Visualizzazione post con etichetta Juventus. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Juventus. Mostra tutti i post

martedì 28 ottobre 2014

Juve e Roma, continua il dualismo in serie A

 



Unite dalle difficoltà incontrate in campo europeo, Juventus e Roma si sono momentaneamente allontanate in classifica nel campionato di serie A. E' ancora troppo presto per parlare di fuga bianconera, mentre a questo punto della stagione sembra francamente inutile discutere di una possibile crisi giallorossa. I risultati dell'ultima giornata di Champions League pesano come macigni sull'umore dei rispettivi ambienti, ed evidenziano ulteriormente – ammesso e non concesso che qualcuno ancora non se ne fosse accorto – la differente caratura tra il calcio nostrano e quello di paesi come Inghilterra, Germania e Spagna.

In Europa, quindi, siamo alle solite: il pareggio esterno ottenuto contro il Manchester City aveva illuso chi credeva in una Roma alla quale l'Italia sembrava addirittura stare stretta; la Juventus di Allegri – per ora – sta attraversando le stesse difficoltà vissute nel recente passato, quando sulla panchina bianconera sedeva Antonio Conte. Il campo, giudice supremo e indiscutibile, ha bocciato le rivali rimandandole ad occuparsi delle loro piccole faccende quotidiane.

In attesa di tempi migliori Juventus e Roma hanno ripreso a battagliare in Italia, dove Madama – a differenza della Roma, fermata a Genova - è riuscita a regolare il Palermo grazie alla quinta vittoria consecutiva negli ultimi scontri avvenuti in campionato con i rosanero.

Genova, ancora lei (questa volta sponda rossoblù), potrebbe rappresentare il crocevia della prima parte del torneo. Se gli uomini di Gian Piero Gasperini riusciranno a fermare la Vecchia Signora è altamente probabile che Totti e compagni le torneranno alle calcagna. Viene difficile, infatti, pensare che il Cesena (un punto soltanto in quattro trasferte) possa impedire alla Roma di conquistare altri tre punti davanti al proprio pubblico.

Il prossimo turno infrasettimanale sembra meno favorevole a Madama, comunque fortunata - sino ad ogggi - negli scontri diretti con Gasperini: undici gare, tra serie A e B, nelle quali ha raccolto ben otto vittorie, due pareggi ed una sola sconfitta (l'ultima, peraltro, patita per mano del Genoa), datata 11 aprile 2009.

Numeri e statistiche che rendono più interessante la giornata che sta per cominciare. A riportare i piedi per terra e a ricordare al mondo intero la povertà di contenuti del nostro campionato hanno pensato le inutili e, francamente, infantili polemiche divampate proprio in questi giorni tra i maggiori esponenti del movimento calcistico. Al di là dei fatturati, degli stadi vecchi e deserti e via discorrendo, questo è in assoluto il vero male del football italiano. Il pesce, come recita un vecchio detto, puzza sempre dalla testa. 

Articolo pubblicato su

domenica 28 settembre 2014

La Juventus di Allegri ora vola in Spagna


Un complimento a destra, uno a sinistra, il rischio di avere la pancia piena già ad inizio stagione... Prima di pensare all'Atalanta, la Juventus che ha espugnato Bergamo doveva innanzitutto cercare di dimenticare gli elogi che in settimana le sono piovuti da ogni dove, per poi concentrarsi soltanto sulla gara da affrontare allo stadio “Atleti Azzurri d'Italia”.

Se per Pierpaolo Bisoli lo scontro infrasettimanale tra il suo Cesena e la Vecchia Signora era paragonabile ad una sfida tra una Ferrari ed uno scooter 125, per Antonio Conte la rosa attuale della Juventus è addirittura più abbondante e competitiva dell'anno scorso. Un bel carico di responsabilità sulle spalle di Allegri, non c'è che dire.  Aiutato – in questo senso - dal cammino in campionato della Roma, paragonabile a quello della propria squadra, il tecnico è riuscito però a trasmettere all'ambiente bianconero quella tranquillità necessaria per mantenere alta la guardia.

Per cadere dalle stelle alle stalle a volte si impiega un attimo. Basta un passo falso, anche mezzo, per vedere i complimenti trasformarsi in critiche feroci. Non ci voleva un esperto di calcio per capire che Juventus e Roma avrebbero fatto il vuoto in Italia. Queste prime giornate di serie A hanno soltanto certificato quanto veniva considerato scontato durante l'estate appena conclusa.

Adesso, però, è arrivato il momento di alzare l'asticella, di provare a crescere ancora per trasformarsi da grande a grandissima squadra. La partita che mercoledì sera vedrà impegnata Madama in Spagna contro l'Atletico Madrid potrebbe garantire agli uomini di Allegri, in caso di vittoria, quell'ulteriore salto di qualità che consentirebbe loro di essere realmente competitivi persino in Europa. Anche un pareggio, in realtà, potrebbe servire all'uso. Ma soltanto a giochi fatti.

Se la Juventus dovesse affrontare questa delicata trasferta con una mentalità sparagnina il risultato rimarrebbe comunque fine a se stesso. Il triennio di Conte ha consentito alla Vecchia Signora di tornare a dominare in Italia. Ambiziosa come non le accadeva da tempo, Madama ha ripreso a vincere scudetti conquistando il primo della serie senza perdere neanche una gara.

Quella stessa sfrontatezza le sarà necessaria anche in Champions League per provare a scalare, gradualmente, i gradini che ancora la separano dalle corazzate tedesche, inglesi e spagnole. E' inutile perdere tempo a parlare sempre e solo di budget, di possibilità economiche e di fatturato. Quelli sono handicap con i quali le squadre italiane dovranno convivere per diverso tempo ancora. Possono giustificare le difficoltà, non trasformarsi in alibi per qualche brutta figura.

L'Atletico Madrid di Simeone che lo scorso anno ha stupito il mondo rappresenta un esempio che la Juventus, in questo suo particolare momento storico, deve cercare di seguire. Occhio, però: mercoledì sera sarà proprio quella squadra a voler mettere i bastoni tra le ruote della corazzata bianconera.

Articolo pubblicato a breve su

domenica 21 settembre 2014

La nuova Juventus sbanca "San Siro"


La Juventus sbanca “San Siro” e spiana la strada per poter arrivare allo scontro diretto con la Roma (5 ottobre) a punteggio pieno in classifica. I prossimi ostacoli, nel suo percorso di avvicinamento allo scontro diretto, si chiamano Cesena (in casa) e Atalanta (in trasferta). Per la Vecchia Signora non saranno certo delle passeggiate di salute (soprattutto la gara di Bergamo), però non è utopistico immaginare che la banda di Allegri possa accumulare altri sei punti in centottanta minuti di gioco.

