giovedì 31 maggio 2012

Intervista ad Adriano Bacconi


Due settimi posti consecutivi conseguiti dalla Juventus in altrettanti campionati fallimentari, poi la svolta: il 31 maggio 2011 Antonio Conte, ex giocatore (e capitano) bianconero, fa il suo ritorno a Torino per firmare un contratto che lo lega nuovamente alla Vecchia Signora, questa volta nelle vesti di allenatore. Nel corso di una sola stagione è riuscito nell’impresa di riportare lo scudetto sotto la Mole.

Prima ancora che il campionato finisse Adriano Bacconi (opinionista tecnico in Rai, volto noto di alcune delle principali trasmissioni sportive tra le quali “La Domenica Sportiva”, “90° minuto”, “90° minuto Champions”) ha scritto il libro “La Juve di Antonio Conte. Fare la partita” insieme a Paolo Rossi, anchorman di “Juventus Channel”. L’opera verrà presentata oggi, alle ore 18.00, presso la libreria “Tempo Ritrovato” a Torino, in via Po 59/D.

Adriano, buongiorno. Quest’opera rappresenta il suo esordio come scrittore. Può spiegarci perché ha scelto di parlare proprio della Juventus, che successivamente alla stesura del libro si è laureata campione d’Italia?

Nello svolgimento della mia attività alla “Domenica Sportiva” avevo notato – in questa stagione - delle novità importanti all’interno del mondo bianconero, relative al modo di allenarsi, di giocare, più in generale all’interno dell’organizzazione societaria. Io stesso ho avuto modo di toccarle con mano, per merito del “work shop tematico” che mi vide docente degli allenatori e dei preparatori della “Juventus Soccer School”.

Tutto questo l’ho assorbito come un qualcosa di diverso nel mondo del calcio italiano, ed è nata così la voglia di provare a scrivere un libro su questo argomento.

Lei è un analista tattico ed esperto di statistica, Paolo Rossi un innamorato della Vecchia Signora: in un certo senso si potrebbe assimilare la vostra collaborazione alla perfetta miscela tipica della Juventus di Antonio Conte, “disciplina e cuore”…

Per evitare che il libro si trasformasse in un’opera esclusivamente “tecnica” ho cercato di trovare un partner che potesse inserire una visione diversa dalla mia, affettiva, legata alla squadra della quale avrei parlato. Allora ho pensato subito a Paolo Rossi, un amico con il quale ho collaborato più volte in passato, anche alla realizzazione di video per conto della “Gazzetta dello Sport”. Paolo è un professionista e unire la sua parte emotiva, viscerale, interiore a quella mia più scientifica, tecnica ci ha permesso di confrontarle, contrapporle e dare vita all’opera.

Uno tra i giornalisti presenti in sala conferenze in quell’ormai celebre 31 maggio 2011 ricordò a Conte una sua dichiarazione risalente al 2008: “Se fra 4-5 anni non arrivo ad allenare una grande, mi dedico alla famiglia, alla quale avevo tolto tanto”. Quella stessa frase l’allenatore l’ha ripetuta con orgoglio dopo la conquista dello scudetto. Quanto ha inciso, secondo lei, la voglia di vincere del tecnico nell’incredibile cavalcata bianconera?

Tanto, tantissimo. Soprattutto se si considera il fatto che ha modificato il proprio credo calcistico – quello che si era portato dietro al momento del suo ritorno a Torino - in funzione dell’altro uomo chiave della fortunata stagione bianconera: Andrea Pirlo. Ecco, aver capito da subito l’importanza che avrebbe rivestito Pirlo è stato uno dei meriti più grandi di Conte, che gli ha affidato il ruolo di regista metodista divenuto fondamentale all’interno dello scacchiere juventino. Intorno alla loro intesa è nato il progetto tecnico che ha portato alla vittoria dello scudetto. Non dimentichiamo che è passato dal 4-2-4 al 4-3-3, per poi finire col 3-5-2. In funzione di Pirlo, ma non solo: più in generale degli uomini che ha avuto a disposizione.

Sempre in quei momenti il mister juventino si definì “integralista sui principi di gioco”, sostenendo che le sue “squadre devono giocare bene, fare la partita, avere il controllo della palla”. Cosa pensò Adriano Bacconi leggendo quelle dichiarazioni?

Avendo visto giocare le sue squadre già dagli anni scorsi era – per me - immaginabile che Conte avrebbe portato una rivoluzione calcistica alla Juventus. Quello che non era scontato è il fatto che avrebbe portato i risultati che poi sono arrivati.

11 luglio 2011, sempre Antonio Conte: “Non vorrei fare un esempio irriverente, ma se io guardo il Barcellona vedo che sette giocatori non sanno difendere, eppure vincono e stravincono. Sette giocatori, sette, non uno. Sono giocatori propensi alla fase offensiva”. Può dirci la sua opinione in merito a questa affermazione?

E’ vero che anche le squadre di Conte giocano con tanti uomini oltre la linea della palla, in realtà le differenze principali risiedono nel fatto che il suo è un calcio molto dinamico, quello del Barcellona più tecnico. Le difese del mister leccese sono molto forti, arcigne, ben posizionate, nella scelta dell’undici di base considera importante valutare i singoli reparti nei quali andranno posizionati i suoi elementi, mentre per gli spagnoli è diverso. Quello che accomuna le due squadre è il fatto che entrambe vogliono il pallone, vogliono “fare la partita”.

Lei ha avuto modo di lavorare con grandissimi tecnici. Con Marcello Lippi, oltretutto, ha preso parte alla vittoriosa spedizione azzurra nel mondiale in Germania del 2006. Trova qualche analogia tra il mister viareggino e l’attuale allenatore bianconero? E se sì, di quale natura?

Secondo me non ce ne sono molte. Anche la Juventus di Lippi lavorava molto sull’aspetto fisico-atletico, però la concezione dello spogliatoio è molto diversa: l’allenatore viareggino era più taciturno, lasciava molto spazio al calciatore. Conte, viceversa, forse anche per la sua giovane età ricerca spesso il dialogo con i suoi uomini.

Nella sua esperienza di allenatore del Brescia (nella fase conclusiva della stagione 1997/98) ebbe tra le proprie fila Andrea Pirlo. Lo scorso 16 aprile, intervenendo in videoconferenza in occasione della presentazione del progetto “Pisa Soccer School” di cui lei è autore, dichiarò: “Ringrazio Adriano per quello che ha fatto per me quando ero piccolo”. La prenda come una battuta, utile a chiudere con un sorriso l’intervista: visto come sono andate le cose anche i tifosi milanisti (per il passato) e quelli juventini la devono ringraziare?

(ride, ndr) Non scherziamo… sono io che devo ringraziare lui per aver avuto modo di assistere allo sviluppo di un campione, dal bambino che era sino al fuoriclasse di oggi. Tra i molti che ha avuto ci sono stati due tecnici molto importanti per Andrea: Conte, appunto, e Mircea Lucescu, che gli ha dato l’impostazione tattica e i principi di gioco.

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lunedì 28 maggio 2012

Quando la giustizia diventa teatro


Pubblico molto volentieri un editoriale scritto nella giornata odierna da Graziano Campi, giornalista che stimo da tempo, pubblicato sul forum Tifosi Bianconeri.com
Mi è piaciuto talmente tanto da volerlo condividere con gli amici del blog.

Qualche mese fa, scrissi di non sottovalutare il calcioscommesse e parlai di giustizia ad orologeria. Qualche settimana fa, invitai a a fare quadrato. Qualche giorno fa ho scommesso (e scritto) che avrebbero indagato Conte il giorno dopo il suo rinnovo.

Ditemi se ho sbagliato qualcosa.

Oggi si scrive l'ennesima pagina triste della giustizia italiana, quella con il timer, che fa uscire indiscrezioni ad hoc, che avvisa i bombaroli a mezzo stampa delle indagini, che non trova mai i responsabili, che fa del protagonismo un mantra.

Mettere la gente in galera, è un dovere (se colpevole), metterla alla berlina (senza certezza che sia colpevole o meno) è una vergogna.

La perquisizione nella casa di Antonio Conte è un coup de theatre, senza valore o significato, a meno che non si voglia far credere che l'allenatore della Juventus, sia un cretino: andare a cercare prove in casa sua, a distanza di mesi dalle indiscrezioni che lo vedevano coinvolto, è come cercare sotto il mio letto i giornaletti con le donne nude di quando avevo 15 anni.

