione e si toglie lo sfizio di essere presidente e proprietario della squadra di calcio per la quale tifa. Detto questo chiarisco che non chiudo gli occhi di fronte alla modernità, però il concetto che un club debba raggiungere il pareggio di bilancio mi sembra una sciocchezza. Per spiegarmi meglio prendo come spunto la tua Juventus...

Ossia...
Se la famiglia Agnelli ha il desiderio di spendere cento milioni di euro per la squadra del cuore e lo fa di tasca sua non ne vedo il problema, penso sia sempre la cosa migliore. Dentro il fair play finanziario credo ci sia anche qualcosa di subdolo, perché con quello viene cristallizzato il potere dei grandi club tradizionali, dal Manchester United al Real Madrid, sino ad arrivare al Barcellona. Ti faccio un altro esempio pratico: poniamo che io diventi miliardario e, visto che sono un sostenitore della Triestina, voglio farle vincere la Champions League. Al momento la vanno a vedere in quattro gatti, mentre in un futuro roseo potrebbero assistere alle sue partite una media di spettatori intorno alle venti o trentamila unità. Ecco, in quel caso vorrei essere libero di poter spendere liberamente i miei soldi, senza alcun condizionamento. Con il fair play finanziario i nuovi ricchi, come potrei essere diventato io, troverebbero difficoltà a sedersi al tavolo dei grandi club storici.

Dato che sei uno dei giurati del Pallone d'Oro, auspichi una modifica nei criteri di attribuzione di questo prestigioso premio oppure sei d'accordo con quelli attuali?
Una volta il Pallone d'Oro veniva attribuito da trentadue giornalisti dei paesi europei più competenti in materia calcistica. Poi la platea dei votanti è stata allargata, il premio si è sposato con quello attribuito dalla Fifa e sono entrati in gioco i commissari tecnici, i capitani e i giornalisti di tutti i paesi del mondo. E' ovvio che un italiano come me, un inglese, uno spagnolo ed un argentino ne sappiamo molto di più di un membro delle isole Vanuatu, però il nostro voto pesa esattamente alla stessa maniera. E' anche per questo motivo che vince sempre Messi: alle isole Vanuatu, cito nuovamente questo esempio nella speranza che mi invitino laggiù per smentirmi così mi faccio una bella vacanza (ride, ndr), arrivano gli spezzoni delle partite più belle, dove spopolano i goals dell'argentino. Questo è uno dei motivi per i quali nell'anno in cui Iniesta ha segnato la rete decisiva per vincere il mondiale spagnolo il premio è andato comunque all'argentino. Lo spirito del premio, che a me piaceva, era quello di premiare il giocatore che si era dimostrato il migliore e il più decisivo in quella stagione. Su questo, oltretutto, ho anche una mia teoria divertente, che ho espresso in più occasioni...

Quale, scusami?
Quella secondo la quale i giornalisti ne sanno molto di più dei commissari tecnici e dei capitani... (ride, ndr). Noi non abbiamo l'obbligo di votare per i nostri giocatori o per i nostri c.t.. Ecco, in questo senso potrebbero introdurre una regola per la quale ogni avente diritto al voto sia obbligato a scegliere persone di un'altra nazione.

Nel corso della tua carriera c'è stato un momento talmente significativo per te da provare il desiderio di riviverlo una seconda volta?
Ce ne sono stati tanti, naturalmente, forse perché ritengo il mio mestiere il più bello del mondo ed in questo senso sono facilitato. Ho vissuto dal vivo momenti di grande impatto emotivo, anche se non ho avuto, purtroppo, la fortuna nel lungo periodo durante il quale ho seguito la nazionale di vederla conquistare un campionato del mondo. Mi sono fermato nel 2002 e quei disgraziati l'hanno vinto nel 2006... Scherzi a parte, il goal di Roberto Baggio all'ottantottesimo minuto della gara disputata nel mondiale americano contro la Nigeria (5 luglio 1994, ndr) mi diede una gioia incredibile. Lui stesso, per chiarire bene il valore specifico di quella rete, disse che ci “tirò tutti giù dall'aereo”. Un'altra partita che non dimenticherò mai è quella disputata dall'Italia nell'Europeo del 2000, il 29 giugno, quando sconfisse ai rigori l'Olanda. Sopravvivemmo ad una gara incredibile dove loro sbagliarono la bellezza di due penalty durante i tempi regolamentari. Nella lotteria finale dei calci di rigore dopo il nuovo errore di Frank de Boer ed il successivo sbaglio di Stam io ed un paio di giornalisti italiani ci alzammo in piedi dalle nostre postazioni di lavoro per urlare ai colleghi olandesi: “arrendetevi!!!” (ride, ndr). Pensa che durante l'incontro non eravamo mai usciti dalla nostra area... Nel mio caso, poi, aggiungerei un elemento che ritengo importante... 

Quale sarebbe?
Mi considero un tifoso non competitivo. Come ho già avuto modo di spiegarti in precedenza tifo per la Triestina, per la squadra della mia città. Gioca in serie “Z”, e quindi mi riesce facile osservare gli avvenimenti con quel distacco che mi permette di essere il più possibile obiettivo e competente, libero da ogni concetto di antipatia o simpatia. In alcuni dei miei colleghi che hanno una passione nel cuore noto che quando vanno a vedere un'altra formazione la cosa li lascia indifferenti. Al loro posto non riesco a non sostenere emotivamente e liberamente tutti quei club italiani che disputano le competizioni europee. Questo, ovviamente, fino a quando la Triestina non tornerà in serie A. In quel momento non ce ne sarà più per nessuno... 