Sono rimaste molte tracce del lavoro di Antonio Conte in questa nuova Juventus. Adesso, però, si inizia a vedere anche la mano di Allegri. Se Madama sino alla scorsa stagione mostrava sul campo un atteggiamento aggressivo, simile a quello del tecnico che la guidava dalla panchina, ora sembra aver assorbito la calma dell'ex tecnico rossonero.

Quella ammirata a Milano è una Vecchia Signora consapevole della propria forza, per nulla intimorita dai titoli dei giornali che la avvisavano di una nuova, possibile pretendente allo scudetto capace di anestetizzare la gara prima di infierire il colpo di grazia al Diavolo. Tre titoli di fila, d'altronde, non si vincono per puro caso.

La programmazione della Juventus, per ora, sta producendo i frutti sperati. Verso la fine del mese di giugno del 2013 in molti si erano scandalizzati quando era stato deciso di assegnare la maglia numero dieci a Tevez. Adesso, con ogni probabilità, le stesse persone che allora gridarono allo scandalo saranno costrette ad ammettere che l'argentino indossa con una naturalezza impressionante una casacca così importe per i colori bianconeri. “È un onore per me, ma la responsabilità non mi spaventa, perchè nel Boca avevo ereditato la maglia di Maradona”, aveva detto l'Apache nel corso della sua presentazione alla stampa torinese. Ecco, è anche da questi particolari che si giudica un fuoriclasse.

Pereyra in grado di sostiture Vidal, Coman che non sfigura all'esordio in serie A, i lampi di classe mostrati da Morata nei pochi minuti giocati sino ad ora, la corsa fluida di Romulo, i piccoli segnali di miglioramento di Ogbonna, i cross di Evra... Tanti piccoli segnali che fanno pensare ad una Juventus più forte di quella della scorsa stagione. In panchina, poi, siede un tecnico che in poco tempo è riuscito a guadagnarsi la stima e il rispetto dei suoi calciatori. Quando si entra in un nuovo ambiente, nel mondo del calcio, il primo passo da compiere è quello. Se dovesse continuare in questo modo, ben presto arriverà anche l'apprezzamento dei tifosi.

Articolo pubblicato a breve su

Quali sono i 10 momenti che hanno caratterizzato la mia vita associata al calcio?


Qualche giorno fa, attraverso il mio profilo su Facebook, ho risposto a Giovanni Augugliaro, un amico "virtuale", che mi domandava (dopo aver esposto i suoi) quali fossero i 10 momenti che hanno caratterizzato la mia vita associata al calcio.

Ho deciso di pubblicarli anche qui, sul blog.
Eccoli:
1. La volta che ricevetti la foto autografata da Gaetano Scirea, con tanto di dedica. Chi la fece avere a mio padre gli raccontò un aneddoto: “Eravamo sugli spalti di un piccolo stadio per guardare una partita di ragazzini. Ce n’erano alcuni bravi e altri meno. Per lui no, non era così. Aveva una parola buona per tutti. Era semplicemente unico”;
2. La vittoria dell’Italia nel mondiale del 1982. Per me, come per molti juventini, quella è stata un’edizione indimenticabile;
3. La sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo. In quel preciso momento ho capito che puoi perdere anche se sei indiscutibilmente, incredibilmente più forte del tuo avversario;
4. La maledetta finale di Bruxelles. Non scrivo altro, anche perché scadrei nella retorica;
5. Quando Platini si sdraiò sul prato verde di Tokyo. In un solo gesto aveva riunito tutte quelle caratteristiche che, ai miei occhi, lo rendevano meraviglioso. Ah, per essere precisi: pochi istanti prima aveva realizzato un goal mostruoso, poi ingiustamente annullato;
6. L’esordio di Del Piero con la maglia della Juventus. Tra me e lui ci sono pochi giorni di “distanza”, siamo coetanei. In quel momento avevo intuito che quel ragazzino avrebbe accompagnato tanti momenti felici della mia vita;
7. La finale di Champions League vinta contro l’Ajax. Perché si è trattata di una gioia immensa, condivisa con la nonna materna che non c’è più;
8. Il gesto sportivo di Pessotto nel corso della gara persa a Perugia, nella risaia che aveva sostituito il campo di gioco. Quello, per me, è lo stile Juve;
9. Lo scudetto vinto il 5 maggio 2002. In quel preciso istante mi trovavo alle Maldive. Pochi minuti prima dell’inizio delle gare un colpo di vento ruppe l’antenna centrale. Tutti nella hall, quindi, per seguire via internet gli aggiornamenti. Al primo goal segnato dalla Lazio stavo per sedermi su una panchina di legno. Decisi di rimanere in quella posizione, scomodissima, per quasi un’ora e mezza, intervallo compreso. Scaramanzia, of course. Poi, come promesso ad un conoscente interista prima di partire per la vacanza (“Non succede, ma se succede… “), mi feci dare un bicchiere di latte per poi andare da solo sul pontile, a ballare come fece Leonardo Pieraccioni in “Fuochi d’artificio”. Tornato in camera, scagliai i cuscini a destra e a manca. Spesi 18 dollari per chiamare in Italia, mia madre mi disse che aveva ricevuto almeno 12 telefonate di amici che le chiedevano cosa cazzo ci facessi alle Maldive in quel momento;
10. La serata nella quale conquistammo matematicamente il primo scudetto dell’era-Conte. Dopo tanti anni passati ad accumulare rabbia, a domandarmi come avrei reagito in futuro di fronte alla prima vera gioia, ho fatto la cosa che meno mi aspettavo: ho stappato una birra e l’ho bevuta con calma, guardando i giocatori in televisione che festeggiavamo all’impazzata. Stavo piangendo. Di gioia, ovviamente.

lunedì 15 settembre 2014

Allegri e la Juventus: buona anche la seconda


Se guidare la Juventus in questo particolare momento storico rappresentava già un compito arduo per Massimiliano Allegri, va detto che l'ottimo avvio in nazionale di Antonio Conte, nella nuova veste di commissario tecnico, non ha certo facilitato il lavoro dell'allenatore livornese. Nonostante tutto Allegri ha superato brillantemente il primo vero esame della stagione: l'impatto dell'esordio allo "Juventus Stadium", di fronte a quei tifosi bianconeri rimasti improvvisamente orfani del tecnico che ha riportato lo scudetto a Torino dopo tanti anni di digiuno.

Neanche il tempo di rifiatare ed ecco che Madama si riaffaccia nuovamente all'Europa, il vero tasto dolente dell'era contiana. Il sorteggio dei gironi della Champions League ha sorriso ancora alla Juventus: così come le era capitato nella scorsa stagione, anche quest'anno l'obiettivo del raggiungimento degli ottavi di finale della manifestazione non appare impossibile.