A questo si aggiunga che nessuno, ad oggi, si è preso la briga di sentire il nostro allenatore.

Un effetto scenico che trasuda non tanto voglia di legalità, quanto un fumus persecutionis se non addirittura la dolosa volontà di infangare.

Giusto ieri scrivevo che Conte e la Juventus non rischiavano nulla: bene, quel nulla è diventato fango, con un artificio che purtroppo per la magistratura italiana sembra essere un consolidato strumento di offesa.

Oggi il pensiero va a tutti quelli che, colpevoli o innocenti, di questo sistema sono vittime, alle cinque del mattino, davanti ai propri figli e alle proprie famiglie, mentre i delinquenti, rei confessi, dalle loro abitazioni e perfettamente tutelati spalano fango sapendo di essere diventati intoccabili e di esserlo sempre più all'aumentare dei nomi altisonanti che vengono fatti, ad uso e consumo dei media e a beneficio delle carriere dei magistrati.

Questa non è giustizia. Vergogna.

Antonio Conte uscirà a testa alta, e questo ve lo dico oggi.

mercoledì 23 maggio 2012

La promessa mantenuta di Antonio Conte


Una curiosa coincidenza legata ai numeri mostra come Antonio Conte, 42 anni, tecnico della Juventus campione d'Italia, abbia perso l'imbattibilità stagionale alla guida della sua squadra dopo aver disputato 42 gare concluse con vittorie e pareggi.

Il mese di maggio che si avvia alla conclusione è stato denso di avvenimenti importanti per i colori bianconeri: il 6 maggio 2012 la Vecchia Signora ha conquistato matematicamente il tricolore a Trieste, il 13 ha festeggiato l'evento assieme ai propri tifosi a Torino mentre la settimana immediatamente successiva, a Roma, è caduta rovinosamente contro il Napoli in finale di Coppa Italia. Ultima tappa, questa, di una corsa indimenticabile.

Dopo diversi anni Madama è tornata quindi a sedersi al tavolo delle vincenti, per poi fare piazza pulita lasciando soltanto le briciole agli altri commensali invitati. Sino al momento del dessert, allorquando la formazione campana allenata da Mazzarri le ha sfilato da sotto il naso l'ultima fetta di torta. Conte non l'ha presa bene: "Mi brucia perdere e quando succede preferisco stare tranquillo e fare decompressione dentro il mio stanzino". Il giorno in cui i giocatori juventini assorbiranno "in toto" la sua voglia di vincere le probabilità che possano accusare cali di tensione in vista del traguardo finale si ridurranno al minimo.

Aprendo l'album della storia ultracentenaria della Vecchia Signora, e considerando il periodo compreso tra il campionato di serie A 1929/30 (il primo disputato con la formula del girone unico) e quello appena concluso, si può notare come solamente in due occasioni era riuscita a portarli a termine con una sconfitta: accadde nelle stagioni 1977/78 e 2005/06.

Domenica 2 ottobre 1977, allo stadio "Olimpico" di Roma, una doppietta di Giordano ed una rete messa a segno da Garlaschelli consentì alla Lazio di piegare la Juventus alla quarta giornata del girone di andata. Madama, campione d'Italia in carica e detentrice della coppa UEFA (vinta con una formazione composta esclusivamente da giocatori italiani), avrebbe poi bissato il successo in campionato ottenuto l'anno precedente senza subire altri incidenti di percorso.

Nella stagione del 2005/06, invece, dopo una serie iniziale di nove vittorie consecutive la Vecchia Signora venne fermata a “San Siro” dal Milan il 29 ottobre 2005, col risultato di 3-1. L'autore del terzo goal dei rossoneri fu Andrea Pirlo, attuale guida in campo della Juventus. Soltanto lo scoppio di Calciopoli cambiò i connotati all'impressionante marcia tenuta dallo squadrone allenato da Fabio Capello, che arrivò ad accumulare, a fine corsa, la bellezza di 91 punti.

Partita con premesse ben diverse da quelle imposte dal nome che porta, Madama è riuscita a conquistare nuovamente uno scudetto migliorando se stessa.
Se il ritorno di un Agnelli al timone della Juventus stuzzicava la fantasia dei tifosi e agitava molti cuori, la triste classifica del primo campionato del nuovo corso aveva riportato tutti con i piedi per terra.
Al secondo tentativo, invece, il bersaglio è stato centrato in pieno, senza - peraltro - subire sconfitte.

Il punto di partenza ha una data ben precisa: 31 maggio 2011, giorno della firma del contratto che lega nuovamente Conte alla Vecchia Signora. Nel corso della conferenza stampa in cui veniva reso ufficiale l'accordo i giornalisti presenti in sala gli domandarono "In quanto tempo pensa di riportare la Juventus ai vertici del calcio italiano?".
La risposta, anche e soprattutto se riletta a distanza di quasi un anno, non ammise repliche: "Chi ha tempo non aspetti tempo. La storia della Juve dice che qui bisogna vincere, e basta. A noi il compito di lavorare duro, con sacrificio, per non tradire questa storia e riportare la Juve dove merita. Subito".

Compiuta la missione, adesso a Madama non resta che varcare il confine dell'Italia per misurarsi con l'Europa del calcio che conta.
Possibilmente non alzandosi più dal tavolo delle vincenti.
Restando seduta, questa volta, sino alla fine.

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lunedì 21 maggio 2012

Altro che se brucia...

Se ad inizio stagione, diciamo a settembre 2011, qualcuno mi avesse detto che la Juventus si sarebbe laureata Campione d’Italia e che sarebbe arrivata a giocarsi la finale di coppa Italia ma che poi l’avrebbe persa, sinceramente gli avrei riso in faccia, rispondendo però che avrei messo non una ma un milione di firme affinché ciò si verificasse. Ma in quel momento nessuno poteva avere la reale percezione di quale meravigliosa macchina da guerra sarebbe stata la Juventus e di quale gioco avrebbe espresso per tutta la stagione, ma soprattutto non era neanche lontanamente immaginabile la ferocia con la quale avrebbe affrontato ogni singola partita, riuscendo nell’impresa quasi impossibile di non conoscere mai l’onta della sconfitta per tutto il campionato. 

Onta che ha invece conosciuto ieri sera allo stadio Olimpico di Roma perdendo contro un Napoli che solo poco tempo fa aveva letteralmente annientato in una delle migliori prestazioni della cavalcata che ha portato gli uomini di Conte a vincere uno scudetto strameritato. Sinceramente sono molto arrabbiato per questo risultato negativo, ma non tanto per la sconfitta in se, quanto perché essa è scaturita da un atteggiamento, a mio modo di vedere, sbagliato da parte di tutte le componenti della Vecchia Signora: la Società, i calciatori e in ultimo, anche se in minima parte e per alcune ragioni anche comprensibili, l’allenatore. 

Per carità, quella di perdere alcune (forse troppe) finali è un abitudine che è appartenuta a molte Juventus del passato, anche quelle più forti e che annoveravano diversi fuoriclasse tra le proprie fila, però quella di ieri era una sfida che la Juve di qualche settimana fa avrebbe portato a casa alla solita maniera e cioè distruggendo l’avversario, e così, secondo me, avrebbe potuto e dovuto essere. Dopo la meravigliosa serata di Trieste abbiamo assistito, sempre secondo il mio personalissimo parere, a troppi festeggiamenti, eccessive celebrazioni, cene ed esagerati trionfalismi sugli account twitter e facebook dei nostri ragazzi. Tutte cose umane e comprensibili si capisce, ma che inevitabilmente fanno crollare la tensione agonistica ed azzerano la carica nervosa di chi deve scendere in campo ma anche di tutto l’ambiente in generale.
Si è visto fin dalle prime battute della gara, infatti, che ieri non stava giocando la solita Juve, quella che schiaccia l’avversario, che non lo fa ragionare, che lo annienta fisicamente e moralmente per la pressione continua che esercita, quella Juve che insegue la vittoria con un accanimento che fa paura e che ti toglie il respiro solamente a guardare la partita. 

