martedì 28 ottobre 2014

Juve e Roma, continua il dualismo in serie A

 



Unite dalle difficoltà incontrate in campo europeo, Juventus e Roma si sono momentaneamente allontanate in classifica nel campionato di serie A. E' ancora troppo presto per parlare di fuga bianconera, mentre a questo punto della stagione sembra francamente inutile discutere di una possibile crisi giallorossa. I risultati dell'ultima giornata di Champions League pesano come macigni sull'umore dei rispettivi ambienti, ed evidenziano ulteriormente – ammesso e non concesso che qualcuno ancora non se ne fosse accorto – la differente caratura tra il calcio nostrano e quello di paesi come Inghilterra, Germania e Spagna.

In Europa, quindi, siamo alle solite: il pareggio esterno ottenuto contro il Manchester City aveva illuso chi credeva in una Roma alla quale l'Italia sembrava addirittura stare stretta; la Juventus di Allegri – per ora – sta attraversando le stesse difficoltà vissute nel recente passato, quando sulla panchina bianconera sedeva Antonio Conte. Il campo, giudice supremo e indiscutibile, ha bocciato le rivali rimandandole ad occuparsi delle loro piccole faccende quotidiane.

In attesa di tempi migliori Juventus e Roma hanno ripreso a battagliare in Italia, dove Madama – a differenza della Roma, fermata a Genova - è riuscita a regolare il Palermo grazie alla quinta vittoria consecutiva negli ultimi scontri avvenuti in campionato con i rosanero.

Genova, ancora lei (questa volta sponda rossoblù), potrebbe rappresentare il crocevia della prima parte del torneo. Se gli uomini di Gian Piero Gasperini riusciranno a fermare la Vecchia Signora è altamente probabile che Totti e compagni le torneranno alle calcagna. Viene difficile, infatti, pensare che il Cesena (un punto soltanto in quattro trasferte) possa impedire alla Roma di conquistare altri tre punti davanti al proprio pubblico.

Il prossimo turno infrasettimanale sembra meno favorevole a Madama, comunque fortunata - sino ad ogggi - negli scontri diretti con Gasperini: undici gare, tra serie A e B, nelle quali ha raccolto ben otto vittorie, due pareggi ed una sola sconfitta (l'ultima, peraltro, patita per mano del Genoa), datata 11 aprile 2009.

Numeri e statistiche che rendono più interessante la giornata che sta per cominciare. A riportare i piedi per terra e a ricordare al mondo intero la povertà di contenuti del nostro campionato hanno pensato le inutili e, francamente, infantili polemiche divampate proprio in questi giorni tra i maggiori esponenti del movimento calcistico. Al di là dei fatturati, degli stadi vecchi e deserti e via discorrendo, questo è in assoluto il vero male del football italiano. Il pesce, come recita un vecchio detto, puzza sempre dalla testa. 

Articolo pubblicato a breve su

giovedì 9 ottobre 2014

Oronzo Pugliese, il mago di Turi


Claudio Olindo De Carvalho, in arte Nené, una volta raccontò un curioso aneddoto che gli era capitato durante una partita del campionato di serie A: 'Un giorno, a Roma, scatto sulla fascia e vado via veloce. Il loro allenatore, Oronzo Pugliese, si mette a correre al mio fianco, lungo la linea, urlando: 'A me, passala a me...'. La scena è molto divertente, la gente dell'Olimpico applaude, è stato bellissimo. Ma io non mi sono fatto incantare: ho passato il pallone a Riva e lui ha fatto un gran goal. Come sempre'.

Quel tecnico istrionico era da tempo conosciuto come il 'mago di Turi'. In contrapposizione con un altro mago del mondo del calcio nostrano, il ben più celebre Helenio Herrera, che lo stesso Pugliese era riuscito a sconfiggere  il 31 gennaio 1965 nella precedente esperienza da allenatore del Foggia. All'epoca dei fatti l'Inter campione d'Italia, d'Europa e del mondo si era presentata allo stadio 'Zaccheria' con i tutti i favori dei pronostici. Fu proprio in quell'occasione che, inaspettatamente, l'allenatore originario di Turi, il piccolo comune in provincia di Bari, mise a segno un piccolo miracolo sportivo. I nerazzurri, passati in svantaggio per due reti a zero, riuscirono a raddrizzare temporaneamente la gara grazie ad una rabbiosa reazione d'orgoglio. Che non impedì loro di soccombere a causa della rete decisiva messa a segno dal rossonero Nocera, autore – quel giorno - di una doppietta.

Da giocatore aveva vissuto una carriera lontana dal calcio che conta, nella veste di tecnico – invece - Pugliese era riuscito a crearsi uno spazio importante. 'Ho ottenuto più soddisfazioni di dieci allenatori messi assieme', aveva confidato a Gianni Brera verso la fine degli anni sessanta. Non era riuscito a vincere competizioni importanti, ma si era costruito con fatica l'immagine di 'uomo dei miracoli'. Così lo aveva definito anche il popolare attore Lino Banfi, che nel 1984 aveva recitato il ruolo di Oronzò Canà nel film 'L'allenatore nel pallone', ispirato proprio alle gesta di Oronzo Pugliese. 'Era davvero un grande allenatore - disse di lui Banfi —. Isterico, si arrabbiava come il sottoscritto, ed oltre a dirigere la mia squadra preferita era pugliese come me. Una vita piena di 'casini', la sua: bistrattato da tutti, sballottato da una panchina all'altra, colpevolizzato se una compagine non funzionava'. Gianni Brera, ancora lui, lo aveva definito 'un mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia'. Il figlio Matteo amava ricordare che 'era un po’ il Nereo Rocco del Sud. Rocco parlava triestino, mio padre barese'.

La 'doppia zona' di Pugliese era diventata lo spunto per la ben più conosciuta 'bi-zona' di Oronzo Canà. Ridurre la competenza calcistica e la figura sportiva di Pugliese ai soli aspetti esilaranti, a volte comici, che lo riguardano è sbagliato. In fondo si parla di un tecnico capace di vincere il prestigioso Seminatore d'oro nel 1964, di condurre il Foggia a compiere un incredibile balzo dalla serie C alla A in soli quattro anni, di ottenere credibilità nelle numerose piazze (tra le quali Foggia, Roma, Firenze, Siena e Bologna) nelle quali ebbe modo di farsi apprezzare.

Alcui di questi episodi, però, meritano di essere raccontati. Pugliese pensava che 'l'uomo è uomo se si sa adattare a tutti gli ambienti'.  In un solo proverbio amava racchiudeva la sua tattica: 'tu ti stai/io mi sto/me la chiedi/non te la do'. Gli scontri dialettici con Helenio Herrera erano stati frequenti. Alla domanda 'Don Oronzo, come ci si sente ad avere avuto la meglio sulla psicologia vincente del ‘mago’ Herrera?”, un giorno rispose che “la psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”. Gli veniva spesso rimproverato un eccessivo attaccamento ai soldi, lui che come primo stipendio da allenatore, nel 1939 a Lentini, aveva ricevuto una cassetta di arance.

Come tecnico del Bari, prima di sconfiggere la Roma guidata dallo stesso Herrera aveva promesso di fare dieci giri di campo in caso di vittoria. Vinse, ma non mantenne l'impegno: 'Non l'ho fatto perché ho perso troppo fiato nel gridare dalla panchina...'. Il personaggio del 'mago di Turi' era diventato a mano a mano sempre più popolare. E Pugliese, ovviamente, di questo ne era contento. Spiava abitualmente i propri giocatori in ritiro. Uno di loro, una sera, lo scoprì disteso a terra. Gli chiese cosa stesse facendo in quella posizione. 'Stavo facendo un pò di flessioni', rispose. In realtà stava controllando dalla fessura della porta alcuni suoi calciatori.