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giovedì 15 novembre 2012

Juventus e Inter: chi si ferma e’ perduto


Dell'attuale Juventus ormai si conosce tutto: pregi, difetti, schema prediletto e prospettive di crescita legate anche (e soprattutto) al ritorno di Antonio Conte sulla sua panchina una volta scontata la squalifica.
Quello che ancora non è noto, nel contesto della serie A, è il nome della principale antagonista della Vecchia Signora nella corsa allo scudetto. Ammesso, naturalmente, che possa trattarsi di una squadra soltanto.

Ad inizio campionato quel ruolo era stato attribuito dagli addetti ai lavori al Napoli di Walter Mazzarri: la recente vittoria ottenuta in coppa Italia (proprio ai danni della Juventus) ed il successivo impoverimento tecnico del Milan e dell'Udinese avevano costretto il club campano ad uscire allo scoperto. Tenuto Cavani e ceduto Lavezzi (sostituito a tempo pieno da Pandev), il suo valore sembrava essere una spanna sopra le altre avversarie di Madama, comprese la Roma del "vecchio" Zeman e l'Inter del "giovane" Stramaccioni. Fiorentina e Lazio, almeno per questa stagione, per motivi diversi non parevano attrezzate per puntare al tricolore.

Dopo lo scontro diretto vinto dai bianconeri (20 ottobre) è poi emersa l'Inter, diventata la candidata “numero due” alla vittoria finale. Eppure l'avvio della squadra nerazzurra non era stato dei migliori: espugnata Pescara era successivamente caduta in casa per mano della Roma, salvo riprendersi immediatamente grazie al successo esterno maturato a Torino contro i granata.

Subito dopo quella gara Stramaccioni si era apertamente sfogato nei confronti dei media più critici: "Inter provinciale? Bisogna sciacquarsi la bocca e contare sino a 10: l'Inter è venuta qui a fare la propria partita: se lo fanno gli altri bene, se lo facciamo noi siamo provinciali. Ci vuole rispetto per il mio club. Resta il fatto che avere Wes e Antonio (Sneijder e Cassano, ndr.) in squadra rende tutto più facile". Trascorso qualche giorno aveva poi leggermente corretto il tiro delle proprie dichiarazioni: "Se dicono che vinciamo da provinciali, facendo sottintendere che per vincere dovremo avviarci a una dimensione di quel tipo, non ci sto".

In quella stessa giornata di campionato la Juventus aveva sbancato la Genova rossoblù vincendo 3-1 grazie all'apporto decisivo fornito da Mirko Vucinic, subentrato a partita in corso dopo essere stato escluso dall'undici iniziale. In merito a questa decisione Carrera era stato chiaro: "E' partito dalla panchina perché deve dimostrare in allenamento di meritare il posto". Di rimando, l'attaccante montenegrino aveva dimostrato di aver appreso appieno la lezione: "Qui non esiste un leader solo, esiste un gruppo eccezionale".

Tornando ai nerazzurri, l'ironia della sorte ha voluto che venissero poi sconfitti in casa dal Siena, guarda caso una provinciale. Da quel momento ha conseguito sette vittorie su altrettante gare, l'ultima delle quali nella tana della Juventus, sua rivale storica, interrompendone la serie di quarantanove risultati utili consecutivi in serie A.
Qui le due strade si sono quasi incrociate, nel senso che la distanza minima in classifica tra i club, un punto soltanto, aveva contribuito ad accendere le speranze di sorpasso dell'Inter. Trascorsa una settimana, la sconfitta patita dalla Benamata a Bergamo contro un'altra provinciale (l'Atalanta) ha riportato la squadra di Stramaccioni a quattro lunghezze dai bianconeri. Il Napoli, nel frattempo, si è nuovamente fatto vivo nelle zone nobili del campionato.

Nei confronti di chi vede esclusivamente un duello tra Juventus e Inter per la conquista del tricolore suonano dolci le parole pronunciate da Javier Zanetti nei momenti successivi la caduta di Bergamo: "Mancano ancora tante partite e si sapeva che poteva capitare, ora dipenderà da noi". Sul fronte opposto Mirko Vucinic si è detto pronto a rientrare sui campi da gioco dopo aver superato i noti problemi fisici: "Ora sto bene, e in vista di questa settimana non dobbiamo abbassare la guardia. Lazio, Chelsea e Milan: tre partite che possono decidere il destino della nostra stagione, tra scudetto e Champions League".
In sintesi, l’attaccante montenegrino sembra aver fatto suo il famoso proverbio “chi si ferma è perduto”. Limitatamente al campionato, più che perduto potrebbe essere sorpassato dall’acerrima rivale.


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martedì 6 novembre 2012

La Juve in Champions non può più fallire



Il recente successo ottenuto dall’Inter contro la Juventus certifica ulteriormente il ruolo di protagonista in questo campionato della squadra di Stramaccioni. Prima di quella partita i nerazzurri, unici in serie A, si erano dimostrati incapaci di pareggiare: su dieci incontri disputati ne avevano vinti otto e persi due. Dall’altra parte del campo, invece, i bianconeri potevano fregiarsi dell’impressionante numero di risultati utili consecutivi: quarantanove.

Il record di imbattibilità del Milan di Fabio Capello (cinquantotto gare senza sconfitte) può attendere: la Beneamata è uscita dallo “Juventus Stadium” con un successo meritato, reso ancora più netto dagli errori arbitrali che ne hanno complicato la strada verso la vittoria.