Stesso schema utilizzato, con qualche piccola variazione rispetto al passato in fase di possesso palla: la Juventus di Allegri rispecchia quasi fedelmente quella che l'ha preceduta, anche se la mano del tecnico inizia a intravedersi in qualche situazione di gioco. Proprio in questo frangente, comunque, è venuta fuori l'intelligenza del nuovo allenatore bianconero: accantonate momentaneamente le sue idee, ha saggiamente deciso di continuare il lavoro iniziato da Conte. Il momento dei cambi arriverà presto, testarli con la pancia piena di punti e vittorie aiuterà certamente i calciatori ad assimilare altre tattiche di gioco.

Se l'Udinese, sconfitta lo scorso sabato, non si può (ancora) considerare un'avversaria in grado di tarare il livello di competitività di questa Juventus, il Chievo - battuto all'esordio in campionato - probabilmente non era così debole come sembrava a prima vista. La questione, comunque, è un'altra: Madama nel corso dell'estate si è ulteriormente rinforzata rispetto alla scorsa stagione. Durante il calciomercato estivo avrebbe potuto fare sicuramente meglio, ma già così come è stata costruita dispone di una rosa migliore.

Resta da capire se la Roma sarà in grado di compiere un ulteriore salto di qualità. In caso contrario la Vecchia Signora staccherà nuovamente il gruppo per puntare solitaria alla conquista di un nuovo tricolore. In questo momento, oltretutto, non si intravedono altre serie pretendenti al titolo.

La scorsa stagione la Juventus vinse le prime due gare del campionato pareggiando poi a Milano, contro l'Inter, la terza partita del torneo. Nella prossima giornata di serie A Madama andrà nuovamente a "San Siro", stavolta contro il Milan, per disputare un incontro che riscalderà sicuramente il cuore di Allegri. Se dalla contesa dovesse scaturire un altro segno "X" il tecnico bianconero potrà stare comunque tranquillo: i 102 punti in classifica sarebbero ancora alla portata della sua squadra.

Allegri, d'altronde, lo sa benissimo: i paragoni col passato non finiranno mai. Ma basterebbe un altro scudetto, meglio ancora se unito al raggiungimento degli ottavi di finale della Champions League, per zittire buona parte della critica.

Articolo pubblicato su

domenica 31 agosto 2014

Juventus e Roma, esordio vincente


Molta acqua, del gas butano, piccolissime dosi di surfactante e di altre sostanze. Ecco la composizione della bomboletta spray che da questo campionato di serie A servirà agli arbitri per prevenire e combattere gli atteggiamenti di quei calciatori che, una volta sistemati in barriera, cercano di avvicinarsi al pallone camminando come i pinguini. Il primo direttore di gara ad utilizzarla, durante l'incontro tra i campioni d'Italia della Juventus ed il Chievo di Eugenio Corini, è stato Carmine Russo.

Juventus e Roma hanno rispettato i pronostici, vincendo entrambe la prima partita ufficiale della stagione. E' difficile prevedere ad agosto quanto potrà accadere sino al prossimo maggio, ma è realmente arduo trovare in Italia, al momento, altre squadre in grado di competere fra loro per la conquista dello scudetto. Il calciomercato estivo, ormai prossimo alla chiusura, potrà riservare ancora sorprese, ma per stravolgere l'attuale griglia di partenza della serie A quest'ultime dovranno essere realmente grandi.

Nello scorso mese di gennaio Buffon aveva definitivamente incoronato il talento del francese Pogba con parole al miele rivolte al proprio compagno di squadra: "Pogba? È uno di quei giocatori che ti lasciano a bocca aperta. Dopo il terzo, quarto allenamento con noi, ci siamo chiesti se al Manchester United ci vedessero bene... ". Nella pancia dello stadio “Bentegodi” il portierone juventino ha parlato di un altro giovanissimo calciatore transalpino, Kingsley Coman, recentemente strappato dalla Vecchia Signora ai ricchissimi proprietari del Paris Saint-Germain: "E' un ragazzo con qualità fuori dal comune, ha umiltà e testa di chi vuole fare strada". I numeri mostrati sul campo pietoso di Verona (altro che professionismo... ) fanno ben sperare, senza dimenticare che il neo bianconero ieri correva tra le maglie della difesa avversaria in stato febbricitante.

Allegri ha deciso di non snaturare la Juventus, proseguendo il lavoro eccezionale svolto da Conte negli ultimi tre anni. Alla fine del mese di luglio aveva promesso una “rivoluzione soft”, ora si può dire che è stato di parola. La preparazione estiva di Madama, in giro nel mondo per incontrare squadre obiettivamente deboli nell'intento di promuovere il proprio marchio, non ha lasciato strascichi. Anzi, per certi versi ha aiutato il nuovo tecnico a prendere contatto con la realtà bianconera senza particolare assilli che potessero complicargli il lavoro. E lontano, oltretutto, dalle polemiche che hanno accompagnato l'addio di Conte da Torino.

Dopo aver vinto tre campionati di fila l'Italia stava stretta tanto alla Juventus quanto al suo ex allenatore. E se per il tecnico leccese si sono aperte le porte della nazionale azzurra, per Madama questa potrebbe diventare la stagione del riavvicinamento alle grandi potenze europee. Dalle parti di Torino il vero obiettivo, adesso, è quello.

Articolo pubblicato su

mercoledì 16 luglio 2014

Conte, un addio amaro alla Juventus


Sull'addio di Conte alla Juventus è stato detto e scritto tutto il possibile in un lasso di tempo ristretto, della durata di poche ore, iniziato dal momento stesso del diffondersi della notizia sino alla presentazione del nuovo allenatore di Madama. L'uomo Conte è sanguigno, verace, focoso. Ama così tanto la vittoria da attribuire alla figlia quello stesso nome. Il suo approccio al lavoro è diretto, appassionato, difficilmente riconducibile alla figura di un tecnico dalla mentalità "aziendalista". E' capace di mollare tutti e tutto in un amen, all'improvviso, senza farsi assalire da dubbi o ripensamenti di ogni genere.

La brusca interruzione del rapporto d'amore con la Vecchia Signora, d'altronde, ne è la riprova. Si è trattato di un amore ricambiato, sfociato in un matrimonio felicissimo durato tre anni. Il secondo tra le parti in causa, visto e considerato il passato bianconero del tecnico leccese nella doppia veste di giocatore e capitano.

Ora che la cronaca ha lasciato spazio alla storia si può anche riflettere con calma sulla situazione che si era delineata in casa bianconera negli ultimi tempi: Conte aveva manifestato i propri dubbi in merito alla sua permanenza a Torino in due occasioni differenti nell'arco di soli tre anni, non aveva ancora firmato il rinnovo del precedente contratto e mostrato più volte insofferenza verso la mancanza di competitività economica del club in rapporto al potere d'acquisto di altre grandi società europee. Più il tempo trascorreva, quindi, e maggiori erano i suoi disagi.