Ai tempi della sua permanenza alla Roma, Peiró un giorno ammise di andare d'accordo con Pugliese. Senza nascondere, comunque, un problema di fondo: 'Non sempre riuscivo a capire quando parlava. E considerate che io l'italiano l'avevo imparato bene...'. Portava i giocatori al cinema, accertandosi poi che non fumassero. Una sera di quelle si accorse che Bruno Pace stava fumando. Di nascosto, nel buio della sala, durante la proiezione era riuscito a strisciare sino alla sedia posizionata dietro quella di Pace. All'improvviso si alzò per mollargli uno schiaffo, con tanto di rimprovero. Peccato che aveva sbagliato i calcoli, colpendo – di conseguenza - un ignaro spettatore...

Era solito spiegare ai suoi uomini le tattiche e gli spostamenti da fare sul campo utilizzando bicchieri sistemati su un tavolo. Alcuni di questi erano pieni, altri vuoti. 'Tu devi scartare così, il difensore te lo devi bere!'. Per essere più convincente, e dare alla spiegazione un senso di teatralità, si scolava i bicchieri pieni. Un giorno la lezione si prolungò oltre il dovuto, con conseguenze facilmente intuibili...

A fine carriera gli venne proposto di diventare il commissario tecnico della Grecia. Rifiutò, pronunciando questa frase: “mogli, soldi e buoi dei paesi tuoi”. Meglio così. Forse, come disse una volta Peiró, non avrebbero capito sino in fondo la vera natura di Oronzo Pugliese. Il mago di Turi.

Articolo pubblicato su Lettera43

domenica 28 settembre 2014

La Juventus di Allegri ora vola in Spagna


Un complimento a destra, uno a sinistra, il rischio di avere la pancia piena già ad inizio stagione... Prima di pensare all'Atalanta, la Juventus che ha espugnato Bergamo doveva innanzitutto cercare di dimenticare gli elogi che in settimana le sono piovuti da ogni dove, per poi concentrarsi soltanto sulla gara da affrontare allo stadio “Atleti Azzurri d'Italia”.

Se per Pierpaolo Bisoli lo scontro infrasettimanale tra il suo Cesena e la Vecchia Signora era paragonabile ad una sfida tra una Ferrari ed uno scooter 125, per Antonio Conte la rosa attuale della Juventus è addirittura più abbondante e competitiva dell'anno scorso. Un bel carico di responsabilità sulle spalle di Allegri, non c'è che dire.  Aiutato – in questo senso - dal cammino in campionato della Roma, paragonabile a quello della propria squadra, il tecnico è riuscito però a trasmettere all'ambiente bianconero quella tranquillità necessaria per mantenere alta la guardia.

Per cadere dalle stelle alle stalle a volte si impiega un attimo. Basta un passo falso, anche mezzo, per vedere i complimenti trasformarsi in critiche feroci. Non ci voleva un esperto di calcio per capire che Juventus e Roma avrebbero fatto il vuoto in Italia. Queste prime giornate di serie A hanno soltanto certificato quanto veniva considerato scontato durante l'estate appena conclusa.

Adesso, però, è arrivato il momento di alzare l'asticella, di provare a crescere ancora per trasformarsi da grande a grandissima squadra. La partita che mercoledì sera vedrà impegnata Madama in Spagna contro l'Atletico Madrid potrebbe garantire agli uomini di Allegri, in caso di vittoria, quell'ulteriore salto di qualità che consentirebbe loro di essere realmente competitivi persino in Europa. Anche un pareggio, in realtà, potrebbe servire all'uso. Ma soltanto a giochi fatti.

Se la Juventus dovesse affrontare questa delicata trasferta con una mentalità sparagnina il risultato rimarrebbe comunque fine a se stesso. Il triennio di Conte ha consentito alla Vecchia Signora di tornare a dominare in Italia. Ambiziosa come non le accadeva da tempo, Madama ha ripreso a vincere scudetti conquistando il primo della serie senza perdere neanche una gara.

Quella stessa sfrontatezza le sarà necessaria anche in Champions League per provare a scalare, gradualmente, i gradini che ancora la separano dalle corazzate tedesche, inglesi e spagnole. E' inutile perdere tempo a parlare sempre e solo di budget, di possibilità economiche e di fatturato. Quelli sono handicap con i quali le squadre italiane dovranno convivere per diverso tempo ancora. Possono giustificare le difficoltà, non trasformarsi in alibi per qualche brutta figura.

L'Atletico Madrid di Simeone che lo scorso anno ha stupito il mondo rappresenta un esempio che la Juventus, in questo suo particolare momento storico, deve cercare di seguire. Occhio, però: mercoledì sera sarà proprio quella squadra a voler mettere i bastoni tra le ruote della corazzata bianconera.

Articolo pubblicato a breve su

domenica 21 settembre 2014

La nuova Juventus sbanca "San Siro"


La Juventus sbanca “San Siro” e spiana la strada per poter arrivare allo scontro diretto con la Roma (5 ottobre) a punteggio pieno in classifica. I prossimi ostacoli, nel suo percorso di avvicinamento allo scontro diretto, si chiamano Cesena (in casa) e Atalanta (in trasferta). Per la Vecchia Signora non saranno certo delle passeggiate di salute (soprattutto la gara di Bergamo), però non è utopistico immaginare che la banda di Allegri possa accumulare altri sei punti in centottanta minuti di gioco.

Sono rimaste molte tracce del lavoro di Antonio Conte in questa nuova Juventus. Adesso, però, si inizia a vedere anche la mano di Allegri. Se Madama sino alla scorsa stagione mostrava sul campo un atteggiamento aggressivo, simile a quello del tecnico che la guidava dalla panchina, ora sembra aver assorbito la calma dell'ex tecnico rossonero.

Quella ammirata a Milano è una Vecchia Signora consapevole della propria forza, per nulla intimorita dai titoli dei giornali che la avvisavano di una nuova, possibile pretendente allo scudetto capace di anestetizzare la gara prima di infierire il colpo di grazia al Diavolo. Tre titoli di fila, d'altronde, non si vincono per puro caso.

La programmazione della Juventus, per ora, sta producendo i frutti sperati. Verso la fine del mese di giugno del 2013 in molti si erano scandalizzati quando era stato deciso di assegnare la maglia numero dieci a Tevez. Adesso, con ogni probabilità, le stesse persone che allora gridarono allo scandalo saranno costrette ad ammettere che l'argentino indossa con una naturalezza impressionante una casacca così importe per i colori bianconeri. “È un onore per me, ma la responsabilità non mi spaventa, perchè nel Boca avevo ereditato la maglia di Maradona”, aveva detto l'Apache nel corso della sua presentazione alla stampa torinese. Ecco, è anche da questi particolari che si giudica un fuoriclasse.

Pereyra in grado di sostiture Vidal, Coman che non sfigura all'esordio in serie A, i lampi di classe mostrati da Morata nei pochi minuti giocati sino ad ora, la corsa fluida di Romulo, i piccoli segnali di miglioramento di Ogbonna, i cross di Evra... Tanti piccoli segnali che fanno pensare ad una Juventus più forte di quella della scorsa stagione. In panchina, poi, siede un tecnico che in poco tempo è riuscito a guadagnarsi la stima e il rispetto dei suoi calciatori. Quando si entra in un nuovo ambiente, nel mondo del calcio, il primo passo da compiere è quello. Se dovesse continuare in questo modo, ben presto arriverà anche l'apprezzamento dei tifosi.