Anche i continui riferimenti sulla terza stella, a cui si sarebbe dovuta aggiungere quella d’argento per la Coppa Italia, nonché le celebrazioni per l’addio del nostro capitano culminate con la scritta personalizzata sulla maglia, hanno contribuito a questo insuccesso, distogliendo tutti da quello che doveva essere l’obiettivo dei bianconeri e che da sempre noi sappiamo “è l’unica cosa che conta”, VINCERE!! E questa è una responsabilità da attribuire in gran parte alla società che ha poi coinvolto tutta la tifoseria bianconera oltre ad aver permesso a tutti i nostri “nemici” che crescono di giorno in giorno per numero e per odio “antijuventino” di sguazzarci dentro.

In ultimo c’è da dire che probabilmente le ennesime polemiche pilotate e create ad arte nei giorni precedenti la finale di Roma hanno un po’ condizionato l’umore di Antonio Conte turbandone almeno in parte la serenità, ma in questo, chiaramente, il nostro amatissimo Mister è totalmente esente da colpe. Le sue responsabilità sono relative invece all’ultima questione che vorrei analizzare e che riguarda l’addio di Alex Del Piero. So che probabilmente mi attirerò le antipatie di qualcuno ma onestamente l’addio di Del Piero ha condizionato fortemente tutto ciò che ruotava intorno a questo appuntamento importantissimo, mettendolo quasi in primo piano rispetto alla conquista della Coppa, come se questa fosse solo una formalità. 

E in questo Antonio Conte ha le sue responsabilità. Mi spiego; io capisco che forse era nelle sue intenzioni far disputare la finale a chi ci ha condotto fino a questo punto, capisco che Del Piero doveva giocare l’ultima partita in bianconero, ma sinceramente in finale io avrei voluto vedere quegli stessi elementi che sono scesi in campo in tutte le gare più importanti di campionato, e che lo stesso Mister ha considerato, per tutto l’arco della stagione, come coloro che maggiormente sono in grado di portarci alla vittoria. Gli omaggi avrei preferito riservarli per altre occasioni. Non si doveva rinunciare a Vucinic perché per tutto l’anno ci siamo sentiti dire che è l’elemento fondamentale per scardinare le difese avversarie, l’unico a saper svolgere un certo tipo di lavoro e uno dei pochi a possedere quei colpi (vedi semifinale di ritorno contro il Milan) che possono risolvere il match in ogni istante. 

 Io amo del Piero, come ogni juventino che si rispetti, e lo amerò per sempre, e certamente anche in questo campionato in alcune occasioni si è rivelato risolutivo, ma questo è accaduto proprio grazie all’uso che Conte ne ha fatto per tutto l’anno, cosa che probabilmente non sarebbe accaduta se fosse stato utilizzato molto più spesso, e ieri sera ne abbiamo avuto la conferma. Dal punto di vista delle scelte tattiche probabilmente anche schierare Estigarribia piuttosto che Pepe è forse stato un errore, soprattutto perché il paraguayano e Caceres sulla sinistra formano una coppia affatto collaudata, ma questo rientra negli sbagli che si possono compiere, mentre quella di schierare Alex, piuttosto che Vucinic, per celebrarne l’ultima con la maglia della Juve, secondo me è stato un grosso errore che si poteva evitare. Certo manca la controprova, magari avremmo perso ugualmente però, forse sarebbe stato meglio non distaccarsi dalle buone abitudini. 

Come prevedibile lo stesso Conte era molto arrabbiato ieri sera infatti al termine della gara ha dichiarato: “è una sconfitta che mi brucia. Non dobbiamo assolutamente abituarci a perdere. Abbiamo vinto lo scudetto, dovevamo vincere anche la Coppa perché la Juve deve abituarsi a mangiare sempre” . Mi piacerebbe tanto fargli sapere che io, al di là della critica che gli ho mosso in questo post, lo adoro e non finirò mai di ringraziarlo per averci condotto di nuovo per mano alla vittoria, ma soprattutto vorrei che sapesse che noi siamo tutti con lui e che lo difenderemo sempre a tutti costi, perché noi, alla guida della nostra Juve, vogliamo solo ed esclusivamente lui!!!! 

Andiamo avanti adesso, consapevoli di aver assistito ad una grande stagione, che avrebbe però potuto concludersi ancora meglio, nella speranza che da questa sconfitta si possa imparare qualcosa e crescere mentalmente per arrivare ad essere ancora più forti, così forti da sconfiggere oltre agli avversari in campo anche tutti quelli che ieri sera avranno gioito perché finalmente “gli imbattibili” hanno perso.

  Questo articolo è di Danny67. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Un Bianconero a Roma

domenica 20 maggio 2012

Zico, Catania nel cuore

"Un giocatore non fa la squadra. Ammiro Zico, ma noi opporremo la grinta e la determinazione. Soffocheremo i friulani con il nostro gioco veloce, e ce la faremo". Nei momenti precedenti l'incontro Catania - Udinese disputato il 22 gennaio 1984 Giovan Battista Fabbri, l'allenatore dei siciliani, tentò con queste parole di stimolare al massimo un ambiente ormai depresso per una retrocessione nella serie cadetta che sembrava inevitabile.

E dire che di partite a disposizione sino al termine del campionato ne mancavano ancora molte (si trattava, infatti, soltanto della seconda giornata del girone di ritorno), però i pochissimi punti accumulati dai padroni di casa (otto, quando la vittoria ne valeva due) non aiutavano certamente ad essere ottimisti. Dall'altra parte della barricata, invece, lo stesso Zico ostentava una sicurezza che incuteva timore: "Vinciamo anche a Catania".

Per settanta minuto di gioco l'incontro non regalò particolari spunti degni di nota (tranne una traversa colpita da Virdis), mentre quanto accadde nella sua parte conclusiva consentì agli appassionati di rispolverare la famosa espressione coniata nel lontano 1961 da Sandro Ciotti (4 giugno, Catania-Inter): "Clamoroso al Cibali".

Grazie ad un errore della retroguardia catanese i friulani riuscirono a recuperare il pallone poco oltre la metà campo dei rosso azzurri. Mauro lo servì in profondità al fuoriclasse brasiliano che - con un forte tiro rasoterra in corsa - trafisse Roberto Sorrentino, padre di Stefano, l’attuale portiere del Chievo.
Fu proprio in quel momento che il pubblico di casa, con le ultime speranze di salvezza cancellate dall'ennesima delusione subita, tirò fuori il meglio di sé: invece di abbattersi o urlare la propria rabbia si lasciò andare in cori e applausi di sincero apprezzamento nei confronti del numero dieci bianconero.

Il quale, ovviamente, rimase meravigliato dal bellissimo gesto di sportività dimostrato in quel pomeriggio: "In Italia mi è capitato altre volte, mi pare a Genova e Milano, ma in questa occasione a Catania sono rimasto davvero sorpreso, non pensavo che la gente mi amasse così".

Prima del fischio finale, però, ebbe ancora modo di regalare a quegli spettatori un altro saggio delle sue doti balistiche, allorquando - al novantesimo minuto di gioco - l'Udinese si conquistò un calcio di punizione ai limiti dell'area di rigore avversaria. Spinto dal desiderio di aggiungere un’ulteriore gemma nell'incontro, il brasiliano chiese ed ottenne da Franco Causio, suo compagno di squadra, la possibilità di segnare ancora: convinto di non fallire l'obiettivo, Zico dipinse col pallone una traiettoria che lasciò impietrito Sorrentino.

L'ovazione con la quale venne accolta quella rete pareggiò, per quanto possibile, la bellezza del gesto tecnico di un fuoriclasse che - pur restando in Italia il breve periodo durato trentanove partite - ha lasciato un segno indelebile del suo passaggio.
Non soltanto per merito delle reti (ventidue) messe a segno.

Nel corso di un'intervista rilasciata molti anni dopo la sua militanza con la maglia dei friulani gli venne fatto notare come il lavoro intrapreso da tecnico lo avesse portato in giro per il mondo. Alla domanda "Non c’è la possibilità di rivederla ad Udine come allenatore?" rispose: “No. Non mi piace allenare dove ho giocato. Preferisco che la gente, in quei posti, mi ricordi come giocatore”.

