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sabato 7 marzo 2015

Duncan Edwards e i Busby Babes





Il giorno dopo la sua morte, avvenuta il 21 febbraio del 1958, il 'Daily Mirror' gli aveva dedicato un articolo titolato “Un ragazzo che giocava come un uomo”. Nel tracciarne il profilo Robert 'Bobby' Charlton ha ripetuto più volte che 'è stato l'unico giocatore che mi abbia fatto sentire inferiore'. Jimmy Murphy, il coach del settore giovanile del Manchester United nonché vice dell'allenatore Matt Busby, anni dopo la sua scomparsa lo aveva ricordato usando queste parole: 'Quando sentivo Mohammed Alì dire al mondo che lui era il più grande di tutti mi veniva da sorridere. Vedete, il più grande di tutti fu un calciatore inglese chiamato Duncan Edwards'.

In un pomeriggio di inizio febbraio del 1958 l'aereo che avrebbe dovuto riportare i Diavoli Rossi di Manchester in Inghilterra, al termine di una gara europea disputata a Belgrado contro la Stella Rossa, prese fuoco a Monaco di Baviera. Il velivolo si era fermato in Germania per effettuare un rifornimento. Le difficili condizione metereologiche avevano impedito il nuovo decollo del mezzo per ben due volte. Alla terza era riuscito finalmente a spiccare il volo, per poi perdere subito quota e andare a schiantarsi poco distante la pista.

Perirono sul colpo ventidue persone, sette delle quali erano giocatori del Manchester United. Duncan Edwards, la stella più luminosa della squadra, era riuscito a sopravvivere anche se le sue condizioni apparvero subito gravi. In un raro momento di lucidità aveva domandato ai medici quante possibilità avesse di prendere parte alla successiva partita di campionato della compagine inglese. Il 21 febbraio del 1958 la sua breve, intensa vita si concluse definitivamente. 

Matt Busby, il manager scozzese che era riuscito a risollevare dalle ceneri il club e trasformarlo in una società vincente, perse in questo modo un gruppo di giovanissimi calciatori che considerava suoi figli. Tra questi Edwards era sicuramente l'elemento di maggior spicco, destinato ad un futuro calcistico di primissimo livello. Un giorno, mentre ne stava descrivendo le qualità in presenza di alcuni cronisti, Busby disse: “Eravamo soliti osservare i ragazzi allenarsi, per trovare qualche punto debole su cui potessero concentrarsi di più. Guardammo Edwards e ci arrendemmo nel trovare pecche nel suo gioco“.

Regista difensivo, prototipo antenato dei futuri 'calciatori totali', tuttocampista... Edwards era un condensato di classe e sostanza, fumo e arrosto, a seconda delle circostanze e delle esigenze sapeva usare tanto la sciabola quanto il fioretto. A soli ventuno anni si era piazzato terzo nella speciale graduatoria del pallone d'Oro stilata da France Football, proprio nel momento in cui il Manchester United iniziava ad assumere un ruolo di primo piano anche in Europa dopo aver vinto tre campionati in patria in soli cinque anni (1952, 1956, 1957).

Così come la tragedia di Superga del lontano 1949 ha segnato la vita del Torino, che sino ad oggi non è stato più 'grande' come in passato, quanto successe nel 1958 a Monaco di Baviera rischiò di fare altrettanto con quella del Manchester United. In realtà bastarono esattamente dieci anni per rivedere gli inglesi protagonisti in Europa. Nel 1968 fu lo stesso Matt Busby a condurre i Diavoli Rossi alla vittoria della loro prima coppa dei Campioni. Mattatore assoluto della finalissima fu Bobby Charlton, autore di una doppietta esattamente come era accaduto a Belgrado nella partita che aveva preceduto il disastro aereo.

Una coincidenza, esattamente come quella capitata il 26 maggio del 1999 allorquando il Manchester United riuscì a vincere nuovamente il massimo trofeo continentale superando il Bayern Monaco grazie ad una rimonta straordinaria che si era concretizzata negli ultimi minuti di gioco. Proprio quel giorno, infatti, Matt Busby avrebbe dovuto compiere novant'anni. Si era spento il 20 gennaio del 1994, raggiungendo così i suoi ragazzi in cielo per assistere in loro compagnia al successo dell'amato club contro la fortissima squadra tedesca.

Una squadra di Monaco di Baviera. Una coincidenza. Un'altra ancora...

Articolo pubblicato su Lettera43

martedì 28 ottobre 2014

Juve e Roma, continua il dualismo in serie A

 



Unite dalle difficoltà incontrate in campo europeo, Juventus e Roma si sono momentaneamente allontanate in classifica nel campionato di serie A. E' ancora troppo presto per parlare di fuga bianconera, mentre a questo punto della stagione sembra francamente inutile discutere di una possibile crisi giallorossa. I risultati dell'ultima giornata di Champions League pesano come macigni sull'umore dei rispettivi ambienti, ed evidenziano ulteriormente – ammesso e non concesso che qualcuno ancora non se ne fosse accorto – la differente caratura tra il calcio nostrano e quello di paesi come Inghilterra, Germania e Spagna.

In Europa, quindi, siamo alle solite: il pareggio esterno ottenuto contro il Manchester City aveva illuso chi credeva in una Roma alla quale l'Italia sembrava addirittura stare stretta; la Juventus di Allegri – per ora – sta attraversando le stesse difficoltà vissute nel recente passato, quando sulla panchina bianconera sedeva Antonio Conte. Il campo, giudice supremo e indiscutibile, ha bocciato le rivali rimandandole ad occuparsi delle loro piccole faccende quotidiane.

In attesa di tempi migliori Juventus e Roma hanno ripreso a battagliare in Italia, dove Madama – a differenza della Roma, fermata a Genova - è riuscita a regolare il Palermo grazie alla quinta vittoria consecutiva negli ultimi scontri avvenuti in campionato con i rosanero.

Genova, ancora lei (questa volta sponda rossoblù), potrebbe rappresentare il crocevia della prima parte del torneo. Se gli uomini di Gian Piero Gasperini riusciranno a fermare la Vecchia Signora è altamente probabile che Totti e compagni le torneranno alle calcagna. Viene difficile, infatti, pensare che il Cesena (un punto soltanto in quattro trasferte) possa impedire alla Roma di conquistare altri tre punti davanti al proprio pubblico.

Il prossimo turno infrasettimanale sembra meno favorevole a Madama, comunque fortunata - sino ad ogggi - negli scontri diretti con Gasperini: undici gare, tra serie A e B, nelle quali ha raccolto ben otto vittorie, due pareggi ed una sola sconfitta (l'ultima, peraltro, patita per mano del Genoa), datata 11 aprile 2009.

Numeri e statistiche che rendono più interessante la giornata che sta per cominciare. A riportare i piedi per terra e a ricordare al mondo intero la povertà di contenuti del nostro campionato hanno pensato le inutili e, francamente, infantili polemiche divampate proprio in questi giorni tra i maggiori esponenti del movimento calcistico. Al di là dei fatturati, degli stadi vecchi e deserti e via discorrendo, questo è in assoluto il vero male del football italiano. Il pesce, come recita un vecchio detto, puzza sempre dalla testa. 