Articolo pubblicato a breve su

Quali sono i 10 momenti che hanno caratterizzato la mia vita associata al calcio?


Qualche giorno fa, attraverso il mio profilo su Facebook, ho risposto a Giovanni Augugliaro, un amico "virtuale", che mi domandava (dopo aver esposto i suoi) quali fossero i 10 momenti che hanno caratterizzato la mia vita associata al calcio.

Ho deciso di pubblicarli anche qui, sul blog.
Eccoli:
1. La volta che ricevetti la foto autografata da Gaetano Scirea, con tanto di dedica. Chi la fece avere a mio padre gli raccontò un aneddoto: “Eravamo sugli spalti di un piccolo stadio per guardare una partita di ragazzini. Ce n’erano alcuni bravi e altri meno. Per lui no, non era così. Aveva una parola buona per tutti. Era semplicemente unico”;
2. La vittoria dell’Italia nel mondiale del 1982. Per me, come per molti juventini, quella è stata un’edizione indimenticabile;
3. La sconfitta nella finale di Coppa dei Campioni contro l’Amburgo. In quel preciso momento ho capito che puoi perdere anche se sei indiscutibilmente, incredibilmente più forte del tuo avversario;
4. La maledetta finale di Bruxelles. Non scrivo altro, anche perché scadrei nella retorica;
5. Quando Platini si sdraiò sul prato verde di Tokyo. In un solo gesto aveva riunito tutte quelle caratteristiche che, ai miei occhi, lo rendevano meraviglioso. Ah, per essere precisi: pochi istanti prima aveva realizzato un goal mostruoso, poi ingiustamente annullato;
6. L’esordio di Del Piero con la maglia della Juventus. Tra me e lui ci sono pochi giorni di “distanza”, siamo coetanei. In quel momento avevo intuito che quel ragazzino avrebbe accompagnato tanti momenti felici della mia vita;
7. La finale di Champions League vinta contro l’Ajax. Perché si è trattata di una gioia immensa, condivisa con la nonna materna che non c’è più;
8. Il gesto sportivo di Pessotto nel corso della gara persa a Perugia, nella risaia che aveva sostituito il campo di gioco. Quello, per me, è lo stile Juve;
9. Lo scudetto vinto il 5 maggio 2002. In quel preciso istante mi trovavo alle Maldive. Pochi minuti prima dell’inizio delle gare un colpo di vento ruppe l’antenna centrale. Tutti nella hall, quindi, per seguire via internet gli aggiornamenti. Al primo goal segnato dalla Lazio stavo per sedermi su una panchina di legno. Decisi di rimanere in quella posizione, scomodissima, per quasi un’ora e mezza, intervallo compreso. Scaramanzia, of course. Poi, come promesso ad un conoscente interista prima di partire per la vacanza (“Non succede, ma se succede… “), mi feci dare un bicchiere di latte per poi andare da solo sul pontile, a ballare come fece Leonardo Pieraccioni in “Fuochi d’artificio”. Tornato in camera, scagliai i cuscini a destra e a manca. Spesi 18 dollari per chiamare in Italia, mia madre mi disse che aveva ricevuto almeno 12 telefonate di amici che le chiedevano cosa cazzo ci facessi alle Maldive in quel momento;
10. La serata nella quale conquistammo matematicamente il primo scudetto dell’era-Conte. Dopo tanti anni passati ad accumulare rabbia, a domandarmi come avrei reagito in futuro di fronte alla prima vera gioia, ho fatto la cosa che meno mi aspettavo: ho stappato una birra e l’ho bevuta con calma, guardando i giocatori in televisione che festeggiavamo all’impazzata. Stavo piangendo. Di gioia, ovviamente.

lunedì 15 settembre 2014

Allegri e la Juventus: buona anche la seconda


Se guidare la Juventus in questo particolare momento storico rappresentava già un compito arduo per Massimiliano Allegri, va detto che l'ottimo avvio in nazionale di Antonio Conte, nella nuova veste di commissario tecnico, non ha certo facilitato il lavoro dell'allenatore livornese. Nonostante tutto Allegri ha superato brillantemente il primo vero esame della stagione: l'impatto dell'esordio allo "Juventus Stadium", di fronte a quei tifosi bianconeri rimasti improvvisamente orfani del tecnico che ha riportato lo scudetto a Torino dopo tanti anni di digiuno.

Neanche il tempo di rifiatare ed ecco che Madama si riaffaccia nuovamente all'Europa, il vero tasto dolente dell'era contiana. Il sorteggio dei gironi della Champions League ha sorriso ancora alla Juventus: così come le era capitato nella scorsa stagione, anche quest'anno l'obiettivo del raggiungimento degli ottavi di finale della manifestazione non appare impossibile.

Stesso schema utilizzato, con qualche piccola variazione rispetto al passato in fase di possesso palla: la Juventus di Allegri rispecchia quasi fedelmente quella che l'ha preceduta, anche se la mano del tecnico inizia a intravedersi in qualche situazione di gioco. Proprio in questo frangente, comunque, è venuta fuori l'intelligenza del nuovo allenatore bianconero: accantonate momentaneamente le sue idee, ha saggiamente deciso di continuare il lavoro iniziato da Conte. Il momento dei cambi arriverà presto, testarli con la pancia piena di punti e vittorie aiuterà certamente i calciatori ad assimilare altre tattiche di gioco.

Se l'Udinese, sconfitta lo scorso sabato, non si può (ancora) considerare un'avversaria in grado di tarare il livello di competitività di questa Juventus, il Chievo - battuto all'esordio in campionato - probabilmente non era così debole come sembrava a prima vista. La questione, comunque, è un'altra: Madama nel corso dell'estate si è ulteriormente rinforzata rispetto alla scorsa stagione. Durante il calciomercato estivo avrebbe potuto fare sicuramente meglio, ma già così come è stata costruita dispone di una rosa migliore.

Resta da capire se la Roma sarà in grado di compiere un ulteriore salto di qualità. In caso contrario la Vecchia Signora staccherà nuovamente il gruppo per puntare solitaria alla conquista di un nuovo tricolore. In questo momento, oltretutto, non si intravedono altre serie pretendenti al titolo.

La scorsa stagione la Juventus vinse le prime due gare del campionato pareggiando poi a Milano, contro l'Inter, la terza partita del torneo. Nella prossima giornata di serie A Madama andrà nuovamente a "San Siro", stavolta contro il Milan, per disputare un incontro che riscalderà sicuramente il cuore di Allegri. Se dalla contesa dovesse scaturire un altro segno "X" il tecnico bianconero potrà stare comunque tranquillo: i 102 punti in classifica sarebbero ancora alla portata della sua squadra.

Allegri, d'altronde, lo sa benissimo: i paragoni col passato non finiranno mai. Ma basterebbe un altro scudetto, meglio ancora se unito al raggiungimento degli ottavi di finale della Champions League, per zittire buona parte della critica.

Articolo pubblicato su

domenica 31 agosto 2014

Juventus e Roma, esordio vincente


Molta acqua, del gas butano, piccolissime dosi di surfactante e di altre sostanze. Ecco la composizione della bomboletta spray che da questo campionato di serie A servirà agli arbitri per prevenire e combattere gli atteggiamenti di quei calciatori che, una volta sistemati in barriera, cercano di avvicinarsi al pallone camminando come i pinguini. Il primo direttore di gara ad utilizzarla, durante l'incontro tra i campioni d'Italia della Juventus ed il Chievo di Eugenio Corini, è stato Carmine Russo.