Il suo nome, invece, venne accostato al Catania nell'estate del 2010, nel periodo in cui la società siciliana era impegnata nella ricerca di un nuovo allenatore dopo l'addio di Sinisa Mihajlovic. Nel merito Luca Pagani, rappresentante personale del brasiliano, rintracciato dal giornale sportivo online “ItaSportPress” proprio in quei momenti confidò: "Pensate che il "Galinho" mi dice sempre che è rimasto innamorato del popolo rossoazzurro da quando lo incitò prima di calciare una punizione in un Catania-Udinese di tantissimi anni fa al "Cibali". Sarebbe bellissimo ricevere dopo tanto tempo l'affetto dell'intelligente popolo rossoazzurro con Zico sulla panchina del Catania".
L'occasione sfumò, ma il ricordo di quel pomeriggio non verrà mai cancellato.
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Conte e il calcioscommesse: ritardi, domande e perplessità di un’accusa gravissima

Riporto volentieri nel blog un articolo molto ben scritto da Antonio Corsa, proprietario del blog "Uccellino di Del Piero", pubblicato in esclusiva dal sito Juvemania.it

«Antonio cosa ne pensi delle vicende riguardanti Conte e il calcioscommesse?». Mi avrete fatto decine di domande simili, da ieri sera. «Ci scrivo un articolo», è stata la mia risposta quasi per tutti. Ed eccoci qui. Solo che, senza giri di parole, non so cosa commentare. Siamo infatti dinanzi alla parola di un tesserato contro un altro ed in questi casi – senza ulteriori riscontri – si fa presto ad essere tacciato di essere di parte, schierandosi (oh, chiaro che i giornali, molti, lo abbiano già fatto: se si vuole avere la pretesa di criticarli, però, bisogna cominciare a non commettere gli stessi errori). Tratterò perciò la vicenda con la mente aperta, senza iniziare dalla solita, scontata, battaglia contro la Gazzetta o contro i giornali “antijuventini”. Iniziamo dal merito, poi passiamo al metodo.
Come credo tutti, anch’io stamattina ho letto la rassegna stampa e le accuse rivolte ad Antonio Conte da Filippo Carobbio, un ex calciatore arrestato il 19 dicembre scorso e “premiato” con i domiciliari per la sua collaborazione con la procura di Cremona. Chi volesse, può facilmente reperire in rete il verbale della deposizione del 29 febbraio scorso reso dinanzi alla procura federale della FIGC e perdersi in un racconto che parla di “zingari”, di incontri truccati, di proposte rifiutate, di cene, di soldi. Cita diverse partite secondo lui (e spesso da lui) combinate, tutte quando era all’Albinoleffe (2008/09) e poi al Grosseto (2009/10).
Ad un certo punto, non mi dilungo più di tanto sulle singole fattispecie, si legge nel verbale: “Il sig. Carobbio richiede, concorde l’ufficio come rappresentato, prima di ulteriori domande e precisazioni su quanto già dichiarato in sede di interrogatorio di garanzia e di interrogatorio davanti al P.M., di riferire spontaneamente fatti e circostanze assolutamente nuove”. Ovvero, si decide di andare oltre e “regalare” al vice procuratore Carlo Loli Piccolomini nuove rivelazioni. Spiega Carobbio: “Come è noto agli addetti ai lavori, nel mondo del calcio, la maggior parte delle ultime gare di campionato sono combinate e non solo dai calciatori, ma anche dalle società”. Ed è proprio questa la novità più importante della sua deposizione finita sui giornali, che va oltre quanto reso a Cremona: spuntano fuori per la prima volta gli accordi tra società, non solo quelli (per i quali Carobbio è accusato di associazione a delinquere) dei calciatori.
Continuo a citare: “Al termine della stagione 2009/10 (quella in prestito al Grosseto, ndr), consapevole del mio coinvolgimento nelle gare sopra indicate, decisi di interrompere ogni rapporto con gli slavi, evitando anche con Gervasoni (suo amico e “compagno di combine”, ndr) di affrontare argomenti attinenti ad eventuali combine. Arrivato a Siena (2010/11, ndr), come di consueto, verso la fine del campionato, intorno a marzo, incontrai in un ristorante alla periferia di Siena il Gervasoni, Gegic e Ilievski” i quali “cercarono di convincermi a manipolare le successive gare del Siena. Offerta che rifiutai categoricamente”.
Il Carobbio versione Siena è perciò, a leggere le sue parole, un bravo ragazzo che rifiuta ogni proposta di collaborazione con gli scommettitori, a differenza del passato. Ma “confessa” (in realtà sarebbe meglio dire “accusa”) partite truccate direttamente dalla società senese citando a supporto due partite, le due finite sui giornali: Novara-Siena e Albinoleffe-Siena.
Per la prima, Carobbio sostiene che, non sa bene chi o come organizzò la cosa (forse Vitiello che si incontra con Drascek in ritiro?), fatto sta che fu lo stesso Antonio Conte, durante la riunione tecnica prepartita, a tranquillizzare e istruire i suoi giocatori per il pareggio concordato con la squadra piemontese; per la seconda, invece, fu Stellini, secondo di Conte, a chiedere allo stesso Carobbio e a Terzi, dopo (attenzione: dopo) la gara d’andata vinta 2-1, di contattare alcuni giocatori dell’Albinoleffe per accordarsi su una possibile combine per la gara di ritorno, favorendo la squadra che in quel momento avesse avuto più bisogno di punti.

Alla vigilia (attenzione: per vigilia Carobbio intende “il pomeriggio o la sera prima”) della gara di ritorno, alcuni giocatori ed un collaboratore tecnico dell’Albinoleffe si presentarono come da accordi per concordare la vittoria (per 1-0) e, aggiunge Carobbio, per l’intera settimana (quindi anche prima della vigilia? Occhio alle date!) si parlò molto di tale accordo tra i giocatori, l’allenatore e addirittura la dirigenza perché c’era chi preferiva vincerla per intascare il premio “primo posto” (si era in lotta con l’Atalanta) piuttosto che “vendersela”. E non si capisce perché rinunciare a quei soldi solamente per fare un favore “in amicizia” all’Albinoleffe?
Insomma dagli incontri clandestini, le cene segrete, i pochi giocatori coinvolti e i soldi distribuiti dal Gervasoni “non ricordo come”, si passa improvvisamente, a Siena, ad una vera e propria organizzazione di partite concordate tra le squadre, il tutto fatto alla luce del sole e addirittura discutendone liberamente nelle riunioni tecniche.
Se sarà credibile o meno, questa versione, lo vedremo. Mi domandate: le accuse sono gravi? Si, certamente. Conte rischia davvero da 3 a 5 anni? Come minimo. Ma ci sarà bisogno di riscontri, perché quanto riferito da Carobbio, da solo, non basta.
Potrei chiudere qui l’articolo, ma non avrei aggiunto molto rispetto a quanto già scritto nei giornali stamattina. Il problema, ed è questo che rende quasi impossibile provare a fare altre considerazioni, è che è stato reso pubblico in integrale un solo verbale e non si ha accesso agli altri. Si è perciò per forza di cose costretti a riportare una sola versione, senza poterla confrontare con le altre. Si dice ad esempio che quattro ex compagni di Carobbio a Siena (Coppola, Vitiello, Terzi e Ficagna) abbiano già smentito l’accusa a Conte (così come ovviamente Stellini, Fagiano e Perinetti), mentre ci sarebbero alcuni dell’Albinoleffe che avrebbero confermato la combine col Siena, il che complicherebbe la posizione del tecnico bianconero. Conferme e smentite, ma è pur sempre la parola di uno contro quella dell’altro (intercettazioni, altre confessioni, assegni, soldi, eccetera non ce ne sono).
L’unica riflessione che mi sento di fare, così come in passato, è una: far pubblicare da tutti i giornali (è circolato a mezzo fax, e si può ben intuire chi fosse il mittente..) il verbale di Carobbio è altamente scorretto, perché si tratta di una sola versione, quella di chi (da accusato) accusa. In questo Paese, purtroppo, le indagini e i processi si fanno anche e soprattutto così, a mezzo stampa, e ne abbiamo avuto sufficienti prove dal 2006. Noto con dispiacere come non sia cambiato nulla (non che mi fossi illuso del contrario, intendiamoci). Comunque vada a finire, Conte è già stato infangato e il suo nome sarà inevitabilmente accostato, probabilmente per sempre, a tentativi di combine (c’è chi non aspettava altro per infangarlo, e figuriamoci se sarà garantista). Quando poi cresceremo come civiltà sarà sempre troppo tardi.
Per carità: in caso di conferme importanti (ma finora non ce ne sono), sarebbe giusto applicare il massimo della sanzione prevista perché una partita combinata è una mancanza di rispetto intollerabile verso i tifosi. Fino ad allora però sarebbe eticamente corretto (utopia) evitare i soliti processi mediatici all’italiana, magari ponendosi, ad esempio, alcune domande:
1) Perché Carobbio tira fuori le vicende riguardanti Siena e in particolare Conte e Stellini solo nell’interrogatorio davanti alla procura sportiva di fine febbraio (“fatti e circostanze assolutamente nuove”) e non prima e davanti al PM di Cremona?
2) Perché nei giornali si parla solo di Conte e non anche chessò di Tesser e Mondonico, rispettivamente allenatori di Novara e Albinoleffe quell’anno? Capisco che Carobbio nomini espressamente Conte, suo allenatore allora, ma dice pure che le gare furono combinate dalle società. Entrambe. Due. Possibile nessuno abbia sentito l’esigenza di fare una telefonata e queste due società?
3) Perché se il verbale è del 29.02.2012 è spuntato fuori giusto oggi, 68 giorni dopo?
4) La domanda delle domande: perché Palazzi non ha ancora ascoltato Conte? Voglio dire: c’è un’accusa gravissima, prassi vorrebbe che si ascoltasse anche il diretto interessato. Probabilmente è perché è in difficoltà, nel senso che se anche credesse al “pentito”, sarebbe al momento la sua parola contro quella di tutto il Siena (che ovviamente smentisce in blocco). Non solo: sarebbe la sua contro quella del Siena, del Novara e dell’Albinoleffe (alcuni del club bergamasco in realtà fanno mezze ammissioni). Insomma, oltre a Conte, ne dovrebbe deferire una cinquantina abbondante solo per queste due partite e solo fidandosi dell’integrazione di Carobbio. Un po’ poco. Anche se, comunque, non si può far finta di nulla poiché l’accusa è pesantissima.
5) E’ davvero credibile una riunione prepartita nella quale si parla così apertamente di un risultato combinato? Sarebbe una novità importante rispetto alla prassi osservata finora nelle altre partite combinate, di solito molto più discretamente e con 3-4 giocatori coinvolti, al limite.
E poi, un po’ OT ma a sto punto uno se la pone uguale:
6) che fine ha fatto la storia dell’SMS che avrebbe ricevuto Conte prima di Siena-Sassuolo?
Domande senza risposta, ma che un giornalista obiettivo, oltre a riportare modello copia e incolla le dichiarazioni contenute nel verbale e ipotizzare già la durata dell’eventuale squalifica, potrebbe e dovrebbe porsi.
Per il resto, c’è poco da aggiungere o commentare, come dicevo all’inizio: ci sarà tempo e modo di chiarire la vicenda in maniera definitiva. Senza gridare al complotto, ma con la forza delle argomentazioni. Se uno è nel giusto, di solito basta e avanza. Se non dovesse bastare, di certo – a questo giro – non si accetteranno processi sommari. A sto giro con condanne senza prove si scatenerà l’inferno. E lo dico a termine di un articolo neutro e nel quale ho evitato accuratamente di gridare al complotto.