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giovedì 9 ottobre 2014

Oronzo Pugliese, il mago di Turi


Claudio Olindo De Carvalho, in arte Nené, una volta raccontò un curioso aneddoto che gli era capitato durante una partita del campionato di serie A: 'Un giorno, a Roma, scatto sulla fascia e vado via veloce. Il loro allenatore, Oronzo Pugliese, si mette a correre al mio fianco, lungo la linea, urlando: 'A me, passala a me...'. La scena è molto divertente, la gente dell'Olimpico applaude, è stato bellissimo. Ma io non mi sono fatto incantare: ho passato il pallone a Riva e lui ha fatto un gran goal. Come sempre'.

Quel tecnico istrionico era da tempo conosciuto come il 'mago di Turi'. In contrapposizione con un altro mago del mondo del calcio nostrano, il ben più celebre Helenio Herrera, che lo stesso Pugliese era riuscito a sconfiggere  il 31 gennaio 1965 nella precedente esperienza da allenatore del Foggia. All'epoca dei fatti l'Inter campione d'Italia, d'Europa e del mondo si era presentata allo stadio 'Zaccheria' con i tutti i favori dei pronostici. Fu proprio in quell'occasione che, inaspettatamente, l'allenatore originario di Turi, il piccolo comune in provincia di Bari, mise a segno un piccolo miracolo sportivo. I nerazzurri, passati in svantaggio per due reti a zero, riuscirono a raddrizzare temporaneamente la gara grazie ad una rabbiosa reazione d'orgoglio. Che non impedì loro di soccombere a causa della rete decisiva messa a segno dal rossonero Nocera, autore – quel giorno - di una doppietta.

Da giocatore aveva vissuto una carriera lontana dal calcio che conta, nella veste di tecnico – invece - Pugliese era riuscito a crearsi uno spazio importante. 'Ho ottenuto più soddisfazioni di dieci allenatori messi assieme', aveva confidato a Gianni Brera verso la fine degli anni sessanta. Non era riuscito a vincere competizioni importanti, ma si era costruito con fatica l'immagine di 'uomo dei miracoli'. Così lo aveva definito anche il popolare attore Lino Banfi, che nel 1984 aveva recitato il ruolo di Oronzò Canà nel film 'L'allenatore nel pallone', ispirato proprio alle gesta di Oronzo Pugliese. 'Era davvero un grande allenatore - disse di lui Banfi —. Isterico, si arrabbiava come il sottoscritto, ed oltre a dirigere la mia squadra preferita era pugliese come me. Una vita piena di 'casini', la sua: bistrattato da tutti, sballottato da una panchina all'altra, colpevolizzato se una compagine non funzionava'. Gianni Brera, ancora lui, lo aveva definito 'un mimo furente di certe grottesche rappresentazioni di provincia'. Il figlio Matteo amava ricordare che 'era un po’ il Nereo Rocco del Sud. Rocco parlava triestino, mio padre barese'.

La 'doppia zona' di Pugliese era diventata lo spunto per la ben più conosciuta 'bi-zona' di Oronzo Canà. Ridurre la competenza calcistica e la figura sportiva di Pugliese ai soli aspetti esilaranti, a volte comici, che lo riguardano è sbagliato. In fondo si parla di un tecnico capace di vincere il prestigioso Seminatore d'oro nel 1964, di condurre il Foggia a compiere un incredibile balzo dalla serie C alla A in soli quattro anni, di ottenere credibilità nelle numerose piazze (tra le quali Foggia, Roma, Firenze, Siena e Bologna) nelle quali ebbe modo di farsi apprezzare.

Alcui di questi episodi, però, meritano di essere raccontati. Pugliese pensava che 'l'uomo è uomo se si sa adattare a tutti gli ambienti'.  In un solo proverbio amava racchiudeva la sua tattica: 'tu ti stai/io mi sto/me la chiedi/non te la do'. Gli scontri dialettici con Helenio Herrera erano stati frequenti. Alla domanda 'Don Oronzo, come ci si sente ad avere avuto la meglio sulla psicologia vincente del ‘mago’ Herrera?”, un giorno rispose che “la psicologia è roba da ricchi, la grinta è roba da poveri”. Gli veniva spesso rimproverato un eccessivo attaccamento ai soldi, lui che come primo stipendio da allenatore, nel 1939 a Lentini, aveva ricevuto una cassetta di arance.

Come tecnico del Bari, prima di sconfiggere la Roma guidata dallo stesso Herrera aveva promesso di fare dieci giri di campo in caso di vittoria. Vinse, ma non mantenne l'impegno: 'Non l'ho fatto perché ho perso troppo fiato nel gridare dalla panchina...'. Il personaggio del 'mago di Turi' era diventato a mano a mano sempre più popolare. E Pugliese, ovviamente, di questo ne era contento. Spiava abitualmente i propri giocatori in ritiro. Uno di loro, una sera, lo scoprì disteso a terra. Gli chiese cosa stesse facendo in quella posizione. 'Stavo facendo un pò di flessioni', rispose. In realtà stava controllando dalla fessura della porta alcuni suoi calciatori.

Ai tempi della sua permanenza alla Roma, Peiró un giorno ammise di andare d'accordo con Pugliese. Senza nascondere, comunque, un problema di fondo: 'Non sempre riuscivo a capire quando parlava. E considerate che io l'italiano l'avevo imparato bene...'. Portava i giocatori al cinema, accertandosi poi che non fumassero. Una sera di quelle si accorse che Bruno Pace stava fumando. Di nascosto, nel buio della sala, durante la proiezione era riuscito a strisciare sino alla sedia posizionata dietro quella di Pace. All'improvviso si alzò per mollargli uno schiaffo, con tanto di rimprovero. Peccato che aveva sbagliato i calcoli, colpendo – di conseguenza - un ignaro spettatore...

Era solito spiegare ai suoi uomini le tattiche e gli spostamenti da fare sul campo utilizzando bicchieri sistemati su un tavolo. Alcuni di questi erano pieni, altri vuoti. 'Tu devi scartare così, il difensore te lo devi bere!'. Per essere più convincente, e dare alla spiegazione un senso di teatralità, si scolava i bicchieri pieni. Un giorno la lezione si prolungò oltre il dovuto, con conseguenze facilmente intuibili...

A fine carriera gli venne proposto di diventare il commissario tecnico della Grecia. Rifiutò, pronunciando questa frase: “mogli, soldi e buoi dei paesi tuoi”. Meglio così. Forse, come disse una volta Peiró, non avrebbero capito sino in fondo la vera natura di Oronzo Pugliese. Il mago di Turi.

Articolo pubblicato su Lettera43

domenica 28 settembre 2014

La Juventus di Allegri ora vola in Spagna


Un complimento a destra, uno a sinistra, il rischio di avere la pancia piena già ad inizio stagione... Prima di pensare all'Atalanta, la Juventus che ha espugnato Bergamo doveva innanzitutto cercare di dimenticare gli elogi che in settimana le sono piovuti da ogni dove, per poi concentrarsi soltanto sulla gara da affrontare allo stadio “Atleti Azzurri d'Italia”.