A detta di Diego Milito, eroe della serata con una doppietta, i nerazzurri probabilmente erano entrati in campo senza la giusta cattiveria agonistica: storditi dal goal lampo di Vidal e furiosi per gli abbagli del duo Tagliavento – Preti (rispettivamente direttore di gara e guardalinee), piuttosto di sprecare energie in inutili proteste hanno riversato la loro rabbia sul campo.

Considerando proprio questi elementi risultano poco comprensibili i successivi sfoghi di Stramaccioni (nei confronti di Marotta) e di Massimo Moratti, il quale ha cominciato subito dopo il novantesimo minuto a picchiare duro: “Ah, beh, quell’inizio combacia in maniera perfetta con la storia delle due società, potrei definirlo lo specchio o il riassunto esatto dei due club…”. L’oggetto della diatriba tra l’allenatore interista e lo stesso Marotta, invece, lo si poteva trovare in un commento di quest'ultimo in merito alla scelta del tecnico di presentare a Torino una squadra con tre punte. “Spensierato”, ha detto il bianconero. “Un complimento? Riguardatevi le immagini, era ironia”, ha riposto l’altro.

Passando a quanto successo sul rettangolo di gioco, Angelo Alessio ha ammesso di non essere rimasto sorpreso dalle mosse del collega. Il goal del 3-1 finale ad opera di Palacio, oltretutto, ha avvalorato la bontà della sua intuizione. L'Inter ha colto il successo esterno sfruttando appieno un'arma che la Juventus di oggi non possiede: l'attacco. Al momento è stata disegnata per sfruttare al meglio il proprio reparto avanzato, protetto e valorizzato dal resto della squadra: non è un caso e non potrebbe essere tale, visti i numeri, che i milanesi abbiano vinto sei gare in trasferta su sei.

Adesso per la Beneamata arriva il momento più difficile: quello della conferma. Non potrà più nascondersi dietro al Napoli, che ha superato in classifica, e dovrà necessariamente cercare di imporre il proprio gioco in casa laddove - ad oggi - ha mostrato di avere ancora qualche problema. Il rientro di Sneijder, poi, se da un lato contribuirà inevitabilmente ad alzare il tasso tecnico della formazione dall'altro andrà "gestito" in termini di spogliatoio. Per fargli posto qualcuno dovrà sedersi in panchina, e i mal di pancia di Cassano sono sempre dietro l'angolo.

Nonostante la sconfitta interna la Juventus resta comunque al comando in campionato, grazie al ritmo impressionante mantenuto sino allo scorso sabato ed alla zuccata vincente di Pogba nei minuti di recupero della gara disputata contro il Bologna. Il ricorso ai goals di più elementi della squadra può rappresentare una validissima alternativa all'astinenza degli attaccanti, a patto che non diventi la regola: un Marchisio o un Vidal, anche solo per i chilometri che macinano durante i novanta minuti di gioco, non avranno mai la stessa prolificità (e precisione sotto rete) dei vari Cavani, Milito o Klose.

A chi pronosticava con troppa sicurezza un monologo juventino in serie A dev'essere apparso strano vedere la Vecchia Signora perdere l'imbattibilità contro la seconda forza del campionato. La corazzata bianconera, ancor oggi la favorita numero uno del torneo, deve ancora riprendere la confidenza con la concomitanza degli impegni europei e adesso si trova - proprio in quella manifestazione - a vivere un clima da "ultima spiaggia": contro i danesi del Nordsjælland, mercoledì, non potrà fallire nuovamente l'appuntamento con la vittoria.

E' un concetto ormai ripetuto sino allo sfinimento, che non passa mai di moda: senza attaccanti di valore assoluto la Juventus difficilmente riuscirà a ripetere in Europa quanto messo in mostra in Italia dall'inizio della scorsa stagione. E neanche il ritorno sulla panchina di Antonio Conte riuscirà a sopperire a questa lacuna. 

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giovedì 20 settembre 2012

Enzo Bearzot, un uomo leale in cima al mondo


"Un uomo onesto, di grandi valori. Una persona seria, di ampia cultura. Severo, apparentemente burbero. Sentiva la responsabilità del gruppo, voleva sapere tutto di noi, che si faceva, dove si andava. Esigeva lealtà e rispetto. Chi mancava, non veniva più richiamato". La persona in questione è Enzo Bearzot, chi ne ha tracciato il profilo è stato Marco Tardelli, uno dei suoi "ragazzi", nel corso di un'intervista rilasciata a Nicola Calzaretta e pubblicata sull'ultimo numero del mensile "GS" (evoluzione del settimanale "Guerin Sportivo").

Petto in fuori, pipa in bocca, da commissario tecnico era diventato una sorta di secondo padre per alcuni tra i giocatori che convocava in azzurro. Amava quella maglia, da bambino (era nato nel 1927) aveva gioito nella piazza di Gradisca per la vittoria nel mondiale del 1938 ascoltando dagli altoparlanti la cronaca della finalissima dalla voce di Nicolò Carosio.

Stravedeva per Aldo Campatelli e sognava l'Inter. L'aveva affrontata in amichevole con la Pro Gorizia, che all'epoca si trovava in serie B, senza passare inosservato: venne arruolato dai nerazzurri, per poi debuttare a "San Siro" appena ventenne. L'emozione gli aveva giocato un brutto scherzo: stava per entrare sul terreno di gioco con la maglia indossata al contrario. Proprio Campatelli, con un gesto bonario, gli aveva fatto notare che il numero cinque andava esibito sulla schiena, non sul petto.