Conte e la Juventus si sarebbero lasciati comunque al termine della prossima stagione sportiva. Considerando quanto è accaduto in queste ore non è escluso che la rottura sarebbe potuto avvenire anche prima, ripetendo - a distanza di anni - lo stesso percorso di allontanamento dalla Signora già visto in occasione della fine del primo ciclo di Marcello Lippi a Torino.

Il rapporto tra l'ormai ex tecnico juventino e l'ambiente bianconero è stato denso di emozioni forti, di successi costruiti col lavoro, di una fiducia reciproca nata sin dal primo giorno e mantenuta nel corso di questi anni. Le sue Juventus sono state imbattibili, prima, e semplicemente le migliori dopo. Questo almeno in Italia. In Europa, invece, la squadra ha mostrato ripetutamente lacune sia dal punto di vista caratteriale che tattico. La mancata qualificazione agli ottavi di finale dell'ultima edizione della Champions League ha pesato notevolmente nelle casse del club bianconero, ben più di una successiva eliminazione nelle sfide ad eliminazione diretta. All'allenatore leccese non era stato chiesta la vittoria del massimo torneo continentale, bensì di compiere quel percorso minimo necessario per rimpinguare i conti economici.

Come ebbe modo di scrivere nella sua autobiografia, era stato lo stesso Conte ad andare a casa di Andrea Agnelli, tre anni fa, per proporsi e proporre al presidente della Juventus il suo calcio. “La Juve gioca come una provinciale”, gli aveva detto. A quel punto fu Agnelli a passare al contrattacco, domandandogli: “Tu cosa faresti se fossi il nuovo allenatore della Juventus?”. La risposta di Conte durò tre ore, sino a quando il padrone di casa non dovette assentarsi per qualche minuto, richiamato dalla moglie.

Si lasciarono, poi, con l'impegno di risentirsi al più presto. A distanza di qualche giorno Conte venne presentato alla stampa a Vinovo. Agnelli lo prese da parte prima di sbrigare la pratica: “Antonio, ti ricordi la nostra prima chiacchierata a casa mia, quando mia moglie era scesa in salone ed ero andato là con lei per qualche minuto? Mi ha chiesto chi fosse quel signore con cui parlavo da tre ore. E io gli ho risposto che in salone c'era il nuovo allenatore della Juventus”.

Adesso la palla passa tra le mani di Allegri. Il compito che gli spetta è veramente arduo.

Articolo pubblicato su

martedì 20 maggio 2014

Conte e la Juventus, il matrimonio continua


"La storia è fatta da chi scrive il proprio nome, gli altri possono leggerlo". Sfogliando le pagine della biografia di Antonio Conte (“Testa, cuore e gambe”) all'improvviso compare questa frase, divenuta ormai un marchio di fabbrica del tecnico leccese. Una curiosità: è stampata, nero su bianco, sulla pagina centouno del libro, quasi lo stesso numero dei punti accumulati in serie A da Madama in questa memorabile stagione.

Dalla serata di lunedì una buona fetta del popolo bianconero può festeggiare la notizia della permanenza dell'allenatore sotto la Mole anche per il prossimo anno. Mettendo da parte i sentimenti e i sentimentalismi, più passano gli anni, più si ripetono le stesse scene durante il mese di maggio e meno si può parlare di scelte dettate dal cuore. Tempo addietro teatrini come quelli messi in scena a Torino appartenevano esclusivamente ai calciatori, tanto abili nel monetizzare i risultati conseguiti sul campo da mettere in discussione gli emolumenti economici stabiliti con il club di appartenenza e fissati su un foglio di carta. Quello che una volta, per intenderci, veniva chiamato contratto di lavoro.

La pietra miliare della Juventus vincitrice di tre scudetti consecutivi è stata la scelta, operata dal club, del tecnico che avrebbe dovuto guidarla. I meriti di Conte nei successi bianconeri sono notevoli, tangibili, innegabili. E' inutile stabilire una percentuale di incidenza, basta ricordare che ci sono e che non sono pochi. Non va dimenticato, però, che uno dei pilastri fondamentali sui quali costruire una squadra vincente è rappresentato dal valore del rapporto tra una società ed il suo allenatore. Se entrambe le parti remano nella stessa direzione, allora anche le altre componenti finiscono inevitabilmente per seguire la stessa rotta.

In caso contrario, e alla Juventus lo sanno bene (visto quanto è accaduto con Marcello Lippi nella stagione 1998/99), anche le macchine all'apparenza perfette iniziano a guastarsi. Poi, come è naturale che sia, esistono anche le piacevoli eccezioni. Come quella, ad esempio, di Dino Zoff, accantonato da una nuova dirigenza con largo anticipo ma in grado di vincere comunque una Coppa Italia ed una Coppa Uefa nel 1990. All'epoca dei fatti i giocatori juventini si erano stretti intorno all'ex portiere della nazionale, formando un gruppo granitico in grado di ottenere risultati incredibili. Soprattutto in considerazione del reale tasso tecnico di quella rosa.

La vera notizia, quella che dovrebbe rassicurare i tifosi bianconeri e preoccupare - di conseguenza - quelli avversari, è quella che ancora deve venire. Soltanto quando si capirà chiaramente quanto Conte e la Vecchia Signora abbiano voglia di continuare a vincere insieme, il futuro in casa Juventus potrà apparire nuovamente roseo.

Articolo pubblicato su

mercoledì 14 maggio 2014

I dubbi di Conte sul suo futuro alla Juventus

Spulciando tra le notizie e le indiscrezioni all'interno della cronaca quotidiana non si riesce ancora a capire il nome dell'allenatore che siederà sulla panchina della Juventus nella prossima stagione. Nel frattempo quest'ultimo campionato vinto dalla Vecchia Signora è già pronto per entrare nella storia del calcio nostrano. La quota dei cento punti (e oltre, Cagliari permettendo) in classifica è ormai a portata di mano, dato che Madama ha superato quasi tutti gli ostacoli con una velocità tale da riuscire a battere ed abbattere record su record.

Per i sostenitori bianconeri le soddisfazioni non sono certo mancate, sceglierne una sola tra le tante è realmente difficile. Forse risulterebbe più semplice citare l'ultima in versione cronologico, vale a dire la rete segnata da Osvaldo contro la Roma nei minuti di recupero della gara recentemente disputata allo stadio "Olimpico".

A mischiare le carte ed agitare i sentimenti in casa juventina, però, ha pensato la querelle nata col tecnico leccese. Il contratto stipulato tra Conte e la Juventus dovrebbe legare le parti ancora per un anno, ma è ampiamente risaputo che nell'ambiente pallonaro l'unica cosa che conta è la volontà reciproca, o meno, di proseguire un rapporto di lavoro.

Mettendo temporaneamente da parte le influenze del cuore, ciò che in concreto prevale in casi simili è la ragione. I dubbi e le esternazioni manifestati da Conte stonano con il momento estremamente felice vissuto dal pianeta bianconero, una gioia conquistata dopo una lunghissima serie di successi conseguiti sui campi di tutta Italia nel corso di questi ultimi tre anni.