Se per Pierpaolo Bisoli lo scontro infrasettimanale tra il suo Cesena e la Vecchia Signora era paragonabile ad una sfida tra una Ferrari ed uno scooter 125, per Antonio Conte la rosa attuale della Juventus è addirittura più abbondante e competitiva dell'anno scorso. Un bel carico di responsabilità sulle spalle di Allegri, non c'è che dire.  Aiutato – in questo senso - dal cammino in campionato della Roma, paragonabile a quello della propria squadra, il tecnico è riuscito però a trasmettere all'ambiente bianconero quella tranquillità necessaria per mantenere alta la guardia.

Per cadere dalle stelle alle stalle a volte si impiega un attimo. Basta un passo falso, anche mezzo, per vedere i complimenti trasformarsi in critiche feroci. Non ci voleva un esperto di calcio per capire che Juventus e Roma avrebbero fatto il vuoto in Italia. Queste prime giornate di serie A hanno soltanto certificato quanto veniva considerato scontato durante l'estate appena conclusa.

Adesso, però, è arrivato il momento di alzare l'asticella, di provare a crescere ancora per trasformarsi da grande a grandissima squadra. La partita che mercoledì sera vedrà impegnata Madama in Spagna contro l'Atletico Madrid potrebbe garantire agli uomini di Allegri, in caso di vittoria, quell'ulteriore salto di qualità che consentirebbe loro di essere realmente competitivi persino in Europa. Anche un pareggio, in realtà, potrebbe servire all'uso. Ma soltanto a giochi fatti.

Se la Juventus dovesse affrontare questa delicata trasferta con una mentalità sparagnina il risultato rimarrebbe comunque fine a se stesso. Il triennio di Conte ha consentito alla Vecchia Signora di tornare a dominare in Italia. Ambiziosa come non le accadeva da tempo, Madama ha ripreso a vincere scudetti conquistando il primo della serie senza perdere neanche una gara.

Quella stessa sfrontatezza le sarà necessaria anche in Champions League per provare a scalare, gradualmente, i gradini che ancora la separano dalle corazzate tedesche, inglesi e spagnole. E' inutile perdere tempo a parlare sempre e solo di budget, di possibilità economiche e di fatturato. Quelli sono handicap con i quali le squadre italiane dovranno convivere per diverso tempo ancora. Possono giustificare le difficoltà, non trasformarsi in alibi per qualche brutta figura.

L'Atletico Madrid di Simeone che lo scorso anno ha stupito il mondo rappresenta un esempio che la Juventus, in questo suo particolare momento storico, deve cercare di seguire. Occhio, però: mercoledì sera sarà proprio quella squadra a voler mettere i bastoni tra le ruote della corazzata bianconera.

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domenica 21 settembre 2014

La nuova Juventus sbanca "San Siro"


La Juventus sbanca “San Siro” e spiana la strada per poter arrivare allo scontro diretto con la Roma (5 ottobre) a punteggio pieno in classifica. I prossimi ostacoli, nel suo percorso di avvicinamento allo scontro diretto, si chiamano Cesena (in casa) e Atalanta (in trasferta). Per la Vecchia Signora non saranno certo delle passeggiate di salute (soprattutto la gara di Bergamo), però non è utopistico immaginare che la banda di Allegri possa accumulare altri sei punti in centottanta minuti di gioco.

Sono rimaste molte tracce del lavoro di Antonio Conte in questa nuova Juventus. Adesso, però, si inizia a vedere anche la mano di Allegri. Se Madama sino alla scorsa stagione mostrava sul campo un atteggiamento aggressivo, simile a quello del tecnico che la guidava dalla panchina, ora sembra aver assorbito la calma dell'ex tecnico rossonero.

Quella ammirata a Milano è una Vecchia Signora consapevole della propria forza, per nulla intimorita dai titoli dei giornali che la avvisavano di una nuova, possibile pretendente allo scudetto capace di anestetizzare la gara prima di infierire il colpo di grazia al Diavolo. Tre titoli di fila, d'altronde, non si vincono per puro caso.

La programmazione della Juventus, per ora, sta producendo i frutti sperati. Verso la fine del mese di giugno del 2013 in molti si erano scandalizzati quando era stato deciso di assegnare la maglia numero dieci a Tevez. Adesso, con ogni probabilità, le stesse persone che allora gridarono allo scandalo saranno costrette ad ammettere che l'argentino indossa con una naturalezza impressionante una casacca così importe per i colori bianconeri. “È un onore per me, ma la responsabilità non mi spaventa, perchè nel Boca avevo ereditato la maglia di Maradona”, aveva detto l'Apache nel corso della sua presentazione alla stampa torinese. Ecco, è anche da questi particolari che si giudica un fuoriclasse.

Pereyra in grado di sostiture Vidal, Coman che non sfigura all'esordio in serie A, i lampi di classe mostrati da Morata nei pochi minuti giocati sino ad ora, la corsa fluida di Romulo, i piccoli segnali di miglioramento di Ogbonna, i cross di Evra... Tanti piccoli segnali che fanno pensare ad una Juventus più forte di quella della scorsa stagione. In panchina, poi, siede un tecnico che in poco tempo è riuscito a guadagnarsi la stima e il rispetto dei suoi calciatori. Quando si entra in un nuovo ambiente, nel mondo del calcio, il primo passo da compiere è quello. Se dovesse continuare in questo modo, ben presto arriverà anche l'apprezzamento dei tifosi.

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domenica 31 agosto 2014

Juventus e Roma, esordio vincente


Molta acqua, del gas butano, piccolissime dosi di surfactante e di altre sostanze. Ecco la composizione della bomboletta spray che da questo campionato di serie A servirà agli arbitri per prevenire e combattere gli atteggiamenti di quei calciatori che, una volta sistemati in barriera, cercano di avvicinarsi al pallone camminando come i pinguini. Il primo direttore di gara ad utilizzarla, durante l'incontro tra i campioni d'Italia della Juventus ed il Chievo di Eugenio Corini, è stato Carmine Russo.

Juventus e Roma hanno rispettato i pronostici, vincendo entrambe la prima partita ufficiale della stagione. E' difficile prevedere ad agosto quanto potrà accadere sino al prossimo maggio, ma è realmente arduo trovare in Italia, al momento, altre squadre in grado di competere fra loro per la conquista dello scudetto. Il calciomercato estivo, ormai prossimo alla chiusura, potrà riservare ancora sorprese, ma per stravolgere l'attuale griglia di partenza della serie A quest'ultime dovranno essere realmente grandi.