Non trovando spazio in prima squadra era stato dirottato a Catania: per lui si era trattato di un trauma, superato grazie a Luisa, la donna che sarebbe diventata sua moglie e che gli avrebbe dato due figli, Cinzia e Glauco. L'aveva conosciuta su un tram in quella Milano dell'immediato dopoguerra che adorava. Dalla Sicilia era salito sino in Piemonte, a Torino. L'ambiente granata gli era subito entrato nel cuore: trascorso un altro breve periodo all'Inter, era tornato sotto la Mole per concludere lì la propria carriera di calciatore.

Nereo Rocco, il “Paròn”, giunto a Torino dopo aver guidato il Milan alla prima vittoria in coppa dei Campioni, lo aveva spronato a diventare allenatore. Nella biografia "Il romanzo del vecio", curata dal giornalista e amico Gigi Garanzini, aveva confidato gli insegnamenti appresi in quel periodo: "Primo, come si crea un ambiente, un’atmosfera, un gruppo. Secondo, una squadra si regge sui vecchi prima che sui giovani. Il giovane ti dà la gamba, il vecchio la testa. Se sbagli i giovani hai il tempo di cambiarli, se sbagli i vecchi tutto ti crolla addosso".

Era stato Artemio Franchi a volerlo in nazionale, dopo che si era fatto le ossa - come tecnico - con i giovani granata e a Prato. Non c'era stato subito il "grande salto": all'inizio, infatti, aveva collaborato con Ferruccio Valcareggi e Fulvio Bernardini. Da calciatore aveva indossato la maglia dell'Italia soltanto in un’occasione: a Budapest, contro la grande Ungheria di Ferenc Puskás, con la consegna di limitare il raggio d'azione di quel fuoriclasse (27 novembre 1955, 0-2).

Quando la panchina era diventata sua a tutti gli effetti aveva fatto tesoro delle novità messe in luce dal mondiale tedesco del 1974 puntando ad un calcio diverso da far applicare agli azzurri: quello mostrato dai polacchi, simile all'olandese ma con meno rischi da affrontare nel tentativo di cambiare una mentalità ed un metodo di gioco ormai cristallizzati da tempo. La nazionale ammirata in Argentina nel 1978 era stata concepita a Milanello il 4 giugno 1976 alla vigilia di un'amichevole disputata contro la Romania, al termine di una chiacchierata con i suoi "ragazzi". Anche se non vinse il torneo, è rimasta la più bella tra tutte.

Persino più di quella che poi avrebbe fatto sognare un paese intero, in Spagna, quattro anni dopo. Lì, invece, il sogno era nato da un'intuizione del vecio datata novembre 1981: al termine di un allenamento dell'Italia, a Torino, si era fermato ad osservare Paolo Rossi mentre disputava una partitella contro la Primavera della Juventus. Era fuori forma e fuori dai giochi a causa della squalifica rimediata nello scandalo del calcioscommesse. Nonostante tutto, aveva capito in quei momenti che avrebbe potuto puntare su di lui. Sceglieva i calciatori da convocare usando come parametro il loro rendimento in nazionale, non quello in campionato.

Nel corso della carriera aveva subito critiche eccessivamente feroci. Un esempio, scelto a caso: durante il ritiro dell'Italia in preparazione agli Europei del 1980 a Pollone (Biella), due giornalisti erano stati allontanati perché arrivati in ritardo alla conferenza stampa. In tutta risposta scrissero sui quotidiani di un "lebbrosario azzurro" riservato a pochi intimi… Si definiva un cristiano anarchico: perdonava, ma non porgeva l’altra guancia. Non amava la vetrina, così come la falsa modestia. Era il primo a riconoscere i meriti dei giocatori nelle vittorie, senza trascurare i suoi. Sosteneva che agli allenatori attuali veniva data troppa importanza, in campo - in fondo - andavano i giocatori. Si sentiva patriarca perché il suo approccio mentale era lo stesso di quando la sera poggiava la testa sul cuscino e sperava di fare del pallone un hobby retribuito. Il cruccio era stato quello di non essere riuscito a civilizzare il pubblico, lui che aveva amato il calcio al di là del colore delle maglie.

E' morto il 21 dicembre, casualmente nello stesso giorno (a distanza di anni) in cui era mancato Vittorio Pozzo, il tecnico di quell'Italia che lo aveva fatto sognare ad occhi aperti, da ragazzino, a Gradisca. Ne aveva fatta di strada, Enzo Bearzot da Aiello del Friuli, per poter volare sopra il cielo della Spagna con una coppa del mondo sistemata accanto a lui. Mentre giocava a carte.

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martedì 3 aprile 2012

La rincorsa Juve "non è finita finchè non è finita"

Juventus - Napoli non è ancora finita: all’appello manca la finalissima di coppa Italia che verrà disputata il prossimo 20 maggio a Roma, dove i due club si troveranno nuovamente uno di fronte all’altro. Il campionato prima di allora sarà già terminato, così come la lotta tra Madama ed il Milan per cucirsi sulle maglie un nuovo scudetto.

Una curiosità: la Vecchia Signora si aggiudicò la sua ultima coppa nazionale nel 1995, nello stesso anno in cui vinse il tricolore cominciando in questo modo un ciclo trionfale che si sarebbe concluso nel 2006; sotto l’ombra del Vesuvio la squadra campana fece altrettanto nel 1987, allorquando conquistò entrambi i trofei. I primi dell’era Maradona.

Così come nel passato di Juventus e Napoli è già capitato che un successo in coppa Italia rappresentasse un momento importante della loro storia, altrettanto potrebbe accadere nella stretta attualità. Nel caso dei bianconeri, poi, acquisirebbe un valore ancora maggiore se venisse affiancato dalla vittoria di uno scudetto.