I meriti dell'allenatore leccese sono indubbi, ma anche quelli della società non vanno trascurati. Era proprio necessario, per Conte, parlare del proprio futuro davanti al mondo intero senza limitarsi a farlo nel più stretto riserbo con i soli vertici societari? I "rumori del nemico", che spesso sente provenire dall'esterno, questa volta provengono dal ventre del suo club? Oppure l'allenatore ha semplicemente il sentore di non poter ripetere una simile stagione, avendo fatto il massimo in Italia e immaginando di non riuscire a percorrere molta strada in Europa il prossimo anno?

Qualunque sia il motivo che ha creato questa situazione di stallo e nella speranza che - per tutti - la soluzione positiva arrivi al più presto, l'augurio da inoltrare alla Vecchia Signora è quello di continuare il percorso di crescita esponenziale iniziato da tre anni a questa parte. Senza dimenticare che è anche dalla gestione di situazioni come questa che il mondo esterno giudica la grandezza di un club. 

Articolo pubblicato su

domenica 4 maggio 2014

Juventus campione d'Italia per la terza volta consecutiva



Sembra ieri, eppure è passato esattamente un anno dal momento in cui Antonio Conte festeggiava il secondo scudetto consecutivo alla guida della Juventus esprimendo la propria gioia attraverso queste parole: “Io sto benissimo qui, sono nel posto che ho sempre sperato di stare sin dall'avvio della mia carriera da tecnico. Era il mio sogno tornare qui e vincere, sono nel posto giusto e lo penso. E' chiaro che dopo due stagioni straordinarie, dove abbiamo bruciato le tappe che prevedevano un progetto triennale per tornare a vincere, è chiaro che l'asticella si alza. Siamo consci delle difficoltà economiche italiane, è giusto parlare con la società in modo sereno di quanto fare”. La particolarità di quel messaggio, diretto alla società bianconera ed ai suoi tifosi, è racchiusa nella sua attualità a distanza di trecentosessantacinque giorni.

L'asticella di cui parlava Conte si è alzata, e si alzerà ancora. Una volta riaperta la bacheca, Madama ha riscoperto il gusto di riempirla di trofei. Tre scudetti consecutivi non sono uno scherzo e certificano in maniera netta, inequivocabile, il ritorno a tutti gli effetti della Vecchia Signora nel ruolo di club ammazza campionati. Dagli ottantaquattro punti accumulati nella prima stagione Contiana, nella seconda il gruppo juventino è riuscito ad arrivare a quota ottantasette.

Adesso, con ancora tre gare da disputare, la prospettiva è quella di raggiungere la stratosferica cifra di cento punti. Partendo dagli attuali novantatré, che comunque non sono pochi. Il tricolore juventino, e tutti i record che questa stagione si porterà dietro, è frutto anche della fortissima concorrenza della Roma, autentica rivelazione della serie A.

Per Madama non ci sarà un altro 5 maggio decisivo per le sorti dello scudetto, visto che l'improvvisa (e sonora) sconfitta patita dai giallorossi a Catania l'ha buttata giù dal divano, dove stava tranquillamente aspettando di poter affrontare l'Atalanta, per consentirle di correre a festeggiare con un giorno d'anticipo la matematica conquista del tricolore. Chiusa anche questa stagione bisognerà capire sino a quale punto andrà alzata l'asticella e quali saranno, realisticamente, i prossimi obiettivi che la Vecchia Signora dovrà cercare di raggiungere.

Un episodio, tra i tanti, può raccontare meglio di altri il percorso compiuto dalla Juventus in questi ultimi tre anni. Risale al 25 settembre 2011, all'alba del primo scudetto juventino della nuova era Contiana. Il tecnico bianconero aveva risposto a muso duro a qualche giornalista dopo che la sua squadra aveva conseguito un secondo pareggio consecutivo in campionato: “Se pensate che la Juve, dopo due settimi posti, torni a lottare subito per lo scudetto... ripeto: abbiamo tanta strada da percorrere per tornare a essere competitivi. Non è che in estate abbiamo preso Walcott, Nani o Tevez, gente che in Italia nessuno si può permettere, ma giocatori giovani e di prospettiva”. Al termine di quella stagione la Juventus arrivò prima da imbattuta, dopo altre due avrebbe comprato Tevez e adesso sembra in dirittura d'arrivo pure l'acquisto del portoghese Nani.

Come direbbe Garcia, la chiesa è stata rimessa al centro del villaggio. Ancora una curiosità: quel pareggio esterno la Juventus lo ottenne a Catania, nello stesso campo dal quale oggi le è arrivata la notizia della sconfitta della Roma. E' proprio vero, dopo il terremoto provocato da Calciopoli almeno in Italia tutto sembra essere tornato al proprio posto. Adesso è arrivato il momento di pensare all'Europa... 

Articolo pubblicato su

venerdì 2 maggio 2014

Alla Juve serve una nuova mentalità

La Juventus che si appresta a conquistare il terzo scudetto consecutivo si conferma una squadra che al di fuori dei confini del nostro paese non riesce né ad emergere né a mostrare tutto il proprio valore. Le cause non sono certo da ricercare nella neve caduta a Istanbul lo scorso dicembre, oppure in qualche episodio sfavorevole accaduto nel doppio confronto con il Benfica. Il problema, più ampio, riguarda il suo processo di crescita, iniziato nel momento del ritorno in serie A e ancora da completare, reso più complicato - nel corso del tempo - anche per colpa di alcune scelte sbagliate operate dal club. Inteso nel suo insieme, senza considerare il cambio societario che ha poi portato Andrea Agnelli al timone di Madama.
Nessuno è perfetto, per carità, gli errori fanno parte del mestiere e le sconfitte bruciano. Però, a mente fredda, non bisogna dimenticare che la chiesa è stata rimessa al centro del villaggio (tanto per citare un proverbio caro a Rudi Garcia) soltanto da tre anni a questa parte. La Juventus che ha ripreso a dettare legge in Italia ha dimostrato di essere ancora una Giovane Signora in Europa, priva dell'esperienza e del cinismo necessari per ottenere risultati prestigiosi anche fuori dalla serie A.
Pirlo, Buffon, Tevez, Vidal... tra le sue fila Madama annovera elementi dalla caratura internazionale, che però non le sono stati sufficienti per maturare alla svelta la consapevolezza che nelle manifestazioni europeee si gioca un calcio di tipo diverso: più veloce, con meno interruzioni, più fisico e con una particolare cura dei dettagli. Al minimo errore, infatti, si rischia di dover pagare il dazio, senza avere il tempo necessario per rimediare.
Dal momento in cui la Juventus è stata eliminata dalla Champions League, poi, in casa bianconera si è fatto un gran parlare della possibilità che la formazione allenata da Conte potesse giocare un'eventuale finale di Europa League a Torino, nel suo stadio. Proprio in questo frangente è venuto a galla il provincialismo della Vecchia Signora. Cancellata la Coppa delle Coppe, in Europa ogni anno fior di club sgomitano tra loro per potersi aggiudicare soltanto due competizioni. Visto e considerato che quella più importante è attualmente fuori dalla portata della truppa juventina, era davvero così umiliante per lei partecipare all'Europa League, tanto da dover usare come ulteriore stimolo nell'affrontarla il pensiero che la gara decisiva si sarebbe disputata a Torino?
Nel corso della prossima estate la Signora potrebbe cambiare abito, così come il sarto che ne curerà le rifiniture. Ma per tornare a vincere in Europa quello che le servirebbe sarebbe soprattutto una mentalità nuova, che dai vertici societari possa propagarsi verso il basso, in cui l'unico denominatore comune alle diverse competizioni da affrontare dovrebbe essere l'intenzione di provare a vincere tutto quanto le sarà possibile. Non soltanto a parole o con slogan ad effetto.