Nello scorso mese di gennaio Buffon aveva definitivamente incoronato il talento del francese Pogba con parole al miele rivolte al proprio compagno di squadra: "Pogba? È uno di quei giocatori che ti lasciano a bocca aperta. Dopo il terzo, quarto allenamento con noi, ci siamo chiesti se al Manchester United ci vedessero bene... ". Nella pancia dello stadio “Bentegodi” il portierone juventino ha parlato di un altro giovanissimo calciatore transalpino, Kingsley Coman, recentemente strappato dalla Vecchia Signora ai ricchissimi proprietari del Paris Saint-Germain: "E' un ragazzo con qualità fuori dal comune, ha umiltà e testa di chi vuole fare strada". I numeri mostrati sul campo pietoso di Verona (altro che professionismo... ) fanno ben sperare, senza dimenticare che il neo bianconero ieri correva tra le maglie della difesa avversaria in stato febbricitante.

Allegri ha deciso di non snaturare la Juventus, proseguendo il lavoro eccezionale svolto da Conte negli ultimi tre anni. Alla fine del mese di luglio aveva promesso una “rivoluzione soft”, ora si può dire che è stato di parola. La preparazione estiva di Madama, in giro nel mondo per incontrare squadre obiettivamente deboli nell'intento di promuovere il proprio marchio, non ha lasciato strascichi. Anzi, per certi versi ha aiutato il nuovo tecnico a prendere contatto con la realtà bianconera senza particolare assilli che potessero complicargli il lavoro. E lontano, oltretutto, dalle polemiche che hanno accompagnato l'addio di Conte da Torino.

Dopo aver vinto tre campionati di fila l'Italia stava stretta tanto alla Juventus quanto al suo ex allenatore. E se per il tecnico leccese si sono aperte le porte della nazionale azzurra, per Madama questa potrebbe diventare la stagione del riavvicinamento alle grandi potenze europee. Dalle parti di Torino il vero obiettivo, adesso, è quello.

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mercoledì 16 luglio 2014

Conte, un addio amaro alla Juventus


Sull'addio di Conte alla Juventus è stato detto e scritto tutto il possibile in un lasso di tempo ristretto, della durata di poche ore, iniziato dal momento stesso del diffondersi della notizia sino alla presentazione del nuovo allenatore di Madama. L'uomo Conte è sanguigno, verace, focoso. Ama così tanto la vittoria da attribuire alla figlia quello stesso nome. Il suo approccio al lavoro è diretto, appassionato, difficilmente riconducibile alla figura di un tecnico dalla mentalità "aziendalista". E' capace di mollare tutti e tutto in un amen, all'improvviso, senza farsi assalire da dubbi o ripensamenti di ogni genere.

La brusca interruzione del rapporto d'amore con la Vecchia Signora, d'altronde, ne è la riprova. Si è trattato di un amore ricambiato, sfociato in un matrimonio felicissimo durato tre anni. Il secondo tra le parti in causa, visto e considerato il passato bianconero del tecnico leccese nella doppia veste di giocatore e capitano.

Ora che la cronaca ha lasciato spazio alla storia si può anche riflettere con calma sulla situazione che si era delineata in casa bianconera negli ultimi tempi: Conte aveva manifestato i propri dubbi in merito alla sua permanenza a Torino in due occasioni differenti nell'arco di soli tre anni, non aveva ancora firmato il rinnovo del precedente contratto e mostrato più volte insofferenza verso la mancanza di competitività economica del club in rapporto al potere d'acquisto di altre grandi società europee. Più il tempo trascorreva, quindi, e maggiori erano i suoi disagi.

Conte e la Juventus si sarebbero lasciati comunque al termine della prossima stagione sportiva. Considerando quanto è accaduto in queste ore non è escluso che la rottura sarebbe potuto avvenire anche prima, ripetendo - a distanza di anni - lo stesso percorso di allontanamento dalla Signora già visto in occasione della fine del primo ciclo di Marcello Lippi a Torino.

Il rapporto tra l'ormai ex tecnico juventino e l'ambiente bianconero è stato denso di emozioni forti, di successi costruiti col lavoro, di una fiducia reciproca nata sin dal primo giorno e mantenuta nel corso di questi anni. Le sue Juventus sono state imbattibili, prima, e semplicemente le migliori dopo. Questo almeno in Italia. In Europa, invece, la squadra ha mostrato ripetutamente lacune sia dal punto di vista caratteriale che tattico. La mancata qualificazione agli ottavi di finale dell'ultima edizione della Champions League ha pesato notevolmente nelle casse del club bianconero, ben più di una successiva eliminazione nelle sfide ad eliminazione diretta. All'allenatore leccese non era stato chiesta la vittoria del massimo torneo continentale, bensì di compiere quel percorso minimo necessario per rimpinguare i conti economici.

Come ebbe modo di scrivere nella sua autobiografia, era stato lo stesso Conte ad andare a casa di Andrea Agnelli, tre anni fa, per proporsi e proporre al presidente della Juventus il suo calcio. “La Juve gioca come una provinciale”, gli aveva detto. A quel punto fu Agnelli a passare al contrattacco, domandandogli: “Tu cosa faresti se fossi il nuovo allenatore della Juventus?”. La risposta di Conte durò tre ore, sino a quando il padrone di casa non dovette assentarsi per qualche minuto, richiamato dalla moglie.

Si lasciarono, poi, con l'impegno di risentirsi al più presto. A distanza di qualche giorno Conte venne presentato alla stampa a Vinovo. Agnelli lo prese da parte prima di sbrigare la pratica: “Antonio, ti ricordi la nostra prima chiacchierata a casa mia, quando mia moglie era scesa in salone ed ero andato là con lei per qualche minuto? Mi ha chiesto chi fosse quel signore con cui parlavo da tre ore. E io gli ho risposto che in salone c'era il nuovo allenatore della Juventus”.

Adesso la palla passa tra le mani di Allegri. Il compito che gli spetta è veramente arduo.

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mercoledì 9 luglio 2014

La Germania umilia il Brasile



Tutto era cominciato con Didì, Vavà e Pelè. Poi venne la volta di Garrincha, Amarildo, Rivelino e via discorrendo, sino ad arrivare ai giorni nostri. Al solo sentire pronunciare il nome "Brasile" sono tantissimi gli appassionati di calcio che visualizzano immediatamente, da tempo immemore, l'immagine di un calciatore sudamericano mentre si diverte ad accarezzare con i piedi un pallone, accompagnato da una musica che ispira allegria.

Questo è accaduto sino a quando i terribili ragazzi tedeschi di Joachim Löw sono riusciti ad abbattere il loro mito in soli novanta minuti di gioco. Gli inglesi hanno inventato il football, è vero, ma poi a vincere sul campo hanno pensato gli altri. Con i brasiliani, appunto, in testa alla compagnia. E' curioso notare come nelle uniche due occasioni nelle quali questi ultimi hanno organizzato un mondiale in casa siano riusciti ad ottenere le sconfitte più umilianti della loro storia.

Nel 1950 erano stati gli uruguaiani a rovinare la loro festa in quella partita alla quale affibbiarono il nome di "Maracanazo". A distanza di sessantaquattro anni, e con cinque stelle portate orgogliosamente sul petto (simboli dei trionfi conseguiti nelle varie edizioni del torneo), sono riusciti a fare addirittura di peggio.