venerdì 18 maggio 2012

Ricominciamo...


Come accade ormai da un po’ di tempo (più o meno da quando tutti si sono resi conto di quale fosse la vera forza della Juventus in questa stagione) periodicamente, in genere alla vigilia di qualche appuntamento importante, qualcuno ricomincia a gettare fango addosso alla Vecchia Signora o ad uno dei suoi uomini. Visti i tentativi falliti prima con lo Stadio, poi con Pepe e Bonucci, da mesi si sta cercando di attaccare l’uomo decisivo, colui che ha il vero merito della resurrezione di Madama, la persona che ha risvegliato il senso di appartenenza nel cuore dei calciatori bianconeri e che ha restituito loro la mentalità vincente che sembrava ormai perduta per sempre. 

Ancora una volta alcuni quotidiani, in primis la Gazzetta dello Sport (alla quale si accodano volentieri e di corsa tutti gli altri, perché quando c’è da attaccare la Juventus si prodigano un po’ tutti), tirano fuori di nuovo quel famoso interrogatorio di un ex giocatore del Siena (che non voglio nemmeno nominare) risalente (tra l’altro) al 29 febbraio scorso, il quale adesso sembra che cerchi di coinvolgere direttamente Antonio Conte nel calcio scommesse come parte attiva. Se si vanno a leggere bene gli articoli, però, si nota che mentre quasi nessuno ha la premura di scrivere che molti compagni di squadra di questo signore, presenti alle riunioni tecniche a cui il “pentito” fa riferimento, hanno già smentito quanto si legge nel verbale, quasi tutti già parlano di condanne, di anni di squalifica e chi più ne ha più ne metta per l’allenatore salentino. Ovviamente senza ancora aver ascoltato cosa ha da dire Conte, e senza che questi sia mai stato né ascoltato né chiamato in causa da alcuna procura. 

Ma ovviamente l’unico intento di certi organi di informazione è quello di sbattere in prima pagina il mostro bianconero, nella speranza che si possa arrivare ad un’altra condanna facile tipo quelle del 2006. Mi auguro che stavolta la Juventus, Andrea Agnelli ed i suoi legali, facciano qualcosa per far cessare tutto questo che, ovviamente, accade pochi giorni prima della finale di Coppa Italia. Sembra quasi che ci sia dietro una qualche regia occulta….

Questo articolo è di Danny67. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Un Bianconero a Roma

lunedì 14 maggio 2012

Il bastone di 'Terremoto' e il ritorno della Juve


A Pietro ed Osvaldo. Perché le radici non si dimenticano.

Lavorava sui tetti a contatto con l'aria d'alta quota, proprio lui che amava l'acqua e le trote che popolano i fiumi.
Quando lo conobbi, molti anni fa, ricordo di essere rimasto intimorito dal suo soprannome: "Terremoto". Il perché glielo avessero affibbiato è facilmente intuibile, così come il motivo che spinse qualcuno a farlo: una volta era consuetudine riassumere il nome ed il cognome delle persone in un'unica parola, per consentire agli abitanti del paese di renderle immediatamente riconoscibili senza dover descrivere nessuno.
C'era chi mal sopportava questa usanza e chi - invece - se ne compiaceva, lasciando che intorno alla propria figura venissero create le leggende più svariate.

Pietro Nardi (così si chiamava) era uno dei migliori amici di Osvaldo, mio nonno paterno. Erano entrambi dei pescatori abilissimi, anche se per dare sfogo alla sua passione Pietro non usava soltanto la canna, dato che riusciva a catturare le trote (e le anguille) pure a mani nude. Erano cresciuti ad Aulla insieme a "Ficò", "Sciropposo" e a quei compagni di un'intera generazione che condivise con loro molte esperienze prima, durante e dopo la seconda guerra mondiale. Ogni tanto capitava che nelle gite a bordo delle moto in voga all'epoca si portassero dietro papà, ancora ragazzino, che tuttora ricorda con gioia quelle esperienze vissute all'insegna dell'allegria e del divertimento.
Quella era un'Italia povera, da ricostruire, dove lo strumento più utilizzato per ingegnarsi tanto nell'utile quanto nel dilettevole era rappresentato dalla fantasia, la stessa arma usata attualmente dal nostro popolo per infilarsi nei guai piuttosto che per uscirne fuori.

"Terremoto" amava la Juventus, e se per l'Avvocato Agnelli Omar Sivori costituiva un "vizio" per lui rappresentava un misto tra la gioia e la disperazione.
Il "bar sport" era casa sua e i rituali delle partite erano sempre uguali: prendeva posto nelle prime file (oppure restava in piedi nella stessa zona), si voltava ad osservare i presenti in sala per distinguere i tifosi bianconeri dagli intrusi, poi iniziava ad inveire contro l'arbitro di turno.
Il tutto, per inciso, quando il direttore di gara non aveva ancora dato il via alle danze.

Nelle occasioni in cui mi notava in mezzo alla folla il suo viso si illuminava di gioia: gli ricordavo il nonno, scomparso nel 1987, e provava piacere nel discutere di calcio con me. L'ultima volta che un amico comune lo incontrò stava passeggiando sulla strada che costeggia il fiume: vi era capitato il lunedì successivo la vittoria della Juventus a Milano contro i rossoneri nel maggio del 2005, allorquando Del Piero in rovesciata aveva eluso il controllo di Gattuso e Nesta per servire un meraviglioso assist per il colpo di testa vincente di Trezeguet.