Juventus e Roma hanno rispettato i pronostici, vincendo entrambe la prima partita ufficiale della stagione. E' difficile prevedere ad agosto quanto potrà accadere sino al prossimo maggio, ma è realmente arduo trovare in Italia, al momento, altre squadre in grado di competere fra loro per la conquista dello scudetto. Il calciomercato estivo, ormai prossimo alla chiusura, potrà riservare ancora sorprese, ma per stravolgere l'attuale griglia di partenza della serie A quest'ultime dovranno essere realmente grandi.

Nello scorso mese di gennaio Buffon aveva definitivamente incoronato il talento del francese Pogba con parole al miele rivolte al proprio compagno di squadra: "Pogba? È uno di quei giocatori che ti lasciano a bocca aperta. Dopo il terzo, quarto allenamento con noi, ci siamo chiesti se al Manchester United ci vedessero bene... ". Nella pancia dello stadio “Bentegodi” il portierone juventino ha parlato di un altro giovanissimo calciatore transalpino, Kingsley Coman, recentemente strappato dalla Vecchia Signora ai ricchissimi proprietari del Paris Saint-Germain: "E' un ragazzo con qualità fuori dal comune, ha umiltà e testa di chi vuole fare strada". I numeri mostrati sul campo pietoso di Verona (altro che professionismo... ) fanno ben sperare, senza dimenticare che il neo bianconero ieri correva tra le maglie della difesa avversaria in stato febbricitante.

Allegri ha deciso di non snaturare la Juventus, proseguendo il lavoro eccezionale svolto da Conte negli ultimi tre anni. Alla fine del mese di luglio aveva promesso una “rivoluzione soft”, ora si può dire che è stato di parola. La preparazione estiva di Madama, in giro nel mondo per incontrare squadre obiettivamente deboli nell'intento di promuovere il proprio marchio, non ha lasciato strascichi. Anzi, per certi versi ha aiutato il nuovo tecnico a prendere contatto con la realtà bianconera senza particolare assilli che potessero complicargli il lavoro. E lontano, oltretutto, dalle polemiche che hanno accompagnato l'addio di Conte da Torino.

Dopo aver vinto tre campionati di fila l'Italia stava stretta tanto alla Juventus quanto al suo ex allenatore. E se per il tecnico leccese si sono aperte le porte della nazionale azzurra, per Madama questa potrebbe diventare la stagione del riavvicinamento alle grandi potenze europee. Dalle parti di Torino il vero obiettivo, adesso, è quello.

Articolo pubblicato su

mercoledì 16 luglio 2014

Conte, un addio amaro alla Juventus


Sull'addio di Conte alla Juventus è stato detto e scritto tutto il possibile in un lasso di tempo ristretto, della durata di poche ore, iniziato dal momento stesso del diffondersi della notizia sino alla presentazione del nuovo allenatore di Madama. L'uomo Conte è sanguigno, verace, focoso. Ama così tanto la vittoria da attribuire alla figlia quello stesso nome. Il suo approccio al lavoro è diretto, appassionato, difficilmente riconducibile alla figura di un tecnico dalla mentalità "aziendalista". E' capace di mollare tutti e tutto in un amen, all'improvviso, senza farsi assalire da dubbi o ripensamenti di ogni genere.

La brusca interruzione del rapporto d'amore con la Vecchia Signora, d'altronde, ne è la riprova. Si è trattato di un amore ricambiato, sfociato in un matrimonio felicissimo durato tre anni. Il secondo tra le parti in causa, visto e considerato il passato bianconero del tecnico leccese nella doppia veste di giocatore e capitano.

Ora che la cronaca ha lasciato spazio alla storia si può anche riflettere con calma sulla situazione che si era delineata in casa bianconera negli ultimi tempi: Conte aveva manifestato i propri dubbi in merito alla sua permanenza a Torino in due occasioni differenti nell'arco di soli tre anni, non aveva ancora firmato il rinnovo del precedente contratto e mostrato più volte insofferenza verso la mancanza di competitività economica del club in rapporto al potere d'acquisto di altre grandi società europee. Più il tempo trascorreva, quindi, e maggiori erano i suoi disagi.

Conte e la Juventus si sarebbero lasciati comunque al termine della prossima stagione sportiva. Considerando quanto è accaduto in queste ore non è escluso che la rottura sarebbe potuto avvenire anche prima, ripetendo - a distanza di anni - lo stesso percorso di allontanamento dalla Signora già visto in occasione della fine del primo ciclo di Marcello Lippi a Torino.

Il rapporto tra l'ormai ex tecnico juventino e l'ambiente bianconero è stato denso di emozioni forti, di successi costruiti col lavoro, di una fiducia reciproca nata sin dal primo giorno e mantenuta nel corso di questi anni. Le sue Juventus sono state imbattibili, prima, e semplicemente le migliori dopo. Questo almeno in Italia. In Europa, invece, la squadra ha mostrato ripetutamente lacune sia dal punto di vista caratteriale che tattico. La mancata qualificazione agli ottavi di finale dell'ultima edizione della Champions League ha pesato notevolmente nelle casse del club bianconero, ben più di una successiva eliminazione nelle sfide ad eliminazione diretta. All'allenatore leccese non era stato chiesta la vittoria del massimo torneo continentale, bensì di compiere quel percorso minimo necessario per rimpinguare i conti economici.

Come ebbe modo di scrivere nella sua autobiografia, era stato lo stesso Conte ad andare a casa di Andrea Agnelli, tre anni fa, per proporsi e proporre al presidente della Juventus il suo calcio. “La Juve gioca come una provinciale”, gli aveva detto. A quel punto fu Agnelli a passare al contrattacco, domandandogli: “Tu cosa faresti se fossi il nuovo allenatore della Juventus?”. La risposta di Conte durò tre ore, sino a quando il padrone di casa non dovette assentarsi per qualche minuto, richiamato dalla moglie.

Si lasciarono, poi, con l'impegno di risentirsi al più presto. A distanza di qualche giorno Conte venne presentato alla stampa a Vinovo. Agnelli lo prese da parte prima di sbrigare la pratica: “Antonio, ti ricordi la nostra prima chiacchierata a casa mia, quando mia moglie era scesa in salone ed ero andato là con lei per qualche minuto? Mi ha chiesto chi fosse quel signore con cui parlavo da tre ore. E io gli ho risposto che in salone c'era il nuovo allenatore della Juventus”.

Adesso la palla passa tra le mani di Allegri. Il compito che gli spetta è veramente arduo.

Articolo pubblicato su

mercoledì 9 luglio 2014

La Germania umilia il Brasile



Tutto era cominciato con Didì, Vavà e Pelè. Poi venne la volta di Garrincha, Amarildo, Rivelino e via discorrendo, sino ad arrivare ai giorni nostri. Al solo sentire pronunciare il nome "Brasile" sono tantissimi gli appassionati di calcio che visualizzano immediatamente, da tempo immemore, l'immagine di un calciatore sudamericano mentre si diverte ad accarezzare con i piedi un pallone, accompagnato da una musica che ispira allegria.