Il Brasile ha smesso di divertire e di divertirsi da quando ha iniziato a prendere come esempio il calcio troppo muscolare e poco fantasioso praticato da alcune nazionali europee. La Germania, viceversa, ha ripreso a diventare temibile per le avversarie da quando ha raccolto i risultati della crescita di una nidiata straordinaria di talenti capaci di dare del "tu" al pallone. Seguendo, in questo modo, lo stesso percorso intrapreso qualche anno prima dalla Spagna. L'arrivo a Monaco di Baviera di Guardiola ha migliorato, se possibile, questo processo di trasformazione.

Le assenze di Neymar e Thiago Silva non devono trarre in inganno: la Germania non ha soltanto messo a nudo le debolezze di una nazionale, bensì quelle di un intero sistema calcistico. Il Brasile aveva iniziato la propria leggenda nel lontano 1958, in Svezia, esattamente due edizioni dopo il "Maracanazo". L'attesa non fu breve, ma la gioia di vedere giocare quei campioni formidabili con il sorriso sulle labbra aveva ripagato un popolo che elesse ben presto i loro beniamini al rango di eroi.

Avevano nomi o soprannomi che nel nostro paese ispirarono anche una filastrocca musicale: Didì, Vava, Pelè. E potevano giocare a pallone senza pensieri nella testa. Quelli, tutt'al più, erano loro a crearli agli avversari.

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sabato 28 giugno 2014

L'Italia torna a casa fra l'indifferenza generale


Tra le molteplici reazioni che gli appassionati italiani potevano mostrare nei confronti dei calciatori azzurri rientrati con largo anticipo dal mondiale brasiliano, l'indifferenza era l'unica difficilmente prevedibile. Riflettendoci a mente fredda, poi, si è rivelata anche la più efficace. A cosa sarebbe servito, in effetti, sprecare soldi per comprare ortaggi da scagliare contro quei ragazzi nel momento stesso in cui sarebbero scesi dalle scalette dall'aereo? Una volta, in casi simili, si usava fare così. Ma i tempi sono cambiati, ora risparmiare qualche soldo è un'impresa. Perché, quindi, sprecarli in quel modo? I conti, oltretutto, Prandelli e i suoi uomini li avevano già regolati tra loro durante la pausa della gara giocata contro l'Uruguay.

Uno dei principali obiettivi dell'ormai ex commissario tecnico era quello di riavvicinare gli appassionati di calcio italiani alla propria nazionale. A ragion veduta si può dire che ha fallito nel suo intento. Ovviamente non tutto il lavoro svolto è da buttare via, ma un atteggiamento troppo tenero degli addetti ai lavori - forse - non si è rivelato utile neanche a lui. Delle tremende e feroci polemiche che hanno accompagnato le epopee dei vari Lippi, Bearzot, Sacchi, Zoff e via discorrendo in questi quattro anni non si è vista neanche l'ombra. Le qualificazioni agli europei del 2012 e ai mondiali tutt'ora in corso sono state sin troppo agevoli, ottenute contro avversari obiettivamente deboli. Lo stesso europeo, viceversa, si era trasformato in una bella esperienza.

I campanelli d'allarme, però, erano suonati da tempo. Si è semplicemente fatto finta di non ascoltarli. C'è una sostanziale differenza tra il cambiare ogni tanto le proprie idee, sintomo di una mentalità aperta e pronta a cogliere ogni segnale buono per migliorare, e lo stravolgere la propria mentalità. Prandelli ha impostato per due anni un certo tipo di lavoro, poi di fronte alle tensioni provocate dalla prima importante manifestazione alla quale ha partecipato (l'europeo, appunto) lo ha poi azzerato quasi totalmente per trovare una soluzione meno rischiosa (il 3-5-2 che aveva dato garanzie, in serie A, ai vari Conte e Mazzarri). Terminato il torneo è ripartito dal progetto iniziale, per ripetere successivamente lo stesso errore in Brasile.

Marcello Lippi, massacrato dalla critiche in Sudafrica per non aver portato con sé Balotelli e Cassano, non aveva sbagliato le scelte operate per l'attacco. L'unico errore evidente che aveva compiuto, ammesso dallo stesso allenatore con obiettività, è stato quello di aver lasciato a casa Giuseppe Rossi. A distanza di quattro anni, siamo sicuri che anche stavolta non sarebbe servito?

Non arruolare per il torneo brasiliano neppure un centravanti abile a muoversi in area di rigore come se si trovasse a casa sua non si è rivelata un'idea lungimirante. Il fatto di aver piazzato Chiellini là davanti negli ultimi minuti della partita giocata contro l'Uruguay, peraltro in inferiorità numerica, ne è stata la prova più evidente.

Nella rosa a disposizione di Lippi nel mondiale vinto 2006 figuravano questi attaccanti: Toni, Del Piero, Totti, Gilardino, Inzaghi, Iaquinta. Quattro anni prima Trapattoni aveva convocato queste punte per la spedizione azzurra in Giappone e Corea del Sud: Vieri, Del Piero, Totti, Inzaghi, Montella, Delvecchio. Fermiamoci qui. In buona sostanza: in Italia non ci sono più gli attaccanti che germogliavano una volta. Detto questo, sarebbe bello se anche gli addetti ai lavori che hanno creato il circo mediatico intorno a Balotelli facessero un bagno d'umiltà nel riconoscere i propri sbagli. Non si chiedono, in definitiva, le dimissioni di nessuno: a quello hanno già pensato Prandelli e Abete. Ma un bagno d'umiltà sì. Almeno quello.

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domenica 15 giugno 2014

L'Italia di Pirlo ingabbia gli inglesi


Diavolo d'un Mourinho, vuoi vedere che anche stavolta azzecca il pronostico sull'Italia?
Riavvolgiamo il nastro: Europei 2012, la nazionale di Cesare Prandelli è al centro del solito vortice di polemiche che accompagna tutte le spedizioni azzurre, indipendentemente dalla loro natura (mondiali o, appunto, europei). In mezzo allo scetticismo generale spunta la sentenza del tecnico portoghese: “In questo Europeo l'Italia può arrivare molto lontano”.
Soltanto riassaporando l'atmosfera di quei giorni è realmente possibile attribuire il giusto valore ad un pronostico così difficile da prevedere.

Adesso facciamo un salto in avanti di due anni nel tempo, ed ecco che la storia sembra destinata a ripetersi: “Dove può arrivare l'Italia in questi mondiali? Può fare tutto: o finale o vincere la Coppa”. Dovesse indovinare anche questa, Mourihno si guadagnerebbe il soprannome che in molti gli hanno affibbiato: il mago di Setubal.

Nel frattempo l'Italia ha sconfitto l'Inghilterra dopo aver perso sulla strada che portava alla partita alcuni dei pezzi pregiati della sua argenteria (Buffon, Montolivo e De Sciglio), senza però smarrire la bussola e continuando a mantenere i nervi saldi. Dalla sua aveva ben tre registi contemporaneamente in campo (De Rossi, Pirlo e Verratti), ma così come non vale la regola che se aumenti il numero degli attaccanti i goals si moltiplicano, altrettanto vale per chi in campo ha come compito principale quello di dettare i tempi del gioco.