Dopo pochi giorni cessò di vivere. Non sopportava Silvio Berlusconi, evitava accuratamente di guardare le sue televisioni ed alla persona che in macchina lo aveva salutato suonando il clacson rispose alzando felice il bastone che lo accompagnava nelle camminate.

Quando passo dal cimitero di Aulla per dire una preghiera alla memoria dei miei parenti non manco mai di andarlo a trovare. La sua lapide è situata poco sopra quella di Osvaldo, riposano da tempo in mezzo al verde della Lunigiana, sopra una collina che domina il paese. Da lassù si vede il fiume.
In preda alla rabbia del tifoso deluso quando la Juventus venne retrocessa in serie B gli promisi che sarebbe tornata presto a vincere, e che avrei celebrato con lui quel momento. Di delusione in delusione mi vergognavo di guardarlo negli occhi nella foto che lo ritrae, quasi come se dietro a tutti gli insuccessi della Vecchia Signora ci fossero delle colpe imputabili a me.

La sua lapide è semplice, così come voleva (ed era) lui. Per incastrare la coccarda bianca e nera che gli ho comprato ho incontrato qualche difficoltà, superata con la fantasia: una piccola fessura in alto a destra della struttura mi ha consentito di agganciare il filo plastificato sulla quale è stata creata.

Dopo anni ho trovato finalmente le forze per reggere il suo sguardo: sembrava felice e sorridente, come quando ci divertivamo a discutere di calcio tra una chiacchierata e l'altra dedicata al nonno.
La suggestione provoca spesso immaginazioni: all'uscita dal cimitero mi è parso di sentire un rumore in mezzo al silenzio generale.
E' bello pensare che possa essersi trattato di un suono provocato da un bastone.
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domenica 13 maggio 2012

Ho visto Del Piero, e sono cresciuto con lui. Un abbraccio, Alex



DI PIU’, NIENTE

Più di 8 scudetti.

Più di una promozione dalla serie B

Più di una Coppa Italia (e speriamo due)

Più di 4 supercoppe italiane

Più di una Champions League

Più di una Supercoppa europea

Più di una Coppa Intercontinentale

Più del gol alla Fiorentina

Più di un gol alla Del Piero

Più del gol a Tokyo

Più delle mie lacrime

Più del gol a Bari

Più di un gol al volo di tacco nel derby

Più di un gol per l’Avvocato

Più della linguaccia contro l’Inter

Più dell’assist a David

Più del gol numero 187

Più del gol alla Germania

Più di Berlino

Più del gol al Frosinone

Più del titolo di capocannoniere in B

Più del titolo di capocannoniere in A

Più della standing ovation al Bernabeu

Più di 704 partite con la stessa maglia

Più di 289 gol

Più di una punizione che vuol dire Scudetto

Più del gol all’Atalanta

Più di ogni record

Più della maglia numero 10 con il nome Del Piero

Più della fascia di capitano

Più di tutto…

C’è quello che mi avete regalato in questi 19 anni.

Sono felice che abbiate sorriso, esultato, pianto, cantato, urlato per me e con me.

Per me nessun colore avrà tinte più forti del bianco e nero.

Avete realizzato il mio sogno. Più di ogni altra cosa, oggi riesco soltanto a dirvi: GRAZIE.

Sempre al vostro fianco

Alessandro

Fonte: http://www.alessandrodelpiero.com/news/di-piu-niente_276.html

venerdì 11 maggio 2012

Del Piero e quel 5 maggio di sedici anni fa...


Nella scorsa stagione era chiaro a tutti come uno dei principali desideri di Alessandro Del Piero fosse quello di giocare nel nuovo "Juventus Stadium", con lo spirito sbarazzino di chi ha ancora voglia di divertirsi, divertire e vincere nonostante sulla carta d'identità fossero indicate trentasette primavere.

La scelta del luogo in cui avrebbe firmato il rinnovo contrattuale con il club non fu casuale, così come la data: 5 maggio, nella casa bianconera sorta sulle ceneri del vecchio "Delle Alpi".

Facendo un salto indietro nel tempo di sedici anni, su quello stesso prato verde Alessandro disputò l'ultima gara interna del campionato 1995/96 proprio il 5 maggio, contro l'Atalanta all'epoca guidata da Emiliano Mondonico.

Vinse Madama col risultato di 1-0, la rete decisiva venne messa a segno da Didier Deschamps, il centrocampista francese che diventò poi il tecnico della Vecchia Signora durante la sua permanenza in serie B. In difesa era presente Ciro Ferrara, mentre nella seconda frazione di gioco sulla linea mediana del campo Marcello Lippi decise di inserire Antonio Conte, l'attuale mister della Juventus tornata campione d'Italia.

Deschamps, Ferrara, Conte… Del Piero, quel giorno affiancato da Michele Padovano nel reparto offensivo, nel corso della sua carriera è stato allenato - con alterne fortune - da tutti e tre gli ex compagni di squadra.

In tribuna, quella domenica pomeriggio, sedeva Louis Van Gaal, guida dell'Ajax detentore della Champions League che i bianconeri avrebbero affrontato di lì a breve nella finalissima di Roma (22 maggio).
La concentrazione della Vecchia Signora, che aveva ormai consolidato la seconda posizione in campionato (lo scudetto andò infatti al Milan), era rivolta quasi completamente all'evento storico ancora tutto da vivere. E vincere.
Sugli spalti i tifosi avevano dimostrato di condividere la linea societaria del "squadra che vince si cambia": l'anno precedente salutarono Roberto Baggio (sostituito proprio da Del Piero), in quelle ore furono in pochi a protestare per l'imminente addio di Gianluca Vialli, autentico leader del gruppo di Lippi destinato a trasferirsi in Inghilterra.

Uno degli argomenti più dibattuti in quei frangenti era rappresentato dall'ipotesi che la Juventus potesse emigrare nel campionato successivo a Bologna, per disputare al "Renato Dall'Ara" le gare casalinghe. D'altronde nell'impianto torinese, così com'era stato costruito e poi gestito, la situazione era diventata insostenibile: "Sento dire che la Juve spenderebbe, per l'intera stagione a Bologna, una cifra che si aggira sui 500 milioni (di lire, ndr.): questa cifra è improponibile per il "Delle Alpi", perché questo stadio è un vero disastro e ha costi impossibili", dichiarò infatti l'allora sindaco Valentino Castellani.

Per rendere l'idea dei problemi dei quali si discuteva basti pensare che nell'arco di quell'anno il tutto esaurito si registrò soltanto in occasione della partita Juventus-Real Madrid, valevole per i quarti di finale della Champions League.

Da allora sino ad oggi è trascorso molto tempo, ma sembra passata un'eternità.
A distanza di un anno e ventiquattro ore dal suo rinnovo contrattuale Alessandro Del Piero è tornato ad essere campione d'Italia.
La prossima domenica, proprio contro l'Atalanta, disputerà quella che - salvo colpi di scena - resterà nella storia del calcio italiano come l'ultima apparizione del numero dieci juventino in serie A con addosso la maglia a strisce bianconere.

Deschamps, Ferrara, Conte, Lippi, Van Gaal, la Champions League, Vialli, l'esordio allo "Juventus Stadium", il 5 maggio, l’Atalanta... per lui, e per chi lo ha seguito nel corso della carriera, tutto questo resterà un bellissimo ricordo.
A Roma (ancora in quella città) dopo che la Vecchia Signora avrà disputato la finale di coppa Italia sfidando il Napoli calerà il sipario su una fantastica storia professionale e d'amore tra un giocatore ed il suo club.
Nell'attesa, naturalmente, che l'addio si trasformi poi in un "arrivederci".

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mercoledì 9 maggio 2012

Quelle parole di Gaetano Scirea ed il ritorno della Juventus


Dedico questo articolo al piccolo Simone, cucciolo bianconero figlio di due cari amici: Alessandro e Caterina. L'avevo promesso al padre, in caso di vittoria dello scudetto.

A volte accade che quando il presente non è all'altezza delle aspettative ed il futuro mostra più incertezze del solito, per proseguire il proprio cammino molti di noi si aggrappano ai ricordi felici del passato. Il rischio, concreto, è quello di non riuscire più a staccarsi da loro, restandone imprigionati.