Questo è accaduto sino a quando i terribili ragazzi tedeschi di Joachim Löw sono riusciti ad abbattere il loro mito in soli novanta minuti di gioco. Gli inglesi hanno inventato il football, è vero, ma poi a vincere sul campo hanno pensato gli altri. Con i brasiliani, appunto, in testa alla compagnia. E' curioso notare come nelle uniche due occasioni nelle quali questi ultimi hanno organizzato un mondiale in casa siano riusciti ad ottenere le sconfitte più umilianti della loro storia.

Nel 1950 erano stati gli uruguaiani a rovinare la loro festa in quella partita alla quale affibbiarono il nome di "Maracanazo". A distanza di sessantaquattro anni, e con cinque stelle portate orgogliosamente sul petto (simboli dei trionfi conseguiti nelle varie edizioni del torneo), sono riusciti a fare addirittura di peggio.

Il Brasile ha smesso di divertire e di divertirsi da quando ha iniziato a prendere come esempio il calcio troppo muscolare e poco fantasioso praticato da alcune nazionali europee. La Germania, viceversa, ha ripreso a diventare temibile per le avversarie da quando ha raccolto i risultati della crescita di una nidiata straordinaria di talenti capaci di dare del "tu" al pallone. Seguendo, in questo modo, lo stesso percorso intrapreso qualche anno prima dalla Spagna. L'arrivo a Monaco di Baviera di Guardiola ha migliorato, se possibile, questo processo di trasformazione.

Le assenze di Neymar e Thiago Silva non devono trarre in inganno: la Germania non ha soltanto messo a nudo le debolezze di una nazionale, bensì quelle di un intero sistema calcistico. Il Brasile aveva iniziato la propria leggenda nel lontano 1958, in Svezia, esattamente due edizioni dopo il "Maracanazo". L'attesa non fu breve, ma la gioia di vedere giocare quei campioni formidabili con il sorriso sulle labbra aveva ripagato un popolo che elesse ben presto i loro beniamini al rango di eroi.

Avevano nomi o soprannomi che nel nostro paese ispirarono anche una filastrocca musicale: Didì, Vava, Pelè. E potevano giocare a pallone senza pensieri nella testa. Quelli, tutt'al più, erano loro a crearli agli avversari.

Articolo pubblicato su

sabato 28 giugno 2014

L'Italia torna a casa fra l'indifferenza generale


Tra le molteplici reazioni che gli appassionati italiani potevano mostrare nei confronti dei calciatori azzurri rientrati con largo anticipo dal mondiale brasiliano, l'indifferenza era l'unica difficilmente prevedibile. Riflettendoci a mente fredda, poi, si è rivelata anche la più efficace. A cosa sarebbe servito, in effetti, sprecare soldi per comprare ortaggi da scagliare contro quei ragazzi nel momento stesso in cui sarebbero scesi dalle scalette dall'aereo? Una volta, in casi simili, si usava fare così. Ma i tempi sono cambiati, ora risparmiare qualche soldo è un'impresa. Perché, quindi, sprecarli in quel modo? I conti, oltretutto, Prandelli e i suoi uomini li avevano già regolati tra loro durante la pausa della gara giocata contro l'Uruguay.

Uno dei principali obiettivi dell'ormai ex commissario tecnico era quello di riavvicinare gli appassionati di calcio italiani alla propria nazionale. A ragion veduta si può dire che ha fallito nel suo intento. Ovviamente non tutto il lavoro svolto è da buttare via, ma un atteggiamento troppo tenero degli addetti ai lavori - forse - non si è rivelato utile neanche a lui. Delle tremende e feroci polemiche che hanno accompagnato le epopee dei vari Lippi, Bearzot, Sacchi, Zoff e via discorrendo in questi quattro anni non si è vista neanche l'ombra. Le qualificazioni agli europei del 2012 e ai mondiali tutt'ora in corso sono state sin troppo agevoli, ottenute contro avversari obiettivamente deboli. Lo stesso europeo, viceversa, si era trasformato in una bella esperienza.

I campanelli d'allarme, però, erano suonati da tempo. Si è semplicemente fatto finta di non ascoltarli. C'è una sostanziale differenza tra il cambiare ogni tanto le proprie idee, sintomo di una mentalità aperta e pronta a cogliere ogni segnale buono per migliorare, e lo stravolgere la propria mentalità. Prandelli ha impostato per due anni un certo tipo di lavoro, poi di fronte alle tensioni provocate dalla prima importante manifestazione alla quale ha partecipato (l'europeo, appunto) lo ha poi azzerato quasi totalmente per trovare una soluzione meno rischiosa (il 3-5-2 che aveva dato garanzie, in serie A, ai vari Conte e Mazzarri). Terminato il torneo è ripartito dal progetto iniziale, per ripetere successivamente lo stesso errore in Brasile.

Marcello Lippi, massacrato dalla critiche in Sudafrica per non aver portato con sé Balotelli e Cassano, non aveva sbagliato le scelte operate per l'attacco. L'unico errore evidente che aveva compiuto, ammesso dallo stesso allenatore con obiettività, è stato quello di aver lasciato a casa Giuseppe Rossi. A distanza di quattro anni, siamo sicuri che anche stavolta non sarebbe servito?

Non arruolare per il torneo brasiliano neppure un centravanti abile a muoversi in area di rigore come se si trovasse a casa sua non si è rivelata un'idea lungimirante. Il fatto di aver piazzato Chiellini là davanti negli ultimi minuti della partita giocata contro l'Uruguay, peraltro in inferiorità numerica, ne è stata la prova più evidente.

Nella rosa a disposizione di Lippi nel mondiale vinto 2006 figuravano questi attaccanti: Toni, Del Piero, Totti, Gilardino, Inzaghi, Iaquinta. Quattro anni prima Trapattoni aveva convocato queste punte per la spedizione azzurra in Giappone e Corea del Sud: Vieri, Del Piero, Totti, Inzaghi, Montella, Delvecchio. Fermiamoci qui. In buona sostanza: in Italia non ci sono più gli attaccanti che germogliavano una volta. Detto questo, sarebbe bello se anche gli addetti ai lavori che hanno creato il circo mediatico intorno a Balotelli facessero un bagno d'umiltà nel riconoscere i propri sbagli. Non si chiedono, in definitiva, le dimissioni di nessuno: a quello hanno già pensato Prandelli e Abete. Ma un bagno d'umiltà sì. Almeno quello.

Articolo pubblicato su

domenica 22 giugno 2014

Prandelli, quale schema per l'Italia?


Quale Italia preferire? Quella che abbraccia la filosofia del palleggio continuo in mezzo al campo oppure quella che punta alle aree di rigore avversarie sfruttando le munizioni a disposizione di due attaccanti? Nelle convinzioni di Cesare Prandelli l'una esclude l'altra. Si è discusso molto su questo argomento prima che la comitiva azzurra atterrasse in Brasile per affrontare l'attuale edizione del mondiale. La diretta conseguenza del voler infoltire la linea mediana è quella di dover poi tirare la cinghia là davanti, lasciando il solo Balotelli a sgomitare contro le difese avversarie. Aiutarlo con l'inserimento di un'altra punta senza impoverire il centrocampo comporterebbe, invece, il rischio di sguarnire le retrovie degli azzurri. E' un po' il solito discorso della coperta corta: tiri da un lato, resti scoperto dall'altro.

I complimenti piovuti addosso all'Italia dopo la vittoria contro l'Inghilterra si sono trasformati in feroci critiche al fischio finale della successiva gara persa contro il Costa Rica. Peccato di presunzione, il gran caldo, l'umidità, lo scarso impegno... chi più ne ha più ne metta. Tanto la sostanza non cambia: l'ultimo match che verrà giocato il prossimo martedì contro l'Uruguay risulterà decisivo per le sorti degli azzurri.