Articolo pubblicato a breve su

venerdì 25 aprile 2014

Juve, passa da Torino il futuro europeo


Il futuro europeo di Madama ora passerà inevitabilmente da quanto accadrà sul prato verde dello “Juventus Stadium”. Era già stato deciso che il prossimo 14 maggio vi si sarebbe disputata la finalissima dell'Europa League, di conseguenza tra poco meno di una settimana proprio su quel terreno la Vecchia Signora dovrà sudarsi l'accesso alla gara decisiva della manifestazione.

Il giorno stesso in cui la Juventus aveva conquistato il primo scudetto dell'era-Conte, il giornalista e scrittore Maurizio Crosetti descrisse con queste parole l'impianto torinese: “Il dodicesimo giocatore non scende in campo perché "è" il campo. E' una tana di cemento e cristallo, è il primo stadio di proprietà in Italia e l'ha costruito la Juve. Assai probabile che il dodicesimo giocatore abbia portato punti in classifica. Impossibile quantificarli, ma ci sono di sicuro. Ed è certo che la Juve sia imbattuta anche per via della sua tana, la sua casa riconquistata insieme all'identità di sé. Una visione tra passato e futuro, perché un campo e uno stadio sono appartenenza, e insieme sono sviluppo. Sono soldi”.

Può darsi che l'aria di casa, l'affetto e la vicinanza dei suoi tifosi restituiscano alla Juventus quelle sicurezze che in Europa spesso smarrisce. Salvo ritrovarle quando i giochi sono ormai fatti. L'elenco delle occasioni perse o comunque non colte al volo inizia ad allungarsi pericolosamente e tra queste – sia chiaro – non vanno certo annoverate le sconfitte patite per mano del Bayern Monaco nella scorsa stagione. Ma gli approcci titubanti al cospetto dei vari Nordsjælland, Copenaghen e Galatasaray si ripropongono con una frequenza sempre maggiore nel momento stesso in cui la Vecchia Signora abbandona il Belpaese per iniziare qualche campagna d'Europa.

Le reti subite dai bianconeri all'Estádio da Luz erano evitabili, così come il bellissimo goal di Tevez poteva non restare un caso isolato a se stesso, se soltanto qualche suo compagno avesse avuto una mira migliore. Per carità, nulla è compromesso, la finale è ancora a portata di mano. Ma l'Europa non è l'Italia, se sbagli spesso manca il tempo per rimediare. La sconfitta con il Benfica ricorda una volta in più quanto sarebbe importante per la Juventus vincere l'Europa League, in modo da ritrovare la sicurezza e l'autostima indispensabili per poter riprendere a pensare in grande. Non è soltanto una questione di uomini, ma anche di “testa”. L'Atletico Madrid attuale semifinalista della Champions League (che ultimamente è riuscito ad aggiudicarsi qualche trofeo... ) è la prova lampante di questo concetto. 

Articolo pubblicato su

martedì 22 aprile 2014

Juve, cessioni per ritornare grande



Vendere per ricostruire, vincere per continuare a vincere. Attorno a Madama ormai non si parla d'altro. L'ipotesi di qualche cessione eccellente a fine stagione in casa bianconera (quella di Pogba su tutte) viene considerata dagli organi di stampa tanto un possibile toccasana per le casse del club quanto uno strumento indispensabile per poter realizzare nuovi acquisti di spessore. L'idea di sollevare sotto il cielo di Torino l'Europa League, poi, solletica non poco la Vecchia Signora impegnata alla ricerca di quella visibilità continentale che le manca ormai da troppo tempo.

In più, come se non bastasse, c'è ancora un piccolo alone di mistero che aleggia intorno al futuro di Antonio Conte. Sembra strano, ma si sta parlando dei fatti di cronaca di una società che si appresta a conquistare il terzo scudetto consecutivo ed a disputare la semifinale di andata di una competizione europea.

Di strano, però, non c'è nulla, soprattutto se si pensa a dove vuol tornare la Juventus: in cima all'Europa e al mondo. Durante un suo intervento nel corso di un seminario sugli sport di squadra organizzato dal Coni, tenutosi nel mese di aprile del 2010, Marcello Lippi – tecnico pluridecorato di Madama ed ex c.t. della nazionale azzurra - aveva "separato" i grandi calciatori in campioni e fuoriclasse: “I primi sono dei solisti, dei galli nel pollaio, che hanno grandi doti ma che non fanno nulla per migliorare e mettono in mostra le proprie qualità solo in poche occasioni. Sono primedonne che non si mettono a disposizione del gruppo, non aiutano la squadra. I secondi, invece, hanno il talento, non solo tra i piedi, e lo mettono al servizio del collettivo. Hanno grandi qualità in campo e fuori, incarnano i valori della leadership. Di questi giocatori più se ne hanno e meglio è”.

Non è un caso se la Juventus ha raggiunto certi risultati quando tra le sue fila militavano giocatori di uno spessore umano, oltre che tecnico, fuori dal comune. Due di questi, Zinedine Zidane ed Edgar Davids, sono i protagonisti di un aneddoto che il fuoriclasse francese aveva confessato al mensile calcistico 'So Foot' la scorsa estate: "Non è una leggenda la storia che vuole che io mettessi un cappellaccio da pescatore per andare a giocare con gli immigrati, anche se l'ho fatto soltanto un paio di volte. A spingermi era il mio compagno di squadra Edgar Davids. Lui ci andava matto, lo faceva molto spesso: prendeva la macchina e quando vedeva qualcuno giocare in un parcheggio si fermava per aggregarsi. Mi diceva sempre: 'E' per loro che dobbiamo giocare, sono queste le partite importanti'. E io gli dicevo: 'Ok, ma abbiamo gli allenamenti, apparteniamo a un club di alto livello, non possiamo rischiare di infortunarci'. Allo stesso tempo, però, lo ammiravo, perché era in grado di fare delle cose del genere".