Vuoi per le assenze, vuoi per le incertezze esibite nelle ultime gare di avvicinamento al mondiale, l'Italia di Prandelli ha impiegato quasi un tempo per trovare la giusta quadratura. Dopodiché, escludendo l'episodio che ha portato al momentaneo pareggio messo a segno da Sturridge, ha acquisito una sicurezza che lascia ben sperare anche per il prosieguo del torneo.

Due anni fa le magie di Andrea Pirlo erano state fondamentali per il buon europeo giocato dagli azzurri. All'esordio del mondiale, nuovamente di fronte alla selezione guidata da Hodgson (già battuta ai rigori lo scorso 24 giugno 2012), il regista juventino ha inanellato l'ennesima prestazione positiva. Stavolta ha lasciato il “cucchiaio” nel cassetto, cucinando comunque con una bellissima finta il goal servito a tavola da Marchisio. Non ci volevano gli inglesi per capire che fosse un genio del pallone, visto e considerato che sono stati proprio loro ad aver inventato il football. Nonostante tutto, però, quando giocano contro Pirlo non riescono proprio a trovare le contromisure per fermarlo... 

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sabato 7 giugno 2014

Ettore Puricelli, "testina d'oro"

Gianni Brera lo chiamava 'Ettorazzo', ma gli addetti ai lavori e i tifosi lo ricordano con il soprannome di 'testina d'oro'. Ettore Puricelli era arrivato a soli ventuno anni in Italia, a Bologna, nel 1938. Per i tifosi felsinei, che all'epoca dei fatti avevano il palato fine, quel giocatore lungagnone e sconosciuto rappresentava soltanto un oggetto misterioso. Niente a che vedere con l'idolo incontrastato di casa, Angelo Schiavio, che aveva appena chiuso la carriera. Ma il ragazzino riuscì presto a smentire gli scettici con una serie lunghissima di prestazioni convincenti e la successiva conquista di due scudetti, conditi da altrettanti titoli di capocannoniere. Amava giocare con i calzettoni abbassati, alla “cacaiola”, come amava dire sempre Brera.

Abituato in Uruguay, il suo paese d'origine, a giocare rasoterra, aveva cambiato modo di trattare il pallone grazie alla cura di Arpad Weisz, il tecnico ungherese che lo aiutò a diventare un grande attaccante. Lo schema era apparentemente semplice: i movimenti continui e i cross dalle fasce laterali di Biavati e Reguzzoni servivano per armare di munizioni Puricelli. Così nascevano e finivano le azioni dei bolognesi, che spesso terminavano con una rete messa a segno dal bomber venuto da Montevideo. Di testa, appunto. Bruno Roghi, direttore de 'La Gazzetta dello Sport' in quel periodo, era rimasto talmente impressionato dalla sua bravura da coniargli la definizione di 'testina d' oro'. Naturalizzato italiano, aveva giocato una sola gara con la maglia azzurra, il 12 novembre 1939, contro la Svizzera, mettendo a segno la rete della bandiera nella sconfitta subita per mano degli elvetici (1-3).

Passato al Milan attraverso uno scambio con un altro attaccante fortemente voluto dal presidente Renato Dall'Ara, Gino Cappello, continuò a segnare reti a grappoli. A questo proposito resta memorabile una tripletta realizzata proprio contro la sua ex squadra a Milano, nel corso di una partita vinta dai rossoneri con il risultato di 4-2 (1 giugno 1947). Una volta appese le scarpette al chiodo cominciò una seconda carriera, quella di allenatore, guidando le giovanili del Diavolo. A stagione iniziata era subentrato in prima squadra a Bela Guttman, il tecnico del famoso anatema scagliato contro il Benfica nel lontano 1962, conquistando lo scudetto al primo colpo (1954/55). E' grazie anche al suo intervento che si deve l'arrivo in Italia del grande Juan Alberto Schiaffino.

Dopo l'esperienza milanese aveva poi girato l'Italia in lungo e in largo, continuando ad esercitare con alterne fortune quel lavoro per il quale aveva trovato una curiosa definizione: “Siamo come fagiani in riserva, ci sparano addosso senza pietà”. Riconosceva l'importanza della scuola degli allenatori di Coverciano, senza dimenticare di evidenziare un particolare da lui ritenuto fondamentale: “Serve, eccome. Però occorre il tirocinio, conoscere anche le amarezze. Coverciano è troppo bello. Ne esci con un sacco di illusioni”. La sua ricetta per vincere era basata sulla praticità: “Per fare lo squadrone ci vogliono almeno due fuoriclasse. Se madre natura ti dà i due campionissimi, sei a posto”.

Era bravo ad individuare i giovani di talento. Capitò anche con Giuseppe Savoldi, come aveva ammesso lo stesso attaccante nel corso di un'intervista rilasciata nell'aprile del 2012: “Ho avuto fortuna. Va detto e lo sottolineo. Nella vita ci vuole anche questo, altrimenti non sarei mai diventato Savoldi. Entro all’Atalanta a 16 anni. Calcisticamente sono già vecchio, due anni e poi subito in prima squadra. Mi fa esordire “testina d’oro”, Puricelli. Si rivede in me, mi fa esordire e faccio subito goal, in Coppa Italia, contro il Verona. A diciott’anni solo io e Riva siamo già in A”.
Savoldi e Riva, due grandi campioni. Quelli che di solito fanno grande una squadra.

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sabato 24 maggio 2014

Thomas N'Kono e il campo stregato


Quel portiere ha stregato gli avversari”. A volte capita di ascoltare o leggere una simile espressione, comunemente usata nel mondo calcistico. Si tratta indubbiamente di un semplice modo di dire che, però, in una specifica occasione è stato comunque molto vicino a rispecchiare la realtà dei fatti.

Accadde il 7 febbraio 2002 a Bamako, allo “Stade du 26 Mars”, prima del fischio d'inizio della semifinale della Coppa d'Africa. Le due contendenti erano il Mali, padrone di casa nonché paese ospitante della manifestazione, e il Camerun. In ballo c'era l'opportunità disputare la finalissima del torneo, già raggiunta dal Senegal.

Thomas N'Kono, leggendario portiere della nazionale camerunense del vecchio secolo e membro dello staff, passeggiando dentro il prato verde dello stadio aveva lasciato volutamente cadere un oggetto sul campo. Un amuleto portatore di malocchio. Apriti cielo: mentre gli spettatori stavano riempiendo l'impianto, un gruppo di poliziotti si gettò immediatamente sul malcapitato, mettendogli le manette e allontanandolo dal terreno di gioco. Si era trattato di un arresto divenuto immediatamente mediatico, col l'ex campione che urlava la propria rabbia davanti alle telecamere.