Quale formazione schiererà sul campo Prandelli? La risposta giusta, probabilmente, verrà svelata dopo che il c.t. avrà deciso lo schema da adottare. Mai come in questo caso la scelta dello spartito risulterà determinante per capire quale musica dovremmo aspettarci.

Dopo il fallimento degli scorsi mondiali, il passaggio da Lippi a Prandelli ha portato la nazionale ad abbracciare una filosofia calcistica diversa dalla precedente. Un girone facile facile (Serbia, Estonia, Irlanda del Nord, Slovenia e Far Øer) aveva aperto le porte degli Europei del 2012 all'Italia. Sino a quel momento il c.t. non aveva ascoltato i suggerimenti che provenivano dalla serie A, dove la Juventus di Antonio Conte era riuscita a conquistare uno scudetto da imbattuta provando e riprovando schemi, sino ad arrivare al 3-5-2 di fine stagione.

Partito con il 4-2-3-1 nella sua gara d'esordio persa contro la Costa d'Avorio, Prandelli aveva iniziato la propria avventura mettendo De Rossi e Palombo in mezzo al campo, per poi piazzare Cassano, Balotelli e Pepe dietro Amauri, l'unica punta di fatto della serata. La difesa a quattro resse sino all'Europeo, quando il c.t. cedette all'idea di togliere un uomo e di schierare la retroguardia della Juventus campione d'Italia. Ecco la formazione che disputò la finalissima del torneo contro la Spagna: Buffon, Abate, Barzagli, Bonucci, Chiellini, Pirlo, Marchisio, De Rossi, Montolivo, Balotelli e Cassano. Tolto Montolivo (infortunato), gli altri ragazzi sono tutti in Brasile.

Viste e considerate le indecisioni che hanno accompagnato la spedizione azzurra sino al momento della vittoria sugli inglesi, era proprio necessario stravolgere il lavoro fatto in precedenza per poi ritrovarsi, con l'acqua alla gola, a dover rispolverare idee ormai abiurate? Chissà se anche in questo caso Prandelli ascolterà nuovamente i suggerimenti provenienti dalla serie A, dove il titolo di capocannoniere l'ha vinto un certo Immobile...

Articolo pubblicato su

domenica 15 giugno 2014

L'Italia di Pirlo ingabbia gli inglesi


Diavolo d'un Mourinho, vuoi vedere che anche stavolta azzecca il pronostico sull'Italia?
Riavvolgiamo il nastro: Europei 2012, la nazionale di Cesare Prandelli è al centro del solito vortice di polemiche che accompagna tutte le spedizioni azzurre, indipendentemente dalla loro natura (mondiali o, appunto, europei). In mezzo allo scetticismo generale spunta la sentenza del tecnico portoghese: “In questo Europeo l'Italia può arrivare molto lontano”.
Soltanto riassaporando l'atmosfera di quei giorni è realmente possibile attribuire il giusto valore ad un pronostico così difficile da prevedere.

Adesso facciamo un salto in avanti di due anni nel tempo, ed ecco che la storia sembra destinata a ripetersi: “Dove può arrivare l'Italia in questi mondiali? Può fare tutto: o finale o vincere la Coppa”. Dovesse indovinare anche questa, Mourihno si guadagnerebbe il soprannome che in molti gli hanno affibbiato: il mago di Setubal.

Nel frattempo l'Italia ha sconfitto l'Inghilterra dopo aver perso sulla strada che portava alla partita alcuni dei pezzi pregiati della sua argenteria (Buffon, Montolivo e De Sciglio), senza però smarrire la bussola e continuando a mantenere i nervi saldi. Dalla sua aveva ben tre registi contemporaneamente in campo (De Rossi, Pirlo e Verratti), ma così come non vale la regola che se aumenti il numero degli attaccanti i goals si moltiplicano, altrettanto vale per chi in campo ha come compito principale quello di dettare i tempi del gioco.

Vuoi per le assenze, vuoi per le incertezze esibite nelle ultime gare di avvicinamento al mondiale, l'Italia di Prandelli ha impiegato quasi un tempo per trovare la giusta quadratura. Dopodiché, escludendo l'episodio che ha portato al momentaneo pareggio messo a segno da Sturridge, ha acquisito una sicurezza che lascia ben sperare anche per il prosieguo del torneo.

Due anni fa le magie di Andrea Pirlo erano state fondamentali per il buon europeo giocato dagli azzurri. All'esordio del mondiale, nuovamente di fronte alla selezione guidata da Hodgson (già battuta ai rigori lo scorso 24 giugno 2012), il regista juventino ha inanellato l'ennesima prestazione positiva. Stavolta ha lasciato il “cucchiaio” nel cassetto, cucinando comunque con una bellissima finta il goal servito a tavola da Marchisio. Non ci volevano gli inglesi per capire che fosse un genio del pallone, visto e considerato che sono stati proprio loro ad aver inventato il football. Nonostante tutto, però, quando giocano contro Pirlo non riescono proprio a trovare le contromisure per fermarlo... 

Articolo pubblicato su

sabato 7 giugno 2014

Ettore Puricelli, "testina d'oro"

Gianni Brera lo chiamava 'Ettorazzo', ma gli addetti ai lavori e i tifosi lo ricordano con il soprannome di 'testina d'oro'. Ettore Puricelli era arrivato a soli ventuno anni in Italia, a Bologna, nel 1938. Per i tifosi felsinei, che all'epoca dei fatti avevano il palato fine, quel giocatore lungagnone e sconosciuto rappresentava soltanto un oggetto misterioso. Niente a che vedere con l'idolo incontrastato di casa, Angelo Schiavio, che aveva appena chiuso la carriera. Ma il ragazzino riuscì presto a smentire gli scettici con una serie lunghissima di prestazioni convincenti e la successiva conquista di due scudetti, conditi da altrettanti titoli di capocannoniere. Amava giocare con i calzettoni abbassati, alla “cacaiola”, come amava dire sempre Brera.

Abituato in Uruguay, il suo paese d'origine, a giocare rasoterra, aveva cambiato modo di trattare il pallone grazie alla cura di Arpad Weisz, il tecnico ungherese che lo aiutò a diventare un grande attaccante. Lo schema era apparentemente semplice: i movimenti continui e i cross dalle fasce laterali di Biavati e Reguzzoni servivano per armare di munizioni Puricelli. Così nascevano e finivano le azioni dei bolognesi, che spesso terminavano con una rete messa a segno dal bomber venuto da Montevideo. Di testa, appunto. Bruno Roghi, direttore de 'La Gazzetta dello Sport' in quel periodo, era rimasto talmente impressionato dalla sua bravura da coniargli la definizione di 'testina d' oro'. Naturalizzato italiano, aveva giocato una sola gara con la maglia azzurra, il 12 novembre 1939, contro la Svizzera, mettendo a segno la rete della bandiera nella sconfitta subita per mano degli elvetici (1-3).

Passato al Milan attraverso uno scambio con un altro attaccante fortemente voluto dal presidente Renato Dall'Ara, Gino Cappello, continuò a segnare reti a grappoli. A questo proposito resta memorabile una tripletta realizzata proprio contro la sua ex squadra a Milano, nel corso di una partita vinta dai rossoneri con il risultato di 4-2 (1 giugno 1947). Una volta appese le scarpette al chiodo cominciò una seconda carriera, quella di allenatore, guidando le giovanili del Diavolo. A stagione iniziata era subentrato in prima squadra a Bela Guttman, il tecnico del famoso anatema scagliato contro il Benfica nel lontano 1962, conquistando lo scudetto al primo colpo (1954/55). E' grazie anche al suo intervento che si deve l'arrivo in Italia del grande Juan Alberto Schiaffino.