Per tagliare il traguardo finale della serie A davanti a tutte le avversarie la squadra di Antonio Conte dovrà recuperare i due punti di ritardo che oggi la separano dal Milan: da qui alla conclusione del campionato restano da disputare ancora otto partite, che ne metteranno a disposizione un massimo di ventiquattro.

Andando a rileggere i risultati delle ultime otto gare previste dal calendario per il girone d'andata (esclusi, quindi, i recuperi) si può notare come la Juventus sia riuscita a racimolare venti punti contro i diciassette dei rossoneri: se a campi invertiti la storia dovesse ripetersi, il finale di stagione potrebbe riservare una dolce sorpresa per i sostenitori bianconeri. Sulla propria strada il Milan troverà anche l'Inter, contro la quale subì una delle quattro sconfitte accumulate in campionato (0-1, 15 gennaio 2012).

La squadra nerazzurra, oggi nelle mani del giovane Andrea Stramaccioni, allora era guidata in panchina da Claudio Ranieri, il secondo dei tre tecnici ai quali quest'anno Moratti ha affidato la sua squadra. La Juventus che espugnò per l'ultima volta il "Renzo Barbera", teatro della sua prossima sfida contro il Palermo, era allenata dallo stesso Ranieri: accadde il 21 febbraio 2009, Sissoko e Trezeguet segnarono le due reti decisive per conto di una Vecchia Signora che a fine stagione arrivò seconda alle spalle dell'Inter.

A chiudere l'emorragia di risultati negativi contro i rosanero (quattro sconfitte consecutive da quella gara in avanti) pensò la Juventus di Antonio Conte: lo scorso 20 novembre 2011 Pepe, Matri e Marchisio misero la firma in una vittoria che portò altri tre punti a Madama, in quel momento in vetta alla classifica in compagnia della Lazio (ventidue punti, con una partita da recuperare) mentre il Milan era distanziato di una sola lunghezza. Terminati i novanta minuti di gioco lo stesso Conte cercò di frenare il crescente entusiasmo all’interno dell'ambiente bianconero: “Alla fine del girone d’andata tireremo le somme e capiremo dove possiamo arrivare”.

Diventata campione d'inverno con pieno merito la Vecchia Signora ha così parzialmente confermato la bontà della scelta estiva di quei giocatori di spessore che preferirono la Torino bianconera ad altre piazze importanti. Andrea Pirlo è uno di questi, così come quell'Arturo Vidal che ad agosto del 2011 - con il campionato ancora fermo - spiegò chiaramente il motivo del suo matrimonio con la Juventus (rifiutando le avances del Bayern Monaco): “Perché la Juventus è un’istituzione, è il massimo per qualsiasi calciatore”.

Blindato il secondo posto grazie ad un vantaggio considerevole sulla terza in classifica, Madama potrà continuare la rincorsa al Milan capolista ricordando la massima di Lawrence Peter "Yogi" Berra, leggendario giocatore di baseball statunitense: "Non è finita finché non è finita".
Appunto.

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martedì 17 gennaio 2012

Juventus, quanta strada in un anno

L'ultimo Juventus-Cagliari sembrava potesse rappresentare per Alessandro Matri l'occasione ideale per aggiornare il numero delle reti messe a segno nel corso di questa stagione: apparteneva a lui, d’altronde, l'unico goal realizzato da Madama sino a quel momento nel 2012 (a Lecce), così come da lui ci si aspettava un'altra marcatura da annoverare nella storia degli incontri tra bianconeri e sardi.

Nei suoi trascorsi in rossoblù, infatti, la punta aveva violato la porta della Vecchia Signora in più occasioni: il 31 gennaio 2009 fu l'autore del 3-2 con il quale concluse definitivamente la vittoriosa trasferta del Cagliari allo stadio "Olimpico"; il 29 novembre dello stesso anno sigillò il successo della squadra di Cellino al "Sant'Elia" (2-0, il primo goal fu opera di Nenê); il 26 settembre del 2010 realizzò una doppietta nella sconfitta per 4-2 subita a Torino dagli isolani.

In quella stessa serata il mattatore della gara fu Milos Krasic: la sua tripletta venne accolta dall'opinione pubblica come la conferma della bontà dell'acquisto di Madama. "L'unico campione approdato alla Juventus dopo il 2006", si sentiva ripetere da più parti. Curiosamente proprio un altro Juventus-Cagliari, giocato a distanza di un campionato, potrebbe diventare l'ultima apparizione del serbo in maglia bianconera.

L'assist per la clamorosa occasione fallita dal centrocampista nel finale di partita gli è stato confezionato da Borriello, il nuovo attaccante juventino entrato in competizione con Matri per il ruolo di punta centrale nello scacchiere di Conte. Nel reparto offensivo, laddove si pensava che Madama non avrebbe aggiunto altri uomini quanto piuttosto che si sarebbe liberata al più presto di alcuni esuberi, è iniziato il restyling invernale della Vecchia Signora.

La Juventus rallenta la propria corsa in campionato, smarrisce il cinismo mostrato a Lecce e pareggia una gara da vincere ad ogni costo: in caso di successo avrebbe avuto a propria disposizione due risultati utili su tre per mantenere la vetta solitaria della classifica in previsione della prossima trasferta di Bergamo. Superato il Milan di una lunghezza nella corsa verso il primato, dallo specchietto retrovisore è spuntata l'Inter di Ranieri: i sei punti che la separano dai nerazzurri rappresentano per ora un buon margine di distanza, considerando l'imbattibilità del gruppo guidato da Conte e l'affanno che le rincorse, prima o poi, comportano.