Succede anche nello sport, dove non di rado capita che le motivazioni indispensabili per raggiungere traguardi prestigiosi scompaiono di fronte alle prime difficoltà, allorquando si finisce col cercare conforto nella storia allontanandosi così dalle idee che avevano dato origine alla nascita di un qualcosa di nuovo.

Per restare nel mondo del calcio nostrano ed averne un esempio immediato basti pensare a tutte le spedizioni della nazionale azzurra successive alla vittoria nel mondiale disputato in Spagna nel 1982: durante ognuna di loro ci sono stati continui tentativi da parte degli organi di stampa di rievocare situazioni, ormai irripetibili, che potessero ricreare lo stesso clima vincente. Gira e rigira l'obiettivo venne finalmente centrato nel 2006, durante quel terremoto che distrusse la grande Juventus creata dalla Triade, a sua volta scelta da Umberto Agnelli per metterla al timone del club.

A proposito della Vecchia Signora, all'epoca dei fatti in questione la domanda sorse spontanea: Calciopoli distrusse solo "quella" Juventus, oppure "la" Juventus? E poi: quanti anni si sarebbero dovuti attendere per rivederla nuovamente primeggiare in Italia ed in Europa? Quando Andrea, il figlio del Dottore, venne nominato Presidente bianconero scattarono immediatamente i paragoni con il padre e gli altri illustri predecessori della stessa stirpe: basterà il nome "Agnelli" a riportare Madama dai suoi tifosi?

Scelto Luigi Del Neri come allenatore del nuovo corso, una volta arrivato a Torino il tecnico dichiarò che avrebbe preso come riferimento lo spirito battagliero mostrato dalla Juventus degli anni settanta del secolo precedente, una formazione costruita da Giampiero Boniperti dietro la scrivania e plasmata sul campo da un giovanissimo Giovanni Trapattoni. Quella squadra conquistò al primo colpo lo scudetto dei record nella stagione 1976/77 (con il punteggio di 51 punti su 60 a disposizione, la vittoria ne valeva due) e trionfò in Coppa UEFA grazie ad una rosa composta esclusivamente da giocatori italiani.

Fallito l'esperimento, a causa dell'ennesima rivoluzione bianconera il suo posto è stato preso da Antonio Conte, tornato sotto la Mole nelle vesti di allenatore: con addosso la maglia bianconera, quando in panchina sedeva Marcello Lippi, aveva fatto incetta di trofei. Alle prime uscite positive della sua Juventus la fantasia degli addetti ai lavori iniziò subito a volare alto: riuscirà a conquistare scudetto e coppa Italia esattamente come capitò al mister viareggino al suo esordio nel 1994/95?

Fatto suo il tricolore, alla formazione guidata da Conte manca una vittoria per centrare anche l'altro trofeo, da ottenere nella finalissima che disputerà a Roma contro il Napoli di Walter Mazzarri (20 maggio). Proprio la squadra campana venne indicata nello scorso mese di ottobre 2011 da Giovanni Trapattoni come la favorita per lo scudetto. Durante quell’intervista, resa in esclusiva per la "Gazzetta dello Sport", non mancò di elogiare pure il tecnico di Madama: "E' incazzoso come lo ero io a 37 anni. Buon segno. Mi piace quando paragonano Conte al primo Trapattoni. Antonio ha vinto tutto con la maglia della Juve e sta trasmettendo ai giovani e ai meno giovani questa voglia di essere davanti a tutti che è nel dna della società bianconera".

Prima dell'incontro col Napoli, però, a Madama resta da giocare una gara di campionato, utile a certificare la sua imbattibilità stagionale in serie A: quella con l'Atalanta, club nel quale allenarono in passato Lippi, Conte e sulla cui panchina si sarebbe dovuto sedere anche lo stesso Trapattoni, se Boniperti non avesse puntato con estrema decisione su di lui. Nel corso degli anni molti calciatori hanno compiuto la tratta tra Bergamo e Torino alla ricerca della fortuna nel calcio che conta. Uno di questi un giorno dichiarò: "La Juve è un qualcosa di più di una squadra, non so dire cosa, ma sono orgoglioso di farne parte".

Il suo nome era Gaetano Scirea. Queste parole ed i suoi insegnamenti sono e saranno sempre d'attualità. A maggior ragione adesso che la Juventus è tornata dai propri tifosi.

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La foto relativa alla festa per lo scudetto è stata scattata, in diretta, da Massimiliano Ferraro. Potrete trovarne molte altre ancora nel suo blog

lunedì 7 maggio 2012

Godiamoci questo scudetto...


Ogni cosa al suo posto


Fratelli è tornato a casa. Lo Scudetto, il nostro amico più caro, per la trentesima volta si lascia abbracciare da chi da sempre lo sa conquistare, accarezzare, amare e rispettare. Oggi è lunedì e stiamo ancora assaporando questa gioia, che ci da la sensazione che ogni cosa sia tornata al suo posto, come se dal 2006 ad oggi ci fosse stato un vuoto che finalmente viene colmato. Ma in realtà questo vuoto di cui parlo è pieno di tanta, tantissima, troppa sofferenza, è colmo di offese, di fango, di rabbia, di “incompetenze”, di “ingiustizie”, di “prescrizioni”, di lacrime, di vite rovinate (non parlo delle nostre di tifosi in questo caso) a causa di un sentimento popolare che ha portato in alcuni casi alla fine di una carriera, in altri a radiazioni e addirittura a condanne penali. 

 Per quanto riguarda noi tifosi BIANCONERI (lasciatemelo scrivere in maiuscolo per una volta), beh.. ci avevano distrutto un grande sogno , o meglio, credevano di avercelo distrutto, così come pensavano di aver ucciso per sempre la più grande Società di calcio italiana, quella Società che ha fornito alla nazionale la maggior parte dei calciatori in occasioni di tutti i trionfi Europei e Mondiali. Tutto questo con la complicità di una dirigenza incapace di costruire una squadra degna di questo nome che, ha avallato le decisioni dei tribunali sportivi, e che per anni ha inseguito la “simpatia” a scapito dei risultati. 

Ma con Andrea è cambiata la musica ed anche se il primo anno con un Agnelli di nuovo alla guida della Juventus è stato un autentico calvario, nel secondo, l’arrivo di Antonio Conte ha cambiato tutte le carte in tavola, ristabilendo nella testa e nel cuore dei giocatori della Vecchia Signora il senso di appartenenza ai colori, e restituendo la mentalità vincente agli stessi, dandole un gioco ma soprattutto un’idea di gioco, dove l’obiettivo è cercare di vincere per tutti i novanta minuti. Questo è quello a cui abbiamo assistito fin dall’inizio del campionato, e cioè ad una squadra che mantiene il possesso palla per l’80% del match, che schiaccia l’avversario nella propria metà campo, togliendogli il fiato, che crea decine di occasioni da rete e che, in casa, grazie anche al meraviglioso “Juventus Stadium”, ma anche fuori non vuole altro che la Vittoria. 

Vittoria è anche il nome della figlia del nostro Mister, il quale sul proprio telefonino ha la sua foto e non come il signor Galliani, che “per non dimenticare”ci ha lasciato la foto del gol-non gol di Muntari, come se l’esito di questo campionato fosse del tutto attribuibile a quella rete e non prendendo minimamente in considerazione le reti annullate a Pepe in quel di Genova e quella annullata a Matri proprio nello scontro diretto di San Siro, tutti i rigori non concessi alla Juve durante la stagione (almeno una decina), tutti i rigori concessi con grandissima generosità alla squadra rossonera nonché tutti i rigori non concessi contro il Milan stesso (vedi mani di Seedorf a Bologna o mani di Nesta contro il Genova). 

La realtà dei fatti è che la Juventus ha espresso nel campionato italiano il miglior gioco in assoluto, meritando sul campo di vincere il suo 30° Scudetto, nonostante tutte le manovre, gli attacchi mediatici (vedi i meschini tentativi di coinvolgere giocatori ed allenatore della Juve nella storia del calcio scommesse) e le trame ordite con l’unico scopo di arrestarne la marcia trionfale. Polemiche sulla terza stella create ad arte per distogliere la concentrazione dei ragazzi, chiacchiere stucchevoli e noiose relative al gol di Muntari, il finto pareggio del Cesena, le assurde calunnie su una fantomatica pericolosità della struttura dello stadio, qualsiasi cosa pur di impedire a Madama di conquistare ciò che meritava. 