Rilasciato dopo pochi minuti, anche successivamente alla protesta del tecnico Winfried Schäfer (che aveva minacciato il ritiro della propria squadra), poté assistere alla vittoria dei suoi connazionali per 3-0. Seguirono le scuse ufficiali di Alpha Oumar Konaré, il presidente della Repubblica del Mali che, tuttavia, non placarono l'ira di N'Kono: “Sono molto arrabbiato, questi episodi danneggiano gravemente l’immagine dell’Africa. Riuscite a immaginare Michel Platini, in campo con la nazionale francese prima di una partita in Spagna, che riceve lo stesso trattamento? No, perché è impossibile”.

Polemiche a parte, il Camerun era riuscito ad aggiudicarsi la manifestazioni sconfiggendo il Senegal. Vinse solamente dopo aver superato con successo la lotteria dei calci di rigore. Una curiosità: la gara era stata disputata in quello stesso stadio dove si era verificato – qualche giorno prima – l'episodio appena raccontato. Sì, è vero, la stregoneria non c'entra nulla. Però, intanto... 

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martedì 20 maggio 2014

Conte e la Juventus, il matrimonio continua


"La storia è fatta da chi scrive il proprio nome, gli altri possono leggerlo". Sfogliando le pagine della biografia di Antonio Conte (“Testa, cuore e gambe”) all'improvviso compare questa frase, divenuta ormai un marchio di fabbrica del tecnico leccese. Una curiosità: è stampata, nero su bianco, sulla pagina centouno del libro, quasi lo stesso numero dei punti accumulati in serie A da Madama in questa memorabile stagione.

Dalla serata di lunedì una buona fetta del popolo bianconero può festeggiare la notizia della permanenza dell'allenatore sotto la Mole anche per il prossimo anno. Mettendo da parte i sentimenti e i sentimentalismi, più passano gli anni, più si ripetono le stesse scene durante il mese di maggio e meno si può parlare di scelte dettate dal cuore. Tempo addietro teatrini come quelli messi in scena a Torino appartenevano esclusivamente ai calciatori, tanto abili nel monetizzare i risultati conseguiti sul campo da mettere in discussione gli emolumenti economici stabiliti con il club di appartenenza e fissati su un foglio di carta. Quello che una volta, per intenderci, veniva chiamato contratto di lavoro.

La pietra miliare della Juventus vincitrice di tre scudetti consecutivi è stata la scelta, operata dal club, del tecnico che avrebbe dovuto guidarla. I meriti di Conte nei successi bianconeri sono notevoli, tangibili, innegabili. E' inutile stabilire una percentuale di incidenza, basta ricordare che ci sono e che non sono pochi. Non va dimenticato, però, che uno dei pilastri fondamentali sui quali costruire una squadra vincente è rappresentato dal valore del rapporto tra una società ed il suo allenatore. Se entrambe le parti remano nella stessa direzione, allora anche le altre componenti finiscono inevitabilmente per seguire la stessa rotta.

In caso contrario, e alla Juventus lo sanno bene (visto quanto è accaduto con Marcello Lippi nella stagione 1998/99), anche le macchine all'apparenza perfette iniziano a guastarsi. Poi, come è naturale che sia, esistono anche le piacevoli eccezioni. Come quella, ad esempio, di Dino Zoff, accantonato da una nuova dirigenza con largo anticipo ma in grado di vincere comunque una Coppa Italia ed una Coppa Uefa nel 1990. All'epoca dei fatti i giocatori juventini si erano stretti intorno all'ex portiere della nazionale, formando un gruppo granitico in grado di ottenere risultati incredibili. Soprattutto in considerazione del reale tasso tecnico di quella rosa.

La vera notizia, quella che dovrebbe rassicurare i tifosi bianconeri e preoccupare - di conseguenza - quelli avversari, è quella che ancora deve venire. Soltanto quando si capirà chiaramente quanto Conte e la Vecchia Signora abbiano voglia di continuare a vincere insieme, il futuro in casa Juventus potrà apparire nuovamente roseo.

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mercoledì 14 maggio 2014

I dubbi di Conte sul suo futuro alla Juventus

Spulciando tra le notizie e le indiscrezioni all'interno della cronaca quotidiana non si riesce ancora a capire il nome dell'allenatore che siederà sulla panchina della Juventus nella prossima stagione. Nel frattempo quest'ultimo campionato vinto dalla Vecchia Signora è già pronto per entrare nella storia del calcio nostrano. La quota dei cento punti (e oltre, Cagliari permettendo) in classifica è ormai a portata di mano, dato che Madama ha superato quasi tutti gli ostacoli con una velocità tale da riuscire a battere ed abbattere record su record.

Per i sostenitori bianconeri le soddisfazioni non sono certo mancate, sceglierne una sola tra le tante è realmente difficile. Forse risulterebbe più semplice citare l'ultima in versione cronologico, vale a dire la rete segnata da Osvaldo contro la Roma nei minuti di recupero della gara recentemente disputata allo stadio "Olimpico".

A mischiare le carte ed agitare i sentimenti in casa juventina, però, ha pensato la querelle nata col tecnico leccese. Il contratto stipulato tra Conte e la Juventus dovrebbe legare le parti ancora per un anno, ma è ampiamente risaputo che nell'ambiente pallonaro l'unica cosa che conta è la volontà reciproca, o meno, di proseguire un rapporto di lavoro.

Mettendo temporaneamente da parte le influenze del cuore, ciò che in concreto prevale in casi simili è la ragione. I dubbi e le esternazioni manifestati da Conte stonano con il momento estremamente felice vissuto dal pianeta bianconero, una gioia conquistata dopo una lunghissima serie di successi conseguiti sui campi di tutta Italia nel corso di questi ultimi tre anni.

I meriti dell'allenatore leccese sono indubbi, ma anche quelli della società non vanno trascurati. Era proprio necessario, per Conte, parlare del proprio futuro davanti al mondo intero senza limitarsi a farlo nel più stretto riserbo con i soli vertici societari? I "rumori del nemico", che spesso sente provenire dall'esterno, questa volta provengono dal ventre del suo club? Oppure l'allenatore ha semplicemente il sentore di non poter ripetere una simile stagione, avendo fatto il massimo in Italia e immaginando di non riuscire a percorrere molta strada in Europa il prossimo anno?

Qualunque sia il motivo che ha creato questa situazione di stallo e nella speranza che - per tutti - la soluzione positiva arrivi al più presto, l'augurio da inoltrare alla Vecchia Signora è quello di continuare il percorso di crescita esponenziale iniziato da tre anni a questa parte. Senza dimenticare che è anche dalla gestione di situazioni come questa che il mondo esterno giudica la grandezza di un club. 