Parafrasando il titolo di un romanzo di Andrea Camilleri e adattandolo al calcio, il derby di Milano ha celebrato "la scomparsa di Patò": ormai in procinto di trasferirsi in Francia al Paris Saint-Germain, Pato è rimasto in rossonero per volontà di Silvio Berlusconi in persona proprio nel momento stesso in cui il Diavolo era pronto ad accogliere l'argentino Tévez come suo sostituto. Dirottato sul campo di gioco in mezzo all'undici titolare, la giovane punta ha poi offerto una prestazione decisamente sotto tono. Il tira e molla sul rinnovo del contratto di Allegri, il rapporto complicato tra il tecnico e la giovane punta brasiliana, la serata di scarsa vena di Ibrahimovic: di fronte ad un’Inter affamata di vittorie e senza particolari turbamenti il Milan si sarebbe dovuto presentare con uno spirito diverso da quello mostrato domenica.

L'Udinese attualmente priva di alcuni suoi elementi che partecipano alla Coppa d'Africa e la Lazio di Klose e Hernanes completano il gruppo delle squadre posizionate nei piani alti della classifica. Il posticipo serale previsto per domenica prossima al “Meazza” tra nerazzurri e biancocelesti rappresenta il piatto più prelibato del menù dell'ultima giornata del girone di andata.

Circa un anno fa, per esattezza lo scorso 29 gennaio 2011, con una Juventus entrata in crisi a tutti gli effetti Andrea Agnelli convocò una conferenza stampa per difendere l'operato del nuovo corso bianconero. Nella fase conclusiva del suo intervento dichiarò: "Se noi l'anno prossimo, in questo periodo, abbiamo i problemi di oggi, abbiamo un problema. Quest'anno i problemi che abbiamo e che stiamo gestendo erano prevedibili, e non modificano assolutamente quella che è l'impostazione che abbiamo dato".

In quel momento la Vecchia Signora si trovava al quinto posto in classifica, distante dodici punti dal Milan futuro campione d'Italia. La gara di ritorno tra Cagliari e Juventus si doveva ancora disputare: accadde il 5 febbraio 2011, allo stadio "Sant'Elia". In quell'occasione Matri segnò nuovamente una doppietta nel 3-1 con il quale Madama vinse la partita, indossando la sua nuova maglia bianconera.
Da allora qualcosa è cambiato, qualcos'altro no: di strada, però, ne è stata fatta parecchia.
Ogni tanto è giusto ricordarlo.

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domenica 13 novembre 2011

La lunga sosta nuoce alla Juventus


Quando lo scorso 27 luglio si procedette al sorteggio del calendario dell’attuale edizione della serie A, nel menù delle partite tra un’abbuffata e l’altra vennero fissate cinque soste: tre di queste legate agli impegni della nazionale azzurra (4 settembre, 9 ottobre e 13 novembre), le altre due alla pausa invernale del campionato.

Sì, lo scudetto ce lo giochiamo alla penultima giornata”, dissero in coro Ariedo Braida (Milan) ed Ernesto Paolillo (Inter), i rappresentanti delle squadre milanesi presenti alla cerimonia, vale a dire i due club che si sono aggiudicati (sul campo e fuori) gli ultimi sei scudetti in ballo.

In simili occasioni può capitare di avvertire le medesime sensazioni tipiche dell’approccio alla lettura di un libro giallo: da una parte c’è la volontà di gustarselo dall’inizio alla fine, dall’altra quella di dare un’occhiata alle pagine conclusive per scoprire con largo anticipo l’identità dell’assassino.

Nello scorrere velocemente le partite programmate nell’ultima giornata della manifestazione era, quindi, difficile non fermarsi di fronte a Lazio-Inter per tornare poi con la mente a quel famoso 5 maggio 2002 che tutt’ora conserva un posto di rilievo nell’album dei ricordi juventini.

La fuga improvvisa per protesta del patron del Napoli Aurelio De Laurentiis a bordo di uno scooter guidato da uno sconosciuto distolse l’attenzione generale dalle disamine tecniche successive al sorteggio.

Massimiliano Allegri, tecnico del Milan campione in carica, predicò ai suoi uomini la massima concentrazione “fin dall’inizio, perché gli scontri diretti importanti arrivano già nei primi turni”. Dopo aver perso con Juventus e Napoli, pareggiato in casa contro la Lazio e vinto soltanto con la Roma, non si può certo dire che le raccomandazioni fatte all’epoca siano state seguite alla lettera.

Aver racimolato molti punti con le squadre cosiddette “medio-piccole”, però, ha consentito ai rossoneri di sistemarsi attualmente in seconda posizione in classifica, in attesa del recupero della gara tra il Napoli e la Juventus che - in caso di successo esterno dei bianconeri al “San Paolo” – potrebbe comunque consentire a Madama di riportarsi solitaria in cima alla vetta.

Sempre in quei momenti Antonio Conte confessò di temere il blocco di incontri previsti tra la nona e la tredicesima giornata (nell’ordine: Fiorentina, Inter, Napoli, Palermo e Lazio). Dopo lo slittamento della prima partita dell’attuale stagione, che ha consentito alla Vecchia Signora di spostare a dicembre inoltrato il duro ostacolo rappresentato dalla trasferta di Udine, la decisione del rinvio della gara col Napoli fissata per il 6 novembre rischia ora di complicare ulteriormente il percorso dei bianconeri in quel tratto di campionato.