Dopo l'esperienza milanese aveva poi girato l'Italia in lungo e in largo, continuando ad esercitare con alterne fortune quel lavoro per il quale aveva trovato una curiosa definizione: “Siamo come fagiani in riserva, ci sparano addosso senza pietà”. Riconosceva l'importanza della scuola degli allenatori di Coverciano, senza dimenticare di evidenziare un particolare da lui ritenuto fondamentale: “Serve, eccome. Però occorre il tirocinio, conoscere anche le amarezze. Coverciano è troppo bello. Ne esci con un sacco di illusioni”. La sua ricetta per vincere era basata sulla praticità: “Per fare lo squadrone ci vogliono almeno due fuoriclasse. Se madre natura ti dà i due campionissimi, sei a posto”.

Era bravo ad individuare i giovani di talento. Capitò anche con Giuseppe Savoldi, come aveva ammesso lo stesso attaccante nel corso di un'intervista rilasciata nell'aprile del 2012: “Ho avuto fortuna. Va detto e lo sottolineo. Nella vita ci vuole anche questo, altrimenti non sarei mai diventato Savoldi. Entro all’Atalanta a 16 anni. Calcisticamente sono già vecchio, due anni e poi subito in prima squadra. Mi fa esordire “testina d’oro”, Puricelli. Si rivede in me, mi fa esordire e faccio subito goal, in Coppa Italia, contro il Verona. A diciott’anni solo io e Riva siamo già in A”.
Savoldi e Riva, due grandi campioni. Quelli che di solito fanno grande una squadra.

Articolo pubblicato su Lettera43

Articolo pubblicato su

sabato 24 maggio 2014

Thomas N'Kono e il campo stregato


Quel portiere ha stregato gli avversari”. A volte capita di ascoltare o leggere una simile espressione, comunemente usata nel mondo calcistico. Si tratta indubbiamente di un semplice modo di dire che, però, in una specifica occasione è stato comunque molto vicino a rispecchiare la realtà dei fatti.

Accadde il 7 febbraio 2002 a Bamako, allo “Stade du 26 Mars”, prima del fischio d'inizio della semifinale della Coppa d'Africa. Le due contendenti erano il Mali, padrone di casa nonché paese ospitante della manifestazione, e il Camerun. In ballo c'era l'opportunità disputare la finalissima del torneo, già raggiunta dal Senegal.

Thomas N'Kono, leggendario portiere della nazionale camerunense del vecchio secolo e membro dello staff, passeggiando dentro il prato verde dello stadio aveva lasciato volutamente cadere un oggetto sul campo. Un amuleto portatore di malocchio. Apriti cielo: mentre gli spettatori stavano riempiendo l'impianto, un gruppo di poliziotti si gettò immediatamente sul malcapitato, mettendogli le manette e allontanandolo dal terreno di gioco. Si era trattato di un arresto divenuto immediatamente mediatico, col l'ex campione che urlava la propria rabbia davanti alle telecamere.

Rilasciato dopo pochi minuti, anche successivamente alla protesta del tecnico Winfried Schäfer (che aveva minacciato il ritiro della propria squadra), poté assistere alla vittoria dei suoi connazionali per 3-0. Seguirono le scuse ufficiali di Alpha Oumar Konaré, il presidente della Repubblica del Mali che, tuttavia, non placarono l'ira di N'Kono: “Sono molto arrabbiato, questi episodi danneggiano gravemente l’immagine dell’Africa. Riuscite a immaginare Michel Platini, in campo con la nazionale francese prima di una partita in Spagna, che riceve lo stesso trattamento? No, perché è impossibile”.

Polemiche a parte, il Camerun era riuscito ad aggiudicarsi la manifestazioni sconfiggendo il Senegal. Vinse solamente dopo aver superato con successo la lotteria dei calci di rigore. Una curiosità: la gara era stata disputata in quello stesso stadio dove si era verificato – qualche giorno prima – l'episodio appena raccontato. Sì, è vero, la stregoneria non c'entra nulla. Però, intanto... 

Articolo pubblicato su Lettera43

martedì 20 maggio 2014

Conte e la Juventus, il matrimonio continua


"La storia è fatta da chi scrive il proprio nome, gli altri possono leggerlo". Sfogliando le pagine della biografia di Antonio Conte (“Testa, cuore e gambe”) all'improvviso compare questa frase, divenuta ormai un marchio di fabbrica del tecnico leccese. Una curiosità: è stampata, nero su bianco, sulla pagina centouno del libro, quasi lo stesso numero dei punti accumulati in serie A da Madama in questa memorabile stagione.

Dalla serata di lunedì una buona fetta del popolo bianconero può festeggiare la notizia della permanenza dell'allenatore sotto la Mole anche per il prossimo anno. Mettendo da parte i sentimenti e i sentimentalismi, più passano gli anni, più si ripetono le stesse scene durante il mese di maggio e meno si può parlare di scelte dettate dal cuore. Tempo addietro teatrini come quelli messi in scena a Torino appartenevano esclusivamente ai calciatori, tanto abili nel monetizzare i risultati conseguiti sul campo da mettere in discussione gli emolumenti economici stabiliti con il club di appartenenza e fissati su un foglio di carta. Quello che una volta, per intenderci, veniva chiamato contratto di lavoro.

La pietra miliare della Juventus vincitrice di tre scudetti consecutivi è stata la scelta, operata dal club, del tecnico che avrebbe dovuto guidarla. I meriti di Conte nei successi bianconeri sono notevoli, tangibili, innegabili. E' inutile stabilire una percentuale di incidenza, basta ricordare che ci sono e che non sono pochi. Non va dimenticato, però, che uno dei pilastri fondamentali sui quali costruire una squadra vincente è rappresentato dal valore del rapporto tra una società ed il suo allenatore. Se entrambe le parti remano nella stessa direzione, allora anche le altre componenti finiscono inevitabilmente per seguire la stessa rotta.

In caso contrario, e alla Juventus lo sanno bene (visto quanto è accaduto con Marcello Lippi nella stagione 1998/99), anche le macchine all'apparenza perfette iniziano a guastarsi. Poi, come è naturale che sia, esistono anche le piacevoli eccezioni. Come quella, ad esempio, di Dino Zoff, accantonato da una nuova dirigenza con largo anticipo ma in grado di vincere comunque una Coppa Italia ed una Coppa Uefa nel 1990. All'epoca dei fatti i giocatori juventini si erano stretti intorno all'ex portiere della nazionale, formando un gruppo granitico in grado di ottenere risultati incredibili. Soprattutto in considerazione del reale tasso tecnico di quella rosa.

La vera notizia, quella che dovrebbe rassicurare i tifosi bianconeri e preoccupare - di conseguenza - quelli avversari, è quella che ancora deve venire. Soltanto quando si capirà chiaramente quanto Conte e la Vecchia Signora abbiano voglia di continuare a vincere insieme, il futuro in casa Juventus potrà apparire nuovamente roseo.