Ha ragione Giuseppe Marotta nel sostenere che “la nostra società è una di quelle che compra e non vende”, ma di fronte ad un'offerta irrinunciabile per qualche suo gioiello, però, non è detto alcune certezze della dirigenza non possano vacillare. Soprattutto guardando la carta d'identità di alcuni fuoriclasse bianconeri e la necessità di sostituirli con altri dello stesso livello. “Di questi giocatori più se ne hanno e meglio è”, sosteneva, come visto, Lippi. E se la liquidità manca (o, comunque, non è disponibile), all'orizzonte non si intravedono molte altre soluzioni. 

Articolo pubblicato su

sabato 12 aprile 2014

La Juventus a Udine per vincere e chiudere il discorso scudetto


La grande bellezza del calcio europeo, in questa settimana che sta volgendo al termine, si è potuta ammirare sia in Champions League che nella sorella minore, l'Europa League. Poi, ovviamente, i fuochi d'artificio più spettacolari sono stati riservati alle serate di martedì e mercoledì, quando i primi otto club del continente hanno dato vita a scontri di rara intensità e densi di emozioni.

Caduto il Barcellona, per un soffio il Real Madrid non ha lasciato le penne a Dortmund, laddove i ragazzi terribili di Klopp hanno sfiorato l'impresa di eliminare gli spagnoli. “Questa partita va messa su un dvd da regalare a tutte le squadre che perdono all'andata e che sembrano senza speranza, per dimostrare che c'è sempre, in ogni occasione, qualcosa da rivedere”. Così il tecnico dei gialloneri è riuscito a fotografare l'istantanea di una gara che rimarrà a lungo impressa nella memoria dei tedeschi.

Ed in Europa League sembra proprio che ci si stato chi ha preso alla lettera le sue parole. A questo proposito basta guardare, infatti, alle rimonte di Siviglia e Valencia: i primi, sconfitti per 1-0 dal Porto nella gara d'andata, hanno ribaltato il risultato vincendo per 4-1 il match di ritorno; i secondi, invece, sono passati da uno 0-3 contro gli svizzeri del Basilea ad un rotondo 5-0 casalingo. Adesso si ritroveranno entrambi in semifinale, mentre nell'altra parte del tabellone Juventus e Benfica si contenderanno l'ultimo pass per la finalissima in programma a Torino il prossimo 14 maggio.

Nonostante la battuta rilasciata da Pirlo ad un giornalista nei momenti successivi il sorteggio (“Il Benfica? Mi dispiace per loro...”), Madama farebbe bene a non sottovalutare i portoghesi: nella finale della stessa competizione disputata lo scorso anno ad Amsterdam, contro il Chelsea di Benitez, c'erano proprio loro.

Il centrocampista della nazionale ha aperto la strada alla recente vittoria dei bianconeri contro il Lione con un'altra perla su punizione. Se trovare altri complimenti per il fuoriclasse di Brescia diventa sempre più difficile, per spiegare meglio la ripetitività delle sue prodezze possono venire in soccorso le parole rimaste impresse sul libro “Giochiamo ancora”, scritto da Alessandro del Piero con l'aiuto del giornalista Maurizio Crosetti: “Il talento cresce, migliora, va protetto e non invecchia. Maradona lo avrà per sempre: se tirasse una punizione, anche a ottant'anni metterà la palla all'incrocio. Siamo noi a invecchiare, il nostro corpo, non la classe”.

A Udine, prossima tappa del cammino in serie A della Vecchia Signora, in caso di vittoria esterna della Juventus i giochi per lo scudetto potrebbero dichiararsi chiusi. Sarebbe meglio per lei, quindi, tirare fuori tutte le energie necessarie per espugnare quel campo. Anche perché per tenere il passo del Benfica durante (almeno) centottanta minuti ne serviranno parecchie...

Articolo pubblicato su

sabato 5 aprile 2014

Juventus, esigenza di rinnovo

 
Sulle pagine dell'odierna edizione della “Gazzetta dello Sport” Antonio Di Rosa, che oltre ad essere l'attuale direttore dell'agenzia d'informazione “LaPresse” in passato ha anche guidato la “rosea”, in un editoriale da lui scritto solleva un dubbio non privo di fondamenta sulla Juventus che verrà: “In prospettiva può essere la squadra di giovedì sera quella che può aspirare a competere con Real, Bayern e le altre grandi della Champions League? La risposta è netta: no. Per salire i gradini dell'ambizione e alzare il tiro sui grandi obiettivi ci vuole ben altro”.
 
Premesso che il Chelsea vincitore della massima competizione europea nel 2012, pilotato dall'accoppiata Andrè Villas Boas (sino a marzo di quell'anno) e Roberto Di Matteo, aveva dimostrato una volta di più che il calcio non è una scienza esatta, le osservazioni del giornalista toccano comunque alcuni punti chiave di quella che dovrà essere la programmazione del proprio futuro in casa bianconera.
 
L'età di alcuni giocatori che avanza, l'impiego di moduli tattici alternativi all'attuale 3-5-2 e più consoni ad un calcio diverso da quello praticato in Italia, il progressivo rafforzamento delle principali rivali anche in serie A sono tutte componenti che potrebbero far giungere il management juventino di fronte ad un bivio: continuare con l'attuale gruppo, aggiungendo – quindi - qualche pedina all'attuale scacchiere a disposizione di Conte, oppure ridisegnare la rosa, considerando questa stagione come l'ultima di un eccezionale triennio?
 
In ambito sportivo, e non solo, il tema naturalmente non è nuovo. A conti fatti l'Inter del 2010, toccato uno dei punti più alti della propria storia, avrebbe avuto bisogno di un restyling per restare ad altissimi livelli, soprattutto in vista di una crisi annunciata del settore economico che avrebbe poi toccato anche le sue casse societarie.
 
Terminato lo straordinario ciclo di Arrigo Sacchi al Milan, il Diavolo puntò su un nuovo tecnico (Fabio Capello) per continuare a mietere successi in Italia e in Europa. Quando si trovavano al timone della Juventus, Luciano Moggi, Antonio Giraudo e Roberto Bettega furono i materiali esecutori della volontà del club torinese sul “vincere spendendo quello che si produceva”. L'esempio più lampante, in questo ambito, resta la cessione di Christian Vieri all'Atletico Madrid. Pochi giorni prima l'Avvocato Agnelli aveva rassicurato tutti: “Moggi mi ha detto che Vieri resta”. Infatti...
 
L'articolo di Antonio Di Rosa termina con una convinzione che sa di profezia: “Vincere non è una garanzia per continuare a vincere. Se non si rinnova, si resta indietro”.
La stagione, però, non è ancora finita. A questo punto è giusto che entri in campo anche un po' di scaramanzia...
 