L’ultimo incontro ufficiale disputata dalla Juventus risale al 30 ottobre (vittoria interna contro l’Inter): da quel momento sino al suo ritorno sui campi di gioco, previsto per domenica 20 novembre, passeranno tre settimane. Si tratta di un’attesa estremamente lunga, mitigata dagli impegni dei nazionali bianconeri sparsi in giro per il mondo con le rispettive rappresentative: per la maggior parte dei convocati non verrà a mancare l’abitudine a disputare partite importanti; quello che potrebbe venire meno è la capacità nell’immergersi immediatamente nella realtà del campionato con la stessa determinazione mostrata nel match contro i nerazzurri.

Domenica prossima Madama affronterà nella sua nuova casa il Palermo: tranne la roboante vittoria nella stagione del ritorno in serie A (25 novembre 2007, 5-0 per i bianconeri), i siciliani hanno poi vinto nelle tre gare successive giocate a Torino.
Per una Juventus reduce da due settimi posti consecutivi, capace di riprendersi quel primo posto in classifica che le mancava dal lontano 14 maggio del 2006 per poi perderlo solo a causa dell’alluvione abbattutasi nella mattinata del 6 novembre su Napoli, ecco un altro (nuovo) piccolo tabù da sfatare.

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sabato 5 novembre 2011

Juventus-Napoli, quanti conti da regolare


Al tramonto dello scorso campionato la classifica finale consegnata all’albo d’oro della serie A recitava, nelle prime sei posizioni, in rigoroso ordine d’arrivo, i nomi di queste società: Milan, Inter, Napoli, Udinese, Lazio e Roma.
Per il secondo anno consecutivo la Juventus, nonostante fosse tornata nuovamente in mano ad un Agnelli (Andrea, l’attuale presidente), si confermava settima, perdendo pure il pass per giocare in Europa così come non le accadeva (sul campo) dal lontano 1991.

A distanza di poco più di cinque mesi Madama sembra aver ritrovato la strada maestra: sola in testa da due giornate consecutive, ha già avuto modo di regolare i conti in questo girone d’andata tanto con il Milan campione d’Italia quanto con quell’Inter che a maggio finì col piazzarsi seconda alle spalle dei rossoneri.
Slittato l’appuntamento per la gara contro l’Udinese al prossimo 21 dicembre, e con gli impegni con le romane ancora lontani, domenica sera arriverà per la Juventus l’appuntamento con la terza classificata nell’ultima edizione del torneo, il Napoli, allo stadio “San Paolo”.

Tornate entrambe in serie A nel giugno del 2007 dopo aver superato i momenti più duri della loro storia, mentre il patron De Laurentiis sta provando a dare al club campano una dimensione europea, per la Vecchia Signora il percorso da compiere in tal senso è ancora lungo.

Proprio a De Laurentiis appartiene il ruolo di mattatore del calcio italiano nel lungo periodo di inattività delle squadre sui campi da gioco, a partire dai momenti successivi all’ultima gara della scorsa stagione sino al sorteggio del calendario della nuova, allorquando lasciò all’improvviso tutti gli invitati alla cerimonia ufficiale per fuggire in sella al motorino di un passante dopo aver manifestato più volte (ed in maniera plateale) la propria rabbia per un presunto trattamento di sfavore ricevuto dalla sua squadra.

Quando a primavera inoltrata la voce di un Milan fortemente interessato ad Hamsik iniziava a farsi sempre più forte, si scagliò prima contro Berlusconi (“Se il Milan vuole un giocatore del Napoli, allora mi chiami lui. Anche il capo del governo deve rispettare il fair play finanziario”), poi contro Andrea Monti, il direttore della “Gazzetta dello Sport” (“La Gazzetta è guidata da uno juventino, il giornalista che ci segue è un tifoso della Juve ed è strano che non abbia messo Hamsik in seno alla Juve”).

Naturalmente anche a Madama, all’epoca dei fatti entrata prepotentemente in corsa col Napoli per l’acquisto dello svizzero Inler, non vennero risparmiate alcune frecciate: “La Juve? Ne ha bisogno. Con l’arrivo del nuovo allenatore dovrà cambiare 25 giocatori”.

Nuovo allenatore che avrebbe potuto essere Walter Mazzarri, se poi non fosse stato scelto al suo posto Antonio Conte, portando quindi ad una fumata bianca il flirt tra la Vecchia Signora e il tecnico di origine livornese. Risale allo scorso 23 maggio la giornata convulsa che vide – nel giro di sole quattro ore – De Laurentiis cercare attraverso l’aiuto dei propri legali la via per arrivare alla risoluzione del contratto col tecnico per giusta causa (niente esonero e – quindi – niente stipendio per le altre due annualità), per riuscire in un secondo momento nell’intento di smontare le richieste sportive ed economiche dello stesso Mazzarri, dopo un lungo faccia a faccia alla presenza di Riccardo Bigon nei locali della Filmauro.

Due giorni dopo, il 25 maggio, il nuovo arrivo bianconero Andrea Pirlo veniva presentato alla stampa. Tra le varie domande, risposte, ammissioni e confessioni che si susseguirono in quel pomeriggio, in merito alla scelta del suo nuovo numero di maglia si lasciò volutamente scappare una battuta ad effetto: “Ciò che più mi piacerebbe è festeggiare a fine stagione con il numero 30 sulle spalle”.

Anche la strada per il recupero dei due titoli tolti a Madama per effetto di Calciopoli passa per Napoli, laddove non manca molto tempo alla lettura della sentenza del processo penale che vede coinvolto (tra gli altri) Luciano Moggi.
Nel frattempo, si ripartirà sul campo dal 3-0 (tripletta di Cavani) con il quale la squadra di Mazzarri schiantò tra le mura amiche quella di Del Neri lo scorso 9 gennaio 2011. Un altro conto da regolare per la Vecchia Signora.