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venerdì 2 maggio 2014

Alla Juve serve una nuova mentalità

La Juventus che si appresta a conquistare il terzo scudetto consecutivo si conferma una squadra che al di fuori dei confini del nostro paese non riesce né ad emergere né a mostrare tutto il proprio valore. Le cause non sono certo da ricercare nella neve caduta a Istanbul lo scorso dicembre, oppure in qualche episodio sfavorevole accaduto nel doppio confronto con il Benfica. Il problema, più ampio, riguarda il suo processo di crescita, iniziato nel momento del ritorno in serie A e ancora da completare, reso più complicato - nel corso del tempo - anche per colpa di alcune scelte sbagliate operate dal club. Inteso nel suo insieme, senza considerare il cambio societario che ha poi portato Andrea Agnelli al timone di Madama.
Nessuno è perfetto, per carità, gli errori fanno parte del mestiere e le sconfitte bruciano. Però, a mente fredda, non bisogna dimenticare che la chiesa è stata rimessa al centro del villaggio (tanto per citare un proverbio caro a Rudi Garcia) soltanto da tre anni a questa parte. La Juventus che ha ripreso a dettare legge in Italia ha dimostrato di essere ancora una Giovane Signora in Europa, priva dell'esperienza e del cinismo necessari per ottenere risultati prestigiosi anche fuori dalla serie A.
Pirlo, Buffon, Tevez, Vidal... tra le sue fila Madama annovera elementi dalla caratura internazionale, che però non le sono stati sufficienti per maturare alla svelta la consapevolezza che nelle manifestazioni europeee si gioca un calcio di tipo diverso: più veloce, con meno interruzioni, più fisico e con una particolare cura dei dettagli. Al minimo errore, infatti, si rischia di dover pagare il dazio, senza avere il tempo necessario per rimediare.
Dal momento in cui la Juventus è stata eliminata dalla Champions League, poi, in casa bianconera si è fatto un gran parlare della possibilità che la formazione allenata da Conte potesse giocare un'eventuale finale di Europa League a Torino, nel suo stadio. Proprio in questo frangente è venuto a galla il provincialismo della Vecchia Signora. Cancellata la Coppa delle Coppe, in Europa ogni anno fior di club sgomitano tra loro per potersi aggiudicare soltanto due competizioni. Visto e considerato che quella più importante è attualmente fuori dalla portata della truppa juventina, era davvero così umiliante per lei partecipare all'Europa League, tanto da dover usare come ulteriore stimolo nell'affrontarla il pensiero che la gara decisiva si sarebbe disputata a Torino?
Nel corso della prossima estate la Signora potrebbe cambiare abito, così come il sarto che ne curerà le rifiniture. Ma per tornare a vincere in Europa quello che le servirebbe sarebbe soprattutto una mentalità nuova, che dai vertici societari possa propagarsi verso il basso, in cui l'unico denominatore comune alle diverse competizioni da affrontare dovrebbe essere l'intenzione di provare a vincere tutto quanto le sarà possibile. Non soltanto a parole o con slogan ad effetto.

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lunedì 28 aprile 2014

Saeed Al Owairan, il «Maradona del deserto»

 

Ci sono calciatori che nel vedere il colore rosso delle maglie del Belgio si esaltano, tirando fuori dal cilindro colpi assolutamente straordinari. Diego Armando Maradona, ad esempio, aveva punito i Diavoli Rossi nell'edizione dei mondiali tenutasi in Messico nel 1986 realizzando una doppietta decisiva per la conquista della finalissima da parte della sua Argentina. Ma per Maradona, con tutto il dovuto rispetto verso gli altri giocatori, realizzare un goal straordinario non era certo un evento raro.

Quanto era accaduto otto anni più tardi in America, invece, può rendere meglio l'idea del concetto appena espresso. Saeed Al Owairan, il numero dieci della rappresentativa dell'Arabia Saudita, il 29 giugno 1994 si era impadronito del pallone quando ancora si trovava nella metà campo dei sauditi, aveva percorso una settantina di metri evitando come fossero dei birilli tutti gli avversari che gli si erano parati di fronte sino a depositare la sfera nella porta difesa dal belga Preud’homme. Non un portiere qualunque, considerando il suo palmarès e il fatto che al termine di quella manifestazione gli era stato assegnato il premio Jašin destinato ai migliori numeri uno del torneo.

Quella rete fu fondamentale per la storica qualificazione agli ottavi di finale di una nazionale che stava vivendo la sua prima esperienza mondiale. Il cammino si sarebbe poi fermato alla tappa successiva, nonostante l'entusiasmo trasmesso da Jorge Solari, c.t. argentino dei sauditi, quando ancora si trovava nella pancia del “Robert F. Kennedy Memorial Stadium” e descriveva l'emozione appena vissuta: “La nostra è stata una vittoria del calcio latino, poiché ci ispiriamo alle tradizioni del grande Brasile. Negli ottavi contro la Svezia non avremo problemi: ci prepariamo solo per vincere”.

Terminato il mondiale erano iniziati i festeggiamenti riservati ad Al Owairan, che in patria venne omaggiato al pari di una star internazionale: auto lussuose, una villa e una montagna di soldi che il munifico Re Fahd, monarca del paese, ed altri sceicchi che ne avevano seguito l'esempio destinarono a quello che era stato definito “il Maradona del deserto”. L'umiltà mostrata dal giocatore quando ancora si trovava sul suolo americano (“Paragonate il mio goal a una prodezza di Maradona? Troppo onore. Devo ringraziare i miei compagni, abili nell'aprirmi il corridoio giusto”) aveva lasciato spazio agli eccessi di una vita che, ormai, era cambiata rispetto a quella vissuta prima di quell'episodio incredibile.

Re Fahd e il Principe Faisal Bin Fahd, quest'ultimo presidente federale nonché figlio del sultano, erano contrari ad un suo trasferimento in un club al di fuori del paese, così Al Owairan rimase imprigionato nel suo eremo dorato. Prima in senso metaforico, poi nel vero e proprio senso della parola, dato che - in barba alla legge islamica e agli avvertimenti ricevuti in precedenza - nel marzo del 1995 venne beccato all'interno di un locale mentre si rendeva protagonista di alcuni comportamenti non proprio consoni rispetto a quanto stabilito dai dettami della Sharia.

La condanna di tre anni di prigionia, peraltro in condizioni privilegiate rispetto a quelle degli altri detenuti, non fu scontata in pieno: l'Arabia Saudita aveva conquistato nuovamente la qualificazione ad un mondiale di calcio, quello francese del 1998, e per Al Owairan si erano aperte le porte del carcere. Fu il Principe Faisal ad intercedere con il padre per rivederlo correre sui campi di gioco.

La nazionale saudita , intanto, era passata tra le mani di Carlos Alberto Perreira, il tecnico che si era laureato campione con il Brasile nella precedente edizione americana, un vero e proprio giramondo del pallone. Il miracolo, però, non si era ripetuto, né a livello personale né tantomeno di squadra: un pareggio e due sconfitte avevano costretto i sauditi all'immediato rientro a casa.

Negli occhi dei tifosi, nonostante tutto, era rimasta ancora impressa quella rete straordinaria messa a segno dal “Maradona del deserto” quattro anni prima. Ai taccuini di un inviato del “The New York Times”, a distanza di tempo, lo stesso Saeed Al Owairan aveva poi confessato un piccolo segreto: “Quel goal per me si rivelò essere un’arma a doppio taglio e, se da un lato fu meraviglioso, dall’altro fu tremendo perché finii costantemente sotto la luce dei riflettori”.

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