Articolo pubblicato su

martedì 1 aprile 2014

Juve in calo, ma la stagione non è finita


L'ultima occasione nella quale il Napoli aveva battuto la Juventus in campionato tra le mura amiche, prima della scorsa domenica, risaliva al 9 gennaio 2011. Edinson Cavani aveva infatti schiaffeggiato per ben tre volte la Vecchia Signora, portandosi a casa il pallone della gara e mandando in visibilio il pubblico del “San Paolo”. Adesso è stata la volta di Callejon e Mertens, gli acquisti pagati proprio con il ricavato della cessione del fortissimo attaccante uruguaiano al Paris Saint-Germain, a piegare Madama.

Quanto ci ha messo di suo la Juventus in questa sconfitta? E' realmente così stanca, incerottata, sazia di vittorie in serie A e con la testa rivolta soltanto al prossimo impegno di Europa League contro il Lione? L'esito di una sola gara può mettere in dubbio la legittimità di una differenza in classifica tra gli uomini di Conte e quelli di Benitez che attualmente è pari a diciassette punti?

Durante il girone d'andata era stata la Juventus ad infliggere una sonora sconfitta al Napoli. Nelle ore immediatamente successive a quell'incontro Corrado Ferlaino, ex presidente della società partenopea, aveva preso le distanze dai disfattisti: Non si può giudicare una squadra da una sola partita, bisogna guardare tutto il campionato. Anche la Juventus a Firenze ha avuto un quarto d’ora disastroso. Sicuramente la gara di ieri del Napoli non è stata bella ma non bisogna farne un dramma”.

A distanza di poco più di quattro mesi le parti si sono rovesciate. Nell'arco di questo spazio temporale ancora la Fiorentina, inconsciamente, ha rappresentato un crocevia importante della stagione juventina. Il disfattismo maturato a Torino nel bel mezzo degli incontri europei di andata e ritorno tra bianconeri e viola era stato poi cancellato dal passaggio di turno degli uomini di Conte.

Un comprensibile calo fisico e mentale di Madama era preventivabile. Il singolo, più che il gruppo o il gioco, ha aiutato la Vecchia Signora ad uscire fuori dai momenti difficili da qualche partita a questa parte. Sino a quando è stato possibile. Ma se Reina esce dallo stadio con i guanti ancora puliti, allora parlare di serata storta non ha senso, così come di un periodo di flessione.

Con ogni probabilità c'è un intero spartito da rivedere, per riprendere a suonare la stessa musica ascoltata dagli avversari in questi ultimi anni. E qui spetta al direttore d'orchestra, Conte, uno dei principali artefici della rinascita bianconera nel dopo-Calciopoli, entrare in gioco. Per impartire un cambio di marcia, quell'imprevedibilità che possa consentire ai suoi uomini di tirare fuori le forze necessarie per affrontare al meglio gli ultimi impegni della stagione. Anche a costo di mettere in discussione quelle idee di gioco, le sue, che sembrano ormai scolpite nella pietra. 

Articolo pubblicato su

sabato 22 marzo 2014

Pirlo, l'artista delle punizioni


Nel suo libro “Juventus. Quei derby che una signora non dimentica”, pubblicato nel 2007, Roberto Beccantini - noto giornalista sportivo e tifoso bianconero - aveva riportato un curioso aneddoto legato ad una confessione rilasciata tempo prima da Dino Zoff: “Quando prendevo un gol da Platini in Nazionale o in allenamento non mi lamentavo né mi incavolavo mai. Sono gol che un portiere deve accettare. Perché? Non sono imparabili, sono perfetti”.

Passano gli anni, Madama saluta o dà il benvenuto a nuovi fuoriclasse, ma la storia si ripete. Buffon, all'alba del primo campionato disputato dalla Vecchia Signora dentro la sua nuova casa (2011/12), per celebrare la grandezza di un altro maestro nelle punizioni, Andrea Pirlo, diventò addirittura mistico: “Quando Andrea mi ha detto che sarebbe venuto alla Juve, la prima cosa che ho detto è stata "Meno male". Credo che un giocatore del suo livello e del suo valore, per lo più gratis, sia stato l'affare del secolo. E ieri quando l'ho visto giocare ho pensato "Dio c'è", perché è veramente imbarazzante la sua bravura calcistica".

Davanti a quella classe anche Michel Platini lo scorso 18 giugno 2013 si era tolto pubblicamente il cappello: “Stiamo parlando di un grande giocatore, perché dà un valore aggiunto alle sue squadre sia per tecnica che per organizzazione. La sua sfortuna è che nella storia rimangono più nella mente dei tifosi i grandi goleador perché le tv fanno vedere soprattutto i gol. Nella Juve infatti ci si ricorda di più di Del Piero che di altri. È lo stesso problema di portieri, difensori e centrocampista di fatica. È un giocatore eccezionale, con grandi qualità e devo dire che lo ammiro moltissimo. Mi tolgo il cappello di fronte a lui”.

Ultimo tra gli ultimi, ma solo in ordine cronologico, anche Luigi Garlando, prima firma della “Gazzetta dello Sport”, nel celebrare l'opera d'arte con la quale Pirlo ha regalato la qualificazione ai quarti di Europa League alla Juventus, sulla rosea ha scritto: “L'habitat naturale di Andrea Pirlo è il Pallone d'Oro. Non l'ha mai vinto? Colpa di chi vota, mica sua”. Amen.

Finite le celebrazioni, per i bianconeri adesso è arrivato il momento di rimboccarsi le maniche e portare a compimento due missioni all'interno di una stagione, quella che porterà molti di loro a partecipare ai mondiali brasiliani, sempre più densa di impegni.

Aumenta il numero dei minuti accumulati nelle gambe dalla truppa di Conte, iniziano ad affiorare con frequenza sempre maggiore gli infortuni, ogni tanto fioccano alcune squalifiche, ed ecco che Madama inizia a tirare la cinghia, facendo ricorso a qualche ragazzo della sua Primavera (Romagna e Matiello a Firenze, giusto per fare un esempio).

Il prossimo appuntamento in campionato è a Catania, laddove in campionato la Juventus non perde dal lontano 27 settembre 1964. All'epoca dei fatti vinsero i padroni di casa per 3-1, la Vecchia Signora era guidata in panchina da Heriberto Herrera. Quella stagione si concluse con un quarto posto in serie A, un successo in coppa Italia (il quinto per i bianconeri), ed una finale di Coppa delle Fiere, la mamma della vecchia Coppa Uefa (e la nonna dell'attuale Europa League), persa contro gli ungheresi del Ferencvaros nella gara secca disputata allo stadio “Comunale” di Torino.

A questo punto, vista e considerata qualche ipotetica analogia col passato, per Madama è meglio cercare di portare a casa un'altra vittoria in campionato... 

Articolo pubblicato su