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sabato 22 ottobre 2011

Del Piero, la Juve e il primato in classifica


Tanto la Juventus quanto l’Udinese nell’ultima domenica di una serie A condita da tanti 0-0 hanno finito col racimolare entrambe un pareggio a reti inviolate, risultato che ha consentito loro di viaggiare a braccetto in testa alla classifica per (almeno) altri sei giorni. E pensare che proprio i due club bianconeri, gli unici ad essere ancora imbattuti nel campionato in corso, si sarebbero dovuti incontrare allo stadio "Friuli" nella prima giornata della manifestazione: a causa dello slittamento della stessa, l’appuntamento è stato rinviato al prossimo 21 dicembre.

Per trovare l’occasione più recente nella quale le attuali capoliste si sono affrontate in quella precisa data bisogna risalire al campionato 1980-81: la Vecchia Signora, nell’anno che la consacrò campione d’Italia per la diciannovesima volta, vinse al "Comunale" con un rotondo 4-0 (le reti furono messe a segno da Brady, Causio, Bettega e Marocchino). Quel risultato, curiosamente, appartiene anche all’ultimo successo dei torinesi nei confronti diretti (19 settembre 2010). Da qui allo scontro prenatalizio, comunque, ci saranno ancora da attendere due mesi e da disputare nove gare: troppi elementi per mettersi adesso a fare calcoli ed immaginare una partita che possa valere la leadership provvisoria della serie A.

Prime della classe in solitudine da quasi un mese, complice la sosta per gli impegni della nazionale azzurra di Cesare Prandelli, nel corso della giornata ormai alle porte il calendario riserverà loro due impegni casalinghi (il Genoa a Torino e il Novara a Udine) che potrebbero consente ad entrambe di allungare ancora un pò la felice in convivenza.

Prima o poi, oltretutto, le altre rivali la smetteranno di camminare ed inizieranno a correre, anche perché gli ingressi per accedere alla prossima edizione della Champions League si sono ormai ridotti da quattro a tre, e la lotta per accaparrarseli, mano a mano che le partite si ridurranno, finirà inevitabilmente col diventare sempre più accesa.

Le gare infrasettimanali della massima competizione europea hanno ridato fiducia alle squadre italiane coinvolte: passato il mal di pancia e smaltito lo stress (Ibrahimovic e Cassano), il Milan ha vinto contro il Bate Borisov dopo aver sculacciato il Palermo lo scorso sabato in campionato; il Napoli è riuscito a resistere all’urto provocato dal confronto col Bayern Monaco, riappropriandosi di quella porzione di autostima persa a seguito della sconfitta interna patita in campionato col Parma; Ranieri il "farmacista" sembra aver trovato la medicina giusta per guarire la sua Inter in Champions League, mentre è ancora alla ricerca della cura necessaria per risolverle i gravi problemi avvertiti in serie A.

Dove la classifica piange, i punti sono pochissimi, le sconfitte aumentano col passare del tempo e Massimo Moratti si lamenta pubblicamente dell’aria malsana che si respira intorno alla squadra: "Se devo pensare solo male, mi viene in mente che abbiamo avuto contro quattro rigori e tre erano inventati e due su tre sono stati decisivi. Non è una cosa piacevole e a questo punto speriamo si abbia la coscienza di capire che finora, nei confronti dell’Inter, è stato fatto qualcosa che non stento a definire esagerato".

Esagerato, sì, soprattutto se confrontato con quanto accaduto nel recente passato: a partire dal 2 marzo 2008, giorno in cui il napoletano (ed ex juventino) Zalayeta si fece parare un penalty da Julio Cesar allo stadio "San Paolo", al 20 settembre 2009, allorquando il Cagliari beneficiò allo stadio "Sant’Elia" di un tiro dagli undici metri in una partita contro i nerazzurri, all’Inter non vennero fischiati rigori contro per un totale di cinquantatré giornate di calendario.

Numeri importanti, ma non impressionanti: a tal proposito basta ricordare che il record in questo senso appartiene ancora all’Inter, quella di Angelo Moratti, dove l’astinenza di rigori a proprio sfavore raggiunse la ragguardevole cifra di cento gare di serie A, comprensive di novantanove in campionato (dal 29 marzo 1964 al 19 marzo 1967) e di una relativa allo spareggio decisivo per lo scudetto del campionato 1963/64.

A proposito di record: dopo averne battuti e abbattuti diversi nel corso della sua lunghissima militanza in maglia bianconera, ormai non ci sono più dubbi sull’addio di Alessandro Del Piero dalla Juventus al termine di questa annata calcistica. Tra i tanti, uno dei più simbolici è rappresentato dal fatto che il numero dieci di Madama è riuscito a giocare in quattro stadi nella sola città di Torino, compreso l’ultimo: il più bello, il più invidiato.

Verrà il momento in cui Del Piero in cui potrà esibirli tutti e parlare con orgoglio del proprio passato: adesso, però, dovrà ancora occuparsi di portare avanti la causa della Vecchia Signora. Così come ha dimostrato coi fatti nella recente gara di Verona contro il Chievo: nei venti minuti nei quali è stato messo in campo da Conte ha provato con la stessa determinazione tanto a condurre la sua squadra alla vittoria colpendo un palo di testa, quanto a proteggere coi denti il pareggio finale, salvando la propria porta essendosi trasformato nell’ultimo baluardo difensivo.

Come un vero leader, proprio lui che lo è stato e lo sarà ancora per qualche mese. Arriverà poi il giorno in cui la società dovrà trovare il sostituto: non per coprire il buco derivante dalla sua assenza, ma per colmare una voragine.
Non è proprio la stessa cosa.

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