Articolo pubblicato su

mercoledì 14 maggio 2014

I dubbi di Conte sul suo futuro alla Juventus

Spulciando tra le notizie e le indiscrezioni all'interno della cronaca quotidiana non si riesce ancora a capire il nome dell'allenatore che siederà sulla panchina della Juventus nella prossima stagione. Nel frattempo quest'ultimo campionato vinto dalla Vecchia Signora è già pronto per entrare nella storia del calcio nostrano. La quota dei cento punti (e oltre, Cagliari permettendo) in classifica è ormai a portata di mano, dato che Madama ha superato quasi tutti gli ostacoli con una velocità tale da riuscire a battere ed abbattere record su record.

Per i sostenitori bianconeri le soddisfazioni non sono certo mancate, sceglierne una sola tra le tante è realmente difficile. Forse risulterebbe più semplice citare l'ultima in versione cronologico, vale a dire la rete segnata da Osvaldo contro la Roma nei minuti di recupero della gara recentemente disputata allo stadio "Olimpico".

A mischiare le carte ed agitare i sentimenti in casa juventina, però, ha pensato la querelle nata col tecnico leccese. Il contratto stipulato tra Conte e la Juventus dovrebbe legare le parti ancora per un anno, ma è ampiamente risaputo che nell'ambiente pallonaro l'unica cosa che conta è la volontà reciproca, o meno, di proseguire un rapporto di lavoro.

Mettendo temporaneamente da parte le influenze del cuore, ciò che in concreto prevale in casi simili è la ragione. I dubbi e le esternazioni manifestati da Conte stonano con il momento estremamente felice vissuto dal pianeta bianconero, una gioia conquistata dopo una lunghissima serie di successi conseguiti sui campi di tutta Italia nel corso di questi ultimi tre anni.

I meriti dell'allenatore leccese sono indubbi, ma anche quelli della società non vanno trascurati. Era proprio necessario, per Conte, parlare del proprio futuro davanti al mondo intero senza limitarsi a farlo nel più stretto riserbo con i soli vertici societari? I "rumori del nemico", che spesso sente provenire dall'esterno, questa volta provengono dal ventre del suo club? Oppure l'allenatore ha semplicemente il sentore di non poter ripetere una simile stagione, avendo fatto il massimo in Italia e immaginando di non riuscire a percorrere molta strada in Europa il prossimo anno?

Qualunque sia il motivo che ha creato questa situazione di stallo e nella speranza che - per tutti - la soluzione positiva arrivi al più presto, l'augurio da inoltrare alla Vecchia Signora è quello di continuare il percorso di crescita esponenziale iniziato da tre anni a questa parte. Senza dimenticare che è anche dalla gestione di situazioni come questa che il mondo esterno giudica la grandezza di un club. 

Articolo pubblicato su

domenica 11 maggio 2014

Laureano Ruiz, il maestro del tiqui-taca

Al tramonto dell'incredibile sconfitta casalinga del Bayern Monaco contro il Real Madrid nella recente semifinale di Champions League, in molti hanno celebrato la fine dell'ormai celebre tiqui-taca. Quello di origine catalana, s'intende, perché l'idea di sfruttare una fitta rete di passaggi per mantenere il controllo pallone tra i propri piedi, piuttosto che andarlo a recuperare in mezzo a quelli degli avversari, è vecchia quanto il football.

E' proprio in quella terra che questo stile di gioco negli ultimi anni è stato utilizzato a livelli intensissimi, quasi esasperanti, con risultati indubbiamente vincenti. Trasportato in Germania da Josep Guardiola ha subito invece un tracollo in termini di popolarità proprio in fondo al torneo continentale più importante, dopo che la conquista del campionato tedesco per il Bayern Monaco si era rivelata una pura formalità.

In quell'occasione la “Gazzetta dello Sport” aveva nuovamente portato alle luci della ribalta Laureano Ruiz, ovvero la persona che anni fa trapiantò questa filosofia calcistica a Barcellona. La storia racconta che alla guida di una squadra di ragazzini sovvenzionata da un marchio di birra nel lontano 1972 aveva umiliato i pari età blaugrana. Apriti cielo: il presidente Agustì Montal andò su tutte le furie, per poi tesserare quell'allenatore che – dopo qualche colloquio – era apparso al suo nuovo ambiente come un visionario.

Contro ogni previsione i successi arrivarono in serie, uno dietro l'altro, per un club che a livello giovanile stentava non poco. Strano a dirsi, guardando la realtà attuale, ma è proprio grazie all'importanza data a quel ramo societario da Ruiz se adesso il Barcellona può vantarsi della bontà di quel settore di fronte al mondo intero.

Nato nel 1937, il credo di Laureano Ruiz era basto sul possesso di palla, su un sistema tattico comune a tutte le squadre (il 3-4-3) e su un regime di allenamento che mescolava l'aspetto fisico al controllo tecnico del pallone. Una volta disse: “Mi ricordo di un allenatore che proibì l'utilizzo della palla in allenamento, perché così il giorno dopo i suoi giocatori avrebbero avuto più voglia ad usarla... un'aberrazione!”. Così come era inconcepibile, per lui, che l'attitudine al football dovesse dipendere dall'altezza dei calciatori: “Dicevano che il calcio era solo per giocatori alti e forti. Grande errore. Nel corso degli anni è stato dimostrato che questo non è sempre vero, ma allora non c'era modo di farlo capire alla gente”.

Ruiz aveva trapiantato il seme che negli anni è poi germogliato grazie al lavoro, tra gli altri, dei vari Michels, Cruijff, Guardiola e del compianto Vilanova. Il 25 novembre 2012, fuori casa contro il Levante, il Barcellona aveva giocato con tutta la formazione prodotta dalla scuola del club, la celebre “Masia”. Era accaduto nel momento stesso in cui Dani Alves si era infortunato, dopo 14 minuti di gioco, per venire sostituito da Martin Montoya. A fine gara Xavi aveva ricordato che 'Van Gaal (ex allenatore del Barca, ndr) disse una volta che il suo sogno era vedere in campo insieme 11 giocatori usciti dall'accademia, e oggi questo è diventato realtà'.

In realtà quello era stato anche il sogno di Ruiz: “Per me è stata una soddisfazione massima. Un'enorme soddisfazione. Questo era il mio desiderio, il mio sogno per il futuro dal primo giorno che ero arrivato al Barça. Vedere sul prato quel giorno contro il Levante undici giocatori fatti in casa mi ha ricordato di tutte quelle persone che 40 anni prima mi aveva detto che ero pazzo”. Lo aveva confessato terminando la frase con un sorriso.

Mentre seguiva alcuni provini di giovani calciatori in qualità di allenatore della scuola catalana Escolapis Sarrià, qualche anno fa, la sua attenzione era stata catturata da un ragazzino che tirava da solo dei calci al pallone contro un muro. Si avvicinò a lui, chiedendo che cosa stesse facendo. Con lo sguardo triste, il ragazzo aveva risposto di stare attendendo il padre, che lo avrebbe riportato a casa. Ruiz andò immediatamente dagli altri tecnici chiedendo il motivo della bocciatura di quel calciatore che a lui – invece – era piaciuto. La risposta lo fece arrabbiare non poco: per gli altri era bravino, sì, ma non avrebbe avuto alcun futuro come professionista.

Alla fine vinse il parere di Ruiz. Quel ragazzino si chiamava Albert Ferrer, protagonista di una carriera straordinaria al servizio del Barcellona di Cruyff, del Chelsea e della nazionale spagnola. Mentre citava il suo nome, concludendo il racconto, sul volto di Ruiz era comparso un altro sorriso.

Articolo pubblicato su Lettera43