Abbiamo sofferto da morire, in ogni gara disputata la Juve, pur dominando, ha dovuto prendersi con la forza ciò che le spettava di diritto per quanto mostrato sul terreno di gioco, e a volte non c’è nemmeno riuscita, allungando la sofferenza che, con un attaccante maggiormente prolifico sarebbe forse terminata già da qualche giornata. Ma alla fine si è vinto e tutto, come detto all’inizio, è tornato al suo posto. Oggi sono felice, felicissimo, ma molto tranquillo e sereno, perché se è vero che improvvisamente mi sono rammentato cosa significasse vincere, in realtà lo sapevo benissimo, lo avevo solo dimenticato, ma per noi era la normalità.

Questo articolo è di Danny67. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Un Bianconero a Roma

domenica 6 maggio 2012

Bentornata a casa, Juventus

Sono trascorsi sei lunghissimi anni da quando se n'era andata.
In tutto questo tempo ho cercato di immaginare come mi sarei comportato nel momento in cui l'avrei potuta riabbracciare.
Oggi, finalmente, lo sono venuto a sapere: avrei aperto il frigo, stappato una birra per poi berla davanti al televisore, godendomi le immagini del trionfo.
D'altronde avrei dovuto sceglierne una, la più significativa, da mettere nel cellulare.
Bentornata a casa, Juventus. Mi sei mancata.

venerdì 4 maggio 2012

La Juve, l'errore di Buffon e quel goal di Robinho al Chievo...

Per il terzo anno consecutivo la Juventus disputa una partita di campionato il secondo giorno del mese di maggio: il bilancio è di una vittoria e due pareggi. Al di là del risultato finale, l'aspetto che principalmente differenzia le tre gare in questione è rappresentato - naturalmente - dal loro peso specifico nel contesto delle rispettive stagioni bianconere.

Alla terz'ultima tappa della serie A targata 2009/10 Madama tornò da Catania dopo aver concluso l'incontro con un 1-1 che non le impedì di arrivare settima. Stessa musica l'anno successivo, nonostante il successo esterno di misura conseguito contro la Lazio grazie ad una rete realizzata da Simone Pepe. Si trattava della trentacinquesima giornata del torneo.

Di partita in partita si arriva quindi alla stretta attualità, dove la cronaca del recente match tra la Juventus ed il Lecce è già passata alla storia. Alcuni dei protagonisti principali sono stati gli stessi di un precedente scontro tra le due formazioni avvenuto allo stadio "Via del Mare" il 20 febbraio 2011, allorquando Luigi Del Neri - seduto sulla panchina della Vecchia Signora - non riuscì ad evitare la disfatta della sua squadra in terra salentina.

Finì 2-0 per i giallorossi, il secondo dei due goals venne messo a segno da Bertolacci (ancora lui), mentre Buffon venne espulso dopo appena dodici minuti dal fischio d'inizio della contesa per essersi immolato alla causa bianconera toccando con le mani un pallone fuori dell'area di rigore. La Juventus, momentaneamente sesta in classifica, era lontana di ben quattordici punti dal Milan fresco vincitore a Verona contro il Chievo per 2-1.

In quella gara i rossoneri passarono in vantaggio grazie ad una rete palesemente irregolare ad opera del brasiliano Robinho, che al 25' del primo tempo controllò il pallone con un braccio per poi trafiggere Sorrentino. Considerata l'importanza dell'episodio nell'economia della partita, alla conclusione dell'incontro scoppiarono furibonde polemiche.

Lo stesso Sorrentino fu uno dei più rammaricati per l'accaduto: “Basta andare a vedere dove si è sporcato la maglia Robinho per accorgersi con che cosa ha stoppato la palla”. Dall'altra parte della barricata il commento di Massimiliano Allegri fu laconico: “In ogni caso a fine stagione gli episodi pro e contro si equivalgono”.

Con ogni probabilità sarà realmente difficile, se non impossibile, riuscire a reperire le immagini di quell'azione nel cellulare di Adriano Galliani. Tornando alla Juventus, dopo due vittorie consecutive (contro Cagliari e Inter) Madama aveva quindi miseramente fallito l'ennesima occasione per riportarsi in zona Champions League. La rabbia del Presidente Agnelli esplose il giorno seguente la disputa del match: “Dopo la gara i giocatori non si sono nemmeno dovuti fare la doccia”.

Quanto accaduto nei mesi successivi è ampiamente noto a tutti gli appassionati di calcio: l'ennesima rivoluzione ha portato a Torino un nuovo tecnico ed altri calciatori, i quali avrebbero dovuto imparare dai grandi "vecchi" la ricetta per tornare al successo. A questo proposito nel dicembre del 2011 Antonio Conte è stato esplicito: "Sappiamo benissimo quanto sia importante Andrea per noi (Pirlo, ndr.), come lo sono Buffon e Del Piero, i fari di questa squadra, le stampelle su cui mi reggo nei momenti più difficili”.

Nel mese di marzo del 2012, poi, Buffon ha ricambiato i complimenti nei confronti del proprio allenatore (“Sin dal primo giorno ha dimostrato ambizione. Supportata da lavoro duro e insegnamenti sul campo. Ci ha conquistato e forgiato caratterialmente. Ci hanno spinto il sudore, la forza e il sacrificio, insieme al nuovo stadio e la voglia di cancellare due brutte annate"), non dimenticando di raccontare la sua versione circa i momenti bui vissuti in maglia bianconera: "Arrivavo da un brutto infortunio e 2-3 errori ci stanno. Ma si sono sommati al periodo difficile della Juve. Non ho rancore e conosco le regole. Fossi stato il signor nessuno, certe cose non sarebbero accadute".

Dalla storia adesso si ritorna alla cronaca: mancano due tappe alla conclusione del campionato, non c'è molto tempo a disposizione per fermarsi a riflettere sugli incidenti di percorso.
Solo chi cade può risorgere. Vale per tutti, anche per i più grandi.

Articolo pubblicato su Tutto Juve.com
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giovedì 3 maggio 2012

Oggi non ce la faccio proprio



Fratelli bianconeri, mi dispiace ma oggi non me la sento di parlare, non me la sento di analizzare la partita di ieri sera, perché non ha senso parlare di tecnica e di tattica quando si rischia di gettare nel cesso un campionato praticamente vinto, a causa di una, passatemi il termine, “cazzata” di uno dei nostri uomini più rappresentativi, uno dei tre presenti nell’organico bianconero che dovrebbero sostenere e mantenere alta la concentrazione di tutti gli altri, uno di quegli elementi che dovrebbero trasmettere ai propri compagni la serenità e prenderli per mano conducendoli alla vittoria. 

Qualcuno penserà che sto esagerando su Buffon, e che in realtà la Juventus ieri sera, pur mantenendo costantemente l’iniziativa e conducendo il gioco, sembrava avere il “braccino corto”, ed ha sbagliato alcune occasioni clamorose per raddoppiare e chiudere il match, senza riuscire, tra l’altro, a sfruttare la superiorità numerica, con le due punte davanti che probabilmente andavano tolte prima, così come andava forse messo in campo Giaccherini al posto di un Caceres fuori posizione, e questo è senz’altro vero, ma l’idea di poter perdere uno scudetto dopo aver praticamente dominato tutte e 36 le partite disputate, dopo aver espresso il miglior gioco visto in Italia da qualche anno a questa parte, dopo aver passato almeno 70-80 minuti nell’area avversaria ogni sacrosanta domenica di campionato perché Buffon si mette a fare il Maradona, scusate ma io, al momento, non riesco a digerirlo.

Si, è vero, siamo ancora primi con un punto di vantaggio, ma in quali condizioni psicologiche sarà la squadra domenica a Trieste? Questo errore è grave proprio perchè va a cambiare completamente l'aspetto mentale della situazione, minando la tranquillità che deriva dal seppur esiguo vantaggio e dalla constatazione obiettiva che la squadra fisicamente, comunque, sembra stare molto bene.

A me, dell'imbattibilità sinceramente, non frega niente. Io voglio solo questo maledetto scudetto, e la sola eventualità di non vincerlo nonostante non si sia mai usciti sconfitti dal campo mi fa ribollire il sangue. Perciò lascio a voi la parola per vedere se riuscite a tirarmi su il morale che, in questo momento, è sotto i tacchi.

Questo articolo è di Danny67. Tutti gli altri, li puoi trovare nella sua rubrica Un Bianconero a Roma